Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

La storia dei club: Preston North End

Preston, Lancashire. Questa comunità di 114.300 abitanti è, per molti versi, la capitale del Football. Ci arriveremo, prima però la consueta introduzione. Preston è il centro amministrativo del Lancashire, e il consiglio della contea ha sede proprio qui, nella città lambita dal fiume Ribble. Due i membri eletti al Parlamento di Westminster, e quindi due le circoscrizioni: Preston (attualmente seggio laburista) e Wyre and Preston (conservatore) Classica città del nord un tempo industriale, dove quando le fabbriche se ne sono andate hanno lasciato la scia di disoccupazione e terziario da reinventarsi, nativo di Preston era ad esempio Richard Arkwright, uno dei più famosi inventori che contribuirono a cambiareo la storia del mondo tramite l’industria. Preston come detto è però universalmente associata al football non tanto come invenzione del gioco, quanto all’epoca della creazione della Football League e delle leghe minori poi confluite in essa. Questo legame era, purtroppo diciamo era, testimoniato dal museo del calcio che proprio al Deepdale, lo stadio del Preston North End, aveva sede, sede che oggi invece è stata spostata 27 miglia più a sud, a Manchester, nuova capitale del calcio ma senza quel retrogusto romantico che aveva Preston. Il Preston North End è dunque simbolo della città, probabilmente la sua espressione più famosa, che andiamo a trattare.

PNE_FCPreston North End Footbal Club
Anno di fondazione: 1863
Nickname: the Lilywhites
Stadio: Deepdale, Sir Tom Finney Way, Preston
Capacità: 23.408

Il Preston North End nasce nel 1863 come cricket club: l’anno, tuttora preso come punto di partenza della storia, riguarda infatti la fondazione del club, che si è dedicato al calcio solo successivamente, come vedremo. Nell’estate del 1863 venne disputato il primo incontro di cricket del neonato team, che si tenne a “The Marsh” (la palude), un lembo di terra a ridosso del fiume Ribble nei pressi di Ashton-on-Ribble, per l’appunto. Ashton si trovava nella zona nord-ovest della città di Preston, la zona originaria della squadra che proprio a questo fatto deve il suffisso “North End”. Il trasferimento nella zona conosciuta come Deepdale non intaccò questa specificità geografica, visto che anch’essa si trova nel nord dell’abitato di Preston. Tornando alle vicende del club, va segnalato che, per supportare i costi di gestione della squadra di cricket (i membri si autotassavano di 2 pence a settimana) venne deciso che come secondo sport si sarebbe praticato il rugby, decisione che venne presa nel 1877, due anni dopo il trasferimento a Deepdale (1875). Una scelta fallimentare, visto che in città esisteva da anni un’altra squadra, il Preston Grasshoppers, la cui fama era inattaccabile dal neonato team rugbistico del North End. Questa volta saggiamente, venne deciso di adottare un altro sport che si stava diffondendo a macchia d’olio specialmente nel nord del Paese: il football, e come vedremo (ma come sapete) le cose andranno diversamente in questo caso. Ottobre 1878, il Preston North End giocò la prima partita di calcio della sua storia: una sconfitta per 0-1 contro l’Eagley FC. Il calcio prese piede, sebbene il cricket rimanesse come riempitivo nei mesi estivi, anche se i risultati tardarono arrivare, diciamo così: quando incontrarono il Blackburn Rovers la partita terminò 0-16, risultato quasi rugbistico. C’era da lavorarci su, insomma.

L’uomo della provvidenza si chiamava William Sudell, nativo di Preston, ex giocatore e poi presidente del club. Intuendo le potenzialità di quel meraviglioso giochino che chiamiamo calcio, decise di investire forze e denaro  per portare a Preston giocatori di alto livello, pescando prevalentemente in Scozia, abitudine peraltro diffusa all’epoca; l’offerta formulata da Sudell consisteva in una quota per ogni match giocato a cui andava aggiunto un posto di lavoro nell’area di Preston, anche questa pratica comune specie nel Lancashire. Insomma, un semi-professionismo che suscitò le ire di alcuni club, tra cui l’Upton Park che giunse a Preston per un match di FA Cup 1884. Il North End uscì dalla coppa, ma trovò l’appoggio di altre 36 squadre del nord che minacciarono l’abbandono della Football Association per crearsi la propria associazione; la FA fu così costretta a legalizzare il professionismo: era il 1885, e niente sarebbe stato più come prima. Sulla spinta di tale decisione, infatti, presero forma le idee di creare leghe comprendenti le più importanti squadre del Paese, la principale delle quali fu la Football Association, fondata nel 1888 per iniziativa di un dirigente dell’Aston Villa e a cui venne invitato anche il Preston North End. D’altronde era impossibile da escludere la squadra del Lancashire, che aveva già mostrato in FA Cup la forza del proprio undici, un undici che passerà alla storia come The Invincibles e questo dice praticamente tutto: Nick e Jimmy Ross, David Russell, Geordie Drummond, tutti scozzesi, tutti tremendamente abili col pallone tra i piedi. A loro si aggiungevano alcuni giocatori locali, come Bob Holmes e Fred Drewhurst.

