Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

Alan Shearer – seconda parte

Seconda parte del post dedicato ad Alan Shearer

NEWCASTLE UNITED
“When I was a young boy I wanted to play for Newcastle United, I wanted to wear the number nine shirt and I wanted to score goals at St James’ Park. I’ve lived my dream and I realise how lucky I’ve been to have done that”

Shearer arrivò, anzi tornò, a Newcastle, una città sicuramente cambiata da quando l’aveva lasciata, ma con quello spirito operaio indelebile che ne permeava l’aria. E soprattutto, con quell’amore incondizionato per i Magpies. Una città che vive di calcio, che poi è il veicolo prediletto per trasmettere a tutti la fiera appartenenza geordie. Una città che riempie uno stadio da 52.000 posti da anni, sebbene non si vinca niente, niente, dal 1955. Fategli notare questo, a un geordie: vi dirà che le vittorie contano, ma fino a un certo punto. Vi dirà che quei fottuti londoners, o mancunians dall’orribile accento vinceranno pure, ma non sanno un cazzo di cosa sia lo spirito di St James Park, il suo ruggito in quelle giornate in cui la pioggia fitta e fredda ricorda a tutti che siamo nel Nord dell’Inghilterra. Il tutto sorseggiando una pinta, cosa tipicamente inglese ma che a Newcastle ha un sapore comunque diverso. Ecco, ora date a quest’ambiente il miglior giocatore inglese dell’epoca, che era, soprattutto, un figlio di Newcastle, e potete immaginare cosa ne venne fuori. La città impazzì, letteralmente. Al mercato non si parlava d’altro, persino la maestra – che sanguina black & white, ovviamente – tirò fuori l’argomento e a quel punto gli alunni capirono che si trattava di qualcosa di grosso. Il Newcastle ne veniva da un secondo posto, e con Shearer davanti si sentiva legittimato a sognare. Keegan venne sostituito a stagione in corso da Dalglish, che con Alan aveva vinto, miracolosamente, a Blackburn: ma fu nuovamente secondo posto. Medaglia d’argento, a volte di bronzo. La carriera di Shearer è anche questa. Due finali di FA Cup consecutive: 1998, 1999. Entrambe 2-0, ma per gli altri, quelli sbagliati. Londoners, mancunians. Eppure Alan il suo compito lo svolgeva, 1997/98 a parte, quando segnò solo 2 goal in una stagione segnata dagli infortuni. Ma per il resto la pioggia di goal faceva da contraltare metaforico alla pioggia di Newcastle. Segnava anche quando in panchina c’era Ruud Gullit, forse il manager più odiato da Shearer, quello che gli dirà in faccia: “sei il giocatore più sopravvalutato che abbia mai visto!”. Ruud, un elegante papavero nero, anzi, un “cervo che esce di foresta” per dirla alla Boskov, non tollerava che quello sgraziato attaccante non solo fosse il suo attaccante, ma gli facesse pure da capitano. Troppo poco orange. Un giorno lo tolse dall’undici titolare nel derby contro il Sunderland, i Magpies persero e a Ruud venne indicata la porta. Ma Shearer segnerà soprattutto quando arriverà a sedersi sulla panchina un sir d’altri tempi, che poi Sir lo era davvero: Bobby Robson. Un binomio che a Newcastle ha portato zero titoli, ma che ha scaldato migliaia di cuori. E non solo a Newcastle. Bobby, uomo del nord anche lui, County Durham, fu l’esatto contrario di Gullit per Shearer. I due trascinarono il Newcastle a un passo dalla gloria europea, raggiugendo la semifinale di Coppa UEFA del 2004. Persero contro l’Olympique Marseille, perchè sostanzialmente non c’era antidoto a Didier Drogba. No, nemmeno i 52.000 di St James Park. In Champions, invece, non andrà mai oltre i gironi Alan. Anzi, sbaglierà un rigore nel preliminare contro il Partizan. Era il 2003. Robson venne licenziato ad Agosto 2004, e Shearer dal canto suo decise che quella sarebbe stata la sua ultima stagione. Provò a coronarla con un trofeo, ma si arrese nelle semifinali di FA Cup e nei quarti di UEFA, dove però Alan segnò undici goal. Troppi, per uno che voleva mollare tutto, pensò Graeme Souness, il nuovo manager: lo convinse a continuare. Entrò anche nel coaching staff, ma ovviamente la sua preoccupazione principale rimaneva segnare. Anche perchè all’orizzonte c’erano i 200 goal in maglia Magpies di Jackie Milburn, ineffabile figlio del Northumberland che dal Newcastle se ne andò nel 1957 lasciando in eredità il record di goal segnati. Ci volle un’altra stagione a Shearer per superare il record di Milburn. Quel giorno, il 4 Febbraio 2006, festeggiarono tutti: la maestra, gli alunni, i disoccupati, che da queste parti abbondano e sono il lascito della de-industrializzazione. Shearer arriverà a 206 goal con la maglia bianco-nera, 206 scatti di lui con il braccio alzato, il sorriso beffardo e l’orgoglio di segnare per la sua gente che traspare negli occhi. Un infortunio lo mise fuori causa per le ultime tre partite stagionali, e per il resto di questa vita, almeno. The end of the line. Shearer si chiamò fuori. Gli dedicarono un enorme banner al di fuori di St James Park: thanks for 10 great years, con una foto di lui, ovviamente con il braccio alzato e il sorriso beffardo. Più grande del “Angel of the North”, famosa scultura locale, sicuramente più bello, e ci perdonerà Antony Gormley. Lo chiameranno ancora una volta a St James Park, quando il Newcastle stava sprofondando verso la seconda serie. Shearer accettò di fare il manager perchè “It’s a club I love and I don’t want them to go down“. Ma non bastò il suo amore, e i Magpies finirono in Championship. L’ultimo ricordo di Shearer a Newcastle sarebbe questo, ma facciamo finta di nulla. Fanno tutti finta di nulla, perchè è giusto così. Ora fa l’analista TV sulla BBC, e si dedica alla sua fondazione benefica. Il giorno del ritiro uno striscione recitava: “non sei solo il figlio di un lavoratore del metallo di Gosforth, sei una leggenda”. Bellissimo: come se essere il figlio della Newcastle proletaria fosse già di per se un merito, a cui lui aveva aggiunto solo 206 goal, quelli che lo innalzarono a leggenda. Ma anche senza quei goal, lui sarebbe comunque stato “a sheet metal worker’s son from Gosforth“. Lo spirito geordie, che lui incarnava alla perfezione.

