Il resoconto della stagione 2011/2012

PREMIER LEAGUE

Campione d’Inghilterra: Manchester City
Qualificate in Champions: Manchester City, Manchester United, Arsenal, Chelsea
Qualificate in Europa League: Tottenham, Newcastle, Liverpool
Retrocesse in Championship: Wolverhampton, Bolton, Blackburn Rovers

CHAMPIONSHIP

Promosse: Reading, Southampton, West Ham (via playoff)
Retrocesse in League One: Doncaster, Coventry, Portsmouth

LEAGUE ONE

Promosse in Championship: Charlton, Sheffield Wednesday, Huddersfield (via playoff)
Retrocesse in League Two: Wycombe, Chesterfield, Exeter, Rochdale

LEAGUE TWO

Promosse in League One: Swindon Town, Shrewsbury, Crawley Town, Crewe (via playoff)
Retrocesse in Conference: Macclesfield, Hereford

CONFERENCE PREMIER

Promosse: Fleetwood, York City (via playoff)
Retrocesse in Conference North/South: Hayes, Darlington, Bath City, Kettering

FA CUP Chelsea 2-1 Liverpool

LEAGUE CUP Liverpool 2-2 Cardiff (3-2 ai rigori)

FOOTBALL LEAGUE TROPHY Chesterfield 2-0 Swindon Town

FA TROPHY York City 2-0 Newport County

All’anno prossimo. Nel frattempo Europei e le consuete rubriche qui sul blog. Stay Tuned!

P.S. oggi, con lo scandalo scommesse, è l’ennesimo giorno d’orgoglio per noi che amiamo il calcio inglese, un orgoglio che serve a compensare la tristezza  che proviamo in quanto italiani.

 

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Viaggio nella Londra del calcio: West Ham United

West Ham United Football Club
Anno di fondazione: 1895
Nickname: the Hammers (o the Irons)
Stadio: Boleyn Ground, Green St, London E13
Capacità: 35.333

Delle squadre affrontate fino ad ora nel nostro viaggio, ci sentiamo di dire senza paura di offendere qualcuno che il West Ham United è la più conosciuta al di fuori dei confini inglesi, ed una delle più amate in generale, nonostante una storia non ricca di successi (ma è la prima squadra con una bacheca oltre il singolo trofeo che incontriamo). C’è poco da fare: gli Hammers esercitano un potere di attrazione su molti appassionati di football. Sarà per i colori e la maglia, o per il simbolo con il Boleyn Castle sullo sfondo, o per lo stadio, e forse ancora per il mito dell’ICF, l’Inter City Firm, sigla di hooligans famosissima e tornata di recente alla ribalta grazie alla penna di Cass Pennant, uno che la ICF la conosce molto bene per averne fatto parte. O forse ancora sarà per la West Ham Academy, che negli anni ha prodotto tra i migliori talenti d’Inghilterra (solo per rimanere agli anni recenti: Rio Ferdinand, Frank Lampard, John Terry, Joe Cole, Glen Johnson, Michael Carrick: bastano?), o per la leggenda del West Ham “campione del Mondo”, perchè in quella finale del 1966 segnarono Hurst e Peters, e il capitano era Bobby Moore. Fattostà che il West Ham annovera numerosi fan all’estero, anche dalle nostre parti, e prima di correre il rischio di bruciarci tutti gli argomenti è bene iniziare la storia della squadra, cuore pulsante dell’East End londinese, dove il claret & blue è una religione.

Fino ad ora abbiamo incontrato: una squadra nata da due college (QPR), due squadre fondate per essere “palestra invernale” di squadre di cricket o canottaggio (Leyton Orient e Brentford), una squadra nata da fedeli di una chiesa (Fulham) e una nata per opera di lavoratori di un industria (Millwall). Il West Ham rientra in parte nell’ultima categoria, ovverosia trae le sue origini dall’industria e forse non è un caso la rivalità con i Lions, stesse origini proletarie dell’est di Londra. 1895: David Foreman, capo del ramo cantieristico della Thames Ironworks, fa notare al padrone dell’azienda, Arnold Hills, che avere una squadra di calcio potrebbe non essere una cattiva idea, dato che tale sport stava prendendo sempre più piede e per la recente finale di FA Cup si erano presentati in 42mila; e stava prendendo piede soprattutto tra i ceti bassi, con i quali Mr Hills aveva avuto dispute interne alla fabbrica. L’idea piacque a Hills (che vantava un passato di calciatore a Oxford), il quale in data 29 Giugno 1895 fece pubblicare sul giornale aziendale (“Thames Ironworks Gazzette”) “The importance of co-operation between workers and management“, un articolo nel quale, analizzata la situazione post-scioperi e agitazioni, propone tra le altre cose l’istituzione di una squadra di calcio aziendale che facesse da collante tra azienda stessa e operai, e della quale chi intendesse farne parte avrebbe dovuto contattare tal Francis Payne. Il dado era tratto e il West Ham United nasceva in quel momento.

Il Boleyn Ground

Sottoscrizione annuale di 12.5 pence, aderirono in cinquanta tra cui Charlie Dove, che diventerà uno dei primi simboli del West Ham prima di passare clamorosamente al Millwall. Si allenavano alla Trinity Church School, e giocavano a Hermit Road, Canning Town. La squadra (Thames Ironworks Football Club) era finanziata dalle sottoscrizioni dei suoi giocatori/operai e dai contributi dell’azienda, e nell’idea di Mr Hills sarebbe dovuta essere semplice svago per i suoi operai, mai avrebbe immaginato che sarebbe diventata una delle più amate squadre inglesi. Primo capitano Robert Stevenson, l’unico in rosa con una certa esperienza calcistica avendo giocato per il Woolwich Arsenal. Precursori delle partite sotto luci artificiali (con un sistema derivato dal lavoro in cantiere e una palla verniciata), vinsero al primo tentativo la…West Ham Charity Cup. Era il 1896. L’anno successivo presero parte alla London League, maglia blu royal Cambridge (e cappellino rosso) e secondo posto finale, ma i problemi arrivavano dallo stadio (e questa per chi ci legge non è una novità), visto che vennero sostanzialmente cacciati da Hermit Road. Ospitati tra gli altri da Tottenham e Millwall per alcune partite, la soluzione venne trovata quando Hills acquistò un pezzo di terra sul quale sorgerà il Memorial Ground. Sarà la casa della squadra fino al 1904.

Nel 1898 si optò per il professionismo, il che stonava abbastanza con la filosofia di squadra, sostanzialmente un workers team, una squadra di lavoratori. Quindi, benchè ai lavoratori fosse ancora concesso sostenere allenamenti e provini, si incentivò da parte della proprietà (Hills, le cui veci nella squadra erano fatte da quel Payne, diventato nel frattempo club secretary, già incontrato prima) la ricerca di giocatori professionisti. Payne tornò con Charlie Craig, Syd King (segnatevi questo nome soprattutto) e David Lloyd, e una sospensione da parte della federazione per aver avvicinato un giocatore del Birmingham City con metodi non proprio conformi al regolamento. Il Thames Ironworks FC vinse al primo tentativo la Southern League Second Division, guadagnando quindi la promozione in First, categoria mantenuta la stagione successiva vincendo lo spareggio salvezza (5-1) contro il Fulham. Si arriva così al 1900. Hills decise di rendere la società calcistica una public company, per raccogliere denaro da investire in altri progetti; i tifosi vennero chiamati a raccolta, specie dai giornali locali, affinchè comprassero quote del club. Il West Ham Guardian scrisse: “With regard to next season however, a meeting will be called, and the Mayor of West Ham will be asked to preside, at which gathering the locals will be asked to take up 500 £1 shares. If this amount be raised Mr A. F. Hills will add to it another £500, and, in addition, grant the use of the Memorial Grounds (…) It is probable too, that the name of the club will be changed to Canning Town“. Ed effettivamente il nome venne cambiato, ma in West Ham United.

