La storia dei club: Preston North End

Preston, Lancashire. Questa comunità di 114.300 abitanti è, per molti versi, la capitale del Football. Ci arriveremo, prima però la consueta introduzione. Preston è il centro amministrativo del Lancashire, e il consiglio della contea ha sede proprio qui, nella città lambita dal fiume Ribble. Due i membri eletti al Parlamento di Westminster, e quindi due le circoscrizioni: Preston (attualmente seggio laburista) e Wyre and Preston (conservatore) Classica città del nord un tempo industriale, dove quando le fabbriche se ne sono andate hanno lasciato la scia di disoccupazione e terziario da reinventarsi, nativo di Preston era ad esempio Richard Arkwright, uno dei più famosi inventori che contribuirono a cambiareo la storia del mondo tramite l’industria. Preston come detto è però universalmente associata al football non tanto come invenzione del gioco, quanto all’epoca della creazione della Football League e delle leghe minori poi confluite in essa. Questo legame era, purtroppo diciamo era, testimoniato dal museo del calcio che proprio al Deepdale, lo stadio del Preston North End, aveva sede, sede che oggi invece è stata spostata 27 miglia più a sud, a Manchester, nuova capitale del calcio ma senza quel retrogusto romantico che aveva Preston. Il Preston North End è dunque simbolo della città, probabilmente la sua espressione più famosa, che andiamo a trattare.

PNE_FCPreston North End Footbal Club
Anno di fondazione: 1863
Nickname: the Lilywhites
Stadio: Deepdale, Sir Tom Finney Way, Preston
Capacità: 23.408

Il Preston North End nasce nel 1863 come cricket club: l’anno, tuttora preso come punto di partenza della storia, riguarda infatti la fondazione del club, che si è dedicato al calcio solo successivamente, come vedremo. Nell’estate del 1863 venne disputato il primo incontro di cricket del neonato team, che si tenne a “The Marsh” (la palude), un lembo di terra a ridosso del fiume Ribble nei pressi di Ashton-on-Ribble, per l’appunto. Ashton si trovava nella zona nord-ovest della città di Preston, la zona originaria della squadra che proprio a questo fatto deve il suffisso “North End”. Il trasferimento nella zona conosciuta come Deepdale non intaccò questa specificità geografica, visto che anch’essa si trova nel nord dell’abitato di Preston. Tornando alle vicende del club, va segnalato che, per supportare i costi di gestione della squadra di cricket (i membri si autotassavano di 2 pence a settimana) venne deciso che come secondo sport si sarebbe praticato il rugby, decisione che venne presa nel 1877, due anni dopo il trasferimento a Deepdale (1875). Una scelta fallimentare, visto che in città esisteva da anni un’altra squadra, il Preston Grasshoppers, la cui fama era inattaccabile dal neonato team rugbistico del North End. Questa volta saggiamente, venne deciso di adottare un altro sport che si stava diffondendo a macchia d’olio specialmente nel nord del Paese: il football, e come vedremo (ma come sapete) le cose andranno diversamente in questo caso. Ottobre 1878, il Preston North End giocò la prima partita di calcio della sua storia: una sconfitta per 0-1 contro l’Eagley FC. Il calcio prese piede, sebbene il cricket rimanesse come riempitivo nei mesi estivi, anche se i risultati tardarono arrivare, diciamo così: quando incontrarono il Blackburn Rovers la partita terminò 0-16, risultato quasi rugbistico. C’era da lavorarci su, insomma.

L’uomo della provvidenza si chiamava William Sudell, nativo di Preston, ex giocatore e poi presidente del club. Intuendo le potenzialità di quel meraviglioso giochino che chiamiamo calcio, decise di investire forze e denaro  per portare a Preston giocatori di alto livello, pescando prevalentemente in Scozia, abitudine peraltro diffusa all’epoca; l’offerta formulata da Sudell consisteva in una quota per ogni match giocato a cui andava aggiunto un posto di lavoro nell’area di Preston, anche questa pratica comune specie nel Lancashire. Insomma, un semi-professionismo che suscitò le ire di alcuni club, tra cui l’Upton Park che giunse a Preston per un match di FA Cup 1884. Il North End uscì dalla coppa, ma trovò l’appoggio di altre 36 squadre del nord che minacciarono l’abbandono della Football Association per crearsi la propria associazione; la FA fu così costretta a legalizzare il professionismo: era il 1885, e niente sarebbe stato più come prima. Sulla spinta di tale decisione, infatti, presero forma le idee di creare leghe comprendenti le più importanti squadre del Paese, la principale delle quali fu la Football Association, fondata nel 1888 per iniziativa di un dirigente dell’Aston Villa e a cui venne invitato anche il Preston North End. D’altronde era impossibile da escludere la squadra del Lancashire, che aveva già mostrato in FA Cup la forza del proprio undici, un undici che passerà alla storia come The Invincibles e questo dice praticamente tutto: Nick e Jimmy Ross, David Russell, Geordie Drummond, tutti scozzesi, tutti tremendamente abili col pallone tra i piedi. A loro si aggiungevano alcuni giocatori locali, come Bob Holmes e Fred Drewhurst.

Nemmeno il tempo di una stagione e il Preston North End entrò subito nella storia del calcio inglese, vincendo il primo campionato di Football League senza nemmeno una sconfitta (solo l’Arsenal riuscirà a eguagliare il primato più di un secolo dopo) a cui aggiunse anche la FA Cup, completando così il primo Double della storia. Tra l’altro la coppa, vinta in finale per 3-0 contro il Wolverhampton Wanderers, vide il Preston non subire nemmeno un goal, questo sì il vero record ineguagliabile. Il campionato venne conquistato anche la stagione successiva, primo back-to-back della storia ma anche ultimo titolo per i Lilywhites, che conosceranno da lì in poi solo secondi posti (ben sei). Prima di continuare però, va reso omaggio agli Invincibles, un undici che da lì in poi verrà smantellato ma che ha segnato la storia del club e del calcio, elencando come esempio la formazione che conquistò la FA Cup 1889:

Robert Mills-Roberts (WAL)
Bob Howarth (ENG)
Bob Holmes (ENG)
George Drummond (SCO)
David Russell (SCO)
Johnny Graham (SCO)
Jack Gordon (SCO)
Jimmy Ross (SCO)
John Goodall (ENG)
Fred Drewhurst (ENG)
Sam Thomson (SCO)

Formazione, ovviamente, il mitico 2-3-5 tanto in voga all’epoca.

797px-Preston_North_End_in_1888-89,_the_first_Football_League_champions

La squadra del double

Come dicevamo, fu l’ultimo titolo per il PNE, per una crescita degli avversari unita al declino del mitico team degli invincibili, e nel 1893/94, dopo tre secondi posti, il Preston si trovò addirittura a dover affrontare lo spareggio salvezza contro la terza classificata della Division Two, il Notts County, sconfitto 4-0 al Deepdale. Come detto gli invincibili lasciarono pian piano il Lancashire: Ross firmò per l’Evertom, Thomson per il Wolverhampton Wanderers, Goodall se ne andò al Derby County; peraltro Ross stesso, che tornò a Preston dopo una sola stagione, morì di tubercolosi. Insomma, anche tragedie, come la morte di un altro invincibile, Dewhurst. Nel mentre anche il proprietario, il già citato Sudell, perse il controllo del club. Il club iniziò così un’altalena che nel periodo precedente alla prima guerra mondiale lo vide più di una volta sprofondare in seconda divisione e risalire in prima, in quello che viene ricordato come il periodo yo-yo. Il pubblico di Preston però apprezzava il football, e le presenze sugli spalti aumentavano di stagione in stagione.