INGHILTERRA
“No money in the world can buy a white England shirt”

Shearer ha sempre amato la maglia della Nazionale, e ne andava orgoglioso di indossarla. E come la indossava, poi. A partire da quel record con l’under-21, 13 goal in 11 partite, quando a Southampton gli facevano fare la seconda punta e segnava con il contagocce. Nel Febbraio 1992, poi, l’esordio, quello vero. Inghilterra-Francia, a Wembley e con goal, ma questo lo abbiamo già detto. La Nazionale fallì la qualificazione a USA 94 anche (ma non solo) perchè Alan rimase a lungo fuori per infortunio. La consacrazione con i Tre Leoni arrivò, e fu indubbiamente Euro 96. Gli Europei casalinghi, che avrebbero dovuto riportare un trofeo sul suolo d’Albione. Shearer prese molto sul serio l’obbiettivo: goal contro la Svizzera, poi contro la Scozia, poi doppietta ai Paesi Bassi. Nei quarti contro la Spagna non segnò, ma l’Inghilterra vinse ai rigori e dalle 12 yards Shearer fu implacabile. Fu semifinale, contro la Germania. Quelli che vincono sempre, stando a Lineker, di cui Shearer in Nazionale fu l’erede designato. Vinsero anche quella volta, ai rigori, dopo che Kuntz pareggiò quasi immediatamente il goal iniziale inglese. Goal ovviamente di Alan, che non vinse nulla nemmeno con la Nazionale, ma se non altro questo è destino comune se sei nato nel lembo di terra che va da Dover al Northumberland e non ti chiami Bobby Moore, Geoff Hurst o Bobby Charlton. Della Nazionale divenne capitano, in vista delle qualificazioni per Francia 98. Si infortunò nella stagione pre-Mondiale ma tornò in tempo per la fase finale. Agli ottavi (nel girone Shearer segnò un solo goal) l’Argentina, altra rivale storica. Anche stavolta Shearer segnò, dal dischetto, ma gli argentini pareggiarono. Un suo gomito alto, e l’uso improprio dei gomiti è sempre stata un’accusa rivoltagli da avversari e detrattori vari, su Carlos Roa fece anche annullare il goal vittoria di Sol Campbell, e l’Inghilterra venne immancabilmente sconfitta ai rigori. Niente da fare, non era destino. Nemmeno all’Europeo del 2000, dove il solito braccio si alzò contro la Germania per una vittoria storica, ma la Nazionale venne comunque eliminata nella fase a gironi. Quello, inutile, contro la Romania fu l’ultimo goal per Shearer con la maglia bianca che lui amava. A 30 anni si ritirò dal calcio internazionale, dopo 63 caps e 30 goal, nemmeno così tanti. I caps, non i goal, che ne sono una ovvia diretta conseguenza.

