Blogger on the road: Marco a Londra

E’ strano come si viene travolti dalle passioni. Specialmente se la cosa di cui ti appassioni è stata, per anni, a portata di mano, ma non ha ricevuto attenzioni superiori a quello che può essere definito come un “timido interesse”.

Quella “passione”; come avrete sicuramente intuito, è il calcio inglese. Ricordo vagamenti quei sabato pomeriggio di metà/fine anni ’90, quando, facendo zapping sull’allora Tele+ (i miei parenti, io neanche mi avvicinavo al telecomando), capitava di trovare una partita in diretta di Premiership. Ricordo vagamente il gioco maschio, la grande atmosfera (e si che all’epoca anche dalle nostre parti c’erano alcuni stadi niente male) e i nomi di questi giocatori e queste squadre che ogni tanto ritornavano. Tottenham Hotspur, Chelsea (non vi sto a dire come pronunciavo il nome dei Blues da piccolo….), Manchester United. Ogni tanto spuntava qualche squadra di cui non avevo mai sentito parlare (Manchester City, West Ham). Insomma, piano piano prendevo familiarità con squadre e calciatori di un mondo che mi sembrava così lontano e misterioso. Insomma, un interesse, timido come dicevo, ma che c’era. Ho ricordi di alcune partite, in particolar modo le sempre affascinanti finali a Wembley (per uno strano scherzo del destino, ricordo benissimo il gol di Woodgate nel primo tempo supplementare della finale di Coppa di Lega del 2008).

Diceva Nick Hornby che la maggior parte degli eventi veramente importanti della nostra vita, semplicemente, ci capitano, mentre sono veramente pochi quelli che noi scegliamo volontariamente di affrontare. E così, mentre il Tottenham si preparava a scendere in campo contro il West Brom in un freddo giorno di inizio 2012, una conversazione su Twitter con Cris e Pierpaolo mi da l’occasione di andare a Londra, che ovviamente colgo al volo. Non mi dilungo ulteriormente su quel viaggio e su tutte le peripezie ad esso relative perché c’è già un articolo a riguardo e, soprattutto, perché vi starete già addormentando.

Questa lunga introduzione serve a spiegare cosa mi abbia spinto, istintivamente, durante la prenotazione di un biglietto Easyjet per Londra datato 7 Novembre (giorno di Chelsea-Shakthar Donetsk), a pensare: “Vediamo se Martedì 6 c’è un turno infrasettimanale di Football League”. Detto fatto, il viaggio si allunga di un giorno. Non ho ancora deciso la partita da andare a vedere, ma non importa: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Nelle lunghe settimane prima del viaggio (prenoto con quasi 2 mesi di anticipo!) la scelta ricade su Charlton-Cardiff, e devo dire che non mi è andata male. Ma andiamo con ordine.

Da buon abitudinario, prendo l’albergo a Shepherd’s Bush, ad un centinaio di metri dell’alloggio del viaggio precedente. Dopo un volo di un paio di ore, è finalmente Londra.

E’ davvero bello il tragitto in treno da Gatwick a London Victoria, con Selhurst Park che ti da il benvenuto nella Londra del calcio e la Battersea Power Station che ti avverte che sei quasi arrivato a Victoria.

Battersea Power Station. Guardando bene, dovreste scorgere un maiale volante.

Dopo una breve sosta in albergo, segue una altrettanto breve visita a Loftus Road. Causa pioggia e fame terrificante (sono le 16 e ancora devo addentare qualcosa) ne approfitto giusto per fare un giretto allo store ufficiale della squadra. Passando davanti agli studi della BBC, noto tantissime persone nei pressi dell’ingresso: probabilmente ci si sta preparando per la lunga notte elettorale americana.

Dopo un pranzo veloce veloce, è tempo di posare il merchandising in stanza e partire alla volta di The Valley. Da Hammersmith è un po’ lunghetta (due linee di metropolitana più una corsa in bus) ma i collegamenti londinesi sono fantastici. La corsa sul Tube termina a North Greenwich, proprio sotto la O2 Arena (North Greenwich Arena durante le recenti Olimpiadi) all’interno della quale si stanno svolgendo le finali ATP (cosa tra l’altro “suggerita” da una gigantografia del tennista Murray presente proprio in stazione). Ovviamente, nonostante l’evento sia in pieno svolgimento e richiami un numero elevato di spettatori, non si registra il minimo disagio.

North Greenwich Arena.

Dopo qualche fermata in bus, è tempo di scendere. E’ buio, ma basta chiedere informazioni ad uno dei membri delle forze dell’ordine presenti per ricevere indicazioni. E dopo una brevissima camminata in mezzo ai palazzi, si arriva a The Valley.

The Valley è stupendo. Si fanno i biglietti in tranquillità, un giro allo store (la cui commessa, con la quale scambio due chiacchiere sulla forma recente di Charlton e Cardiff, mi è rimasta nel cuore) e poi via, si entra, in West Stand Lower. Dopo una birra di ordinanza (servita in un bicchierone con lo stemma del Charlton), è tempo di salire la scalette e prendere posto. E che posto! Proprio dietro alla panchina degli ospiti, con una bellissima visuale di tutto il terreno di gioco.

L’atmosfera è veramente quella di una partita di quartiere. I tifosi sono veramente calorosi e danno l’impressione di essere pronti a tutto per il loro Charlton (cosa che hanno già dimostrato di volere e potere fare in passato). C’è anche un buon numero di tifosi del Cardiff, tutti rigorosamente di blu vestiti, giunti non solo dalla capitale gallese ma, come dimostrano alcune bandiere, anche dall’Inghilterra stessa. A pochissimi minuti dal fischio d’inizio la Covered End, cuore pulsante del tifo made in Charlton, si riempie. Aiutati dai tamburi, saranno fantastici per tutta la serata.

Mentre aspetto l’inizio della partita, ne approfitto per condividere qualche foto sugli immancabili social network. Cris e Pierpaolo la prendono sportivamente, mandandomi messaggi pieni di affetto e senza la minima traccia di invidia (lo so lo so, non ci credete nemmeno voi….e fate bene!). Non vi dico cosa siano riusciti a scrivermi durante e dopo la partita. Perché? Perché assisto probabilmente alla miglior gara che mi sia mai capitato di vedere dal vivo.

I Bluebirds (che riesco a vedere nei loro colori originali) partono fortissimo: dopo solo 4 minuti Helguson la mette dentro, eguagliato 20 minuti dopo da Mason. Tutto sembra far pensare ad una vittoria dei gallesi, sconfitti nell’ultimo turno, ma saldamente piantati ai piani alti della classifica, mentre il Charlton è verosimilmente condannato ad una dura lotta per la salvezza. Eppure, qualcosa cambia. Al 39esimo del primo tempo, il capitano degli Addicks Johnnie Jackson mette a segno un bel gol dal limite dell’area dopo un’uscita insicura di David Marshall. Dopo soli 5 minuti di nuovo Jackson, questa volta di testa su corner, riesce ad insaccare mandando le squadre al riposo sul 2-2, risultato impensabile dopo i 20 minuti iniziali.

The Valley

Al rientro in campo il Charlton va a segno altre tre volte. Prima con Stephens (al 54esimo), poi con Haynes (al 59esimo) ed infine con Hulse (al 65esimo). Ad ogni gol, The Valley esplode e al 5-2 l’atmosfera tocca vette inimmaginabili: raramente mi è capitato di vedere una rimonta simile. Il Cardiff, però, è considerato fra i favoriti per la promozione non per caso, e non si da per vinto. Inizialmente (e comprensibilmente, vista la clamorosa rimonta subita) i gallesi sembrano tramortiti e non riescono più a rendersi pericolosi. Ma quando l’arbitro, inspiegabilmente, decide di assegnare ben 6 minuti di recupero, la musica cambia. Allo scoccare del 90esimo Craig Noone, dopo una bella azione di squadra, insacca scartando il portiere degli Addicks. Quattro minuti dopo Gunnarsson va a segno a sua volta portando la sfida sul 5-4 e regalando ai tifosi del Charlton 2 minuti finali di vera passione. Ma nonostante un paio di mischie in area veramente spaventose ed un tiro al 96esimo di Noone passato ad un soffio dall’incrocio dei pali col portiere battuto, i londinesi riescono a salvarsi e a portare a casa una insperata quanto spettacolare vittoria.

Il ritorno in albergo segue il medesimo percorso dell’andata, ovviamente al contrario. Sul bus preso per tornare a North Greenwich ascolto due signori che discutono della partita appena vista. Uno di loro sostiene che “this is the best division of English football”. Dopo la gara di stasera, difficile dargli torto.

Sam Bartram, leggenda del Charlton

Il giorno dopo la sveglia suona presto, ma per un buon motivo: devo fare un salto a Londra nord. Motivo? Una rilassante visita all’Emirates Stadium.

Da Hammersmith si arriva con una ventina di minuti col Tube, senza bisogno di cambiare Il primo impatto è sicuramente d’effetto: dietro alle casette che ti accolgono all’uscita dalla fermata Arsenal, spunta l’imponente struttura dello stadio. Di sicuro impatto la gigantografia posta sulla facciata, con giocatori di varie epoche abbracciati simbolicamente come dopo un gol. Il vantaggio di questo tour organizzato dall’Arsenal è quello di essere, a tutti gli effetti, liberi di vagare per le varie zone dello stadio, con la possibilità di avere dettagli sulla zona in cui ci si trova grazie all’audioguida fornita all’entrata. Lo stadio è bellissimo. Consiglio a tutti di farci un salto perché sono soldi ottimamente spesi. Mi hanno colpito in particolar modo il prato, veramente fantastico, lo spogliatoio dell’Arsenal, semplice e moderno allo stesso tempo, il fantastico panorama del Directors Club con le sue fantastiche poltrone e la comodità delle panchine. Inoltre, sparsi per lo stadio ci sono vari cimeli della storia dei Gunners, fra coppe, busti, foto d’epoca, doni ricevuti dalle altre squadre (molti dei quali ricevuti da squadre spagnole) e altro ancora.

L’interno dell’Emirates Stadium

Il tour include l’accesso al Museo dell’Arsenal, situato di fianco allo stadio. Anche qui, si sprecano i cimeli (ovviamente, essendo un museo). Personalmente, è stato emozionante poter vedere gli scarpini con cui Michael Thomas ha segnato il gol decisivo ad Anfield, così come un programma di Arsenal-Reading giocata in periodo di guerra con le istruzioni per gli spettatori in caso di raid aereo dell’esercito tedesco. C’è persino un gagliardetto del Thun, squadra svizzera affrontata dall’Arsenal nella Champions League 2005/2006 (per chi non lo sapesse, sono un appassionato di calcio svizzero) alla quale aveva partecipato grazie ai gol di Mauro Lustrinelli, che i più attenti ricorderanno con la Svizzera a Germania 2006, oltre che per lo storico gol segnato contro l’Ajax proprio in quell’edizione della massima competizione europea per club.

“Il più grande momento in assoluto” (cit.)

Dopo la visita al museo, è tempo di mangiare qualcosa per poi andare a fare la visita di rito a Lillywhites, dove finalmente riesco a fare mie due maglie che cercavo da tempo: quella del 1984 del Newcastle e quella del 1999 del Manchester United in versione speciale indossata nella storica finale di Barcellona. C’è tempo anche per una visita a Westminster e le altre zone di rilievo del centro di Londra per poi andare verso Stamford Bridge.

Dopo una breve corsa sul Tube, pieno come un uovo, le insegne luminose di Fulham Broadway mi fanno sentire di nuovo a casa. Fulham Road già pullula di tifosi e i ristoranti sono strapieni. Fortunamente trovo posto da Pret-A-Manger e con poche sterline riesco a cenare. Dopo il giro rituale al Chelsea Megastore (pienissimo, una cosa impressionante) dove faccio mia la terza maglia dei Blues e una sciarpa celebrativa della partita, è tempo di entrare e prendere posto in West Stand Upper.

Matthew Harding Stand

Matthew Harding Stand

Nel pre-partita viene consegnata a Fernando Torres la Scarpa D’Oro conquistata ai recenti Campionati Europei e, sebbene l’evento sia accolto dagli applausi del pubblico, noto un’atmosfera molto più tiepida nei confronti dell’attaccante spagnolo rispetto ai deliri mistici osservati in occasione di Chelsea-Leicester di qualche mese fa. Non sono mancate critiche (giustificatissime) dagli spalti e nessun coro è stato fatto per sostenere El Niño durante la partita.

Curiosamente, è proprio Fernando Torres ad aprire le marcature al sesto minuto dopo un clamoroso svarione del portiere ucraino Pyatov, che gli rinvia il pallone addosso. E’ il terzo gol di Torres che vedo dal vivo in due partite: non sono in molti a poter dire lo stesso, di questi tempi. La festa di Stamford Bridge dura veramente poco perché dopo soli tre minuti il talentuoso Willian pareggia i conti depositando in rete dopo un invitante cross di Fernandinho. Il pareggio da il via ad un ottimo momento per gli ucraini che sfiorano più volte il vantaggio. E’ però il Chelsea a finire il primo tempo in vantaggio: Pyatov esce dalla propria area per anticipare un lancio lungo di Mata, ma il suo colpo di testa finisce sui piedi di Oscar che dalla grande distanza tenta il colpaccio: la palla entra e il pubblico dei Blues esplode.