Nemmeno il tempo di una stagione e il Preston North End entrò subito nella storia del calcio inglese, vincendo il primo campionato di Football League senza nemmeno una sconfitta (solo l’Arsenal riuscirà a eguagliare il primato più di un secolo dopo) a cui aggiunse anche la FA Cup, completando così il primo Double della storia. Tra l’altro la coppa, vinta in finale per 3-0 contro il Wolverhampton Wanderers, vide il Preston non subire nemmeno un goal, questo sì il vero record ineguagliabile. Il campionato venne conquistato anche la stagione successiva, primo back-to-back della storia ma anche ultimo titolo per i Lilywhites, che conosceranno da lì in poi solo secondi posti (ben sei). Prima di continuare però, va reso omaggio agli Invincibles, un undici che da lì in poi verrà smantellato ma che ha segnato la storia del club e del calcio, elencando come esempio la formazione che conquistò la FA Cup 1889:

Robert Mills-Roberts (WAL)
Bob Howarth (ENG)
Bob Holmes (ENG)
George Drummond (SCO)
David Russell (SCO)
Johnny Graham (SCO)
Jack Gordon (SCO)
Jimmy Ross (SCO)
John Goodall (ENG)
Fred Drewhurst (ENG)
Sam Thomson (SCO)

Formazione, ovviamente, il mitico 2-3-5 tanto in voga all’epoca.

797px-Preston_North_End_in_1888-89,_the_first_Football_League_champions

La squadra del double

Come dicevamo, fu l’ultimo titolo per il PNE, per una crescita degli avversari unita al declino del mitico team degli invincibili, e nel 1893/94, dopo tre secondi posti, il Preston si trovò addirittura a dover affrontare lo spareggio salvezza contro la terza classificata della Division Two, il Notts County, sconfitto 4-0 al Deepdale. Come detto gli invincibili lasciarono pian piano il Lancashire: Ross firmò per l’Evertom, Thomson per il Wolverhampton Wanderers, Goodall se ne andò al Derby County; peraltro Ross stesso, che tornò a Preston dopo una sola stagione, morì di tubercolosi. Insomma, anche tragedie, come la morte di un altro invincibile, Dewhurst. Nel mentre anche il proprietario, il già citato Sudell, perse il controllo del club. Il club iniziò così un’altalena che nel periodo precedente alla prima guerra mondiale lo vide più di una volta sprofondare in seconda divisione e risalire in prima, in quello che viene ricordato come il periodo yo-yo. Il pubblico di Preston però apprezzava il football, e le presenze sugli spalti aumentavano di stagione in stagione.

Il periodo tra le due guerre fu, all’inizio, pessimo: il PNE si ritrovò in Division Two e questa volta ci rimase a lungo (nove stagioni), anche se, nel mentre, arrivò un’inaspettata finale di FA Cup. Nel 1922 i Lilywhites scesero infatti in campo a Stamford Bridge contro l’Huddersfield di Herbert Chapman: fu l’ultima finale lontano da Wembley, che i Terriers vinsero con un goal di Smith su rigore, che bucò l’occhialuto (!) portiere del Preston, James Mitchell. Saltiamo qualche passaggio nella narrazione perchè, incredibilmente, la stessa finale si ripetè sedici anni dopo, questa volta a Wembley, un anno dopo un’altra finale persa, in quell’occasione contro il Sunderland. Stesso risultato della finale di sedici anni prima, sempre un goal su rigore, ma invertito, e fu il Preston ad alzare il trofeo sul filo del rasoio, visto che Mutch segnò il rigore decisivo al 119′ minuto, un soffio prima della fine. Fu l’ultimo trofeo importante nella storia del club. Nel frattempo i Lilywhites non solo erano tornati in massima serie, ma potevano contare su un team nuovamente competitivo, ovviamente pieno di scozzesi (ben 7 su 11 in quella finale) tra cui un certo Bill Shankly (gli altri erano Andy Beattie, Smith, Mutch, “Bud” Maxwell, Bobby Beattie, Hugh O’Donnell): un’abitudine, quella di guardare a nord del confine, che dalle parti di Deepdale non persero. Ma le buone notizie giungevano anche dal fronte delle giovanili, dove un nucleo di ragazzi di talento spingevano per trovar spazio in prima squadra. La seconda guerra mondiale rimandò di qualche anno il loro esordio.

