Glory, glory Wolverhampton! La storia dei Wolves

Wolverhampton_Wanderers

Wolverhampton Wanderers Football Club
Anno di fondazione: 1877
Nickname: the Wolves
Stadio: Molineux, WolverhamptonCapacità: 31.700

Chissà cosa avrà pensato Billy Wright quel giorno, quel dannato giorno. 24 Novembre 1986, FA Cup. Siamo al terzo replay perchè due non erano bastati per decidere il vincitore. Da una parte il glorioso Wolverhampton Wanderers, caduto in disgrazia e da qualche mese in Fourth Division, dall’altra il Chorley, piccolo club di una cittadina del Lancashire. Sulla carta, Fourth Division o no, non ci sarebbe storia. Ma quel dannato giorno vinceranno quelli del Lancashire 3-0 in una partita che diventerà e resterà per sempre il punto più basso nella storia dei Wolves. Out of darkness cometh light, recita il motto cittadino. Dalle tenebre, la luce. Dopotutto la luce arrivò anche in quel caso, merito soprattutto di quel Graham Turner che sedeva già in panchina a Chorley e che risolleverà le sorti del club, aiutato da un ragazzotto locale col vizio del goal. Ci arriveremo. Ma ci sembrava giusto partire da qui, dal punto più basso. In modo che il resto della storia sembrerà ancora più grandioso di quel che in effetti è già, perchè il Wolverhampton Wanderers è tra le dieci squadre più importanti d’Albione, in un Paese che ha 92 squadre professionistiche di cui il 90% con un passato quantomeno da rispettare, se non da venerare in alcuni casi. Mica poco. La classica nobile decaduta, per dirla con termine usato e abusato. No, i Wolves con la Fourth Division non c’entravano nulla, eppure vi erano finiti e se questo è the Beautiful Game bisogna rispettarne le decisioni, anche a malincuore.

Il Molineux come dovrebbe diventare a lavori completati

Il Molineux come dovrebbe diventare a lavori completati

Qui il calcio arrivò prima che altrove. Proletariato urbano, a due passi da Birmingham, e poi the Black Country, la terra nera, nera come il carbone e il fumo delle fabbriche, nera come le facciate degli edifici che quel fumo se lo vedevano sputato in faccia, nera come la pelle di chi ha passato una vita in miniera. Gente tosta dall’animo nobile. Non furono però i lavoratori di un’azienda a fondare il club, nè l’iniziativa di un lungimirante imprenditore. L’atto che diede vita al club è uno dei più romantici del calcio inglese. Macchina del tempo fino al 1877. Una classe di alunni della St Luke’s Church School aveva appena concluso l’anno con eccellenti voti. Meritavano un regalo pensò il preside, tal Harry Barcroft, che aveva sentito parlare di un passatempo divertente che si giocava con i piedi, si procurò un pallone e lo regalò ai suoi alunni; il tutto con lo zampino di John Baynton e John Brodie, che poi furono coloro che fondarono la società. Tutto cominciò da lì. Sì perchè nel giro di due anni la squadra divenne ben più che una semplice rappresentativa scolastica, ed era pronta alla fusione con un altro team locale, dedito anche all’arte del cricket oltre che a quella del football. Si chiamava Blakenhall Wanderers, e porterà in dote parte del suo nome. Non lo fece invece il St Luke’s, dove evidentemente intuirono che si stava scrivendo la storia e optarono per l’estinzione del nome a vantaggio di quello della città intera: Wolverhampton Wanderers. Maglie bianco-blu, poi bianco-rosse (o rosa, a seconda delle descrizioni dell’epoca) per non confondersi con i vicini di casa del West Bromwich Albion. Diventeranno acerrimi rivali, ma questa è una storia che meriterebbe di essere raccontata a parte.

Una serie di impianti da gioco, come si conveniva all’epoca, quando il calcio si stava sì sviluppando ma era lontano dall’essere una priorità. Era, il più delle volte, fonte di reddito per il proprietario di turno del terreno che lo affittava alla squadra a cifre non sempre abbordabili. I Wolves per rendere parzialmente omaggio al Wanderers presente nel nome vagabondarono fino al 1888 (Old Windmill Field, Dudley Road), anno in cui giunse in sede la lettera in cui tal William McGregor invitava il club ad una riunione in cui si sarebbe discusso della creazione di un campionato. Quel campionato prenderà il nome di Football League e a quel punto a Wolverhampton capirono di dover indossare l’abito da cerimonia per l’occasione. Si trasferirono quindi in un parco, ampio e accogliente, in cui disputavano già alcune partite: Molineux. Era il 1889. La maglia nel frattempo subirà un ulteriore cambiamento, quando la lega comunicò alle squadre che dovevano registrare i loro colori. Essendo il bianco-rosso/rosa troppo simile al Sunderland, si optò per l’arancio-blu, per fortuna per una sola stagione perchè poi qualcuno ebbe l’intuizione. E l’intuizione venne dalla croce dorata al centro dello stemma cittadino, la croce di Edgar dei Sassoni fratello di quella Lady Wulfrun fondatrice della città. Oro, gold insomma. A cui venne aggiunto il black, perchè siamo in piena Black Country ed il colore più rappresentativo, da queste parti, era il nero. Gold & Black. Vinceranno subito una FA Cup con le nuove divise: 1893, dopo esserci andati vicini nel 1889. E ne vinceranno un’altra nel 1908 mentre giocavano in Second Division, chiarendo a tutti il concetto che i discendenti della St Luke’s facevano sul serio.

Billy Wright e l'FA Cup

Billy Wright e l’FA Cup

Chissà però se Barcroft, Bayton e Brodie immaginarono mai nelle fredde sere della Wolverhampton di fine ‘800 che un giorno quella squadra avrebbe reso fiera una Nazione intera. Una Nazione ferita nell’orgoglio, e se qualcuno conosce un inglese sa quanto siano un popolo orgoglioso, specie per quanto concerne le loro tradizioni e il calcio è una di queste, avendolo fino a prova contraria inventato loro. Quegli inglesi che rifiutarono la partecipazione ai primi Mondiali considerando quasi un affronto il fatto di mettersi in competizione con dei novellini avevano un disperato bisogno, negli anni ’50, di rialzare la testa in ambito calcistico. Troppe delusioni, specie dal giorno in cui si accorsero che il pallone sapevano come usarlo anche al di là della Manica, perfino dell’Oceano; figuriamoci poi quando l’Ungheria, nazione che quando il calcio fu inventato nemmeno esisteva, ne rifilò sei ai leoni a Wembley, e poi sette a Budapest. Prima di Bobby Moore, Geoff Hurst e gli altri eroi del 1966 ci penseranno i Wolves a regalare quello scatto d’orgoglio necessario a un Paese. E’ la vicenda che porterà alla creazione della Coppa dei Campioni. A Wolverhampton erano già giunte diverse squadre europee (e non) per una serie di amichevoli: tutte sconfitte da Billy Wright e compagni. Real Madrid, Valencia, Racing Club di Avellaneda. Tutte. Ma una sera arrivò l’Honved di Puskas e degli altri “magici magiari”, ovvero sei/undicesimi della Nazionale, la BBC mandò le telecamere e a Wolverhampton la sensazione di stare vergando pagine di storia a qualcuno deve essere venuta. L’Inghilterra intera puntò gli occhi sul Molineux, giusto in tempo per vedere i black & gold rimontare due goal e vincere 3-2 nel pantano creato ad arte da Cullis. “Champions of the World”, sentenziò la stampa inglese la mattina seguente. Eccolo lo scatto d’orgoglio. La sconfitta di Wembley era vendicata. L’Equipe per mano del direttore Hanot ebbe da ridire (rivalità mai sopita) soprattutto perchè, e questo fu il motivo principale, i Wolves giocarono sempre e solo in casa. Ne seguirà una disputa che porterà come detto alla nascita della Coppa dei Campioni. Ma quella sera gli inglesi si sentirono nuovamente portatori del Sacro Verbo del Football. Thank you, Wolves. Per la gioia di Barcroft, Bayton e Brodie.

Era una squadra meravigliosa, quella. The team of the fifties. Gli anni ’50 li dominarono, anzi cominciarono a farlo nel 1949 per smettere soltanto nel 1960. Più di un decennio, a ben vedere. Tre titoli nazionali, due secondi posti e due FA Cup poste simbolicamente a inizio e fine ciclo, le amichevoli di prestigio già ricordate. Solo che non abbiamo ricordato che furono giocate spesso alla luce dei riflettori, the Floodlights Friendlies, uno dei primi club a introdurre l’illuminazione negli stadi e a sfruttarla con lungimiranza. In panchina un ex giocatore del club, Stan Cullis. E poi i giocatori. Su tutti William Ambrose Wright detto Billy, una carriera intera in black & gold e con la maglia della Nazionale di cui fu 90 volte capitano, record assoluto. Mai un’ammonizione, facile se ti chiami Gary Lineker e giochi punta, meno se ti chiami Billy Wright e fai il difensore. Era semplicemente un minuto abbondante avanti agli avversari: non aveva bisogno di scorrettezze per fermarli. In porta Bert Williams, e poi Johnny Hancocks, Jimmy Mullen, Jimmy Murray, Roy Swinbourne, Bill Slater, Ron Flowers. Riportarono a Wolverhampton la gioia di vincere, perchè dopo quelle due FA Cup a cavallo tra i secoli i Wolves inanellarono una serie di secondi posti clamorosa, che in una nazione meno razionalista avrebbero necessitato dell’intervento di esorcisti vari. Coppa persa nel 1939 contro lo sfavoritissimo Portsmouth, secondo posto nel medesimo anno e soprattutto secondo posto un anno prima, quando sarebbe bastato vincere l’ultima partita che invece persero. 1-0 per il Sunderland e titolo a Londra, sponda Arsenal. Sfiga capiti una volta, figuratevi due, eppure nel 1947 l’epilogo fu lo stesso: sconfitta contro il Liverpool e bye bye titolo che andò proprio nel Merseyside. Stan Cullis lasciò il calcio giocato dopo quella partita. Meglio far l’allenatore, e in effetti il tempo gli diede ragione, per giunta dopo soli due anni.