Thames Ironworks FC, 1897

Syd King venne nominato manager (e lo rimarrà fino al 1932), anche se ufficialmente era club directory. Le prime stagioni si giocarono ancora al Memorial Grounds, che, come scritto dal West Ham Guardian, Mr Hills mise a disposizione della nuova società; nel 1904 però la squadra si trasferì in un nuovo impianto, chiamato originariamente “The Castle” e situato nella zona di Upton Park, est di Londra, che successivamente diventò Boleyn Ground perchè si dice che su quel terreno sorgesse un castello in cui Anna Bolena risiedette per un certo periodo, se non addirittura di sua proprietà. La prima partita nel nuovo stadio (10.000 spettatori) vide il West Ham opposto al…Millwall, squadra anch’essa di origine industriale come detto, una rivalità che dura ancora oggi dovuta a vicinanza geografica e comune estrazione sociale e che meriterebbe ben più spazio di quanto possiamo concendergliene qui. Di pari passo al nuovo stadio venne creato il nuovo stemma del club, che riprese i martelli incrociati del Thames Ironworks, ma con sullo sfondo il Boleyn Castle di cui si diceva prima a proposito dello stadio. Nasceva così uno degli stemmi emblema del calcio inglese. E’ facile anche intuire l’origine dei due soprannomi, Hammers e Irons. La maglia nel frattempo passò da un azzurro cielo con calzettoni amaranto ad amaranto con maniche azzurre, che tuttora rimane la divisa del West Ham.

Fino alla fine della Grande Guerra il West Ham rimase in Southern League. Venne eletto per giocare in Football League solo nel 1919. Nel 1923, insieme alla promozione in Division One (secondi, dietro al Notts County) arrivò anche la prima finale di FA Cup, da giocarsi a Wembley, appena costruito, contro il Bolton Wanderers; i Trotters trionfarono 2-0 in quella passata alla storia come White Horse final, perchè fu necessario l’intervento della polizia, un agente dei quali in sella a un cavallo bianco entrato nella storia del football, per sgombrare il campo da gioco occupato dall’incredibile folla presentatasi alla partita che, evidentemente, non riusciva più a stare negli spalti. Gli anni ’20 segnarono anche un’altra tappa importante nella storia del West Ham, soprattutto per quanto riguarda la percezione della squadra nella cultura popolare: si iniziò infatti a cantare allo stadio, prima delle partite, una canzone che faceva da sottofondo a una pubblicità della Pears, marca di sapone, e che diventerà per tutti, e lo è ancora oggi, l’inno del West Ham. La canzone, inutile dirlo a questo punto, è I’m forever blowing bubbles, e venne adottata perchè, a quanto pare, un giocatore, tal Billy J. “Bubbles” Murray somigliava al protagonista del quadro, Bubbles appunto, dipinto da Sir J.E. Millais. Una concatenazione di bolle, potremmo dire, che regalarono al mondo del calcio la bellissima canzone cantata prima delle partite al Boleyn Ground.

Hurst, Moore, Peters. Leggende

Syd King, nel frattempo, venne letteralmente silurato. Era il 1932, e oltre ai risultati negativi accumulati sul campo (retrocessione, serie di partite senza vittorie) il fattore che portò al licenziamento del manager (ufficializzato il 3 Gennaio 1933) fu l’alcolismo di King, che si presentò a una riunione dirigenziale “drunk and insubordinate”, stando alle parole di un membro della dirigenza. Era la fine di un mito, del simbolo stesso del primo West Ham che la storia abbia conosciuto (“West Ham is Syd King“, sentenziò l’East Ham Echo nel 1923). King venne sostituito da Charlie Paynter, nel club ormai da diverse stagioni. Paynter rimarrà sulla panchina degli Hammers per 18 stagioni, e la longevità divenne consuetudine per i manager del West Ham, squadra che incredibilmente ha avuto più allenatori dal 1990 al 2012 (8) che dal 1900 al 1990 (6). Il regno di Paynter al Boleyn venne messo a dura prova dalla guerra che decimò la squadra, ma nonostante ciò una War Cup venne messa in bacheca nel 1940. Paynter non riuscì a causa del conflitto mondiale a completare il suo progetto, che prevedeva una ristrutturazione completa, a partire dalla filosofia stessa della squadra, che si sarebbe dovuta orientare alla crescita di giovani talenti. Un argomento che tornerà presto a comparire e che creerà uno dei miti degli Hammers.

Paynter si ritirò nel 1950 (arrivò tardi alla panchina, intorno alla cinquantina d’anni) e venne sostituito da Ted Fenton, ex giocatore del club che nel 1948 venne chiamato a sostegno di Paynter per riorganizzare il club, e che portò a compimento l’idea sopracitata dell’ex manager. Fenton pose le basi per la nascità della West Ham Academy, detta anche The Academy of Football (termine che verrà usato solo successivamente però, quando manager era Greenwood – e lo vedremo), nata oltre che per una filosofia di fondo anche per esigenze economiche – mancavano i fondi per completare la squadra attraverso acquisti. Si creò così un gruppo di giocatori che passerà alla storia per il Cafe Cassateri, locale davanti al Boleyn con cui Fenton raggiunse un accordo sui prezzi e sui pasti, facendolo diventare in qualche modo il locale ufficiale della squadra, dove i giocatori si riunivano per qualsiasi tipo di discussione, dalla tattica a discorsi più leggeri. Fenton condusse il West Ham alla promozione in First Division nel 1958, dopo un’opera di ristrutturazione del club che coinvolse come abbiamo visto l’academy, il Cassateri e la tattica stessa, affascinato com’era dal mito dell’Ungheria anni ’50. Fenton tracciò la strada che i futuri allenatori degli Hammers dovettero, giocoforza, seguire, e che portò grandi soddisfazioni al club.

Moore mostra la Coppa delle Coppe alla folla festante

Ted Fenton venne sostituito, nel 1962, da Ron Greenwood, ex vice allenatore all’Arsenal, non prima di aver fatto esordire due giocatori provenienti da quell’academy che tanto aveva incentivato. I nomi di questi due giocatori sono Geoff Hurst e Robert “Bobby” Moore (a cui si aggiunse Martin Peters, firmato da Fenton ma fatto esordire da Greenwood), e se non sapete chi sono possiamo pure chiudere qui il discorso. Greenwood raccolse i frutti di questo lavoro, andando a vincere il primo trofeo importante della storia del West Ham, la FA Cup del 1964, battendo in finale il Preston North End per 3-2, una vittoria che gli anglosassoni definirebbero dramatic visto che fu ottenuta all’ultimo minuto grazie a un goal di Ronnie Boyce. La conseguente partecipazione alla Coppa delle Coppe si rivelò un trionfo, e davanti ai quasi 100.000 di Wembley il West Ham sconfisse 2-0 il Monaco 1860. Bobby Moore, capitano, in difesa, Martin Peters a centrocampo, Geoff Hurst in attacco: la spina dorsale di quel West Ham e della Nazionale inglese, che, nello stesso anno in cui gli Hammers persero la finale di Coppa di Lega contro il W.B.A. andò a vincere il suo primo e unico Mondiale, in casa, proprio con protagonisti i tre prodotti della West Ham Academy. Hurst segnò una tripletta in finale nel 4-2 alla Germania Ovest, l’altra rete fu di Peters e l’immagine di Moore, capitano anche della Nazionale, che alza la coppa entrò nell’immaginario di ogni tifoso inglese di calcio e non.

