Viaggio nella Manchester del calcio: parte prima, Manchester City

Manchester_City.svgManchester City Football Club
Anno di fondazione: 1880
Nickname: the Citizens
Stadio: City of Manchester Stadium, Manchester M11
Capacità: 48.000

Oh, il Manchester City. Nelle declinazioni prevalenti in Italia, il “ManchesterCitydiMancinieBalotelli” (che fa da contraltare al “Manchester” e basta – ovvero lo United – come ripete sempre l’amico Roberto Gotta) o il “ManchesterCitydegliSceicchi”. Già, gli sceicchi, il cui denaro ha riempito le casse del club e inondato il mercato calcistico mondiale: il Manchester City attuale è frettolosamente bollato come una creazione dei petroldollari. Indubbiamente c’è del vero in tutto ciò, perchè gli Aguero, i Tevez, e compagnia senza soldi non sarebbero mai venuti a sostenere la causa Citizens. Ma il Manchester City va anche capito, compreso e studiato oltre l’attuale situazione di benessere economico; e va capito partendo da una data a parer nostro, il 30 Maggio 1999. Il City era sprofondato in League One, che allora era Second Division, ma la sostanza è quella: terza serie. Si giocava a Wembley, lo stadio che l’aveva visto protagonista di passati trionfi, la finale dei playoff promozione contro il Gillingham, che è sì l’unica squadra professionistica del Kent ma non esattamente il Barcelona, e nemmeno l’Atletico Madrid se per quello. Il Gillingham segna all’81’ e all’86’, e sembra finita. Kevin Horlock (altro che Yaya Tourè..) riapre partita e speranze al minuto ottantanove. Poi…poi, all’ultimo istante, il tiro preciso tra primo palo e traversa di Paul Dickov, che manda la partita ai supplementari e poi ai rigori, con il Man City che ne uscì trionfatore.

800px-Mcfc_stad_panoQuest’introduzione diversa dal solito, un po’ romantica e nostalgica serve a introdurre meglio la squadra staccandola dallo stereotipo attuale. Poi, sia chiaro, il Manchester City è squadra di tradizione e trofei, anche prima di Mansour, non una banda di sconosciuti catapultata all’improvviso sulla scena del calcio inglese; ma quel momento, peraltro accaduto pochi giorni dopo il trionfo leggendario dello United sul Bayern in Champions (‘sto vizio dei goal allo scadere…), è la base da cui partire. Il Manchester City nasce, con il nome di St Mark’s, nel 1880, quando l’omonima chiesa di West Gorton (sud-est di Manchester) decise che il calcio avrebbe potuto essere un’efficace strumento per la lotta contro alcolismo e violenza, due piaghe che affliggevano l’est di Manchester in particolare a causa dell’alto tasso di disoccupazione. Scopi umanitari in sostanza, secondo i due sostenitori dell’idea, William Beastow e Thomas Goodbehere, custodi della chiesa, e Anna Connell, che dell’idea fu la promotrice . Maglia nera e pantaloncini bianchi, il team sembrava essere molto “umanitario” anche in campo, nei confronti degli avversari soprattutto tanto che in quella stagione inaugurale il neonato club vinse una sola partita. Nel 1884 il St Marks si unì al Gorton Athletic, un’unione che durò pochi mesi prima che i due club si riseparassero, cambiando però entrambi nome: il St Mark’s divenne Gorton AFC, mentre l’Athletic divenne West Gorton Athletic.

St Mark’s

Nel 1887 il Gorton AFC fece il grande passo: il passaggio al  pofessionismo, che sottintende come facilmente intuibile il progressivo abbandono degli originari scopi e dell’originario spirito religioso. Si trasferì nel nuovo impianto di Hyde Road e cambiò nome in Ardwick AFC, praticamente sostituendo il nome di Gorton con quello del nuovo quartiere, situato sempre nella zona east della città. Proprio in prossimità di Hyde Road era situata una miniera, che nel 1889 fu teatro di un’esplosione che causò la morte di 23 minatori: Ardwick e Newton Heath (futuro Manchester United) giocarono per beneficienza una partita amichevole, in uno dei primi derby di Manchester. La sfida si ripropose, due anni dopo, nella finale della Manchester Cup: la vittoria dell’Ardwick fu alla base dell’accettazione del club in Football Alliance e, l’anno seguente quando la lega venne inglobata in Football League, della partecipazione alla Second Division, di cui divenne membro fondatore. Durante la stagione 1893/94 problemi finanziari portarono alla completa riorganizzazione del club che, anche nel tentativo di attrarre a se un maggior numero di spettatori, cambiò in tutto questo il proprio nome in Manchester City Football Club. Tra le prime mosse, l’acquisto di Billy Meredith, the Welsh Wizard, una delle prime stelle del calcio e, durante la settimana…minatore! (solo nel 1896 il City lo convinse che forse era meglio dedicarsi solamente al football).

Billy Meredith

L’arrivo di Meredith coincise con l’inizio della crescita del City, sia a livello di prestazioni, che culminarono con la promozione del 1899 in First Division, sia a livello di pubblico, con attendances che toccavano regolarmente le 20.000 unità. Il successo del club contribuì in qualche modo anche a rivitalizzare l’area est della città, realizzando in parte l’obbiettivo primario dei fondatori del St Mark’s; 20.000/30.000 persone arrivavano al Sabato ad Hyde Road a colorare e ravvivare il grigio e decadente distretto industriale. Come detto, nel 1899 venne centrata la promozione; e cinque anni più tardi, nel 1904, il Manchester City divenne il primo team della città a vincere un major trophy, la FA Cup, sconfiggendo per 1-0 (goal di Meredith) al Crystal Palace il Bolton Wanderers. Nella stessa stagione, il secondo posto in campionato portò il club a un passo dal double: il City avrebbe dovuto vincere l’ultima partita della stagione, al Villa Park, e invece ne uscì sconfitto, regalando di fatto il titolo al Newcastle United. Ma alla delusione si aggiunse lo sgomento, quando il capitano del Villa, Alec Leake, accusò dopo la partita Meredith di avergli promesso denaro in cambio del lasciapassare per la vittoria. Meredith venne ritenuto colpevole dalla FA (squalificato per un anno), e poichè il Manchester City si rifiutò di sostenerlo, il gallese accusò il club di pagamenti illeciti (nel 1901 la FA aveva stabilito un tetto di 4 sterline a settimana di stipendio): la FA a quel punto investigò anche sul City, anch’esso giudicato colpevole di aver violato la regolare sugli stipendi. Il manager Tom Maley venne sospeso a vita, il club multato di 250 sterline, diciassette giocatori ritenuti colpevoli il che portò il City a vedersi costretto a metterli, sostanzialmente, all’asta. Ne approfittò il Manchester United: il manager Mangnall acquistò così Meredith, Burgess, Turnbull e Bannister e, nel 1907/08, vincerà con loro in campo il titolo. Beffa delle beffe…