Attaccanti così non ne nascono più, in Inghilterra, e dire che ne sono un prodotto tipico. Sgraziati, fisici, addirittura goffi alle volte. O almeno, nascere ne nascono, ma difficilmente hanno il talento per arrivare in Nazionale. E invece Alan Shearer da Gosforth ha segnato la storia di questo sport. Uno che, se gli avessero messo una maglia anni ’60 addosso, di quelle senza scritte nè sponsor, e scattato una foto in bianco e nero, l’avremmo tutti confuso con un giocatore di quel periodo. Goal, braccio alzato, sorriso beffardo. 379 volte ha ripetuto quel gesto, ma non ci stancavamo mai.

Il più grande calciatore che non avete mai visto

Il titolo non è originale: ci ha ispirato un libro scritto da Paul McGuigan (sì, il bassista degli Oasis) e Paolo Hewitt (“The greatest footballer you never saw”, lo trovate facilmente su amazon); in realtà abbiamo tralasciato un pezzo di tale titolo. Rimediamo. Il più grande calciatore che non avete mai visto: la storia di Robin Friday.

robin-friday-167316975Robin Friday è, per diversi motivi, una leggenda. Non lo ricorderete mai per aver alzato una coppa, nè per aver segnato un romantico goal al Liverpool ad Anfield, ma è una leggenda, e la leggenda risiede nel fatto di non essere stato. O meglio, non essere voluto essere. Perchè Friday è Il giocatore anni ’70 per eccellenza: Stan Bowles, George Best, Charlie George, chi più chi meno, ce l’avevano fatta, e ce li ricordiamo, oltre che per le vicende extra-calcistiche, anche per il talento. Ma Friday no, Friday è rimasto sommerso nel sottobosco della storia del calcio, come un musicista che suona benissimo, ma che lo fa nella metropolitana invece che alla Royal Albert Hall, perchè semplicemente certi palcoscenici li rifiuta, più che non essere adatti lui. Un comportamente ingestibile, abitudini non certo da calciatore professionista lo terranno sempre lontano dalla First Division. Capelli fluenti, basette, il look della superstar c’era; poi sul campo un controllo palla che viene ricordato ancora adesso (“absolutely fabulous” lo definirà il dottore del Cardiff, Leslie Hamilton), capacità di dribbling fuori dal comune, la lucida pazzia del fuoriclasse. E un duro, non una fighetta: “When he was in the line-up you’d have a centre-forward and a centre-half; not only would he be up there running them ragged, but when it broke down he’d be the first person to start tackling back” dice di lui Phil Dwyer, difensore gallese. Si ritirò a 25 anni e morirà a 38 anni, nel 1990, nella sua Londra, dopo aver giocato sole cinque stagioni tra i pro, a Reading e Cardiff, lasciando ai posteri un’eredità di aneddoti e storie al limite del clamoroso.

