La storia dei club. Peterborough United

Conclusi i nostri viaggi nelle città con due squadre (o più, come Londra) cominciamo oggi la storia dei restanti club di Football League, partendo da Peterborough. Città situata nella parte nord del Cambridgeshire (e un tempo facente parte del Northamptonshire), conta 184.000 abitanti ed è classificata come Cathedral City e Unitary Authority Area. Importante snodo ferroviario sulla linea che da Londra, passando per l’est del’Inghilterra, arriva ad Edinburgo, sorge sulle sponde del fiume Nene oltre che essere nella zona chiamata “the Fens”, una vasta area paludosa (ora drenata in gran parte) che in alcuni suoi punti si trova sotto al livello del mare; l’area del Fens è chiamata anche “the Holy Land of the English” a causa dell’elevato numero di cattedrali storiche, tra cui appunto quella di Peterborough. Peterborough esprime due deputati al Parlamento di Londra, in questo momento entrambi Tories, così come Tory è il consiglio cittadino, segno che l’industria è sì esistita da queste parti ma in modo ridotto, e non ha rivestito quel ruolo trainante per il partito laburista come avvenuto altrove. L’economia attuale comunque è orientata sul terziario, come in molte altre parti d’Inghilterra. La città possiede una squadra professionistica, il Peterborough United, che gioca nella Championship e che andiamo a trattare.

575px-Peterborough_United.svgPeterborough United Football Club
Anno di fondazione: 1934
Nickname: the Posh
Stadio: London Road, Peterborough
Capacità: 15.000

La storia del Peterborough United comincia nel 1934, tardissimo per gli standard inglesi, ed è bene per prima cosa indagare su questo fatto: come mai così tardi? La ragione è semplice: il Peterborough United doveva colmare il vuoto lasciando dalle precedenti squadre cittadine, che nel corso degli anni si erano succedute senza troppa fortuna. Peterborough City e Fletton United unirono le forse nel 1923, dopo che il City nel 1909/10 prese anche parte, per una sola stagione, alla Southern League. La nuova squadra prese l nome di Peterborough & Fletton United, e sopravviverà per una decina di stagioni passate in Southern League, con un acuto in FA Cup quando giunse al terzo turno, eliminata dal Birmingham; proverà senza successo anche l’elezione in Football League, ma i soli due voti ricevuti scoraggeranno ogni altro tentativo. Al termine della stagione 1931/32 il club abbandonò la Southern League e, sospeso dalla Football Association (e dalla Northamptonshire Football Association) per irregolarità finanziarie, andò incontro all’inevitabile discioglimento. Il che lasciò questa cittadina del Cambridgeshire senza una squadra di calcio, ed ecco che in queste circostanze prende vita la storia del Peterborough United come lo conosciamo oggi.

Un meeting in un hotel (l’Angel Hotel, ora demolito), circostanza abbastanza ricorrente nella storia delle fondazioni delle squadre di calcio d’oltremanica, portò nel 1934 alla formazione dello United, che dalle precedenti esperienze calcistiche cittadine ereditò per prima cosa il soprannome: the Posh. Pare che questo nickname venne attribuito al Fletton United quando il player/manager Pat Tirrel disse di essere alla ricerca di “posh players for a posh new team”. In realtà la squadra possedeva anche un altro soprannome, the Brickies, in relazione al numero di industrie del mattone in quel, appunto, di Fletton. Ma fu, come detto, Posh ad accompagnare l’esperienza del nuovo club. Club che passò la prima parte della propria esistenza, una trentina d’anni, in Midland League, vincendola già nel 1940 per poi conquistarla cinque volte consecutivamente dal 1956 al 1960, rendendo quasi inevitabile l’elezione del club in Football League, che avvenne appunto in tempo per la stagione 1960/61. Il Peteborough United non arrestò la sua corsa (guidato dai goal di Terry Bly, 81 in 88 partite per il club), guadagnandosi la promozione in Division Three al primo tentativo (vincendo il campionato davanti al Crystal Palace) sullo slancio dei precedenti titoli di Midland League. In Division Three resterà fino al 1968, quando difficoltà finanziarie portarono alla retrocessione in Division Four.

Ma in questi primi anni in Football League non fu solo il campionato a monopolizzare l’attenzione, visto che risalgono agli anni ’60 le due cavalcate più lunghe nelle due coppe nazionali, quella in FA Cup nel 1964/65 terminata ai quarti di finale contro il Chelsea e quella in Coppa di Lega la stagione successiva, conclusasi in semifinale contro il West Bromwich Albion che alzerà il trofeo. Tornando al campionato, ci vollero alcune stagioni prima del ritorno in Division Three, che avverrà solo al termine della stagione 1973/74 con la vittoria del campionato di quarta serie; e quattro stagioni più tardi lo United sfiorò la promozione in Division Two. Arrivò all’ultima giornata bisognoso di una vittoria, ultima giornata che vedeva i Posh impegnati sul campo del Wrexham, che quel campionato lo vinse. A sostenere i gallesi, quel giorno, arrivarono 2000 tifosi…del Preston North End: i Lilywhites erano infatti direttamente interessati allo scontro, in quanto una non-vittoria del Peterborough li avrebbe promossi. E fu proprio così, visto che il match terminò 0-0, e il Peterborough dovette rimandare i sogni di promozione. Anzi, il contraccolpo fu tale che, per i seguenti anni, i Posh tornarono a galleggiare in Division Four, in un grigiume che sembrava non aver fine, visto che nemmeno le coppe regalarono gioie ai tifosi.

La cattedrale di Peterborough

La svolta in senso positivo si ebbe solo nel 1991, con l’avvento di Chris Turner, ex giocatore del club negli anni ’70, alla guida tecnica; Turner arrivò solo nel Gennaio di quell’anno, eppure con una striscia di tredici partite senza sconfitte riuscì a portare lo United nei primi quattro posti, e a conquistare la promozione nell’ultima giornata, con un pareggio sul campo del Chesterfield e il parallelo pareggio del Blackpool a Walsall. La stagione seguente fu ancora migliore, nonostante la delusione del mancato viaggio a Wembley per il Football League Trophy, visto che nella finale/semifinale (come saprete, il trofeo è diviso tra Nord e Sud, e le semifinali si chiamano in realtà finale del Nord e finale del Sud) venne sconfitto dallo Stoke City. Ma come vedremo la delusione si tramuterà in gioia. Prima però, il capitolo League Cup, che regalerà ai tifosi Posh forse la partita più importante della loro storia: la vittoria per 1-0 a London Road contro il Liverpool, che proiettò il club ai quarti di finale, nei quali subì l’eliminazione per mano del Middlesbrough ma solo dopo un replay (all’epoca la Coppa di Lega li prevedeva ancora). Se quella partita rimane indelebile visto il valore dell’avversario, inutile dire che nel cuore dei tifosi in quella stagione entrò anche la finale dei playoff, giocata a Wembley (primo viaggio del club all’Empire Stadium) contro lo Stockport County: la vittoria per 2-1 regalò ai Posh la prima esperienza in First Division (seconda serie) della loro storia.

A Wembley nel 1992

Il momento magico per il club continuò anche la stagione successiva, nella quale raggiunse il decimo posto in First Division, ancora oggi il piazzamento più alto mai ottenuto dal Peterborough nella sua storia. Poi la retrocessione dopo due stagioni e un periodo di anonimato, a vagare tra i campi di terza e quarta serie (durante i nove anni di regno di Barry Fry, una promozione dalla Two alla One), fino al termine del primo decennio del nuovo secolo quando i Posh han fatto ritorno in quello che ora è chiamato Championship, tra salite e discese. Dedichiamoci però ad altri aspetti, primo fra tutti lo stadio. Abbiamo detto che il Peterborough ereditò dalle precedenti esperienze calcistiche cittaidine il nickname, the Posh: ma anche l’impianto di gioco fu un lascito del Peterborough & Fletton. London Road, costruito nel 1913, è sempre stato dunque lo stadio dello United, e ne ha accompagnato le gesta sportive, conservando ancora oggi un aspetto tradizionale fatta eccezione per la South Stand (Norwich & Peterborough Stand).

Chiudiamo con colori/stemma e rivalità. I colori sono sempre stati il blu e bianco, tranne che nelle prime tre stagioni in cui la maglia era verde, dapprima completamente e in seguito con una V bianca sul petto. Sul finire degli anni ’70 ci fu un tentativo di introdurre una tonalità di blu più chiara, praticamente azzurro, ma il tentativo si concluse praticamente lì, con una piccola ripresa nel 2002/03 in cui un blu più chiaro tornò a far capolino sulle maglie del Posh. Lo stemma invece ricalca quello cittadino, come succede quasi sempre. Le chiavi sono un riferimento a San Pietro, visto che in epoca sassone la città (allora chiamata Medehampstede) venne scelta da Paeda, re di Mercia (uno dei regni anglosassoni precedenti all’Inghilterra) come sede di un monastero dedicato a San Pietro, e sono incrociate all’interno di una corona, simbolo civico. I due leoni laterali sono gli “ermine lions” dello stemma del Marchese di Exeter, che era per diritto ereditario Lord Paramount di Peterborough, con le ali di aquila che derivano invece dallo stemma di Mordaunt, primo conte di Peterborough. Il motto “Upon this rock” è invece nuovamente legato alla figura di St Peter (San Pietro, appunto) e ai Vangeli, Matteo 16:18 nella versione delle Bibbia di Re Giacomo (la versione classica della Bibbia in inglese): “And I say also unto thee, That thou art Peter, and upon this rock I will build my church; and the gates of hell shall not prevail against it” (nelle versioni recenti invece compare “on this rock”).

E in ultimo, le rivalità. Quella più sentita è contro il Cambridge United, con entrambe le squadre ferme a 14 vittorie ciascuna negli scontri tra esse (e 10 pareggi), mentre quella tradizionale, per così dire, è quella che vede i tifosi Posh opposti al Northampton Town, per il trascorso in non-league e per la precedente appartenenza della città al Northamptonshire. Negli anni recenti poi è nata una particolare avversità verso il Leicester City, come ben testimoniato da una serie di cori non troppo benevoli dedicati ai Foxes. Il pubblico del Peterborough non è numeroso, e la media spettatori a London Road è la più bassa del Championship, con circa 8.000 persone a partita. Allo stadio si arriva facilmente dalla stazione di Peterborough, che dista un miglio a piedi dall’impianto.

Record

  • Maggior numero di spettatori: 30.096 v Swansea City (FA Cup, 20 Febbraio 1965)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Tommy Robson, 482
  • Maggior numeri di reti in campionato: Jim Hall, 122

Link

Sito Ufficiale: http://www.theposh.com
Up the Posh: http://www.uptheposh.com/
The Beautiful History (Peterborough Utd): http://thebeautifulhistory.wordpress.com/clubs/peterborough-united/
Historical Kits: http://www.historicalkits.co.uk/Peterborough_United/Peterborough_United.htm
Football Ground Guide: http://footballgroundguide.com/peterborough_united/#London-Road-Peterborough-Pubs

 

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Non-league football: viaggio a Canvey Island

Questa puntata dedicata al calcio di non-league è un po’ particolare, e riprende un po’ la prima in assoluto che dedicammo alla città di Bedford. Infatti non tratteremo una singola squadra, ma una singola città: Canvey Island, e le sue due squadre, Canvey Island F.C. e Concord Rangers. Lo faremo con la collaborazione di Rule Britannia e di Marco, e ne approfittiamo per porgergli le felicitazioni per la nascita delle sue due bimbe. Auguri!

Canvey Island è una cittadina di 37.000 abitanti situata su un’isola all’estuario del Tamigi, isola separata dalla terraferma dell’Essex da una rete di piccoli fiumiciattoli. Attività prevalenti quelle connesse ai servizi portuali, come depositi e cisterne.
Partiamo dal Canvey Island F.C.

479px-Cifc-crestCanvey Island Football Club
Anno di fondazione: 1926
Nickname: the Gulls
Stadio: Park Lane, Canvey Island
Capacità: 4.500

Fondato solo nel 1926 (ma nell’isola il calcio si praticava già da fine ‘800), il club ha raggiunto i primi successi negli ann 1990. Purtroppo questa prima parte di storia è oscurata dal fatto che molti documentie i primi trofei si persero nel 1953, con la grande alluvione che colpì l’East Coast. Era proprio in quegli anni che il club aveva raggiunto i primi successi, vincendo molti campionati e coppe locali. In panchina sedeva Denis Neville, era il primo lavoro dopo aver lasciato la nazionale olandese, dove era Team Manager.
Arriviamo così, di colpo, agli anni ’80 quando il Canvey stava andando verso il fallimento, evitato solo dall’intervento di un uomo locale… Da una difficoltà come spesso accade nacque il periodo più glorioso per il club, che coincise con la nomina a Manager di Jeff King, ex giocatore del Canvey, nominato da…se stesso, in quanto King era anche il proprietario della squadra! Il Canvey comincio’ la sua scalata nella Pyramid, i primi successi arrivarono nel 1993 quando vinsero la Essex Senior League ed arrivarono in semifinale del FA VASE. Il club ottenne un’altra promozione nel 1993, quando fu promosso dalla Division Three alla Division Two nell’Isthmian League.
Nella stagione 1995/96, dopo aver battuto Hednesford Town, squadra di Conference, arrivarono al Primo Turno della FA Cup, dove vennero sorteggiati contro il Brighton tra le mura amiche, e ben 3.400 accorsero al Park Lane, ed assistettero ad un grande match dei Gulls, chiuso sul 2-2. Il replay a Brighton si chiuse con una sconfitta davanti a ben 7,000 spettatori. La stagione si concluse con la vittoria della Division Two, del Carlton Trophy e del Thames-side Trophy.
La stagione 1998/99, fu ancora da incorniciare, con la vittoria della Division One e della Essex Senior Cup, battendo in finale il Leyton Orient.
La stagione 1999/00 fu la prima del club in Ryman Premier League, chiudendo con un ottimo quinto posto, arrivo’ ancora in finale dell’Essex Senior Cup, ma fu sconfitto dal Purfleet.
Nella successiva stagione, arrivò la vittoria in FA Trophy, battendo 1-0 il Forest Green Rovers, al Villa Park davanti a 10,000 persone con altre 1.000 incollati ai televisori. Per arrivare alla vittoria della FA Trophy, i Gulls sconfissero quattro team di Conference, in successione Stevenage Borough, Telford United, Chester City(andata e ritorno), Forest Green. Nei precedenti round invece sconfissero Harlow Town, Northwood e Bilston Town.
In FA Cup fu un altro grande cammino, dopo aver eliminato Braintree Town, King’s Lynn e Cambridge City, il Canvey Island arrivò ancora al mitico (per una squadra di non-league) Primo Turno, e stavolta al Park Lane arrivò il Port Vale. Fu un match al cardiopalma, sotto di 4-2 il Canvey Island a due minuti dal termine, riuscì miracolosamente a chiudere sul 4-4. Al replay il Canvey espugnò il Vale Park per 2-1 ai supplementari. Al turno successivo furono sorteggiati contro i vicini del Southend, in casa. Troppa gente voleva assistere al match, così il Canvey accettò di disputare il match al Root Hall casa del Southend. Ben 11,000 persone accorsero per il match (un vero record), ma il Canvey fu sconfitto.
I cammini in coppa, fece posticipare le partite di campionato, causa campi allagati arrivarono anche dei rinvii, i Gulls si trovarono con dieci partite da recuperare in quindici giorni, fu una mazzata che costo’ il primo posto e di conseguenza la promozione in Conference, ma chiuse con un onorevole secondo posto in Premier Division.
Nella statione successica per la prima volta nella sua storia il club raggiunse il Terzo Turno di FA Cup. Elimando cinque squadre tra cui due di Second Division, Wigan al JJB Stadium ed il Northampton in uno strapieno Park Lane, al terzo turno si trovarono di fronte il Burnley, nella splendida cornice del Turf Moor. Vennero eliminati, ma dopo un cammino eccezionale. Chiusero nuovamente il campionato di Ryman Premier al secondo posto, vincendo tredici partite e segnando 108 reti. In FA Trophy furono eliminati dai vincitori, il Yeovil Town. Comunque un trofeo fu messo in bacheca, Essex Senior Cup, superando in finale il Dag & Red.
Nella stagione seguente per la terza volta consecutiva, il Canvey Island chiuse il campionato al secondo posto, con ben 13 punti di distacco sulla terza. Fu anche battuto il record di presenze con ben 3.553 persone nel match contro l’Aldershot, giocato durante la settimana. La delusione passò lievemente e nuovamente con la vittoria dell’Essex Senior Cup.
Nella successiva stagione, il Canvey riuscì finalmente a vincere la Ryman Premier Division, con un distacco di nove punti sulla seconda. Il Canvey arrivò anche alla finale di FA Trophy ed al 1 Turno FA Cup. Il campionato fu conquistato già a Pasqua con sette giornate d’anticipo e chiuse la stagione con 104 punti. In FA Trophy superarono due team di Conference, il Farnborough Town ed il Telford United, prima di perdere la finale al Villa Park contro l’Hednesford United. In FA Cup furono eliminati, again, dai vicini del Southend, in casa 3-2 dopo 1-1 al Roots Hall.