Si va al riposo sul 2-1, quindi, ma anche in questo caso la festa dura poco: dopo due minuti dall’inizio della ripresa, di nuovo Willian trova il gol per lo Shakhtar. Il secondo tempo quindi riprende il tema del primo: occasioni da tutte e due le parti, ma Shakhtar più pericoloso, specialmente sulle fasce dove Bertrand appare in grande difficoltà. Dopo un paio di occasioni clamorose per gli ucraini e un gol giustamente annullato a Mikel, arriva l’inaspettato gol di Moses a tempo scaduto. Il colpo di testa del ragazzo di Croydon si insacca nella porta di Pyatov sotto la Matthew Harding Stand, e questa volta non c’è più tempo per un pareggio dello Shakhtar: è 3-2 e la festa può finalmente avere inizio.

Il deflusso dallo stadio è quindi quello splendido dopo una vittoria. Cori, allegria e tutti verso il Tube per tornare a casa. Personalmente, viste le esperienze passate, mi fermo a Fulham Broadway per un cioccolato caldo così da evitare il caos per prendere il Tube. Mentre sorseggio la provvidenziale bevanda calda, un anziano signore mi dice “E chi dorme stanotte?”. Come non essere d’accordo.

L'uscita da Stamford Bridge

L’uscita da Stamford Bridge

Purtroppo, invece, mi tocca dormire perché il giorno dopo è già tempo di tornare a casa. Non mi era mai capitato di tornare così presto in una città straniera e, anzi, sarei voluto tornare subito dopo il mio viaggio a Marzo con Cris e Pierpaolo. Questo è l’effetto di Londra, quello che tutti coloro che hanno visitato la capitale britannica conoscono. E ogni volta nuove emozioni. Difficilmente dimenticherò The Valley e la storica rimonta del Charlton, Stamford Bridge ed il gol di Moses. E ovviamente, sto già pianificando il prossimo viaggio. Alla prossima!

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Around the football grounds – A trip to Fulham

Prima o poi avremmo dovuto fare la prima tappa nella capitale inglese, una delle città più incredibili del mondo intero sia per la sua intrinseca e meravigliosa bellezza, sia per la sua cultura calcistica e l’innumerevole numero di squadre che hanno sede nei suoi quartieri. Londra la toccheremo più volte nel corso di questo lungo viaggio nella storia degli stadi inglesi ed è giusto che la prima tappa tocchi uno degli stadi più caratteristici di tutta la città. Ci rechiamo quindi nel Borough di Hammersmith e Fulham, all’inizio della zona ovest di Londra, una delle zone più benestanti e tranquille della capitale d’Oltremanica. Qui hanno sede diversi club calcistici con i loro rispettivi stadi tutti situati a pochissima distanza tra loro, ma quello più storico e caratteristico è senza ombra di dubbio Craven Cottage, la casa del Fulham.

Scorcio del Putney Bridge londinese, la zona del Fulham

LA STORIA

A differenza di quanto tutti noi possiamo credere, Craven Cottage non è sempre stata la casa del Fulham, anzi. Nei primi anni di vita del club, fondato nel lontano 1879, molti sono stati i campi da gioco utilizzati dalla squadra, anche se a volte le informazioni su questi terreni sono imprecise e frammentarie: d’altra parte parliamo di campi da gioco di oltre 130 anni fa! Il primo campo da gioco del team dovrebbe essere stato (usiamo il condizionale proprio perchè non vi sono informazioni certe) Hurlingham Park, un’area del quartiere di Fulham che ancora oggi è utilizzata per partite di rugby o eventi di atletica. Ai tempi dell’utilizzo come impianto del Fulham (allora formato principalmente da fedeli della locale Chiesa Anglicana) sembra vi fossero pure dei posti a sedere; tuttavia attualmente il sito è ricordato soprattutto per un famoso sketch dei Monty Phiton (The 127th upper class twit of the year) e già nel corso del 1879 la squadra si trasferì a Star Road, non troppo distante dalla zona dove il club fu fondato. Su questo campo da gioco non abbiamo proprio alcuna informazione, sappiamo solo che il Fulham vi rimase dal 1879 al 1883 prima di trasferirsi, per soli 2 anni (1883-84), a Eel Brook Common, un parco situato nella zona di Chelsea del Borough che esiste a tutt’oggi e che è stato completamente riqualificato con l’aiuto del comune e, beffa delle beffe, del Chelsea, che l’ha fatto sostanzialmente suo sistemando nei vari impianti sportivi presenti un astroturf blu, in onore dei colori Chelsea. Su questo parco ci sono molte curiosità, la più macabra delle quali è il fatto che nella storia fu utilizzato anche come sorta di cimitero durante le epidemie di peste bubbonica che colpirono l’Europa Medievale.

Eel Brook common oggi, uno scorcio

Nel 1884 nuovo trasferimento per il Fulham, stavolta a Lillie Rec, altro parco ancora esistente situato nella zona di Hammersmith, quindi più a nord rispetto ai precedenti. Oggi qui si disputano ancora partite amatoriali, a testimonianza della voglia e della passione per il calcio degli abitanti di questo quartiere. Non c’è nemmeno il tempo di abituarsi a questo campo che già l’anno successivo, nel 1885, la squadra cambia di nuovo sede e si trasferisce al Putney Lower Common, ampio parco che per darvi un’idea si trova sull’altra sponda del Tamigi rispetto a Craven Cottage. Si hanno pochissime notizie su come fosse organizzato allora il sito, che invece attualmente è enorme e conta al suo interno numerosi campi da calcio e zone dove praticare sostanzialmente qualsiasi tipo di sport, pure il frisbee a squadre. Nemmeno qui comunque la squadra trovò pace e già nel 1886 abbiamo un nuovo impianto casalingo, il Ranelagh Ground, utilizzato fino al 1888 e localizzato all’interno del quartiere di Chelsea. Il sito, come gran parte dei parchi londinesi, ha una storia secolare alle sue spalle e il nome nasce da uno dei benefattori dell’ospedale di zona che sul finire del 1600 si fece costruire una meravigliosa dimora da un immigrante italiano, la Ranelagh House, che negli anni divenne famosa per aver ospitato un giovanissimo Mozart (all’età di 9 anni) e per aver al suo interno dipinti di un certo Canaletto (e nonostante io non sia un appassionato d’arte, è impossibile non rimanere colpiti dai suoi quadri). Non vi sono immagini dell’epoca in cui vi giocò il Fulham, vi possiamo solo dire che attualmente il tutto è stato completamente riqualificato e rappresenta uno dei mille polmoni verdi di Londra, sede tra l’altro di un importante show floreale. Nel 1888-89 il club abbandonò il Ranelagh Ground per giocare le sue partite interne a Barn Elms, area nel Borough di Richmond Upon Thames, adiacente alla zona di Fulham e confinante con Putney Lower Common a sud: siamo quindi proprio di fronte a Craven Cottage e i campi da rugby presenti attualmente si possono vedere dallo stadio! L’area attualmente fa anche da sede a diversi club amatoriali, tra i quali spicca lo Stonewall F.C, il primo football club interamente gay, a dimostrare per l’ennesima volta la meravigliosa capacità di Londra di integrare tutto il mondo senza distinzioni.

Uno scorcio dell’attuale parco di Barn Elms, tra le mille sedi del Fulham

Il peregrinare del Fulham prosegue con l’ennesimo trasferimento, questa volta a Parsons Green Park nel 1889, area del quartiere attualmente adiacente alla omonima stazione della Tube e dove la squadra rimase sino al 1891. Il passo successivo fu quello di muoversi al The Half Moon, campo da gioco che si trovava dietro ad uno dei pub storici di Londra, l’Half Moon Pub, che dagli anni 60 divenne famoso anche per la musica avendo ospitato gente come i Rolling Stones, i Who e gli U2; allora però in quella zona l’attrattiva principale era il calcio e il pubblico di fede Fulham stava crescendo: si narra che gli spettatori presenti alle partite a quell’epoca avevano superato il migliaio a match, un bel traguardo per una squadra sostanzialmente sconosciuta. Tutto questo portò gli allora proprietari ad avere idee di espansione e di grandezza e per realizzarle ci voleva un impianto stabile, un luogo dove iniziare a costruire la propria storia. La ricerca portò nel 1894 all’acquisto di Craven Cottage, un edificio al centro di un’area boschiva abbandonata da qualche anno e ad un punto tale di degrado che servirono ben 2 anni per rendere quest’area utilizzabile. In questo lasso di tempo la squadra non rimase all’Half Moon, ma si trasferì a West Brompton, area del Borough di Kensington and Chelsea, nelle vicinanze di Fulham. E finalmente, nel 1896, ebbe inizio la meravigliosa storia di Craven Cottage, la casa dei “Cottagers”.

Immagine d’epoca del Craven Cottage col celeberrimo Rabbit Hutch

La storia di Craven Cottage nasce ben prima dell’avvento del Fulham: l’edificio originale, che diede il nome a tutto, fu costruito nel 1780 da William Craven, sesto barone Craven della dinastia e si trovava in quello che oggi è il cerchio di centrocampo del campo di gioco. La dimora era circondata da boschi, zona prediletta di caccia di Anna Bolena circa 200 anni prima, e divenne successivamente una residenza di lusso, che vanta di aver ospitato al suo interno personaggi del calibro di Sir Arthur Conan Doyle, la regina Vittoria e Florence Nightingale (che vi cito per deformazione professionale, visto che fu la madre del moderno sistema infermieristico) prima di venir distrutta da un incendio nel maggio del 1888 e successivamente abbandonata. Come detto, lo stato di degrado era tale che ci vollero due anni per rendere il terreno presentabile ed la prima partita ufficiale, il 10 ottobre 1896 contro il Minerva nella Middlesex senior Cup, fu disputata senza nessuna stand per il pubblico. La prima stand comparve poco dopo e fu soprannominata “The Rabbit Hutch”, letteralmente la conigliera dato che la conformazione era tale da sembrare una grande gabbia per conigli. Si trattava di quattro strutture di legno, affiancate l’una all’altra, in grado di contenere circa 250 persone ciascuna a forma di triangolo appoggiato su uno dei lati. Tutti i posti, fatto incredibile per l’epoca, erano coperti tramite un tetto sostenuto da un sistema di pali e travi. Purtroppo la struttura non era troppo sicura e il Concilio Londinese iniziò ad interessarsi della sicurezza dell’impianto, minacciandone la chiusura: siamo nel 1904 e l’inghippo fu risolto nel 1905 con l’assunzione di Archibald Leitch (nome che ormai dovrebbe esservi noto) per rinnovare completamente lo stadio.

Craven Cottage subito dopo l’intervento di Leitch

Leitch costruì due strutture apparentemente semplici, ma che faranno la storia del Fulham: la Stevenage Road Stand e il Pavillion immediatamente di fianco alla Stand. Furono spese 15mila sterline dell’epoca per realizzare il capolavoro in mattoncini rossi che caratterizza lo stadio e quello che attualmente è conosciuto semplicemente come il Cottage, nato, incredibilmente, per un errore. Leitch infatti nel suo progetto si era dimenticato che i giocatori avevano bisogno di uno spazio dove cambiarsi e da quella riflessione nacque l’edificio antistante, che all’epoca servì proprio da spogliatoio.

Craven Cottage nel 1923

Nonostante la bellezza dell’impianto, il Fulham non riusciva ad imporsi a livello nazionale e ci furono più progetti da una parte per portare il Fulham ad un livello superiore (si parlava di una fusione con l’Arsenal negli anni antecedenti alla I° guerra mondiale) e dall’altra per costruire da zero un nuovo stadio da 80 mila persone. Fortunatamente entrambi i progetti furono abbandonati, il secondo a causa della grande depressione seguita all’ottobre nero delle borse nel 1929; la popolarità della squadra non ne risentì e a vedere la squadra negli anni 30 si narra che vi fossero in media più di 45 mila spettatori ad affollare le tribune. Di questo periodo esistono molti filmati, ma non di partite di football league, bensì di manifestazioni di beneficenza che erano molto in voga e Craven Cottage era il luogo prediletto per questi eventi. Si può allora vedere bene come fosse la struttura dell’impianto, con la Stevenage Road Stand unica vera e propria tribuna a posti in piedi, con i caratteristici pali a sorreggere tutta la copertura mentre sugli altri 3 lati c’erano semplicemente i caratteristici terraces inglesi. Nello stadio era facile entrare scavalcando passando dal Bishop Park antistante che confinava con una delle end dello stadio: non tutti comunque entravano gratis perchè versavano una piccola quota ma non nelle casse del club, ma direttamente ai giocatori che nascondevano il tutto nelle scarpe: boot money, termine caratteristico e pieno di storia che serviva allora per ricompensare proprio gli atleti. Nell’immediato dopo guerra Craven Cottage fu utilizzato per molti match di football nelle Olimpiadi di Londra del 1948, il ritorno alla vita del mondo sportivo dopo la sanguinosa 2° guerra mondiale; nel 1949, con la squadra finalmente nella first division della football league, si iniziò ad ammodernare l’impianto.