Robin Friday nasce ad Acton, ovest di Londra, il 27 Luglio 1952. Sua madre, Sheila, era figlia di un ex giocatore del Brentford, squadra che il padre portò Robin (e il gemello) a vedere quando questi aveva due anni. Il calcio piaceva al piccolo Robin, che lo praticava col fratello e il padre al parco, nei tranquilli pomeriggi westlondinesi. Un talento in divenire, tanto che all’età di 12 anni venne aggregato alle giovanili del Crystal Palace che rimase strabiliato dalle doti tecniche del nostro; passò poi al QPR e infine al Chelsea, il tutto nell’arco di un anno. Perchè? Perchè la sua indisciplinatezza, tattica e comportamentale, fece sì che i club si stancassero presto di lui. A 14 anni cominciò a giocare col fratello e il padre in una squadra amatoriale locale, a 16 era già una star…dei furti. Cominciava così a manifestarsi sinistramente quell’inclinazione alla vita sregolata che lo caratterizzerà nell’arco della sua, sfortunata e breve, esistenza. Si trovò un lavoro, dapprima come autista per un supermercato, in seguito come lavavetri, ma la passione per i furti era tanta, e inevitabilmente lo portò a fare un viaggio in prigione, da dove tuttavia venne rilasciato per cause di salute (soffriva di asma). Un secondo viaggio nelle prigioni di sua Maestà si rilevo decisivo: divenne la star della squadra “locale” di football (support your local team, ma questi erano prison games), il che gli permise di fare alcune apparizioni “premio” nell’academy del Reading.

Uscito di prigione…si sposò, a 17 anni, con una ragazza di colore da cui ebbe anche un figlio, una scelta che in anni in cui la multirazzialità era vista come un problema gli causò anche un’aggressione in un pub, peraltro luogo di culto per Robin. La svolta calcistica avvenne da lì a poco, mentre fuori dal campo, nonostante il matrimonio, il consumo di alcol e droghe continuava, di pari passo alla passione per le donne. Un amico, che giocava nel Walthamstow Avenue, gli chiese di accompagnarlo all’allenamento, suggerendo a Robin di fare un provino per il club: il provino andò talmente bene che lo stesso giorno Friday firmò il contrattio. Il Walthamstow militava in Isthmian League, semi-professionismo, tant’è che gran parte dei giocatori lavorava come asfaltatore: Robin si unì a loro anche in ambito lavorativo. Giocò il finale della stagione 1971 nel nord-est di Londra per poi firmare, in estate, con l’Hayes, altro club di Isthmian posizionato però più vicino alla sua amata Acton, passando dalle 10 sterline a settimana percepite dal Walthamstow alle 30 che gli offrì il club westlondinese.

E nell”Hayes la carriera di Friday svoltò definitivamente. Un infortunio sul lavoro quasi gli costò la vita, tanto che la prima stagione con l’Hayes venne inevitabilmente accorciata dal fatto; ritornò solo nell’Ottobre 1972, in tempo però per scrivere la sua, personale, leggenda. Ad esempio, in un’occasione, l’Hayes cominciò una partita in 10 perchè….Friday era al pub! Al pub vicino al campo a bere, come un qualsiasi tifoso. Ma l’aneddoto, già per così divertente, ha dell’incredibile se si pensa che Friday, quando decise finalmente di presentarsi al campo, ubriaco fradicio, nei minuti finali segnò il goal partita. Dicevamo della svolta. Il 9 Dicembre 1972 quella magnifica competizione che risponde al nome di Football Association Challenge Cup mise di fronte l’Hayes a un club pro, di Fourth Division, il Reading. All’Elm Park, lo stadio dell’epoca del Reading, la partita terminò 0-0; i Royals vinceranno 1-0 al replay. Il manager, Charlie Hurley, rimase impressionato dalle qualità di quel ragazzo. Tornò diverse volte ad Hayes per osservare direttamente Friday, e benchè le informazioni circa il background del nostro non fossero proprio lusinghiere, Hurley decise che un tale talento non poteva sfuggirgli. Nel frattempo Friday giocò la prima parte della stagione successiva (1973/74) nell’Enfield, prima di tornare brevemente all’Hayes e poi, ne Gennaio del 1974, diventare ufficialmente un giocatore del Reading (nel frattempo anche il Watford tentò di approciare il ragazzo, ma la parola di westlondinese era già stata data ai Royals).

Friday firmò un contratto da amatore, mantenendo quindi il suo lavoro extra-calcistico, e si allenava con le riserve del Reading. Vero, aveva segnato più di un goal ogni due partite per l’Hayes, e ok, era stato espulso sette volte, ma in quel momento un lavoratore della Londra ovest con il vizio dell’alcool e delle droghe, firmava per un club pro e se non ci trovate un pizzico di romanticismo, anche malinconico per via della vita extracalcistica, in tutto ciò non sapremmo in cosa potreste trovarlo. Era in fondo l’occasione per il riscatto personale sulla vita, che peraltro contibuì lui stesso a complicarsi, ma tutti hanno diritto a una seconda chance, no? Il Reading in quel Gennaio del ’74 ne veniva da un periodaccio: due vittorie in quattordici partite; Friday invece ridicolizzava gli avversari nelle partite delle riserve. Hurley fu così in qualche modo costretto a dare una chance al ragazzo. Con Friday in campo i Royals si trasformarono, la stampa locale gridò al miracolo (il Reading Evening Post divenne il suo tifoso per eccellenza), i tifosi impazzivano per quel George Best di quarta divisione e Hurley salvò la panchina. Segnò alcuni goal che, nei ricordi di chi li vide, sono semplicemente “incredibili”, il frutto della mente e dei piedi di un genio del calcio.