Fino alla scoppio della prima Guerra Mondiale, e in verità anche in seguito, il Manchester City vivacchiò in First, fatta eccezione per una stagione trascorsa in Second (1909/10) da cui tuttavia ottenne subito la promozione vincendo il campionato. Oscillava tra il terzo e il diciannovesimo posto (che causò appunto la retrocessione), senza particolari acuti nemmeno in coppa, fino al secondo posto della stagione 1920/21 che segnò il punto più alto del decennio 1910/11-1920/21. Va menzionata, però, almeno la coppia goal del tempo, formata da Tommy Bracewell e Horace Barnes, 242 goals segnati con la maglia azzurra del City (su cui torneremo come sempre alla fine del post). Il 1920 è un anno importante anche per un altro motivo: un incendio scoppiato ad Hyde Road e che distrusse la Main Stand portò infatti il club a considerare una nuova casa, casa che venne trovata nel Moss Side, zona sud della città. In realtà venne considerata sia la possibilità di dividere Old Trafford con i cugini dello United, sia di rimanere nell’east Manchester, a Belle Vue, ma in entrambi i casi problemi contrattuali (affitto nel primo caso, durata del contratto nel secondo) fecero optare il club per la costruzione del proprio stadio. La decisione di lasciare la casa naturale, l’est cittadino, portò il dirigente John Ayrton ad abbandonare il City e fondare il Manchester Central FC, club dalla breve vita che, nell’idea di Ayrton, avrebbe dovuto attrarre a se i tifosi dell’Eastlands che avevano “perso” il Man City. Il Central, che giocava proprio a Belle Vue, tentò anche l’accesso alla Football League, ma l’ostilità di City e United costrinse il club, dopo solo quattro stagione, alla scomparsa. Rimane tuttavia un interessante esperimento legato al rapporto club-comunità.

Maine Road

Il nuovo impianto nel Moss Side, che a questo punto tutti avranno capito essere Maine Road, venne inaugurato nel 1923. Nel 1926 il City raggiunse una nuova finale di FA Cup, sempre contro il Bolton Wanderers che, in questo caso, si impose sugli sky blues; delusione per la sconfitta che si fece più acuta con la retrocessione in seconda serie all’ultima giornata. In Second Division i Citizens rimasero due stagione, la prima conclusasi con la beffa subita dal Portsmouth (promosso per una miglior differenza reti nonostante una vittoria per 8-0 del City all’ultima giornata), la seconda con il trionfo e il primo posto finale. Si apriva un decennio di successi per il club, anche se, nel secondo di essi (il campionato 1936/37) alcuni protagonisti erano nel frattempo cambiati; comunque, tanto per ricordarne qualcuno: Matt Busby, sì, Sir Matt Busby, che giocò per City e Liverpool e allenò lo United, i casi del destino; Frank Swift, considerato uno dei grandi portieri inglesi e deceduto nel disastro di Monaco, nelle vesti di giornalista per il News of the World;  Sam Cowan, il capitano, che dalle mani del Re ricevette l’FA Cup 1934 (2-1 al Portsmouth) e che al Re disse, a proposito di Fred Tilson, altro protagonista di quegli anni e autore dei due goal della finale “This is Tilson, your Majesty. He’s playing today with two broken legs“, sottolineando così l’inclinazione all’infortunio del nostro. Dunque, il titolo 1936/37, l’FA Cup 1934, una finale l’anno precedente persa per 0-3 contro l’Everton. E poi…

E poi, nel 1937/38, da campione in carica, il Manchester City retrocesse (nonostante il miglior attacco del campionato, altra prova a sostegno della tesi che si vince con la difesa), la prima e finora unica squadra a completare questa dolce-amara doppietta. Lo scoppio della guerra sginificava che, alla ripresa delle competizioni, il City sarebbe dovuto ripartire dal secondo livello. La pratica fu sbrigata nella stagione 1946/47, la prima post-guerra, con la promozione raggiunta sotto la guida di Cowan, l’ex capitano divenuto manager (già da capitano, nell’epoca in cui i manager erano più amministrativi che tecnici, aveva dimostrato grandi doti di motivazione e di tattica). A questo punto apriamo una parentesi storico-calcistica-politica: Bert Trautmann (QUI un bel pezzo in italiano). Nel 1949 il City mise sotto contratto il portiere tedesco, fatto di per se non eccezionale, ma che lo era quattro anni dopo la guerra contro la Germania, anche per il fatto che Trautmann la Gran Bretagna l’aveva visitata da…prigioniero, avendo egli aderito al nazismo. Senza problemi, Trautmann ammise sia la giovanile simpatia per le (terribili) idee nazionalsocialiste, sia l’esperienza formativa di prigioniero in UK, che gli consentì di rovesciare i pregiudizi e le idee della propaganda tedesca su britannici ed ebrei. Nonostante questo, la firma di Trautmann suscitò proteste e dimostrazioni (e non di poco conto, visto che al grido “Off the Germans!” si unirono in 20/40 mila). Poi, come sempre, le prestazioni sul campo – eccezionali – del tedesco fecero dimenticare tutto, e ad oggi Trautmann (OBE, onoreficenza consessagli nel 2004) è ricordato come uno dei grandi portieri del suo tempo (calciatore dell’anno nel 1956, tra le altre cose) piuttosto che come un ex nazista pentito.

Trautmann

Oltre che Trautmann, dall’Europa continentale il City importò anche il “Revie plan”, sistema di gioco mutuato da quello degli ungheresi vincitori per 6-3 a Wembley e che prende il nome da Don Revie, la chiave di quel sistema. Manager Les McDowell. I frutti? Due finali di FA Cup, nel 1955 contro il Newcastle (sconfitta) e nel 1956 contro il Birmingham City, vittoria per 3-1. In campionato invece i risultati non furono ecclatanti (nel 1960/61 tra le altre fece la sua prima breve parentesi nel club Denis Law), anzi terribilmente decrescenti fino alla nuova retrocessione datata 1963, che aprì un periodo di tre stagioni in seconda divisione ma che fu il preludio al periodo di maggiori successi per la squadra, che iniziò con la nomina a manager di Joe Mercer, a cui fece seguito quella di Malcom Allison come suo assistente. Mercer ottenne subito la promozione, ma non solo: acquistò due giocatori su tutti, Mike Summerbee dallo Swindon Town e Colin Bell dal Bury (due passi da Manchester), a cui in seguito si aggiunse Francis Lee e che formeranno il cuore della squadra, oltre a diventare autentiche leggende dalle parti di Maine Road. Stando allo stesso Summerbee, andrebbe aggiunto anche Neil Young, come leggo su un programma del City che ho sottomano: “everybody refers to those days at the ‘Bell, Lee and Summerbee era, but it really should be the ‘Lee, Bell, Young and Summerbee’ era. He was like a ballet dancer, he was so graceful on a football pitch“.