La statua di Stan Cullis

La statua di Stan Cullis

Ma come dicevano i romani, e credeteci avremmo usato un detto sassone in onore della fondatrice se solo ne conoscessimo uno, sic transit gloria mundi. Cullis venne licenziato nel 1964, l’anno dell’inaspettata retrocessione anche se sentori di declino erano già nell’aria. Lascerà in eredità i trofei, una stand che porta il suo nome e una statua fuori da quest’ultima, che lo raffigura con il classico cappello di moda all’epoca in mano. I Wolves ebbero comunque un ultimo sussulto di gloria. Tornati in First Division raggiunsero la finale di Coppa UEFA del 1972, dopo aver eliminato la Juventus nei quarti di finale e il Ferencvaros in semifinale. Toh, ungheresi: ma guarda te il destino! In finale persero di misura la doppia finale contro il Tottenham (1-1, 1-2) e l’apoteosi europea non sarà mai più così vicina. In realtà non lo era mai stata nemmeno in precedenza, perchè nella Coppa dei Campioni che contribuirono a fondare le avevano buscate, la prima volta dallo Shalke04, la seconda dal Barcellona ai quarti. Si tolsero lo sfizio di vincere ancora due Coppe di Lega. Idolo di quel periodo Derek Dougan, baffuto nordirlandese con il volto da cacciatore di taglie del Far West e il vizio del goal. In campo nella finale del 1974, se ne andò un anno dopo e l’ultima finale la decise un goal di Andy Gray. 1-0 al Nottingham Forest campione d’Europa. Sei anni prima di Chorley, il Wolverhampton Wanderers alzava un trofeo al cielo di Wembley. Riportate pure qua il detto latino che ha aperto il paragrafo.

Derek Dougan tornò in scena qualche anno dopo, quando fece da intermediario per l’acquisto del club da parte dei fratelli Bhatti. Chi?? In effetti la domanda se la fecero un po’ tutti. Ci mise la faccia, quella da cacciatore di taglie, e diciamo che non fu la scelta migliore nella carriera di “Doog”. Prima di nominare i Bhatti a Wolverhampton, infatti, assicuratevi che non vi siano oggetti contundenti nei paraggi, altrimenti auguri. I due rilevarono un club in difficoltà economica enorme, tant’è che un manager scozzese in rapida ascesa rifiutò la panchina anche per quel motivo. Quel manager si chiamava Alex Ferguson e al Molineux arriverà sì, ma solo da avversario anni dopo, e nemmeno così spesso. Comunque, i costi di rifacimento della Molineux Street Stand per adeguarla ai nuovi standard richiesti combinati a una congiuntura economica avversa significavano conti in rosso. E nemmeno di poco. I Bhatti, Mahmud e Mohammed da buoni sauditi quali erano, riuscirono però nell’impresa di peggiorare irrimediabilmente le cose, e al posto di una stand in rifacimento i Wolves si ritrovarono a giocare in uno stadio chiuso per metà. Una tristezza, soprattutto perchè si giocava in Fourth Division, per la prima volta nella storia del club. A dir la verità si era giocato anche in Third Division, sempre per la prima volta: back-to-back-to-back relegations. Un’impresa riuscita controvoglia solo al Bristol City pochi anni prima. Dall’Honved di Puskas al Cambridge United, che peraltro sconfisse i Wanderers 2-1 al Molineux nella partita inaugurale. In tutto ciò Bill McGarry, il manager della finale di UEFA, era stato richiamato nel 1985. Rimarrà in carica due mesi. Se ne andò proferendo la frase “I’m not going to be party to the killing of one of the finest club in the world”, che riassume al meglio il clima di quel periodo.

A legend: Steve Bull

A legend: Steve Bull

I Bhatti furono finalmente sbattuti a calci fuori dai confini cittadini nel 1986. Prese in mano la situazione il comune di Wolverhampton, che acquistò il Molineux e i terreni circostanti; due società, una di costruzioni e l’altra di supermercati, saldarono i debiti del club in cambio di permessi per costruire nei suddetti terreni. Speculazione edilizia, ricatto, chiamatelo come vi pare, ma fu la salvezza del club. Che, passato lo shock-Chorley, si risollevò anche sportivamente. Graham Turner, voluto dal nuovo presidente Jack Harris, come prima iniziativa bussò alla porta del WBA. Voleva un ragazzotto nativo di Tipton, Black Country ovviamente, lo stesso che abbiamo menzionato in apertura di post. Professione attaccante e di nome Stephen George Bull. I Baggies lo cedettero per sole 64.000 sterline e praticamente regalarono in quel momento agli eterni rivali quello che diventerà il giocatore più amato a Wolverhampton. Sì perchè Steve Bull è tutto da queste parti. Più degli eroi anni ’50, perchè all’epoca era facile giocare a Wolverhampton, mentre Steve dimostrò attaccamento al club in un periodo in cui sarebbe stato più facile salutare tutti e salpare verso altri lidi. E invece non lo fece, rimase sempre qui, non giocò mai, mai in First Division/Premier League con la maglia dei Wolves (vi aveva giocato due partite con i Baggies) e nonostante questo disputò tredici partite in Nazionale, perchè non devi giocare per forza in massima serie per essere considerato un campione. I goal di Bull riportarono i Wolves in seconda divisione e a Wembley, dove sconfissero il Burnley, altra nobile decaduta (abusiamo anche noi, scusate) del calcio inglese, nella finale del Football League Trophy. 80.841 spettatori quel giorno, tanto per capirci.

Ma se Steve Bull è il giocatore più amato, Sir Jack Hayward è il Presidente con la P maiuscola. Nativo di Wolverhampton, ex pilota della Royal Air Force che ereditò e consolidò gli investimenti paterni alle Bahamas, tolse le infradito nel 1990 per rilevare il suo amato club. Dalle Bahamas a Wolverhampton ci sono migliaia di km in linea d’aria e tre-quattro giri del pianeta per tutto il resto, ma Sir Jack ci mise anima, cuore e soprattutto soldi. Il Molineux attuale, uno degli stadi più belli d’Inghilterra (è in corso un’espansione che però non dovrebbe intaccarne la bellezza), è merito suo. Inaugurato nel 1993 con un’amichevole contro…la Honved, operazione-nostalgia che riportò alla memoria anni meravigliosi. Un gioiello che Hayward ha regalato alla sua città e che ha avuto l’onore, dopo anni di tentativi vani, di ospitare una partita di Premier League. Quel giorno Sir Jack Hayward si commosse, come si era già commosso nella finale di playoff al Millenium Stadium l’anno prima, e la città intera tirò un sospiro di sollievo. Il grande calcio tornava in un palcoscenico che qui sono nemmeno troppo intimamente convinti debba sempre ospitarlo. Dopo quell’unica stagione in Premier (con il culmine raggiunto  con la vittoria interna sul Man Utd, qui le sfide contro le grandi sono sentite ancora come le sfide – derby a parte) Hayward cedette la proprietà del club a Steve Morgan, l’attuale proprietario. Con Mick McCarthy in panchina, campionato di Championship vinto agevolmente, il che significava il ritorno in massima serie. Glory, glory Wolverhampton, come si canta qui. E si pensava di poterlo cantare per gli anni successivi in Premier. Sbagliato. Quando sembrava che una certa stabilità fosse ormai raggiunta, è arrivato il doppio crollo che ha riportato i Wolves in terza serie, ora conosciuta come League 1. Se non altro i fratelli Bhatti non sono alla guida del club. Una terza retrocessione consecutiva dovrebbe essere scongiurata. Almeno questo.

OldMolineux24In attesa di tempi migliori, rimane la storia, la bellezza delle maglie, del Molineux, e il simbolo, il lupo, che però non ebbe mai l’esclusiva di comparire sulle maglie. Prima toccava infatti al simbolo cittadino, specie da quando nel 1898 divenne “ufficiale”, per celebrare i cinquant’anni del borough di Wolverhampton. Ma lo si potè già ammirare sulle maglie della FA Cup 1896. Il lupo, nell’atto di saltare sopra le WW di Wolverhampton Wanderers, compare invece solo negli anni ’70. L’evoluzione poi negli anni ha portato alla stilizzazione del volto di un lupo, che è arrivato ad oggi in uno stile semplice, all’interno di un esagono, senza scritte o fronzoli. Il lupo, animale nobile, nobile come la gente di queste parti. E animale che incute timore. Come il Wolverhampton, quello che fece tremare l’Europa e rese orgogliosa una Nazione interna. Ma che soprattutto rese orgogliosa la gente del Black Country, che poi è quella che il gold & black lo aveva e lo ha nelle vene e che nella maggior parte dei casi aveva nei Wolves l’unica fonte di gioia a cospetto del resto dell’umanità. A Wolverhampton lo si percepisce bene, magari passando davanti alla statua di Billy Wright come è capitato a chi vi scrive: sì, bravi, bravissimi questi del Manchester United, o del Chelsea o dell’Arsenal, ma i nostri…beh i nostri erano meglio. Sì sente che c’è un orgoglio mai sopito nell’animo di questa gente. Champions of the world, quante squadre avrebbero battuto quella Honved? E non importa che l’attualità dica League One a Stevenage, i Wolves sono quelli che giocavano contro gli ungheresi, il Real Madrid o la Juventus e che prima o poi torneranno a giocarci. Su questo non si discute. E noi non gli facciamo certo cambiare idea, anche perchè…perchè farlo? Champions of the world. Nel cuore della gente del Black Country, lo saranno per sempre. E sinceramente, è giusto che sia così.

[Vi riproponiamo QUI il pezzo di Cristian dedicato al Molineux]

The pride of Herefordshire. La storia dell’Hereford United

590px-Hereford_United_FC.svg

Hereford United Football Club
Anno di fondazione: 1924
Nickname: the Bulls
Stadio: Edgar Street, HerefordCapacità: 5.300

5 Febbraio 1972. Nelle case degli inglesi rieccheggiò l’urlo di un telecronista in erba della BBC, tal John Motson. Sì lui, il futuro Motty che diventerà l’aedo del calcio inglese per eccellezza. “Radford…now Tudor’s gone down for Newcastle…Radford again…OH, WHAT A GOAL!!! What a goal! Radford the scorer! Ronnie Radford! And the crowd…the crowd are invading the pitch! “. La storia della FA Cup, perchè quella partita diventerà l’esempio del giant-killing, la suprema arte delle piccole-Davide di turno di uccidere sportivamente le squadre-Golia nella coppa più antica e bella del mondo. Le scene del pubblico che invade il campo poi, in una gioia che fa venire le lacrime agli occhi, sono da consegnare a chi dice che “è solo uno sport”. Si, certo. Raccontatelo a Hereford. Quel giorno praticamente c’era tutta la città ad Edgar Street, che teneva ufficialmente 14.000 spettatori, ma solo perchè quelli arrampicati sugli alberi e sui pali dell’illuminazione non venivano considerati nel computo totale. Ronnie Radford la piazzò all’incrocio da 30 metri abbondanti, su un campo da gioco che oggi verrebbe definito “al limite della praticabilità”, perchè il calcio è ormai sport da fighette; nel supplementare poi segnò Ricky George, ma a quel punto era inevitabile, e tanti saluti al Newcastle. Le maglie bianche con i pantaloncini neri, i ragazzi che corrono per il campo con le sciarpe dagli identici colori e le coccarde al petto. Basterebbe rivedere quegli istanti per innamorarsi di the Beautiful Game, pensate un po’ l’effetto che devono fare a chi quel giorno c’era, a chi l’Hereford United lo tifa. E tifare per i bulls non fu sempre così facile, a dire il vero non lo è mai stato.