Friday impressionò in campo tanto quanto fece perdere le staffe ai gestori dei pub locali. Il suo amore per l’alcool lo portò a imbattersi in diverse controversie e a vedersi bandito da molti locali. Ma l’apice della carriera da bevitore in quella prima stagione nel Berkshire lo raggiunse una sera quando, con tutti i pub chiusi, si presentò in un night (the Churchill’s, il peggiore della città, ma non ditelo a Winston), cappotto lungo e stivali. Entrò nel club, prese posto in mezzo alla pista da ballo, si tolse il cappotto rivelando che sotto era…nudo. Danzò così, con solo indosso gli stivali, tutta la notte. Inventò anche una danza che chiamò “the elephant” e che non vi consigliamo di fare al gran ballo: girava all’infuori le tasche dei pantaloni, si abbassava la cerniera tirando fuori l’attributo maschile, ed ecco che le tasche diventavano le orecchie dell’elefante, e come immaginerete il pene ne era la proboscide. Ma non finiva qui: per placare l’abitudine del nostro di assumere LSD allietato da dischi heavy metal al massimo volume (causando le proteste dei vicini per i quali va, postuma, tutta la nostra comprensione), Hurley obbligò Friday a trasferisi nello stesso condiminio in cui abitava l’ex custode di Elm Park. L’uomo, 80 anni suonati e una pensione da godersi in santa pace, ebbe la vecchiaia rovinata da quella decisione, e immaginiamo maledì Hurley e Friday per il resto della vita quando si trovava a fronteggiare vicini incazzati, ragazze infuriate e musica a tutto volume.

Il Reading però, grazie alle eccellenti prestazioni di Friday, terminò la stagione in sesta posizione, e diventava difficile per il manager dire a Friday di calmarsi, quando questi faceva la differenza sul campo. Insomma, veniva bene o male tollerato tutto, secondo il dettame machiavellico de “il fine giustifica i mezzi” (frase peraltro mai pronunciata dall’autore de il Principe), anche se c’è da dire che Friday nutriva e nutrì per sempre un rispetto per Hurley che probabilmente non nutrì per nessun’altro. Sheffield United e Arsenal si interessarono al ragazzo ma non se ne fece mai nulla. Forse alle orecchie degli scouts (e di Bertie Mee, che si interessò personalmente a Friday) giunse la notizia che, al ritorno da una trasferta, Friday fece fermare il bus per andare al bagno e, quando si accorse di essere vicino a un cimitero, rubò alcune decorazioni da una tomba (sic) per metterle vicino al presidente (!) che dormiva beato nel retro dell’autobus. Un macabro scherzo nella mente di Friday, che fece infuriare Hurley. O forse ai suddetti scouts giunse la novella che raccontava di come Friday, una sera, si presentò nel bar dell’hotel in cui soggiornava la squadra accompagnato non da un cane, nemmeno da un gattino, ma da un cigno, che trovò nei paraggi. Però, e ci risiamo, segnò quella stagione (1974/75) 18 goals, che gli valsero il premio di giocatore dell’anno del club, trascinando fuori la squadra dalle zone basse della classifica quando vi precipitò a causa dell’assenza di Friday (ebbe problemi respiratori causati da un virus): una sera lo trovarono in mutande a bere nel bar dell’albergo, ma cosa gli dite a uno così?