Il periodo tra le due guerre fu, all’inizio, pessimo: il PNE si ritrovò in Division Two e questa volta ci rimase a lungo (nove stagioni), anche se, nel mentre, arrivò un’inaspettata finale di FA Cup. Nel 1922 i Lilywhites scesero infatti in campo a Stamford Bridge contro l’Huddersfield di Herbert Chapman: fu l’ultima finale lontano da Wembley, che i Terriers vinsero con un goal di Smith su rigore, che bucò l’occhialuto (!) portiere del Preston, James Mitchell. Saltiamo qualche passaggio nella narrazione perchè, incredibilmente, la stessa finale si ripetè sedici anni dopo, questa volta a Wembley, un anno dopo un’altra finale persa, in quell’occasione contro il Sunderland. Stesso risultato della finale di sedici anni prima, sempre un goal su rigore, ma invertito, e fu il Preston ad alzare il trofeo sul filo del rasoio, visto che Mutch segnò il rigore decisivo al 119′ minuto, un soffio prima della fine. Fu l’ultimo trofeo importante nella storia del club. Nel frattempo i Lilywhites non solo erano tornati in massima serie, ma potevano contare su un team nuovamente competitivo, ovviamente pieno di scozzesi (ben 7 su 11 in quella finale) tra cui un certo Bill Shankly (gli altri erano Andy Beattie, Smith, Mutch, “Bud” Maxwell, Bobby Beattie, Hugh O’Donnell): un’abitudine, quella di guardare a nord del confine, che dalle parti di Deepdale non persero. Ma le buone notizie giungevano anche dal fronte delle giovanili, dove un nucleo di ragazzi di talento spingevano per trovar spazio in prima squadra. La seconda guerra mondiale rimandò di qualche anno il loro esordio.

Tom Finney, The Splash

Tra questi ragazzi vi era anche Thomas Finney, anzi Sir Thomas Finney. Nativo di Preston, classe 1922, fece il suo esordio “solo” nel 1946 a causa della guerra, in tempo per fare la storia del club (giocò tutta la carriera con la maglia del Preston) e della Nazionale con cui giocherà 76 partite. Tom Finney, che ora, a 91 anni, è presidente di un club di non-league, il Kendal Town, rimarrà famoso anche per una foto, “the splash”, da cui ha tratto ispirazione lo scultore Peter Hodgkinson per realizzarne la statua posta fuori da Deepdale. L’impatto di Finney sulla storia del PNE è tale che, seppur trattandosi di un periodo senza trofei, la “Tom Finney Era” rimane ben impressa nel cuore dei tifosi, così come il talento del giocatore che è ben riassunto da una battuta, che circolava in quel periodo, che asseriva come Finney dovesse chiedere uno sconto sulle tasse, visto che aveva 10 dipendenti (i suoi compagni di squadra, che in sua assenza parevano persi), Oddio, a dirla tutta Finney fu vicinissimo ad un certo punto a lasciare Preston, direzione…Palermo, che se avete presente Preston e Palermo non sono esattamente la stessa cosa; l’allettante offerta dei rosanero (130 sterline al mese, 10.000 sterline per la firma, un auto e una casa) fu però respinta dal club, nonostante lo stesso giocatore avesse chiesto di valutarla. Per fortuna venne rifiutata, e l’epoca di Finney si chiuse con due secondi posti in campionato e una finale persa in FA Cup (1954, 2-3 contro il WBA).

Fu l’ultimo momento di vera gloria per il club, che iniziò un lento ma inesorabile declino. Nel 1961 venne salutata la massima serie (un anno dopo il ritiro di Finney), e da allora il PNE aspetta ancora di ritornarvi, mentre nel 1964 l’ultimo acuto in FA Cup vide il Preston sconfitto, nuovamente per 2-3, dal West Ham United di Moore, Hurst e compagnia. Ma il declino era ormai irreversibile, e nel 1970 il club conobbe l’onta della terza divisione. Nel libro “Preston North End: 100 years in the Football League” Dave Russell spiega il declino del club principalmente per un fattore di stipendi, con l’abolizione del tetto salariale che da quel momento impedì ai club meno ricchi di poter competere. Un sali-scendi tra seconda e terza serie, alcuni manager dal nome “importante” come Bobby Charlton (la cui avventura non fu fortunata) e Nobby Stiles (che invece ottenne una promozione), peraltro compagni di squadra in quel PNE (Sir Charlton chiuse in pratica la carriera lì, anche se fece ancora 3 presenze nel Watford). Il declino toccò il suo punto massimo nella stagione 1984/85, dopo che il club diverse volte finì sull’orlo del baratro quell’anno infatti vi precipitò, e si trovò a calcare i palcoscenici non prestigiosissimi della Division Four. E nel 1986 il PNE concluse addirittura al penultimo posto della quarta serie, costringendo il club a chiedere la ri-elezione in Football League. Momento bassissimo, dunque: il club poteva solo rialzarsi.

FA Cup 1938

John McGrath, manager per la stagione successiva, fece proprio questo, conquistando la promozione in Division Three, con una strepitosa forma casalinga che molti ritengono essere stata dovuta alla superficie sintentica del Deepdale, preparata proprio in tempo per la stagione 1986/87 (e rimossa nel 1993). McGrath riuscì quasi nel tentativo di ottenere una seconda promozione, ma la sconfitta in semifinale di playoff contro il Port Vale mise fine al sogno di un ritorno in Division Two e al regno del manager, che lasciò poco dopo. Quella dei playoff sembrò essere una maledizione per il PNE, che proprio ai playoff uscì sconfitto dapprima contro il Wycombe Wanderers (guidato da Martin O’Neill) nella finale del 1992, e in seguito contro il Bury nel 1995 (semifinale), nell’anno in cui David Beckham giocò in prestito proprio con la maglia Lilywhite. I problemi comunque non tardarono ad arrivare, e la situazione finanziaria, sempre precaria, sembrò sul punto di esplodere quando provvidenzialmente il gruppo BAXI rilevò il club nello stesso 1995. Dalla nuova proprietà ne trasse beneficiò anche Deepdale, che vide iniziare la necessaria opera di ristrutturazione. La promozione di First Division arriverà però solo nel 2000, due stagioni dopo la nomina di David Moyes a manager.

E proprio con il futuro manager dell’Everton in panchina il PNE sembrò poter ambire alla Premier League, che per il club sarebbe stata una novità assoluta, ma ancora una volta furono i playoff a mettere fine ai sogni dei tifosi, e nel caso specifico la finale persa contro il Bolton Wanderers. Venne anche aperto, in quella stagione, il National Football Museum. Il lavoro di Moyes (chiamato alla guida dei Toffees) venne continuato, dopo il contestato regno di Craig Brown, da Billy Davies. Anche per Davies fatali furono i playoff: nel 2005 perse la finale contro il West Ham United, la stagione successiva la semifinale contro il Leeds United. La Premier League sembrava un sogno irrealizzabile, cosa che purtroppo si è confermata ad oggi, visto che, nel frattempo, non solo il Preston ha abbandonato la speranza di approdare in Premier, ma al contrario è tornato in terza serie. Da segnalare nel mentre la convocazione (stagione 2006/07) di David Nugent in nazionale, visto che si tratta della prima volta di un giocatore Lilywhite con la casacca dei tre leoni dai tempi di Finney.