Ron Greenwood consolidò e anzi portò al massimo splendore il sistema di academy immaginato da Paynter e creato nella sostanza da Fenton. Durante il suo periodo da manager esordirono in prima squadra autentiche leggende Hammers, quali Billy Bonds, Trevor Brooking e Frank Lampard Sr. Greenwood venne nominato allenatore dell’Inghilterra nel 1974, e il suo posto alla guida del West Ham lo prese John Lyall, prodotto anch’esso della società, un academy che insomma si estendeva anche agli allenatori. Anche Lyall passerà anni sulla panchina degli Hammers, a testimonianza di scelte sempre felici in fatto di manager ma anche di un ambiente evidentemente adatto a fare calcio. Nella sua prima stagione alla guida del club Lyall mise in bacheca una FA Cup (3-0 al Fulham di Bobby Moore, i casi della vita), mentre l’anno successivo arrivò alla finale di Coppa delle Coppe persa però contro l’Anderlecht (2-4). Insomma, un avvio eccezionale, ben presto però offuscato dalla retrocessione, arrivata nel 1978. Lyall non venne licenziato, scelta anche questa volta azzecatissima visto che due anni più tardi arrivò un’altra FA Cup (1-0 all’Arsenal, goal di Trevor Brooking) mentre il club era ancora in Second Division, fatto che da allora non si è mai più ripetuto. Una finale di Coppa di Lega (1-2 al replay contro il Liverpool) nel 1981 e un terzo posto nel 1986, il più alto piazzamento nella storia degli Hammers, furono gli ultimi sussulti di Lyall, che perse il posto nel 1989 a seguito di un’altra, stavolta fatale, retrocessione.

Brooking segna contro l’Arsenal: l’FA Cup 1980 è degli Hammers

Iniziò un periodo in cui il West Ham, prima sotto la guida di Lou Macari e in seguito di Billy Bonds, fece su e giù tra First e Second Division (che divenne First in seguito alla nascita della Premier League); finalmente gli Hammers poterono esordire in Premier nel 1993, a seguito della seconda promozione in tre anni. Bonds venne sostituito a sua volta, nel 1994, da Harry Redknapp, che rimase manager fino al 2000. Il periodo di Redknapp, oltre ad alcuni risultati eccellenti come il quinto posto del 1998/99, è contraddistinto dal modo di costruire la squadra, che portò a alcuni trasferimenti – taluni record – per giocatori di certo valore (Hartson, Kitson, Lomas, Sinclair, Di Canio etc.) senza tuttavia dimenticare il vivaio, che produsse dapprima Frank Lampard Jr e Rio Ferdinand (oltre a John Terry, che però passò presto al Chelsea) e in seguito Michael Carrick e Joe Cole, tutti elementi che arriveranno a vestire la maglia della Nazionale ma che poco contribuiranno alle fortune del club, a differenza dei loro illustri predecessori usciti dalla West Ham Academy. Una serie di manager si susseguì sulla panchina degli Hammers, Roeder, Pardew, Curbishley. Proprio Pardew (che aveva ottenuto precedentemente la promozione in Premier League dopo un’altra retrocessione) portò il West Ham alla finale di FA Cup del 2006, persa ai rigori contro il Liverpool.

Ci siamo concentrati molto di più sulla storia del club, ma è bene ricordare che, insieme al Millwall, il West Ham vantò (si fa per dire) una delle firm di hooligans più nota, forse la più nota, la InterCity Firm, immortalata di recente dal libro “Congratulazioni. Hai appena incontrato la ICF” di Cass Pennant, membro della firm e di cui vi consigliamo la lettura qualora non l’aveste ancora fatto. Era doveroso menzionarlo. Il resto è storia recente. La proprietà islandese che quasi è costata il fallimento al West Ham, il caos dell’affare-Tevez (acquistato insieme a Mascherano) con relativa causa promossa dallo Sheffield United retrocesso al posto degli Hammers, le stagioni di Curbishley e quella di Zola, fino alla nuova retrocessione avvenuta con Avram Grant alla guida. La stagione appena terminata ha sancito il ritorno in Premier, sotto la guida di “Big” Sam Allardyce, vittoria 2-1 nella finale di playoff contro il Blackpool. Siamo arrivati alle conclusioni: cosa dire del West Ham? In quanto a vittorie la quarta squadra di Londra, anche se sono classifiche che reputiamo stupide, perchè è altro che conta. La magia del West Ham e del suo stemma, di I’m forever blowing bubbles, della sua academy, di Moore Peters Hurst, del goal di testa di Trevor Brooking nel 1980 superano qualsiasi trofeo, fanno parte della storia del beautiful game; le sciarpe a righe claret & blue che dalla stazione di Upton Park si dirigono verso il Boleyn Ground, meravigliose nella lora semplicità, dicono più di qualsiasi vittoria. Ma siccome conta vincere, ce ne rendiamo conto, l’immagine che scegliamo a simbolo degli Hammers è Moore che alza la Coppa del Mondo, che ci ricorda che un tempo qui, l’Academy of Football, il West Ham, scriveva, direttamente o indirettamente, la storia.

Frank Lampard Jr, uno dei tanti prodotti dell’Academy

Prossima tappa: Charlton Athletic
[Piccola precisazione: quando parliamo di trofei intendiamo solo quelli “maggiori” (titoli di First/Premier, FA Cup, League Cup, competizione europee); quando mettiamo i link invece abbiamo deciso di linkarvi solo siti italiani sulla squadra]

Records

  • Vittoria più larga: 10-0 v Bury (League Cup, 25 Ottobre 1983)
  • Sconfitta più larga: 0-7 v Barnsley (1 Settembre 1919), Everton (22 Ottobre 1927), Sheffield Wednesday (28 Novembre 1959)
  • Maggior numero di spettatori: 42.322 v Tottenham Hotspur (Division One, 17 Ottobre 1970)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Billy Bonds, 663
  • Maggior numero di reti in campionato: Vic Watson, 298

Trofei

  • F.A. Cup (1964, 1975, 1980)
  • Coppa delle Coppe (1965)

Rivali: Millwall, Chelsea, Tottenham

Links: Martelli d’Italia; Station 936

2011/2012 EFS Awards

Abbiamo giocato, con i nostri amici, o chi ci segue su Twitter, con alcuni di voi qui sul blog, per stabilire i premi individuali per questa stagione appena conclusa. E’ giunto il momento di vedere cosa ne è venuto fuori…

Miglior giocatore: Robin Van Persie (menzioni per Kompany, Yaya Tourè, Aguero, Rooney)
Decisione quasi plebiscitaria per il numero 10 dell’Arsenal, autore di una stagione favolosa: 38 partite, 30 goal, 13 assist. Il dato che ci sorprende sono le 38 partite, tutte, dato sorprendente per un giocatore la cui classe andava pari passo alla fragilità; se poi ci aggiungiamo 30 goal, di cui molti decisivi, si capisce come sia lui l’uomo che ha portato al terzo posto un Arsenal che sembrava zoppicare, a causa di alcune cessione illustri (Nasri, Fabregas, Clichy), di infortuni (Wilshere) e di sostituti non sempre all’altezza. Direi che i dubbi fossero pochi, premio meritato in vista di un’estate in cui le questioni contrattuali la faranno da padrone. Superlativo.