Dopo la promozione, arrivò il titolo nel 1967/68: fu all’inizio – tribolato – di questa stagione che venne firmato Francis Lee. Il City mise del tempo per ingranare, e nonostante tutto arrivò all’ultima partita della stagione a pari merito con i cugini, e campioni in carica, dello United: il City giocava a Newcastle, e necessitava di una vittoria, i Red Devils in casa contro il Sunderland. La storia che si ripete, se pensiamo allo scorso Maggio (stessa situazione, stesso avversario per il Man Utd), e se pensiamo che il City vinse 4-3, di un soffio insomma. Il titolo fu seguito da una deludente campagna europea, ma tra i confini d’Albione dalla vittoria in FA Cup, in finale contro il Leicester City (1-0, Young), che quindi apriva nuovamente le porte dell’Europa nonostante il tredicesimo posto finale in campionato. E questa volta l’avventura europea fu un trionfo, visto che nella finale del Prater di Vienna di Coppa delle Coppe il City sconfisse 2-1 (Young, Lee) i polacchi del Gornik, mettendo in bacheca l’alloro europeo mancante. Mancava anche la League Cup, che nella stessa stagione venne vinta contro il West Bromwich Albion. Una semifinale di Coppa delle Coppe l’anno successivo e il quarto posto del 1971/72 calarono il sipario sull’era Mercer/Allison. Soprattutto il quarto posto del ’72 fu controverso: le operazioni, condotte fin lì perfettamente anche da Allison (Mercer era divenuto General Manager, nonostante mantenesse lui il controllo della squadra il suo vice guadagnò spazio e visibilità), portarono il City ad accumulare quattro punti di vantaggio a Marzo, che nell’era dei due punti era un discreto tesoretto. Cosa successe? A detta di tutti, l’acquisto di Marsh, sì Rodney Marsh, fu la causa della disfatta; pur talentuosissimo, la presenza di Marsh, tatticamente indisciplinabile, ruppe la perfezione degli schemi di Allison. Lo stesso Marsh è tuttoggi rammaricato: “I have to hold my hands up – I cost Manchester City the 1972 league championship”.

Il City 1970, Coppa delle Coppe e Coppa di Lega

A questo punto, la dirigenza ritenne che si dovesse scegliere tra Mercer e Allison, e scelse il secondo, come affermerà il presidente di allora, Peter Swales. A Mercer, in modo quantomeno discutibile, venne rimosso il nome dalla porta dell’ufficio nonchè il posto auto, modo subdolo per invitarlo a lasciare il club, cosa che Mercer fece direzione Coventry City. Allison durò poco però sulla panchina del City, dimettendosi a metà della stagione 1972/73, sostituito dal capitano Johnny Hart, che riuscì a salvare la squadra. La stagione successiva vide Tony Book, anch’egli ex capitano del club, prendere in mano le redini; durante il suo regno il City, oltre al famoso “Denis Law game” di cui abbiamo parlato nella presentazione del viaggio e che costò allo United la retrocessione, conseguì un secondo posto (un solo punto dietro al Liverpool, 1976/77) e una Coppa di Lega, nel 1976 contro il Newcastle United. Lasciarono il club Summerbee e Lee, mentre Denis Law, tornato nel 1973, si ritirò dopo appena una stagione e quella famosa partita. A Book seguì il ritorno di Allison, che coincise con l’inizio del declino; dopo una stagione venne licenziato.

John Bond fu il sostituto designato di Allison, e riuscì quasi nell’impresa di regalare al club un successo in FA Cup, se non fosse stato per il Tottenham e Ricky Villa, che nel replay della finale si inventò una doppietta risolutiva (1981). Al termine della stagione 1982/83 il City tornò a conoscere il sapore della Second Division, dove rimase due anni, ma in cui tornò nuovamente al termine della stagione 1986/87. Fu Mel Machin a condurre nuovamente i Citizens in First Division, anche se durante la prima stagione in massima serie venne licenziato, con la squadra in piena lotta per salvarsi, e sostituito da Howard Kendall, il direttore dell’orchestra Everton che tanto successo riscosse negli anni ’80. Kendall archiviò la salvezza, ma ripartì presto in direzione Merseyside, lasciando vacante la panchina del Maine Road su cui si sedette il giovane Peter Reid. Reid, centrocampista di 34 anni e futuro manager di lungo corso del Sunderland, portò il City a due rispettabilissimi e sorprendenti quinti posti finali, nonchè a un nono posto nella prima stagione di Premier League. Tuttavia, all’inizio della stagione 1993/94 perse il posto in favore di Brian Horton, con la squadra però che scivolava pericolosamente verso le parti basse della classifica. Un sedicesimo e un diciassettesimo posto costarono il lavoro a Horton, ma il sostituto, Alan Ball, fece peggio e, al termine della stagione 1995/96 il City retrocesse.

Paul Dickov segna contro il Gillingham (1999)

La seconda metà degli anni ’90 rappresenta il punto più basso nella storia della parte blu di Manchester, che nel 1998/99 conobbe per la prima volta (e ultima) il baratro della terza serie del calcio inglese. La memorabile finale dei playoff con cui abbiamo aperto il post è il coronamento di una stagione più difficile di quanto ci si aspettasse (il City era largamente favorito per la promozione diretta); i nuovi eroi non si chiamavano più Lee, Bell o Summerbee, ma Goater, Dickov, Horlock, Weaver. In panchina Joe Royle, che condusse la squadra alla promozione in back-to-back: dopo quella in Division One, quella in Premier League, in cui tuttavia i Citizens rimasero una sola stagione e Royle fu così licenziato e sostituito da Kevin Keegan. The King stravinse il campionato di seconda serie, l’ultimo ad oggi del Manchester City che da allora rimane stabilmente in Premier. Nel frattempo, la costruzione del City of Manchester Stadium per i giochi del Commonwealth del 2002 significò l’abbandono di Maine Road, che chiuse i battenti nel 2003; il nuovo stadio vedeva così il ritorno del City nell’est cittadino dopo 80 anni nel Moss Side.

Gli anni di Keegan, a cui fecero seguito quelli di Pearce, videro il Manchester City stabilizzarsi in Premier, senza grandi acuti ma senza nemmeno i clamorosi tonfi a cui aveva abituato i propri tifosi. Qualche sussulto si ebbe nel 2007/08, quando l’ex primo ministro della Thailandia Thaksin Shinawatra divenne proprietario del club (in panchina Sven-Goran Eriksson), un’esperienza conclusa sull’orlo del fallimento personale, che lo portò a cedere in fretta e furia il club al gruppo di Abu Dhabi Abu Dhabi United Group, presieduto dallo sceicco Mansour, nome ormai noto tra gli appassionati di calcio, che mise alla guida del club Khadoon Al-Mubarak, il distinto signore che, occhiali sul naso, vedete spesso alle partite del City. Storia recente, con Mark Hughes, gli investimenti dapprima infruttuosi, l’arrivo di Roberto Mancini e la vittoria in FA Cup e Premier League, e su cui non ci soffermeremo, se non per ri-sottolineare come dopo questa operazione il City sia divenuto l’emblema del “calcio degli sceicchi”, precursore di una serie di altri club europei (Malaga, Paris St Germain su tutti) che hanno invaso di petroldollari il mercato europeo. Ma come detto, questa storia serve anche a scindere quest’immagine più o meno stereotipata del City e ricollegarla con l’essenza stessa dell’essere Citizens, di Bell Lee e Summerbee, delle maglie azzurre, del goal di Dickov nel 1999.