Tom Finney, The Splash

Tra questi ragazzi vi era anche Thomas Finney, anzi Sir Thomas Finney. Nativo di Preston, classe 1922, fece il suo esordio “solo” nel 1946 a causa della guerra, in tempo per fare la storia del club (giocò tutta la carriera con la maglia del Preston) e della Nazionale con cui giocherà 76 partite. Tom Finney, che ora, a 91 anni, è presidente di un club di non-league, il Kendal Town, rimarrà famoso anche per una foto, “the splash”, da cui ha tratto ispirazione lo scultore Peter Hodgkinson per realizzarne la statua posta fuori da Deepdale. L’impatto di Finney sulla storia del PNE è tale che, seppur trattandosi di un periodo senza trofei, la “Tom Finney Era” rimane ben impressa nel cuore dei tifosi, così come il talento del giocatore che è ben riassunto da una battuta, che circolava in quel periodo, che asseriva come Finney dovesse chiedere uno sconto sulle tasse, visto che aveva 10 dipendenti (i suoi compagni di squadra, che in sua assenza parevano persi), Oddio, a dirla tutta Finney fu vicinissimo ad un certo punto a lasciare Preston, direzione…Palermo, che se avete presente Preston e Palermo non sono esattamente la stessa cosa; l’allettante offerta dei rosanero (130 sterline al mese, 10.000 sterline per la firma, un auto e una casa) fu però respinta dal club, nonostante lo stesso giocatore avesse chiesto di valutarla. Per fortuna venne rifiutata, e l’epoca di Finney si chiuse con due secondi posti in campionato e una finale persa in FA Cup (1954, 2-3 contro il WBA).

Fu l’ultimo momento di vera gloria per il club, che iniziò un lento ma inesorabile declino. Nel 1961 venne salutata la massima serie (un anno dopo il ritiro di Finney), e da allora il PNE aspetta ancora di ritornarvi, mentre nel 1964 l’ultimo acuto in FA Cup vide il Preston sconfitto, nuovamente per 2-3, dal West Ham United di Moore, Hurst e compagnia. Ma il declino era ormai irreversibile, e nel 1970 il club conobbe l’onta della terza divisione. Nel libro “Preston North End: 100 years in the Football League” Dave Russell spiega il declino del club principalmente per un fattore di stipendi, con l’abolizione del tetto salariale che da quel momento impedì ai club meno ricchi di poter competere. Un sali-scendi tra seconda e terza serie, alcuni manager dal nome “importante” come Bobby Charlton (la cui avventura non fu fortunata) e Nobby Stiles (che invece ottenne una promozione), peraltro compagni di squadra in quel PNE (Sir Charlton chiuse in pratica la carriera lì, anche se fece ancora 3 presenze nel Watford). Il declino toccò il suo punto massimo nella stagione 1984/85, dopo che il club diverse volte finì sull’orlo del baratro quell’anno infatti vi precipitò, e si trovò a calcare i palcoscenici non prestigiosissimi della Division Four. E nel 1986 il PNE concluse addirittura al penultimo posto della quarta serie, costringendo il club a chiedere la ri-elezione in Football League. Momento bassissimo, dunque: il club poteva solo rialzarsi.