Miglior giovane (massimo 23 anni): Sergio Aguero (menzioni per Kyle Walker, Danny Welbeck, Joe Allen, Jordan Henderson, Sigurdsson).
Il fatto di comprendere giocatori con al massimo 23 anni fa sì che l’argentino rientri nella categoria, e a quel punto è impensabile che non sia lui il vincitore. Autentico trascinatore dei neo campioni, 34 partite, 23 goal di cui uno destinato a entrare nella leggenda di questo sport. Il giocatore che mancava ai Citizens, che avevano in Tevez un giocatore di altrettanta classe ma con un carattere non proprio facile da gestire, che lo rendeva molto altalenante. E’ chiamato a confermarsi, ma questa frase la usiamo solo come formalità. Decisivo.

Miglior manager: Alan Pardew, Newcastle United (menzioni per Brendan Rodgers, Paul Lambert, Roberto Mancini, Roberto Martinez).
Anche qui un plebiscito, o quasi. Sostituisce Houghton nella stagione precedente, cede Carroll a un prezzo astronomico ma privandosi della punta di diamante della squadra, acquista Demba Ba, Yohan Cabaye, Sylvain Marveaux – sfortunato, e non contento a Gennaio si porta a casa Papis Cissè. Un mercato eccellente, un gioco efficace, un Newcastle che sorprende tutti e che lotta per un posto Champions fino all’ultima giornata. I Magpies sono tornati alla grande, e molto del merito è di questo allenatore, che a noi peraltro è sempre piaciuto. Vedremo se riuscirà a trattenere i suoi gioielli (soprattutto Ba), ma quest’anno ha fatto qualcosa di inaspettato per cui il premio non glielo toglie nessuno.

Miglior portiere: Joe Hart (mezioni per Tim Krul, Peter Cech, David De Gea)
Se nelle quattro categorie ci sono stati giocatori che han ricevuto nettamente più voti degli altri, qui andiamo oltre. Quasi all’unanimità Joe Hart si laurea miglior portiere della Premier per noi di English Football Station. Nulla da dire, visto che scriviamo con nella mente alcune parate, soprattutto una al Villa Park, che giustificano ampiamente la votazione. Sfiora anche un goal clamoroso in Europa League, all’ultimo minuto contro lo Sporting Lisbona. Onore anche a Krul, stagione eccellente la sua, e a Vorm dello Swansea che ci sarebbe piaciuto veder nominato. Dopo anni di calamity James e Robert Green, forse l’Inghilterra ha trovato finalmente un portiere di grande livello.

Giocatore più migliorato: Clint Dempsey, Fulham (mezioni per Dembelè, Sturridge, Ramires, Sigurdsson)
Clint Dempsey, un giocatore che molti sottovalutano. 37 partite, 17 goal, la firma sul tranquillo campionato del Fulham di Martin Jol. Non entriamo nel merito del “merita una grande chance” perchè per noi Fulham o Brentford o Chelsea è la stessa, ma quando la gente inizia a pronunciare tale frase vuol dire che sei entrato nel radar del tifoso medio, inteso come quello che segue distrattamente una competizione. Ci han provato con Adu, sembrava essere Donovan, ma a nostro giudizio il miglior americano in circolazione è proprio l’attaccante dei Cottagers.

….e ne manca uno, che aggiungiamo a nostra discrezione perchè, lo ammettiamo, non ci sembrava giusto non considerare squadre “minori” (sempre tra molte virgolette). Per cui andiamo con
Squadra rivelazione dell’anno: Swansea City.
Sì, sarebbe potuta essere il Newcastle che nessuno si immaginava al quinto posto, ma a noi i gallesi sono sembrati la vera sorpresa della stagione. Una rosa senza grandi nomi, un allenatore sconosciuto, tutti che li davano spacciati. Poi però scendono in campo ed esprimono un gioco che se lo facesse il Chelsea o il Manchester United ne parlerebbero tutti: passaggi, triangolazioni, inserimenti, veramente qualcosa di eccezionale e inaspettato. Emergono alcuni elementi, come il giovane Joe Allen o Gylfi Sigurdsson (in prestito dall’Hoffenheim), o il giovane difensore Caulker di proprietà del Tottenham, ma la differenza la fa il collettivo plasmato dal manager, Brendan Rodgers, blindato dalla società. Menzione per il Norwich City, per gli stessi motivi sostanzialmente, anche se siamo affascinati, lo ammettiamo, dallo Swansea.

E questo è tutto. Alla prossima stagione. Sperando arrivi in fretta.

Viaggio nella Londra del calcio: Fulham

Fulham Football Club
Anno di fondazione: 1879
Nickname: the Cottagers (o The Whites)
Stadio: Craven Cottage, Stevenage Road, London SW6
Capacità: 25.678

Il calcio londinese è bello anche per questo: la vicinanza tra le squadre. E allora, a pochi passi, ma davvero pochi, da Stamford Bridge, casa di un Chelsea ormai diventato squadra “di moda” nel Mondo, c’è Craven Cottage, lo stadio dove gioca il Fulham. La sceneggiatura perfetta a questo punto prevederebbe una squadra in rovina, sconosciuta e un po’ sfigata, mentre il Fulham è invece una realtà tornata alla ribalta da qualche anno, con una solida fanbase, ma che tutto sommato stride lo stesso col Chelsea, le cui magliette vengono indossate in Cina o chissà dove da gente ignara della storia se non dell’esistenza stessa dei Cottagers, almeno fino alla finale di Europa League contro l’Atletico Madrid. Eppure di cose ne avrebbero da dire i Whites, l’altro soprannome della squadra, che tra le altre cose è la più antica tra quelle della capitale, essendo nata nel 1879. Craven Cottage è lì, sul Tamigi, uno stadio a parere nostro fantastico anche per il quartiere che ne fa da contorno, forse il migliore insieme a Chelsea, con la Johnny Haynes Stand che conserva dentro (con i mitici pali in legno che caratterizzano qualsivoglia tribuna abbia la pretesa di definirsi “storica”) e fuori (costruzione di mattoni, più inglese del fish & chips e frutto della geniale mente di Archibald Leitch) un fascino di vecchio calcio, e pazienza per il restyling subito in anni recenti (il Fulham dovette trasferirsi a Loftus Road, casa dell’odiato QPR, per un certo periodo). 15 minuti a piedi, che scorrono via tra alberi e case, dalla stazione di Putney Bridge (District Line) e si arriva a Craven Cottage.

Il Fulham venne fondato nel 1879 dai fedeli della chiesa anglicana della Star Road, West Kensington. Nome originale: Fulham St Andrew’s Sunday School, insomma, un modo per insegnare a giovani anglicani anche nei fine settimana, con la scusa del calcio che stava prendendo piede in tutta la Nazione. Una placca posta presso la chiesa commemora tuttoggi la fondazione della squadra, che nel 1888 divenne semplicemente Fulham FC. Una West London Cup, una West London League – preistoria delle competizioni calcistiche per club – e nel 1898 il passaggio al professionismo e alla ormai arcinota a tutti Southern League. Prima però un passaggio fondamentale vide il Fulham trasferirsi, nel 1896, a Craven Cottage, sua attuale casa, dopo un girovagare tra 8 impianti degno del QPR (dev’essere un’usanza west-londinese). Nei primi anni, fino al 1901, la maglia fu bianco-rossa, prima a due metà, stile Blackburn ma col rosso al posto del blu, poi in stile Arsenal, abbinata dapprima a pantaloncini blu e in seguito bianchi. Nel 1901 il cambio, anche stavolta definitivo: si optò per maglia bianca e pantaloncini neri, e non si tornò più indietro. Nel corso degli anni comparirà del rosso, soprattutto nei calzettoni, in ricordo dei colori originali, ma la sostanza rimarrà quella, purtroppo fino a quest’anno quando la Kappa, in barba alle tradizioni, ha proposto i pantaloncini bianchi, interrompendo una striscia di 110 anni di pantaloncini neri. Nel 1905/1906 e 1906/1907 arrivarono nel frattempo due titoli di Southern League.

