La storia dei club: Plymouth Argyle

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Plymouth Argyle Football Club
Anno di fondazione: 1886
Nickname: the Pilgrims
Stadio: Home Park, Plymouth
Capacità: 17.669

Quando madrenatura ha creato questa parte di terra, crediamo avesse già in mente cosa farne: un porto. Una spettacolare baia alla foce dei fiumi Tamar e Plym su cui 3.000 anni fa venne fondata una piccola comunità, specializzatasi poi negli scambi commerciali con il resto d’Europa, come era inevitabile. Questa città veniva chiamata Sutton (Sutona) e così rimase fino al 1200 circa. Intorno al 1230 comparve la nuova denominazione: Plymmue. Ovvero, Plymouth. Quel che non cambierà mai sarà la vocazione marinaresca della città, che era, è e resterà prima di tutto un porto, come detto. Ad oggi, il più grande porto militare dell’Europa occidentale, l’HMNB (Her Majesty’s Naval Base) Devonport. In passato, il porto da cui nel 1620 salparono alla volta del nuovo mondo i puritani, perseguitati da quella Chiesa d’Inghilterra che intendevano riformare. Arrivarono sulla costa nordamericana su una nave chiamata Mayflower e vi fondarono il secondo insediamento inglese dopo Jamestown, Virginia, a cui diedero il nome di Plymouth. Passeranno alla storia come Padri Pellegrini e il puritanesimo sarà uno degli ingredienti base della cultura dei futuri Stati Uniti d’America. E “il porto di Plymouth” è anche il titolo di un dipinto di Norman Wilkinson che il costruttore del Titanic, Thomas Andrews, fissò in silenzio nella sala fumatori mentre affondava con la sua nave, che pure era partita da Southampton. Ah, last but not least, mayor di Plymouth fu nel 1581 un celebre personaggio nativo di un villaggio vicino, ovviamente navigatore: Sir Francis Drake.

Sì, ok, la navigazione, il porto, tutto molto bello, ma qui parliamo di football e dubitiamo che Sir Drake si interessasse all’arte pedatoria, anche perchè svantaggiato dal piccolo dettaglio di essere nato 300 anni prima del nostro amato sport. Plymouth, Devon(shire). La città detiene un curioso primato nell’ambito calcistico inglese: è, con i suoi 261.000 abitanti, la più grande a non aver mai visto la massima serie. Il Plymouth Argyle ha sempre vissuto un’onesta esistenza in Football League, e prima ancora in Southern League. Il club venne fondato nel 1886 da due studenti nativi della Cornovaglia, William Pethybridge e Francis Grose, che, giunti a Plymouth dopo aver giocato a calcio al college, si ritrovarono senza squadra: da lì l’idea di fondarne una, visto che l’unica esistente all’epoca, il Plymouth FC, non li accettò tra le proprie fila.  Venne scelto il nome di Argyle Football Club, che rimase tale fino al 1903. Strano nome, Argyle. Intorno a questo punto si addensa qualche nube. Sappiamo dalla documentazione che la scelta venne fatta “by local application”, il che potrebbe essere connesso ad una strada, Argyle Terrace, anche se nessuno dei membri fondatori risiedeva lì. Ma la scelta potrebbe essere stata, semplicemente, casuale. Citando l’ottimo Greens on Screen, nessuno dopo sei anni si ricordava l’origine del nome “because it was just plucked out of the air and chosen because it was suitably up-market for the club members social standing, as was middle-class Argyle Terrace”. Meno probabile che fosse richiamo all’Argyll & Sutherland Highlanders, un reggimento dell’esercito la cui squadra calcistica era molto forte all’epoca. Suggestivo, un mito che si diffuse intorno agli anni ’30, ma i periodi temporali non coincidono: nel 1886, la squadra del reggimento non era ancora famosa, così come non stazionava in zona il reggimento stesso. La vera particolarità risiede nel fatto che, a differenza di molte altre squadre, il Plymouth Argyle ha mantenuto nel nome attuale la denominazione originale.

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“The visit of Plymouth Argyle will be best remembered by the outstanding personality and genius of Moses Russell. His effective style, precise judgement, accurate and timely clearances, powerful kicking and no less useful work with his head…one of the most wonderful backs and one of the brainiest players ever seen on the football field”. Piccolo salto temporale, nel mezzo del quale il club vinse anche una Southern League (1912/13). A parlare così non è un qualche quotidiano del sud-est dell’Inghilterra, la cui squadra locale aveva affrontato il Plymouth. Parole e musica appartengono allo Standard of Buenos Aires. Buenos Aires? Sì. Nel 1924 i Pilgrims (Pellegrini, soprannome scontato) imitarono i loro antenati e salparono attraverso l’Atlantico, solo che invece che nel New England si diressero verso il Sud America, Uruguay e Argentina, a porto della nave Avon. Un’avventura. Sei anni prima del vittorioso mondiale del 1930, gli uruguaiani caddero per 4-0 sotto i colpi di Bob Smith (doppietta), Jimmy Logan e Jack Leslie. Erano previste anche una serie di amichevoli contro club argentini, tra cui quella celebre contro il Boca. Un glorioso 1-1, con tanto di invasione di campo all’1-0 Xeneizes. Partita sospesa, tutti negli spogliatoi. Rientrati in campo, rigore per i Pilgrims: Patsy Corcoran, timoroso per la sua incolumità, decide di sbagliarlo. La notizia giunge all’orecchio di Moses Russell, il capitano, meno timoroso: quando il gioco riprende (c’era stata una nuova invasione, ‘sti argentini…), Russell spinge via Corcoran e calcia in rete il rigore. 1-1, tutti a Plymouth.