FA Cup 1938

John McGrath, manager per la stagione successiva, fece proprio questo, conquistando la promozione in Division Three, con una strepitosa forma casalinga che molti ritengono essere stata dovuta alla superficie sintentica del Deepdale, preparata proprio in tempo per la stagione 1986/87 (e rimossa nel 1993). McGrath riuscì quasi nel tentativo di ottenere una seconda promozione, ma la sconfitta in semifinale di playoff contro il Port Vale mise fine al sogno di un ritorno in Division Two e al regno del manager, che lasciò poco dopo. Quella dei playoff sembrò essere una maledizione per il PNE, che proprio ai playoff uscì sconfitto dapprima contro il Wycombe Wanderers (guidato da Martin O’Neill) nella finale del 1992, e in seguito contro il Bury nel 1995 (semifinale), nell’anno in cui David Beckham giocò in prestito proprio con la maglia Lilywhite. I problemi comunque non tardarono ad arrivare, e la situazione finanziaria, sempre precaria, sembrò sul punto di esplodere quando provvidenzialmente il gruppo BAXI rilevò il club nello stesso 1995. Dalla nuova proprietà ne trasse beneficiò anche Deepdale, che vide iniziare la necessaria opera di ristrutturazione. La promozione di First Division arriverà però solo nel 2000, due stagioni dopo la nomina di David Moyes a manager.

E proprio con il futuro manager dell’Everton in panchina il PNE sembrò poter ambire alla Premier League, che per il club sarebbe stata una novità assoluta, ma ancora una volta furono i playoff a mettere fine ai sogni dei tifosi, e nel caso specifico la finale persa contro il Bolton Wanderers. Venne anche aperto, in quella stagione, il National Football Museum. Il lavoro di Moyes (chiamato alla guida dei Toffees) venne continuato, dopo il contestato regno di Craig Brown, da Billy Davies. Anche per Davies fatali furono i playoff: nel 2005 perse la finale contro il West Ham United, la stagione successiva la semifinale contro il Leeds United. La Premier League sembrava un sogno irrealizzabile, cosa che purtroppo si è confermata ad oggi, visto che, nel frattempo, non solo il Preston ha abbandonato la speranza di approdare in Premier, ma al contrario è tornato in terza serie. Da segnalare nel mentre la convocazione (stagione 2006/07) di David Nugent in nazionale, visto che si tratta della prima volta di un giocatore Lilywhite con la casacca dei tre leoni dai tempi di Finney.

Nugent, l’ultimo lilywhite a vestire la casacca della nazionale

Chiudiamo con il simbolo e colori. In entrambi i casi, il Preston North End non ha mai variato molto. Per quanto riguarda i colori, dopo una maglia a righine orizzontali bianco-blu e una a righe verticali bianco rosse, dal 1888 la divisa ufficiale prevede maglia bianca e pantaloncini blu (salvo alcune occasioni in cui questi furono bianchi). Anche per il simbolo c’è stata continuità, con l’agnello, simbolo del borough di Preston, da sempre a contraddistinguere il club. Nella sua prima versione l’agnello e le lettere “PP” (princeps pacis in latino, ma per alcuni traducibili anche con “Proud Preston”, visto che come riporta The Beautiful History “Preston has a reputation for pride because in the eighteenth century it was a centre of fashionable society“) erano corredate dalla rosa rossa del Lancashire, che poi sparì nelle versioni successive. Sulla divisa da gioco, a metà degli anni ’70, al posto dell’agnello comparve la sigla P.N.E.F.C., che rimase anche negli anni successivi affiancata però all’agnello, che tornò sulle casacche bianche del club. Chiudiamo con una curiosa usanza che dal 2005 portano avanti i tifosi del Preston: il “Gentry day”, una partita della stagione in cui i tifosi indossano la classica bombetta in memoria di chi non c’è più, tifosi ed ex giocatori deceduti nell’ultimo anno, e che deve il suo nome alla definizione di un manager del PNE degli anni ’70, Alan Ball, che nell’elogiare l’ampio seguito in trasferta disse: “Preston fans are the best, they’re the gentry“. Nonostante la serietà della ricorrenza, il momento è festoso, di aggregazione, di unione, ed è forse il modo migliore per ricordare chi se n’è andato col PNE nel cuore.

Gentry Day

The majority of teams aren’t invincible, but some are. The majority of clubs are just clubs, some however are institutions“. Ci sembra la conclusione più degna per la storia del Preston North End, un club che più degli altri incarna l’essenza stessa di Football, con la F maiuscola, senza la gloria del Manchester United o il fascino seducente di Anfield, ma con quell’alone di leggenda che rende tutto così magico.