Craven Cottage visto dall’alto, con gli sponsor sul tetto stile Griffin Park

Il 1907 coincise anche con l’adesione alla Football League, e una semifinale di FA Cup in cui i Cottagers vennero spazzati via 6-0 dal Newcastle United. Insomma, un club piuttosto vincente, tanto che un uomo d’affari, Gus Mears, dopo aver acquistato lo Stamford Bridge athletics stadium provò a portarci a giocare proprio il Fulham, ma il rifiuto dell’allora proprietario Henry Norris convinse Mears, che evidentemente non la prese troppo bene, a crearsi la sua squadra, che immagino tutti sapete quale sia. La vicinanza, dicevamo, ma questa è altra storia e qui si parla di Fulham. Dal 1907 al 1928 i Cottagers giocarono in Division 2, la seconda serie; alla fine della stagione 1927/1928 retrocessero però in Division 3 South, creata come visto nei viaggi precedenti nel 1920, da cui risaliranno solo al termine della stagione 1931/1932, per farsi poi altri 17 anni in Division 2 (con l’intermezzo doloroso della guerra). Nel frattempo un’altra semifinale di FA Cup, persa nel 1936 contro lo Sheffield United al Molineux di Wolverhampton, interruppe i sogni di gloria del Fulham, che comunque poteva vantare giocatori nel giro delle nazionali come Albert Barrett e Len Oliver (nato a Fulham, peraltro), entrambi 1 cap con l’Inghilterra nel 1929. In questi anni il Fulham passò alla storia sia per il primo giocatore straniero in Football League (l’egiziano Hegazi) sia per il primo giocatore a trasferirsi all’estero, John Fox Watson che nel 1948 lasciò Craven Cottage direzione Real Madrid. Furono anche la prima squadra a vedere hot-dog sugli spalti (1926), ma questo lo diciamo a titolo di mera curiosità.

Il 1949 vide finalmente i Cottagers esordire nella massima serie del calcio inglese (abbiamo già detto che in bacheca non ci sono trofei? Era scontato, ma ve lo anticipiamo comunque, e per ora in cinque viaggi abbiamo visto solo una misera League Cup), peraltro senza eccellere nei risultati ma il traguardo era comunque storico per i discendenti dei giovani anglicani della Domenica. La retrocessione arrivò nel 1952, il ritorno in massima serie nel 1959, un intermezzo che vide la terza semifinale di FA Cup nella storia del club (1958) condita dalla terza sconfitta, 2-2 a Villa Park e 3-5 nel replay giocato a Highbury contro il Manchester United. Il ritorno in Division 1 durò, questa volta, più a lungo, nove anni per l’esattezza fino alla nuova retrocessione avvenuta nel 1968. Facciamo una piccola pausa dalla narrazione dei fatti riguardanti la squadra per concentrarci su un giocatore, che proprio in questi anni costruì la sua carriera nel Fulham: Johnny Haynes. Haynes è “il Giocatore”, è Mr Fulham, è il più grande ad aver indossato la casacca bianca e i pantaloncini neri. Nato a Kentish Town, Camden, firmò da giovanissimo per i Cottagers, di cui divenne ben presto capitano e con cui colleziono 657 presenze totali, di cui 594 in campionato. Primo giocatore a guadagnare 100 sterline a settimana, giocò anche in Nazionale, collezionando 56 caps e capitanando i Leoni 22 volte, salvo perdersi però, causa incidente, i vittoriosi Mondiali del 1966. Un’icona, la cui statua campeggia fuori da Craven Cottage dopo la morte avvenuta nel 2005 a causa di un incidente stradale.

La statua in memoria di Johnny Haynes

Se Johnny Haynes è l’icona in quanto a giocatori, manca invece un manager che abbia segnato la storia del Fulham in modo netto. Quello che ha guidato per più anni i Cottagers è Phil Kelso, scozzese, dal 1909 al 1924 in plancia di comando a Craven Cottage, ma come visto la storia è avara di soddisfazioni (leggasi: vittorie), che generalmente connotano positivamente la carriera, e quindi il ricordo, di un manager. Torniamo alla storia, che da qui fino a fine anni novanta vedrà il Fulham fare la spola tra secondo e terzo livello del calcio inglese, con un picco negativo che vedremo in quarta serie. Un ambizioso programma messo in atto nella prima metà degli anni ’70 vide l’arrivo a Craven Cottage del manager Alec Stock, uno che aveva fatto la fortuna dei rivali del QPR, e addirittura di Bobby Moore, a fine carriera ma comunque capitano dell’Inghilterra campione del Mondo e del West Ham. E curiosamente proprio il West Ham si mise tra il Fulham e la gloria, vincendo 2-0 la finale di FA Cup del 1975, raggiunta come visto dopo vari tentativi dai Cottagers. Da allora si sta ancora aspettando dalle parti di Stevenage Road. La sconfitta non mise fine ai programmi ambiziosi del club, che videro il ritorno di Rodney Marsh (già al Fulham dal 1962 al 1966, poi “tradito” per andare a dare gloria al QPR) e addirittura di George Best, che giocò due stagioni (dal 1976 al 1978) a Craven Cottage, 42 presenze e 8 goal. Gli sforzi furono però vani, e il Fulham non tornò a respirare aria di massima serie.

Gli anni ’80 cominciarono con nuove ambizioni, rispecchiate anche nella decisione di fondare una squadra di Rugby associata ai Cottagers, che giocò le prime partite proprio a Craven Cottage e che oggi, dopo cambi di nome vari (Fulham Rugby League Club, Broncos, Harlequins), è diventata London Broncos. La squadra di calcio nel frattempo ottenne la promozione dalla Division Three alla Division Two con un nucleo solido di giocatori in campo (Gale, Houghton, Peyton, Lewington) che sfiorò addirittura il back-to-back, svanito all’ultima giornata con una sconfitta 1-0 contro il Derby County, partita segnata anche da una lunga interruzione causata da un’invasione di campo. Quella squadra venne smembrata e i sogni di gloria, ancora una volta, dovettero essere messi nel cassetto. La nuova retrocessione (1985/1986) in Division Three era solamente il preludio al periodo più nero nella storia del Fulham. Otto anni di terza serie, diventata nel frattempo Second Division (la Premier league portò al cambio del nome di seconda, terza, quarta serie, come immagiamo sia noto a tutti), e quando sembrava non ci fosse più speranza di tornare a livelli maggiormente consoni alla squadra arrivò addirittura la retrocessione in Third Division, il quarto livello del calcio inglese, il punto più basso della storia del Fulham.