Nugent, l’ultimo lilywhite a vestire la casacca della nazionale

Chiudiamo con il simbolo e colori. In entrambi i casi, il Preston North End non ha mai variato molto. Per quanto riguarda i colori, dopo una maglia a righine orizzontali bianco-blu e una a righe verticali bianco rosse, dal 1888 la divisa ufficiale prevede maglia bianca e pantaloncini blu (salvo alcune occasioni in cui questi furono bianchi). Anche per il simbolo c’è stata continuità, con l’agnello, simbolo del borough di Preston, da sempre a contraddistinguere il club. Nella sua prima versione l’agnello e le lettere “PP” (princeps pacis in latino, ma per alcuni traducibili anche con “Proud Preston”, visto che come riporta The Beautiful History “Preston has a reputation for pride because in the eighteenth century it was a centre of fashionable society“) erano corredate dalla rosa rossa del Lancashire, che poi sparì nelle versioni successive. Sulla divisa da gioco, a metà degli anni ’70, al posto dell’agnello comparve la sigla P.N.E.F.C., che rimase anche negli anni successivi affiancata però all’agnello, che tornò sulle casacche bianche del club. Chiudiamo con una curiosa usanza che dal 2005 portano avanti i tifosi del Preston: il “Gentry day”, una partita della stagione in cui i tifosi indossano la classica bombetta in memoria di chi non c’è più, tifosi ed ex giocatori deceduti nell’ultimo anno, e che deve il suo nome alla definizione di un manager del PNE degli anni ’70, Alan Ball, che nell’elogiare l’ampio seguito in trasferta disse: “Preston fans are the best, they’re the gentry“. Nonostante la serietà della ricorrenza, il momento è festoso, di aggregazione, di unione, ed è forse il modo migliore per ricordare chi se n’è andato col PNE nel cuore.

Gentry Day

The majority of teams aren’t invincible, but some are. The majority of clubs are just clubs, some however are institutions“. Ci sembra la conclusione più degna per la storia del Preston North End, un club che più degli altri incarna l’essenza stessa di Football, con la F maiuscola, senza la gloria del Manchester United o il fascino seducente di Anfield, ma con quell’alone di leggenda che rende tutto così magico.

P.S. per tutti i tifosi italiani, simpatizzanti, coloro che vogliono saperne di più sul club il punto di riferimento è Preston North End G.B.S., il club italiano del Preston: http://prestonnorthendgbs.blogspot.it/

Trofei

  • First Division: 1889, 1890
  • F.A. Cup: 1889, 1938

Records

  • Maggior numero di spettatori: 42.684 v Arsenal (Division One, 23 Aprile 1938)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Alan Kelly, 447
  • Maggior numero di reti in campionato: Tom Finney, 187

Fonti: Wikipedia; Preston North End History; The Beautiful History; Historical Football Kits

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Una sindrome tutta italiana

Uno dei motivi per cui preferisco il calcio inglese a quello italiano è tutto ciò che riguarda gli arbitri. Ogni tanto me ne dimentico, poi però assisto a giornate come quella di ieri in Serie A e tutto mi ritorna in mente. Ora, la prima precisazione è che di arbitri se ne parla anche in Inghilterra: basterà fare una veloce ricerca su Google associando al nome di Howard Webb quello del Manchester United (vi anticipo: è il secondo termine di ricerca consigliato) per trovare centinaia di battute, illazioni, fotomontaggi. Per cui no, non sono superiori in questo i tifosi d’oltremanica: scadono anche loro nella polemicuccia da bar o, in questo caso, da pub. La differenza è un’altra, a mio avviso ben più grave: che se là la polemica da quattro soldi su Webb o Foy o Clattenburg rimane nell’ambito dei tifosi, qui in Italia il tutto è portato al livello delle società, dei dirigenti, dei siti ufficiali. Il nostro amico Roberto Gotta, tempo fa, dedicò sul suo blog un pezzo a riguardo (QUI) dove sottolineava il fatto che, nonostante Sir Alex Ferguson avesse protestato con l’arbitro in occasione della partita col Wigan della stagione scorsa, sul sito ufficiale dei Red Devils tali dichiarazioni non erano nemmeno riportate. Il giochino, oggi, consiste in questo: paragonare la situazione appena riportata con quanto accade sul sito dell’Internazionale, che ieri ha avuto contro un rigore quantomeno discutibile. Sia ben chiaro, è solo un esempio, perchè tutte e 20 le società hanno un passato fatto di dossier arbitrali (una cosa che fa venire la nausea solo a pensarci), dichiarazioni a effetto etc etc, per cui prendiamo come esempio l’Inter ma potrebbe essere la Fiorentina come la Juventus o la Sampdoria (messa qui apposta in quanto mia squadra italiana). Dunque, apriamo www.inter.it: delle quattro notizie di copertina, due sono generiche su allenamenti e biglietti, due riguardano l’arbitraggio di ieri sera. In una vengono riportate, “in versione integrale” come tengono a dirci, le dichiarazioni del presidente della società (!) Massimo Moratti, in cui emerge che “c’è una volontà di colpire (l’Inter)“, e che “comunque è da 21 giornate che non vediamo un rigore“. Sulla prima affermazione torneremo, sulla seconda portiamo subito un paragone con la Premier: il Tottenham Hotspur, in piena lotta Champions, quest’anno non ha ancora ricevuto UN rigore a favore, a fronte di quelli assegnati ad Arsenal e Chelsea, principali concorrenti: secondo voi Daniel Levy, presidente degli Spurs, lo ha mai sottolineato? La risposta è scontata, visto che parliamo di un paese sportivamente civile: no, non l’ha mai fatto. Torniamo al sito dell’Inter. L’altra notizia riguardante gli arbitri è un’intervista niente meno che a Paolo Bonolis, un presentatore TV-tifoso nerazzurro che asserisce sicuro che “ormai è chiaro, ci deve essere una sceneggiatura scritta che prevede un finale, quello del Milan che ha fatto investimenti e che vuole essere portato in Champions League. E’ una commedia. E’ palese. Sono decisioni che sono sicuramente prese a tavolino“. Ovviamente, a rendere il tutto più comico, arriva la risposta del Milan, lo stesso Milan che mettendo le mani avanti prima di un Cagliari-Fiorentina (i viola sono rivali Champions dei rossoneri) parlò di campionato falsato visto che i toscani avrebbero giocato in un Is Arenas vuoto (porte chiuse), mentre il Milan vi giocò con il pubblico cagliaritano sugli spalti. Andò a finire che la Fiorentina perse e nessuno disse più nulla. Strano, eh?

Uno dei fotomontaggi che girano in rete su Webb. Anche là i tifosi si scatenano, ma solo i tifosi