Il logo utilizzato dagli anni ’70 al 1997

Le maglie, appunto. La prima, usata dal St Mark’s/Gorton, era completamente nera, con la croce di malta bianca sul petto. Con la nascita dell’Ardwick i colori divennero bianco-blu, un blu acceso, che a righe verticali fecero la loro comparsa nel 1887, sostituiti poi da una maglia metà bianca/metà azzurra e da una bianca con pantaloncini blu scuro. Con il cambio di nome in Manchester City (1894), i colori divennero l’azzurro per la maglia e il bianco per i pantaloncini, colori che accompagneranno sempre il club da quel momento in poi. Calzettoni blu, ma che nel tempo videro anche la comparsa di risvolti marrone/amaranto, colore che in questa stagione compare sulla maglia da trasferta. Maglia da trasferta i cui colori classici, il rosso/nero a righe, furono ispirati a Malcolm Allison dal Milan, il Milan del paron Rocco e di Gianni Rivera. Una curosità che ci sembrava giusto sottolineare. Per quanto riguarda lo stemma invece, il primo di cui abbiamo notizie è quello dell’Ardwick, che dal 1887 al 1894 mise in mostra uno scudo con le iniziali AAFC (Ardwick Association Football Club). Dal 1894 al 1964 lo stemma cittadino, con la nave dello Ship Canal e le strisce diagonali rosso/oro simbolo della famiglia Grelley; questi due emblemi vennero mantenuti nel successivo stemma, circondati però dalla scritta “Manchester City Football Club”. Dagli anni ’70 il logo venne modificato sostituendo le strisce dei Grelley con la rosa rossa del Lancashire, contea d’appartenenza di Manchester prima della creazione della “Greater Manchester”, e rimase tale fino al 1997 quando venne introdotto quello attuale. Un’aquila, tra i simboli di Manchester, ha al suo centro lo scudo rappresentante la solita nave e le righe, questa volta simbolo dei tre fiumi cittadini (Irwell, Irk, Medlock), il tutto corredato dal motto “superbia in proelio” (orgoglio in battaglia) e da tre stelle che non significano nulla, ma che secondo gli ideatori del logo gli avrebbero dato un profumo più europeo. Sarà…se non altro dal maggio scorso le tre stelle possono essere lette come i tre titoli vinti dal City (le stelle in Inghilterra vengono usate senza una regola precisa, c’è chi le ha per la Coppa dei Campioni – Aston Villa, Nottingham Forest – chi per la FA Cup – Bradford City, chi per altri trofei).

Come detto nella presentazione del viaggio a Manchester, lo stereotipo del tifoso City e il vero Mancunian, e i fatti in parte danno ragione a questo ideale diffuso. Con la crescita recente del club è però legittimo (purtroppo, ma questa è opinione soggettiva di chi non tollera i “glory hunters”) aspettarsi una rapida ascesa del numero dei tifosi, sia nel Regno Unito sia soprattutto all’estero (e qui è già più comprensibile, visto che per noi che viviamo lontano dall’UK non esiste un “local team”). Tifosi famosi per “Blue Moon”, canzone di Richard Rodgers e Lorenzo Hart del 1934 che è diventata l’inno del club e che viene cantata prima di ogni partita, e da due anni per il “Poznan”, un’esultanza con la schiena rivolta al terreno di gioco che i supporters del City hanno copiato da quelli del Lech Poznan, incontrati in nell’edizione di Europa League di quella stagione. Arrivare al City of Manchester (che ora per ragioni di sponsor si chiama Etihad Stadium), con la metropolitana leggera in fase di costruzione, è consigliato farlo in taxi, ma il tragitto a piedi dal centro di Manchester è raccomandato, avrete una maggiore percezione della realtà urbanistica cittadina oltre che l’esperienza di camminare con i tifosi Citizens.

Aguero regala il titolo 2012 al City

Trofei

  • First Division/Premier League: 1936/37, 1967/68, 2011/12
  • F.A. Cup: 1904, 1934, 1956, 1969, 2011
  • League Cup: 1970, 1976
  • F.A. Charity/Community Shield: 1937, 1968, 1972, 2012
  • Coppa delle Coppe: 1970

Records

  • Maggior numero di spettatori: 84.569 v Stoke City (3 Marzo 1934, l’affluenza più alta nella storia per un club inglese)
  • Maggior numero di presenze in campionato: 564, Alan Oakes
  • Maggior numero di reti in campionato: 158, Eric Brook e Tommy Johnson

 

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Viaggio nella Manchester del calcio: introduzione

Coat_of_arms_of_ManchesterUltima tappa del nostro viaggio a spasso per le città inglesi che ospitano due squadre professionistiche, che concludiamo nella città sede della squadra campione in carica e della seconda più vincente di sempre, ma in quanto a titoli inglesi la più vincente. Quella Manchester che, nella nostra visita di Febbraio, ci ha accolto con la neve, la nebbia e un freddo che difficilmente scorderemo. Ora, quando si pensa a Manchester si pensa irrimediabilmente alla rivoluzione industriale, visto che la città fu una delle, se non La capitale di quel processo che trasformò radicalmente l’Europa e il Mondo; e in effetti i segni della rivoluzione industriale si vedono ovunque, visto che l’archeologia industriale è intervenuta incisivamente nelle decisioni e molti nuovi edifici sono stati ricavati da vecchie fabbriche o capannoni che sono stati così mantenuti in vita. Il cuore pulsante della città, che abbiamo capito ruotare, specie in inverno, attorno al centro commerciale di Arndale e a una vicina galleria, conserva questi elementi industrialeggianti, sette-ottocenteschi, accanto a strutture decisamente più moderne. Nel complesso, la città non sembra essere malvagia, non almeno come ce l’aspettavamo essere.

Residui di industrializzazione

Residui di industrializzazione

Manchester è una city e un metropolitan borough facente parte della contea della Greater Manchester, un’area ad altissima densità di popolazione. Conta intorno ai 500.000 mila abitanti, che raggiungono però i 2 milioni e 200 mila se si tiene conto di tutta l’area urbana, un’area che conobbe il suo sviluppo grazie all’industria, come detto, mentre prima altro non era che un insieme di piccoli borghi rurali. I canali che attraversano in vari punti la città non ne fanno propriamente una Venezia del nord, visto che si percepisce immediatamente con che scopo vennero creati. La città, che nel 1996 ha conosciuto un momento di quasi-tragedia con l’attentato rivendicato dall’IRA (non ci furono vittime, ma ingentissimi danni economici), è ora la classica città post-industriale come detto, che mantiene lineamenti antichi sposandoli con elementi di modernità assoluta; è ottimamente servita dai mezzi pubblici, specialmente dal Metrolink, un servizio di metropolitana leggera in continua espansione (è prossima l’apertura di un tratto che toccherà, tra le altre mete, l’Etihad Stadium) molto comodo. Elegge cinque MPs (parlamentari), con una netta prevalenza laburista come ovvio viste le radici operaie degli abitanti.

L'altro Old Trafford

L’altro Old Trafford

Per il resto, la città offre poche attrazioni, i musei principali, sebbene vi sia una Art Gallery (nonchè una biblioteca davvero grande), sono dedicati all’industria o ai suoi derivati (museo della scienza e della tecnica, museo dei trasporti etc.). Dal punto di vista letterario offre poco, anche se il soggiorno di Engels a Manchester fu decisivo in tutta l’opera del teorico tedesco; un po’ meglio va con la musica, visto che la città è rappresentata dai famosissimi Oasis, oltre che da altri gruppi tra cui i Buzzcocks che i più attenti si ricorderanno essere citati in Febbre a 90′ (con i leggendari topi di zucchero) o gli Smiths. Nella vicina Salford viene inoltre trasmesso, dagli studi locali della BBC, Match of the Day, il Programma calcistico con la P maiuscola, con Gary Lineker, Alan Shearer, Alan Hansen in studio, mentre in altre nazioni le trasmissioni sportive sono in mano a personaggi di discutibile competenza (ogni riferimento all’Italia NON è casuale). Anche il Guardian, famoso giornale nazionale, venne fondato a Manchester, anche se dal 1964 la sede principale è a Londra.