Radford scores!

Radford scores!

Quell’incredibile partita ruppe la monotonia di una contea sostanzialmente rurale. Gente di campagna, a due passi dal Galles, che faceva di Hereford il centro principale per il mercato dei propri prodotti. Il simbolo l’Hereford cattle, una razza bovina con lo sguardo più placido che si possa immaginare, placido come l’Herefordshire di cui è quindi simbolo perfetto. Sulle rive del fiume Wye il calciò arrivò nella seconda metà dell’800 come altrove, ma senza suscitare grandi entusiasmi. Sport da operai, non da fieri contadini che votavano e votano Tories. Si consolidò solo negli anni venti quando due club locali, St Martins e RAOC, unirono le forze per provare a rendere celebre la città aldilà del placido bovino di cui sopra e della cattedrale gotica. Era il 1924 e il nome scelto non poteva che essere a questo punto uno: Hereford United. La prima squadra semi-pro della zona, e a tuttoggi l’unica squadra della contea nei primi otto steps della piramide del calcio inglese. Fondata la squadra, c’era da trovare uno stadio, ma questo non rappresentò un problema perchè da fine ‘800 un impianto sorgeva nel centro cittadino, precisamente in Edgar Street che poi gli dava anche il nome. Era l’impianto utilizzato dall’Hereford City, altra squadra amatoriale locale che però si era rifiutata di fondersi con le due sopracitate e aveva continuato a vivere in proprio. Esordio in Birmingham Combination, la lega in cui per i quattro anni successivi i bulls disputeranno le loro partite davanti a qualche migliaio di spettatori più o meno interessati tra un sidro e l’altro, che è specialità della zona tanto quanto il bue.

L’Herefordshire è bucolico. 82 abitanti per km², o meglio 212 per square mile, il resto è campagna, la vita scorre tranquilla come il Wye, e poi i frutteti, gli animali da pascolo, i campi. Come 2.000 cristiani potessero ogni Sabato affollare Edgar Street per la Birmingham League (il club era stato promosso nel 1928 nella nuova lega) resta quantomeno un mistero, visto e considerato che non era esattamente il campionato dei vostri sogni. Siamo in pieni anni ’30, la Football League aveva già tre serie, con la Third Division peraltro divisa in North e South, e in più sopravvivevano le leghe minori come ad esempio la Southern League. Quando il declino della Birmingham League divenne irreparabile (rimasero undici squadre, come intuirete l’interesse per quel campionato venne leggermente meno), forti di quei numeri si chiese l’elezione proprio in Southern League. La lega accettò, ma sfiga volle che l’anno era il 1939 e che per disputare una partita nel nuovo campionato l’Hereford Utd dovette così aspettare sei anni. Edgar Street nel frattempo era stato acquistato dal comune, visto che era di proprietà della Hereford Athletics Ground co., ed affittato al club ad una cifra peraltro maggiore di quanto non facessero i precedenti proprietari. E non era esattamente un impianto comodo, almeno inizialmente: i giocatori si cambiavano al vicino Wellington Hotel e poi camminavano fino al campo da gioco!

herefordunited3Gli ottimi risultati in Southern League (che però non fu mai vinta) videro una crescita costante nelle medie spettatori, e il club cominciò a farsi conoscere anche livello nazionale. Nel 1957/58 i bulls rifilarono sei pere al QPR in FA Cup, solo che uno era un club pro, l’altro un club di non-league e quella vittoria rimane la più larga nella storia degli incontri tra squadre di Football League e non. Vennero eliminati nel turno successivo dallo Sheffield Wednesday, ma quel giorno a Edgar Street arrivarono 18.114 spettatori, praticamente metà città visto che all’epoca Hereford contava circa 40.000 abitanti[1]. Ecco, ci sarebbe anche altro poi. I club inglesi al confine con il Galles erano soliti disputare anche la Welsh Cup, e anche in questa competizione l’Hereford si fece presto conoscere, ad esempio sconfiggendo a Ninian Park il Cardiff. Il grosso problema sorse quando nel 1963 quando i bulls raggiunsero la semifinale della coppa gallese, e la UEFA si trovò di fronte alla possibilità di avere due squadre inglesi in Coppa delle Coppe se è vero, come è vero, che la vincitrice della Welsh Cup rappresentava la Wales FA nella competizione. Gli imbarazzi della federazione europea vennero spazzati via dalla vittoria del Borough United: da quel momento venne specificato che se la coppa gallese fosse stata vinta da un club inglese, questi non avrebbe partecipato alla Coppa delle Coppe. Una breve toccata e fuga nella First Division della Southern League rappresenterà l’unica retrocessione nella storia del club…..solo per quanto riguarda la non-league, ovviamente.

Quelle partite di FA Cup portarono, indubbiamente, un entusiasmo mai provato prima. Si pensò per la prima volta a Hereford come ad un posto in cui fare calcio seriamente e non come a una tranquilla cittadina immersa nelle campagne. Colpo di scena: nel 1966 arriva John Charles, che avrà anche avuto 35 anni ma era pur sempre John Charles che giocava nell’Hereford United, club il cui idolo precedente era stato tal Albert Derrick con tutto il rispetto. Big John giocherà nell’Herefordshire per cinque stagioni, segnando un’ottantina di goal e divenendo anche manager della squadra. Se ne tornò in Galles una stagione prima dell’impresa contro il Newcastle in FA Cup, ma a quel punto lo United era pronto al grande salto. Media spettatori più alta della non-league e che superava quella di una ventina di club che nella Lega c’erano eccome. Il secondo posto in Southern League del 1972 fu l’occasione per chiedere l’elezione in Football League, ma non fu la discriminante che fece sì che questa venisse accettata: a molto contribuì infatti quella vittoria contro il Newcastle che, volente o nolente rimane l’apice della storia dei bulls nonchè il suo turning-point. Lo slancio emotivo che seguì fu talmente forte che nel giro di quattro stagioni l’Hereford United si trovò in Second Division, a un passo dai grandi.

Senza quel goal di Radford e George magari la storia sarebbe andata diversamente. Che poi non è che l’Hereford divenne improvvisamente il terrore degli avversari, ma se non altro stabilizzò la sua posizione nel calcio professionistico e quando dovette chiedere la ri-elezione in Football League non ebbe problemi a ottenerla. E non capitò una volta soltanto, ma in tre occasioni di cui due consecutive. Il pubblico gradiva tutto ciò, arrivando a picchi di 8.000 di media nell’anno di Second Division. Insomma, Hereford era entrata nella cartina del calcio che conta. Nuove rivalità, visto che gli antichi nemici del Worcester City (fino al 1998 le due contee erano unite, va ricordato) erano rimasti in non-league: Shrewsbury Town principalmente (the A49 derby), Cheltenham Town dal vicino Gloucestershire, Kiddermister Harriers. “Aye oh Hereford, Hereford aye oh”. Una Welsh Cup nel 1990, la UEFA non doveva preoccuparsi più di nulla ma almeno si dava una spolverata alla bacheca, che non guasta mai. Poi? Un’apparizione ai playoff negli anni ’90, poi il buio. Stagione 1996/97, quell’ultima sfida contro il Brighton in un Edgar Street colmo di gente come non accadeva da tempo. Vittoria bulls, seagulls retrocessi; vittoria/pareggio Brighton, ciao Hereford. Finì 1-1, con Adrian Foster a sprecare la palla-salvezza al 90esimo. La non-league riabbracciava lo United dopo 27 anni.

Graham Turner, il manager, rimase comunque alla guida del club. Rimarrà per 14 anni a Hereford, a dir la verità, e nonostante un passato (e un presente) sulla panchina dello Shrewsbury è venerato dai locali. Graham Turner’s barmy army. Grazie, Mr. Turner insieme a Joan Fennessy mise le palanche quando il club era sull’orlo del fallimento, salvandolo da morte certa. Come se fosse niente. Lo risanò anche, tanto che, quando salutò direzione Shropshire, l’Hereford non solo godeva di ottima salute, ma era anche tornato in Football League, perfino in League 1 seppur per un solo anno. Il presente dice nuovamente Conference, nell’attesa di un ritorno in Football League, ma senza fretta, come è giusto per gente di campagna. Le maglie bianche da sempre (i pantaloni neri verranno introdotti nel dopoguerra al posto di quelli bianchi), lo sguardo placido e in qualche modo rassicurante del bue nello stemma del club sono le certezze da queste parti. L’Hereford United sarà ancora una volta lì, a rappresentare questa città immersa nelle campagne inglesi che un giorno si scoprì grande nel calcio e impazzì. Dicono che nelle sere di Febbraio il boato di Edgar Street di quel lontano 1972 risuoni ancora adesso, eco di un passato che non potrà mai essere dimenticato e che cambiò per sempre la storia della città tutta. Come non crederci?