Il calcio italiano è avvelenato dalla cultura del sospetto, dalla sindrome dell’accerchiamento, del “tutti ce l’hanno con me”, la sindrome a cui facciamo riferimento nel titolo. Ma in un certo senso ci campa anche su questa cultura malsana e non propriamente sportiva. Basti pensare che esistono programmi dedicati interamente alla moviola (persino “la moviola alla radio”, per dire), o ai numerosi ex-arbitri che popolano le TV nostrane, da quelle nazionali a quelle locali, sviscerando episodi dubbi senza ricordare che quello che loro vedono con dieci replay l’arbitro lo giudica in una frazione di secondo. Impensabile in terra d’Albione tutto questo. Quindi la domanda che mi pongo è: perchè questa cultura del “è colpa dell’arbitro” resiste e continua ad alimentarsi in Italia? La risposta per me è una sola: perchè fornisce alibi. Ieri sera il tecnico dell’Inter, Stramaccioni, ha fatto allusioni al campionato falsato, a un disegno dall’alto contro l’Inter, ma non ha spiegato perchè la sua squadra abbia subito tre goal su azione dalla quintultima in classifica; e se per un allenatore provare a trovare giustificazioni ai propri errori è comprensibile (lo stesso Sir Alex, la cui vicenda è stata riportata in apertura, che di quella partita, pur sottolineando il mancato rigore per la sua squadra, disse “defeat was deserved“, è uno che non le manda a dire ai referees) inaccettabile è che una società alimenti queste voci. Insomma, l’arbitro è un’ottimo rimedio per nascondere le prestazioni oscene, o le mancate vittorie (a volte capita anche di giocare bene e non vincere, è il calcio ma più in generale è lo sport), o gli errori in sede di calciomercato. E’ un parafulmini, muto (perchè in Italia gli arbitri non sono tenuti a rispondere e difendersi) ed è chiaro che in questa situazione ci vadano a nozze dirigenti, giornalisti, pseudo-tifosi. Anche perchè il tutto porta a una conclusione: se un singolo dirigente, allenatore, giocatore o tifoso pensasse veramente che il campionato sia falsato dall’alto, dovrebbe per coerenza smettere di seguire il calcio, o smettere di giocarlo, o smettere di gestirlo. Altrimenti chi glielo fa fare di investire tempo e soldi (e questo vale sia per i presidenti sia per i tifosi) in un qualcosa che ritiene infetto, malato, sporco? Se esistesse davvero “una volontà di colpire” la mia squadra la prima cosa che farei sarebbe dimettermi, o stracciare l’abbonamento. La grande differenza è quindi qui: che in Inghilterra l’idea che il campionato possa essere pilotato dall’alto non passa nemmeno per un secondo nella testa di dirigenti, giocatori, tifosi, che non solo non credono all’ipotesi complottistica ma hanno bisogno di giustificazioni quando non si qualificano per la Champions o non vincono un campionato per un solo, misero punto (perchè con quel rigore a Wigan lo United avrebbe probabilmente vinto il titolo 2011/12, ad esempio). Semplice, eppure tanto, troppo lontano da noi.

P.S. l’Inter è stata presa esclusivamente come esempio in quanto il fatto è accaduto ieri, ma vale per tutte. Astenersi perditempo livorosi, critiche invece ben accette

PPS: ci sarebbe anche da aprire un discorso sulla cultura sportiva in generale (esempio su tutti, i simulatori, qua da molti applauditi sotto sotto) ma il tutto sarebbe stato troppo dispersivo

Around the football grounds – A trip to West Ham

Con il consueto appuntamento con la rubrica dedicata agli stadi inglesi è tempo di tornare nella capitale, spostandoci però dalla parte ovest alla parte est della città. Oggi infatti andiamo nel quartiere di Upton Park, nel London Borough di Newham (una delle zone più asiatiche dell’intera Londra), dove ha sede (e credo che chiunque di voi legga lo sappia) il West Ham United Football Club con il suo impianto, il Boleyn Ground.

Immagine suggestiva dell’Est di Londra

LA STORIA

Anche per il West Ham, come per molti altri club che conosceremo in questa rubrica, la storia è ultracentenaria ed in questo lunghissimo arco di tempo sono solamente 4 gli stadi che la squadra ha avuto: l’Hermit Road, il Browning Road, il Memorial Grounds ed infine, dal 1904, il Boleyn Ground (noto anche come Upton Park), la cui storia però è destinata a finire entro pochi anni.

Scorcio vintage della zona dove sorse il primo impianto degli Hammers

Il primo impianto quindi, utilizzato sin dalla fondazione della squadra nel 1895 sotto il nome di Thames Ironworks, dal nome della compagnia di trasporti e lavorazione del ferro del fondatore, Arnold Hills. Si trattava di una squadra prettamente amatoriale, che annoverava tra le sue fila molti operai dell’azienda e che poteva contare su Hermit Road come terreno di gioco (grossomodo situato al corner di Bethell Avenue). Non immaginatevi però un vero e proprio stadio sullo stile di altri che abbiamo conosciuto nella nostra rubrica: si trattava infatti di un terreno brullo, steride, arido (descritto come “cinder heap”, letteralmente mucchio di cenere o “barren waste”, cioè uno spreco) adattato al calcio e circondato da un fossato con lenzuola a delimitare l’area adibita al pubblico. Le condizioni erano così pessime che la prima vera partita ufficiale, che doveva essere disputata contro il Chatham nei turni preliminari di FA Cup, venne giocata in trasferta anzichè ad Hermit Road come previsto (prima di allora vennero giocate solamente amichevoli); nonostante questo si assistette ad un esperimento interessante e pioneristico il 16 marzo 1896: fu infatti giocata la prima partita alla luce dei riflettori contro il Woolwich Arsenal, in un match spettacolare finito 5-3 per gli ospiti e disputatosi grazie al lavoro degli operai dell’azienda, che in questo modo guadagnò parecchia notorietà. L’esperimento fu ripetuto contro il WBA, ma la permanenza qui non durò a lungo: il 19 settembre 1896 fu infatti giocata l’ultima partita ad Hermit Road perchè i proprietari sfrattarono la squadra adducendo come motivazione la violazione degli accordi di uso/frutto del campo (che prevedevano il non far pagare l’ingresso e la non costruzione di muretti di cinta). Le successive partite vennero giocate in trasferta, mentre si aprì la caccia alla nuova casa, che fu trovata in Browning Road, zona East Ham (a circa un miglio dalla zona dell’attuale stadio), tra il dicembre 1896 ed il gennaio 1897. Lo spostamento non diede buoni risultati: crollò infatti l’affluenza alle partite, ma questo non scoraggiò il proprietario che, rendendosi conto dell’inadeaguatezza di Browning Road, già nel marzo 1897 annunciò di aver trovato il terreno per un nuovo impianto sportivo multifunzionale. Alcuni mesi dopo (e 2mila sterline in meno per Hills) venne aperto il Memorial Recreation Ground, la nuova casa del West Ham: in particolare fu aperto il 22 giugno, in coincidenza (voluta) con il 60esimo anniversario dell’incoronazione della regina Vittoria.

Piccola immagine degli albori del Memorial Ground

All’inaugurazione la capienza stimata era di 120mila persone e l’impianto si presentava come un enorme ovale adattabile per molti sport: oltre al terreno di gioco per il football vi erano infatti una pista di atletica, una pista per le bici, spazi per il tennis ed addirittura una grandissima piscina esterna. Come avrete intuito, per il pubblico non si trattava di uno stadio comodo dato che la distanza dal campo era parecchia da almeno 3 settori (si salvava solamente la West Side Stand); in più anche arrivarci non era facile all’epoca visto che non vi erano stazioni pubbliche nelle vicinanze (fu in seguito costruita, ma con 4 anni di ritardo, Manor Road). La prima partita ufficiale disputata fu contro il Brentford l’11 settembre 1897, con la vittoria dei Thames per 1-0, ma nonostante questo non ci fu mai feeling tra la squadra, il pubblico e l’impianto.

La piantina del Memorial Ground

Nacque addiritura una polemica interna alla società riguardo all’utilizzo di giocatori professionisti e questo porto da una parte alla fondazione del West Ham United, dall’altra alla spaccatura definitiva tra Hills e i dirigenti con il primo che arrivò a minacciare di sfrattare la squadra dal Memorial Ground. Non se ne fece nulla per via del contratto in vigore tra il West Ham e Hills per l’utilizzo del Memorial Ground sino al 1904 (ed anche per la ferma risposta dei dirigenti del club che avrebbero reso pubblico il contratto firmato con Hills danneggiandone la reputazione irrimediabilmente in caso di sfratto), ma la rottura del sodalizio era comunque nell’aria. Diversi fattori entrarono in gioco, in primis il fatto che il West Ham al Memorial Ground non attirava le folle oceaniche che si vedevano in altri impianti inglesi (in particolare alla dirigenza dava molto fastidio il notevole supporto di cui godevano i rivali del Millwall); poi da non sottovalutare la lontananza dalla zona di nascita della squadra, costretta a giocare le partite casalinge a Plaistow ed infine, forse il fattore più importante, la crisi economica che colpì Hills e la sua azienda in quegli anni, costringendolo a richieste più elevate per l’affitto della struttura (che esiste tutt’oggi anche se non rimane alcuna traccia dell’epoca).