Nella prima stagione in Conference, il Canvey chiuse al 18 posto. Il match d’esordio fu con il Carlisle (squadra da un passato anche in First Division) in casa, davanti a 7,000 spettatori, chiuso con un buon pareggio; nelle prime sette partite subirono solo una sconfitta contro i futuri campioni del Barnet. Ma ci fu un calo, causa infortuni dei giocatori chiave, che portò il club a metà classifica, costringendolo a lottare fino alla fine per rimenere in Conference.
Nella successiva stagione, le cose andarono meglio, e il Canvey chiuse al 14 posto. Purtroppo non ci fu una grossa risposta nelle presenze al Park Lane, e il manager/presidente Jeff King lasciò, dopo anni di successi, il club; i tifosi presero in mano la situazione garantendo ai Gulls almeno la Ryman Division One.
Come Manager fu chiamato John Batch, per l’inizio della stagione 2006/07, purtroppo l’obiettivo promozione non fu raggiunto, i Gulls chiusero al sesto posto, perdendo il posto play-off all’ultima giornata.
Il Canvey fece meglio la successiva stagione, raggiungendo la promozione in Ryman Premier ai play-off. Conquistati grazie alle cinque vittorie nelle ultime sei partite. In semi finale superano in trasferta AFC Sudbury 3-2 ai tempi supplementari. Per la finale viaggiano a Redbridge. Si chiude 1-1 nei tempi regolamentari, il Canvey vince 5-4 ai rigori. In FA Trophy elimino’ il Maidstone United (club di categoria superiore) ed arrivo’ in finale dell’ Essex Thameside Trophy.
La stagione 2008/09 il Canvey ritorno’ a giocare dopo quattro anni d’assenza nella Ryman Premier Division. Fece maggior parte della stagione in zona play-off, ma chiuse la stagione al dodicesimo posto. La stagione fu anche ricordata per la doppia memorabile vittoria contro il Billericay Town (4-0 in casa e 4-2 in trasferta).
La successiva stagione fu una delusione, con il Canvey in piena zona play-off fino a Natale, ci fu calo nella seconda metà della stagione e chiuse al 16 posto.
La stagione 2010/11 coincise con un netto miglioramento: i Gulls chiusero al sesto posto, solo la differenza reti impedì loro la partecipazione ai play-off.
Il Manager John Batch lascio’ la panchina nel Gennaio 2012, con il Canvey al decimo posto, al suo posto il coach Glen Alzapiedi fu promosso a Manager, Batch rimase come direttore.
Nell’Aprile 2012 il Canvey ritorno’ a vincere Essex Senior Cup, battendo per 1-0 il Colchester.
Alzapiedi a luglio 2012 lascia il club, al suo posto viene chiamato Steve Tilson.

Sito Ufficiale: http://canveyislandfc.com/home
Twitter
: @CIFC
Qui il link a Londra Calcistica per foto e curiosità: http://londracalcistica.blogspot.it/search/label/Canvey%20Island

Concord_RangersConcord Rangers Football Club
Anno di fondazione: 1967
Nickname: the Beach Boys
Stadio: Thames Road, Canvey Island
Capacità: 1.500

Fondato nel 1967 dal Presidente Albert Lant, solo nel 1985 il club ha ottenuto il Thames Road come stadio (l’attuale impianto). Il Concord vinse nella stagione 1990/91 Essex Intermediate League e da lì iniziò la sua scalata.
Nel 1998 il Concord ottenne la promozione nell’Isthmian League (la Ryman League, che è il nome dello sponsor, ovvero la stessa dei “cugini”), dopo aver vinto la Essex Senior League, ma tutta la rosa, lo staff ed il Presidente lasciarono il Concord Rangers. Rimase solo Lee Paterson che fu nominato Manager.
Nella stagione 2003/04 vinse Essex League, ma decise di rimanere nella stessa categoria anche nella successiva stagione. Questo però portò nuovamente molti giocatori a lasciare il club, tra cui anche attuale giocatore del Great Wakering Rovers, Nikki Beale.
Sotto la guida di Danny Scopes, ex idolo del Great Wakering Rovers ed il giocatore Danny Cowley, ex AFC Hornchurch e Brentwood Town, il club festeggiò nei migliore dei modi i 40 anni: nel 2007/08 vinsero Essex League, per differenza reti e vennero promossi nell’Isthmian Division One North, ed oltre ciò vinsero anche la Gordon Brasted Trophy, battendo in finale l’Eton Manor 3-2.

Il manager e giocatore Danny Scopes segnò il goal partita che condannò all’ultima giornata la sua ex squadra il Great Wakering Rovers alla retrocessione; oltre a Scopes, altri ex del Wakering erano Trenkel, Gary Ewers e John Heffer.
La punta Danny Heale detiene ancora il record di reti segnate in una stagione nell’Essex League, ben 46 reti.
Il Concord Rangers e’ arrivato al First Round Qualifying sei volte, ultima nel 2008/09.
La miglior prestazione fu nel 2010/11 quando arrivo al Third Round Qualifying. Attualmente il club milita nella Isthmian League Premier, e disputa contro i cugini del Canvey Island FC “the Island Derby”, il derby dell’isola.

Sito Ufficiale: http://www.pitchero.com/clubs/concordrangersfootballclub/
Twitter
: @ConcordRangers
Qui il link a Londra Calcistica: http://londracalcistica.blogspot.it/search/label/Concord%20Rangers

Around the football grounds – A trip to Liverpool (Blue side)

Prosegue il nostro giro virtuale nelle lande inglesi ed approdiamo in una delle città storiche per il calcio inglese, Liverpool. Geograficamente ci troviamo nel Nord-Ovest d’Inghilterra; la zona, ovviamente, è quella del Merseyside, in particolare siamo nella parte est dell’estuario del fiume Mersey e, ancor più in dettaglio, nel distretto di Everton, appena a nord del centro cittadino, dove nel 1878 fu fondato l’Everton FC, una delle squadre più nobili del calcio inglese.

Scorcio di Liverpool

LA STORIA

L’Everton, uno dei club fondatori della Football League, ha traslocato pochissime volte nella sua storia: solamente 4 gli impianti in cui le partite casalinghe sono state giocate con l’impianto attuale inaugurato addirittura nel 1892, uno dei primi stadi disegnati appositamente per il football al mondo. Il primo match ufficiale del team fu disputato nel 1879 a Stanley Park, in particolare nell’angolo sud est di questo parco cittadino.

Scorcio dell’attuale Stanley Park, la prima casa dell’Everton

Non si può parlare di stadio: non vi erano tribune, non vi erano delimitazioni: semplicemente era, come molti altri campi dell’epoca, un parco dove venivano tracciate le righe e posizionate le porte con il pubblico che si assiepava ai margini del terreno di gioco. Non c’erano gli spogliatoi, ma già c’era entusiasmo tanto che si narra che la media spettatori all’epoca si aggirasse sulle 2000 persone. Il club cresceva in fretta e si rese necessario spostarsi in un campo che potesse garantire delle strutture ad un club che ormai si poteva definire professionale: fu scelto un terreno in Priory Road, vicinissimo a Stanley Park, anche se la parola scelto è inappropriata visto che il campo di gioco fu una proposta d’affitto fatta da Mr. J. Cruitt di Coney Green. Il trasloco avvenne nel 1882 e qui già furono realizzate una piccola stand e gli spogliatoi, un lusso per l’epoca; nonostante la prima partita fu un flop clamoroso per quanto riguarda l’incasso (fu giocata tra Everton e Walsall), i match successivi, complici i buoni risultati, crearono uno zoccolo duro di tifosi che crebbe piano piano fino a raggiungere numeri considerevoli in grado di creare un’atmosfera degna di una partita di calcio.

Scorcio di Priory Road…non esistono purtroppo immagini dell’impianto

Due nodi vennero subito al pettine: in primo luogo la location era scomoda per il trasporto pubblico, in secondo luogo il numero di tifosi crebbe in maniera tale da disturbare la quiete pubblica a tal punto da indurre Mr. Cruitt ad invitare la società a cercarsi un altro terreno di gioco dopo soli 2 anni di permanenza. Dove trasferirsi? A dare l’idea fu John Houlding, rappresentante del quartiere di Everton nel concilio cittadino che già 2 anni prima fece da intermediario con Mr. Cruitt per il trasferimento a Priory Road. Questa volta al vulcanico consigliere venne in mente un terreno molto vicino ai precedenti campi da gioco utilizzati dalla squadra, un terreno che era di proprietà dei fratelli Orrell, una famiglia di birrai e con i quali fece nuovamente da intermediario, riuscendo a strappare un contratto d’affitto che prevedeva l’uso del terreno in cambio di una donazione annua al vicino Stanley Hospital. Si trattava di Anfield Road, un nome che universamente è conosciuto come la casa del Liverpool. Ma qui il Liverpool ancora non era stato fondato e su questo campo l’Everton iniziò la sua storia come club professionistico entrando a far parte dei fondatori della Football League, su questo campo l’Everton vinse nel 1890-91 il suo primo titolo nazionale. Il campo di gioco nacque grazie alla volontà di giocatori, dirigenti e tifosi, che si armarono degli strumenti del caso e resero praticabile il terreno; in più l’Everton fu la prima società nazionale a dotarsi delle porte così come le conosciamo al giorno d’oggi. A quel tempo Liverpool era tutta dell’Everton, le partite attiravano fino a 20 mila persone e il club era importantissimo a livello nazionale: col successo arrivarono però altri problemi. Le prime avvisaglie furono piccole schermaglie sul fatto che Houlding pretendeva che i giocatori utilizzassero l’Hotel Sandon come base e che allo stadio si vendesse solo la birra da lui autorizzata; successivamente Houlding, diventato anche presidente del club, fiutò l’affare e si comprò Anfield Road, facendo in modo che il club dovesse far riferimento a lui per l’affitto del campo. E l’affitto crebbe progressivamente, con il proprietario che pretese anche di aver un affitto commisurato al numero di spettatori presente, in costante aumento. Le cose comunque furono molto più complesse: il club innanzitutto doveva provvedere da solo alle spese di manutenzione, gestione e miglioramento dell’impianto (Houlding non provvedeva personalmente, diversamente dal concetto attuale di Presidente) e quando nel 1891 costruì una nuova stand che andava a toccare un’altra terra degli Orrell, adiacente al campo, nacque una discordia insanabile perchè gli Orrell su quel lembo di terra volevano costruire una strada d’accesso al loro terreno. L’Everton disse di non sapere nulla, mentre il suo Presidente affermò il contrario portando ad un incredibile, quanto inevitabile scontro. Due soluzioni furono prospettate, la prima fu di smontare la nuova stand rinunciando ai futuri guadagni; la seconda quella di compensare gli Orrell per il danno subito. Semplice? Assolutamente no, perchè arrivo anche la terza soluzione, caldeggiata da Houlding: quella di formare una LLC (limited liability company) pubblica con lo scopo di comprare sia Anfield Road, sia l’adiacente terreno per una grossa cifra, in maniera tale da avere anche lui il suo guadagno. La soluzione inizialmente fu approvata, ma successivamente rifiutata dal board del club: l’esito fu che l’Everton venne cacciato da Anfield Road mentre Houlding, per riempire il vuoto lasciato dal club, fondò il Liverpool. Le versioni oggi sono parecchio discordanti su come andarono le cose (Houlding sostenne che lui fece di tutto per l’Everton e il guadagno per lui doveva esserci in segno di rispetto e gratitudine mentre il club lo giudicò semplicemente uno speculatore che voleva solo il proprio tornaconto personale), ma quello che conta è il fatto che l’Everton fu costretto a spostarsi nuovamente.

Immagine attuale: al centro Stanley Park, in primo piano Goodison Park, sullo sfondo Anfield. La questione Houlding si risolse così

La città era perplessa, perchè non sembrava esserci un terreno disponibile in città ove allestire un campo di calcio e successivamente uno stadio: qui arrivò il colpo di scena, quando George Mahon, uno dei fondatori del club e uno dei più fermi oppositori di Houlding (anche politicamente), il 25 gennaio 1892, durante un meeting speciale al Liverpool College e incalzato da un provocatore, tirò fuori dal cilindrò un opzione per avere un leasing sul Mere Green Field, un terreno a Walton, nelle vicinanze di Stanley Park ma dalla parte opposta rispetto ad Anfield Road. La burocrazia fu facile da espletare e in pochi mesi venne compiuto un miracolo, visto che si doveva cominciare veramente da zero. Il primo passo fu il terreno di gioco, con il sito che necessitava di essere scavato, livellato e dotato di un sistema di drenaggio prima di poter curare l’erba; l’intero lavoro fu affidato a Mr. Barton, ovviamente uno della zona, che lo svolse egregiamente trattando tutti i 25mila metri quadrati del sito. Il secondo passo fu invece quello di pensare al pubblico e a supervisionare il progetto fu chiamato AJ Prescott mentre l’impresa edile dei fratelli Kelly, nemmeno a dirlo di Walton, fu incaricata dei lavori con una penale nel contratto in caso non fosse rispettata la deadline del 31 luglio dello stesso anno. In questo brevissimo lasso di tempo furono costruite due stand scoperte da 4000 spettatori ciascuna ed una coperta da circa 3000 persone che divenne allora la main stand; in più, vedendo la celerità dei lavori e la motivazione degli operai, l’Everton decise di costruire anche dei muretti a delimitare il campo e persino dei piccoli tornelli, 12 in totale (e siamo nel 1892!). Lo splendido lavoro valse a uno dei fratelli Kelly il titolo di director dell’Everton due anni dopo, ma per quanto ci riguarda il 24 agosto 1892 aprì il primo stadio inglese dedicato completamente al football, con 3 stand su 4 lati del campo. Furono Lord Kinnaird e Frederick Wall della FA ad aprire l’impianto che, curiosamente, non vide sfidarsi sul campo, davanti a 12 mila persone, due squadre di calcio, ma un piccolo meeting di atletica seguito da uno show musicale e dai fuochi d’artificio. Quel giorno, curiosamente, fu aperto anche il Celtic Park a Glasgow, che assieme a Goodison Park rappresenta il primo stadio solo per il calcio al mondo.

La prima immagine di Goodison Park

Le descrizioni dell’epoca erano a dir poco entusiasmanti per chi vi scrive, l’impianto, che venne chiamato Goodison Park perchè la maggior parte di esso dava su Goodison Road, era semplicemente il più bello esistente con una visuale perfetta da ogni punto. La prima vera partita fu giocata il 2 settembre 1982 tra Everton e Bolton, amichevole vinta dall’Everton 4-2; la prima gara di campionato fu Everton – Nottingham Forest, che si concluse con un divertente 2-2. Nonostante Goodison Park fosse un gioiello, il club non stette con le mani in mano: nel 1895 infatti avvenne l’acquisto definitivo del terreno su cui sorgeva lo stadio e Mahon non perse occasione per aggiungere pepe alla rivalità con Houlding rivelando come l’acquisto costò decisamente meno di quello che sarebbe stato speso con Anfield Road e come attorno a Goodison Park ci fosse molto più spazio per ampliare rispetto alla zona dove ormai giocavano i rivali cittadini. Subito venne sistemata la Bullens Road Stand (l’allora main stand), anche se probabilmente non c’era bisogno; in più fu coperta anche la Goodison Road Stand creando uno stadio che in bellezza superava molti impianti italiani attuali.