We only sing when we’re fishing! La storia del Grimsby Town

Grimsby_Town_logo

Grimsby Town Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Mariners
Stadio: Blundell Park, Cleethorpes
Capacità: 9.546

Pescherecci, gabbiani, magazzini, docks. L’odore del pesce appena pescato, l’odore del pesce lavorato, magari affumicato, specialità locale certificata dall’Unione Europea. E poi ancora gabbiani, che volano intorno ai pescherecci mentre questi rientrano in porto. Non ci sono molte alternative a Grimsby, da sempre. E d’altronde siamo nella capitale della pesca inglese, 70% della produzione nazionale, alla foce dell’Humber, il freddo Mare del Nord che si estende di fronte: cosa aspettarsi di diverso? C’è la Dock Tower, che garantiva l’energia idraulica per aprire i cancelli dei docks, appunto. Garantiva, perchè dal 1892 la torre rimane solo come simbolo, e si erge maestosa con i suoi mattoncini rossi sul porto, e la sua sagoma, in lontananza, dà un senso di sicurezza alla città. 87.000 abitanti che tra pesce e gabbiani hanno una passione a cui dedicarsi al Sabato: il Grimsby Town Football Club, l’orgoglio cittadino, nello stemma il peschereccio stilizzato e i pesci. Le radici non si rinnegano, mai. E perchè farlo poi? C’è solo da esserne fieri di quel retaggio marinesco. La casa è Blundell Park e Blundell Park, per la verità, non sorge a Grimsby, ma nella vicina Cleethorpes, motivo per cui gli avversari rivolgono ai Grimbarians, con ironia, la frase: “you play away every saturday“. Ma poco importa.

grimsby-docks-1040x387Qui motivi di cui essere orgogliosi ce ne sono, Cleethorpes o no. Innanzitutto, con buona pace di Lincoln City, Scunthorpe United etc, i mariners (questo il nickname della squadra, ma c’erano dubbi?) sono la squadra più vincente del Lincolnshire; da qui sono anche transitati grandi nomi, su tutti tal Bill Shankly di cui avrete sentito parlare; da qui un anno sono scesi due volte a Wembley, ritornando nel nord con due trofei in valigia; ma soprattutto sono l’unica squadra della contea ad aver disputato la massima serie del campionato inglese. Scusate se è poco. Tutto ciò ha un inizio, ovviamente. 1878, piena epoca vittoriana, il calcio si sta diffondendo a macchia d’olio e arriva anche sulla costa dell’Humberside. Vi arriva una sera di tarda estate del 1878, quando al Wellington Arms di Freeman Street un raduno di cittadini interessati a quel che diventerà the beautiful game da vita al Grimsby Pelham. A quel raduno vi partecipò anche una rappresentanza del Worsley Cricket Club, preoccupati per l’inverno alle porte che significava niente cricket, e il calcio sembrava essere un divertente diversivo. Perchè Pelham? Pelham era il nome della famiglia che spadroneggiava in zona in quanto a terreni e proprietà, anche noti, anzi soprattutto noti come Conti di Yarborough. Conti o non Conti, il nome non ebbe successo, e come dice la Fanzine dei tifosi (COD almighty, per chi fosse interessato) “realising that “We are Pelham” would be a very silly chant indeed, the club discards its original suffix and adopts the name Grimsby Town“. Era il 1879. Humour del nord-est, ma evidentemente il nome nobiliare non piaceva a una città di pescatori che si alzavano in piena notte e Dio solo sa quando – e se – tornavano a casa.

Clee Park, Cleethorpes. Il primo campo, situato tra la strada per Grimsby e il mare. Cleethorpes entrava da subito nel destino del club, semplicemente perchè disponeva di terreni usufruibili ai fini sportivi. Da Clee Park il Grimsby Town se ne andò nel 1889 quando il contratto d’affitto scadde, e passò una decina d’anni a Grimsby, ad Abbey Park, gli unici della sua storia, prima di tornare a Cleethorpes: Blundell Park stavolta, e non se ne andrà mai più. Poche miglie di distanza da Clee Park e soprattutto dal mare, anche perchè il Grimsby Town con uno stadio nell’entroterra non sarebbe degno di quel simbolo cucito al petto. Dal punto di vista sportivo si tentò l’ingresso in Football League, ripiegando poi sulla Football Alliance; quando questa venne inglobata da The League, il Grimsby si trovò ad essere un membro fondatore della Second Division. Era il 1892. Qualche anno prima il Preston North End, sì, quel Preston North End, era arrivato sulla costa a giocare una partita di FA Cup e a Clee Park, in quella che fu l’ultima partita per l’impianto, si presentarono in 8.000! Ben oltre le aspettative del club, che evidentemente era già entrato nel cuore della città. Il Grimsby nel giro di poco tempo si ritrovò anche in Division One, ad inizio ‘900: momento magico che non durò a lungo, e da lì a qualche anno dovette chiedere la ri-elezione in Football League perchè la stagione l’aveva chiusa dalla parte sbagliata della classifica di Division Two. Ri-elezione negata e fu Midland League. Oddio, niente drammi: i fishermen, come erano chiamati all’epoca – ed è un peccato non sia più quello il nickname – vinsero in carrozza il campionato e la Football League li riaccolse a braccia aperte. A Grimsby, come ad Hull, si giocava anche a Natale: erano gli unici col permesso ufficiale della Federazione, perchè la pesca non dava possibilità di riposarsi e il Boxing Day i pescherecci erano già al largo delle coste inglesi; col tempo il pesce si è cominciato a importarlo e i pescherecci sono rimasti ormeggiati in porto, e la tradizione è sparita. Altri tempi.GrimsbyUn po’ di altalena tra Division Two, One e occasionalmente Three (north), poi improvvisamente il quinto posto nella massima serie, il miglior risultato di sempre, nel 1935; e prima della sciagurata invasione tedesca della Polonia con tutto ciò che ne seguì, due-semifinali-due di FA Cup, 1936 contro l’Arsenal a Leeds Road e 1939, contro il Wolverhampton. In campo bomber Pat Glover, implacabile gallese che segnerà 180 reti con il club, sugli spalti nella semifinale del 1939 ad Old Trafford 76.962 spettatori, che resta tuttoggi un record per il Theater of Dreams. Come dicono da queste parti, “74 years later Manchester United are increasingly desperate to stick in a few extra seats and end their embarrassment”. Il Grimsby Town perderà entrambe quelle semifinali e il treno per la storia non ripasserà più. Anzi, la guerra terminò e due stagioni dopo i Mariners dissero addio alla First Division, in cui non faranno mai più ritorno. Finirono anche in Division Three e lì li prese in consegna William “Bill” Shankly, che spenderà sempre parole di entusiastico elogio per quella squadra nonostante l’obbiettivo promozione fallì sempre, anche di poco – tipo 3 punti dagli odiati cugini del Lincoln City: “pound for pound, and class for class, the best football team I have seen in England since the war. In the league they were in they played football nobody else could play. Everything was measured, planned and perfected and you could not wish to see more entertaining football”. Se ne andrà nel 1954 a Workington, per avvicinarsi alla sua Scozia e per lasciare una dirigenza che non sembrava disposta ad assecondarlo.

Ma da queste parti non c’è spazio per affezionarsi a personaggi di quella levatura. Qui si amano i John McDermott, terzino capitato quasi casualmente a Grimsby nel 1987 e rimastovi per venti stagioni consecutive, disputando qualcosa come 754 partite con la maglia bianconera indosso. SetteCinqueQuattro. Qui si impazzisce per le sfide contro Lincoln City e Scunthorpe, odiatissimi rivali al pari dell’Hull City, diversa contea ma stessa vocazione marinara, e non fatevi ingannare dalla recente ascesa dei Tigers perchè, qui, the Humberside team è e sempre sarà il Grimsby Town. Qui si adora Alan Buckley, lui sì il Manager con la maiuscola, altro che Shankly o Lawrie McMenemy, uno che se ne andrà da Grimsby in tempo per vincere una FA Cup a Southampton. Alan Buckley, colui che guidò due volte i mariners nel tempio di Wembley e ne tornò vincitore: era il 1997/98, quel Grimsby Town vinse Football League Trophy e finale dei playoff di Division Two. In 35.000 scesero a Londra, andata e ritorno e ancora andata e ritorno. La pesca poteva aspettare e aspetterà, c’era da celebrare il Grimbarians Pride, l’orgoglio di appartanere a questa città, quelli che da decenni vivono all’ombra della Dock Tower a guardare il mare, perchè anche se si pesca decisamente meno che un tempo una qualche eredità genetica deve essere rimasta visto che ancora oggi si scruta l’orizzonte in cerca di presagi, come se si dovesse partire il giorno seguente. Il più recente viaggio a Wembley, in FA Trophy, non è andato altrettanto bene, ma le sciarpe bianconere ancora quel giorno sventolavano fiere e festose, intonando il “we only sing when we’re fishing” che è coro di genialità pura. Per non parlare del pesce gonfiabile, Harry Haddock, vero must per ogni tifoso Grimsby che si rispetti.

43-wembley244-484147_478x359Già, bianconere. E con il simbolo, il peschereccio e i tre pesci; fino agli anni ’70 c’erano tre pescherecci, ma la sostanza non cambia, è ancora la comunità che si esprime tramite la squadra. Ma il bianco-nero non fu sempre il colore del club. Al principio fu il bianco-blu, righe sottili e orizzontali: i colori della famiglia Pelham. Via il nome, via i colori: si passa al chocolate & blue, e per il marrone si impazziva a quei tempi per motivi che sinceramente ci sfuggono: pare fossero i colori della locale abbazia. Tant’è che da lì a poco via anche il cioccolato e l’azzuro: maglia completamente rosa salmone, e qualche spiritosone si azzarderà a ipotizzare che fosse un omaggio alla locale industria del pesce affumicato. Pare che invece fosse un cambio dettato solo dalla ricerca della fortuna, e il salmone era un altro colore in voga all’epoca: da questo punto di vista, per fortuna i tempi sono cambiati. Prima che nel 1911 le attuali divise vedessero la luce, comparve anche il rosso che sarà destinato a rimanere come “terzo” colore (calzettoni e risvolti), solo che comparve su una maglia totalmente bianca. Come detto finalmente nel 1911 arrivò il bianco-nero e non abbandonò mai più i mariners.

E degli sponsor non ne parliamo? Direte voi giustamente, perchè parlare degli sponsor? Perchè ci dicono molto del club e della città, se ancora non si fosse capito. Il primo marchio a comparire sulle maglie bianconere fu la Findus, nel 1979. Sì, quella dei bastoncini, che in UK ha ovviamente sede a Grimsby e che oggi sponsorizza la tribuna principale di Blundell Park. Su questo mondo c’è chi ha il season-ticket per la Findus Stand. Il gruppo svedese è anche proprietario della Young’s, l’attuale sponsor, che naturalmente si occupa di pesce surgelato: 3.000 dipendenti, giusto per mettere in chiaro le cose, praticamente 1/3 della capacità di Blundell Park. Sede sociale? Dai, non scherziamo.