P.S. per tutti i tifosi italiani, simpatizzanti, coloro che vogliono saperne di più sul club il punto di riferimento è Preston North End G.B.S., il club italiano del Preston: http://prestonnorthendgbs.blogspot.it/

Trofei

  • First Division: 1889, 1890
  • F.A. Cup: 1889, 1938

Records

  • Maggior numero di spettatori: 42.684 v Arsenal (Division One, 23 Aprile 1938)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Alan Kelly, 447
  • Maggior numero di reti in campionato: Tom Finney, 187

Fonti: Wikipedia; Preston North End History; The Beautiful History; Historical Football Kits

He made the people happy

La storia del calcio celebra troppo poco spesso gli allenatori. Certo, si parla del Milan di Sacchi/Capello o dell’Inter di Herrera, ma se c’è da spendere una parola in più la si spende con maggior voglia, solitamente, per Johan Crujff piuttosto che per Rinus Michels, o per Michel Platini piuttosto che per il Trap nazionale, e sono altresì certo che i più distratti non ricordano il nome del CT del Brasile 1970, ma si ricordano benissimo di Pelè, Rivelino, Tostao, Gerson, Jairzinho. Il post di oggi invece vuole invece celebrare, in breve e senza velleità di onniscienza, la figura di un allenatore, l’uomo che diede il via al dominio del Liverpool sul calcio inglese (ed europeo) anni ’70 e ’80: Bill Shankly.

Bill Shankly giocatore, al Preston North End

William “Bill” Shankly nasce a Glenbuck, Scozia, il 2 Settembre 1913, nono di dieci figli. La passione per il calcio gli viene probabilmente trasmessa (a lui e ai suoi 4 fratelli maschi) dal ramo materno della famiglia: uno zio, Robert, giocò nei Rangers e nel Portsmouth – di cui fu anche presidente – mentre un altro zio di nome William militò (e vedremo subito come questa sia una coincidenza con il nipote) nel Preston North End e nel Carlisle Utd. E proprio da Carlisle, cittadina di 72.000 abitanti della Cumbria, nemmeno troppo casualmente la contea inglese più vicina all’Ayrshire dove nacque Shankly, cominciò la carriera professionistica del giovane Bill. Una stagione in maglia rossoblu, 16 presenze, e il passaggio per 500£ al glorioso Preston North End, allora militante in Second Division, subito promosso in First Division con il 21enne Shankly in campo. Con i Lilywhites Shankly disputò anche due finale di F.A. Cup, nel 1937 contro il Sunderland perdendola, e nel 1938 contro l’Huddersfield portando a casa il trofeo. Giocò anche 4 partite con la maglia della Nazionale scozzese, esordendo tra l’altro a Wembley nel match vinto per 1-0 contro l’Inghilterra.

Ad interrompere la carriera agonistica di Shankly fu la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale lo sport passò in comprensibile secondo, se non terzo piano: Bill giocò durante la guerra per numerose squadre a livello amatoriale (Bolton, Arsenal, Liverpool, Northampton, Luton Town, Cardiff City, ed in Scozia per il Partick Thistle), ma quando la guerra finì e il professionismo tornò in vigore Shankly, a 33 anni compiuti, dovette riconoscere la vittoria dell’età sulla voglia di giocare e appese le scarpe al chiodo. Era il 1949, e Shankly rimase per poco disoccupato: il Carlisle United infatti, la sua prima squadra da giocatore, gli offrì la posizione di manager, dando il via alla sua seconda vita sportiva, che, come vedremo, fu colma di successi. Ecco, adesso chi si aspetta il giovane manager rampante che in pochi anni scalò le vette del calcio inglese rimarrà deluso. La carriera al Carlisle finisce dopo 2 stagioni, che videro sì un netto miglioramento della situazione del club, passato dal 15esimo al 3 posto in Division 3 North, ma anche le dimissioni di Shankly, che accusò la dirigenza dei Cumbrians & blue di non voler investire denaro nel club, insomma, di non avere ambizioni.