Scorcio del West Ham al Memorial Ground

Scorcio del West Ham al Memorial Ground

La società incaricò Syd King, ex giocatore che per la sua intelligenza superiore alla media fu coinvolto anche nelle attività dirigenziali, per poi diventare manager, di trovare un nuovo terreno da chiamare casa: questo fu individuato a nord ovest dal Memorial Ground, nella zona di Green Street. Qui infatti vi era un bel lembo di terra con a fianco una casa molto particolare, il Boleyn Castle, costruita nel 1544 e così chiamata dopo il soggiorno di Anna Bolena (la seconda moglie di Enrico VIII) e per la presenza di due torrette a dominare la struttura. Nel maggio 1904 il West Ham si presentò alla porta delle autorità cattoliche di zona (proprietarie del terreno e della casa, utilizzata come scuola) e riuscì ad ottenere l’affitto del terreno unendo le forze con un team locale, il Boleyn Castle FC: iniziò un’estate frenetica per trasformare questo pezzo di terra in uno stadio pronto ad ospitare partite di calcio.

Green Street House nel 1904

Il Boleyn Castle Tower nel 1912

Per prima cosa si iniziò dal campo vero e proprio, ricavato da quello che allora era semplicemente un terreno per coltivare cavoli o patate (la popolazione locale lo conosceva come “potato field” o “cabbage patch), poi venne il turno di erigere gli spalti. Fu costruita immediatamente la Main Stand sul lato ovest della zona con l’architettura tipica dell’epoca: un lunghissimo e basso tetto a coprire un singolo anello di posti a sedere e, davanti a questi, la standing area. Gli altri 3 lati vennero lasciati scoperti, con barriere di legno a rappresentare le delimitazioni, una corda a separarli dal campo e solo posti in piedi per gli spettatori. Gli spogliatoi furono collocati nell’angolo nord-ovest del campo mentre agli arbitri ed alla stampa era riservato un tendone nell’angolo sud-ovest, sostanzialmente dall’altra parte dello stadio.

La prima immagine esistente del Boleyn Ground, sulla sinistra il South Bank

L’inaugurazione fu fatta il 2 settembre 1904 con la più classica delle partite, il derby contro il Millwall con circa 10-12mila persone ad assistere alla vittoria 3-0 degli Hammers, che nella stessa occasione introdussero anche il nuovo stemma del club, quello che attualmente tutti conoscete. Particolarità è che in quella stagione l’impianto ebbe il nome di “The Castle”, prima di venir poi conosciuto universalmente come Boleyn Ground. Il pubblico si affezionò immediatamente alla nuova casa e già nel 1913 la West Stand fu rifatta assieme agli spogliatoi, inglobati nella nuova struttura; in tale occasione furono migliorati anche i due end dello stadio, che assunsero una fisionomia più vicina a quella di una tribuna da stadio.

Il Boleyn Ground nel 1925

La ricostruzione del calcio inglese dopo la prima guerra mondiale portò grandi frutti agli Hammers, che entrarono nella Second Division  ed aumentarono notevolmente la loro popolarità; arrivarono poi la promozione ed il primo viaggio a Wembley per una finale di Coppa: gli introiti economici permisero al club di riprogettare completamente la West Stand per mano degli architetti E.O. Williams e D.J. Moss, incaricati dal club director Bill Cearns (la cui famiglia era costantemente presente nella società sin dagli albori, con il padre di Bill giocatore nei Thames Ironworks). Fu realizzata una enorme double-decker stand coperta (unico difetto della copertura il fatto che lasciava sempre gli spettatori all’ombra, comodo d’estate, ma tremendo d’inverno) ma aperta ai lati e posteriormente, con i posti a sedere in alto e i terraces in basso ed anteriormente; al suo interno potevano già trovare spazio anche le comodità per i boss della società e la zona stampa, nettamente in anticipo sui tempi. Particolarissimo il fatto che la stand non copriva, in lunghezza, l’intero campo, fermandosi un po’ prima della linea di fondo verso la parte sud dell’impianto. Della vecchia stand rimase il tetto, che venne semplicemente spostato sulla South Bank. Anche la East Stand andò incontro ad un restyling con l’aggiunta della copertura, costruita con un mix di ferro ondulato e legno in maniera molto spartana; vennero anche sistemati i terraces della East Stand, pieni di spazzatura in ogni angolo ed in ogni cavità, che tuttavia rimasero in legno. Nel suo complesso la tribuna si guadagnò il soprannome di “Chicken Run” per la presenza di fili di ferro a circondarla e, nonostante la scarsa modernità rispetto alla West Stand, divenne il cuore pulsante del tifo Hammers. Furono invece cementati i posti in piedi della North Bank, che rimase comunque priva di copertura.

Visuale della South Bank dal North Bank, nel 1936

Il 18 aprile 1936 probabilmente vi fu l’affluenza più alta di tutti i tempi al Boleyn Ground: 43.528 persone assistettero al match di Division Two contro il Chartlon, ma questo record non può essere dichiarato tale in quanto i documenti relativi a quella partita andarono distrutti durante i famosi bombardamenti su Londra nella seconda guerra mondiale. Un ulteriore danno all’impianto arrivò nel 1944, quando una buzz-bomb si abbattè sulla South Bank e sul campo, costringendo la squadra a giocare fuori casa per quasi 6 mesi.

I danni causati dalla seconda guerra mondiale

Altra shot dei danni al Boleyn Ground

Le riparazioni della stand procedettero a rilento, tanto più che nel 1953, quando vennero inaugurati i riflettori (secondo campo d’Inghilterra a dotarsene), la Stand non era ancora stata completamente sistemata. Negli anni 50 venne inoltre demolito completamente il Boleyn Castle, già parzialmente distrutto in diverse riprese negli anni precedenti (attualmente al suo posto, in Castle Street, vi è una scuola) e fu costruito un nuovo ingresso all’impianto su Green Street, tuttavia fu negli anni 60 che l’impianto venne completamente rivoluzionato.

Il primo tassello del rinnovamento degli anni 60: la costruzione della copertura della North Bank

Si iniziò nel 1961 con la copertura della North Bank, la cui realizzazione richiese di smontare i riflettori di quella zona, che vennero successivamente riposizionati sopra il tetto in maniera del tutto particolare; nel 1965 fu aggiunto un intero block (il block A) alla West Stand con sia posti a sedere, sia terrace per arrivare poi al 1968, anno della demolizione del Chicken Run, aka East Stand.

La East Stand prima della demolizione

I lavori iniziarono ufficialmente a maggio per terminare a dicembre dello stesso anno; l’apertura ufficiale però avvenne solamente nel gennaio 1969 per le condizioni meteo che portarono al rinvio della gara inaugurale. La nuova stand fu realizzata “a mensola”, con una parte più alta ed arretrata destinata ai posti a sedere ed una più bassa ed in avanti destinata ai terraces. L’aspetto era sicuramente migliore della vecchia tribuna, sia per i posti a sedere, sia per i terrace, anche se il nomignolo “Chicken Run” fu mantenuto perchè la parte bassa permetteva ai fans di stare tutti ammassati l’uno contro l’altro e di muoversi come un’unica entità data l’assenza di barriere/piloni all’interno della stand. Nemmeno nella parte alta vi erano piloni, dando quindi forma ad una delle stand più moderne dell’epoca, senza posti a visibilità limitata; la capienza era di 3.490 posti a sedere e 3.300 in piedi, per un costo totale di 172mila sterline. Nel 1970 furono sostituiti tutti i riflettori, ed anche nella North Bank furono collocati sulla copertura; nello stesso anno si registrò il record di spettatori ufficiale all-time: 42.322 persone accorsero al Boleyn Ground per vedere il derby di First Division contro gli Spurs (notare che allora la capienza dichiarata era di 42mila posti). A dir la verità, non vi furono grandi occasioni per batterlo perchè nel 1971 avvenne il disastro di Ibrox e successivamente fu emanato il Safety of Sports Ground Act, che costrinse il West Ham a ridurre la capienza dello stadio a 35.500 spettatori, ottenuta togliendo alcuni posti in piedi nella West stand (sostituiti da un numero minore di posti a sedere) e soprattutto chiudendo una parte della North Bank, nella quale furono anche collocati cartelli “Remember Ibrox”, “Please leave slowly” e “Danger, uneven steps”.