Particolare di Craven Cottage nell’era pre Taylor report

Il Cottage fu l’ultimo impianto delle squadre di First Division ad installare i riflettori, cosa che avvenne nel 1962 con quelli che furono definiti i riflettori più costosi e moderni d’Europa. Furono posizionati ai quattro angoli dello stadio, con un’altezza che arrivava a 50 metri al di sopra del campo di gioco, un sistema molto simile a quello utilizzato sui campi da cricket; altra particolarità è che dalla Riverside Stand sventolavano tutte le bandierine dei club di First Division sul Tamigi. Contemporaneamente fu installato il tabellone elettronico nella Riverside Stand e due anni dopo, grazie alla vendita di Alan Mullery agli Spurs per 72.500 sterline, fu costruita la copertura sulla Hammersmith End. Nei primi anni 70 fu la Riverside Stand ad essere sistemata: all’epoca era tristemente nota (per gli appassionati di calcio) perchè il pubblico che la assiepava per le partite del Fulham nel giorno della “Boat Race” (la famosissima gara di canotaggio tra Oxford e Cambridge) dava le spalle alla partita per godersi lo spettacolo e la rivalità tra le due università più famose d’Inghilterra. Tutto ciò terminò con la sua demolizione e la costruzione di una nuova stand, denominata “Eric Miller Stand” in onore del director dell’epoca: 4200 posti a sedere, 334.000 sterline il prezzo della sua costruzione e fu aperta nel 1972 con un’amichevole contro il Benfica di Eusebio. Il nome Eric Miller sicuramente non vi dice nulla perchè dopo cinque anni fu ricambiato il nome ritornando a quello originale: Eric Miller infatti si suicidò in seguito ad un grosso scandalo finanziario e nel cercare di salvarsi economicamente cercò disperatamente di spostare il Fulham da Craven Cottage, una mossa che non andò assolutamente giù ai tifosi ed ai suoi successori tanto da far togliere il suo nome dalla stand.

Altro scorcio di Craven Cottage con le migliorie degli anni 60

Dopo aver realizzato anche questa miglioria, lo sviluppo dell’impianto si interruppe, con la Putney End a rimanere l’unica vecchia terrace non coperta di tutto lo stadio. La situazione rimase tale per lunghi anni, anche perchè la squadra navigava nelle divisions inferiori inglesi, con le acque smosse solamente dal famoso disastro di Hillsborough e dal successivo Taylor Report. Il proprietario di allora, Jimmy Hill, pensò ad uno stadio all-seater, ma le sue ambizioni si scontrarono con la reticente realtà locale che non voleva assolutamente toccare Craven Cottage. La situazione venne tollerata perchè la legge prevedeva che solamente i club che giocavano in Premier League ed in Championship dovevano avere uno stadio completamente all-seater. Nel momento in cui il Fulham raggiunse la Championship, con Al-Fayed già proprietario del club da 2 anni, arrivò l’ultimatum: 3 anni per far diventare Craven Cottage all-seater oppure l’inagibilità. Incredibilmente fu l’immobilismo a farla da padrone e il 27 aprile del 2002 il Leicester City chiuse ufficialmente il vecchio Craven Cottage alla Premier League. Prima di andare in esilio furono giocate altre 2 partite di Intertoto, poi armi e bagagli furono trasferiti a Loftus Road, lo stadio del QPR, del quale non vi raccontiamo nulla per rispetto ai tifosi del Fulham, che presero malissimo (a ragione) il trasferimento tanto da rifiutarsi di andare a Loftus Road per vedere le partite, assistendo solamente ai match in trasferta della squadra. Fu creata l’associazione di tifosi “Back to Cottage”, che successivamente divenne la “Fulham Supporter Trust”, per mettere pressione ai proprietari e per affermare a gran voce che l’unico stadio del Fulham era Craven Cottage. Dopo un anno e mezzo di esilio ancora non ci furono sviluppi, ma nel dicembre 2003 vennero finalmente svelati i piani per l’ammodernamento di Craven Cottage secondo i requisiti della Premier League: come sempre succede in Inghilterra, una volta presentati i piani i lavori partirono celermente già dal gennaio 2004 ed il 10 luglio 2004 venne inaugurato, in un’amichevole contro il Watford, l’attuale Craven Cottage ponendo allo stesso tempo fine all’umiliante esilio a Loftus Road.

Il cottage

L’IMPIANTO ATTUALE

Visione d’insieme di Craven Cottage, con la splendida location sul Tamigi

Dal 2004 quindi Craven Cottage assume l’attuale forma, uno degli impianti più piccoli della Premier League con 25.700 posti a sedere e un fascino unico nel suo genere. Da tradizione abbiamo 4 stands separate tra loro: angoli vuoti, ad eccezione dell’angolo tra la Riverside Stand e la Putney End, dove è situato il caratteristico Cottage.

THE JOHNNY HAYNES STAND

La statua di Johnny Haynes

La main stand dell’attuale Craven Cottage è ancora la stessa stand progettata da Archibald Leitch nel 1905, solamente ammodernata e dedicata a Johnny Haynes, leggendaria punta del Fulham deceduta nell’ottobre 2005 in seguito ad un incidente stradale, proprio nel centenario della Stevenage Road Stand che da allora prese il suo nome. Tutta la stand rappresenta un edificio classificato Grade II nella scala inglese, il che vuol dire sostanzialmente che questa struttura è un patrimonio nazionale e non si può abbattere, un qualcosa di unico e significativo per un paese che spesso si rinnova in ambito sportivo, demolendo posti storici quali Highbury e Wembley. La facciata della stand è completamente costituita da mattoncini rossi con delle colonnine decorative in grigio nelle quali è incastonato lo stemma del club; nella stand vi è inoltre incastonata una stone commemorative per il Fulham 2000 e per il ritorno al Cottage della squadra nel 2004. Gli ingressi all’impianto sono strettissimi come ho potuto sperimentare personalmente e sono decisamente caratteristici; sempre qui sono situati sul lato dell’Hammersmith End il cottage, il ticket office e l’ingresso delle squadre, mentre sul lato della Putney End abbiamo il piccolo, ma fornitissimo, club shop (anche se io, dopo aver visto Fulham-Wigan nel 2010, volevo la maglia di Dempsey ma non c’era la possibilità perchè avevano finito le E da stampare nel post-partita).

La storica facciata della stand

Andando nella tribuna vera e propria, non possiamo non notare come vi siano ancora i vecchissimi seggiolini in legno datati 1905: ne sono presenti 3571, tutti solidi come fossero appena stati installati e situati nella parte alta della tribuna. La visuale è disturbata dai piloni di supporto della copertura, ma è una cosa a cui ormai i tifosi hanno fatto il callo e che non baratterebbero mai con una struttura senza piloni ma nuova. Caratteristico sulla copertura, esattamente a metà della stand, il triangolino con lo stemma del club e la scritta “Fulham Football Club” a dare quel tocco in più al capolavoro di Leitch. Tornando all’esterno, all’angolo con la Hammersmith End, proprio dove scendono i giocatori all’arrivo al campo con il pullman, c’è anche la statua di Johnny Haynes, un altro doveroso ricordo per la storica figura di questo club, un punto di ritrovo per gli appassionati di calcio.

La tribuna allo stato attuale

PUTNEY END

L’attuale Putney End

Si tratta della stand più recente, costruita con i lavori di rinnovo avvenuti nel 2004 sulla vecchia terrace quasi centenaria. Qui vi sono i posti riservati ai tifosi ospiti e, unico caso in tutta la Gran Bretagna, i tifosi neutrali. Essendo il Fulham un club che non ha conosciuto l’esperienza hooligans e che ha sempre goduto di tifosi tranquillissimi, mischiati tranquillamente agli avversari, la FA ha dato la deroga più unica che rara per istituire questa sezione dello stadio, dove chiunque può vestire qualsiasi flag, qualsiasi maglia, qualsiasi vessillo della propria squadra del cuore, anche non strettamente impegnata nel match in corso. La costruzione è stata mantenuta simile a quella dell’opposta Hammersmith End, in continuità con tutta la struttura ispirata da Leitch cento anni orsono. La copertura è sostenuta da pali che si trovano nella parte medio-alta della stand, dando solamente a pochi posti la restricted view. Sopra gli ultimi posti c’è lo scoreboard elettronico, piccolino a dir la verità; all’esterno si può addirittura camminare “dentro” la stand ed è un percorso obbligato per recarsi alla Riverside Stand, dove, nell’angolo costituito dalle due stand, si trova un albero, unico albero nel perimetro di uno stadio inglese. Dietro la stand si trova il Bishop Park; i seggiolini, tutti neri, compongono il nome del club in bianco. Una piccola appendice al confine con la Riverside Stand contiene i vari executive boxes per i clienti VIP, senza tuttavia chiudere l’angolo tra le due tribune.

RIVERSIDE STAND

L’attuale Riverside Stand

Se la Johnny Haynes stand ha dalla sua il fascino della storia, la Riverside Stand ha dalla sua la particolarità di essere a pochissimi passi dal Tamigi, quasi a strapiombo sul fiume. Location affascinante e unica, alla quale si accede dagli ingressi delle altre stand proprio perchè le vie di accesso dal lungofiume sono chiuse. Esternamente, da lontano, è abbastanza anonima, una sorta di prefabbricato bianco a cavallo del fiume; nella parte esterna però si trovano un ristorante ed un cafè aperti durante la settimana, dove chiunque può andare a cenare in una location a dir poco suggestiva. All’interno troviamo la tribuna stampa e la “tribuna VIP”; come nel resto dell’impianto troviamo i soliti pali di sostegno alla copertura dando anche qui dei posti a restricted view. Sui seggiolini campeggia la scritta Fulham FC, interrotta nella parte centrale. Sulle pareti campeggiano le scritte degli sponsor, unico modo di arrotondare data la limitata disponibilità di box per le aziende. Curiosità finale è che in corso c’è la campagna per riportare le flag sulla Stand a sventolare sul Tamigi, un’idea che ha tutta la approvazione di chi vi scrive. Come vedremo successivamente infine, questa stand potrebbe subire un profondo rinnovamento nei prossimi anni.

HAMMERSMITH END

E anche l’Hammersmith End in tutto il suo splendore

La stand più a nord dello stadio, quindi più vicina ad Hammersmith (da qui il nome) è la parte riservata ai tifosi di casa “più calorosi”. Come per la Putney End, anche qui fino al 2001/2002 c’erano i cari vecchi terraces mentre adesso i posti sono tutti completamente a sedere. La copertura era già presente e il tutto si integra perfettamente nella struttura dell’impianto; a differenza della Putney End qui il sostegno alla copertura è centrale e non laterale, ostruendo un po’ la visuale a buona parte del pubblico. Ai lati della stand abbiamo gli executive boxes mentre nell’angolo col Tamigi c’è lo striscione permanente “We are Fulham”; i seggiolini compongono la scritta Fulham e fino a qualche anno fa sul tetto c’erano le bandiere delle nazioni dei giocatori del Fulham, simpatica idea ora sparita per motivi non ben precisati.
THE COTTAGE

Il cottage dall’interno dello stadio

La struttura più famosa dell’intero stadio, come vi abbiamo scritto, nacque per errore e da tempo è sede di un piccolo balcone dove è possibile assistere alla partita sui vecchi seggiolini in legno in luogo invidiabile, tra la Putney End e la Johnny Haynes Stand. Non è comunque una sezione aperta al pubblico, in quanto il Fulham tiene a precisare che è l’area riservata alle famiglie dei giocatori. All’interno si tenevano meetings del board esecutivo sino a qualche tempo fa ed ancora sede degli spogliatoi e della clubhouse del club. Gli spogliatoi, come i più appassionati di voi ricorderanno, sono stati duramente criticati da Alex Ferguson alcuni anni orsono perchè troppo piccoli, una critica forse legittima, ma quantomai fuori luogo in un impianto che è al di fuori di ogni logica e di ogni tempo.

L’interno del Cottage

PROGETTI FUTURI

Dedichiamo una sezione a parte sul futuro di questo impianto proprio per la sua particolarità e per il suo essere un’istituzione nel panorama calcistico inglese e mondiale. Negli ultimi anni la capienza di Craven Cottage ha iniziato ad andar stretta al Fulham, soprattutto grazie all’ottima competitività della squadra, con l’affluenza media vicina al 100% della capacità dell’impianto. Logico quindi che si pensi di aumentare i posti e l’unico modo per farlo (cambiare stadio è totalmente fuori discussione, per fortuna) è ristrutturare una parte del Craven Cottage senza modificarne la fisionomia originale. L’unico modo per farlo, almeno così hanno pensato tutti coloro che si sono occupati di progettare il tutto, è quello di sistemare la Riverside Stand rendendola finalmente completa ed un tutt’uno con l’ambiente circostante. Vi diciamo già che il progetto è stato approvato il 26 luglio 2012 e quindi i lavori dovrebbero partire nell’immediato futuro senza alterare la normale attività sportiva della squadra e diminuire la capienza dello stadio. Non è facile provare a spiegarvi quello che succederà, ma ci proviamo: parlando di interno, sarà aggiunto un anello all’attuale stand mediante l’ampliamento della base esterna che sarà completamente rifatta così come la facciata. Verranno tolti i pali che ostruiscono la visuale e verrà rifatta tutta la copertura in materiale ambient-friendly. Il tutto verrà reso più moderno dall’installazione di schermi tv e nuove tecnologie per quella che dovrà essere la tribuna fulcro dello stadio; in più il tutto sarà realizzato in maniera tale da evitare riflessi di sole che possano disturbare la visuale delle persone assiepate nella Johnny Haynes Stand.

Il progetto di espansione della stand

Andando invece a guardare il progetto dall’esterno, la cosa che colpisce di più è sicuramente l’idea di rendere lo spazio tra la Stand e il fiume un’area viva in ogni momento. Verranno tolti i blocchi al lungo fiume e questo verrà ampliato così come verranno potenziate le “difese” nel caso di una piena del Tamigi. L’intera facciata della stand sarà rifatta con un design decisamente “esagerato”, nel senso che rispetto ad adesso sarà una cosa che colpirà sicuramente chi osserverà da lontano. Nelle idee degli architetti il tutto dovrebbe sposarsi meglio con l’ambiente, noi abbiamo qualche dubbio. Saranno modernizzati ed aumentati i bar ed i ristoranti, sarà rifatto un club shop molto più grande e vi saranno anche le hospitality areas. La capacità dell’impianto salirà a 30 mila posti e sicuramente aumenterà il comfort degli spettatori in quest’area. Si tratta di un progetto in cui il Fulham crede molto, così come i residenti e, sembra, anche gli stessi tifosi: staremo a vedere cosa ne uscirà una volta che saranno iniziati i lavori e scopriremo se il Cottage perderà o meno parte della sua magia.