Da qui è transitato anche un italiano, Ivano Bonetti, passato in poco meno di una stagione da idolo dei tifosi a ritrovarsi con uno zigomo fratturato da un piatto tiratogli dal manager Brian Laws, che come potete intuire non fu felicissimo della prestazione dell’Ivano nostro in un Luton Town – Grimsby. Fece scalpore quel trasferimento, perchè qui non si è abituati a giocatori stranieri, figuriamoci se arrivavano dalla Serie A italiana e avevano collezionato presenze in Nazionale. Impensabile. Nel 2001 l’ultimo, grande sussulto di gloria. League Cup, Anfield. Grimsby in seconda divisione, Liverpool beh, il Liverpool, reduce da una stagione in cui vinse praticamente ogni coppa disputata. Partita ai supplementari, segna McAllister su rigore ma il Town la pareggia e l’away end, stracolma di tifosi giunti dall’Humberside, esplode al goal di Jevons. Esplode. Giornata Indimenticabile, che stona con l’attualità. Oggi infatti fa male vedere i mariners in non-league. Avevano già rischiato il crollo nel 2009 e lo evitarono al pelo, salvo poi salutare la Football League la stagione successiva e si ritrovarsi dopo un secolo in Conference National. Ma il pubblico non abbandona il Grimsby, anzi arriva a Cleethorpes numeroso specie per un incontro di vertice, o un Lincolnshire Derby, come quello disputato di recente contro lo Scunthorpe in FA Cup o come quelli contro gli Imps, impaludati come il Town in non-league. I quasi 4.000 di Blundell Park rappresentano d’altronde la seconda media spettatori di non-league, dietro solo al Luton Town. Away every saturday? Anche no. Sono sempre tutti lì. Con quello sguardo fisso a scrutare l’orizzonte, lasciatogli in eredità dagli avi pescatori, in cerca tra le onde di qualche segno premonitore per il loro Grimsby Town.

grimsby-fans-fa-trophy-620.ashx

Footballshire: il calcio nelle contee inglesi. Nona puntata

Rutland

Ahhh, il Rutland! 45esima contea come superficie solo perchè contea lo sono anche la CIty of London, Bristol e l’Isle of Wight, 47esima come popolazione con soli 37.000 abitanti. Incastrata tra Leicestershire, Northamptonshire e Lincolnshire, come tutti i posti piccoli ha tra le sue peculiarità la felicità: the happiest county in England, secondo un’indagine del 2012. Non solo: qui si hanno più figli rispetto alla media nazionale, si fa più sport, si combatte per avere un postal code proprio e non quello del Leicestershire (nel 2007 la Royal Mail ha accordato tale privilegio). Domina il paesaggio la Rutland Water, un bacino artificiale d’acqua dolce in cui la fanno da padroni i volatili acquatici. Ecco, il Rutland finisce qui però. Calcisticamente non offre nulla per quanto riguarda i primi dieci livelli. Bisogna scendere al livello 11 e andare nella Peterborough & District League Premier per trovare le due squadre rappresentanti delle uniche due town della contea: l’Oakham United e l’Uppingham Town.

Shropshire

13esima come superficie, 42esima come popolazione, la classica contea che non si fila mai nessuno, di quelle al confine con il Galles. Chiamata anche Salop per ragioni misteriose (in realtà deriva dal termine Salopsberia, anglo-francese), la contea in epoca pre-normanna faceva parte del regno di Mercia, e proprio il sovrano di tale regno, Offa, fece costruire l’omonimo vallo ancora oggi parzialmente visibile, un confine tra la Mercia e il Galles formato sostanzialmente da un avvallamento di terra (VIII secolo). Attualmente la contea è divisibile in due parti, Nord e Sud, tagliata dal fiume Severn: a nord si hanno i principali insediamenti, tra cui Shrewsbury e Telford, mentre il sud della contea è decisamente più rurale. L’agricoltura d’altronde è stata per anni la fonte di reddito principale da queste parti, prima dell’esplosione del terziario che ha ovviamente coinvolto anche queste terre di confine. Terre di confine che hanno dato i natali a una leggenda del calcio inglese, Billy Wright, e al padre dell’evoluzionismo, tal Charles Darwin, da Shrewsbury. Politicamente i Tories hanno preso il sopravvento nelle due ultime general elections (2005 e 2010).

Cominciamo con un’anomalia: a Oswestry ha sede una squadra della League of Wales, ovvero i The New Saints, nati dalla fusione tra Oswestry Town e il TNS di Llansantffraid, Galles; l’Oswestry Town, comunque, giocava già nel campionato gallese prima della fusione. Tornando in Inghilterra, la squadra principale è naturalmente il Shrewsbury Town, attualmente in League 1 e con Graham Turner allenatore, non una novità visto che lo è stato dal 1978 al 1984 ed è tornato ad esserlo nel 2010. In Conference North da quest’anno ritroviamo l’AFC Telford United, retrocesso dalla Conference National ed erede del Telford United fallito nel 2004. Infine in Northern Premier Division One South a rappresentare la contea c’è il Market Drayton Town, con sede nell’omonima cittadina. Fine. Le restanti realtà giocano principalmente il West Midlands Regional League (livello 10-12).

Somerset

Torniamo a sud, anzi sud-ovest. Siamo nella costa meridionale del Bristol Channel, nella settima contea come superficie e 22esima come popolazione. Il Somerset, dall’antico inglese Sumortūnsǣte, le persone dipendenti da Sumorton, l’odierna Somerton. Per la verità Somerton ha perso lo smalto di un tempo e ora la county-town è Taunton; tra le altre città, Bath, Yeovil, Weston-super-Mare sono i principali insiediamenti. Soprattutto Bath, centro termale fin dall’epoca romana, merita di essere vista. Così come meritano di essere visti i paesaggi costieri, la gola di Cheddar, una gola rocciosa formatasi nell’epoca delle glaciazioni, il Glastonbury Tor, una collina con alla sommità una torretta conosciuta la Torre di San Michele, molto caratteristica; peraltro il termine tor, di origine celtica, fa capire che da queste parti l’infuenza non fu solo anglosassone. Contea a economia mista, nel senso che l’agricoltura ha da sempre avuto una sua importanza ma accanto a insediamenti industriali, porti, cave di pietra e più recentemente il turismo che ha cominciato a fare la voce grossa. Famosi nativi del Somerset sono l’ex Monty Phyton John Cleese e il pilota di F1 Jenson Button, mentre politicamente siamo in territorio Tory e LibDem, ma vista la posizione geografica non era nemmeno da specificarlo.

La grande avanzata dello Yeovil Town ne fa la squadra principale della contea, e nemmeno di poco visto che per trovarne un’altra bisogna scendere in Conference South: il campionato che disputano Bath City e Weston-super-Mare, la squadra mai retrocessa nella sua storia (ne abbiamo parlato QUI). Uno step più in basso, in Southern Premier, il Frome Town. Quattro team in Southern League Div. One South&West: Bridgwater Town, Clevedon Town, Paulton Rovers e Taunton Town. Cinque sono invece le squadre che disputano la Western League Premier, step 9: Bishop Sutton, Larkhall Athletic, Odd Down (le ultime due entrambe da Bath), Radstock Town, Street. La coppa di contea prendi il nome di Somerset Premier Cup.

South Yorkshire

Chiudiamo con il South Yorkshire, la contea di Sheffield. 38esima come superficie, decima come popolazione, la county town è Barnsley, uno dei quattro metropolitan borough in cui è suddivisa la contea: gli altri sono Sheffield, Rotherham, Doncaster. La contea è nata con il già citato Local Government Act del 1974, per cui farne la storia è difficile, anche se comprensibilmente tutto ruota intorno alla rivoluzione industriale e soprattutto all’acciaio, di cui Sheffield è stata la capitale britannica, nonchè sede di numerose minieri di carbone. E’ stata, perchè da qui le industrie sono andate via e il South Yorkshire è oggi una delle zone economicamente messe peggio nell’Europa Occidentale, e qualcuno penserà a film Full Monty che proprio a Sheffield è ambientato. Tuttavia ultimamente, anche grazie agli aiuti europei, la contea sta cercando di rialzarsi e Sheffield si sta trasformando in una vivibile città post-industriale. Politicamente domina, ovviamente, il Labour, ance se l’unico seggio non laburista, quello di Sheffield Hallam, è in mano al leader dei Liberali nonchè vice-PM Nick Clegg.

Le squadre principali sono quelle rappresentative dei quattro borough. Al momento ne troviamo tre in Championship, Sheffield Wednesday, Barnsley e Doncaster Rovers, e due in League 1, Sheffield United e Rotherham United. Delle due di Sheffield abbiamo parlato QUI e QUI. Ecco, per trovarne altre però dobbiamo andare in Northern Premier League Premier (step 7) dove gioca lo Stocksbridge Park Steels (ecco qui l’acciaio che torna). Un gradino più basso, in NPL South, il primo club della storia, lo Sheffield FC: ne abbiamo parlato QUI. Chiudono i club che disputano la Northern Counties East Premier: Armothorpe Welfare, Athersley Recreation, Maltby Main, Parkgate. Ma noi chiudiamo citando l’Hallam, la squadra con lo stadio più antico del Mondo: ne abbiamo parlato nel post dedicato allo Sheffield FC.

La storia dei club: Burnley

Burnley Football Club
Anno di fondazione: 1882
Nickname: the Clarets
Stadio: Turf Moor, Burnley
Capacità: 22.546

Burnley, maket-town di 73mila abitanti nel Lancashire. Un passato industriale, e non potrebbe essere altrimenti vista la zona dell’Inghilterra: canali, industrie tessili, industrie dell’acciaio, ferrovie. Oggi invece è una città che tenta di rifarsi il look, riuscendoci: nel 2013 è stata premiata città più intraprendente del Regno Unito, grazie a progetti innovativi che tentano di allontanare lo spettro della disoccupazione, dopo che le fabbriche e le miniere dagli anni ’80 in poi hanno chiuso. Questa comunità ha, dal 1882, una sola grande passione: il Burnley Football Club, che peraltro detiene il record di media spettatori rispetto alla grandezza della città (14.000/20.000 su 73.000 abitanti). Mica male come inizio. Ma non solo: il Burnley ha contribuito in modo significativo alla storia del calcio inglese, in primo luogo come membro fondatore della Football League (ed è anche uno dei tre soli club ad aver vinto tutti e quattro i campionati professionistici, dal livello 4 alla First Division – gli altri sono Preston North End e Wolverhampton Wanderers).