La stagione successiva (1975/76), se possibile, fu migliore. Fu la migliore nella carriera di Friday, una stagione in cui segnò 22 goal (21 in campionato) e che culminò con la promozione del Reading in Third Division. L’apice si ebbe il 31 Marzo del ’76, quando a Elm Park si presentò il Tranmere terzo in classifica e dunque in lotta promozione come i Royals; arbitro Clive Thomas, esperto fischietto internazionale adatto al big-match promozione. Una giornata che Thomas non dimenticherà mai. Diciamo subito che il Reading vinse 5-0, ma qui ci interessa quello che accadde sul 2-0. Un goal che nessuno di quelli presenti dimenticherà mai. Nemmeno Thomas, che prima di indicare il centrocampo si mise le mani in testa dall’incredulità. Autore del goal? Ovviamente Friday. “It was the sheer ferocity of the shot on the volley…over his shoulder. If it hadn’t gone into the top corner of the net it would have broken the goalpost. Even up against the likes of Pelé and Cruyff, that rates as the best goal I have ever seen” ricorderà anni dopo Thomas. Incredibilmente Friday fuori dal campo stette lontano dai guai per tutta la stagione, cacciandosi nei pasticci una sola volta, a Newport fuori da un locale, quando venne arrestato per linguaggio osceno, accusa che poi cadde. Certo, rubò anche un servizio di bicchieri da vino per il suo capitano, Gordon Cumming, il quale a una cena disse “che belli, mi piacerebbe averne di simili”: Friday lo prese alla lettera e glieli procurò.

Le grane cominciarono una volta archiviata la promozione, in primo luogo quando il Reading offrì ai propri giocatori salari inferiori rispetto alle promesse. Friday presentò immediatamente la richiesta di trasferimento, lamentando la mancanza di ambizione del club, ma va detto che più o meno tutti i suoi compagni protestarono. La questione finì lì, ma Robin trovò comunque il modo di consolarsi, sposandosi per la seconda volta, dopo aver divorziato dalla prima moglie. Il matrimonio di Friday e di Liza Deimel (studentessa di Reading) fu esilarante, almeno stando alle parole della sposa stessa che lo definì “the most hilarious thing ever“. Innanzitutto l’abbigliamento di Friday: abito di velluto marrone (!), maglietta tigrata (!!) e stivali di serpente (!!!), non esattamente lo smoking ma look che perfettamente si addiceva al personaggio. Poi gli invitati: 200, tra cui molti amici londinesi, che festeggiarono la coppia ubriacandosi, assumendo svariati tipi di droghe e facendo a cazzotti, finendo per rubare gli stessi regali di nozze, tra cui un cospicuo quantitativo di cannabis. “I have been to a few weddings“, disse Rod Lewington, storico amico di Robin, “but never one like that“, e immaginiamo di dovergli credere. Quando la squadra si ritrovò per il precampionato, Friday era palesemente e imbarazzantemente fuori forma. Hurley dirà anni dopo: “deve aver festeggiato troppo la promozione”. Tuttavia riprese almeno parzialmente la condizione della stagione precedente, sebbene nuovamente, dopo due settimane di assenza causa influenza, si ripresentò in condizioni inquietanti. Hurley cercò in tutti i modi, venuto a conoscenza dell’abuso di droghe del suo ragazzo, di salvarlo; all’ennesimo allenamento saltato, dietro le proteste, giustificate, del resto della squadra, il manager però si arrese, e si disse pronto a lasciarlo partire.

Le cose stavano comunque precipitando. Oltre agli allenamenti saltati Friday sembrava sempre più stralunato, al punto che durante una partita si avvicinò al pubblico per chiedere quale fosse il risultato della partita stessa. O dopo una brutta prestazione a Mansfield, in cui venne sostituito e, in preda alla furia per quanto espresso sul campo da lui e dalla squadra, ebbe l’idea di defecare nel bel mezzo del bagno dei padroni di casa. No, era ingestibile ormai per il Reading, ma sembrava ancora attrarre folle di ammiratori, scouts, manager avversari che ne parlavano entusiasticamente, almeno in pubblico visto che concretamente l’unica offerta che pervenne al Reading fu da parte del Cardiff City, squadra all’epoca (oddio, anche tuttoggi) di seconda divisione. 28.000 sterline, che il Reading accettò. Friday al contrario non voleva saperne di trasferirsi in Galles, troppo lontano dalla sua Londra disse, ma quando Hurley gli fece notare che o andava a Cardiff o sarebbe stato rilasciato, prese la via per il Galles. Friday cominciò la sua avventura a Cardiff venendo arrestato. Un colpo da maestro, e d’altronde quale modo migliore per presentarsi? Fece la tratta Reading-Cardiff in treno, ma senza biglietto valido, la British Transport Police lo portò con se in caserma, e se non fu lì che firmò il contratto poco mancò, visto che lo stesso manager dei Bluebirds Jimmy Andrews andò a farlo rilasciare e lo portò con se a Ninian Park.