E come sarà la nuova stand dall’esterno

L’ATMOSFERA

Per parlare di atmosfera a Craven Cottage dobbiamo fare un doveroso distinguo (come ci capiterà di fare in alcuni altri stadi) tra l’atmosfera creata dal pubblico e l’atmosfera creata dall’impianto stesso. Quest’ultima spero di avervela trasmessa raccontandovi la storia dell’impianto, una storia che non appena si arriva in visione di Craven Cottage ti appare davanti in tutta la sua fascinosa bellezza. Dentro e fuori è una sensazione difficile da spiegare per un’amante del calcio inglese, un must sicuramente da vedere e da vivere. L’atmosfera creata dal pubblico invece è tra le più “scarse” in Premier League, non a livello di Wigan ma non siamo troppo lontani. C’è differenza, perchè alla squadra i tifosi ci tengono e parecchio anche, ma non vivono la partita in maniera vocale, viscerale come invece accade da altre parti. Si respira un’aria di tranquillità nell’impianto, una tranquillità che permette nella Putney End di vedere tifosi di entrambe le squadre mischiati, una tranquillità interrotta da qualche incitamento proveniente dalla Hammersmith End ma nulla di trascendentale. Sicuramente colpa anche della presenza di moltissimi turisti, ma anche del fatto che Fulham è incastrata tra i territori di Chelsea e QPR, che dall’alto della loro gloriosa storia hanno attratto molti più sostenitori. Proprio con queste due squadre la rivalità è più accesa, soprattutto con il Chelsea per la strettissima vicinanza: ma attenzione, non parliamo di rivalità al livello di quelle West Ham – Millwall o Spurs – Arsenal, anche se in queste due partite qualche momento di tensione fuori lo si può vivere. L’esperienza è comunque piacevole al Cottage, all’ingresso in campo solitamente vengono distribuiti dei cartocini da far “suonare” sulle note di Palladio degli Escala, canzone che rende benissimo in quel momento. Durante la partita il pubblico non è molto partecipe, nemmeno nelle esultanze ed è questa la pecca maggiore (fatto salvo per Chelsea e QPR). Ma tutto è superato dalla bellezza dell’esperienza completa di una giornata di calcio a Craven Cottage, che va sicuramente vissuta anche per il solo fatto di vedere i giocatori scendere dal pullman praticamente in mezzo alla gente, sia locali, sia avversari.

CURIOSITA’

Craven Cottage è stato uno dei primi stadi ad ospitare amichevoli tra nazionali in campo neutrale ed attualmente è utilizzato soprattutto per le amichevoli “Europee” dell’Australia, anche per la presenza di una nutrita comunità Aussie nel quartiere. Ma qui si sono visti pure la Selecao (in un match amichevole col Ghana), la nazionale irlandese e addirittura quella Koreana. Qui, nel 2011, si è anche disputata la finale di Champions League femminile con la vittoria del Lione 2-0 sulle tedesche del Potsdam.
Anche il rugby ha trovato il suo spazio, in particolare negli anni 80: qui sono stati di casa i giocatori del Fulham Rugby League Club, attualmente conosciuti come London Broncos (o Harlequins); pure l’università di Oxford ha tenuto alcuni suoi match qui. Infine, e qui andiamo nell’extra sport, è possibile trovare all’interno del perimetro dello stadio una statua dedicata a Michael Jackson, inaugurata da Al-Fayed nel 2011 per la sua amicizia col cantante e per il fatto che il re del pop aveva assistito ad una partita del Fulham divertendosi tantissimo. Inutile dirvi che la statua ha attirato moltissime critiche e proteste da parte dei tifosi.

Capacità: 25.700

Misure del campo: 100 x 65 metri

Record attendance: 49.335 (1938 – Division Two vs Millwall)

Record attendance attuale: 25.700 (2009 – Premier League vs Arsenal)

FONTI

Football ground guide

Fulham official site

Wikipedia

Craven Cottage development site

Groundhopping

Viaggio nella Birmingham del calcio: parte seconda, Aston Villa

Aston Villa Football Club
Anno di fondazione: 1874
Nickname: the Villans
Stadio: Villa Park, Birmingham B6
Capacità: 42.785

Seconda tappa nella città di Birmingham per conoscere l’Aston Villa Football Club. I Villans sono sicuramente la squadra più nota di Birmingham e dintorni, anche se ci è capitato spesso di sentire che “l’Aston Villa? Gioca a Londra vero?” e di recente un attuale giocatore del club ha confermato quest’idea, diffusa tra i conoscitori superficiali di calcio inglese, che il club abbia sede a Londra (l’articolo QUI). Il perchè è misterioso, e sinceramente non è che ci interessi molto perpetuare un errore, anche perchè l’Aston Villa ha sede a Birmingham da 138 anni e non vediamo il motivo per far traslocare il club, che è il più tifato nella regione delle West Midlands. Ok, l’introduzione colorita ci fa rompere il ghiaccio con l’ambiente dei Villans, una delle squadre più vincenti d’Inghilterra e una delle cinque ad aver messo in bacheca la Coppa dei Campioni/Champions League, e soprattutto la squadra dalla quale ha avuto inizio la Football League come vedremo. Trovare un argomento più importante di questo per sottolineare l’importanza del club è francamente difficile (in aggiunta, possiamo dire che è il club ad aver fornito più giocatori alla Nazionale inglese), per cui ci avviamo a ripercorrerne la storia.

La leggenda intorno alla fondazione dell’Aston Villa fa rivivere quelle atmosfere delle città vittoriane, sotto lampioni a gas e nella nebbia notturna che i film ci hanno più e più volte riproposto, la letteratura raccontato e nella quale Jack lo Squartatore ha scritto la sua macabra storia. Ok, abbiamo romanzato un po’ perchè ci piaceva farlo, ma come riporta il sito ufficiale “Jack Hughes, Frederick Matthews, Walter Price and William Scattergood from the Villa Cross Wesleyan Chapel cricket team meet under a gas-light to form a new club“. Era il Marzo del 1874, e come si legge nel passo riportato siamo nuovamente di fronte a un’origine legata al cricket. Il nome scelto per la squadra fu Aston Villa Football Club: Villa, derivante dal nome del team di cricket, e Aston dal distretto d’origine. La prima partita venne disputata contro l’Aston Brook St Mary’s, che aveva il piccolo problema di essere….un club di rugby. Come risolvere il problema? Uno scambio di opinioni e l’idea balenò alla testa dei nostri: un tempo con le regole del calcio, uno con quelle del rugby! La partita finì 1-0 per l’Aston Villa, quindi con un goal e non una meta. Bellissimo. Primo campo utilizzato dalla squadra: Parry Barr, affitto di 7 sterline e 10 scellini (il fatto di aver abolito gli scellini è una di quelle cose per cui ringrazieremo a vita i britannici); nei due anni successivi il prezzo arrivò a 20 sterline, nemmeno poco per i tempi.

Intanto, sul campo, la squadra prendeva forma. Tra i personaggi principali di questi primi anni George Ramsay, scozzese che per caso si presentò a una partita tra due formazioni dell’Aston Villa (un match titolari contro riserve, per banalizzare): quel giorno a una delle due squadre mancava un giocatore, lui chiese così di poter giocare e a fine giornata era già stato nominato capitano. Sarà lui ad alzare il primo trofeo nella stroria dei Villans: la Birmingham Senior Cup. Nel frattempo, venne invitato a entrare a far parte del comitato dirigenziale un altro scozzese, negoziante in città con il fratello, di nome William McGregor. Ma prima che il signor McGregor prendesse carta e penna e scrivesse la storia di the Beautiful Game, nel 1887 l’Aston Villa fece conoscere il suo nome al Paese, quando alzò al cielo del Kennington Oval di Londra la FA Cup, vinta contro i vicini del West Bromwich Albion. Capitano Archie Hunter, nemmeno a dirlo, scozzese anch’egli; in campo tra gli altri Howard Vaughton, nativo di Aston, uno dei primi giocatori internazionali (le partite dell’Inghilterra a cui prese parte furono tutte contro Irlanda, che a quel tempo faceva ancora parte del Regno, e Scozia, quindi partite tra Home Nations) che, quando si ritirò aprì un laboratorio per la produzione di materiale in argento che fu incaricato di rifare l’FA Cup quando il trofeo originale sparì nel 1895. Curiosità con cui ci avviamo verso il 1888, l’anno chiave.

La statua dedicata a McGregor fuori Villa Park

Fu in quell’anno che McGregor, stufo di dover assistere a partite amichevoli al di fuori delle coppe (FA Cup, le varie Senior Cup etc) che attiravano un numero esiguo di spettatori, ebbe l’illuminazione di creare una competizione di lunga durata, con più squadre coinvolte che si affrontassero tra loro: in altra parola, un campionato. Scrisse, oltre ai membri dell’Aston Villa, ad altri quattro club (Balckburn Rovers, Bolton Wanderers, Preston North End e Stoke FC) che appoggiarono l’idea; in un successivo meeting aderirono all’idea di McGregor anche Accrington, Burnley, Derby County, Everton, Notts County, West Bromwich Albion e Wolverhampton Wanderers. Nasceva, al Royal Hotel di Manchester (che non esiste più, ma una placca in Market Street commemora l’evento), la Football League. La stagione inaugurale i Villans terminarono al secondo posto, e Tom Green segnò il primo goal del club nella lega (1-1 contro i Wolves). Ma non passò molto tempo prima che il Villa conquistasse il titolo: era il 1893/94; l’anno successivo, nuova vittoria in FA Cup, ancora una volta contro il W.B.A. (1-0), e nel 1895/96 il terzo trofeo in tre anni (e non sarebbe finita lì, ma dobbiamo un attimo interrompere il discorso..) con la vittoria in campionato davanti al Derby County. L’Aston Villa aveva iniziato il cammino che porterà il club ad essere il più vincente d’Inghilterra: rimarrà tale fino agli anni ’80 del XX secolo (in quanto a domestic trophies). Di McGregor rimane oggi niente meno che una statua fuori da Villa Park, a testimonianza dell’importanza del personaggio.

Nel 1897 l’impianto di Perry Barr divenne obsoleto per gli standard raggiunti dal club, sia in quanto a possibilità di espansione (i problemi principali riguardavano l’accesso) sia, soprattutto, perchè l’affitto divenne elevato, e il club sentiva il bisogno di un impianto di proprietà. Divenne così oggetto di desiderio del club il terreno dell’Ashton Lower Grounds (“the finest sport ground in the district“), anche se le negoziazioni si protrassero nel tempo e ci vollero due anni prima di giungere all’accordo definitivo, che prevedeva un contratto d’affitto della durata di 21 anni con l’opzione d’acquisto a favore del club in qualsiasi momento l’avesse ritenuto. Ovviamente, ma a questo punto non c’è nemmeno bisogno di dirlo, lo stadio è quello che oggi chiamiamo Villa Park (dagli inizi del ‘900 venne introdotto questo nome, e non in forma ufficiale ma come consuetudine tra i tifosi). La prima partita venne disputata contro il Blackburn Rovers, un’amichevole che servì anche a celebrare il double: ebbene sì, perchè nella stagione 1896/97 l’Aston Villa vinse nuovamente il campionato (il terzo in quattro anni) e la FA Cup, sconfiggendo per 3-2 l’Everton al Crystal Palace. Per un altro double da parte di un club inglese passeranno 60 anni.

La squadra del 1899

L’Aston Villa continuò il suo entusiasmante momento vincendo anche il campionato del 1898/99: i Villans arrivarono all’ultima giornata appaiati in testa al Liverpool, che sconfissero per 5-0 proprio nella partita finale della stagione. E il XIX secolo terminò alla grande, visto che il club si confermò campione anche per il 1899/1900: facevano cinque titoli di Football League e tre FA Cup, e facevano dell’Aston Villa il club più temuto e invidiato d’Inghilterra. Tra gli eroi di quel periodo, il capitano John Devey, local boy (nativo di Newtown), attaccante, al Villa dal 1891 al 1902. Nonostante fosse diminuito il gap con gli avversari, il Villa continuò anche nel nuovo secolo a incamerare successi, certo più sporadicamente rispetto al recente passato ma nemmeno troppo male, visto che nel 1905 venne rivinta l’FA Cup (2-0 al Newcastle United), nel 1910 un nuovo titolo in campionato e nel 1913 un’altra FA Cup, questa volta nella finale contro il Sunderland, altra squadra del nord-est, a cui assistettero 121.000 spettatori. Oltre al già citato Devey, ricordiamo doverosamente Howard Spencer (“the Prince of full-backs”, che ereditò la fascia da Devey stesso), Joseph “Joe” Bache, Harry Hampton (“the Wellington Wirlwind” – dal luogo di nascita – o semplicemente “Happy Harry”). Per chiudere gli anni precedenti la prima guerra (“Aston Villa Golden Era”, come generalmente vengono chiamati i periodi vincenti di una squadra) doveroso ricordare che il Villa Park venne acquistato, come previsto dal contratto stipulato e prima citato, nel 1911.