Un vecchio programma d’epoca che mostra Boleyn Ground nel 1981

Nonostante la squadra tra gli anni 70 e 80 si tolse diverse soddisfazioni (FA Cup, League Cup, un terzo posto), lo stadio non venne toccato e subì un ulteriore duro colpo dopo il famoso Taylor Report. La capienza venne ulteriormente ridotta, al di sotto delle 29mila unità e il problema esplose con la promozione degli Hammers in First Division nel 1991. Erano già state considerate diverse strade, tra cui la costruzione di un nuovo stadio assieme al Leyton Orient con fondi ricavati dalla vendita del terreno di Upton Park per la costruzione di un supermercato, ma alla fine si decise, complici le difficoltà di reperimento di soldi e terreno per un nuovo stadio (l’ipotesi di dividere un nuovo stadio col Leyton tramontò subito), di rimanere al Boleyn Ground e provare a sistemarlo.

L’interno del Boleyn Ground a cavallo del Taylor report

La West Stand e i ticket offices

Una spinta in questo senso venne anche dall’acquisto della scuola che occupava 3.6 acri tra la West Stand e la North Bank, dando in questo modo spazio a nuovi progetti; rimaneva tuttavia un grande scoglio: i soldi. L’idea era quella di rifare completamente le due end dello stadio, considerando che erano vecchie e malmesse: 15 milioni di sterline il costo previsto, con le banche che chiusero le porte in faccia al club visto il recente prestito di 1.6 milioni per l’acquisto del terreno della scuola. Cosa fare? Fu provata la strada dei bond (perdonerete sicuramente lo scarso approfondimento in questo senso dato che chi vi scrive non ha una formazione finanziaria), ma questo scatenò l’ira dei fans che criticarono e boicottarono il club. Come? Non andando allo stadio: le presenze diminuirono drasticamente, con circa 16mila spettatori di media anzichè i canonici 22-25 mila; fu creata una frattura quasi insanabile tra club e fedelissimi, ma nonostante le mille difficoltà nel maggio 1993 poterono cominciare i lavori per la costruzione della nuova South Bank, che terminarono nel febbraio 1994.

L’ingresso della vecchia South Bank

Non ci furono molti dubbi (per fortuna) nel dedicare la stand a Sir Bobby Moore, bandiera degli Hammers e dell’Inghilterra scomparso poco prima dell’inizio dei lavori, una mossa che sicuramente contribuì a riavvicinare dirigenti e pubblico.L’apertura avvenne in due fasi diverse, con l’inaugurazione della lower tier nel gennaio 1994 contro il Norwich e l’inaugurazione dell’upper tier a fine febbraio contro il Manchester United. Il termine dei lavori per una delle due end dello stadio, segnò l’inizio dell’iter burocratico per rifare l’altra end. A maggio dello stesso anno cominciò l’opera di rifacimento della North Bank (grazie al lavoro della McAlpine), di aspetto simile alla Bobby Moore Stand (le descrizioni dettagliate delle stand le rimandiamo alla sezione apposita) e, come questa, fu aperta in due distinte fasi: la Lower Tier a dicembre 1994 contro l’Ipswich, l’upper il mese successivo nel derby londinese contro gli Spurs.

I lavori per la nuova North Bank

Piccola curiosità fu il fatto che i lavori subirono uno stop inatteso nell’estate 1994, dovuto al rinvenimento, sotto i terrace, di terra contaminata da materiali tossici utilizzati agli albori del Boleyn Ground, nella vecchissima North Bank. Contemporaneamente ai lavori per questa end fu ammodernata anche la East Stand, con la rimozione dei terraces e la realizzazione di una stand all-seater: venne perso quindi il significato del soprannome storico della stand, visto che non c’era più quell’affollamento tipico degli anni 70-80 inglesi. Nel 1998 fu rifatto completamente il terreno di gioco, dotandolo anche di un sistema di riscaldamento sotterraneo; tuttavia per completare il nuovo Boleyn Ground mancava solamente un tassello, la storica West Stand, l’ultima, gloriosa, parte di un impianto ormai profondamente mutato: il 2000 fu l’anno chiave, con la demolizione della West Stand e la costruzione della nuova tribuna inaugurata, come le altre, in due tempi: l’upper tier aprì ad agosto 2001 per la partita contro il Leeds mentre la Lower Tier si mostrò in tutta la sua bellezza per la prima volta nel novembre 2001 in occasione del derby londinese con gli Spurs. Il 9 maggio 2002 ci fu invece l’apertura solenne alla presenza della Regina Elisabetta, nel corso dei festeggiamenti per il Golden Jubilee a East London.

L’IMPIANTO ATTUALE

Dal 2001 abbiamo l’attuale Boleyn Ground, nome che viene comunemente interscambiato con Upton Park, che identifica esattamente la zona in cui lo stadio si trova. La capienza ufficiale è di 35.016 spettatori ed ammirando dall’alto la struttura si può notare come siano due gli angoli aperti, entrambi coinvolgenti la East Stand. La West Stand infatti forma un tutt’uno con la North Bank mentre l’angolo con la South Bank è chiuso da una sorta di raccordo che all’interno si trasforma in qualche posto a sedere in più.

L’attuale Boleyn Ground in tutto il suo splendore

THE WEST STAND

La West Stand

Come avrete sicuramente capito leggendo l’articolo, si tratta della main stand. La ricostruzione del 2001 l’ha resa meravigliosa ed unica nel panorama inglese: all’esterno abbiamo la main entrance dove lo spettatore viene immediatamente colpito al cuore (in positivo) dalle due torri che custodiscono l’ingresso; entrambe mostrano lo stemma del club e richiamano sia lo stemma stesso, sia le origini del sito storico ove sorge l’intero stadio. L’imponenza della costruzione assieme al fatto che ci troviamo in un quartiere londinese privo di grattacieli (a dir la verità presenti solo in una piccola parte di Londra), permette di vederla svettare da lontano, persino dall’autostrada. Addentrandoci all’interno troviamo ovviamente tutti gli uffici del club, le stanze per i dirigenti, gli spogliatoi, le sale stampa e tutto quanto può servire per gestire tutto quanto sta attorno ad una partita di calcio. Troviamo anche il club shop e, particolarità unica o quasi, un hotel che permette di dormire direttamente in loco, con le stanze vista campo. Una location davvero unica dove trascorrere una notte! All’interno la stand è su due livelli, separati tra loro da una lunghissima fila di executive boxes. A differenza della vecchia West Stand, stavolta i posti coprono tutta la lunghezza del campo di gioco ed i seggiolini (come nel resto dello stadio) sono nel colore sociale claret. La capienza è di 15.500 posti, tutti a sedere e tutti coperti, con visibilità perfetta; qui troviamo anche l’ingresso al campo e le panchine per le due squadre. Tornando all’esterno, notiamo come verso la North Bank c’è ancora la St. Edwards School mentre verso la South Bank troviamo una chiesa. Le ultime curiosità riguardano il nome: dominano gli accordi di sponsorizzazione, inizialmente è stata la Dr. Martens a sponsorizzare il tutto ma il contratto è terminato nel 2009. Tra il 2009 e il 2011 rimase il semplice (e bellissimo) “The West Stand”, mentre dal 2011 è arrivato un nuovo sponsor, i broker dell’Alpari, creando così la Alpari Stand (l’accordo è ancora valido e pertanto è questa la denominazione ufficiale della tribuna) che è attualmente la stand più grande di Londra.