La prima partita con la casacca dei gallesi la disputò da lì a poco, 1 Gennaio 1977 (il trasferimento avvenne il 30 Dicembre). Ovviamente Robin preparò la partita a modo suo, passando tutta la notte precedente al pub. A Ninian Park quel giorno arrivava il Fulham, niente di particolare direte voi, se non fosse che a marcare Friday ci sarebbe stato niente di meno che Bobby Moore, la leggenda per eccellenza del calcio inglese, a fine carriera certo ma pur sempre Bobby Moore. Friday venne impressionato da tutto ciò? Dire di no è riduttivo. Non solo segnò due goal in faccia a Moore, ma celebrò l’eroe calcistico nazionale, l’uomo che alzò il tanto agognato trofeo di campioni del Mondo a Wembley…strizzandogli i testicoli, che nel favoloso mondo di Friday immaginiamo essere un gesto di grande affetto e stima. Imbattibile. Ma fu un lampo nel buio. Due fattori causarono l’inizio della fine: il pessimo rapporto con Jimmy Andrews, il manager, che Friday considerava nè più nè meno che un coglione, e la lontananza da Londra. Sul primo punto basta dire questo: un giorno Robin si presentò nell’ufficio di Hurley a Elm Park e, chiamandolo “boss” (cosa che non fece mai con Andrews) chiese di tornare al Reading, sentendosi rispondere che, sebbene la volontà non mancasse, economicamente il club non poteva permettersi di riacquistarlo. Sulla lontananza invece gli aneddoti si sprecano. Spariva dopo le partite per poi presentarsi solo alla vigilia di quella successiva; diceva di abitare a Bristol ma, quando Andrews si presentava presso l’abitazione per controllarlo, non lo trovava mai; e, e questo è un capolavoro, faceva i tragitti Cardiff-Londra in treno senza pagare il biglietto. Di nuovo? Non proprio. Appena salito sul treno, aspettava che qualcuno andasse in bagno; avvicinandosi alla porta urlava “ticket please”, fingendosi il controllore, e quando la persona gli passava il biglietto da sotto la porta, Friday se lo intascava per usarlo lui. Un genio.

Alla firma del contratto col Cardiff e Andrews

Uno dei picchi della carriera di Friday, il top tra abilità calcistiche e comportamenti sopra le righe, occorse il 16 Aprile del 1977, con un Cardiff City in piena lotta retrocessione che ospitava il Luton Town. Fin dasubito tra Robin e il portiere degli Hatters, Milija Aleksic, volarono parole grosse come si suol dire, al punto che Friday arrivò a entrare duramente in tackle sul portiere. Quando si avvicinò per chiedere scusa, Aleksic rifiutò di stringergli la mano, una dichiarazione di guerra alla persona sbagliata come si accorse ben presto. Robin riconquistò immediatamente palla dopo la punizione, si presentò solo davanti ad Aleksic, lo mise a sedere e infilò il pallone in rete, salutando il tutto con il gesto delle dita a “V”, segno di insulto nei paesi anglosassoni. Il fatto in questione è famoso perchè venne immortalato in uno scatto (quello che apre il nostro pezzo), che il gruppo dei Super Furry Animals utilizzò per la copertina di un album dall’eloquente titolo “the man don’t give a fuck”, una sintesi estrema della personalità di Friday.