Saha festeggia la promozione in Premier

Era il 1994. L’inferno durò tre anni, fino al 1997, quando la squadra ottenne la promozione come seconda classificata, a pari punti col Wigan campione, a causa di un cambio di regole (invece della differenza reti, il discriminante in caso di arrivo a pari punti venne stabilito fosse il numero di reti segnate) che il proprietario della squadra per ironia contribuì a far entrare in vigore. Nel 1996 il Fulham era penultimo in Third Division, a un passo dalla Conference e l’addio alla Football League. Si salvò per miracolo. Proprietario in quegli anni tal Jimmy Hill, che si fece indietro nella stessa estate del 1997, post-promozione, quando il club venne acquistato dall’uomo d’affari egiziano Mohamed Al-Fayed. Era l’inizio della risalita. L’ambizioso programma di Al-Fayed mirava entro cinque anni a tornare nella massima serie; venne nominata alla guida della squadra (al posto di Micky Adams, fautore della promozione) una coppia d’assi, Ray Wilkins e Kevin Keegan, ma Wilkins lasciò dopo breve tempo causa diverbi con la proprietà e il Re divenne l’unico manager, portando il Fulham alla promozione stravincendo di fatto il campionato con 101 punti (grazie anche ad acquisti come Paul Peschisolido, 1.1 milioni di euro, record per la terza serie). Era il ritorno al secondo livello del calcio d’Albione, ma non finiva lì, non doveva finire lì secondo i piani di Al-Fayed. Keegan lasciò per rispondere alla chiamata irrinunciabile della Nazionale, e venne nominato manager Paul Bracewell.

Bracewell non finì nemmeno la stagione, sollevato dall’incarico a causa di una posizione a metà classifica che non rispecchiava le aspettative, e che “costrinse” il Fulham a un ulteriore anno in First Division. Al-Fayed optò allora per il francese Jean Tigana, il quale costruì un nucleo di giocatori giovani e forti (su tutti, Louis Saha) e che condusse il Fulham alla promozione in Premier League dopo 33 anni (in realtà era l’esordio in Premier, il ritorno dopo 33 anni era relativo alla massima serie, specifichiamo sempre). Capitano era Chris Coleman, futuro manager della squadra (dovette lasciare l’attività a causa di un incidente), in campo anche quel Sean Davis che giocò con la maglia dei Whites in tutte e quattro le serie professionistiche, un piccolo record condiviso con pochi nella storia. Le prime stagioni in Premier furono segnate dal rifacimento di Craven Cottage, che costrinse il Fulham a emigrare a Loftus Road (2002/2003 e 2003/2004) e condivere lo stadio con gli odiati rivali; si rischiò anche la retrocessione, nel 2002/2003, con Tigana sostituito da Chris Coleman appunto, e la salvezza ottenuta per il rotto della cuffia. Dopo qualche stagione tranquilla, il 2006/2007 fu nuovamente a rischio retrocessione, Chris Coleman venne sostituito ad Aprile con Lawrie Sanchez (il contratto di Coleman, già stabilito che non venisse rinnovato, venne terminato il 10 Aprile). La salvezza arrivò alla penultima giornata, 1-0 contro il Liverpool. L’esperienza di Sanchez terminò invece a stagione 2007/2008 in corso, con la squadra ancora in lotta per la sopravvivenza in Premier; venne sostituito da Roy Hodgson.

Un giorno che i tifosi Fulham non dimenticheranno mai: ottavi di finale, Europa League 2009/2010

Hodgson faticò tantissimo, tant’è che, a fine primo tempo della terzultima partita, il Fulham era virtualmente retrocesso; si giocava contro il Manchester City, e i Cottagers erano sotto 2-0. Una doppietta di Diomansy Kamara (visto anche al Modena) spianò la strada al 3-2 finale, cui seguì la vittoria casalinga contro il Bimingham City e la vittoria a Portsmouth, con il goal di Danny Murphy a 15 minuti dalla fine che significò salvezza. Roy Hodgson divenne un’icona dalle parti di Stevenage Road, con il settimo posto della stagione successiva che significava accesso all’Europa League, mutazione genetica della Coppa UEFA. Ma siamo alla storia recente, con il Fulham finalista della competizione e sconfitto di misura (1-2) in finale da un Atletico Madrid che poteva contare su Aguero, Forlan e altri giocatori di livello Mondiale. Hodgson lasciò direzione Liverpool (esperienza destinata a fallire), sostituito da Mark Hughes a sua volta sostituito, quest’anno, dall’ex manager del Tottenham, l’olandese Martin Jol. Il Fulham continua a vivere stagioni tranquille, forte di una squadra senza stelle (per quanto Dempsey sia giocatore che ci fa impazzire) ma solida, che abbiamo visto dal vivo a Manchester a Febbraio, partita peraltro proibitiva contro il Manchester City schiacciasassi.

Ci risiamo. Una storia piuttosto piatta, direbbe qualcuno poco avvezzo a narrare di storie non riguardanti vittorie, come quella del Millwall, o del Brentford viste in precedenza. Niente trionfi, niente imprese. Però il Fulham, come le altre squadre che abbiamo già vi visto, è lì, 132 anni dopo quel giorno in cui i fedeli di una chiesa anglicana diedero vita alla squadra, ed è l’anima di un quartiere della Londra tranquilla e da film (a proposito, Hugh Grant è un grande tifoso dei Cottagers). Perchè forse quello che abbiamo imparato fin qui è che vincere conta, ma non è tutto; forse le radici contano di più, il rapporto con la comunità, il sapere che c’è una squadra che ti rappresenta, il sostenerla, come quel ragazzo incontrato di recente a Londra che si incamminava verso Craven Cottage, sciarpa bianconera al collo giù per Shepsherd’s Bush Road. Tifare una squadra deve prescindere dalle vittorie, deve essere un legame indissolubile verso qualcosa in cui credi e che ti rappresenta, e si ritorna al solito discors, che prometteremmo di non fare più se sapessimo di mantenerla, la promessa, ma siccome siamo convinti del contrario non promettiamo nulla. Però d’altro canto il nostro viaggio londinese ci sta insegnando proprio questo, oltre a conoscere a grandi linee la storia di una squadra ci fa capire come, a Londra ma in ogni città dell’Inghilterra, tifare una squadra vuol dire tifare per le tue radici.

Clint Dempsey, miglior elemento del Fulham attuale

Precisiamo una cosa, per evitare di cadere nella retorica. Quando il Fulham navigava in cattivissime acque, allo stadio la media spettatori era di 4.000 anime (sempre di più che le nostre squadre di C2, o Lega Pro Seconda Divisione, comunque); dato impietoso se paragonato agli oltre 20.000 attuali. Ma è disaffezione normale e umana, che trascende dall’attaccamento alla squadra. Immaginiamo ci fossero tifosi che, sebbene lontani dallo stadio, soffrissero per le sorti del Fulham, invece di fregarsene come accade qui quando una squadra sprofonda nella categorie minori, salvo poi ricordarsi di tifare per quella quando ritorna a livelli maggiori. E allora viva il Fulham, il suo stadio che si fa beffe degli impianti nuovi di zecca, che è lì a sorvegliare il fiume da più di un secolo e a proteggere quelle maglie bianche, a custodire la magia di una squadra e del suo quartiere. Ritorniamo verso la District Line, seguiamo l’insegna westbound, scendiamo ad Upton Park. West Ham United.