La ripresa delle competizioni vide un nuovo trofeo trovar posto nella bacheca, affollata, del club, quando l’FA Cup venne nuovamente alzata al cielo nella finale di Stamford Bridge vinta ai supplementari contro l’Huddersfield Town. In campo un giovane Billy Walker, forse il più grande giocatore ad aver indossato la maglia dell’Aston Villa (dal 1919 al 1933) e futuro manager di Sheffield Wednesday e Nottingham Forest. Tuttavia fu l’ultimo sussulto del club, che per vincere un altro trofeo dovrà aspettare 37 anni. E dire che in quest’intervallo di tempo non mancheranno i grandi giocatori, su tutti il mitico Tom “Pongo” Waring, il cui mito non risiede (solo) nel nickname ma anche nell’aver segnato qualcosa come 49 goals nella stagione 1930/31, in cui i Villans finirono secondi alle spalle del grande Arsenal che stava vivendo la sua prima golden era (il Villa segnò un totale di 128 goal, record di sempre per goal segnati in massima serie). Nel 1934 il club decise di nominare il suo primo manager: precedentemente infatti, alla guida tecnica, chiamiamola con terminologia attuale, c’era un comitato, il cui capo (secretary) era responsabile delle scelte. Insomma, in pratica il secretary svolgeva il ruolo che oggi svolge il manager, e i primi (e unici) due furono il già citato George Ramsay e W.J. Smith. Il primo vero manager fu Jimmy McMullan, da giocatore membro dei Wembley Wizards scozzesi, ma che tanto mago non si rivelò visto che, sotto la sua guida, l’Aston Villa conobbe per la prima volta l’amaro sapore che solo una retrocessione sa dare. Due stagioni ci vollero a Jimmy Hogan, il sostituto di McMullan e uno dei primi manager giramondo (allenò in Francia, Austria, Ungheria, Svizzera, Germania) per riportare i Villans in massima serie, e lì sii trovavano allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Billy Walker

Alla ripresa delle competizioni l’obbiettivo principale fu quello di ricostruire un team che nel suo DNA si sentiva vincente, con tutte le ragioni del Mondo vista la bacheca. Il compito fu affidato a Alex Massie prima e George Martin in seguito, ma nessuno dei due riuscì a ottenere risultati soddisfacenti cosicchè nel 1953 l’ex giocatore del club Eric Houghton fu chiamato a guidare il club. Una delle prime cose che fece fu lanciare in prima squadra Peter McParland, che si unì al club nell’ultima parte del periodo di Martin: fu proprio McParland a segnare la doppietta decisiva nella finale di FA Cup del 1957 contro il Manchester United, che riportò un trofeo al Villa Park dopo 37 anni. Hogan però venne sostituito nel 1958/59, con la squadra in piena lotta retrocessione; al suo posto Joe Mercer, che non riuscì tuttavia ad evitare la seconda retrocessione nella storia del club (e la seconda a livello personale dopo quella vissuta alla guida dello Sheffield United), ma che riuscì nell’impresa di vincere al primo tentativo la Second Division. Mercer (che incontreremo nuovamente parlando del Manchester City) costruì un gruppo di giovani giocatori (tra i quali Charlie Aitken – recordman del club in quanto a presenze, Alan Deakin, John Sleeuwenhoek, Harry Burrows, in seguito arriveranno Phil Woosnam e Tony Hateley), che non portarono grandi successi o piazzamenti ma che si aggiudicarono la prima edizione della Coppa di Lega. Era il 1961.

Poi, il crollo. Gli anni ’60 culminarono in negativo con la retrocessione del 1969/70 addirittura in Third Division. Ma fu la cosidetta punta dell’iceberg, per quanto dolorosa per i tifosi. Infatti fu la naturale conseguenza di una gestione primo-novecentesca di un club ormai moderno: la dirigenza, composta da uomini “who had failed to adapt to the new football reality“, non sviluppò mai ad esempio una rete di osservatori o strutture di allenamento. A dir la verità la retrocessione in Third arrivò sotto la nuova dirigenza, dopo che le dimissioni di un dirigente portarono i colleghi a mettere in vendita il club, che fu rilevato da Pat Matthews. Matthews nominò presidente Doug Ellis, che salvo una pausa dal 1975 al 1982, lo rimarrà fino al 2006. L’Aston Villa tornò, guidato da Vic Crowe, tornò in seconda serie nel 1971/72, dopo aver tra l’altro disputato una finale di League Cup da squadra di Third Division, persa però contro il Tottenham; tuttavia Crowe non riuscì nell’obbiettivo primario del ritorno in First, e fu sollevato dall’incarica nel 1974. Al suo posto, Ron Saunders, due finali di League Cup perse con Norwich City e Manchester City. Al primo tentativo, Saunders ottenne la promozione, e riuscì anche a sfatare un personale tabù aggiudicandosi la Coppa di Lega, proprio contro i suoi ex Canaries.

Una vecchia immagine di Villa Park

Un’altra Coppa di Lega (1977, contro l’Everton) fece da preludio alla gloria nazionale ed europea. Nel 1980/81 i Villans riportarono infatti il titolo a Birmingham, dopo un’avvincente sfida al vertice con l’Ipswich Town; la sconfitta dei Tractor Boys contro il Middlesbrough rese la parallela sconfitta dell’Aston Villa, in vantaggio in classifica, contro l’Arsenal ininfluente, e l’esultanza dei tifosi dei Villans alle notizie provenienti dalla partita dell’Ipswich fecero passare alla storia quel titolo come “the transistor championship“. Il Villa usò solamente 14 giocatori in quella stagione: Jimmy Rimmer, Kenny Swain, Ken McNaught, Dennis Mortimer, Des Bremner, Gordon Cowans e Tony Morley giocarono tutte e 42 le partite; Gary Shaw 40, Allan Evans 39 e Peter Withe 36; Gary Williams e Colin Gibson rispettivamente 22 e 21; chiudono David Geddis e Eamonn Deacy con 9 presenze a testa. La stagione dell’esordio in Coppa dei Campioni (il Villa aveva precedentemente raggiunto, in Europa, come massimo risultato i quarti di finale di UEFA) coincise con una prestazione in campionato deludentissima, tanto che, a Febbraio 1982, Saunders rassegnò le dimissioni con la squadra stagnante al diciannovesimo posto; il posto reso vacante venne preso da Tony Barton, assistente dello stesso Saunders. In Europa, però, la squadra in quel momento era qualificata per i quarti di finale (avendo nel turno precedente eliminato non senza fatica i campioni della DDR della Dynamo Berlino), dove avrebbe dovuto scontrarsi con la Dynamo Kiev del colonnello Lobanovsky. Lo 0-0 di Kiev fu seguito dal 2-0 al Villa Park, che aprì così le porte della semifinale, in cui i Villans si trovarono di fronte l’Anderlecht. 1-0 a Birmingham (goal di Tony Morley), 0-0 in Belgio: finale, senza peraltro subire goal per 360 minuti. La finale venne disputata a Rotterdam, di fronte il Bayern Munchen. Dopo 9 minuti Jimmy Rimmer, veterano tra i pali, si infortunò: al suo posto subentrò Nigel Spink, uno che aveva più famigliarità in assoluto con la porta di New Writtle Street, lo stadio del Chelmsford City. Bene, nemmeno a dirlo (l’episodio è abbastanza noto), quella sera Spink parò tutto il parabile, e bastò una rete di Withe per consegnare la coppa nella mani del capitano Dennis Mortimer. Il campionato si concluse con i Villans all’undicesimo posto.

Il momento più alto nella storia del Villa

La stagione seguente il club aggiunse in bacheca la Supercoppa Europea, anche se la Coppa Intercontinentale sfuggì, con la sconfitta in quel di Tokyo ad opera del Penarol; in campionato terminò sesto. Ma, incredibilmente, si stavano per aprire le porte della Second Division: dopo cinque anni dall’alloro europeo, l’Aston Villa di McNeill (che subentrò a Graham Turner, a sua volta subentrato a Barton) retrocesse. Era il 1986/87. Un altro Graham, Taylor, venne convinto da Ellis a prendere le redini della squadra, che riportò immediatamente nella massima serie: ad oggi stagione del Villa in Second fu proprio quel 1987/88. Taylor fece ancora meglio e, superando le aspettative e con un emergente David Platt in campo raggiunse il secondo posto in First Division, prima tuttavia di lasciare per andare a sedersi sulla panchina della Nazionale; al suo posto, lo slovacco Jozef Venglos, primo manager straniero in First Division, che durò una sola stagione prima di lasciar spazio a Ron Atkinson, ex WBA, Atletico Madrid e Sheffield Wednesday; salutò anche Platt, che per 5 milioni di sterline si trasferì al Bari. Atkinson nell’arco di poco più di una stagione portò a Villa Park Earl Barrett, Dean Saunders, Andy Townsend, Dalian Atkinson, Kevin Richardson, Ray Houghton e Shaun Teale, in pratica il nucleo della squadra che arrivò seconda nella stagione inaugurale della Premiership (1992/93) e che vinse, la stagione successiva, la Coppa di Lega. Fu il canto del cigno per Atkinson, che venne licenziato all’inizio della stagione 1994/95 e sostituito da Brian Little.

Little condusse nel 1995/96 l’Aston Villa, con in campo tra gli altri Gareth Southgate e il futuro Calipso Boy Dwight Yorke) a una nuova vittoria in League Cup (3-0 al Leeds United), alle semifinale di FA Cup e al sesto posto finale in campionato; la stagione successiva, però, il manager rassegnò le proprie dimissioni. L’ultimo decennio lo trattiamo più velocemente, visto che si tratta di fatti che più o meno tutti conosciamo. Gli anni di Gregory e O’Leary, l’ultimo manager della lunga presidenza di Doug Ellis, che nel 2006 cedette le sue quote all’americano Randy Lerner, che nel suo Paese gestiva la franchigia di football dei Cleveland Browns: Ellis rimane in società con il ruolo simbolico di presidente emerito. Il primo manager dell’era Lerner, anche se ufficialmente venne scelto da Ellis durante le ultime fasi della presidenza, è stato Martin O’Neill, che ha lasciato ad inizio stagione 2010/2011 dopo aver sfiorato la doppia gloria in coppa nell’anno precedente (finale di League Cup e semifinale di FA Cup). Houllier, il discusso McLeish (disastroso con i cugini del Birmingham City nonostante una Coppa di Lega, disastroso con i Villans e aspramente osteggiato dai tifosi) e da questa stagione Paul Lambert.

Il goal di Withe in finale di Coppa dei Campioni

Abbiamo questa volta lasciato per ultima la storia della maglia e quindi dei colori sociali, perchè è piuttosto complicata. Dal 1874, anno della fondazione, fino al 1877 la maglia era a righine orizzontali rosso-blu, stesso motivo ma con colori diversi (bianco-nero) della maglia 1877/78. Dal 1878 al 1881 l’Aston Villa indossò una delle maglie preferite di chi vi scrive: un leone rosso (il leone rampante scozzese) posto al centro di una maglia nera, maglie che si dice McGregor acquistò direttamente nella Scozia di cui peraltro era nativo. Problemi di lavanderia (ebbene sì, pare che il leone ne creasse) e vennero reintrodotte le righe sottili orizzontali, con nuovo cambio di colore: bianche e blu, e rimarranno tali dal 1881 al 1884. A questo punto le notizie si fanno confuse, e gli stessi storici del club (ci piace menzionare a questo proposito John Lerwill) hanno trovato notizie contrastanti: in questi anni il Villa passò da una maglia verde (due metà con due sfumature diverse), poi totalmente nera (presumibilmente quelle precedenti senza il leone ricamato), la mitica “piebald“, maglia bianca con chiazze rosse (che assomiglia un po’ a quella dell’Athletic Bilbao che suscitò scalpore), maglia a strisce verticali bianco-nere e maglia, sempre a strisce verticali, chocolate & blue. Finalmente, dal 1887, fece la sua comparsa il claret & blue, derivazione diretta della divisa precedente e che da quel momento in poi non abbandonò più il club.

Il leone comparso sulle maglie divenne anche il simbolo del club, e la connessione con la Scozia è sempre più evidente; nel corso degli anni cambiò leggermente, specie negli ultimi anni quando sono state rimosse le righe claret & blue dallo sfondo, diventato azzurro, ed è stata aggiunta una stella simbolo della vittoria in Coppa dei Campioni. In passato, come in moltissime altre squadre che abbiamo incontrato, venne utilizzato lo stemma della città di Birmingham come stemma sociale. La tifoseria dell’Aston Villa, per quanto radicata in quel di Birmingham e più in generale nell’area delle Midlands, ha ovviamente conosciuto nel corso degli anni uno sviluppo anche internazionale, specie per il successo degli anni ’80 che portò il club all’attenzione mondiale. Una tifoseria molto tradizionale, per così dire, in quanto il 98% è composto da bianchi britannici, a fronte di una città di Birmingham che vede tra l’insieme delle minoranze etniche raggiungere il 30%; su questo aspetto si è concentrata in questi anni la presidenza Lerner, che ha avviato una serie di iniziative per avvicinare maggiormente l’Aston Villa alla comunità.

Del Villa Park vi parlerà in futuro Cristian, come sempre. Le solite indicazioni per raggiungere lo stadio in treno, qualora vogliate gustarvi una partita o anche solo fare il tour dello stadio: da Birmingham New Street, la stazione cittadina principale, si prende il treno locale per le stazioni di Aston o Witton, un viaggio di non più di 10/15 minuti. Villa Park che è stata la sede del più alto numero di semifinali di FA Cup nella storia, 55. Bene, noi salutiamo l’Aston Villa e ci dirigiamo ad affrontare una tappa extra del nostro viaggio, perchè non saremo propriamente a Birmingham ma a West Bromwich, metropolitan borough di Sandwell, pochi passi da Brum e città natale di Robert Plant ma soprattutto casa del West Bromwich Albion

Trofei

  • First Division: 1893–94, 1895–96, 1896–97, 1898–99, 1899–1900, 1909–10, 1980–81
  • FA Cup: 1887, 1895, 1897, 1905, 1913, 1920, 1957
  • League Cup: 1961, 1975, 1977, 1994, 1996
  • Charity Shield: 1981
  • Coppa dei Campioni: 1981/82
  • Supercoppa Europea: 1982

Record

  • Maggior numero di spettatori: 76.588 v Derby County (FA Cup, 2 Marzo 1946)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Charlie Aitken, 552
  • Maggior numero di reti in campionato: Harry Hampton, 215

 

Il Leeds United cambia di proprietà.