Shankly con la F.A. Cup del 1974

La seconda tappa della carriera da manager di Shankly fu il Grimsby Town. La squadra era reduce dalla seconda retrocessione in pochi anni e si trovava nell’ormai nota Division 3 North; si trattava di una squadra vecchia, ma il nucleo che la costituiva rimaneva quello che giocò in Second Division, argomentazione che Shankly fece sua nel tentativo di convincere i suoi giocatori che potevano ancora fare molto. E in effetti sembrò essere così, perchè nella prima stagione alla guida della squadra questa fallì, sfiorandola, la promozione, ma giocò un calcio molto bello tanto che Shankly nella sua autobiografia scrisse non senza una punta di autocelebrazione “Pound for pound, and class for class, the best football team I have seen in England since the war. In the league they were in they played football nobody else could play“. Il pubblico sembrava gradire, dato che Blundell Park superava le 20.000 presenze a partita, ma l’avventura, anche questa volta, terminò bruscamente: dopo una seconda stagione altalenante e con la squadra ormai da rifondare, Shankly si dimise, portando come ragione di ciò la mancanza di ambizione della dirigenza. Ancora una volta. Era il 1954, e il Liverpool nel frattempo stava precipitando in Second Division.

Una sola stagione al Workington (1954/1955), conclusasi all’ottavo posto della ormai stracitata Division 3 North, fu il preludio al passaggio all’Huddersfield Town, dove Shankly divenne assistente dell’allora manager Andy Beattie, reduce da un deludente dodicesimo posto in First Division (la squadra ne veniva infatti da un terzo posto). Shankly rimase all’ombra di Beattie per una sola stagione, culminata con la disastrosa retrocessione dei Terriers in Second Division. Divenuto manager, Shankly non riuscì nelle tre stagioni successive a riportare l’Huddersfield nella massima divisione, dovendosi accontentare di tre piazzamenti a metà classifica e del lancio tra i professionisti di un giovane calciatore, scozzese come lui di nome Denis Law; Shankly si oppose più volte alla cessione di Law, affermando come il ragazzo avrebbe potuto valere da lì a poco 100.000 sterline. Sbagliò inizialmente, perchè Law venne ceduto al Manchester City (Shankly ormai era già a Liverpool) per 55.000 sterline, ma successivamente passò al Manchester United per 115.000, un trasferimento che vide compiuta la profezia di Shankly (e rese immortale Law, ma questa è altra storia che magari tratteremo).

Shankly's Gates, Anfield

Si arriva così alla stagione 1959/1960. L’allora presidente del Liverpool Thomas Valentine Williams aveva già, in passato, messo Shankly in cima alle preferenze, preferendogli tuttavia altre soluzioni. Ma dopo una disastrosa sconfitta in F.A. Cup contro il Worcester City (Gennaio 1959) e le dimissioni di Phil Taylor nel Novembre dello stesso anno, sembrava giunto il momento per un “uomo nuovo” in grado di guidare la squadra fuori dal pantano in cui era finita, e di ristrutturarla sotto tutti gli aspetti: quell’uomo venne individuato appunto in Shankly. Al suo arrivo ad Anfield trovò una situazione disastrosa. Campi di allenamento fatiscenti, squadra povera di talento, mancanza di cultura tattica: basterebbero queste tre cose per capire la rivoluzione che Shankly portò nel Merseyside. Trasformò la struttura di allenamento di Melwood in una forza per la squadra, potenziando i programmi di fitness, di dieta, introducendo nuove tecniche di allenamento e trasportando la squadra da Anfield al campo di allenamento in bus con lo scopo di cementare lo spirito di squadra; rilasciò 24 giocatori, e creò la mitologica Boot Room ad Anfield, trasformando un magazzino in una sala destinata alle riunioni tattiche sue e del suo team di collaboratori, che comprendeva Reuben Bennett, Joe Fagan e Bob Paisley (un nome che dovrebbe evocare qualcosa..).

Sarebbe dispersivo elencare qui stagione per stagione la carriera di Shankly al Liverpool. Basterà ricordare i primi acquisti, l’attaccante Ian St John dal Motherwell (scusate, ma non resisto: la famigerata frase “Jesus saves, but St John scores from the rebound” rimane la mia preferita) e il centrocampista Ron Yates dal Dundee United, che contribuirono alla risalita dei Reds in First Division (1961/1962), a cui si aggiunsero una volta raggiunto l’obbiettivo Willie Stevenson dai Rangers (terzo acquisto da una squadra scozzese) e Peter Thompson dal Preston North End per una cifra intorno alle 40.000 sterline. La squadra, potenziata nell’organico e nella struttura di base, vinse il titolo del 1964, partecipando così alla Coppa dei Campioni l’anno successivo, dove dovette arrendersi all’Inter di Herrera (3-1 Reds ad Anfield, 3-0 interista a Milano, la partita di  When the Saints go marching in diffusa a tutto volume nello stadio). La delusione europea fu mitigata dalla conquista della prima F.A. Cup della storia del Liverpool, contro il Leeds. Il 1965/1966 vide nuovamente i Reds sul tetto d’Inghilterra, ma nuovamente sconfitti in Europa: la finale di Coppa delle Coppe venne infatti persa contro i tedeschi del Borussia Dortmund per 2-1 all’Hampden Park di Glasgow.