La squadra nasce nel Maggio del 1882 quando la squadra del Burnley Rovers decide di cambiare sport: dal rugby al calcio. Esordio in Lancashire Challenge Cup: sconfitti 8-0. C’era da lavorare, e parecchio. C’era soprattutto da trovare una casa, e nel 1883 si trasferirono in un campo chiamato Turf Moor, da dove non si sposteranno mai più. I risultati non brillavano comunque, ma nel 1888 il club rispose alla chiamata di William McGregor e divenne uno dei membri fondatori della Football League, terminando al nono posto la prima stagione. Poi vabbè, una striscia di 17 partite senza vittorie li condusse al penultimo posto del 1889/90, ma questa è un’altra storia; in quello stesso anno misero in bacheca il primo trofeo della storia del club, la Lancashire Cup. Il club retrocesse nel 1897, salvo però ritornare immediatamente nella massima divisione. Ecco, a ciò è legato un simpatico aneddoto. La Football League al tempo decideva promozioni e retrocessioni attraverso una serie di “test matches” tra le ultime classificate di Division One e le prime di Division Two. Tutto bene, se non che, visto che sia Burnley che Stoke necessitavano di un pareggio, queste si misero d’accordo per lo 0-0: nemmeno un tiro in porta! La Football League, piuttosto piccata, eliminò i test matches, istituì le retrocessioni e promozioni automatiche e, per compensare i club che subirono il “biscotto”, allargò la Division One.

Un’altra retrocessione, nel 1899/1900, e un altro fatto non propriamente sportivo. Prima dell’ultima partita stagionale il portiere Jack Hillman ebbe la non brillante idea di tentare di corrompere la squadra avversaria, il Nottingham Forest: squalificato per l’intera stagione successiva. Il Burnley riemergerà dalle nebbie della Division Two solo nel 1913, ma diciamo che ne valse la pena aspettare. Il club cambiò anche i colori sociali: da verde a claret & blue per omaggiare la più grande squadra del tempo, l’Aston Villa, e diciamo che la mossa aggiunse quella dose di fortuna che non guasta. Il capitano Tommy Boyle alzò al cielo di Londra (si giocava ancora al Crystal Palace) la FA Cup del 1914 ricevuta, prima volta nella storia, dal Sovrano, Re Giorgio V, e nemmeno una guerra mondiale, la prima, interruppe il momento magico visto che, alla ripresa delle competizioni, ad un secondo posto fece seguito il titolo di Campioni d’Inghilterra. Toccato l’apice, pian piano il club scivolò verso le ultime posizioni, per poi retrocedere alla fine nel 1930, con l’unico acuto di una semifinale di FA Cup nel 1924.

Il periodo tra le due guerre venne trascorso dal Burnley in Division Two, con un solo squillo, le semifinali di coppa del 1935. Per il resto, anzi, ci si dovette guardare le spalle in più di una volta. Fattostà che, cessate le ostilità, i Clarets riconquistarono al primo colpo la massima serie, aprendo di fatto un ciclo che durerà quasi ininterrottamente fino al 1976 e che porterà due trofei in bacheca. Andiamo con ordine. Innanzitutto, nella stagione della promozione, il Burnley arrivò a Wembley a giocarsi la finale di FA Cup, dove però verrà battuto per 1-0 dal Charlton. Poco male, ebbero modo di rifarsi. Harry Potts, uno che con la maglia del Burnley era solito giocare e segnare, divenne manager non appena appesi gli scarpini al chiodo: una stagione di rodaggio allo Shrewsbury Town e, nel 1958, il “suo” club lo richiamò nel Lancashire. Il talento in squadra andava crescendo: Jimmy McIlroy, nordirlandese dal Glentoran, e poi Jimmy Adamson, John Connelly, Brian Pilkington, questi ultimi tutti in squadra, arrivati in periodi diversi dalle giovanili. Questa squadra vincerà il campionato 1959/60, arriverà a una finale di FA Cup, collezionerà un secondo, un terzo e un quarto posto nelle successive stagioni e arriverà a giocare un quarto di finale di Coppa dei Campioni, vincendo 3-1 a Turf Moor contro l’Amburgo per poi perdere 1-4 in Germania. Ma il titolo del 1960 rimane indelebile: il Burnley non guidò mai, mai la classifica fino all’ultima giornata, che poi è quella che conta, quando vinse 2-1 in casa del Manchester City. Secondo titoli di campioni d’Inghilterra nella storia del club, il trionfo di Potts.

Il declino coincise con la cessione di McIlroy e il ritiro di Adamson, che però divenne manager nel 1970. Il momento più buio di quegli anni: retrocessione che arrivò inevitabile. Altrettanto inevitabilmente però il Burnley di Adamson si riprese la First Division e vinse anche un Charity Shield. Fu solo un breve intermezzo: il 1976 segnò la definitiva retrocessione dei Clarets che dalla massima serie mancheranno per anni da quel momento. Ma si andò ben oltre, e il Burnley conobbe per la prima volta nella propria storia quella terribile parola chiamata Division Three. Fece una breve ricomparsa al secondo piano per poi sprofondare definitivamente fino alla Division Four. Tentò anche l’impresa di passare al semi-professionismo, ma per fortuna dei tifosi la vittoria contro il Leyton Orient nell’ultima partita stagione evitò la retrocessione in Conference, retrocessioni che proprio in quella stagione (1986/87) erano divenute automatiche tra Football League e Conference. Quella partita, “The Orient Game”, rappresenta a tuttoggi il punto più basso nella gloriosa storia dei Clarets.

Dalla palude della quarta serie il club uscì solo nel 1992, vincendo il campionato. Fece anche un’altra breve ricomparsa in seconda serie nel 1994/95, ma dalla terza serie, nel frattempo divenuta Second Division, uscì solo nel 1999/2000. Da quel momento il club non è mai più andato al di sotto della First Division/Championship, con l’acuto della promozione (1-0 allo Sheffield Utd nella finale playoff) che gli ha permesso di partecipare per la prima volta alla Premier League. Nella stessa stagione il club raggiunse anche la semifinale di Coppa di Lega, dove è stato sconfitto dal Tottenham. La stagione di Premier la ricorderete tutti, era il 2009/10, e i Clarets di Owen Coyle si tolsero anche lo sfizio di battere 1-0 il Manchester Utd nella giornata di apertura e di sconfiggere per 4-2 il Tottenham nell’ultima, seppur inutile in chiave salvezza, partita.

Parlare delle divise del Burnley è problematico. Dalla data di fondazione al 1900 il club ha cambiato maglia praticamente ogni stagione: dal blu a un amber & gold in stile Bradford, dal bianco-rosa al rosso passando per il giallonero. Finalmente, nel 1900, il colore divenne stabile: il verde! Per dieci stagioni il verde fu il colore del club, fino a quando venne ritenuto opportuno cambiarlo in quanto portatore di sfortuna (anche gli inglesi evidentemente cedono alla scaramanzia) e come detto venne introdotto, in omaggio all’Aston Villa, il claret & blue, che arriverò fino ad oggi eccezion fatta per una parentesi a fine anni ’30 in cui il club giocò con maglia bianca e pantaloncini neri. Il simbolo è invece una rivisitazione dello stemma cittadino. La banda zigrinata a V rovesciata rappresenta il fiume Brun, l’ape l’industriosità del Lancashire; la mano fa invece riferimento al motto cittadino “hold to the truth”, mentre il leone, simbolo araldico stra-abusato e simbolo di regalità, è presente nello stemma cittadino come “reggente” dello stemma, mentre nel simbolo del club compare solitario al centro. Il simbolo attuale è una ripresa di quello del 1960, l’anno del secondo titolo. Nel corso degli anni il club ha usato altri stemmi, rivisitazioni di quello cittadino; ha anche usato le iniziali, B.F.C., caratteristica questa comune a molte squadre nel periodo anni ’60-’70.

Trofei

  • First Division: 1920/21, 1959/60
  • F.A. Cup: 1914
  • F.A. Charity Shield: 1960 (shared), 1973

Records

  • Maggior numero di spettatori: 54.775 v Huddersfield Town (FA Cup, 23 Febbraio 1924)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Jerry Dawson, 522
  • Maggior numero di reti in campionato: George Beel, 178

 

Alan Shearer – seconda parte

Seconda parte del post dedicato ad Alan Shearer

NEWCASTLE UNITED
“When I was a young boy I wanted to play for Newcastle United, I wanted to wear the number nine shirt and I wanted to score goals at St James’ Park. I’ve lived my dream and I realise how lucky I’ve been to have done that”