L’ingresso alla West Stand

THE SIR TREVOR BROOKING STAND

L’erede della storica North Bank è molto simile, a livello strutturale, all’end opposta. Di capienza limitata a causa del limitato spazio disponibile al momento della costruzione, è una two-tier stand con circa 5900 posti a sedere, tutti coperti. Pensando agli stadi moderni, è curioso come non vi sia alcun posto per executive boxes o settori extralusso, ma questo è stato un dettaglio non dettato dal caso. L’upper tier infatti è destinato soprattutto alle famiglie, che così possono andare allo stadio con una cifra tutto sommato contenuta rispetto ad altri settori; il lower tier invece è in gran parte destinato ai tifosi ospiti, separati solitamente da un sottile cordone di polizia dai tifosi locali. Nelle grandi occasioni tutta la lower tier può essere destinata alla squadra avversaria, con la sola eccezione di una squadra in tutta la Football Association, il Millwall. Nel derby, infatti, agli avversari viene lasciato l’upper tier, mentre la parte bassa della stand non viene aperta come conseguenza dei gravissimi incidenti del 2009 con la guerriglia in campo tra le tifoserie. A livello strutturale è particolare la conformazione dei riflettori, che svettano sulla copertura della stand in maniera speculare alla end opposta. Sui seggiolini campeggia la scritta West Ham United realizzata su tutta l’ampiezza della tribuna; l’angolo con la East stand è aperto e vi possiamo trovare un enorme schermo mentre dall’altro lato è direttamente collegata alla West Stand (con posti a sedere solo a livello della Lower Tier); agli angoli inoltre vi segnaliamo alcuni posti dove la visione di alcune piccoli parti di campo è difficoltosa. Inizialmente le fu dato il nome di Centenary Stand, per festeggiare il centenario del club; successivamente nel 2009 ecco il nome definitivo, con l’intitolazione alla leggenda del club Sir Trevor Brooking.

La Trevor Brooking Stand

THE EAST STAND

Questa è l’unica stand che non è stata rifatta con la modernizzazione dell’impianto, ma semplicemente è stata resa all-seater con l’eliminazione dei terraces. Proprio per questo motivo è una stand atipica, la più bassa dello stadio, dotata di una tier completa con avanti una mini-tier che occupa il settore un tempo noto come Chicken Run. Particolare è la pendenza di questi posti, che tuttavia garantiscono una visuale spettacolare nonostante il campo, dopo la costruzione della West Stand nel 2001, sia stato spostato proprio verso quest’ultima. Qui vi trovano posto i fans più vocali della squadra, anche se con la sparizione dei terraces si è persa una buona parte dell’atmosfera unica ed intimidatoria che circondava questa parte dell’impianto. Essendo infine la sezione più piccola (circa 5mila posti), numerose sono state le voci e i progetti riguardanti un suo ampliamento: tuttavia le difficoltà del club nei primi anni 2000 a livello di risultati hanno fatto tramontare tutte le idee.

La East Stand

THE BOBBY MOORE STAND

Il tributo a Bobby Moore fuori da Upton Park

Il primo pezzo della modernizzazione del Boleyn Ground è stata la costruzione di questa stand nel 1994, dedicata alla memoria di Bobby Moore, giocatore che non credo abbia bisogno di ulteriori presentazioni. Nelle fondamenta della struttura è stata piazzata una capsula del tempo da parte della moglie con i doni fatti dal club, dai tifosi e da lei stessa per onorare la carriera immensa del marito. La stand è una double-tier costruita sul modello della celeberrima North Bank Stand di Highbury (progettata e realizzata da persone che avevano lavorato direttamente o indirettamente anche per la costruzione di proprietà dell’Arsenal). All’esterno la struttura ed i materiali utilizzati sono tipicamente londinesi e ben si sposano con il quartiere; entrando si nota immediatamente la presenza di Bobby Moore, sia con un busto di bronzo, sia con le fotografie al muro dei migliori momenti della sua carriera. All’interno inoltre abbiamo tutti i classici confort degli stadi inglesi, in particolare segnaliamo il “66 Club” nell’upper tier, dove è possibile incontrare nei giorni delle partite Geoff Hurst a fare da padrone di casa. Per quanto riguarda la parte più importante, abbiamo circa 8000 posti a sedere raggiunti grazie all’estensione verso la West Stand; le due tier sono separate da una fila di executive boxes ed i seggiolini di tutta la struttura compongono anche qui la scritta “West Ham United”. Come la North Bank, riflettori sulla copertura e nessun sostegno ad ostruire la vista per gli spettatori, vista che è pressochè perfetta. Peccato solo che la distanza dal campo sia maggiore rispetto a quanto siamo abituati a vedere negli impianti inglesi, rendendo meno apprezzabile il calore dei tifosi. Inoltre, nella connessione con la West Stand troviamo un altro tabellone LCD, mentre rimane aperto al momento l’angolo con la East Stand; infine, uscendo dalla stand ed andando nelle vie di accesso all’impianto, al confine con la West Stand, possiamo trovare un altro tributo a Bobby Moore: la statua con lui che alza la coppa del mondo del 1996, inaugurata nel 2003.

La Bobby Moore Stand

IL FUTURO

La nuova casa del West Ham dal 2016

Sin dall’elaborazione del Taylor Report, il West Ham non ha mai nascosto le sue velleità di avere uno stadio più grande del Boleyn Ground. Nei primi anni 90 fu scelto di ristrutturare completamente il vecchio impianto, ma dall’inizio del nuovo secolo i rumors sono diventati sempre più insistenti, con la proprietà che riteneva inadatta alla Premier la capacità di circa 35mila posti offerta da Upton Park. L’assegnazione a Londra delle Olimpiadi 2012 ha aperto la diatriba relativa allo stadio Olimpico, perchè ben sappiamo che a Londra nessuna struttura può rimanere inutilizzata e si è trattato di una vera e propria guerra. Non analizziamo le battaglie, ma semplicemente il risultato finale: dalla stagione 2016-2017 è ufficiale che il West Ham si trasferirà allo Stadio Olimpico, previa una riconfigurazione dello stesso con la riduzione della capienza a 60mila posti, la costruzione di un tetto retrattile (novità assoluta per gli stadi inglesi) e la riconfigurazione del lower seating con al realizzazione di strutture mobili tali da permettere la rapida conversione da football stadium ad athletic stadium (orrore). La pista quindi non sarà sempre presente sicchè i tifosi del West Ham potranno rimanere più vicini al campo, ma a nostro parere rimane una mossa totalmente scellerata da parte della dirigenza hammers. In primis siamo decisamente fuori dal bacino di utenza del club, andando tra l’altro ad “invadere” il territorio del Leyton Orient (l’altro club interessato fortemente ad avere lo stadio Olimpico in gestione), poi, più razionalmente, ci saranno dei costi di gestione esorbitanti, a partire dal leasing per la gestione dell’impianto, della durata di 99 anni e dai costi decisamente alti nonostante i contributi per la riqualificazione che arriveranno dalle autorità. Sarà un peccato perdere un altro dei templi storici del calcio d’Oltremanica.