I fratelli Gallagher con la maglia del loro amato Man City

Oltre ad essere sede del Lancashire Cricket Club (il Lancashire è contea prossima alla città), che curiosamente gioca ad Old Trafford (un miglio circa di distanza dallo stadio del calcio), la città ospita quelle che sono attualmente le due squadre inglesi più forti, il Manchester City e il Manchester United. Il derby tra le due squadre è stato giocato, ad oggi, 164 volte: 68 vittorie dello United, 50 pareggi e 46 vittorie del City. Tra le tantissime partite disputate, menzioniamo il “Denis Law game”: Law, leggenda dei Red Devils ma che ha indossato anche la maglia azzurra dell’altra parte della città, proprio giocando per il City segnò un goal all’Old Trafford che diede ai Citiziens la vittoria per 1-0 nell’ultima partita stagionale; poichè pensava che il suo goal avesse condannato la sua ex squadra alla retrocessione, uscì immediatamente dal campo a testa bassa, sostituito dal manager, mentre in realtà anche una vittoria dello United avrebbe significato comunque la retrocessione dei Red Devils. Era il 1974, e Law non giocò più una partita di campionato. Il Manchester United ritornò invece in First immediatamente e si preparerà a scrivere, un decennio dopo, nuove pagine di leggenda.

Manchester-Derby1Le due squadre hanno un largo seguito, oltre che una fiera rivalità, anche se, fino agli anni ’60, era usanza per i tifosi di Manchester seguire entrambe le squadre quando queste giocavano in casa, anche se se ne tifava una sola: non era raro pertanto trovare tifosi dello United a Maine Road o del City a Old Trafford. Ora, è opinione comune e diffusa che il cittadino di Manchester città tifi per il City, mentre quello delle aree circostanti o fuori contea sia più incline a tifare Red Devils. E questo è confermato dai fatti: secondo uno studio della Manchester Metropolitan University condotto sugli abbonati di entrambe le squadre, i season-ticket holders (come è ovvio), il 40% degli abbonati del Manchester City proviene dall’area dal post-code mancuniano, mentre per quanto riguarda i Red Devils il 29% degli abbonati proviene dalla stessa zona. Questa sociologia spicciola del tifo mancuniano è comunque interessante a capire la localizzazione dei tifosi delle due squadre, squadre che andiamo a conoscere partendo dalla Manchester azzurra: andiamo a conoscere il Manchester City Football Club.

E per quest’anno è finita…

…la Premier League. Rimangono ancora i playoff di Championship, League One e League Two, e la finale di Champions che vede in campo una squadra inglese. Congratulazioni dunque al Manchester City, campione d’Inghilterra 2011/2012! Sapete che non siamo fan dei resoconti delle partite o dei tabellini, per cui ci limitiamo a complimentarci con i Citizens, con il Manchester United, con l’Arsenal terzo classificato, con il Tottenham quarto e fare un in bocca al lupo al Bolton retrocesso in Championship. Magari qualche approfondimento sulla stagione arriverà nei prossimi giorni.

P.S. una delle stagioni di Premier più emozionanti che si ricordino

Le più belle maglie della Premier: Parte prima

Tutti sappiamo che l’Inghilterra è un po’ la patria del buon costume, e perchè no, dell’eleganza. Sappiamo anche però che non molte sono le aziende di sportswear con base nel paese d’oltremanica. La più famosa, seppur ormai di proprietà dell’americana Nike, è la Umbro, senza ombra di dubbio la più amata dai cultori delle belle maglie da gioco.

Ma le divise da gioco delle squadre inglesi non sono prodotte tutte da Umbro, e le altre aziende devono comunque sforzarsi per tenere i loro standard qualitativi su un livello piuttosto alto, consono alle altrettanto alte aspettative di tifosi e dirigenze.

Quindi questa rubrica si propone, seppur con le relative cautele dovute alla discrezionalità dei gusti, di fornire una guida alle migliori maglie della Premier League.

Partiamo con una puntata sulle due squadre di Manchester, le prime due in classifica. Come detto in precedenza, gli amanti delle maglie da calcio tendono in media a preferire i prodotti Umbro, di qualità di solito molto alta. Lasciando passare la maglia home, molto classica ma con la grande trovata dell’inserimento delle onde sonore prodotte dal Blue Moon cantato dai tifosi nelle trame della maglia, ci concentriamo sulla seconda maglia, la Away:

La Umbro ha deciso di far giocare i Citizens con una maglia che ricordasse una delle divise più amate dai tifosi della squadra, quella con cui erano arrivati quattro titoli in due stagioni: la maglia a righe rosso-nere usata nel ’68/’69 e nel ’70/’71. Con quella maglia erano arrivati un Charity Shield, una FA Cup, una Coppa delle Coppe e una Coppa di Lega. La Umbro l’ha ripresa fedelmente, cambiando pochissimi particolari, come il simbolo aggiunto sulla destra della maglia e il cambiamento del logo della squadra che negli anni ha subito alcune variazioni oltre ovviamente allo sponsor Ethiad Arways. La maglia si presenta quindi con uno stile retrò, sebbene questa definizione sia rifiutata dalla Umbro stessa, ed è anche lo stesso stile che caratterizza le produzioni Umbro da qualche anno ormai, e che l’azienda usa anche per la Nazionale inglese. Una particolarità è data dal motivo delle maniche: le righe sono state sistemate in orizzontale in modo che quando un giocatore esulta o abbraccia un compagno dopo un gol, il motivo della maglia continui passando da una maglia all’altra. Altra particolarità è che le superfici occupate d Rosso e Nero sulla maglia sono identiche.

La terza maglia è una maglia molto semplice di colore grigio con inserti celesti, quello che l’anno scorso era il kit Away della squadra, secondo l’usanza consolidata delle squadre servite dalla Nike.

Passiamo all’altra squadra di Manchester, lo United. Anche qui, come per il City, essendo lo sponsor tecnico Nike, la terza maglia altro non è che la seconda dell’anno scorso, bianca con inserti rosso neri sulle spalle e pantaloncini neri. La prima maglia è invece molto classica, rossa con dettagli bianchi ed una sottile striscia nera all’interno del colletto.

Andiamo quindi ad analizzare anche in questo caso la seconda maglia, la Away: la maglia si presenta blu, interrotta ad intervalli regolari da strisce nere orizzontali. Ad un esame più attento si può notare che le stesse strisce nere in realtà sono composte da sottili righe nere e blu scure alternate. La maglia ricorda molto quella, Umbro, con cui l’Inter vinse la Coppa UEFA nel ’97/’98 in una finale tutta italiana contro la Lazio a Parigi. All’interno del colletto possiamo trovare la dicitura Manchester United, dietro al collo invece si trova il diavolo simbolo della squadra. Tutti i dettagli sono in bianco, pantaloncini neri così come i calzettoni, che hanno però un risvolto blu che riprende il colore principale della maglia.