Records

  • Vittoria più larga: 10-1 v Ipswich Town (Division 1, 26/12/1963)
  • Sconfitta più larga: 0-10 v Liverpool (League Cup, 23/09/1986)
  • Maggior numero di spettatori: 49.335 v Millwall (Division 2, 8 Ottobre 1938)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Johnny Haynes, 594
  • Maggior numero di goal in campionato: Gordon Davies, 159

Rivali: Queens Park Rangers, Chelsea, Brentford

Link: Italian Cottagers

E per quest’anno è finita…

…la Premier League. Rimangono ancora i playoff di Championship, League One e League Two, e la finale di Champions che vede in campo una squadra inglese. Congratulazioni dunque al Manchester City, campione d’Inghilterra 2011/2012! Sapete che non siamo fan dei resoconti delle partite o dei tabellini, per cui ci limitiamo a complimentarci con i Citizens, con il Manchester United, con l’Arsenal terzo classificato, con il Tottenham quarto e fare un in bocca al lupo al Bolton retrocesso in Championship. Magari qualche approfondimento sulla stagione arriverà nei prossimi giorni.

P.S. una delle stagioni di Premier più emozionanti che si ricordino

English Football Station Awards

Ciao ragazzi, in attesa dell’ultima giornata giochiamo un po’. Vi chiediamo di votare i vostri:

– miglior giocatore;
– miglior giovane (under-23);
– miglior portiere;
– miglior manager;
– giocatore più migliorato, “most improved player” per chi ha famigliarità con gli sport americani, da cui prendiamo in prestito tale categoria

Se vi fa piacere commentate dicendoci appunto chi ritenete meritevole di aggiudicarsi i nostri “premi”, poi tra una decina di giorni pubblicheremo i risultati (raccolti tra qui, twitter, altri forum).

Viaggio nella Londra del calcio: Brentford

Brentford Football Club
Anno di fondazione: 1889
Nickname: The Bees
Stadio: Griffin Park, Braemar Road, Brentford, London TW8
Capacità: 12.763

La M4 è la strada che collega il centro (concetto alquanto arduo da definire in una città di tali dimensioni) di Londra all’aeroporto di Heathrow e, passato questo, fino al sud del Galles, attraversando Reading, Swindon, Bristol e altre città. All’inizio del suo percorso (partendo da centro di Londra) la M4 taglia in due Brentford, tranquillo quartiere all’interno del borough di Hounslow, ovest di Londra, quasi una cittadina a se stante che rispecchia il suo carattere placido nel Tamigi che la lambisce, e che proprio lì riceve le acque del fiume Brent. E Brentford è anche la casa dell’ominima squadra di calcio, la quarta del nostro viaggio nella Londra del pallone. Se a Stamford Bridge si percepisce di essere in centro a Londra, se a Loftus Road si inizia a sentire l’odore di periferia, a Griffin Park (nome dello stadio del Brentford) Londra sembra distante ore. Lo stadio lo si raggiunge facilmente in treno, prendendo la Hounslow Loop Line da Waterloo e scendendo a Brentford: da Boston Manor Road si risale un piccolo pezzo di Windmill Road, si prende Clifden Road sulla destra e si arriva a Griffin Park, stadio dal fascino old style, piccolo, immerso nella cittadina a formare un tutt’uno con essa e capisci subito che sei sì sul loro stesso pianeta geografico, ma in un altro pianeta calcistico. Ai quattro angoli dello stadio quattro pub (The Griffin, The Royal Oak, Princess Royal, The New Inn). Meraviglioso, come la pubblicità posta…sul tetto! delle tribune, in modo che sia visibile dai passeggeri che atterrano o decollano a Heathrow. Geniale.

Il Brentford è espressione di questa comunità della Londra ovest al confine col Middlesex, e le sue maglie biancorosse sono un po’ sconosciute dalle nostre parti, a meno che non si sia appassionati di football o, come spesso accade, giocatori di Football Manager, che in Italia ti fa conoscere il calcio estero meglio di Sky, Mediaset Premium e Gazzetta messi insieme. Nonostante ciò, abbiamo trovato un blog purtroppo non più aggiornato ma che ci dà speranze sul fatto che esistano tifosi dei Bees anche dalle nostri parti. Grandi. Detto questo, torniamo al nostro Brentford, attualmente in League 1, nessun trofeo in bacheca – ma questa immaginiamo non sia una novità per chi ha seguito le prime tre tappe del nostro viaggio – qualche trascorso in First Division, una media spettatori di 6.000 west londoners che decidono di passare il sabato a tifare la loro squadra (lo ripeteremo fino all’infinito, preparatevi, ma il legame squadra-comunità è una delle bellezze del calcio inglese); mentre la proposta di trasferirsi in un nuovo impianto (Brentford Community Stadium) è al momento in sospeso causa situazione economica generale, bene così a parer nostro perchè vedere 6.000 anime in uno stadio da 20.000 posti darebbe un senso di vuoto non indifferente. L’attuale manager è Uwe Rösler, un passato da attaccante del Manchester City e sei presenze nella Germania dell’Est, che ha guidato quest’anno le api a una buona metà classifica con ambizioni di playoff fino alla terzultima giornata.

Griffin Park. Notare la pubblicità sul tetto, pensata per i passeggeri degli aerei diretti a Heathrow

Avere vicino il Tamigi immaginiamo fosse una comodità non da poco per il Brentford Rowing club, se non la ragione stessa dell’esistenza del circolo di canottaggio, a cui rimaneva però da risolvere un problema, ovvero il mantenersi in forma nei mesi invernali quando era sconsigliato approcciarsi alle acque del fiume. Ai soci venne l’idea di affidarsi all’ormai diffuso football per risolvere la questione, e nel 1889 diedero vita al Brentford Football Club. Come riporta il Thames Valley Times del 9 Ottobre 1889 “…At the usual monthly meeting of the Brentford Rowing Club held last Monday, the question of starting a Brentford Football Club was discussed as an alternative sport for members to play during the winter months. It was resolved that a meeting be held at the Oxford and Cambridge Hotel at Kew Bridge tomorrow evening to set the ball rolling at which all gentlemen interested in football are invited to attend“. Evidentemente i gentlemen decisero che sì, il Brentford Football Club era una buona idea e la squadra venne fondata. Sempre il Thames Valley ci dice che “The colours to be adopted were then discussed and it was decided that these should be salmon, claret and light blue, the same as the Rowing Club“. Non esattamente una maglia destinata a entrare nella storia, fortuna che nel corso degli anni cambierà.

La prima divisa del Brentford (historical football kits)

La prima partita venne disputata il 23 Novembre successivo, con indosso questa….particolare maglia (che verrà indossata fino al 1897) in un campo vicino all’attuale Griffin Park (ci affidiamo al sito ufficiale del Brentford, mentre altre versioni non verificabili le lasciamo da parte); si trasferirono poi una stagione a Shooters Field, in Windmill Road, e in seguito a Cross Roads, South Ealing, dove secondo la leggenda nacque il nickname Bees. Tale leggenda vuole che un certo J.H. Gittens, che giocò anche una partita con il club, convinse un compagna del Borough Road College ad andare con lui a vedere la partita; siccome il grido di battaglia del Borough Road era “buck up b’s!” i due lo usarono anche nell’occasione, solo che gli altri spettatori e la stampa che riportò la vicenda comprese “buck up BEES”. Nacquero così the Bees, le api che ora campeggiano anche nello stemma ufficiale della squadra. In quegli anni il Brentford iniziò a giocare in Southern League (1888/1889, la prima stagione nella lega), e fu costretto in qualche modo a passare allo status professionista nel 1890 quando venne multato di 10 sterline per shamateurism, ovvero in sostanza l’accusa era quella di agire da club professionista nonostante mantenesse lo status amatoriale.