Il progetto per la conversione dello Stadio Olimpico

Quello che dovrebbe essere l’aspetto finale

L’ATMOSFERA

L’aria che si respira dentro Upton Park non ha bisogno di molte presentazioni, sia per le innumerevoli storie riguardanti i tifosi, sia per il famoso inno della squadra. La fedeltà dei tifosi è fuori discussione, ogni sabato più di 32mila persone in media affollano gli spalti (facendo una media delle ultime due stagioni tra Championship e Premier League, con la media in Championship di poco sopra alle 30mila unità) e la frattura fra supporters e club creatasi ad inizio anni 90 si può definire saldata. Resta il dubbio di come sarà recepito lo spostamento allo stadio Olimpico, ma nel frattempo Upton Park resta uno dei posti più belli dove vivere pienamente l’atmosfera british del football. Sia chiaro, l’atmosfera intimidatoria che c’era negli anni 70-80 adesso non c’è più, ma il livello di rumorosità di Upton Park sa essere ancora alto, con il pubblico pronto ad essere un fattore per i risultati sul campo della squadra. Il momento clou dell’atmosfera pre-partita è rappresentato dall’ingresso in campo delle squadre, con l’intonazione da parte di tutto lo stadio dell’inno “I’m forever Blowing Bubbles”, accompagnato da centinaia di bolle di sapone che si alzano dai vari settori dell’impianto. Il momento è decisamente suggestivo e la canzone si narra che sia inno del team sin dagli anni 20, importata dall’allora manager Charlie Paynter. La storia vuole che il tutto nasca da un giocatore in prova al West Ham (militante in una squadra locale), Billy J. “Bubbles” Murray, così soprannominato dal suo presidente per la somiglianza con un famoso dipinto dell’epoca. Dal soprannome venne scoperta anche la canzone: al presidente Beal piacque tanto da cantarla quando la sua squadra giocava bene. Il caso volle che Beal fosse molto amico di Paynter e la canzone arrivò negli spogliatoi del West Ham inizialmente, per poi giungere sino alle orecchie dei tifosi che la adottarono immediatamente. In realtà sembra che anche i tifosi dello Swansea utilizzassero lo stesso tema in quegli anni e nel 2002 nacque una diatriba che portò a ipotizzare che i tifosi degli hammers avessero preso la canzone durante due infinite partite di FA Cup giocate contro lo Swansea nella stagione 1921-22. Quale sia la verità non si saprà mai (addirittura i tifosi del West Ham hanno apportato piccole modifiche al testo originale), ma ormai la canzone è un tutt’uno con la storia del club. La fantasia comunque non manca sugli spalti del Boleyn Ground e numerose sono le canzoni riadattate per osannare i giocatori del club.

La rivalità più sentita, e questo lo saprete sicuramente tutti, è quella con il Millwall, nata sin dalla fondazione delle due squadre principalmente per due motivi: vicinanza e interessi comuni riguardanti soprattutto il settore in cui operavano inizialmente proprietari e giocatori dei club. Il campo ha sempre rispecchiato questa rivalità, che si è poi trasferita anche sugli spalti raggiungendo picchi di violenza ed odio inauditi, tali da costringere ancora oggi la polizia a mobilitarsi in massa per gli incontri tra le due squadre, fortunatamente rari dato che le squadre spesso si trovano in categorie diverse, avendo anche budget decisamente diversi connessi con il diverso sviluppo dei quartieri dei due teams. Purtroppo tutto ciò non ha fatto altro che aumentare le tensioni tra i tifosi, che trovano sfogo proprio nelle rare occasioni in cui abbiamo i derbies, tanto che lo scorso anno, in occasione del derby di Championship, si era addirittura parlato di vietare la diretta televisiva all’estero per evitare di mostrare immagini di eventuali incidenti che avrebbero potuto mettere in cattiva luce l’Inghilterra. Rivalità minori ci sono con Chelsea e Tottenham.

CURIOSITA’ E NUMERI

Poche sono le notizie riguardo ad usi particolari di questo impianto. A livello internazionale qui si sono disputate diverse amichevoli di varie nazionali (vi giocò anche l’Italia alcuni anni orsono); mentre per quanto riguarda altri sport registriamo nel 2012 l’incontro di boxe tra Haye e Chisora per conto della federazione lussemburghese, controverso perchè nessuno dei due pugili era in possesso della licenza inglese per boxare.

Capacità: 35.016

Misure del campo: 100 x 64 metri

Record attendance: 42.322 (1970 – First Division vs Tottenham)

Record attendance attuale: 35.020 (2002 – Premier League vs Manchester City)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

They fly so high website

West Ham Official Site

Groundhopping

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Non-league football: Guernsey F.C.

Guernsey_FC_LogoGuernsey Football Club
Anno di fondazione: 2011
Nickname: the Green Lions
Stadio: Footes Lane
Capacità: 5.000

Tappa di non-league per certi versi curiosa. Andiamo infatti a trovare il Guernsey Football Club, squadra di recentissima fondazione e di un’isola del canale della Manica, Guernsey, possedimento della corona britannica (Bailiwick of Guernsey, ufficialmente) ma più vicino alla costa francese che inglese. La storia della squadra è talmente recente che è inutile elencarla, anche se nell’unica stagione fin qui disputata il club ha ottenuto la promozione in Combined Counties Premier, e in questa stagione ha raggiunto le semifinali di FA Vase. La fondazione della squadra è avvenuta sostanzialmente per dotare l’isola di un suo club da inserire nel sistema calcistico della FA inglese, la famosa e pluricitata “piramide” che dalla Premier arriva fino alle leghe locali, e sulla scia della vittoria della locale FA nella FA National League system cup, sostanzialmente un torneo tra le rappresentative delle varie leghe. A posteriori, la decisione di fondare il Guernsey è stata lungimirante: non solo per i risultati sportivi fin qui ottenuti, ma anche per l’enorme seguito a livello di pubblico, che fa del Guernsey la ventunesima squadra di non-league in quanto a media spettatori (davanti a molte squadre di Conference). Anche nelle partite in trasferta il seguito è buono, e va ricordato che da Guernsey al suolo inglese la distanza è abbastanza rilevante, soprattutto è impossibile percorrerla in auto o treno. Il record di spettatori è recentissimo: 4.290 (!) spettatori per l’andata della semifinale del Vase contro lo Spennymoor Town.

Un’altra caratteristica peculiare fa del Guernsey una specie di piccolo Athletic Club: come per i biancorossi di Bilbao, infatti, anche per i verdi isolani i giocatori sono tutti nativi dell’isola, membri delle squadre del locale campionato (simbolicamente il primo giocatore ad aver firmato per il club è stato il capitano della locale nazionale – ebbene sì). E quuesto ci porta a parlare di lui. Guernsey dovrebbe dirvi qualcosa, se siete appassionati di english football. Provate a pensarci…nome inglese e cognome francese, come spesso accade da queste parti…capito? Lui, esatto: Matthew Le Tissier. Le Tiss, leggenda per diversi motivi del calcio britannico, è presidente onorario del club, con il fratello che ne è dirigente; ma soprattutto è registrato anche come giocatore, e ultimamente la voce che, a 44 anni, possa tornare a calcare i campi, seppur di non-league, si fa sempre più forte. Sarebbe emblematico vedere il più grande giocatore nativo dell’isola giocare per la squadra che rappresenta Guernsey, e speriamo per questo che la voce diventi realtà e possa veramente accadere

Trofei

  • Combined Counties Football League Division One: 2011/12
  • Combined Counties Football League Challenge Cup: 2011/12

Official Site: guernseyfc.com
Twitter: @GuernseyFC