Per oggi è tutto, ci vediamo per la prossima puntata della rubrica sperando che l’idea vi sia piaciuta.

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Manchester (seconda parte)

Con colpevole ritardo, dovuto ad impegni personali e ad un nuovo tour inglese che rappresenterà la nuova puntata di Bloggers on the road, eccomi di nuovo per raccontarvi il nostro secondo giorno a Manchester dedicato alla casa dello United. Difficile trovare City e United in casa nello stesso weekend e quindi, essendoci goduti la sfida del City il giorno precedente, per lo United dobbiamo accontentarci di una gita ad Old Trafford. Partiti con l’idea di fare un breve giro, qualche foto ed un salto nel megastore, ci ritroviamo, per un colpo di fortuna, a trovare un posto libero in tour che inizia esattamente 5 minuti dopo il nostro arrivo e che coincide perfettamente con le nostre tempistiche per tornare in aeroporto.

La via che porta ad Old Trafford

Ma andiamo con ordine, ci risvegliamo sotto un tempo inglese che più inglese non si può: nebbia, una nebbia fredda che avvolge tutta la città. Volenterosi, salutiamo i proprietari del pub dove abbiamo alloggiato, salto in stazione, depositiamo i bagagli e via sulla metrò leggera cittadina verso la fermata di Old Trafford, che si trova poco fuori città. La metrò leggera ci permette di fare un piccolo tour di Manchester essendo tutta in superficie e vediamo angoli e sprazzi di una città che meriterebbe sicuramente una visita più attenta, non solamente calcistica. Non appena si esce dal centro città, ecco spuntare l’altra Manchester, la Manchester della rivoluzione industriale studiata sui libri, piena di fabbriche che hanno il sapore di quei tempi, alcune delle quali ormai in disuso. Nonostante la triste ed affascinante decadenza di questa parte, riusciamo comunque ad apprezzare un piccolo angolo di storia inglese e mondiale, una storia che ha cambiato totalmente il mondo. Ma finalmente arriviamo alla fermata Old Trafford, dalla quale lo stadio dista circa 1 km: ad accoglierci però è il Lancashire Cricket Ground, esattamente a fianco della stazione, tanto che dal treno si vedono le tribune. Purtroppo l’impianto è chiuso (e lo stanno anche rinnovando) e non troviamo nessuno che possa aiutarci a dare una sbirciatina dall’interno: proseguiamo quindi verso il nostro Old Trafford, che è facilissimo da trovare. A differenza di altri “turisti” che si recano nella casa dello United vestiti con gadget del City, noi ci avviciniamo rispettosamente, con sosta doverosa al cartello che introduce la via dello stadio, la Sir Matt Busby way, per le foto di rito.

La facciata di Old Trafford

Lo stadio appare maestoso nella sua grandezza, ad accoglierci la statua della United Trinity: Charlton, Law, Best. Sinceramente si resta senza parole, nonostante sia una grigia domenica senza partite; per me il tutto assume un significato particolare perchè Old Trafford doveva essere la mia prima meta inglese qualche anno orsono, per la trasferta di Champions del Milan che dovetti saltare per una brutta influenza il giorno prima della partenza: è come se si chiudesse una sorta di cerchio virtuale e davanti ad un pezzo di storia di Manchester non si può non stare in rispettoso silenzio. C’è comunque movimento, il megastore è aperto, ma noi proviamo prima ad andare nella zona tour/museo per chiedere informazioni e la fortuna è dalla nostra: c’è un tour in partenza, acquistiamo i biglietti e ci addentriamo nella tana dei ragazzi di Sir Alex Ferguson.

La United Trinity

La nostra guida è quanto di meglio potessimo desiderare: classico signore inglese sulla settantina, con accento tipicamente di Manchester, ma in grado di farsi capire benissimo nelle spiegazioni. Il nostro giro comincia dai posti più nobili della Sir Alex Ferguson stand, da dove si può godere di una vista praticamente perfetta sul campo di gioco. L’impianto da dentro è semplicemente meraviglioso, un profumo di storia e modernità che sinceramente non avevo ancora respirato in qualsiasi altro stadio da me visitato. Le curiosità sull’impianto sono tante, la nostra guida ci racconta anche dell’innovativo sistema di irrigazione dell’impianto e mille altre cose, troppe per ricordarle tutte; è interessante comunque notare come il terreno di gioco, scoperto, non sia rimasto disastrato dalla copiosa nevicata del giorno precedente. Ci muoviamo nei vari settori dello stadio prima che la guida ci accompagni in uno dei punti più significativi di tutto Old Trafford: il Munich Tunnel e la zona dedicata al ricordo dell’orrendo 6 febbraio 1958, quando un grave incidente aereo cancellò buona parte di una grande squadra. Domina la zona l’orologio bloccato sull’ora del disastro, rilevanti anche le varie targhe a ricordare la formazione di quel Manchester, i caduti e i feriti dell’incidente. Incredibile come tutti noi partecipanti al tour ci ritroviamo d’improvviso a parlare a bassa voce senza sorriso sulle labbra, come se fossimo in un luogo sacro. Di certo Manchester non ha dimenticato quella tragedia, dalle cui ceneri nacque poi un’altra grandissima squadra.

Il Munich Tunnel, dedicato alla tragedia di Monaco di Baviera

Proseguiamo, e camminando nelle viscere dello stadio arriviamo nelle zone più attese, quelle dedicate ai giocatori. Dapprima ci portano nella lounge riservata ai familiari, dove le mogli solitamente aspettano i giocatori nel post-partita e dove troviamo anche una board che ricorda tutti i giocatori dello United che hanno giocato in qualsiasi nazionale; poi è il momento di entrare negli spogliatoi. Contrariamente alle attese, sono semplici, essenziali, senza tanti fronzoli o comodità. Spaziosissimi, per carità, ma senza inutili vezzi; ovviamente ogni giocatore ha il suo posto assegnato, contraddistinto per i turisti da una maglia replica sull’appendiabiti. Leggere i nomi mette i brividi.

Il tunnel che porta al campo

Poi il tour continua con l’ingresso in campo dal tunnel attuale con la musichetta di sottofondo a creare atmosfera e prosegue nei meandri dello stadio (non ci fanno passare a bordocampo per la nostra sicurezza, temendo che ci siano piccole lastre di ghiaccio) con arrivo alla vecchia zona spogliatoi e al tunnel storico d’entrata in campo di Old Trafford. Davvero bellissimo, forse la parte più bella di tutto lo stadio perchè sa di vero calcio inglese, sa di storia, fa venire alla mente immagini di giocatori d’epoca a sgomitare nel tunnel prima della partita con la folla urlante sopra di loro. Fantastico. Le panchine sono in tipica tradizione britannica, incorporate nella tribuna e mi prendo l’onore di sedermi al posto di Sir Alex.