“15 points, who gives a f***, we’re super Leeds and we’re going up…”

Questo breve coro è stato cantato centinaia di volte dai tifosi del Leeds United durante la stagione 2007-2008, stagione in cui vennero dedotti alla squadra esattamente 15 punti ancora prima di iniziare il campionato di League 1 a causa di gravi problemi finanziari. Una deduzione cosi pesante puo tarpare le ali a qualsiasi squadra, ma quel Leeds ebbe la forza di riemergere. Il campionato iniziò con 8 vittorie consecutive, che azzerarono quasi subito il distacco dalle altre, e terminò con ben 76 punti, finendo con un incredibile 5o posto finale; inutile dire che senza la deduzione dei punti sarebbero stati promossi direttamente, con un solo punto in meno dello Swansea che vinse il torneo. Purtroppo non ci fu la promozione tanto sperata,in quanto il Doncaster vinse la finale dei playoff a Wembley per 1-0, interropendo sul più bello il sogno dei tifosi.

Sullo sfortunato corso di eventi che ha portato una società così gloriosa e prestigiosa (5a in Inghilterra per numero di tifosi) ci si potrebbe scrivere un libro, ma non è di questo che voglio parlare. E’ notizia di ieri infatti che la GFH Capital, fondo di investimento arabo con a capo la famiglia reale del Barhain e rappresentata da David Haigh (tifosissimo del Leeds fin da bambino), ha finalmente concluso il cambio di proprietà del Leeds United, dopo quasi 6 mesi di trattative ufficiali e non. Il comunicato ufficiale è apparso sul sito intorno alle 11 di ieri, mandando la città di Leeds (e la comunità virtuale di tifosi del club) in delirio. Finisce qui l’avventura di Ken Bates al comando del club (anche se formalmente rimarrà presidente fino alla fine della stagione), per la gioia dei tifosi aggiungerei, dato che ha pubblicamente dichiarato più volte di essere un tifoso del Chelsea (squadra rivale) e di odiare il Leeds e tutto lo Yorkshire. Va detto che Bates è l’uomo che ha salvato il club dalla bancarotta nel 2007 ma che poi ha rallentato notevolmente la ri-crescita del club da quell’anno in poi (basta pensare alla cessione di Howson e Snodgrass, rispettivamente capitano e vice-capitano nell’arco di 6 mesi, oltre alla dipartita di alcuni giocatori molto promettenti come Johnson e Clayton). La dipartita dell’odiato Bates è probabilmente il motivo per cui questo cambio di proprietà è stato accettato così di buon grado da parte dei tifosi; in realtà negli ultimi anni ci sono stati diversi esempi di come il passaggio di proprietà di un club non è sempre così positivo come ci si potrebbe aspettare (es. Blackburn, Cardiff, per certi versi anche Liverpool) ma, nonostante i tifosi siano pienamente coscienti di ciò, la grandissima voglia di rinnovamento sta portando a ignorare alla grande questo possibile sviluppo.

Cosa c’entra il coro iniziale con il takeover? Ben poco in realtà, anche se la distanza che separa il Leeds in questo momento dalla prima in classifica è di ben 16 punti. Servirebbe un’impresa per raggiungere la promozione…proprio come quella del 2008. Quell’anno si è arrivati vicinissimi al miracolo, grazie alla spinta enorme portata ogni domenica dai 40.000 di Elland Road e dagli 8000 tifosi che seguivano costantemente la squadra in trasferta. Che questa sia la scossa psicologica che serviva alla squadra di Warnock, bloccata nella seconda metà della classifica a causa di prestazioni troppo brutte per essere vere? Mi piace pensare di si. Non importa se accadrà quest’anno o il prossimo o nel giro di 10 anni, ma “Super Leeds is coming back guys!”

 

EDIT: Già sono arrivati i primi “botti di mercato” da parte dei nuovi proprietari, nel limite del possibile ovviamente (in Inghilterra è ancora aperta la cosiddetta “emergency loan window”, in cui è possibile acquisire in prestito giocatori nei limiti dei campionati nazionali). Sono infatti arrivati in giornata il difensore Alan Tate dallo Swansea e l’esterno d’attacco Jerome Thomas dal WBA, a dimostrazione delle intenzioni serie della nuova società.

Viaggio nella Birmingham del calcio: parte prima, Birmingham City

Birmingham City Football Club
Anno di fondazione: 1875
Nickname: the Blues
Stadio: St Andrews, Birmingham B9
Capacità: 30.016

Eccoci a St Andrews per la prima parte del nostro viaggio in quel di Birmingham, andiamo a conoscere più da vicino la storia del Birmingham City. Il club venne fondato nel 1875 con il nome di Small Heath Alliance da un gruppo di fedeli della Holy Trinity Church di Bordesley Green, fedeli che già condividevano la passione per il cricket, che spesso come abbiamo visto sfociava in quella per il football, e che durante l’inverno in assenza del loro sport si annoiavano. Il primo campo utilizzato dalla squadra si trovava in Muntz Street, dato in affitto al club dalla famiglia Gressey per la somma di 5 sterline annue. Era il 1877, d’altronde. E il campo non era esattamente il prato do Buckingham Palace, almeno stando ai giocatori dell’Aston Villa, che il 27 Settembre 1879 affrontarono il Small Heath Alliance nel primo Second City derby della storia e che descrissero il terreno di gioco come “only suitable for pot-holing”. Fattostà che la partita terminò 1-0 per l’Alliance. Il club fece il grande passo nel 1885, passando al professionismo sulla base di un semplice accordo con i giocatori: metà dell’incasso delle partite sarebbe spettato agli stessi come forma di retribuzione. Anche in questo caso, come in quello delle 5 sterline annue, il tutto va classificato alla voce “altri tempi”.

Un altro grande passo venne compiuto nel 1888, quando il club divenne il primo in assoluto a organizzarsi come “limited company”, la nostra Società per Azioni. Capitale sociale? 650 sterline. Il tutto con conseguente nomina di una dirigenza (board of directors) e cambio di nome in Small Heath Football Club Ltd. Tutto era pronto per l’esordio nel calcio delle competizioni ufficiali (esisteva comunque la FA Cup, da cui nel 1887 lo Small Heath venne estromesso dall’Aston Villa), cosa che avvenne nel 1888/89 con la partecipazione alla Football Alliance, la sorella minore della Football League in cui verrà incorporata. Nel 1892 la Football League creò la Second Division, invitando alcune squadre dell’Alliance tra cui lo Small Heath, che così entro nella lega per eccellenza del calcio inglese, e vi entrò in grande stile vincendo il campionato; la promozione, però, gli fu negata dopo aver perso i “test matches” contro il Newton Heath, gli stessi test matches che l’anno successivo (contro il Darwen) garantirono al club la promozione in First Division dopo il secondo posto finale. Due stagioni in First e poi la retrocessione, e bisognerà aspettare il nuovo secolo per una nuova promozione.

La cosa interessante è vedere la media spettatori di questi anni, che si aggirava secondo le stime intorno ai 5.000 a partita in quel di Muntz Street. Anche per questo motivo, per accrescere l’appeal sulle folle, nel 1905 il club, su proposta del dirigente T.D. Todd cambiò il suo nome in Birmingham Football Club. In realtà Todd, avanti di circa 40 anni su quel che sarà poi la realtà dei fatti, aveva proposto il nome “Birmingham City”, ma gli azionisti si opposero, accettando come compromesso di chiamare il club col nome della città senza però l’appellativo City, il che tuttavia fece storcere comunque il naso a qualcuno, secondo cui si perdeva in questo modo l’essenza originale del club. Il tutto accompagnato dal progetto di un nuovo, imponenente stadio (75.000 spettatori la capacità), che altri non è che l’attuale St Andrews, nome religioso per una squadra fondata da fedeli (il nome deriva da una vicina chiesa). La storia dello stadio la lasciamo come sempre in sospeso visto che ce ne occuperemo in separata sede, è necessario però sottolineare come l’esigenza di un nuovo impianto fosse stata resa indispensabile da due fattori: la non-proprietà del sito, in cui il club era in affitto, e il rifiuto da parte della famiglia proprietaria dell’impianto di acconsentire a ulteriori modifiche in termini di ampliamento della capacità e rifacimento delle stands. La prima partita a St Andrews, contro il Middlesbrough, terminò 0-0.

Small Heath, 1892/93

La retrocessione in Second del 1907/08 fu seguita da quasi quindici anni in tale serie, sebbene tre fossero dedicati alla Guerra per cui le competizioni vennero sospese. Durante questo periodo, St Andrews venne messo a disposizione dell’esercito e divenne terreno di esercitazione per le reclute. Riprese le competizioni, alla seconda stagione il Birmingham ottenne la promozione, guidata da Franck Womack (capitano e una carriera dedicata ai Blues (sul cui colore delle maglie torneremo nel paragrafo seguente), dal nazionale scozzese Johnny Crosbie e dal giovane Joe Bradford, destinato a diventare il miglior realizzatore di sempre per il club ma all’epoca poco più che teenager, ai quali va aggiunto il portiere e nazionale inglese Harry Hibbs arrivato nel 1924. Sebbene non ottenne mai piazzamenti di alta classifica (il massimo fu un ottavo posto), la squadra trascorrerà tutti gli anni ’20 e ’30 nella massima serie, giungendo anche a una finale di FA Cup nel 1931 persa però per 1-2 contro i “vicini di casa” del West Bromwich Albion; l’unica rete per il Birmingham fu messa a segno da un Bradford che giocò nonostante reduce da un infortunio, che chiaramente non aveva ancora superato come apparve chiaro a tutti, rete segnata a parte. La retrocessione, alla fine, arrivò nell’ultima stagione prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Come detto apriamo la consueta parentesi sulle maglie. I colori originali dello Small Heath Alliance erano il blu scuro, stile bandiera scozzese, con una striscia bianca in diagonale, che partiva dalla spalla sinistra e scendeva verso destra; fu poi rimossa, lasciando la divisa interamente blu con pantaloni bianchi, che rimase tale fino al 1889, con un’unica parentesi nel 1885/86 quando dal nulla comparve una maglia a righe, sottili, verticali giallo-nere. La creazione della società per azioni coincise con l’introduzione di una maglia completamente nera, con il solo colletto giallo e pantaloni bianchi: anche questa maglia durò una sola stagione, e venne sostituita dal blu che tuttora è il colore della squadra e dai classici calzoncini bianchi. Insomma, la divisa attuale, se non fosse che nel 1893 si cambiò nuovamente, passando a un azzurro tenue che rimarrà fino al 1900, quando l’azzurro si fece meno tenue ma non diventò ancora blu. Nel 1913 venne introdotta la “V”, stile Brescia tanto per fare un paragone con una squadra più famigliare al pubblico italiano, e nel 1919 fu finalmente la volta della re-introduzione del blu. A metà anni ’20 si tentò di riportare la tonalità di blu a quella iniziale, delle origini, ovverosia un blu molto scuro, ma l’esperimento non ebbe un seguito. Negli anni ’80 infine, anni particolarmente fecondi in quanto a orrendi esperimenti sulle maglie dei club (gli anni ’80 non verranno ricordati per la moda..) il club introdusse dei risvolti (e calzettoni) rossi che poco avevano a che fare con la tradizione del club, e che per fortuna non saranno più riproposti. Nel corso degli anni ha invece trovato sempre più spazio sulla divisa il bianco, fino ad occuparne più di metà (calzoncini compresi) nella versione 1971-1975.

Gil Merrick, leggenda blues

Torniamo alla storia del club, che come detto nel dopoguerra dovette affrontare nuovamente la Second Division, oltre che il rifacimento di un St Andrews colpito dalle bombe tedesche. Nel 1943 intanto venne accolta, tardivamente, la proposta di Todd e il club venne ribattezzato “Birmingham City F.C.”. Dalla seconda serie il Birmingham City ne uscì brevemente nel biennio 1948-1950, quando retrocesse nuovamente. Il manager Bob Brocklebank tuttavia gettò le basi per un futuro più roseo, nonostante sul campo non riuscì a evitare la retrocessione, portando in una squadra che contava già sul nazionale inglese e leggenda del club Gil Merrick (portiere) Trevor Smith e Jeff Hall (che saranno futuri nazionali inglesi) oltre i vari Peter Murphy, Eddy Brown, Roy Warhurst, Alex Govan. I frutti di questa operazione li raccolse in primis il manager Arthur Turner, che vinse in grande stile la Second nel 1954/55 (infliggendo anche un 9-1 al Liverpool che rimane ad oggi la peggior sconfitta per i Reds), si piazzò al sesto posto al primo anno in First (record di piazzamento per il club) e raggiunse nello stesso anno la finale di FA Cup, persa nuovamente, questa volta 1-3 contro il Manchester City. Il percorso in FA Cup lasciò un segno indelebile nella storia del tifo per il City: avendo giocato tutte le partite in trasferta, i tifosi fecero loro la canzone di Harry Lauder “Keep right on to the end of the road”, che pertanto divenne (e rimane) l’inno del club. Il Birmingham City fece anche l’esordio in Coppa delle Fiere in quella stagione, prima squadra inglese a partecipare a una competizione europea, competizione che nelle due successive edizioni vide il club finalista, perdendo dapprima dal Barcellona e in seguito dalla Roma.