La data più importante dei primi anni di vita del Brentford è il 1904: in quella data infatti ci fu il definitivo trasloco in un nuovo campo da gioco, Griffin Park, che diventerà la sua casa. Sul campo, si continuò a giocare in First Division della Southern League fino al 1912, quando arrivò la retrocessione in Second Division. Poi la guerra, la prima, che come in tutto il panorama calcistico europeo interruppe lo svolgimento regolare dei campionati. Il dopoguerra vide l’unione tra Football League e Southern League (1920), con il Brentford selezionato per giocare nella nuova Third Division South. Dopo una retrocessione e successivo ripescaggio, il 1926 segnò una nuova data fondamentale per la storia del club: venne nominato manager Harry Curtis, ex allenatore del Gillingham con la cui dirigenza litigò a causa di un mancato aumento di stipendio. Rimarrà in sella fino al 1949, nel mezzo il periodo più vincente della storia del club. Impiegò sei anni per ottenere la promozione, ma non si fermò più. La promozione arrivò effettivamente al termine della stagione 1932/1933, ma due anni dopo si festeggiava un’altra promozione, ben più importante, dalla Second Division alla First. Era il 1934/35. La stagione successiva, la prima in First Division, fu ancora un successo; le api dell’ovest londinese si presero così poco sul serio che a fine campionato finirono quinti, un punto davanti al grande Arsenal, prima squadra di Londra. Inimmaginabile. Non c’erano più dubbi: il Brentford era una delle migliori squadre inglesi degli anni ’30.

Brook Road Stand, settore ospiti del Griffin Park

Proprio il match con l’Arsenal (un Arsenal plasmato dal leggendario Herbert Chapman, morto l’anno precedente) suscitò un grande fermento in quel di Brentford: si andava infatti a sfidare una superpotenza del calcio inglese, quando fino a pochi anni prima si calcavano campi certamente più marginali. Giorni prima si diffuse la notizia che il club si aspettava di ricevere 40.000 tifosi, tant’è che, forse proprio per la preoccupazione di folle oceaniche, alcuni rimasero a casa e se ne presentarono 30.000, comunque tantissimi. All’intervallo la squadra di casa era avanti 2-0, e nemmeno il goal dell’Arsenal nel secondo tempo riuscì a rovinare la festa per quel inaspettato e clamoroso successo. Nel 1938 il Brentford stabilì anche il record di avanzamento nella FA Cup, perdendo ai quarti di finale contro il Preston North End (che si aggiudicherà il trofeo). Il ciclo del Brentford -stabile in First Division – venne interrotto dal nuovo scoppio di una guerra mondiale, durante la quale la squadra si aggiudicò comunque una London War Cup nel 1942 contro il Portsmouth, a Wembley davanti a 71.000 spettatori. Fu l’ultimo sussulto importante per il Brentford.

Il ritorno alla normalità nel dopoguerra coincise con la fine del momento magico per i Bees, salvo un ultimissimo sussulto, nel 1949, con un altro quarto di finale, contro il Leicester City, che registrò il numero maggiore di spettatori della storia del club, oltre 38.000. Ma la squadra in quel momento stava già sprofondando. La retrocessione in Second Division arrivò infatti al termine della stagione 1947; ma non fu tutto, perchè arrivò anche la retrocessione in Third Division e, inaspettata, quella in Fourth Division (1962/63), da cui però si risollevò immediatamente vincendo il campionato. Nel mentre uno spettro ben maggiore aleggiava intorno al Brentford: quello della crisi economica. Si arrivò addirittura ad ipotizzare, a metà anni ’60, l’acquisto della squadra da parte il Queens Park Rangers (ci scusiamo se non abbiamo citato l’episodio nel viaggio a Loftus Road di due settimane fa). Quando ormai sembrava in dirittura d’arrivo la cessione del club al QPR, tra le proteste dei tifosi bees, alcuni membri della dirigenza presero posizione e si opposero alla trattativa: E.J. Radley-Smith, F.A. Davis e E.M. Rogers i loro nomi, a cui si aggiunsero in modo provvidenziale due uomini d’affari, R.J.R. Blindell e L.F. Davey. Blindell stesso venne nominato presidente della squadra dalla nuova dirigenza e, nonostante la morte nel 1969, è ricordato ancora oggi dai tifosi come “the man who saved Brentford“, un uomo che imprestò al club 104.000 sterline (di allora) a tasso zero, in nome della economy with efficiency di cui si faceva fautore.

Anni ’50. Col numero 3 Ken Coote, recordman di presenze del club

Sul campo continuava lo sali-scendi tra Third e Fourth Division, il tutto in una situazione sempre precaria per le finanze del club tanto che la squadra che ottenne la promozione in terza serie nel 1971/72 aveva solo 14 giocatori, con immaginiamo notevoli scongiuri da parte del manager Frank Blunstone affinchè restassero tutti sani. Il periodo di stagnazione nelle serie minori proseguì e prosegue, purtroppo, tutt’ora. Qualche momento di gloria però, nel mezzo, c’è stato. Nel 1985 il Brentford arrivò alla finale di Football League Trophy (che allora si chiamava Freight Rover, ma vabbè, ci siamo capiti), a Wembley, ma perse 3-1 contro il Wigan; nel 1988/89, sotto la guida di Steve Perryman (nelle vesti di player-manager) il cui nome immaginiamo tornerà nel capitolo dedicato al Tottenham, furono di nuovo quarti di finale di FA Cup; infine, nel 1992, il ritorno in First Division, che nel frattempo con la neonata Premier League era diventanta la seconda serie del calcio inglese. Poi? Poco; il Brentford negli anni recenti ha continuato a fare la spola tra terzo e quarto livello del calcio inglese, e le due apparizioni a Wembley nelle finali di Football League Trophy (2001 e 2011) sono entrambe state perdenti per il club dell’ovest londinese.

Chiudiamo con un accenno alle maglie. Come detto, le prime furono piuttosto…discutibili. Dal 1897 al 1903 venne usata una maglia a righe verticali granata-blu; si passò poi, dal 1904 al 1920, al blu e giallo, e dopo una parentesi di cinque anni in stile Tottenham (maglia bianca-pantaloncini blu scuro) nel 1926 fecero la loro comparsa le divise biancorosse con pantaloncini neri, utilizzate ancora oggi (i pantaloncini nel corso degli anni sono stati anche rossi o bianchi). Questa è, in breve, la storia del Brentford. Un piccolo club forse. Una realtà ai più sconosciuta. Uno stadio che non richiama grandi folle. Eppure il Brentford è bello così, lì, a rappresentare questa gente in bilico tra la casinista Londra e il tranquillo Middlesex, e ci piace immaginare che un anziano nonno accompagni il nipotino alla sua prima partita, alla partita della sua squadra locale di cui per l’occasione si è messo la sciarpa al collo, con orgoglio, e gli racconti di quella volta in cui 11 eroi batterono il grande Arsenal e diventarono la prima squadra di Londra. Anche questo è english football, e se lo chiamano the beautiful game una ragione ci deve pur essere.

Arsenal-Brentford, anni ’30

La prossima tappa la raggiungiamo imbarcandoci sul Tamigi, salutando Brentford e scendendo il corso del fiume, dove a un certo punto incontriamo uno stadio adagiato sulla sponda sinistra. Si chiama Craven Cottage, ed è la casa del Fulham.

Records

  • Vittoria più larga: 9-0 v Wrexham, Division 3, 15 Ottobre 1963
  • Sconfitta più larga: 0-7 v Peterborough Utd, League Two, 24 Novembre 2007
  • Maggior numero di spettatori: 38.678 v Leicester City, 26 Febbraio 1949
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ken Coote, 514
  • Maggior numero di goal in campionato: Jim Towers, 153

Rivali: Fulham, QPR