Panoramica sulla Stretford End dalla panchina dello United

Ultime foto, ultima occhiata all’impianto (davvero magnifico, visuale splendida in ogni posto) e andiamo ad immergerci nel megastore e nel museo. Inutile spendere parole sulla grandezza e bellezza del megastore, dove si trova di tutto, mentre un racconto lo merita sicuramente il museo perchè vedere lì esposti così tanti trofei mette i brividi: Champions, Fa Cup, Carling cup, Premier Leagues, premi individuali…di tutto e di più! Anche qui la tragedia di Monaco ha un suo angolo con articoli dell’epoca, ma a suscitare in noi emozione è il memorial dedicato a Sir Matt Busby, pieno di omaggi fatti dai tifosi delle squadre avversarie. Ogni grande giocatore dello United ha un suo spazio celebrativo, enorme lo spazio dedicato a Sir Alex ed è unico l’angolino dedicato alla vendita di tutti i programmi di tutte le partite interne del Manchester di quest’anno. Non perdiamo l’occasione e ci compriamo un programma di ricordo, con Pierpaolo che si diverte anche a saccheggiare lo store dello United, portandosi a casa la maglia di Best. Resta il rammarico di non aver visto una partita ad Old Trafford, ma ce ne andiamo soddisfatti verso la stazione e l’aeroporto per il ritorno a casa. Lungo la strada ripensiamo a tutta la fantastica due giorni, che sa più di avventura epica che di mini vacanza, resa unica dal meteo e da una città tipicamente inglese. Ci siamo emozionati, abbiamo visto e vissuto luoghi che sin’ora avevamo ammirato e sognato solamente in tv, abbiamo sentito nominare o visto comparire posti che per un appassionato di calcio inglese sanno di mistico quando alla persona comune sembrano solo degli stupidi nomi di qualche posto sperduto non si sa dove, ci siamo sentiti semplicemente dei veri tifosi di football e questa è la miglior sensazione che questo viaggio ci ha regalato.

Ultima immagine, poetica, di Old Trafford intravisto dalla Sir Matt Busby way

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Manchester (prima parte)

Nella vita ci sono viaggi che programmiamo con mesi e anni di anticipo, viaggi che sognamo di fare un giorno, viaggi che rimangono nel cassetto e viaggi che sono piccole follie. La “piccola follia” mia e di Pierpaolo nasce in un freddo sabato mattina di gennaio quando il sottoscritto inizia il solito giro sui siti delle squadre inglesi alla ricerca di maglie in saldo per arricchire la propria collezione e contemporaneamente dà un occhio, da buon tifoso milanista, alla possibilità di trovare i biglietti per il derby a pochi giorni dallo stesso. Incredibilmente biglietti ce ne sono, si parte da 45-50 euro per il secondo anello di San Siro: preso dalla curiosità di fare un paragone sul costo dei biglietti qui e oltre Manica, do un’occhiata al calendario della Premier e mi cade l’occhio su una data: 4 febbraio, Manchester City – Fulham alle 17.30 inglesi. Orario ottimo, permetterebbe di arrivare comodamente in mattinata a Manchester e allora guardo se ci sono biglietti disponibili: non ce ne sono molti, posti alti nelle due tribune a circa 30 sterline al biglietto. Interessante penso. Il momento decisivo però è la consultazione del sito Ryanair, che incredibilmente da Bergamo prevede un bel volo da Bergamo verso Manchester il sabato mattina e il ritorno nel tardo pomeriggio la domenica al modico prezzo di 45 euro tutto compreso. Due rapidi calcoli ed ecco che l’idea derby di Milano viene cassata seduta stante e prende forma la pazza idea di una due giorni a Manchester a vedere il City. Nella mia follia coinvolgo immediatamente l’amico Pierpaolo, che senza nemmeno pensarci mi dice sì a priori ed in 5 minuti è tutto prenotato: volo e biglietto partita. Sembra un sogno, ma in 5 minuti ci siamo organizzati una due giorni a Manchester per vedere il Manchester City. I giorni che ci separano dalla partenza sembrano lunghissimi, per calarci ancora di più nell’atmosfera inglese prenotiamo per una notte una camera sopra ad uno dei Pub storici del centro di Manchester, il Millstone Pub, e nonostante la morsa della neve, il 4 febbraio si parte in volo, direzione Manchester.

Manchester, arriviamo

Ad accoglierci, dopo un volo tranquillo passato a gustarci Match of the Day sull’Ipad,  troviamo il classico tempo nuvoloso di Manchester, con qualche fiocco di neve come da previsioni meteo. L’organizzazione è ottima e in un attimo siamo sul treno che ci porta in centro città, dove facciamo la conoscenza del personaggio più particolare di questa avventura, un inglese originario di Manchester che parla perfettamente la nostra lingua e che ci intrattiene lungo il tragitto, con noi che cerchiamo di parlare in inglese e lui che ci risponde in italiano! Arriviamo finalmente in centro e respiriamo l’aria di Manchester, sotto una nevicata che diventa via via sempre più fitta. Il primo impatto con la città è decisamente buono, non percepiamo la desolazione di cui molti parlano quando si riferiscono a Manchester; a differenza di Londra qua si vede subito che siamo nella vera Inghilterra e la cosa ci piace moltissimo. Il nostro primo oooh si ha quando arriviamo al pub/albergo: più inglese, ma più inglese che non si può. Entriamo e veniamo subito investiti da una vampata di aria calda, dalla visione di birre ovunque (a mezzogiorno) e dal profumo di carne grigliata; l’interno è con il classico bancone con gli sgabelli,moquette e tavolini circolari in legno con la Tv sintonizzata sulla BBC in attesa dell’inizio del 6 nazioni, evento particolarmente atteso.

Manchester imbiancata dal nostro albergo

La rivalità City-United in due t-shirt

Dopo una breve rinfrescata in stanza, ci fermiamo per il pranzo ed è difficile per noi non guardarci attorno: vecchietti in giacca e cravatta che discutono dei più svariati argomenti davanti ad una buonissima birra, qualche turista che si ferma per il pranzo, altri vecchietti in attesa dell’inizio della partita tra Francia-Italia (la considerazione per la nostra nazionale è davvero bassa) e col passare dei minuti iniziano a sciamare all’interno del pub i primi tifosi del Man City. Tra la folla cogliamo subito alcuni turisti come noi, spagnoli per la precisione, ma ci sono tantissimi local fans che si preparano al match. Fuori sta nevicando, per terra ci saranno già 5-10 cm di neve e il panico inizia a serpeggiare nelle nostre menti: non è che ce la rinviano? Aprofittando di una coppia di tifosi del City accanto al nostro tavolo, chiediamo le indicazioni per arrivare allo stadio facendo anche la temutissima domanda: c’è pericolo di sospensione? Ci guardano straniti, come se venissimo da Marte. Il campo è riscaldato, non c’è alcun pericolo la risposta. Ci danno anche due indicazioni sui nostri posti a sedere e scopriamo che i settori inferiori dello stadio, dove si siederanno loro, sono scoperti e si sono preparati alla neve che cadrà copiosa lungo tutto l’arco della gara. Fantastici. Noi, incuranti dei consigli di prenderci un taxi, decidiamo di farci la camminata fino allo stadio, anche per scoprire un po’ la città, che ha il suo cuore pulsante nel mega centro commerciale di Arndale, dove tutti si rifugiano per via del maltempo e dove, nella piazza antistante l’ingresso, si trova una sorta di ruota panoramica funzionante sotto la neve. Inesperti, allunghiamo un po’ la strada, ma man mano ci avviciniamo al City of Manchester stadium, iniziamo a cogliere tutte quelle particolarità che rendono unico il calcio inglese: i pub dedicati ai tifosi locali, i tifosi che arrivano un po’ da tutte le parti, l’0rganizzazione degli steward nel direzionare il traffico e la gente verso i parcheggi. Col maltempo la camminata sembra infinita, ma tutto è ripagato non appena compare davanti ai nostri occhi l’impianto, che nonostante il grigiume, ci appare maestoso e bellissimo.