La Main Stand prima dell’avvento di Leitch

La Bullens Road ai primi del 1900

Il passaggio di secolo vide una grandissima rivalità sportiva tra i due club cittadini e vide Goodison Park evolversi verso l’attuale struttura. Si iniziò nel 1906 con la costruzione della Goodison Avenue Stand dietro la porta a sud del campo, diretta dall’architetto locale Henry Hartley che confezionò una struttura a 2 anelli che costrinse il club a spostare 7 metri a nord le linee del campo per permettere una ottimale visuale a tutti. L’upper tier contava più di 2000 posti ed era separato dal lower tier da un classico terrace a posti in piedi, in pieno stile inglese. Nel 1909 arrivò il capolavoro: Archibald Leitch, il famoso architetto di stadi che abbiamo già citato in altri viaggi e che ritroverete ancora, disegnò la Goodison Road Stand. Si trattava di una struttura a due anelli, imponente, con le front rows decorate con il trademark distintivo “a croce” di Leitch (che oggi è ancora ammirabile nella Bullens Stand ed in altri due stadi, Ibrox e Fratton Park). La maestosità della struttura era tale da ricordare la fiancata della nave Mauritania, l’allora nave più grande del mondo e Mauretania stand divenne il soprannome della tribuna (coniato da Ernest Edwards, giornalista del Liverpool Echo che diede un nick pure ad un’altra famosa tribuna). In quegli anni vennero sistemati anche i terraces (che divennero di cemento) e la pista di atletica, che venne rifatta. Nel 1910 Goodison Park ospitò il replay della finale di FA Cup tra Newcastle e Barnsley; nel 1913 ricevette addirittura la visita di Re Giorgio V e della regina Maria, a Liverpool per visitare i bambini delle scuole elementari, che a Goodison Park ricevettero un autentico bagno di folla con 80 mila persone accorse per rendere omaggio ed una emozionante coreografia creata in campo. Durante la prima guerra mondiale l’impianto venne utilizzato per esercitazioni militari ed anche per una esibizione di baseball tra i Chicago White Sox e i New York Giants. Nel 1926 ancora Leitch contribuì all’ulteriore evoluzione dello stadio, rifacendo la Bullens Road stand in maniera del tutto simile alla sua precedente creazione, comprese le famose balcony trusses tutt’oggi visibili; nel 1931 un’ulteriore innovazione fu apportata allo stadio ed in Inghilterra per la prima volta, anche se mutuata dalla vicina Scozia. Durante un’amichevole con l’Aberdeen il club notò la presenza dei dugout, con la gente seduta che poteva osservare la partita da un punto di vista particolare, all’altezza dei piedi dei 22 in campo: l’idea venne molto apprezzata e fu realizzata anche a Goodison Park da dove si diffuse a macchia d’olio. Prima della seconda guerra mondiale lo stadio si completò: nel 1938 tutto l’impianto divenne a duplice anello, con la trasformazione dell’unica stand sinora intatta, la Gwladys Street Stand. Nemmeno a dirlo, fu ancora Leitch a realizzare la struttura e questo permise un’ottimale integrazione con gli altri settori dello stadio (con costi tuttavia elevatissimi, 50 mila sterline all’epoca, una somma molto alta paragonata alle spese precedenti).

L’impianto nel 1938

Due curiosità sulla costruzione: la prima riguarda un ritardo nei lavori, dovuto alla presenza di una casa che un simpatico anziano non voleva abbandonare a qualsiasi costo; la seconda è che al termine dei lavori vi fu una seconda visita reale (Re Giorgio VI e l’attuale Regina Elisabetta) programmata appositamente per vedere lo stadio nella sua totale bellezza. E a questo punto possiamo parlarvi di un’altra peculiarità dello stadio, che approfondiremo più avanti: la St. Luke Church, una chiesa costruita a cavallo tra l’800 ed il 900, che sbuca all’angolo tra la Goodison Road Stand e la Gwladys Street Stand: all’epoca la chiesa era chiaramente visibile dal campo e si integrava magicamente con la struttura dell’impianto, a pochi metri dal calcio d’angolo.

Alcuni danni provocati dalla seconda guerra Mondiale

Il dramma della seconda guerra mondiale non risparmiò Goodison Park: essendo molto vicino ai docks di Liverpool, le bombe caddero anche sullo stadio. A soffrire particolarmente fu la Gwladys Street Stand, che venne pesantemente danneggiata all’esterno così come all’interno (i danni all’esterno si possono ancor oggi notare), senza risparmiare il tetto; danni vi furono anche sulla Bullens Road Side, in particolare alla facciata ed al tetto; infine furono distrutte le recinzioni attorno all’impianto ed il campo di allenamento. I danni furono riparati grazie ai fondi messi a disposzioni dalla War Damage Commission e con la ripresa del paese, anche Goodison Park tornò a splendere fino ad illuminarsi anche in notturna nel 1957, grazie all’installazione dei riflettori: 4 pali da 56 metri di altezza ciascuno ai quattro angoli delle stand, con 36 lampadine per riflettore e lo spazio addizionale per ulteriori 18 lampadine nel caso l’illuminazione fosse risultata insufficiente. L’anno successivo arrivò un’ulteriore innovazione: il terreno di gioco fu il primo campo inglese ad essere dotato di un impianto di riscaldamento sotterraneo grazie a 30 km di cavi elettrici installati al costo di 16mila sterline. L’impianto era così efficiente che fece notare come il sistema di drenaggio del terreno fosse insufficiente a smaltire la quantità d’acqua generata dallo scioglimento di neve e ghiaccio. La soluzione? Ovviamente fu sistemato il campo, che tornò ad essere un fiore all’occhiello.

Goodison Park all’appuntamento col Mondiale del 1966

Gli anni 60 furono grandi anni per l’Everton, ma anche per l’Inghilterra calcistica: nel 1966, come tutti saprete, vinse la coppa del Mondo in casa e Goodison Park fu tra gli impianti protagonisti con ben 5 partite disputate al suo interno (il secondo impianto più utilizzato dopo Wembley). Non furono fatti grossi lifting all’impianto, si pensò solamente a migliorare la logistica esterna con la demolizione di alcune case, costruite per i giocatori (e in una delle quali vi abitò anche il leggendario Dixie Dean), che si trovavano dieto Park End. Data l’importanza dell’evento, vi sono moltissime foto in cui è possibile apprezzare nella sua totale bellezza l’impianto: da notare assolutamente, oltre alle già citate decorazioni a croce introdotte da Leitch visibili sia sulla Bullens Road Side che sulla Goodison Road Stand, la magnificenza della Main Stand, che già sovrastava nettamente gli altri settori con i posti seduti in alto e i terraces in basso; la vicinanza della chiesa tra la main stand e la Gwladys Street Stand; la continuità, nelle foto dall’alto, di quest’ultima stand con la Bullens Road Side a formare un’unica tribuna (come i moderni impianti).

Goodison Park nel 1966 dall’alto

Per quanto riguarda l’interno, totalmente old style i pali a sostenere le coperture con la presenza dei posti con restricted view e da non perdere anche il nome del club sul tetto della main stand, del tutto simile a quello presente, ad esempio, a Craven Cottage (altra stand di Leitch). Nella World Cup il campo fu calcato da giocatori come Pelè ed Eusebio e fu teatro anche di un quarto di finale (dove il Portogallo battè 5-3 la Corea in una delle partite più belle del Mondiale) e, soprattutto, della semifinale contro l’Urss che portò la Germania Ovest alla finale di Wembley.

Immagine d’archivio del Mondiale con le particolari decorazioni di Leitch in evidenza

Dopo il mondiale, continuarono i miglioramenti all’impianto. Ancora una volta l’Everton arrivò prima di tutti installando lo scoreboard elettronico allo stadio; poi ci fu la svolta verso la modernità. La gigantesca Goodison Road Stand venne ristrutturata nel 1969 e nacque l’attuale stand: già all’epoca le dimensioni della Mauretania Stand venivano ritenute incredibili e la grandezza della nuova tribuna superò ogni immaginazione. Venne infatti creata una three-tier stand dove il vecchio si mischiava con il nuovo, con all’interno i primi members box e addirittura una scala mobile (avete presente il terzo anello di San Siro dove nel 2013 ci arrivate con i vostri piedini? Ecco, nel 1970 qui costruirono una scala mobile!) per permettere al pubblico di accedere al top balcony, la parte più alta della stand.

La costruzione dell’attuale Main Stand

L’upgrade suscitò parecchio scalpore e non tutti furono d’accordo: la Goodison Road Stand era infatti un’istituzione e per molti inglesi fu il primo passo verso la modernizzazione, con una struttura sostanzialmente impersonale ed asettica rispetto a quella precedente. Altra curiosità fu che l’altezza della stand rendeva inservibili i pali che sostenevano l’impianto di illuminazione: vennero tolti e le lampadine sistemate sul tetto della stand. Allo stesso tempo fu sostituita anche la copertura della Bullens Road Stand con materiali più moderni, perdendo un po’ del fascino old style che aveva in occasione della World Cup. La seconda metà degli anni 70 diede un brutto colpo a Goodison Park: entrò infatti in vigore il Safety of Sports Ground Act, che nelle sue ispezioni aveva riscontrato grosse falle di sicurezza nella Bullens Road Stand, in particolare aveva ritenuto che fosse facilmente infiammabile, e nelle vie di accesso all’impianto: tutto questo portò ad una drastica riduzione di capienza, da 56mila a 35 mila posti, forzando il club a migliorare le infrastrutture pur di riavere la possibilità di accogliere tutto il proprio pubblico.

Scorcio della St. Luke Church negli anni 70 durante un match

Negli anni 80 avvennero due importanti tragedie all’interno dello stadio: l’1 marzo del 1980 un infarto portò alla morte il mitico Dixie Dean, al suo ritorno a Goodison Park da spettatore dopo molti anni per problemi di salute; 5 anni più tardi, nel 1985, fu la volta dello storico manager Catterick ad andarsene, sempre per colpa di un attacco cardiaco. Prima dell’ulteriore svolta, che sarà dettata dal Taylor report, si intervenne anche sul tetto della Gwladys Stand, che nel 1980 fu sostituito da una copertura blu e successivamente, nel 1987, da una copertura che andava ad integrarsi con quella della Bullens Road, facendo assumere a quella parte di stadio l’aspetto di un tutt’uno.

Goodison Park sul finire degli anni 80

Dopo Hillsborough iniziò la trasformazione dello stadio in un all-seater. Gran parte della main stand era già stata convertita poco prima, con la creazione di un’area family al posto dei terraces; rimanevano le standing areas delle altre 3 stand che progressivamente furono rimosse e sostituite dai seggiolini, con la loro aggiunta nella Paddock Area e il rifacimento della parte bassa della Gwladys Stand. Rimase un’eccezione nella Park End, dove i posti in piedi furono mantenuti sino al 1994, anche se aperti solo per le grandi partite. Perchè? Perchè c’era il progetto di rifare completamente la stand e dopo il replay del 3° turno di FA Cup contro il Bolton nel febbraio 1994, il progetto ebbe inizio con la ricostruzione della Park End e la genesi definitiva dell’attuale Goodison Park. Ultima curiosità: il centenario dell’impianto fu festeggiato con un amichevole contro il Borussia Monchengladbach e la creazione di 200 medaglie commemorative più un libro di Ken Rogers, scrittore e giornalista di Liverpool.

L’IMPIANTO ATTUALE

40.157 sono i posti a sedere attuali di Goodison Park, che si erge maestoso come una cattedrale in un contesto di casette a schiera che sembrano minuscole al suo confronto e con Stanley Park a dividerlo dall’altro impianto di Liverpool, Anfield. Le stand, che ormai avete imparato a conoscere perchè non hanno mai cambiato nome, sono 4 e lo stadio non è del tutto chiuso: è un tutt’uno tra la Bullens Road Stand e la Gwladys Stand, la Park End, nonostante sia nuova, non si abbraccia alle due tribune ma rimane a sè stante mentre sull’ultimo angolo, tra la Main Stand e la Gwladys Stand, abbiamo la St. Luke Church, che tuttativa è ben poco visibile rispetto ad un tempo, quando lo stadio era molto più aperto sugli angoli.

L’attuale Goodison Park dall’alto

GOODISON ROAD STAND

La main stand, realizzata tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, è una mastodontica struttura a 3 anelli, che da fuori non sembra nemmeno la tribuna di uno stadio. Dall’esterno la forma non è omogenea, ma la struttura sembra restringersi perchè il sito di Goodison Park non è una sorta di piazza o circolare; all’interno abbiamo tutte le strutture adibite alla stampa, le facilities per gli ospiti e sale congressi, sale per banchetti ed addirittura sale per matrimoni! Anche dall’alto la struttura è particolare, con il tetto che inizia in maniera piana per poi spiovere verso il campo per coprire tutti i posti a sedere dando l’impressione di cadere e coprendo parzialmente la copertura della Park End. La struttura interna è imponente con una capacità totale di 12.664 posti su 3 anelli. Il terzo anello e la copertura sono sostenuti da 3 pali che portano alla presenza dei posti a restricted view, mentre il secondo anello è sostenuto da pali più piccoli ed interni. Ogni anello ha un suo nome distinto: il più alto è definito top balcony, che ha aspetto a spiovere e dà veramente un senso di vertigine. Da quei è posti è possibile vedere anche Anfield Road perchè l’altezza che si raggiunge è decisamente maggiore della massima altezza della Bullens Road Stand; particolarità è che i posti a ridosso della Park End in questa parte di stadio non sono utilizzabili perchè la visuale della porta sottostante è completamente ostruita dal tetto della stand adiacente. L’anello centrale è definito la main stand vera e propria ed ha al suo interno anche alcuni box per i dirigenti (anche qua abbiamo i restricted view places) mentre la parte più vicina al campo è la Family Enclosure, la cui regolarità è interrotta dalla fila centrale di executive boxes, ricavati in questa zona perchè inizialmente la loro costruzione non era stata prevista dal club. Qui vi sono anche il tunnel di ingresso in campo e le panchine, integrate nella stand e difficilmente visibili dai posti più alti della top balcony.

L’attuale Main Stand in tutta la sua grandezza

PARK END STAND

La stand più recente dell’intero impianto è costruita su Walton Lane, ai confini di Stanley Park, da cui il nome della tribuna (il nome esteso sarebbe Stanley Park End Stand, ma è da sempre stato abbreviato in questa maniera), ed è quella più piccola, con una capienza di poco meno di 6 mila posti a sedere. A differenza di tutte le altre stand, qui vi è un singolo anello con i seggiolini dipinti in maniera tale da creare la scritta EFC nella parte centrale. La copertura, dall’alto, è diversa strutturalmente da quella delle altre stand, sostenuta da un sistema di travi in metallo blu e bianche che vanno a sostenere anche un enorme banner all’esterno della stand con la scritta “Everton, The People’s club”. Sui due angoli la struttura è differente: l’angolo con la main stand è praticamente chiuso mentre l’angolo con la Bullens Road Stand è aperto per due motivi: in primo luogo qui è collocato uno scoreboard e quando la partita va in pay-tv viene allestito lo studio televisivo di Sky Sports, in secondo luogo l’apertura permette la ventilazione del terreno di gioco. Un ulteriore scoreboard si trova all’interno della stand, agganciato alla copertura. All’esterno si trova inoltre la statua che ricorda Dixie Dean, il leggendario attaccante che a Liverpool tutti ricordano per essere stato in grado di segnare più di 60 gol in una stagione.