La celebre foto di Shankly sotto il Kop

La fine degli anni ’60 coincise con la fine del primo ciclo targato Shankly. La squadra venne ringiovanita, con gli addii di Hunt, St John, Yeates, Lawrence e gli acquisti di Heighway, Clemence, Toshack e soprattutto di Kevin Keegan. Nasceva il secondo grande Liverpool, che vinse il titolo nel 1973 e soprattutto riuscì finalmente a mettere in bacheca il primo di tanti trofei europei: la Coppa UEFA, vinta contro il Borussia Monchengladbach (3-0 ad Anfield, 0-2 per il Borussia al ritorno). L’F.A. Cup 1974 è l’ultimo trofeo targato Shankly, che nel Luglio di quell’anno decise che era ormai giunto il tempo di dedicare tempo alla famiglia. A 61 anni, il manager rassegnò le dimissioni, venendo sostituito alla guida del club da quel Bob Paisley suo storico collaboratore. Tuttavia non fu facile staccare con il calcio per Shankly. Si pentì delle dimissioni, iniziò a frequentare nuovamente, ma stavolta da privato cittadino (non gli fu mai offerto il ruolo di dirigente del club) Anfield e Melwood, di cui era padrone assoluto riconosciuto; la dirigenza non gradì, e gli vietò l’ingresso negli impianti, timorosa che la sua costante presenza, e ingombrante in certi sensi, togliesse credibilità al nuovo manager, anche perchè dicono le fonti che venisse chiamato ancora da tutti “boss”, mentre Paisley doveva accontentarsi di un poco consono al suo ruolo “Bob”.

Un infarto si portò via Bill Shankly il 29 Settembre 1981, lasciando il Mondo del calcio nella più totale disperazione: tra i vari episodi mi piace citare John Toshack, ex giocatore di Shankly che durante il minuto di silenzio (la partita era Liverpool-Swansea, Toshack allenava i gallesi) indossò la maglia red in ricordo del suo vecchio allenatore. La morte lo portò via solo fisicamente, perchè lo spirito di Shankly vive tutt’oggi ad Anfield. Il rapporto con i tifosi fu uno dei suoi grandi punti di forza, forse per una vicinanza di estrazione culturale (la working class), forse perchè, nella sua mente che definiremmo moderna, Shankly aveva intuito il potenziale di quello stadio e l’importanza dell’empatia tra manager, squadra e tifosi, e fece di tutto per creare quell’atmosfera che ancora oggi fa tremare le gambe a chi entra ad Anfield Road. Il rapporto con i tifosi, dicevamo: la foto di Shankly sotto il Kop, il celeberimmo settore dei tifosi di casa, con la sciarpa al collo, una sciarpa lanciatagli dai tifosi e che un poliziotto aveva incautamente spostato da una parte beccandosi il rimprovero dello stesso Shankly (“Don’t do that. This might be someone’s life“), rappresenta al meglio quel rapporto che si era venuto a creare tra manager e tifoseria. Grande motivatore, grande oratore (“Certa gente crede che il calcio sia una questione di vita o di morte. Questa mentalità mi delude. Vi posso assicurare che è molto più importante”, tra le tante massime), grande allenatore, le cui squadre giocavano un calcio fatto di fitti passaggi in velocità, grande innovatore, Shankly fu molto di più, e rimango convinto che solo un tifoso del Liverpool può apprezzare al meglio quello che fu realmente. E nonostante il Liverpool targato Paisley vinse di più, senza l’apporto di Shankly la dinastia Reds non sarebbe forse mai nata.

Un giorno disse: “I was only in the game for the love of football – and I wanted to bring back happiness to the people of Liverpool“. Nel 1998 gli dedicarono una statua, posta fuori Anfield, riportante l’epigrafe “he made the people happy“. Beh, direi che ci sei riuscito, Bill.

La statua posta fuori Anfield. He made the people happy