Shearer arrivò, anzi tornò, a Newcastle, una città sicuramente cambiata da quando l’aveva lasciata, ma con quello spirito operaio indelebile che ne permeava l’aria. E soprattutto, con quell’amore incondizionato per i Magpies. Una città che vive di calcio, che poi è il veicolo prediletto per trasmettere a tutti la fiera appartenenza geordie. Una città che riempie uno stadio da 52.000 posti da anni, sebbene non si vinca niente, niente, dal 1955. Fategli notare questo, a un geordie: vi dirà che le vittorie contano, ma fino a un certo punto. Vi dirà che quei fottuti londoners, o mancunians dall’orribile accento vinceranno pure, ma non sanno un cazzo di cosa sia lo spirito di St James Park, il suo ruggito in quelle giornate in cui la pioggia fitta e fredda ricorda a tutti che siamo nel Nord dell’Inghilterra. Il tutto sorseggiando una pinta, cosa tipicamente inglese ma che a Newcastle ha un sapore comunque diverso. Ecco, ora date a quest’ambiente il miglior giocatore inglese dell’epoca, che era, soprattutto, un figlio di Newcastle, e potete immaginare cosa ne venne fuori. La città impazzì, letteralmente. Al mercato non si parlava d’altro, persino la maestra – che sanguina black & white, ovviamente – tirò fuori l’argomento e a quel punto gli alunni capirono che si trattava di qualcosa di grosso. Il Newcastle ne veniva da un secondo posto, e con Shearer davanti si sentiva legittimato a sognare. Keegan venne sostituito a stagione in corso da Dalglish, che con Alan aveva vinto, miracolosamente, a Blackburn: ma fu nuovamente secondo posto. Medaglia d’argento, a volte di bronzo. La carriera di Shearer è anche questa. Due finali di FA Cup consecutive: 1998, 1999. Entrambe 2-0, ma per gli altri, quelli sbagliati. Londoners, mancunians. Eppure Alan il suo compito lo svolgeva, 1997/98 a parte, quando segnò solo 2 goal in una stagione segnata dagli infortuni. Ma per il resto la pioggia di goal faceva da contraltare metaforico alla pioggia di Newcastle. Segnava anche quando in panchina c’era Ruud Gullit, forse il manager più odiato da Shearer, quello che gli dirà in faccia: “sei il giocatore più sopravvalutato che abbia mai visto!”. Ruud, un elegante papavero nero, anzi, un “cervo che esce di foresta” per dirla alla Boskov, non tollerava che quello sgraziato attaccante non solo fosse il suo attaccante, ma gli facesse pure da capitano. Troppo poco orange. Un giorno lo tolse dall’undici titolare nel derby contro il Sunderland, i Magpies persero e a Ruud venne indicata la porta. Ma Shearer segnerà soprattutto quando arriverà a sedersi sulla panchina un sir d’altri tempi, che poi Sir lo era davvero: Bobby Robson. Un binomio che a Newcastle ha portato zero titoli, ma che ha scaldato migliaia di cuori. E non solo a Newcastle. Bobby, uomo del nord anche lui, County Durham, fu l’esatto contrario di Gullit per Shearer. I due trascinarono il Newcastle a un passo dalla gloria europea, raggiugendo la semifinale di Coppa UEFA del 2004. Persero contro l’Olympique Marseille, perchè sostanzialmente non c’era antidoto a Didier Drogba. No, nemmeno i 52.000 di St James Park. In Champions, invece, non andrà mai oltre i gironi Alan. Anzi, sbaglierà un rigore nel preliminare contro il Partizan. Era il 2003. Robson venne licenziato ad Agosto 2004, e Shearer dal canto suo decise che quella sarebbe stata la sua ultima stagione. Provò a coronarla con un trofeo, ma si arrese nelle semifinali di FA Cup e nei quarti di UEFA, dove però Alan segnò undici goal. Troppi, per uno che voleva mollare tutto, pensò Graeme Souness, il nuovo manager: lo convinse a continuare. Entrò anche nel coaching staff, ma ovviamente la sua preoccupazione principale rimaneva segnare. Anche perchè all’orizzonte c’erano i 200 goal in maglia Magpies di Jackie Milburn, ineffabile figlio del Northumberland che dal Newcastle se ne andò nel 1957 lasciando in eredità il record di goal segnati. Ci volle un’altra stagione a Shearer per superare il record di Milburn. Quel giorno, il 4 Febbraio 2006, festeggiarono tutti: la maestra, gli alunni, i disoccupati, che da queste parti abbondano e sono il lascito della de-industrializzazione. Shearer arriverà a 206 goal con la maglia bianco-nera, 206 scatti di lui con il braccio alzato, il sorriso beffardo e l’orgoglio di segnare per la sua gente che traspare negli occhi. Un infortunio lo mise fuori causa per le ultime tre partite stagionali, e per il resto di questa vita, almeno. The end of the line. Shearer si chiamò fuori. Gli dedicarono un enorme banner al di fuori di St James Park: thanks for 10 great years, con una foto di lui, ovviamente con il braccio alzato e il sorriso beffardo. Più grande del “Angel of the North”, famosa scultura locale, sicuramente più bello, e ci perdonerà Antony Gormley. Lo chiameranno ancora una volta a St James Park, quando il Newcastle stava sprofondando verso la seconda serie. Shearer accettò di fare il manager perchè “It’s a club I love and I don’t want them to go down“. Ma non bastò il suo amore, e i Magpies finirono in Championship. L’ultimo ricordo di Shearer a Newcastle sarebbe questo, ma facciamo finta di nulla. Fanno tutti finta di nulla, perchè è giusto così. Ora fa l’analista TV sulla BBC, e si dedica alla sua fondazione benefica. Il giorno del ritiro uno striscione recitava: “non sei solo il figlio di un lavoratore del metallo di Gosforth, sei una leggenda”. Bellissimo: come se essere il figlio della Newcastle proletaria fosse già di per se un merito, a cui lui aveva aggiunto solo 206 goal, quelli che lo innalzarono a leggenda. Ma anche senza quei goal, lui sarebbe comunque stato “a sheet metal worker’s son from Gosforth“. Lo spirito geordie, che lui incarnava alla perfezione.

INGHILTERRA
“No money in the world can buy a white England shirt”

Shearer ha sempre amato la maglia della Nazionale, e ne andava orgoglioso di indossarla. E come la indossava, poi. A partire da quel record con l’under-21, 13 goal in 11 partite, quando a Southampton gli facevano fare la seconda punta e segnava con il contagocce. Nel Febbraio 1992, poi, l’esordio, quello vero. Inghilterra-Francia, a Wembley e con goal, ma questo lo abbiamo già detto. La Nazionale fallì la qualificazione a USA 94 anche (ma non solo) perchè Alan rimase a lungo fuori per infortunio. La consacrazione con i Tre Leoni arrivò, e fu indubbiamente Euro 96. Gli Europei casalinghi, che avrebbero dovuto riportare un trofeo sul suolo d’Albione. Shearer prese molto sul serio l’obbiettivo: goal contro la Svizzera, poi contro la Scozia, poi doppietta ai Paesi Bassi. Nei quarti contro la Spagna non segnò, ma l’Inghilterra vinse ai rigori e dalle 12 yards Shearer fu implacabile. Fu semifinale, contro la Germania. Quelli che vincono sempre, stando a Lineker, di cui Shearer in Nazionale fu l’erede designato. Vinsero anche quella volta, ai rigori, dopo che Kuntz pareggiò quasi immediatamente il goal iniziale inglese. Goal ovviamente di Alan, che non vinse nulla nemmeno con la Nazionale, ma se non altro questo è destino comune se sei nato nel lembo di terra che va da Dover al Northumberland e non ti chiami Bobby Moore, Geoff Hurst o Bobby Charlton. Della Nazionale divenne capitano, in vista delle qualificazioni per Francia 98. Si infortunò nella stagione pre-Mondiale ma tornò in tempo per la fase finale. Agli ottavi (nel girone Shearer segnò un solo goal) l’Argentina, altra rivale storica. Anche stavolta Shearer segnò, dal dischetto, ma gli argentini pareggiarono. Un suo gomito alto, e l’uso improprio dei gomiti è sempre stata un’accusa rivoltagli da avversari e detrattori vari, su Carlos Roa fece anche annullare il goal vittoria di Sol Campbell, e l’Inghilterra venne immancabilmente sconfitta ai rigori. Niente da fare, non era destino. Nemmeno all’Europeo del 2000, dove il solito braccio si alzò contro la Germania per una vittoria storica, ma la Nazionale venne comunque eliminata nella fase a gironi. Quello, inutile, contro la Romania fu l’ultimo goal per Shearer con la maglia bianca che lui amava. A 30 anni si ritirò dal calcio internazionale, dopo 63 caps e 30 goal, nemmeno così tanti. I caps, non i goal, che ne sono una ovvia diretta conseguenza.

Attaccanti così non ne nascono più, in Inghilterra, e dire che ne sono un prodotto tipico. Sgraziati, fisici, addirittura goffi alle volte. O almeno, nascere ne nascono, ma difficilmente hanno il talento per arrivare in Nazionale. E invece Alan Shearer da Gosforth ha segnato la storia di questo sport. Uno che, se gli avessero messo una maglia anni ’60 addosso, di quelle senza scritte nè sponsor, e scattato una foto in bianco e nero, l’avremmo tutti confuso con un giocatore di quel periodo. Goal, braccio alzato, sorriso beffardo. 379 volte ha ripetuto quel gesto, ma non ci stancavamo mai.

Alan Shearer – prima parte

“You never get fed up scoring goals”

Ci sono storie difficili da raccontare, perchè ci coinvolgono emotivamente. Per esempio narrare le gesta del tuo idolo, di quello che sarà sempre il tuo unico idolo. Ci proveremo, senza assicurarvi nulla. Si dà il caso però che questo signore qui sia l’idolo di parecchi appassionati di calcio inglese e no, per cui in molti si riconosceranno in questo sentimento, in molti capiranno. Alan Shearer, sì, lui. Quello che alzava il braccio destro per esultare, come se le esultanze stravaganti non fossero mai esistite e il calcio fosse ancora quello degli anni ’30. Quello che, a prima vista, sembrava uno che aveva cominciato a giocare a calcio mercoledì scorso con gli amici. Poi però segnava da tutte le posizioni, in tutti i modi: di rapina, al volo, di testa, da trenta metri, e allora ti ricredevi, ti meravigliavi, ti innamoravi. Un attaccante “vecchio stile” come ci suggerisce il nostro amico Roberto Gotta. Niente tatuaggi, niente avventure alla Gascoigne, niente di niente; anche in campo: pulito, essenziale, micidiale, non sempre aggraziato, ma micidiale. Niente giochetti di gambe, niente dribbling spettacolari. Solo goal, come se piovesse.

GLI INIZI
“I didn’t watch cartoons. I was too busy playing football”

Alan Shearer nasce a Gosforth, Newcastle-upon-Tyne, il 13 Agosto 1970 da Alan e Anne Shearer, classe operaia del nord dell’Inghilterra, e a Newcastle non è che ci fossero molte alternative, a Gosforth poi, quartiere povero della città, non ne parliamo. Il padre, fiero operaio del nord-est, vorrebbe indirizzare il figlio verso lo sport dei ricchi: il golf! Per fortuna Alan la pensa diversamente e fa cambiare idea anche al padre: a lui piace il calcio, che peraltro è da sempre orgogliosamente lo sport degli operai. A Newcastle, poi, the Beautiful Game è una religione, tanto che, forse ve ne sarete accorti, nonostante una squadra sì famosa e con qualche trofeo ma non tra le più vincenti, il St James Park è il terzo stadio di club per capienza sul suolo d’Albione, ed era il secondo prima che venisse costruito l’Emirates. Ovviamente il nostro viene a contatto con questo mondo, e la passione per le maglie bianco-nere del Newcastle United crescerà in lui di pari passo alla statura e al talento, che iniziò ben presto a mettere in mostra. Ribadiamo meglio il concetto, visto che viviamo un mondo di leccaculo che, appena arrivano in una squadra, dichiarano “tifo X fin da bambino”: Shearer, che avrebbe avuto vita facile a dichiarare “tifo Newcastle” visto che lì è nato e sarebbe stato comunque difficile non credergli, un magpie lo è sempre stato, al punto di fare la fila fuori da St James Park il giorno della presentazione di Kevin Keegan e farsi immortalare con quello che, ironia della sorte, un giorno sarà il suo allenatore. All’epoca Alan aveva 12 anni; un anno dopo sarebbe stato notato da un osservatore mentre giocava nella rappresentativa giovanile locale, il Wallsend Boys Club. Al Wallsend Alan arrivò dopo una brillante carriera scolastica. Brillante sui campi da gioco, ovviamente. Il giovine Shearer venne anche selezionato per giocare nel Newcastle City Schools team, la squadra che univa i migliori talenti scolastici della zona, con i quali prese parte a un torneo a St James Park, il primo assaggio di un campio che imparerà a conoscere, e bene. Torniamo all’osservatore che lo notò giocare con il Wallsend. Mr Jack Hixon, classe 1921, già ferroviere, suggeriva talenti del Nord-Est a diverse squadre: principalmente Burnley, ma anche Ipswich Town, Sunderland, e…Southampton. Mr Hixon è deceduto pochi anni fa, all’età di 88 anni, e Alan Shearer non ha tardato a rendere omaggio a quello che è diventato negli anni suo amico e mentore: “Jack was a lovely man and totally dedicated. We were very close and he will be sadly missed”. Nei due anni successivi, infatti, Hixon prese il ragazzo sotto la sua ala protettrice, si guadagnò la fiducia dei genitori – il vero duro compito del talent scout – e lo portò così a svolgere una serie di provini per squadre pro; West Brom, Manchester City, lo stesso Newcastle (si dice che i tecnici dei Magpies lo videro giocare solo in porta, per questo lo scartarono; e li pagavano pure…) e soprattutto Southampton: Aprile 1986, Alan mette gli scarpini in valigia e va nell’Hampshire, a miglia di distanza dalla sua Newcastle.