La Park End

La statua dedicata a Dixie Dean

L’esterno di Park Lane

BULLENS ROAD STAND

Opposta alla main stand, anch’essa è divisa in 3 anelli seppur sia molto meno alta. Tuttavia sono 3 anelli “fasulli”, in quanto quello che è considerato il secondo anello, definito “The Paddock”, è in realtà situato completamente al di sotto del terzo con il primo anello, il Lower Bullens, che altro non è che la conversione dei terraces in posti a sedere. L’ultimo anello, definito Upper Bullens, in altezza arriva a livello della Park End e la copertura collega uniformemente questa stand con la Gwladys End. Il nome nasce ovviamente dalla strada retrostante e sulla Upper Bullens troviamo ancora il distintivo marchio di fabbrica di Archibald Leitch (come vedrete nella foto sottostante). La stand può ospitare 10.546 persone e qui, nell’angolo con la Park End, vi sono ospitati i tifosi ospiti: i posti disponibili sono circa 3000, ma in caso di tifoserie piccole solo la parte inferiore viene riservata per un totale di circa 1700 posti. Nella Upper Bullens vi è la scritta gigante Everton ed in tutta la stand, da tradizione inglese, troviamo i caratteristici pali di sostegno della struttura che hanno il difetto di limitare la visione ad alcuni spettatori.

La Bullens Road

Il particolare del marchio di Leitch

GWLADYS END

La stand situata a nord dell’impianto può ospitare poco più di 10 mila spettatori ed è divisa su due anelli, Upper and Lower. Qui trovano posto i fans più calorosi dell’Everton e tradizionalmente il capitano dell’Everton, nel caso si vinca il sorteggio, sceglie in maniera tale da attaccare qui nel secondo tempo. Una delle tradizioni più belle di questo stadio nasce qui, l’usanza di applaudire anche il portiere avversario quando prende posto tra i pali all’inizio o alla ripresa del match. La stand è anche conosciuta come “Street End” e dà inoltre il nome alla Hall of Fame dell’Everton (Gwladys’ Street Hall of Fame). Come più volte detto, è un tutt’uno con la Bullens Road mentre l’angolo con la Main Stand vede la presenza della St. Luke Church, oggi quasi completamente oscurata anche dalla presenza di uno scoreboard.

La Gwladys End

ST. LUKE CHURCH

Il marchio distintivo di Goodison Road già era presente all’epoca originaria della costruzione dello stadio e fortunatamente non è stata demolita o modificata, ma semplicemente lo stadio è stato costruito tenendo conto della presenza della stessa (tuttavia l’Everton ci aveva provato a farla spostare). Le yards che la separano dal corner in linea d’aria sono veramente poche e il club è in rapporti tali con la comunità religiosa da non giocare presto la domenica per permettere il corretto svolgimento delle cerimonie religiose. Qui sono stati celebrati anche i funerali di alcuni giocatori, ad esempio Brian Harris, ed ha sede la Everton Former Players’ Foundation, un’associazione benefica creata per gli ex giocatori dell’Everton (soprattutto in passato quando i guadagni non erano milionari come oggi) della quale il reverendo della Chiesa è il responsabile. Una volta, soprattutto all’epoca dei terrace, la sommità della Chiesa serviva da “tribuna abusiva”, mentre adesso le misure di sicurezza sono tali (filo spinato e vernice anti-scalata) da scoraggiare notevolmente questa abitudine. Come detto infine, la visione della Chiesa oggi è parzialmente oscurata, tuttavia rimane ben visibile dallo stadio e riesce a far capolino anche nelle riprese televisive; ultima curiosità è il fatto che la Chiesa stessa abbia dei banchetti ambulanti per la vendita di prodotti di ristoro a buon mercato durante le partite.

La St. Luke Church e lo stadio

Visuale dall’interno

IL FUTURO

A Liverpool si è molto discusso sul futuro di Goodison Park. L’impianto risente dell’età e nonostante sia uno degli impianti più affascinanti della Premier, l’idea di costruire un nuovo impianto è insita da tempo nella mente dei dirigenti del club. I primi tentativi furono fatti negli anni 90, col chairman Johnson che spinse parecchio in questa direzione tra l’ostracismo dei tifosi, che alla fine la ebbero vinta. In questi anni se ne è riparlato ed è nato il progetto Kirby, un nuovo stadio a circa 10 km da Liverpool da 55mila posti. Al momento attuale però l’ok all’inizio del progetto, finanziato dalla Tesco e da altri sponsor, non è stato dato, anzi, è stato rifiutato e quindi la situazione è in stallo. Non mancano i sostenitori della ristrutturazione di Goodison Park, la quale però presenta problemi oggettivi come la mancanza di spazio per espanderlo (non solo la chiesa, ma anche il fatto che si trovi completamente al centro di un centro abitato, con strade di accesso strette e parcheggi inesistenti o quasi) e il dove trasferirsi durante la ristrutturazione.

L’ATMOSFERA

L’aria che si respira a Goodison Park è un’aria elettrica solitamente grazie ad un pubblico che accorre sempre numerosissimo, un’aria old style per la location, un’aria da veri appassionati di English football. L’attendance media allo stadio è elevata, anche se nell’ultimo anno è stato registrato un calo sensibile (da 36 a 33 mila), probabilmente dovuto alla politica del club. Ma in generale lo stadio è sempre pieno, con i tifosi dell’Everton solitamente molto cordiali e tranquilli con i tifosi ospiti, fatto salvo per alcune rivalità particolari (Manchester United ad esempio). Ovviamente parlare di Everton vuol dire parlare del Merseyside derby (che in città viene definito semplicemente “The derby”), il derby che viene definito “friendly” per l’atmosfera tranquilla attorno nonostante in campo se le diano di santa ragione e nonostante le due squadre siano spesso state in seria competizione tra loro, sia a livello sportivo, sia a livello dirigenziale. Non è raro infatti vedere tifosi dell’Everton e tifosi del Liverpool mischiati, ma questo non vuol dire che all’interno l’elettricità sia bassa, anzi. Altre rivalità minori, ma comunque sentite, vi sono con il Manchester United (Rooney non è certo il benvenuto ormai a Goodison Park) e con il Tranmere Rovers

Il build up al match viene costruito solitamente con la canzone che faceva da sigla a Z-Cars, noto telefilm britannico ambientato a Kirby, in piena zona Everton; in particolare la canzone è una tradizionale canzone per bambini composta nel 1890 da Frank Kidson e che racconta la storia di un marinaio tradito dalla fidanzata mentre viaggiava per mare. Una tradizione tale che ormai la canzone e l’Everton sono tradizionalmente associati. Durante la partita l’atmosfera si mantiene buona, anche se i cori non sono presenti durante tutto l’arco della partita fatta eccezione in alcune partite. Rimane sempre da brividi quando l’Everton, soprattutto nelle partite tirate o nei derby, attacca sotto la Gwladys End, che in queste occasioni costituisce davvero la marcia in più; tuttavia il loro meglio i fans dell’Everton, dal punto di vista canoro, lo danno in trasferta.

CURIOSITA’

Dell’utilizzo nei mondiali del 1966 vi abbiamo già parlato, quello che non sapete è che questo fu il primo terreno di Football League ad ospitare una finale di FA Cup, nel lontano 1894 (vittoria del Notts County sul Bolton davanti a 37 mila spettatori). Curioso nel 1920 il fatto che un match femminile portò sugli spalti ben 53 mila persone, contro una media allora di circa 29 mila. La nazionale disputò qui, soprattutto nei primi decenni del 1900, alcune partite interne della Home Championship (una storica competizione tra le nazionali del Regno Unito); Goodison Park fece inoltre da casa per alcune partite nel 1973 per l’Irlanda del Nord ed ha ospitato numerosi match fungendo da campo neutro, soprattutto in FA Cup. Anche le giovanili inglesi hanno trovato spesso casa qui in passato, mentre attualmente è dal 2003 che non si disputa un match internazionale.           Extracalcisticamente Goodison Park, oltre alle due visite reali, ha ospitato match di baseball e match di rugby; ultima curiosità è il fatto che qui non solo le persone si sposano, ma possono anche venir tumulate: in passato più di 800 fans hanno scelto di tumulare qui le proprie ceneri, un atto di fede finale verso il club. Oggi però tali richieste non vengono più accettate per mancanza di posto.

Capacità: 40.157

Misure del campo: 100 x 68 metri

Record attendance: 78.299 (1948 – Division One vs Liverpool)

Record attendance attuale: 40.552 (2004 – Premier League vs Liverpool)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

Groundhopping

Everton FC Official Site

Toffeeweb

Bluekipper

Il più grande calciatore che non avete mai visto

Il titolo non è originale: ci ha ispirato un libro scritto da Paul McGuigan (sì, il bassista degli Oasis) e Paolo Hewitt (“The greatest footballer you never saw”, lo trovate facilmente su amazon); in realtà abbiamo tralasciato un pezzo di tale titolo. Rimediamo. Il più grande calciatore che non avete mai visto: la storia di Robin Friday.

robin-friday-167316975Robin Friday è, per diversi motivi, una leggenda. Non lo ricorderete mai per aver alzato una coppa, nè per aver segnato un romantico goal al Liverpool ad Anfield, ma è una leggenda, e la leggenda risiede nel fatto di non essere stato. O meglio, non essere voluto essere. Perchè Friday è Il giocatore anni ’70 per eccellenza: Stan Bowles, George Best, Charlie George, chi più chi meno, ce l’avevano fatta, e ce li ricordiamo, oltre che per le vicende extra-calcistiche, anche per il talento. Ma Friday no, Friday è rimasto sommerso nel sottobosco della storia del calcio, come un musicista che suona benissimo, ma che lo fa nella metropolitana invece che alla Royal Albert Hall, perchè semplicemente certi palcoscenici li rifiuta, più che non essere adatti lui. Un comportamente ingestibile, abitudini non certo da calciatore professionista lo terranno sempre lontano dalla First Division. Capelli fluenti, basette, il look della superstar c’era; poi sul campo un controllo palla che viene ricordato ancora adesso (“absolutely fabulous” lo definirà il dottore del Cardiff, Leslie Hamilton), capacità di dribbling fuori dal comune, la lucida pazzia del fuoriclasse. E un duro, non una fighetta: “When he was in the line-up you’d have a centre-forward and a centre-half; not only would he be up there running them ragged, but when it broke down he’d be the first person to start tackling back” dice di lui Phil Dwyer, difensore gallese. Si ritirò a 25 anni e morirà a 38 anni, nel 1990, nella sua Londra, dopo aver giocato sole cinque stagioni tra i pro, a Reading e Cardiff, lasciando ai posteri un’eredità di aneddoti e storie al limite del clamoroso.

Robin Friday nasce ad Acton, ovest di Londra, il 27 Luglio 1952. Sua madre, Sheila, era figlia di un ex giocatore del Brentford, squadra che il padre portò Robin (e il gemello) a vedere quando questi aveva due anni. Il calcio piaceva al piccolo Robin, che lo praticava col fratello e il padre al parco, nei tranquilli pomeriggi westlondinesi. Un talento in divenire, tanto che all’età di 12 anni venne aggregato alle giovanili del Crystal Palace che rimase strabiliato dalle doti tecniche del nostro; passò poi al QPR e infine al Chelsea, il tutto nell’arco di un anno. Perchè? Perchè la sua indisciplinatezza, tattica e comportamentale, fece sì che i club si stancassero presto di lui. A 14 anni cominciò a giocare col fratello e il padre in una squadra amatoriale locale, a 16 era già una star…dei furti. Cominciava così a manifestarsi sinistramente quell’inclinazione alla vita sregolata che lo caratterizzerà nell’arco della sua, sfortunata e breve, esistenza. Si trovò un lavoro, dapprima come autista per un supermercato, in seguito come lavavetri, ma la passione per i furti era tanta, e inevitabilmente lo portò a fare un viaggio in prigione, da dove tuttavia venne rilasciato per cause di salute (soffriva di asma). Un secondo viaggio nelle prigioni di sua Maestà si rilevo decisivo: divenne la star della squadra “locale” di football (support your local team, ma questi erano prison games), il che gli permise di fare alcune apparizioni “premio” nell’academy del Reading.

Uscito di prigione…si sposò, a 17 anni, con una ragazza di colore da cui ebbe anche un figlio, una scelta che in anni in cui la multirazzialità era vista come un problema gli causò anche un’aggressione in un pub, peraltro luogo di culto per Robin. La svolta calcistica avvenne da lì a poco, mentre fuori dal campo, nonostante il matrimonio, il consumo di alcol e droghe continuava, di pari passo alla passione per le donne. Un amico, che giocava nel Walthamstow Avenue, gli chiese di accompagnarlo all’allenamento, suggerendo a Robin di fare un provino per il club: il provino andò talmente bene che lo stesso giorno Friday firmò il contrattio. Il Walthamstow militava in Isthmian League, semi-professionismo, tant’è che gran parte dei giocatori lavorava come asfaltatore: Robin si unì a loro anche in ambito lavorativo. Giocò il finale della stagione 1971 nel nord-est di Londra per poi firmare, in estate, con l’Hayes, altro club di Isthmian posizionato però più vicino alla sua amata Acton, passando dalle 10 sterline a settimana percepite dal Walthamstow alle 30 che gli offrì il club westlondinese.

E nell”Hayes la carriera di Friday svoltò definitivamente. Un infortunio sul lavoro quasi gli costò la vita, tanto che la prima stagione con l’Hayes venne inevitabilmente accorciata dal fatto; ritornò solo nell’Ottobre 1972, in tempo però per scrivere la sua, personale, leggenda. Ad esempio, in un’occasione, l’Hayes cominciò una partita in 10 perchè….Friday era al pub! Al pub vicino al campo a bere, come un qualsiasi tifoso. Ma l’aneddoto, già per così divertente, ha dell’incredibile se si pensa che Friday, quando decise finalmente di presentarsi al campo, ubriaco fradicio, nei minuti finali segnò il goal partita. Dicevamo della svolta. Il 9 Dicembre 1972 quella magnifica competizione che risponde al nome di Football Association Challenge Cup mise di fronte l’Hayes a un club pro, di Fourth Division, il Reading. All’Elm Park, lo stadio dell’epoca del Reading, la partita terminò 0-0; i Royals vinceranno 1-0 al replay. Il manager, Charlie Hurley, rimase impressionato dalle qualità di quel ragazzo. Tornò diverse volte ad Hayes per osservare direttamente Friday, e benchè le informazioni circa il background del nostro non fossero proprio lusinghiere, Hurley decise che un tale talento non poteva sfuggirgli. Nel frattempo Friday giocò la prima parte della stagione successiva (1973/74) nell’Enfield, prima di tornare brevemente all’Hayes e poi, ne Gennaio del 1974, diventare ufficialmente un giocatore del Reading (nel frattempo anche il Watford tentò di approciare il ragazzo, ma la parola di westlondinese era già stata data ai Royals).

Friday firmò un contratto da amatore, mantenendo quindi il suo lavoro extra-calcistico, e si allenava con le riserve del Reading. Vero, aveva segnato più di un goal ogni due partite per l’Hayes, e ok, era stato espulso sette volte, ma in quel momento un lavoratore della Londra ovest con il vizio dell’alcool e delle droghe, firmava per un club pro e se non ci trovate un pizzico di romanticismo, anche malinconico per via della vita extracalcistica, in tutto ciò non sapremmo in cosa potreste trovarlo. Era in fondo l’occasione per il riscatto personale sulla vita, che peraltro contibuì lui stesso a complicarsi, ma tutti hanno diritto a una seconda chance, no? Il Reading in quel Gennaio del ’74 ne veniva da un periodaccio: due vittorie in quattordici partite; Friday invece ridicolizzava gli avversari nelle partite delle riserve. Hurley fu così in qualche modo costretto a dare una chance al ragazzo. Con Friday in campo i Royals si trasformarono, la stampa locale gridò al miracolo (il Reading Evening Post divenne il suo tifoso per eccellenza), i tifosi impazzivano per quel George Best di quarta divisione e Hurley salvò la panchina. Segnò alcuni goal che, nei ricordi di chi li vide, sono semplicemente “incredibili”, il frutto della mente e dei piedi di un genio del calcio.