In lontananza compare l'Etihad Stadium

La facciata principale dello stadio

Da quel momento diventiamo come due bambini in un negozio di caramelle: ogni angolatura è buona per immortalare il tutto, la nostra andatura accelera ad ogni passo, gli odori che si respirano sono quelli che avevamo letto mille volte tra le pagine di “Febbre a 90” o de “Le Reti di Wembley”, i nostri occhi vedono azzurro ovunque. Il primo passo è assolutamente obbligatorio se vi apprestate a vedere una partita in Inghilterra: comprare il programma della partita. Non si tratta, come da noi, di un misero foglietto con le probabili formazioni e due/tre notizie sfigate sulla squadra, ma di un vero e proprio libretto a colori prodotto dal team da conservare nei propri archivi; non è gratuito, ma ne vale assolutamente la pena, quasi come fosse una prova per dire io c’ero! Una tradizione meravigliosa questa, chi vi scrive è alla sua terza partita di Premier League e nelle due precedenti il programma non è assolutamente mancato ed è andato di diritto nella bacheca dei ricordi più belli. Il secondo passo è il negozio del City, che definire negozio è poco: si trova tra la Colin Bell Stand e la North Stand e, a differenza di molti altri store, non è inserito nello stadio, ma è un edificio a parte. Dirvi che è immenso è poco, ci siamo persi dentro per tre quarti d’ora abbondanti. Altro mondo, totalmente un altro mondo. In bell’ordine tutte le maglie già personalizzate dei giocatori più importanti (mancava quella di Balotelli) da casa e da trasferta, l’angolo dedicato ai bimbi, alle donne, agli uomini; la parte con i saldi e la parte dedicata ai gadget. Dobbiamo limitarci, io me ne esco con la maglia di David Silva, il cappellino ufficiale per la mia collezione e la t-shirt commemorativa della vittoria FA Cup 2011 mentre Pierpaolo come maglia ufficiale si prende quella di Dzeko, ovviamente personalizzata con tutti i crismi del caso, più qualche altro gadget.

Il negozietto del City

La splendida visuale dal nostro posto

Finalmente, dopo tanta attesa, giunge finalmente il momento di entrare. Un po’ timorosi e molto emozionati ci avviciniamo al gate d’ingresso sfruttando anche la cortesia degli steward per le indicazioni: lettore elettronico che dà il segnale positivo e siamo dentro. Collaboriamo gentilmente con la steward che verifica il contenuto delle borse e poi iniziamo la rampa che ci porta ai nostri posti, nella Colin Bell Stand a 4-5 file dal punto più alto dello stadio, all’altezza della metacampo. Posti che vi diciamo subito essere splendidi: alti, è vero, ma la visuale è semplicemente perfetta e siamo totalmente al coperto. Manca circa un’oretta all’inizio della partita e lo stadio è sostanzialmente deserto e lo rimarrà fino a pochi minuti prima del fischio d’inizio: qui tutti entrano all’ultimo, prima stanno nelle viscere degli stand a mangiare e bere. Già, perchè all’interno delle tribune vi sono dei veri e propri bar/fast food con tutto il classico cibo da stadio e birra a profusione: l’unico accorgimento è che la birra non può essere bevuta in front of the pitch e se uno fosse troppo ubriaco per entrare gli steward hanno tutto il diritto di prenderlo e buttarlo fuori dallo stadio. Noi ci limitiamo a qualcosa di caldo nell’attesa dell’inizio, godendoci il riscaldamento e la panoramica dello stadio, facendo migliaia di foto. Tra l’altro i seggiolini sono abbastanza comodi e larghi, cosa a cui non siamo del tutto abituati. Nel frattempo riprende a nevicare e iniziano le cerimonie del pre-partita con lo stadio che arriva ad essere quasi del tutto pieno; ci sono anche i tifosi del Fulham, tra cui alcuni temerari (una decina) a torso completamente nudo, evidentemente su di giri, che però si divertiranno un sacco nonostante l’andamento della partita. Il momento dell’ingresso in campo è sempre emozionante: solo applausi e musica della Premier, niente fumogeni e fumo che disturba. Mentre le squadre si sistemano, partono anche le note del Blue Moon e scorrono i brividi lungo il corpo sentendolo cantare dal pubblico. E poi c’è la partita, che saprete tutti come è andata: facile vittoria del City, che impressiona per fisicità e gioco, con Silva, Dzeko e la difesa sugli scudi.

Le condizioni atmosferiche nel secondo tempo

Ancora un'immagine della partita...con Mancini visibile

L’atmosfera…l’atmosfera la pensavamo migliore, nonostante il freddo. C’è il settore della stand opposta alla nostra, nell’angolo in basso vicino ai tifosi ospiti, che fa partire cori e tifo per tutti e 90 i minuti, ma l’impressione è stata quella di un ambiente freddino, condizionato probabilmente dall’abbondante nevicata che ha condizionato la partita, svoltasi comunque senza il minimo problema (da noi l’avrebbero sospesa). Memorabili alcuni flash, su tutti vince l’arbitro che interrompe il gioco per far entrare gli spalatori a pulire le righe, un siparietto sottolineato dalle ovazioni del pubblico che con queste cose si diverte sempre. Ma da citarvi anche il fatto di essere circondati da famiglie in tribuna, aver visto dal vivo il famoso Poznan, che ha coinvolto tutto lo stadio solamente dopo il gol del 3-0, aver sentito tutti i cori per i nostri connazionali Mancini e Balotelli e, estimatori o non estimatori, fa sempre un certo effetto sentir inneggiare ad un italiano in Inghilterra. Entrambi sono amatissimi, soprattutto il primo. Al fischio finale (sì, siamo rimasti fino alla fine nonostante il 3-0, nonostante il freddo polare, da buoni tifosi) salutiamo i nostri posti e ci uniamo al pubblico in uscita che, sotto la neve, se ne torna ordinatamente (con qualche palla di neve volante) a piedi verso il centro della città. Noi ci concediamo un ultimo regalino, la sciarpa Old Style (favolosa) del City e ci guardiamo più che soddisfatti, felici della follia fatta, del freddo preso e del semplice fatto di essere lì, consci di aver fatto un’esperienza unica, resa epica dalle condizioni atmosferiche. (a cui si aggiunge, da veri malati, il fatto di poter assistere comodamente sdraiati nel letto, in seconda serata, al programma calcistico inglese per eccellenza, Match of the day).

Ma è tutto? Assolutamente no, perchè prima di ripartire verso casa è assolutamente d’obbligo la gita in casa United, che vi racconteremo nella seconda parte dello speciale.