La stagione 1977/78 si aprì con Friday in ospedale a Londra, e i motivi del ricovero non furono mai chiari. Robin disse di aver sofferto di epatite, ma gli esami effettuati dal club smentirono tale spiegazione. Fattostà che perse quasi 13 kili, e in tali condizioni si presentò nell’Ottobre del ’77 a Cardiff, dove tra l’altro Andrews lo convinse finalmente a trasferirsi. Il 29 Ottobre il Cardiff City era in scena a Brighton, in quella che si rivelerà essere la penultima partita nella carriera di Friday. Durante la partita, come spesso gli succedeva, Friday si trovò più volte a muso duro con un avversario, in questo caso Mark Lawrenson. Quando il difensore dei seagulls tentò un tackle in scivolata su Robin, questi lo colpì violentemente con un calcio in faccia, cosa che naturalmente gli costò l’espulsione diretta e tre giornate di squalifica. Rientrando negli spogliatoi, vuole la leggenda, Friday defecò nuovamente (altro vizio che evidentemente non perse), questa volta direttamente nella borsa di Lawrenson. Andrews perse la pazienza, lamentò il comportamente di Friday a mezzo stampa e lo mise in lista trasferimenti: non era più disposto a tollerare comportamente simili. Gli concesse un’ultima apparizione il 10 Dicembre di quell’anno, poi improvvisamente Friday, che stava attraversando una nuova crisi coniugale che lo porterà al secondo divorzio (e dopo aver avuto il secondo figlio), si presentò nell’ufficio del manager annunciando il proprio ritiro. A 25 anni, si disse stufo di essere circondato da persone che gli dicevano cosa fare della propria vita (come se le avesse mai ascoltate), e appese gli scarpini al chiodo tra lo stupore di tutti.

Tornò a Londra, la sua Londra, e tornò a lavorare come asfaltatore e come decoratore. Una vita che più gli si addiceva secondo lui, una vita in cui poteva bere senza dover rendere conto a manager, tifosi, stampa, in cui l’assunzione di droghe riguardava lui stesso e basta. Provò ad allenarsi col Brentford, ma non se ne fece nulla. No, Robin non voleva tornare in quel mondo, nemmeno quando il nuovo manager del Reading, Maurice Evans, gli presentò una petizione firmata da 3.000 tifosi che chiedevano il ritorno di Friday a Elm Park. Anzi, Friday sbuffò in faccia a Evans un “ho la metà dei tuoi anni e ho vissuto due volte più di te”, modo carino per rifiutare l’offerta. Acton era casa sua, troppi anni vi era rimasto lontano e non voleva più saperne di lasciarla. Si sposò, di nuovo con esiti sfortunati, una terza volta, e tornò a conoscere il sole a rettangoli delle carceri cittadine quando si travestì da poliziotto, andando in giro a sequestrare droga che poi avrebbe consumato lui. Morì a soli 38 anni, nella solitudine di un appartamento di Acton, per un arresto cardiaco dovuto ad una overdose. Era il 22 Dicembre 1990.

Tributo postumo a Robin

Il calcio inglese perdeva quel giorno uno dei suoi più grandi talenti inespressi. Un carattere ingestibile che andava di pari passo a una classe sopraffina, abitudini da rockstar che poco si addicevano a un calciatore professionista furono le cause del suo insuccesso. Ma come detto in apertura più che dire che “non è stato”, Friday “non è voluto essere”. Aveva, inutile nasconderlo, il talento per giocare in First Division, anzi aveva più talento della maggior parte dei giocatori di First Division. Sarebbe bastato cambiare, ma lui non volle. Rimase sempre il ragazzo di Acton che rubava autoradio, perchè quello era il suo mondo. Si ritirò a 25 anni per andare ad asfaltare strade, il che dice praticamente tutto. Anche se non fosse stata First Division un club che avrebbe tollerato le sue “bizzarrie” e le sue abitudini lo avrebbe trovato facilmente, come dimostrano le offerte di Reading, che lo avrebbe riaccolto a braccia aperte, e Brentford. Ma non volle. Ed è questo che rende Friday un’icona romantica del calcio inglese, perchè come detto altri, al contrario suo ce la fecero, magari avevano più talento certo, ma ce la fecero. Lui no, non riuscì mai ad abbadonare il suo stile di vita, i suoi scherzi al limite del grossolano, le sue bizzarre trovate. Partì dal calcio amatoriale e arrivò ai pro, ma si fermò di colpo. In quattro stagioni entrò nella storia del Reading (“player of the millenium”), fece un’apparizione fugace in quel di Cardiff e poi decise che era ora di finirla lì, e solo chi è consapevolmente pazzo può prendere una tale decisione. Non a caso disse, in una delle rare occasioni in cui parlò pubblicamente “On the pitch I hate all opponents. I don’t give a damn about anyone. People think I’m mad, a lunatic. I am a winner“. Robin Friday, the best footballer you never saw. Ma chi lo vide, non lo dimenticherà facilmente.