Friday impressionò in campo tanto quanto fece perdere le staffe ai gestori dei pub locali. Il suo amore per l’alcool lo portò a imbattersi in diverse controversie e a vedersi bandito da molti locali. Ma l’apice della carriera da bevitore in quella prima stagione nel Berkshire lo raggiunse una sera quando, con tutti i pub chiusi, si presentò in un night (the Churchill’s, il peggiore della città, ma non ditelo a Winston), cappotto lungo e stivali. Entrò nel club, prese posto in mezzo alla pista da ballo, si tolse il cappotto rivelando che sotto era…nudo. Danzò così, con solo indosso gli stivali, tutta la notte. Inventò anche una danza che chiamò “the elephant” e che non vi consigliamo di fare al gran ballo: girava all’infuori le tasche dei pantaloni, si abbassava la cerniera tirando fuori l’attributo maschile, ed ecco che le tasche diventavano le orecchie dell’elefante, e come immaginerete il pene ne era la proboscide. Ma non finiva qui: per placare l’abitudine del nostro di assumere LSD allietato da dischi heavy metal al massimo volume (causando le proteste dei vicini per i quali va, postuma, tutta la nostra comprensione), Hurley obbligò Friday a trasferisi nello stesso condiminio in cui abitava l’ex custode di Elm Park. L’uomo, 80 anni suonati e una pensione da godersi in santa pace, ebbe la vecchiaia rovinata da quella decisione, e immaginiamo maledì Hurley e Friday per il resto della vita quando si trovava a fronteggiare vicini incazzati, ragazze infuriate e musica a tutto volume.

Il Reading però, grazie alle eccellenti prestazioni di Friday, terminò la stagione in sesta posizione, e diventava difficile per il manager dire a Friday di calmarsi, quando questi faceva la differenza sul campo. Insomma, veniva bene o male tollerato tutto, secondo il dettame machiavellico de “il fine giustifica i mezzi” (frase peraltro mai pronunciata dall’autore de il Principe), anche se c’è da dire che Friday nutriva e nutrì per sempre un rispetto per Hurley che probabilmente non nutrì per nessun’altro. Sheffield United e Arsenal si interessarono al ragazzo ma non se ne fece mai nulla. Forse alle orecchie degli scouts (e di Bertie Mee, che si interessò personalmente a Friday) giunse la notizia che, al ritorno da una trasferta, Friday fece fermare il bus per andare al bagno e, quando si accorse di essere vicino a un cimitero, rubò alcune decorazioni da una tomba (sic) per metterle vicino al presidente (!) che dormiva beato nel retro dell’autobus. Un macabro scherzo nella mente di Friday, che fece infuriare Hurley. O forse ai suddetti scouts giunse la novella che raccontava di come Friday, una sera, si presentò nel bar dell’hotel in cui soggiornava la squadra accompagnato non da un cane, nemmeno da un gattino, ma da un cigno, che trovò nei paraggi. Però, e ci risiamo, segnò quella stagione (1974/75) 18 goals, che gli valsero il premio di giocatore dell’anno del club, trascinando fuori la squadra dalle zone basse della classifica quando vi precipitò a causa dell’assenza di Friday (ebbe problemi respiratori causati da un virus): una sera lo trovarono in mutande a bere nel bar dell’albergo, ma cosa gli dite a uno così?

La stagione successiva (1975/76), se possibile, fu migliore. Fu la migliore nella carriera di Friday, una stagione in cui segnò 22 goal (21 in campionato) e che culminò con la promozione del Reading in Third Division. L’apice si ebbe il 31 Marzo del ’76, quando a Elm Park si presentò il Tranmere terzo in classifica e dunque in lotta promozione come i Royals; arbitro Clive Thomas, esperto fischietto internazionale adatto al big-match promozione. Una giornata che Thomas non dimenticherà mai. Diciamo subito che il Reading vinse 5-0, ma qui ci interessa quello che accadde sul 2-0. Un goal che nessuno di quelli presenti dimenticherà mai. Nemmeno Thomas, che prima di indicare il centrocampo si mise le mani in testa dall’incredulità. Autore del goal? Ovviamente Friday. “It was the sheer ferocity of the shot on the volley…over his shoulder. If it hadn’t gone into the top corner of the net it would have broken the goalpost. Even up against the likes of Pelé and Cruyff, that rates as the best goal I have ever seen” ricorderà anni dopo Thomas. Incredibilmente Friday fuori dal campo stette lontano dai guai per tutta la stagione, cacciandosi nei pasticci una sola volta, a Newport fuori da un locale, quando venne arrestato per linguaggio osceno, accusa che poi cadde. Certo, rubò anche un servizio di bicchieri da vino per il suo capitano, Gordon Cumming, il quale a una cena disse “che belli, mi piacerebbe averne di simili”: Friday lo prese alla lettera e glieli procurò.

Le grane cominciarono una volta archiviata la promozione, in primo luogo quando il Reading offrì ai propri giocatori salari inferiori rispetto alle promesse. Friday presentò immediatamente la richiesta di trasferimento, lamentando la mancanza di ambizione del club, ma va detto che più o meno tutti i suoi compagni protestarono. La questione finì lì, ma Robin trovò comunque il modo di consolarsi, sposandosi per la seconda volta, dopo aver divorziato dalla prima moglie. Il matrimonio di Friday e di Liza Deimel (studentessa di Reading) fu esilarante, almeno stando alle parole della sposa stessa che lo definì “the most hilarious thing ever“. Innanzitutto l’abbigliamento di Friday: abito di velluto marrone (!), maglietta tigrata (!!) e stivali di serpente (!!!), non esattamente lo smoking ma look che perfettamente si addiceva al personaggio. Poi gli invitati: 200, tra cui molti amici londinesi, che festeggiarono la coppia ubriacandosi, assumendo svariati tipi di droghe e facendo a cazzotti, finendo per rubare gli stessi regali di nozze, tra cui un cospicuo quantitativo di cannabis. “I have been to a few weddings“, disse Rod Lewington, storico amico di Robin, “but never one like that“, e immaginiamo di dovergli credere. Quando la squadra si ritrovò per il precampionato, Friday era palesemente e imbarazzantemente fuori forma. Hurley dirà anni dopo: “deve aver festeggiato troppo la promozione”. Tuttavia riprese almeno parzialmente la condizione della stagione precedente, sebbene nuovamente, dopo due settimane di assenza causa influenza, si ripresentò in condizioni inquietanti. Hurley cercò in tutti i modi, venuto a conoscenza dell’abuso di droghe del suo ragazzo, di salvarlo; all’ennesimo allenamento saltato, dietro le proteste, giustificate, del resto della squadra, il manager però si arrese, e si disse pronto a lasciarlo partire.

Le cose stavano comunque precipitando. Oltre agli allenamenti saltati Friday sembrava sempre più stralunato, al punto che durante una partita si avvicinò al pubblico per chiedere quale fosse il risultato della partita stessa. O dopo una brutta prestazione a Mansfield, in cui venne sostituito e, in preda alla furia per quanto espresso sul campo da lui e dalla squadra, ebbe l’idea di defecare nel bel mezzo del bagno dei padroni di casa. No, era ingestibile ormai per il Reading, ma sembrava ancora attrarre folle di ammiratori, scouts, manager avversari che ne parlavano entusiasticamente, almeno in pubblico visto che concretamente l’unica offerta che pervenne al Reading fu da parte del Cardiff City, squadra all’epoca (oddio, anche tuttoggi) di seconda divisione. 28.000 sterline, che il Reading accettò. Friday al contrario non voleva saperne di trasferirsi in Galles, troppo lontano dalla sua Londra disse, ma quando Hurley gli fece notare che o andava a Cardiff o sarebbe stato rilasciato, prese la via per il Galles. Friday cominciò la sua avventura a Cardiff venendo arrestato. Un colpo da maestro, e d’altronde quale modo migliore per presentarsi? Fece la tratta Reading-Cardiff in treno, ma senza biglietto valido, la British Transport Police lo portò con se in caserma, e se non fu lì che firmò il contratto poco mancò, visto che lo stesso manager dei Bluebirds Jimmy Andrews andò a farlo rilasciare e lo portò con se a Ninian Park.

La prima partita con la casacca dei gallesi la disputò da lì a poco, 1 Gennaio 1977 (il trasferimento avvenne il 30 Dicembre). Ovviamente Robin preparò la partita a modo suo, passando tutta la notte precedente al pub. A Ninian Park quel giorno arrivava il Fulham, niente di particolare direte voi, se non fosse che a marcare Friday ci sarebbe stato niente di meno che Bobby Moore, la leggenda per eccellenza del calcio inglese, a fine carriera certo ma pur sempre Bobby Moore. Friday venne impressionato da tutto ciò? Dire di no è riduttivo. Non solo segnò due goal in faccia a Moore, ma celebrò l’eroe calcistico nazionale, l’uomo che alzò il tanto agognato trofeo di campioni del Mondo a Wembley…strizzandogli i testicoli, che nel favoloso mondo di Friday immaginiamo essere un gesto di grande affetto e stima. Imbattibile. Ma fu un lampo nel buio. Due fattori causarono l’inizio della fine: il pessimo rapporto con Jimmy Andrews, il manager, che Friday considerava nè più nè meno che un coglione, e la lontananza da Londra. Sul primo punto basta dire questo: un giorno Robin si presentò nell’ufficio di Hurley a Elm Park e, chiamandolo “boss” (cosa che non fece mai con Andrews) chiese di tornare al Reading, sentendosi rispondere che, sebbene la volontà non mancasse, economicamente il club non poteva permettersi di riacquistarlo. Sulla lontananza invece gli aneddoti si sprecano. Spariva dopo le partite per poi presentarsi solo alla vigilia di quella successiva; diceva di abitare a Bristol ma, quando Andrews si presentava presso l’abitazione per controllarlo, non lo trovava mai; e, e questo è un capolavoro, faceva i tragitti Cardiff-Londra in treno senza pagare il biglietto. Di nuovo? Non proprio. Appena salito sul treno, aspettava che qualcuno andasse in bagno; avvicinandosi alla porta urlava “ticket please”, fingendosi il controllore, e quando la persona gli passava il biglietto da sotto la porta, Friday se lo intascava per usarlo lui. Un genio.

Alla firma del contratto col Cardiff e Andrews

Uno dei picchi della carriera di Friday, il top tra abilità calcistiche e comportamenti sopra le righe, occorse il 16 Aprile del 1977, con un Cardiff City in piena lotta retrocessione che ospitava il Luton Town. Fin dasubito tra Robin e il portiere degli Hatters, Milija Aleksic, volarono parole grosse come si suol dire, al punto che Friday arrivò a entrare duramente in tackle sul portiere. Quando si avvicinò per chiedere scusa, Aleksic rifiutò di stringergli la mano, una dichiarazione di guerra alla persona sbagliata come si accorse ben presto. Robin riconquistò immediatamente palla dopo la punizione, si presentò solo davanti ad Aleksic, lo mise a sedere e infilò il pallone in rete, salutando il tutto con il gesto delle dita a “V”, segno di insulto nei paesi anglosassoni. Il fatto in questione è famoso perchè venne immortalato in uno scatto (quello che apre il nostro pezzo), che il gruppo dei Super Furry Animals utilizzò per la copertina di un album dall’eloquente titolo “the man don’t give a fuck”, una sintesi estrema della personalità di Friday.

La stagione 1977/78 si aprì con Friday in ospedale a Londra, e i motivi del ricovero non furono mai chiari. Robin disse di aver sofferto di epatite, ma gli esami effettuati dal club smentirono tale spiegazione. Fattostà che perse quasi 13 kili, e in tali condizioni si presentò nell’Ottobre del ’77 a Cardiff, dove tra l’altro Andrews lo convinse finalmente a trasferirsi. Il 29 Ottobre il Cardiff City era in scena a Brighton, in quella che si rivelerà essere la penultima partita nella carriera di Friday. Durante la partita, come spesso gli succedeva, Friday si trovò più volte a muso duro con un avversario, in questo caso Mark Lawrenson. Quando il difensore dei seagulls tentò un tackle in scivolata su Robin, questi lo colpì violentemente con un calcio in faccia, cosa che naturalmente gli costò l’espulsione diretta e tre giornate di squalifica. Rientrando negli spogliatoi, vuole la leggenda, Friday defecò nuovamente (altro vizio che evidentemente non perse), questa volta direttamente nella borsa di Lawrenson. Andrews perse la pazienza, lamentò il comportamente di Friday a mezzo stampa e lo mise in lista trasferimenti: non era più disposto a tollerare comportamente simili. Gli concesse un’ultima apparizione il 10 Dicembre di quell’anno, poi improvvisamente Friday, che stava attraversando una nuova crisi coniugale che lo porterà al secondo divorzio (e dopo aver avuto il secondo figlio), si presentò nell’ufficio del manager annunciando il proprio ritiro. A 25 anni, si disse stufo di essere circondato da persone che gli dicevano cosa fare della propria vita (come se le avesse mai ascoltate), e appese gli scarpini al chiodo tra lo stupore di tutti.

Tornò a Londra, la sua Londra, e tornò a lavorare come asfaltatore e come decoratore. Una vita che più gli si addiceva secondo lui, una vita in cui poteva bere senza dover rendere conto a manager, tifosi, stampa, in cui l’assunzione di droghe riguardava lui stesso e basta. Provò ad allenarsi col Brentford, ma non se ne fece nulla. No, Robin non voleva tornare in quel mondo, nemmeno quando il nuovo manager del Reading, Maurice Evans, gli presentò una petizione firmata da 3.000 tifosi che chiedevano il ritorno di Friday a Elm Park. Anzi, Friday sbuffò in faccia a Evans un “ho la metà dei tuoi anni e ho vissuto due volte più di te”, modo carino per rifiutare l’offerta. Acton era casa sua, troppi anni vi era rimasto lontano e non voleva più saperne di lasciarla. Si sposò, di nuovo con esiti sfortunati, una terza volta, e tornò a conoscere il sole a rettangoli delle carceri cittadine quando si travestì da poliziotto, andando in giro a sequestrare droga che poi avrebbe consumato lui. Morì a soli 38 anni, nella solitudine di un appartamento di Acton, per un arresto cardiaco dovuto ad una overdose. Era il 22 Dicembre 1990.

Tributo postumo a Robin

Il calcio inglese perdeva quel giorno uno dei suoi più grandi talenti inespressi. Un carattere ingestibile che andava di pari passo a una classe sopraffina, abitudini da rockstar che poco si addicevano a un calciatore professionista furono le cause del suo insuccesso. Ma come detto in apertura più che dire che “non è stato”, Friday “non è voluto essere”. Aveva, inutile nasconderlo, il talento per giocare in First Division, anzi aveva più talento della maggior parte dei giocatori di First Division. Sarebbe bastato cambiare, ma lui non volle. Rimase sempre il ragazzo di Acton che rubava autoradio, perchè quello era il suo mondo. Si ritirò a 25 anni per andare ad asfaltare strade, il che dice praticamente tutto. Anche se non fosse stata First Division un club che avrebbe tollerato le sue “bizzarrie” e le sue abitudini lo avrebbe trovato facilmente, come dimostrano le offerte di Reading, che lo avrebbe riaccolto a braccia aperte, e Brentford. Ma non volle. Ed è questo che rende Friday un’icona romantica del calcio inglese, perchè come detto altri, al contrario suo ce la fecero, magari avevano più talento certo, ma ce la fecero. Lui no, non riuscì mai ad abbadonare il suo stile di vita, i suoi scherzi al limite del grossolano, le sue bizzarre trovate. Partì dal calcio amatoriale e arrivò ai pro, ma si fermò di colpo. In quattro stagioni entrò nella storia del Reading (“player of the millenium”), fece un’apparizione fugace in quel di Cardiff e poi decise che era ora di finirla lì, e solo chi è consapevolmente pazzo può prendere una tale decisione. Non a caso disse, in una delle rare occasioni in cui parlò pubblicamente “On the pitch I hate all opponents. I don’t give a damn about anyone. People think I’m mad, a lunatic. I am a winner“. Robin Friday, the best footballer you never saw. Ma chi lo vide, non lo dimenticherà facilmente.