SOUTHAMPTON (1986-1992)
“the making of me”

Shearer arriva a Southampton, come detto, nell’Aprile del 1986, all’età di quindici anni, quasi sedici per la verità, ed entra come si conviene a un ragazzo di quell’età nel settore giovanile dei Saints. La scelta fu dettata, oltre come possiamo immaginare dall’interesse mostrato dal Southampton nei suoi confronti, dall’ottimo feeling che il giovane Shearer intuì ci fosse col coaching staff (Dave Merrington, il coach, era nativo di Newcastle anch’egli), oltre che dal fatto che altri ragazzi del North-East avevano firmato per i Saints. La prima stagione di Shearer nella giovanili del Southampton fu corredata da una marea di goal, tant’è che Merrington provò a suggerirlo già allora alla prima squadra, rendendosi conto che, oltre al talento, quel ragazzo aveva in se una maturità straordinaria per essere un teenager (qualità che gli riconoscevano in tanti, per la verità). Shearer non venne aggregato in quella sua prima stagione alla prima squadra, ma poco male, ci sarebbe stato tempo, e già dalla stagione successiva Alan cominciava a fare la spola tra squadra giovanile e squadra riserve. Finchè arrivo il 26 Marzo 1988: quel giorno Alan si aggregò al Southampton e cominciò la partita a Stamford Bridge contro il Chelsea dalla panchina, salvo subentrare e fare così il suo esordio ufficiale nel calcio che conta. Cominciava una storia lunga 18 anni, una storia che già da subito si fece interessante, facendo presagire che non ci si trovava di fronte al solito giovane di belle speranze e nulla più. 9 Aprile 1988, Southampton-Arsenal, come scenografia il magnifico e insostituibile The Dell. Shearer è nell’undici iniziale. Cinque minuti e arriva il primo goal di tanti, tantissimi che seguiranno; goal che a fine partita saranno tre, e a 17 anni e 240 giorni Alan diventa così il più giovane giocatore di sempre a portarsi a casa il pallone della partita, spazzando via dal libro dei record Mr Jimmy Greaves, il principe inglese del goal. Quella stagione Shearer giocò solo altre tre partite, senza segnare, ma le notizie arrivarono fuori dal campo. Firmò il suo primo contatto professionista e una sera in un pub conobbe Lainya, che sarebbe diventata la compagna di una vita; proprio a casa dei genitori della ragazza, Shearer si trasferì in quella sua seconda stagione nella costa sud. La terza stagione a Southampton fu nuovamente fatta di apparizioni col contagocce in prima squadra, per un totale di dieci partite e zero goal. Non esattamente una stagione da ricordare, che però non offuscò l’attenzione che i tecnici dei Saints riponevano sul ragazzo, tant’è che il 1989/90 si aprì con Shearer in pianta stabile in prima squadra. Stagione più fortunata, con 26 presenze e 3 goal, bottino magro giustificato dal tipo di gioco richiesto a Shearer, che sostanzialmente fungeva da centravanti di manovra, al centro dell’attacco  e con il compito di favorire gli inserimenti dei due esterni, uno dei quali rispondente al nome di Matthew Le Tissier. Stessi compiti, più o meno, che dovette svolgere anche nell’anno successivo, 36 presenze e 4 goal, e il premio di giocatore dell’anno per i tifosi. Ora, rispettiamo le decisioni dell’allenatore, ma non intuire e valorizzare la vena realizzativa di Shearer non depone molto a favore di Chris Nicholl, manager fino a quella stagione (venne sostituito da Ian Branfoot). Shearer venne convocato nella Nazionale under-21 che prese parte al torneo di Tolone, e qui sì che le qualità vennero sfruttate appieno: 7 goal in 4 partite ne fecero il miglior giocatore del torneo. A quel punto anche a Southampton si accorsero che quel geordie aveva il goal nel sangue, e finalmente ne liberarono la vena realizzatrice: 13 goal nella stagione 1991/92 e la chiamata in Nazionale maggiore. Esordio, goal: dubitavate? Contro la Francia perdipiù e per lui, inglese e fiero di esserlo, non ci sarebbe potuta essere vittima migliore. Il telefono dell’ufficio di Branfoot iniziò a squillare sempre più di frequente. Dall’altra parte del telefono manager di altre squadre interessati a quel ragazzo di 22 anni. Anche Alex Ferguson, anzi specialmente Alex Ferguson, la cui voce divenne famigliare a Branfoot, in quell’estate “the most popular manager in England” ma non per meriti sul campo. La cessione divenne inevitabile, visto che quel dannato telefono continuava a squillare. Soldi e giocatori: “we are in the driving seat“, decidiamo noi. Nuovo squillo: Jack Walker, milionario presidente del Blackburn Rovers, deciso a riportare la squadra agli antichi fasti. 3.6 milioni di sterline e David Speedie. Impossibile dire no, anche se Speedie nell’Hampshire non voleva andarci. Andarono a trovarlo a casa per convincerlo. Shearer invece lo convinsero facilmente: 300.000 sterline all’anno il figlio di un operaio di una fonderia che tornava a casa con le mani nere e segnate non le rifiuta. Era fatta: Alan Shearer andava nel Lancashire per il trasferimento più costoso del calcio inglese. Non aver potuto godere della coppia Shearer-Le Tissier rimane uno dei rimpianti più grandi in quel di Southampton, e non solo.

BLACKBURN ROVERS (1992-1996)
“Football’s not just about scoring goals – it’s about winning”

Kenny Dalglish si ritrovò per le mani il miglior attaccante inglese degli ultimi ventanni (e forse oltre…) che però, sfiga, si ruppe il legamento anteriore destro a Dicembre. Il biglietto da visita recitava comunque 16 goal nelle 21 partite disputate, roba da farsi crescere i baffi – che King Kenny non ha – e leccarseli. La seconda stagione ‘sto geordie, che sembrava un attaccante preso dagli anni ’50 e catapultato nel futuro ed esultava col braccio alzato, gli segnò 31 goal in 40 partite (la Premier era ancora a 22 squadre), vincendo il premio di Giocatore dell’anno per i giornalisti. In tutto ciò il Blackburn terminò secondo in classifica e a quel punto King Kenny bussò alla porta di Walker per dirgli: “manca poco”. Già, manca poco. Poco? Poco. Solo che quel poco significava convincere Walker a sborsare altre sterline, anche se i soldi non erano una preoccupazione per un uomo da 600 milioni di sterline di patrimonio. Dalglish, con sterline di Walker al seguito, andò nell’East Anglia, a Norwich, e tornò a Blackburn con Chris Sutton. S.A.S, Shearer and Sutton, lo stesso acronimo delle forze speciali del Regno Unito. 34, tre-quattro, goal per Alan, 15 per Sutton, e poi quell’ultima giornata di campionato, una delle più elettrizzanti. Blackburn sconfitto a Liverpool, Manchester United impegnato al Boleyn Ground e fermo sull’1-1, che sarà anche il risultato finale. Festa grande nel Lancashire. Chiesero ad Alan Shearer: “come festeggerai il titolo?” Risposta: “dipingendo lo steccato”. Con il Rovers disputò anche una UEFA e una Champions League, senza grosse soddisfazioni, anzi. Continuava a segnare ma era chiaro che quello era un evento da once in a lifetime, e quel titolo rimarrà infatti l’unico della carriera di Alan Shearer e l’ultimo nella storia del Blackburn Rovers. La stagione 1995/96 alzò quel dannato braccio destro, la cui visione era l’incubo dei difensori d’Oltremanica, 31 volte in 35 partite, ma al Blackburn aveva fatto tutto ciò che poteva fare. La storia l’aveva scritta, e che storia. Mezza Europa lo voleva, anche perchè di mezzo ci furono gli Europei 96, di cui parleremo a parte. In Inghilterra Ferguson, che se l’era già visto soffiare da sotto il naso nel ’92 ed è uno che tendenzialmente odia perdere, era disposto a follie per lui. Follie. Il Blackburn accettò l’offerta dello United, e anche quella di un altro club inglese: il Newcastle United. 15 milioni di sterline, quindici. Newcastle, la città natale di Alan certo, ma Shearer, pressato da Fergie, stava per crollare: con quattro anni di ritardo sarebbe stato un Red Devil. Manager del Newcastle era Kevin Keegan, lo stesso per cui Alan da ragazzo faceva la fila per un autografo. Gli chiese un ultimo incontro faccia a faccia: o ti convinco, oppure ok, vai pure ad Old Trafford. Da una parte i trofei, la gloria, un manager che si intuiva stesse vergando pagine di storia del calcio. Dall’altra la città natale, l’idolo del ragazzetto Shearer, e poco altro da offrire. Incredibilmente, lo convinse. Scelse l’opzione B, aggiungendo il tocco romantico ad una vicenda calcistica straordinaria. Con i Magpies non vincerà nulla, ci andò vicino, certo, ma le bacheche non tollerano i “quasi”, eppure la sua immagine rimarrà indelebilmente legata alla maglia bianconera. Inevitabilmente. Un Don Chisciotte Geordie che combatterà a suon di goal quei mulini a vento mancuniani che aveva rifiutato. Non poteva vincere, ma per certi versi vincerà lo stesso.

Ci vediamo qui, per la seconda parte.