Anche in questa occasione, a parte il già citato sesto posto, i risultati in campionato furono mediocri, e le sconfitte in finale di coppa, sia essa FA Cup o delle Fiere, erano solo una magra consolazione. L’occasione di rivincita avvenne nel 1963, nella finale della neonata (da tre anni) League Cup; il Birmingham City si trovò di fronte in finale, in una competizione che nei primi anni le “grandi” snobbarono (non che ora ne vadano pazze) i cugini dell’Aston Villa, dati da tutti per favoriti alla vigilia. Siccome il calcio è bello perchè fino a un minuto prima del fischio d’inizio si possono dire un sacco di cose smentite un minuto dopo dai fatti, il City alzò la coppa, con un 3-1 casalingo all’andata seguito da uno 0-0 al Villa Park. Rimarrà l’unico trofeo importante fino al 2010/11 (in panchina sedeve l’ex giocatore Merrick). Nel 1964, dopo dieci stagioni in massima serie, la nuova retrocessione in Second. A questo punto il nuovo proprietario, Clifford Coombs, tirò fuori dal cilindro il classico coniglio, chiamando a guidare la squadra niente meno che Stan Cullis, i cui Wolves anni ’50 fanno ancora oggi parlare di loro ma che in quel momento si godeva in beatitudine il ritiro dal calcio professionistico. Cullis raggiunse la semifinale in entrambe le coppe (il Birmingham City ha una tradizione di semifinali di FA Cup perse piuttosto lunga) ma non ottenne la promozione, nonostante il suo calcio ancora seducente e efficacie, e tornò a godersi il suo tempo libero lontano dai campi da calcio.

Trevor Francis

La promozione arrivò dopo una serie di tentativi infruttuosi al termine della stagione 1971/72, con alla guida Freddie Goodwin e in attacco il local boy Bob Latchford, oltre che il diciottenne Trevor Francis, La cessione di Latchford nel 1974 lasciò il peso dell’attacco sulle spallle di Francis, non supportato tuttavia da una squadra che retrocesse nel 1979, dopo aver visto tra l’altro in panchina Sir Alf Ramsey, che nel 1977 fece un’apparizione da caretaker manager, ad interim insomma (era dirigente del club). Francis nel corso della stagione che si concluse con la retrocessione divenne il primo giocatore nella storia del calcio inglese ad essere pagato 1 milione di sterline, dal Nottingham Forest campione in carica. A questo punto, in rapida successione il club ottenne un’immediata promozione, una quasi immediata retrocessione e un’altrettanto immediata promozione/retrocessione, che aprì gli anni più bui nella storia del Birmingham City. Al termine della stagione 1988/89, infatti, il club retrocesse per la prima volta nella terza divisione del calcio inglese; la situazione finanziaria era drammatica (Coombs cedette a Whelan, ex proprietario del Walsall, che a sua volta passò la mano ai Kumar brothers, catena d’abbigliamento di Manchester) e il club dovette cedere perfino il centro d’allenamento. In questa situazione, Terry Cooper riuscì nel miracolo di riportare il Birmingham City in seconda serie, seppur la parentesi fu breve. Era il 1992, e le notizie positive arrivarono fuori dal terreno di gioco, con il passaggio della proprietà del club, in quel momento in amministrazione controllata, nelle mani di David Sullivan (attuale co-proprietario del West Ham United, insieme a quel David Gold suo compagno di avventura anche a Birmingham).

La nuova retrocessione in Division Two (che era la terza serie, diventata “two” per via della nascita della Premier League) questa volta rappresentò un punto di partenza. Vinto il campionato nel 1994/95 (con conquista anche del Football League Trophy), il club richiamò Trevor Francis, questa volta in qualità di manager, e con l’ex giocatore in panchina sfiorò diverse volte la promozione in Premier League via playoff, giungendo inoltre alla finale di Coppa di Lega del 2001 persa ai rigori contro il Liverpool. Nell’Ottobre dello stesso anno Francis lasciò il club rescindendo consensualmente il contratto che lo legava al Birmingham City, che per sostituirlo bussò alla porta del Crystal Palace, chiedendo il permesso di negoziare con Steve Bruce; gli Eagles non è che gradissero molto, e ne scaturì una lunga disputa che terminò dinanzi alla High Court. Bruce alla fine potè prendere le redini del Birmingham City e condurlo, partendo da una posizione di metà classifica, ai playoff, dove sconfisse in finale il Norwich City. Il Birmingham City tornava così in massima serie, e faceva il suo esordio in Premier League, in cui rimase quattro stagioni prima di cominciare una nuova altalena tra prima e seconda divisione, con l’acuto della vittoria, clamorosa quanto rocambolesca, contro l’Arsenal nella finale di Coppa di Lega del 2011.

Coppa di Lega 2011

Chiudiamo come sempre con la storia del logo. L’attuale nasce da un concorso ideato nel 1972 per i preparativi al centenario del club e condotto dalle pagine dello Sports Argus; fece la sua comparsa sulle maglie nel 1976, e rimane tale oggi nonostante una breve parentesi nel 1992 quando il mondo venne colorato di giallo e il pallone di rosso, un’oscenità. In precedenza, alle origine, veniva adottato come in tantissimi altri casi lo stemma cittadino, sostituito poi nel corso degli anni dalle iniziali BCFC intersecate tra loro. Arrivare a St Andrews è più facile in autobus (tra l’altro la stazione degli autobus dista solamente un miglio) piuttosto che in treno, visto che la stazione più vicina, Bordesley, è situata su una tratta locale; nel caso si volesse comunque prendere in considerazione la soluzione ferroviaria, le stazioni di riferimento sono Snow Hille e Moor Street, da cui partono i treni diretti a Bordesley.

Trofei

  • Coppa di Lega: 1963, 2011
  • Football League Trophy: 1995

Record

  • Maggior numero di spettatori: 67.341 v Everton (FA Cup, 11 Febbraio 1939)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Frank Womack, 491
  • Maggior numero di reti segnate in campionato: Joe Bradford, 249

Da Merton a Milton Keynes. La vicenda del Wimbledon F.C. e la partita dell’anno

Una delle cose che abbiamo sottolineato maggiormente nel nostro viaggio londinese è il legame imprescindibile tra squadra e comunità, con i club spesso figli della stessa (pensiamo al Fulham nato dai fedeli di una chiesa, etc) o comunque sviluppatisi in essa. Il legame è talmente forte che, di recente, quando il Chelsea ha paventato un trasferimento dall’altra parte del Tamigi, nel luogo ora occupato dalla Battersea Power Station (quella di Animals dei Pink Floyd), solo poche miglia in linea d’aria da Stamford Bridge, molti hanno storto il naso; e basti pensare alle polemiche sull’Olympic Stadium, con il Leyton Orient che accusa il West Ham, interessatissimo e più o meno vicino al trasferimento, di invadere il suo territorio di influenza. Succede quindi raramente che un club abbandoni il suo luogo di origine. L’Arsenal, nato a Woolwich e trasferitosi poi nel nord di Londra, è un caso più unico che raro; ma in quel caso, sebbene in un’altra zona, la base rimaneva comunque a Londra. Invece qui siamo di fronte a un furto di identità, di storia, e del posto in Football League che non è nemmeno poco, con un’intera comunità nel sud di Londra privata della propria squadra. Parliamo naturalmente del Milton Keynes Dons, e del club che subì tutto questo, il Wimbledon; per la prima volta dal 2003, quando successe il fattaccio, il 2 Dicembre in FA Cup l’MK Dons incontrerà l’AFC Wimbledon, la squadra che i tifosi dei Wombles fondarono quando la loro gli venne portata via. Per molti aspetti, la partita della stagione.

Lawrie Sanchez, Dave Beasant e l’FA Cup

Tracciamo il background che fece da scenario alla vicenda. Milton Keynes (Buckinghamshire) è una new town, creata dal governo negli anni ’60 per dare risposta alla richiesta di case che ormai la capitale non poteva più soddisfare; fu scelta tale zona poichè equidistante da Londra, Birmingham, Oxford, Leicester. Si creò in quel modo una nuova comunità che oggi conta 195.000 abitanti, nemmeno pochi. E che tuttavia non possedeva una squadra di calcio professionistica, come è abbastanza naturale visto che prima esistevano nella zona solo town (le principali Bletchley, Wolverton e Stony Stratford). Nel corso degli anni si tentò a più riprese di dotare la città di una sua squadra, purtroppo non partendo dal basso, ma trasferendo una squadra già esistente a Milton Keynes (a dir la verità in questi tentativi l’iniziativa era sempre presa dalla dirigenza del club, e solo nel 2003 sarà presa dalla città di Milton Keynes). Il primo tentativo venne fatto con il Charlton Athletic (1973), quando una delle tante liti tra il club e il borough di Greenwich fece paventare alla dirigenza il trasferimento; la cosa però si risolse con l’approvazione da parte del council borough dei piani di sviluppo di The Valley e tutto finì lì. Si provò nuovamente nel 1979, questa volta con il Wimbledon, club tradizionalmente di non-league ma nell’anno precedente promosso in Football League (e destinato a una rapida scalata). Il proprietario dei Dons, Ron Noades, vedeva in Plough Lane e in generale nel “bacino d’utenza” del club una limitazione per future ambizioni; comprò la squadra di Southern League di MK, il Milton Keynes City, e fu chiaro a tutti che l’obbiettivo era quello di trasferire armi e bagagli più a nord con una fusione tra le due squadre (tre membri della dirigenza del Wimbledon entrarono nel Milton Keynes City), asserendo che la città forniva maggiori possibilità di sviluppo rispetto al borough originario di Merton. Fortunatamente l’idea sfumò, quando Noades si convinse che il suo ottimismo non avrebbe avuto un riscontro nella realtà: “I couldn’t really see us getting any bigger gates than what Northampton Town were currently getting at that time” dirà nel 2001. L’ultimo tentativo venne fatto con il Luton Town nel 1983. Luton (Bedfordshire) non dista molto da MK (25 miglia), e nell’idea del club, che considerava Kenilworth Road stadio senza futuro (che però ad oggi è fortunatamente ancora la casa degli Hatters), la new town sarebbe stata ideale per un nuovo impianto, con tanto di cambio di nome in MK Hatters. Questo abominio fu duramente e ovviamente ostacolato dai tifosi del Luton, le cui proteste portarono al passo indietro da parte della dirigenza. Tutto questo fino al 2003, quando….

Questo il punto di vista di Milton Keynes, vediamo quello del Wimbledon. Il Wimbledon dal 1977 scalò rapidamente la piramide del calcio inglese, arrivando in First Division nel 1986/87. La Crazy Gang, l’FA Cup del 1988 sono tutte storie note. E proprio dopo l’FA Cup del 1988, il borough di Merton approvò la costruzione di un nuovo impianto da 20.000 posti che avrebbe sostituito nel giro di qualche anno Plough Lane, la casa dei Dons (o Wombles); purtroppo il nuovo consiglio eletto, a maggioranza laburista, bocciò il progetto nel 1990, e al posto dello stadio venne costruito un parcheggio. Un tempismo terribile, visto che nel 1991 il Rapporto Taylor obbligò tutti i club a ristrutturare i propri stadi per adattarli alle nuove norme di sicurezza post-Hillsborough: il Wimbledon non poteva in quel momento affrontare la spesa (c’è anche un’intricata storia riguardante una clausola posta su Plough Lane da parte del borough) e fu costretto ad abbandonare la sua casa originale per trasferirsi a Selhurst Park, stadio del Crystal Palace ironicamente di proprietà, in quel periodo, di Noades, l’ex chairman dei Dons. Il trasferimento, che avrebbe dovuto essere temporaneo, fu la pietra tombale sul club. Il borough di Merton e il club non riuscirono mai a trovare un punto di intesa su un nuovo impianto, il Wimbledon a Selhurst Park attirava un esiguo numero di spettatori, sradicato com’era dalla sua comunità locale (una decina di km nella Londra del calcio fanno tutta la differenza del Mondo) e in tale desolazione l’ipotesi di trasferire la squadra prese corpo e infine si concretizzò. Si parlò addirittura di Dublino, meta preferita del proprietario, Hammam, ma la Football Association of Ireland si oppose (giustamente), mentre la Premier League aveva già dato parere positivo; altre opzioni vennero scartate (Gatwick, Basingstoke, Cardiff), altre non andarono a buon fine, come il tentativo di acquistare Selhurst Park. Una situazione complessa, ingarbugliata, senza via d’uscita. Il club retrocesse al termine della stagione 1999/2000.

Plough Lane

In questa situazione si inserì il Milton Keynes Stadium Consortium. Il consorzio in questione era presieduto da Pete Winkelman e supportato da Asda (supermercati) e IKEA (svedesi con la passione di farti costruire le cose), e avrebbe dovuto riqualificare un’intera area cittadina con la costruzione di uno stadio da 30.000 posti, un ipermercato, uno store IKEA, hotel e roba varia. Il problema di questo affare (perchè tale era, un gigantesco affare come è nelle logiche imprenditoriali, che quasi sempre non coincidono con le logiche del calcio) era che il club più importante a livello locale, il già citato Miton Keynes City, giocava in Spartan South Midlands, ottavo livello della piramide, ed era difficile immaginare che uno stadio così grande fosse funzionale a un match contro l’Arlesey Town di turno. Insomma, quello stadio, con la riqualificazione e il giro d’affari seguente, necessitava di una squadra pro: niente squadra, niente costruzioni. Il consiglio cittadino approvò il progetto dicendosi pronto a ricevere una squadra già esistente. “it could be Southend or Blackpool, I suppose” ebbe a dire il leader del consiglio cittadino Miles, un modo carino per dire “non ce ne frega nulla da dove provenga, basta avere ‘sta benedetta squadra”. Il progetto di Winkelman, che secondo i detrattori operò ben conscio che quello stadio non sarebbe servito al Milton Keynes City (peraltro fallito nel 2003, l’anno del trasferimento del Wimbledon) ma ad ospitare una squadra pro trasferendola, vide la luce.