Viaggio nella Manchester del calcio: parte seconda, Manchester United

Manchester_United_FC_crest.svgManchester United Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Red Devils
Stadio: Old Trafford, Manchester M16
Capacità: 75.765

Ed eccoci alla fine del nostro viaggio, ultima tappa nell’ultima città affrontata, una tappa importante perchè andiamo a conoscere da vicino la squadra inglese più famosa al Mondo, la squadra di Busby, di Best, di Law, di Charlton, di Cantona, di Beckham, di Scholes, di Giggs, di Rooney, di Cristiano Ronaldo e di Sir Alex Ferguson tra gli altri. Insomma, il Manchester United, che per quanto ci riguarda abbiamo conosciuto da vicino a Febbraio in una fredda mattina mancuniana, con la nebbia che avvolgeva la statua della United Trinity appena fuori Old Trafford e un temerario venditore di sciarpe (non ufficiali, ma stupende, quelle classiche old style) beveva la sua immancabile birra. Fermata Old Trafford del metrolink, un miglio a piedi (l’Old Trafford più vicino, come impianto, alla fermata è quello del Lancashire County Cricket Club) e si arriva allo stadio dei Red Devils, che peraltro è dotato anche di una stazione ferroviaria che definire vicina è riduttivo. Insomma, ben collegato e accessibile, e d’altronde qui vengono da tutto il Mondo, come ad Anfield ma forse di più perchè dai primi anni ’90 ad oggi è lo United a dettare legge in Inghilterra e, meno ma con pur sempre due Champions vinte, in Europa, con il conseguente numero di tifosi sparsi per il globo che è aumentato a dismisura. Un anziano mancuniano ci ha accompagnato nel tour dello stadio, esperienza fantastica perchè nei suoi occhi si leggevano anni di ricordi lontani, non dell’era Premier, ma di quella dei Busby Babes, della già citata trinità etc., e proveremo noi in piccolo a farvi a nostra volta da guida nel mondo dello United.

Il Manchester United nasce, come moltissimi altri casi, con un altro nome: Newton Heath LYR Football Club. Newton Heath è un luogo, luogo in cui era ubicato un deposito di treni, e questo spiega il resto della denominazione originale, della LYR, la Lancashire e Yorkshire Railway: furono quindi dei ferrovieri a fondare il club, con il concreto aiuto della compagnia ferroviaria che mise a disposizione fondi e campo da gioco, ubicato in North Road nemmeno troppo per caso vicino ai binari del treno. Era il tempo delle amichevoli, i cui resoconti si sono persi nelle nebbia della storia, almeno fino ai primi anni ottanta, quando sappiamo per certo che il Newton Heath LYR prese parte alla Lancashire Cup (1883/84), venendo tuttavia subito eliminato dalle riserve del Blackburn Olympic. L’anno successivo prese parte alla Manchester & District Challenge Cup, competizione in cui giunse in finale in diverse occasioni, mentre nel 1886 il club, in crescita come testimoniavano firme di giocatori di buona reputazione, prese parte per la prima volta all’FA Cup, a cui è legato un fatto curioso che merita la pena di essere evidenziato. Trasferta sul campo del Fleetwood Rangers, partita che terminò 2-2: il capitano del Newton Heath, Jack Powell, rifiutò di giocare i supplementari, e la partita venne data vinta a tavolino al padroni di casa. Il club protestò presso la F.A., proteste vane che portarono lo stesso club ad autosospendersi dalla competizione per due edizioni.

Nel frattempo il 1888 vide la nascita della Football League, competizione da cui il Newton Heath (che in questi anni vide scemare il legame con la compagnia ferroviaria, perdendo il “LYR” dal nome, nonostante alcuni giocatori continuassero a essere dipendenti delle ferrovie) rimase escluso: il club divenne quindi membro fondatore della Combination, una delle leghe che fiorirono all’epoca, ma che ebbe breve durata, tanto che nel 1889 il Newton Heath e altri club non ammessi alla Football League fondarono la Football Alliance. Quando nel 1892 la Alliance si unì alla Football League, il Newton Heath venne finalmente ammesso alla competizione più importante: in quei 3 anni il sogno del club non venne mai meno, tentando ogni anni di farsi eleggere, senza successo. Se non altro i mancuniani furono ammessi direttamente alla First Division, da cui si salvarono dopo essere giunti ultimi tramite lo spareggio contro il Small Heath (futuro Birmingham City), vincitore della Second Division. Nel 1893 il club si trasferì da North Road al nuovo impianto di Bank Street (Clayton), situato vicino a un’industria chimica che, secondo la leggenda, emetteva fumi tossici quando gli avversari si portavano in vantaggio, per intossicarli. Evidentemente la strategia non funzionò, visto che il Newton Heath giunse nuovamente ultimo e, questa volta, venne sconfitto nello spareggio dal…Liverpool, primo atto di una rivalità secolare. Il Newton Heath, ovvero il futuro Manchester United, divenne così il primo club nella storia della Football League a retrocedere. Fu l’inizio del declino che portò alla svolta, storica, del cambio di nome.

Un’immagine del Newton Heath

Il Newton Heath rimase impantanato in Second Division, sommerso non solo dagli scarichi della suddetta fabbrica chimica, ma anche dai debiti, una situazione che si fece insostenibili nei primissimi anni del nuovo secolo. Nel 1901 venne organizzata una raccolta fondi a St James Hall, che diede però un esito solo parziale tanto che, nel 1902, il club si trovava sull’orlo dell’abisso. Il Manchester Guardian riportava testualmente:
Attention was directed to the Second League by the unusual experience of Newton Heath. The club is financially in a bad way. A winding up order to meet a debt of £242 precipitated matters last week and no arrangements could be made for playing the game fixed for Saturday. One hears that a new club will be formed out of the ashes of the old one, but this has not been decided definitely”.
La partita si giocherà alla fine, ma le difficoltà rimasero. L’uomo della provvidenza però si chiamava John Henry Davies, il cui primo incontro con capitano del Newton Heath, Stafford, rasenta la leggenda, che vuole che, durante la raccolta fondi del 1901, il cane San Bernardo del giocatore fuggì, e venne ritrovato dalla figlia di Davies. Un secondo incontro tra i due ebbe esito positivo e Davies si mise a capo di un gruppo di colleghi imprenditori e rilevò il club, divenendone presidente il 24 Aprile di quell’anno. I nuovi proprietari optarono anche per il cambio di nome, visto il perduto legame con Newton Heath, e decisero di rinominare il club “Manchester United Football Club”, cambiando nello stesso istante i colori sociali in rosso e bianco. E le fortune del club, come girarono negativamente una decina d’anni prima, questa volta presero una piega decisamente positiva.

Il club si dotò del suo primo manager (anche se come visto in altre puntate, la posizione era quasi più amministrativa che “pratica”) nella persona di Ernest Mangnall, il quale condusse la squadra a ottime, ma non decisive per la promozione, campagne di Second Division; promozione che finalmente arrivò nel 1906. Come abbiamo visto nel pezzo dedicato al Manchester City, Mangnall fu lesto a mettere sotto contratto alcuni giocatori dei Citizens, finiti in un brutto scandalo di partite truccate: tra questi Billy Meredith, Herbert Burgess, Sandy Turnbull, Jimmy Bannister. Gli acquisti di Mangnall non tardarono a dare i risultati sperati, e nel 1908 il Manchester United vinse il primo di una lunga serie di titoli inglesi, la più lunga (19, contro i 18 del Liverpool). L’anno dopo un goal di Turnbull regalò anche la prima FA Cup, in finale contro il Bristol City. Ma il 1909 fu anche un anno decisivo, visto che Davies mise mano al portafoglio e si assicurò un appezzamento di terreno in quel di Trafford, ricavandone quello che diventerà e resta uno degli stadi più famosi del Mondo: Old Trafford, che merita e avrà uno spazio a parte. Mangnall mise in bacheca un altro titolo nel 1911, oltre a due Charity Shield, tra cui la prima in assoluto (1908), prima di lasciare direzione Manchester City (il percorso inverso rispetto ai giocatori che acquistò qualche anno prima). Il club cominciò un lento ma inesorabile declino che culminò, nel 1915, con lo scandalo per una partita truccata contro il Liverpool, e la guerra non impedì alla FA di squalificare i giocatori coinvolti a vita. Guerra che si portò via Turnbull, ucciso sul fronte francese.

Billy Meredith

Nel frattempo il club si era dotato del suo primo, vero manager (Jack Robson), ma questo non servì a evitare la retrocessione che inevitabile giunse al termine della stagione 1921/22: ci vollerò tre stagione prima di rivedere lo United in First Division, ma i tempi di Mangnall erano comunque lontani. Davies morì nel 1927, e quattro anni più tardi il club, con l’ultimo posto in classifica, conobbe nuovamente la Second Division, solo che stavolta le cose non si sistemarono e tornò ad aleggiare l’ombra del fallimento, che venne evitato solo grazie all’intervento di James Gibson, uomo d’affari locale coinvolto da un giornalista sportivo nel salvataggio del club (1933). Se le cose finanziariamente si risolsero, sportivamente lo United andò incontro nel 1934 alla sua peggior stagione di sempre, con il penultimo posto in Second Division evitato solo all’ultima giornata grazie a una vittoria per 2-0 contro i “colleghi disperati” del Millwall, terzultimi e scavalcati dai mancuniani nell’occasione. Nel 1936, tuttavia, la promozione riscattò il disastro di due stagioni prima, e sebbene il club fu immediatamente e nuovamente retrocesso, riconquistò la promozione al primo tentativo, inaugurando un periodo di 36 anni in massima serie. Il pubblico tornò anche ad avvicinarsi al club, che evitò la concorrenza del Manchester Central grazie ad un’alleanza col City volta a negare al Central l’ingresso in Football League. La guerra interruppe le competizioni poco dopo la promozione in First del Manchester United, ma al termine di essa nulla sarà mai più come prima, per lo United e per la storia del calcio inglese.

Nel 1945 infatti, mentre gli alleati si riunivano a Yalta, Gibson incontrò Matt Busby, ex giocatore del City che intratteneva però buoni rapporti con un dirigente dello United, Louis Rocca, il quale lo segnalò al presidente. Busby pretese e ottenne alcune clausole che cambiarono per sempre la figura del manager in Inghilterra: essere l’unico responsabile nella scelta della squadra titolare, degli allenamenti e dell’acquisto e delle cessioni dei giocatori. Adesso ci sembrano cose banali, all’epoca invece non lo erano affatto, e Busby divenne il plenipotenziario a Old Trafford, riuscendo peraltro discretamente bene nel suo ruolo, no? Tre secondi posti consecutivi, una FA Cup nel 1948 e il titolo del 1952 fu il biglietto da visita con cui si presentò Busby ai tifosi, ma come si dice in questi casi il meglio doveva ancora venire. I titoli back-to-back del 1956 e del 1957, conquistati con una squadra dall’età media bassissima (22 anni) fecero partorire alla stampa (Frank Nicklin del Manchester Evening News nello specifico) il termine di Busby Babes, che diventerà un caposaldo del football britannico e il fiore all’occhiello della gestione Busby. Ma quella dei Babes non è una favola a lieto fine: il 6 Febbraio 1958, di ritorno da un quarto di finale di Coppa dei Campioni a Belgrado (il Manchester United fu la prima squadra inglese a partecipare alla competizione) l’aereo che trasportava la squadra fece scalo a Monaco di Baviera per un rifornimento, qualcosa andò storto e, all’ennesimo tentativo di decollo, l’aereo si schiantò. Persero la vita otto componenti di quella magnifica squadra: Roger Byrne (28), Eddie Colman (21), Mark Jones (24), Duncan Edwards (21), la stella e di cui abbiamo parlato QUI, Billy Whelan (22), Tommy Taylor (26), David Pegg (22), Geoff Bent (25); due, Blanchflower e Berry, non poterono più giocare per le conseguenze dello schianto. Si salvò, oltre a Kenny Morgans che però, dopo l’incidente, non tornò mai sui livelli precedenti, un giovane Bobby Charlton (20), oltre a Busby (il quale passò due mesi in ospedale): divenne la colonna portante della rifondazione insieme a un altro sopravvissuto, Bill Foulkes.

Il memoriale delle vittime di Monaco posto a Old Trafford

Solitamente rifondare una squadra significa ringiovanirla, in questo caso invece si trattava di ricostruire da zero o quasi un club, operazione difficilissima tanto più che si trattava di un club sulla cresta dell’onda. Alcuni acquisti giovani diedero però risultati quasi immediati, tanto che nel 1963 il Manchester United vinse la FA Cup contro il Leicester City: tra questi acquisti, Denis Law, che con Charlton già nel club e George Best che avrebbe debuttato da lì a poco formerà la leggendaria United Trinity; senza dimenticare Nobby Stiles, Pat Crerand e compagnia. Vinsero il titolo nel 1964/65, grazie a una miglior media goal del Leeds United, e nel 1966/67, per poi coronare quell’epoca con il trionfo di Wembley sul Benfica di Eusebio nella finale di Coppa dei Campioni del 1968, la summa della carriera di Busby e della sua abilità di crescere talenti: solo due dei giocatori scesi in campo in quella finale vennero acquistati versando denaro. Carriera che si avviò alla fine nella stagione successiva (che vide la sconfitta in Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes), quando Busby annunciò di voler lasciare il ruolo di manager per assumere quello di General Manager; venne sostituito da Wilf McGuinness. Inutile dire che Busby è stato uno dei grandi del calcio britannico, un innovatore, un conoscitore del calcio e un abile scopritore di talenti, e che la posizione di manager come la conosciamo oggi fu forgiata in buona parte da lui. Ci piace ricordarlo con una frase di un’altra leggenda della panchina, Bill Shankly: “I’m not fit enough to polish Busby’s shoes“. Un gigante.

Il post-Busby fu traumatico per i Red Devils. McGuinness, Farrell, Docherty non riuscirono a mettere insieme risultati degni del predecessore; dovettero peraltro fronteggiare il declino di alcuni elementi chiave, oltre alle bizze di George Best, che annunciava ritiri un giorno salvo poi rimangiarsi la parola, anzi riberla, una battuta che ci concediamo sapendo il ben noto amore del nordirlandese per l’alcol (“I’ve stopped drinking, but only while I’m asleep“). Fattostà che Best, alla fine, lascerà il club nel 1974, stagione nella quale lo United conobbe nuovamente, dopo anni, l’onta della retrocessione, a cui contribuì, anche se non in modo decisivo, un goal di Law in un derby (Law era passato al City quella stagione, nell’ambito del programma di ringiovanimento del club attuato da Docherty). Ironia del destino…Docherty tuttavia rimase in carica, e continuò con i suoi propositi di rinnovare il club, tagliando definitivamente con l’ingombrante passato dell’era Busby, questa volta riuscendo nell’intento: promozione al primo tentativo, vittoria che sembrava possibile in campionato (terminò terzo), finale di FA Cup (sconfitta contro il Southampton). LA FA Cup venne vinta tuttavia nel 1977, sconfiggendo un Liverpool che mirava al treble (segnatevi questo termine….). Poi…poi Docherty iniziò una relazione con la moglie del fisioterapista della squadra, annunciando l’intenzione di divorziare e sposarla; il club gli intimò di dimettersi e, quando non lo fece, lo licenziò. Ma siccome non era una motivazione valida, giustificò l’allontanamento del manager con una poco credebile storia di biglietti per la finale di coppa che Docherty avrebbe elargito a parenti e amici dietro compenso. La vicenda si concluse così però, visto che Docherty non intraprese mai una causa contro il club.

The United Trinity

Per sostituire Docherty venne chiamato Dave Sexton (recentemente scomparso), autore di miracoli al Chelsea e soprattutto al QPR, con il secondo posto della stagione 1975/76; nelle quattro stagioni in carica a Old Trafford, tuttavia, Sexton, con all’attivo un secondo posto e una finale di FA Cup persa, non riuscì a conquistare la fiducia dei tifosi, e lasciò il club nel 1981. Per rimpiazzarlo vennero fatti nomi “pesanti”, come quello di Brian Clough o quello di Bobby Robson, ma a spuntarla alla fine fu Ron Atkinson, manager del West Bromwich Albion. “Big Ron” portò a Old Trafford, proprio dal suo ex team, Bryan Robson e Remi Moses, e soprattutto riportò in bacheca un trofeo, la FA Cup del 1983. Dalle giovanili inoltre giunsero in prima squadra Norman Whiteside e Mark Hughes, che vincerà il premio di miglior giovane dell’anno nel 1984/85: entrambi furono protagonisti della nuova vittoria in FA Cup, contro l’Everton, proprio nel 1985. Ma il titolo continuava a sfuggire, anche nel 1985/86 quando lo United partì vincendo 10 partite consecutive terminando però quarto; Hughes venne ceduto al Barcelona e Atkinson cominciava a sentire la sua panchina traballare. Rimase in carica per la stagione successiva nonostante rumors che lo volevano in partenza, ma un disastroso inizio di stagione causò il suo licenziamento. Era il 6 Novembre 1986, e quel giorno venne annunciato il sostituto di Atkinson, un allenatore emergente scozzese che aveva portato una squadra sconosciuta ai più, l’Aberdeen, alla gloria europea (Coppa delle Coppe): Alex Ferguson.