Lo stadio dell’MK Dons

Il consorzio contattò diversi club: Luton Town, Crystal Palace, Barnet, Queens Park Rangers, Wimbledon, ricevendo da tutti un secco “no”. Il più possibilista sembrò essere Charles Koppel, presidente del Wimbledon (i proprietari erano norvegesi), tanto che, quando nel Giugno 2001 il consorzio di Winkelman si presentò nuovamente a bussare alla porta del club, Koppel, ormai alla guida solitaria, disse di sì. Apriti cielo. La Football Association e la Football League disgustate intimarono Winkelman e Koppel di desistere dal tentativo, e specialmente la lega affermò che “franchised football would be disastrous“, e che qualsiasi club di Milton Keynes avrebbe dovuto scalare la piramide per guadagnarsi lo status di league-club. Si sarebbero presto rimangiate tutto, con la consueta tecnica del lavarsene le mani, anche se ufficialmente continuarono entrambe a dirsi contrarie allo spostamente del club. Quando il Wimbledon di Koppel fece appello contro la decisione, la Football Association costituì un arbitrato, di cui facevano parte il vicepresidente dell’Arsenal e dell’FA David Dein, Douglas Craig, controverso presidente dello York City e Charles Hollander, Queen’s counsel: i tre stabilirono che il rifiuto non seguì la procedura di legge, riaprendo alla possibilità del trasferimento. La FA a questo punto istituì una commissione speciale composta da Raj Parker, Alan Turvey, presidente della Isthmian (Ryman) League e Steve Stride, dirigente dell’Aston Villa. Nemmeno a dirlo, la commissione votò favorevolmente (2 voti a 1, Turvey fu contrario) per il trasferimento del Wimbledon a Milton Keynes. Era il 28 Maggio 2002.

I tifosi del Wimbledon reagirono alla decisione (umiliante, senza precedenti) fondando un loro club, l’AFC Wimbledon. Una tristemente famosa nota della commissione recitava: “Resurrecting the club from its ashes is, with respect to those supporters who would rather that happened so they could go back to the position the club started in 113 years ago, not in the wider interests of football“. Terrificante, umiliante, uno schiaffo ulteriore dopo lo scippo della squadra. Il resto lo sapete, con il trasferimento avvenuto definitivamente nel Settembre del 2003, mentre dell’AFC Wimbledon e della sua resurrezione abbiamo parlato in parte QUI. Il Milton Keynes Dons (questo il nome scelto dalla squadra) gioca invece in League One, avendo ereditato la posizione dal Wimbledon, e nel famoso stadio, inaugurato alla fine nel 2007 (precedenteme disputava le partite interne al National Hockey Stadium); dopo aver ereditato lo stemma del Wimbledon, su opposizione del College of Arms il club l’ha dapprima modificato, infine del tutto cambiato, mentre come colore è stato scelto il bianco al posto del giallo-blu del Wimbledon (che invece è stato ripreso dall’AFC). I due club, dopo dure dispute, sono anche giunti ad un accordo sulla storia, che il Milton Keynes Dons, dopo essersi presentato come erede della crazy gang, fa ora partire dal 2004; i trofei del Wimbledon invece sono diventati propretà del borough di Merton. In sospeso rimane la questione del nome, con una campagna promossa dal Wimbledon Guardian e sostenuta dal borough di Merton, nonchè dai due Member of Parliament del collegio di Merton, tesa a far rimuovere il “Dons” dal nome della squadra di Milton Keynes. Le parti, nonostante diversi incontri, non hanno tuttavia raggiunto un accordo sulla questione.

Della vicenda come detto in apertura parliamo perchè il calendario della FA Cup ha voluto che, il 2 Dicembre 2012, si giochi in quel di Milton Keynes la partita tra Milton Keynes Dons e AFC Wimbledon, il primo incontro tra i due club dopo i fatti narrati. Una partita che catalizzerà le attenzioni di tutta l’Inghilterra calcistica e non solo. I tifosi dell’AFC Wimbledon (club ancora oggi di proprietà degli stessi) hanno deciso di non partecipare al match. Come biasimarli: si troveranno di fronte coloro i quali hanno usurpato il loro club e la sua storia. E’ interessante al proposito QUESTO  articolo di un anno fa:
“When my club AFC Wimbledon won their game against Basingstoke in the fourth qualifying round of the FA Cup and went into the draw for the first round proper, I was again faced by comment by my friends about the prospect of a match against Milton Keynes Dons. Frankly I can’t think of anything worse. I never want to see it happen. “But it would be so good to beat them,” my mates say, imagining that I, a Dons Trust founder member and former season-ticket holder, would treat the game as the ultimate derby. No. A derby game is between neighbours, rivals, possibly even enemies. It’s like a golf match or ten-pin bowling evening against the annoying bloke next door, or those idiots in finance, or your smug brother-in-law. You’d love it if you win; conversely you’d have to grit your teeth in the face of taunting if you lose. But essentially, you acknowledge the right of your rivals to exist. And life is more interesting with them around. You hate them, but would miss them if you went. Well, that’s not the case with Milton Keynes (…) So, for those fans and journalists who try to persuade me and my fellow Wimbledon fans that such a game would be one of the matches of the season, I can only say: Please don’t”.

Per quanto ci riguarda, abbiamo chiesto all’amico della pagina Show me a way to Plough Lane, pagina dedicata all’AFC Wimbledon, un’opinione:
“Io credo che sia un match innaturale; un match che non si sarebbe mai dovuto giocare per il semplice fatto che per meri interessi economici, quali tra gli altri la costruzione di uno stadio e la necessità di avere un club professionistico, un club è stato sradicato dal suo luogo di origine e di vita per 113 anni, come una qualunque franchigia di un qualsiasi sport americano, uccidendo di fatto una società calcistica. Capisco perfettamente coloro i quali tra i tifosi dell’AFC Wimbledon si rifiuteranno di seguire la squadra in questa trasferta. Sarebbe un modo di legittimare l’esistenza stessa di un tale club, nato in una maniera che nulla ha a che fare con il modo di concepire lo sport in Inghilterra e in Europa. Se fossi però un tifoso dell’AFC Wimbledon – e non posso dire di esserlo, non avendo il loro vissuto alle spalle – forse (dico forse) mi convincerei in ultimo ad andare. E se vogliamo trovare per forza un dato positivo, è positivo che a distanza di dieci anni questa partita ribadisca davanti a tutto il mondo calcistico l’ingiustizia che i tifosi dell’AFCW furono costretti a subire a causa di una decisione avallata dalla Commissione istituita dalla FA; ed è positivo che un club bollato dalla stessa Commissione come “not in wider interests of football” sia arrivato a sfidare, risalendo passo dopo passo, coloro i quali provocarono la morte del Wimbledon FC”.

Questo ci porta a una riflessione. Non sarà una partita tra due squadre soltanto, ma una partita tra due filosofie e concezioni del calcio. Da una parte una mera questione d’affari, perchè se non mettiamo in dubbio che gli 8.000 che in media al Sabato si recano allo Stadium:mk (questo il nome dell’impianto) per sostenere l’MK Dons lo facciano in buona fede (alla fine loro non ne possono nulla, anche se troviamo difficile innamorarsi di un club in queste circostanze), quel club nasce da una gigantesca operazione economica, figlio del mondo degli affari e di una cultura dello sport delle franchigie che certamente si adatta allo sport americano, ma non inglese o più in generale europeo; dall’altra invece un club fondato dai tifosi, che si son visti privati della squadra espressione del loro quartiere e han deciso di rifondarla partendo dal basso, scalando la piramide e tornando con le loro forze in Football League. Il “support your local team” portato all’estremo, il calcio dei tifosi contro quello plastificato, che non suscita entusiasmo semplicemente perchè non ci si può innamorare di un prodotto artificiale, le cui maglie non odorano di storia e di gesta passate, soprattutto se tale prodotto non è frutto di un’iniziativa spontanea ma è importato. Il Chelsea o il Liverpool vennero fondati per riempire uno stadio vuoto, è vero, ma nel corso degli anni hanno scalato le posizioni per propri meriti: non hanno acquistato la loro posizione in Football League da un altro club, e soprattutto vennero FONDATI, non importati più o meno forzatamente, sradicando dal suo luogo d’origine un club preesistente. Ed è straordinario pensare che, durante la stagione 2002/03, l’ultima del Wimbledon F.C. ormai col destino già segnato, e con l’AFC Wimbledon già in vita, la media spettatori fosse più alta per i secondi, sebbene fossero i primi a giocare tra i professionisti. Ed è questo il vero insegnamento che questa storia fornisce: che il calcio inglese non solo è il calcio legato alla comunità, ma che questa ne è la vera forza. Han provato a uccidere il Wimbledon, e non ci sono riusciti, perchè i suoi tifosi non si sono arresi alle logiche del calcio moderno. Quando la comunità di Merton si è vista privata della sua squadra, l’ha rifondata, partendo dal calcio più amatoriale che esista, genuina testimonianza del legame che non scomparirà mai tra quartiere e club; se invece un giorno il Milton Keynes sparisse dal calcio che conta, quasi nessuno se ne accorgerebbe.

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Viaggio nella Birmingham del calcio: presentazione

Penultima tappa, ahinoi, del nostro viaggio multimediale nelle città inglesi che vantano due squadre professionistiche, oggi andiamo a Birmingham, West Midlands, casa di Aston Villa e Birmingham City.

Birmingham è la città più grande d’Inghilterra e del Regno Unito, considerando Londra un insieme di borough; se invece consideriamo la Greater London, Birmingham è la seconda città più popolosa, con 1.076.000 abitanti. Centro principale della West Midlands conurbation, l’insieme composto dalla città e da quelle limitrofe, Birmingham ha visto la sua importanza crescere con la rivoluzione industriale, come moltissime altre città inglesi, specie del centro-nord: fino al 1700 era infatti una market town di medio livello. Poi la trasformazione in uno dei centri industriali, economici e culturali più grandi del Regno, anche se ultimamente molte fabbriche hanno lasciato la città (rimangono la Jaguar Land Rover e l’industria della gioielleria) tanto che Birmingham vanta tristemente i due collegi elettorali con il più alto tasso di disoccupazione. Dicevamo, anche centro commerciale ed economico: due delle maggiori banche del Paese sono state fondate a Birmingham, la Lloyds Bank e la Midland Bank, ora HSBC. Mentre per quanto riguarda la cultura, vanta il più alto numero di università dietro alla capitale.

Poi ci sono i trasporti, e la centralità geografica di Birmingham ne fa uno snodo cruciale. M5, M6, M40 ed M42 passano tutte dalla città; la M6 forma anche la Spaghetti Junction, intricatissimo raccordo autostradale come potete intuire dal nome italianeggiante che richiama alla nostra amata pasta. Per quanto riguarda i treni, la stazione di New Street è la seconda più trafficata dopo quelle londinesi, nonchè la stazione di intercambio più importante del Regno Unito. L’aeroporto è invece il settimo del Regno, ma terzo dopo Manchester ed Edinburgo se non si considerano gli scali della capitale. Birmingham non è esattamente la città turistica per eccellenza, anzi. Qualche interesse architettonico, e poco più, anche se come tutte le città inglesi è da scoprire da vicino e non solo con l’occhio continentale per cui tutto quello da Londra in su è “grigiume piovoso”. Han soggiornato a Birmingham e dintorni Samuel Johnson, poeta, e Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, mentre originario di Birmingham anche se nato in Sudafrica era JRR Tolkien, il papà del Signore degli Anelli. Musicalmente le cose si fanno più interessanti. Birmingham ha dato vita a due grandi gruppi heavy metal: Black Sabbath (Ozzy Osbourne è nato ad Aston) e Judas Priest; al di fuori del genere, la città può vantare comunque gruppi famosi come Moody Blues, Traffic e Duran Duran. La città viene chiamata in slang “Brum“, e i suoi abitanti Brummies: il nome nel dialetto locale è infatti Brummagem. Ma quello che a noi interessa è il calcio…

Beh, esagerando forse, possiamo dire che Birmingham è la città che ci ha regalato il calcio inglese come lo conosciamo oggi: la Football League venne infatti ideata nel 1888 da William McGregor (come vedremo), dirigente dell’Aston Villa. Aston Villa e Birmingham City, le due squadre cittadine professionistiche cittadine che si affrontano nel Second City derby (Second City è un altro nick della città). In totale, su 117 match, i Villans ne han vinti 51, i Blues 37, mentre 29 sono stati i pareggi. D’altronde storicamente l’Aston Villa è la squadra più vincente, tra titoli inglesi ed europei, con in bacheca una Coppa dei Campioni; dall’altra parte, il Birmingham City ha invece messo in bacheca due Coppe di Lega, oltre ad aver disputato due finali di Coppa delle Fiere, nel 1960 e nel 1961, e nulla più. L’Aston Villa gioca al Villa Park, nel distretto di Witton; Bordesley è invece il distretto che ospita il City e il suo stadio, St. Andrew’s. E proprio da qui partiremo con il nostro viaggio, che dopo Birmingham City e Aston Villa ci porterà anche nella vicinissima West Bromwich, per conoscere più da vicino il West Bromwich Albion.

Un derby tra Birmingham City e Aston Villa del 1976