Ferguson ereditò una squadra già costruita da Atkinson, che condusse a un anonimo undicesimo posto, concentrandosi maggiormente sulla riorganizzazione del settore giovanile sulla scia di un illustre predecessore come Busby. Durante la sua prima campagna trasferimenti acquistò Viv Anderson e Brian McClair e, nella sua prima stagione completa alla guida dei Red Devils, portò la squadra a un secondo posto finale; sembrava il primo passo verso il titolo, invece si rivelò un fuoco di paglia visto che, nelle due stagioni successive (1988/89 e 1989/90) il Manchester United terminò rispettivamente undicesimo e tredicesimo, a cinque punti dalla retrocessione: a quanto si dice oggi solo la vittoria della FA Cup 1990 contro il Crystal Palace salvò il posto a Ferguson. Ma da lì in avanti i Red Devils non si fermarono più: vinsero la Coppa delle Coppe 1990/91, sconfiggendo il Barcelona, la Coppa di Lega 1992 contro il Nottingham Forest dopo averla persa l’anno precedente, e iniziò la raccolta dei frutti cresciuti nel settore giovanile, primo fra tutti Ryan Giggs che verrà nominato miglior giovane del 1991/92 (in cui il Manchester United perse il titolo a vantaggio del Leeds United). Ma non mancava molto per riportare il titolo nella Manchester “rossa”. Mancava, ad esempio, un talento che rispondeva al nome di Eric Cantona, acquistato proprio dal Leeds: il titolo tornò a Old Trafford dopo 26 anni, nella prima stagione della neonata Premier League.

Venne acquistato dal Nottingham Forest un irlandese dalla faccia da duro, tal Roy Keane, e venne rivinto il titolo, questa volta accompagnato dalla FA Cup (4-0 al Chelsea) il che significò il primo double della storia dei Red Devils. Titolo che sfuggì invece nella stagione successiva all’ultima giornata, e che prese la via di Ewood Park; tuttavia in quel 1994/95 (segnato dalla squalifica di Cantona per il famoso calcio al tifoso del Crystal Palace) altri giovani dell’academy vennero stabilmente integrati al team, di cui costituiranno il fulcro per gli anni a venire: i due Neville, Paul Schole, Nicky Butt, David Beckham, a cui si unì Andy Cole, acquistato per 7 milioni di sterline dal Newcastle United. Con questo gruppo di giovani, e nonostante le cessioni di Paul Ince e Mark Hughes, lo United, sottovalutato dai più, vinse nuovamente campionato e FA Cup. “You’ll never win anything with kids” ebbe a dire Alan Hansen, volto noto di Match of the Day ma non certamente famoso per questa incauta profezia. Il Manchester United vinse nuovamente il titolo nel 1996/97, nonostante il ritiro di Eric Cantona, che venne però adeguatamente sostituito, almeno in quanto a contributo di goal, da Ole Gunnar Solskjaer e Teddy Sheringham: era il quarto titolo in cinque stagioni. Il campionato sfuggì la stagione successiva, che vide il prevalere dell’Arsenal, stagione nella quale giunsero a Manchester Jaap Stam, Jesper Blomqvist, e Dwight Yorke, che formerà con Cole la famosa coppia dei “Calypso Boys”.

E si arriva, così, alla stagione 1998/99, la migliore nella lunga storia dei Red Devils e la migliore per una squadra inglese. Di sempre. Campionato, ma ormai questa era una consuetudine; FA Cup, e anche qui ormai ci si era abituati. Ma soprattutto la Coppa dei Campioni/Champions League, vinta peraltro nel modo più indimenticabile di sempre con due goal in extra-time contro un Bayern Monaco che già pregustava il trionfo. Alex Ferguson ebbe a commentare con un immortale “football, bloody hell!” e niente sarà più lo stesso, Alex divenne Sir Alex e il Manchester United diventerà la squadra inglese per eccellenza del nuovo millennio, nel quale continuerà a inanellare successi compresa un’altra Champions League nel 2007/08 e nel quale supererà il Liverpool in quanto a titoli vinti. Come sempre gli anni recenti li saltiamo, sono bene o male conosciuti da tutti; basterà ricordare l’acquisto della società da parte dei Glazer (e la scissione conseguente nella tifoseria che porterà alla nascita dello United of Manchester), il susseguirsi di talenti (Rooney, Cristiano Ronaldo, Van Persie, Rio Ferdinand, Evra, etc) e l’eterna giovinezza di due campioni come Paul Scholes e Ryan Giggs. Ferguson nel frattempo rimane al timone della barca, anche se ultimamente escono fuori ogni stagione news sul suo possibile ritiro che, però, non avviene mai. Bene così, perchè abbiamo di fronte una leggenda, e sebbene tendiamo sempre a esaltare ciò che è passato, è bene ricordarsi che il Manchester United di Ferguson è una delle più grandi squadre inglesi di tutti i tempi, e lui uno dei più grandi manager. E basta questo per rendere un viaggio a Manchester meritevole di essere fatto…

L’evoluzione del logo

Il logo deriva originariamente dallo stemma cittadino, come già visto per il Manchester City. La nave simbolo dello Ship Canal, lo scudo con le tre strisce diagonali che derivano dalla famiglia Grelley, lords di Manchester e che ora è stato rimosso; il diavoletto venne invece incorporato nei primi anni ’70 in ragion del fatto che il club veniva soprannominato “Red Devils”. I colori originari erano giallo-verde, come ben si sa visto che le sciarpe con tali colori sono state rispolverate come forma di protesta verso i Glazer, ma per alcuni anni il Newton Heath indossò anche una divisa rosso/bianca, che diventeranno col cambio di nome i colori ufficiali del Manchester United. L’unica parentesi è rappresentata dagli anni ’20, in cui lo United sfoggiò un completo bianco con una V rossa; negli anni, poi, verrà introdotto anche il nero. Si concludono così, con la squadra più vincente d’Albione, i nostri viaggi; continueremo però a trattare la storia del club, professionisti e non, d’Inghilterra. Ma non avendo chiara ancora la destinazione, ci fermiamo per adesso qui, davanti alla statua della Trinity rivolta verso quella di Matt Busby.

Trofei

  • First Division/Premier League: 1907–08, 1910–11, 1951–52, 1955–56, 1956–57, 1964–65, 1966–67, 1992–93, 1993–94, 1995–96, 1996–97, 1998–99, 1999–2000, 2000–01, 2002–03, 2006–07, 2007–08, 2008–09, 2010–11
  • F.A. Cup: 1908–09, 1947–48, 1962–63, 1976–77, 1982–83, 1984–85, 1989–90, 1993–94, 1995–96, 1998–99, 2003–04
  • League Cup: 1991–92, 2005–06, 2008–09, 2009–10
  • F.A. Charity/Community Shield: 1908, 1911, 1952, 1956, 1957, 1965*, 1967*, 1977*, 1983, 1990*, 1993, 1994, 1996, 1997, 2003, 2007, 2008, 2010, 2011 (* condivise)
  • Coppa dei Campioni/Champions League: 1967-68, 1998-99, 2007-08
  • Coppa delle Coppe: 1990-91
  • Supercoppa Europea: 1991
  • Coppa Intercontinentale/Mondiale per Club: 1999, 2008

Record

  • Maggior numero di spettatori*: 76.098 v Blackburn Rovers (Premier League, 31 Marzo 2007)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ryan Giggs, 649 (ancora in attività)
  • Maggior numero di reti in campionato: Bobby Charlton, 199

* a Old Trafford; il record infatti spetta a una partita giocata a Maine Road

Around the football grounds – A trip to West Bromwich

Nuovo appuntamento con la nostra rubrica che vi porta a scoprire gli stadi d’Inghilterra e la loro storia. Oggi si ritorna nelle West Midlands, già conosciute con il Molineux dei Wolves, per la precisione a West Bromwich, cittadina di circa 135 mila abitanti a pochissima distanza da Birmingham che ha avuto un ruolo molto importante nello sviluppo della rivoluzione industriale in Inghilterra, tanto più che il motto della città è “Work conquers all”, nella sua dicitura latina. In questa città, dal 1878, anno di fondazione, gioca il West Bromwich Albion, una delle dodici squadre fondatrici della Football League, che attualmente è protagonista in Premier League.

Uno scorcio di West Bromwich

LA STORIA

Similmente ad altre squadre, il West Bromwich Albion ha girato diverse case nei suoi primi anni di vita prima di arrivare alla sua sistemazione definitiva, il “The Hawtorns”. Il primo home ground è stato Cooper Hill, attivo già l’anno precedente la fondazione della squadra: lo stadio si trovava tra Walsall Street e Beeches Road, in un sito attualmente occupato dalla St. Phillips Church. Ovviamente, data l’epoca, gli spogliatoi non erano compresi nella struttura e si trovavano nella White Hart Public House, a poca distanza dal campo, al quale vi si accedeva tramite il retro dell’edificio, scavalcando poi un muretto. State bene attenti: la definizione di stadio per questi campi è comunque inadatta perchè qui i primi tempi le partite venivano giocate, secondo le testimonianze dell’epoca, con cappotti e cappelli al posto dei pali (e, più avanti, con pezzi di legno che venivano usati anche per formare le prime, rudimentali, traverse). Qui sembra siano state disputate 13 amichevoli con il WBA sempre imbattuto, anche se di 4 partite non esistono più tracce scritte. Nel 1879 non vi fu un vero e proprio trasferimento, ma l’aggiunta di un nuovo terreno di gioco dato che il WBA disputò, tra il 1879 e il 1881,una serie di partite anche a Dartmouth Park, a pochissima distanza da Cooper Hill. Anche qui le strutture erano rapportate all’epoca ed un pub ancora esistente, il “The Globe Inn on Reform Street”, fungeva da spogliatoio. Si era ancora in un’epoca pioneristica, senza partite ufficiali ma con partite amichevoli e pochi spettatori in grado di vedere la partita dato che dovevano rimanere a ridosso delle linee che delimitavano il campo.

Quello che resta del muretto di Coopers Hill

Il 1881 rappresenta una prima svolta nella storia del club, con l’ammissione alla prima competizione ufficiale, la Birmingham Cup, e il primo vero stadio, il Bunn’s Field, che sarà poi conosciuto come “The Birches”. Parliamo di primo vero stadio perchè il campo era delimitato e per la prima volta il club potè far pagare l’accesso ai match; come negli altri precedenti terreni però, furono i giocatori a preparare il fondo e ad allestire righe e porte con gli spogliatoi che erano staccati, situati nel Roebuck Inn (al suo posto oggi c’è il parcheggio della principale stazione di polizia della città). Rimane ben poco di questo terreno, che veniva descritto come fangoso a tal punto che il pubblico si portava da casa delle assi di legno da mettere nell’erba in maniera tale da non sporcarsi assistendo al match (la capienza riferita era di 1000-2000 persone circa). Impensabile al giorno d’oggi.

Quel che resta oggi di Bunns Field

Con la popolarità che stavano aumentando, si rese necessaria una nuova casa e nel 1882 il club ottenne di poter affittare The Four Acres, il campo cittadino di proprietà del Darmouth Cricket Club: questo spostamento rappresentò anche l’entrata nel professionismo del team, che ottenne l’accesso alla FA Cup. Nelle clausole d’affitto, la più curiosa era quella che prevedeva che il WBA potesse giocare solamente il sabato o il lunedì. Non vi sono immagini, purtroppo, ma si sa che qui vi furono le prime vere stands per il pubblico, rigorosamente in legno; fu costruito un ticket office e furono disputate due partite da ricordare: la prima è la più grande vittoria nella storia del club, 26-0 contro il Coseley; la seconda fu l’evento dell’anno 1885, il sesto turno di FA Cup contro i Rovers con più di 16 mila persone ad affollare l’impianto. La squadra perse 2-0, ma l’importanza era tale che durante la partita venivano fatti partire piccioni viaggiatori (sì, avete capito bene) verso altre località della Black Country (l’area delle Midlands coinvolta nella rivoluzione industriale) per aggiornare in tempo reale sull’andamento del match.

Anche del Four Acres non rimane traccia oggi

La crescita del club continuò e la permanenza al Four Acres durò pochissimo: nel 1885 le esigenze del club divennero talmente pressanti che si rese necessario un ulteriore spostamento. Alla società fu offerto in leasing un terreno in città a pochissima distanza da Four Acres, dietro alla birreria Sandwell, da H. Webb, proprietario del campo: dopo gli accordi di rito sul prezzo, fu allestito lo stadio, denominato Stoney Lane. Inizialmente fu rifatto completamente il terreno di gioco, furono disegnate le righe e fu costruita la prima stand, “The Noah Ark Stand”, situata sul lato della birreria rivolto sulla Sandwell Road North: la porzione al centro della tribuna fu coperta e poteva ospitare 600 spettatori mentre le due porzioni non coperte erano in grado di contenere fino a 1500 spettatori per una capienza totale di più di 2000 posti. Sul lato opposto non fu eretta una stand, ma il terreno fu sistemato e rialzato in maniera tale da poter permettere a tutti di vedere il match, anche se in caso di pioggia l’equilibrio era davvero precario a causa del fango che si formava. Qui il WBA rimase per ben 15 anni ed in questo periodo il club era davvero uno dei punti di riferimento del calcio inglese: nel 1888 non solo vinse la FA Cup, ma allo Stoney Lane disputò anche la sua prima partita nella Football League, della quale fu uno dei dodici club fondatori. Un’altra FA Cup fu vinta nel 1892; il record di spettatori di 20.977, fu segnato nel 1895 in una partita di FA Cup con il Wolverhampton mentre l’ultima partita fu giocata il 16 Aprile del 1900 contro il Nottingham Forest, terminata con una roboante vittoria per 8 a 0 davanti a poco più di 5000 persone.

L’ultimo storico “pezzo” del muro di Stoney Lane

Nel 1900 il WBA compì l’ultimo trasloco della sua storia, spostandosi nell’attuale impianto di gioco, il The Hawthorns. In realtà già da due anni il club cercava un nuovo terreno, da una parte perchè l’affitto di Stoney Lane era in scadenza con un prezzo non proprio economico, dall’altra perchè il club aveva progetti decisamente ambiziosi e già all’epoca lo stadio era un fattore importante (in altri paesi, 120 anni dopo, non la pensano ancora così…) per il ritorno economico. La scelta della location divenne importante, alla luce soprattutto del fatto che il WBA sin’ora aveva giocato in terreni vicini al centro città: stavolta l’occhio venne puntato su zone più periferiche. La scelta cadde sulla zona tra Handsworth e Smethwick per diversi motivi: innanzitutto non vi era influenza di altre squadre, poi si trattava di aree in via di sviluppo a livello abitativo ed infine il consiglio cittadino aveva appena deciso di abbassare i costi del tragitto in tram tra il centro e la zona sud ad un penny. Il terreno prescelto fu affittato dalla Sandwell Park Colliery ad un prezzo decisamente inferiore rispetto a quello proposto dai proprietari di Stoney Lane, in più nelle clausole c’era la possibilità di acquisto definitivo del terreno dopo un certo lasso di tempo (cosa che avvenne puntualmente nel 1913); fisicamente il campo nacque tra due fattorie, in una zona interamente ricoperta da biancospini che venne disboscata e drenata per permettere l’arrivo del football. Ad imperitura memoria del bosco originale rimase il nome dello stadio, in auge tutt’ora, cioè The Hawthorns (in inglese il termine Hawthorn indica proprio il biancospino). L’opening game fu disputato il 3 settembre 1900 contro il Derby County e la partita si chiuse con un pareggio per 1-1: in quel momento la capienza era stimata attorno a 35.500 spettatori, con la presenza di due vere e proprie stands. La prima stand in realtà altro non era che la Noah Ark Stand di Stoney Lane trasportata direttamente nel nuovo impianto; la seconda invece fu costruita ex-novo, progettata dalla società di architetti Wood & Kendrick e capace di ospitare al momento dell’inaugurazione circa 5000 persone.

La Noah Ark Stand

Purtroppo però,nel 1904 la stand andò distrutta durante la Guy Fawkes Night, ricorrenza inglese che occorre il 5 novembre, sentita soprattutto nel passato e caratterizzata dal massiccio utilizzo di fuochi d’artificio (tuttavia non furono mai chiarite le circostanze dell’incidente, se fu per colpa effettivamente dei giochi pirotecnici o per un sigaro non spento). Questo non fermò comunque lo sviluppo dello stadio, che portò all’installazione di un half-time scoreboard nella Birmingham Road End nel 1905 e, l’anno successivo, alla costruzione di una nuova stand dal lato opposto, la Smethwick End. Negli anni successivi vennero portati miglioramenti alle stand preesistenti (in particolare alla Halfords Lane Stand) e nel 1912 fu eretta un’altra stand ove sorgeva la Noah Ark Stand; contemporaneamente fu rifatto completamente il terreno di gioco. Con l’acquisto definitivo del terreno dello stadio nel 1913, proseguirono gli interventi per migliorarlo: la Grande Guerra rallentò i progetti, ma nel 1920 i terraces iniziarono ad essere realizzati in cemento, un’opera che si completò solamente nel 1931. La risposta del pubblico fu comunque eccezionale: negli anni 20 infatti l’affluenza aumentò vertiginosamente, con lo sfondamento di quota 50 mila presenze nel 1923 e di 60 mila presenze nel 1925, con 64.612 spettatori ad assistere al derby di FA Cup contro gli arcirivali dell’Aston Villa (la capienza totale dichiarata allora era di 65 mila persone). Negli stessi anni furono disputati anche incontri internazionali al The Hawthorns e fecerò la loro comparsa anche i celeberrimi turnstiles, una delle istituzioni di qualsiasi impianto inglese. Nel 1932 fu installato un nuovo scoreboard tra la Handsworth Stand e la Smethwick End, con il precedente, sulla Birmingham Road End, rimosso.

Lo storico scoreboard di Woodman Corner

Nel 1937 fu stabilito il record ufficiale di presenze, con 64.815 persone ad affollare il The Hawthorns per il replay dei quarti di FA Cup contro l’Arsenal: il successo del club e la massiccia presenza di pubblico spinserò il club ad apportare ulteriori miglioramenti, con la sostituzione del tetto di Halfords Lane, che passò dall’essere costruito in legno all’essere fatto di amianto. I progetti di grandezza furono bruscamente interrotti dalla II° Guerra Mondiale, ma al suo termine ripresero i lavori: il primo intervento, già nel 1945, portò all’installazione del sistema audio nello stadio mentre nel 1949, primo club in Inghilterra a dotarsene, furono installati i turnstiles elettronici, in grado di registrare in tempo reale le presenze allo stadio. Gli anni ’50, soprattutto il finire del decennio, portarono in dote alcune modifiche all’impianto, in particolare lo spostamento dello scoreboard nel Woodman Corner e, nel 1957, l’installazione del sistema di illuminazione artificiale ad un costo di 18 mila sterline: la prima partita non ufficiale alla luce dei riflettori fu col Chelsea, ma la vera inaugurazione ci fu con un’amichevole contro la Russian Red Army. Sempre questo decennio rappresentò anche una svolta per il club, perchè fu l’ultimo decennio delle folle “oceaniche” allo stadio visto che negli anni successivi l’attendance non supererà mai le quote raggiunte nei primi 50 anni di vita dell’impianto.

Scorcio del The Hawthorns negli anni 60 durante una gara di FA Cup

Gli anni 60 invece portarono in dote la prima vera modernizzazione della struttura: nel 1964 infatti fu ricostruita daccapo la East Stand, tribuna da 4.300 posti che divenne nota come la Rainbow Stand per via dei suoi seggiolini variopinti. La copertura della vecchia stand fu conservata per realizzare la copertura della stand su Birmingham Road e la capienza totale dello stadio si ridusse a 50.000 posti. Anche il WBA, come gran parte dei club inglesi, fu interessato dal fenomeno degli hooligans e nel tentativo di arginarlo furono sistemate nuove protezioni e nuove barriere negli anni 70 assieme alla ristrutturazione dei terraces dei due end (Birmingham Road e Smethwick End); tra il 1979 e il 1982 fu il turno della Halfords Lane di venir ricostruita (le condizioni della vecchia stand erano decisamente precarie) e ne nacque una stand semplice a singolo anello, ovviamente coperta e con all’interno gli executive boxes (che già erano comparsi nella Rainbow Stand qualche anno prima). Il tutto con la riduzione della capacità totale dello stadio, anche qui nel tentativo di migliorare la sicurezza di tutto l’impianto.

Il The Hawthorns in una panoramica degli anni 70

In pratica nel 1982 ci trovavamo di fronte ad un impianto quasi moderno, con le due sole end dello stadio ad essere dotate di terraces e quasi nessun angolo aperto tra i diversi settori. Fu aggiunto nel 1984 un tabellone elettronico sul tetto della Smethwick End, nel 1990 fu rifatto per la seconda volta nella storia il terreno di gioco (con i fan che fecero letteralmente a gara per comprare le vecchie zolle) e progressivamente lo stadio iniziò a perdere la sua identità per via delle continue riduzioni di capienza: il Taylor report diede il definitivo colpo di grazia al vecchio The Hawthorns. Il primo passo fu compiuto nel 1992 con la rimozione della copertura della Smethwick End, il secondo grande passo fu fatto invece nel 1994 con la demolizione dei terraces della Smethwick End, del Woodman Corner e della Birmingham Road End. Il 30 aprile 1994, in particolare, fu l’ultima volta in cui vennero usati i terraces della Birmingham Road End e del Woodman Corner: a fine gara si scatenò una vera e propria “guerra” per raccattare più cimeli possibili ed evitare che andassero distrutti con la demolizione, in tipico stile british. Inizialmente sparì anche la statuetta del tordo che spiccava sul Woodman Corner, ma fortunatamente, dopo un accorato appello del club, fu restituita al WBA. Tutto questo portò all’inizio dello sviluppo del moderno The Hawthorns con la trasformazione in un all-seater stadium: le due End furono completamente rifatte e furono abiliti anche i pochi terraces rimanenti nella Rainbow Stand. ll boxing day 1994 segnò l’apertura del nuovo The Hawthorns nella sfida di Premier League contro il Bristol City, ma i miglioramenti non si fermarono perchè fu rifatto per la seconda volta in pochi anni, terza volta nella storia, il terreno di gioco. Pochi anni dopo, nel 1998, una nuova rizollatura del terreno ebbe luogo per permettere l’installazione del sistema di riscaldamento sotterraneo; con l’arrivo del Centenario dell’impianto ecco un’altra sorpresa per i tifosi WBA.

La Rainbow stand

Il 1 gennaio 2001 viene infatti disputata l’ultima partita con la Rainbow Stand, che venne demolita poco dopo per far posto alla nuova East Stand, inaugurata all’inizio della stagione successiva. Arrivarono anche ulteriori innovazioni, con l’installazione di un megaschermo widescreen nel 2002 (primo club in Inghilterra a dotarsene), l’installazione dei turnstiles compatibili con le card elettroniche e, purtroppo, la demolizione nel 2004 dello storico Woodman Pub, situato dietro il Woodman Corner, per garantire al club una possibile strada per l’ulteriore espansione dell’impianto. L’ultimo grande ritocco ci fu nel 2008, con la sistemazione della Halford Lane Stand seguito, poco tempo fa, dall’ulteriore rifacimento del terreno di gioco, ora con alcune fibre sintetiche di erba a rinforzare l’erba naturale e considerato tra i migliori d’Inghilterra, all’avanguardia anche per quanto riguarda il sistema di irrigazione e di riscaldamento.

Il The Hawthorns prima della demolizione della Rainbow Stand

Le sempre tristi immagini della demolizione di un mito

L’IMPIANTO ATTUALE

Panoramica del The Hawthorns oggi

Con tutti i miglioramenti fatti negli ultimi 20 anni, il The Hawthorns oggi si configura come un impianto capace di unire modernità e tradizione. Consta di 4 stand tutte collegate tra loro, in particolare la East Stand è collegata alle due end mediante due corners, mentre la West Stand è stata costruita in maniera tale da non averne bisogno. La capienza ufficiale è di 26.272 spettatori. Come già accennato, il nome nasce dalla fitta massa di biancospini che ricopriva il terreno da cui poi fu ricavato lo stadio originale; tra i tifosi però il The Hawthorns è meglio conosciuto come “The Shrine” (il santuario per chi non masticasse bene l’inglese), un nick che fa ben capire quanta devozione ci sia verso il loro stadio da parte dei tifosi del WBA.

WEST STAND

La West Stand

Nonostante si tratti della stand risistemata più di recente, a livello di costruzione è la più antica dello stadio. Come avrete letto, fu fatta nel 1980 e successivamente sistemata più volte fino a renderla moderna come appare oggi: una stand a singolo anello, capienza limitata (circa 4640 posti) ma dotata di un’intera fila di executive boxes, VIP seatings e tutte le strutture per i media. Nella sua pancia abbiamo gli spogliatoi, mentre integrate con il pubblico ci sono le panchine. Sullo spessore della copertura campeggia il nome del club, affiancato, immancabilmente, dagli sponsor; la curiosità è che guardando dall’alto lo stadio si tratta della sezione più bassa, dando una sorta di aspetto asimmetrico all’intero impianto. Come nome ufficiale è stato deciso di utilizzare l’impersonale West Stand, rimpiazzando quindi il nome storico, Halfords Lane Stand; essendo infine la tribuna più piccola, è anche quella che nei progetti del club potrebbe essere ingrandita: le idee già c’erano, con una capienza totale finale di circa 30mila posti, ma l’aggiunta di un anello o addirittura il rifacimento dell’intera tribuna furono fermati dal brutto momento del club a livello di risultati a metà degli anni 2000.

BIRMINGHAM ROAD END

The Brummie

L’End situata in corrispondenza della A41 (che porta, per l’appunto a Birmingham da West Bromwich) è il cuore del tifo del club, chiamata semplicemente dai tifosi “Brummie” o “Brummie Road”. Viene eretta nel 1994 ed è organizzata su due anelli piuttosto uniformi; può contentere 8.286 spettatori, molti meno dello storico terrace che ha rimpiazzato. Una piccola curiosità è che tra l’anno di costruzione ed il 2004 la stand cambiò nome: si chiamava infatti Apollo 2000 stand, grazie ad un accordo commerciale tra il club e la società elettronica in questione. Fortunatamente il contratto non fu rinnovato e la stand riprese il suo nome originale. L’unica modifica effettuata è stata la sostituzione dei seggiolini nel 2009: sono stati uniformati come colore a quelli del resto dello stadio, togliendo le scritte che distinguevano la end dalle due tribune. A collegare la Brummie alla East Stand troviamo il Woodman Corner, del cui pub vi abbiamo già parlato così come vi abbiamo già accennato al tordo che svetta in alto, mascotte del club e che ha sempre avuto sede in questa sezione dello stadio.

Il Throstle

EAST STAND

La East Stand

Si tratta della sezione più recente dello stadio, costruita nel 2001 sulle ceneri dell’amatissima Rainbow Stand. Si tratta di una stand a due anelli che costituisce a tutti gli effetti la main stand dell’impianto; dall’esterno la sua forma si sposa armoniosamente con le due end mentre, come detto, risalta la differenza in altezza e maestosità con la West Stand. Al suo interno troviamo gli executive boxes, la reception area del club, gli uffici del club ed il secondo museo del club (l’altro si trova nella west stand) nonchè l’immancabile club shop del team; può ospitare 8.791 spettatori compreso il Woodman Corner ed il Millenium Corner, che raccorda questa stand alla Smethwick End. Altra curiosità sul Woodman Corner è che all’esterno dello stadio, corrispondente al settore, si trovano le Jeff Astle Gates, porte di accesso all’impianto dedicate al leggendario attaccante del West Bromwich deceduto nel 2002. Le gates furono inaugurate nel luglio 2003.

Le Jeff Astle Gates

SMETHWICK END

La Smethwick End

Costruita nel 1994 assieme alla Brummie dalla Kendrick Construction Group, è la End deputata ad ospitare i tifosi ospiti che spesso ottengono tutta la stand e non solo una parte di essa. Tuttavia qui di recente hanno trovato posto i tifosi più rumorosi del WBA, quasi a voler sfidare le tifoserie avversarie a livello vocale. 5.816, divisi su due anelli, sono i posti a sedere della End, che ospita anche al suo interno il centro di controllo dell’impianto

L’ATMOSFERA

L’atmosfera al The Hawthorns è tutta da vivere, ma raggiunge i suoi picchi massimi nelle sfide contro i Wolves (il Black Country derby di cui vi avevamo parlato in occasione della storia del Molineux) e contro l’Aston Villa. Molto meno sentita è la rivalità con il Birmingham. In origine era contro il Villa la rivalità più sentita, ma poi, per l’affinità di categoria  sono stati i Wolves a guadagnarsi la palma di rivale più acerrima. In queste sfide sale alto al cielo l’inno del club, “The Lord’s my Sheperd”, che arriva direttamente dal vecchio Testamento (Psalm 23, che noi tutti conosciamo come “Il Signore è il mio pastore”) e stare nella Smethwick End dev’essere un’esperienza da provare assolutamente; i gol tradizionalmente vengono festeggiati con il “boing boing”, saltellando up and down sul posto.

Lo stadio è quasi sempre pieno, l’attendance media è decisamente vicina alla capienza e questo garantisce sempre un colpo d’occhio spettacolare nelle partite casalinghe. Il programma della partita viene stampato ininterrottamente dal 1905 e i fans del WBA negli ultimi anni hanno saputo essere piuttosto creativi: nell’ultima trasferta di ogni stagione infatti hanno iniziato a creare una tradizione, quella di vestirsi in maniera particolare ed è da citare il travestimento del 2004, da vichinghi, per onorare il loro giocatore della stagione, Thomas Gaardsøe Christensen. Ricordiamo anche che nel 2002 sono stati votati come migliori fans d’Inghilterra ed attualmente sono tra le tifoserie più rispettate (secondo la nostra concezione di tifo).

CURIOSITA’

Nonostante la sua storia ultracentenaria, il The Hawthorns non ha ospitato molte partite di livello internazionale. La nazionale inglese qui ci giocò solamente alcune partite prima degli anni 50, ma da allora non vi fu più alcuna visita. Sempre nell’epoca del bianco e nero qui si disputarono due semifinali di FA Cup; da segnalare che nel 1987 il Telford United giocò qui un replay di FA Cup contro il Leeds rifiutandosi di giocarla al proprio stadio per la cattiva fama degli hooligans avversari. Passando ad altri sport, il The Hawthorns ospitò agli albori numerosi eventi di atletica leggera, tra cui, nel 1908, il finale della prima maratona nelle Midlands, nella quale si distinse Jack Price che andò poi a disputare le successive Olimpiadi Londinesi. Anche il cricket trovò casa qui negli anni 70, con il match tra India e Pakistan che raccolse però ben pochi spettatori; infine nel 2000 e nel 2001 si disputarono qui dei tornei di Kabaddi, sport di origini sud asiatiche del quale però vi confesso che so ben poco.

Capacità: 26.272

Misure del campo: 105 x 68 metri

Record attendance: 64.815 (1937 – Fa Cup vs Arsenal)

Record attendance attuale: 27.751 (2005 – Premier League vs Portsmouth)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

WBA official site

Albion till we die

WBA History

Groundhopping