Memorie di un viaggio lontano...

Memorie di un viaggio lontano…

Tornati in patria, i Pilgrims, entrati nel frattempo nella neonata Third Division (South) della Football League, giunsero per sei stagioni consecutive (dal 1921/22 al 1926/27) secondi. Probabilmente un record, che alla sesta occasione avrà fatto uscire qualche improperio in stretto accento scozzese al manager Bob Jack. Jack, da Alloa, scozzese come tanti a quell’epoca, dopo esserne stato giocatore fu anche manager (o meglio, secretary-manager per gli standard del periodo) del Plymouth per “soli” 27 anni (suo figlio David, che sarà il primo giocatore nella storia a segnare a Wembley, cominciò la carriera nel club). Giusto per dire: le sue ceneri vennero sparse sul terreno di gioco di Home Park, e questo chiude praticamente ogni discussione sull’importanza che ebbe per l’Argyle, e viceversa. Già, Home Park. Dal 1901 sede delle gioie (rare) e dei dolori dei tifosi del Plymouth, oggi un moderno gioiellino da 17.000 posti a sedere. The Theatre of Greens, un azzardato rimando a impianti mancuniani, e un richiamo alle tradizionali divise verdi della squadra di casa. Divise verdi che da sempre contraddistinguono il club, figlie di un’eco di cultura celtica e insulare che in Devon è da sempre forte (e in fondatori, come detto, erano originari della Cornovaglia, terra di celti e tradizioni celtiche), e mai abbandonate, nonostante in Inghilterra si ritenga il verde colore sfortunato da indossare: il Plymouth rimane così una delle poche squadre d’Albione ad adottare tale colore.

Finalmente, nel 1930, la promozione in Division Two. 20.000 nipoti dei Padri Pellegrini affollarono in quella stagione Home Park, segno di un’affezione alla squadra che non verrà mai meno, nonostante i tanti (troppi) tempi bui che ridurranno in seguito le presenze sugli spalti. Jack si dimise nel 1937, ma per una ventina d’anni, anche se di mezzo vi sarà la guerra, i Pilgrims mantennero senza grossi affanni la seconda divisione. Almeno fino al 1950, quando cominciò il decennio che vide l’Argyle due volte retrocesso e due volte promosso, facendo lo yo-yo tra seconda e terza divisione, i due campionati da sempre più “amati” dal Plymouth perchè se è vero che il club non conoscerà mai la massima serie, è anche vero che in quarta divisione ci arriverà solo recentemente, nel 1995. Sono gli anni del bomber Wilf Carter, secondo solo allo scozzese Sammy Black nella classifica dei marcatori all-time in verde.

Il Plymouth Argyle 1935. A centro, Robert

Il Plymouth Argyle 1935. A centro, Robert “Bobby” Jack

Gli anni ’60 non diedero solo una scossa al mondo, le notti della Swingin’ London e i Beatles, ma regalarono due momenti indimenticabili anche al Plymouth. Il primo, più banale, il raggiungimento della semifinale di coppa di Lega, dove persero contro il Leicester City. Eh vabbè, capita, ma si può sempre riprovare. Ma provate a battere questa, che sarebbe il secondo “momento di gloria” del decennio. Primavera del 1963, i Beatles rilasciano il loro primo album, “Please Please me”, in U.K, a Birmingham, Alabama, un pastore nero di nome Martin Luther King è promotore di una campagna anti-segregazione non violenta (verrà incarcerato) e la Jugoslavia si proclama uno stato socialista con presidente a vita il generale Tito. Siamo in Polonia. Il Plymouth Argyle vi era stato invitato per giocare una partita, che avrebbe dovuto scaldare il pubblico prima di una gara di ciclismo. Un aperitivo calcistico. Solo che i Pilgrims si trovarono di fronte 100.000 spettatori, la metà degli abitanti di Plymouth! Il più grande pubblico ad aver mai assistito a una partita dell’Argyle. In Polonia….

Se i 100.000 polacchi sono difficili da dimenticare, veder giocare dal vivo il più grande di sempre non deve essere proprio brutto. Facciamo un nuovo salto temporale al 1973. Questa volta siamo a Home Park, e in amichevole arriva il Santos. Suggestivo, specie perchè in quel Santos gioca un certo Edson Arantes do Nascimento, noto anche come Pelè. Incredibilmente, vincono i Pilgrims, all’epoca club di terza divisione: 3-2, con reti di Mike Dowling, Derek Richard (nativo di Plymouth) e Jimmy Hinche, i quali poterono dire per il resto della loro vita di essere stati nello stesso tabellino marcatori di Pelè, che quel giorno segnò su rigore. Per il resto, gli anni ’70 furono segnati nuovamente da una promozione-retrocessione, dai goal di Billy Rafferty e Paul Mariner (visto anche all’Arsenal, tornerà nella costa sud come allenatore) e dall’esordio di un ragazzo di Broadwindsor, Dorset, tale Kevin Hodges che giocherà più di 600 partite con la maglia verde sulle spalle, un record. Ah, e da un’altra semifinale di coppa di Lega, dove i Pilgrims si scontrarono questa volta con il Manchester City (terza contro prima divisione): l’1-1 di Home Park venne facilmente convertito in 2-0 a Maine Road dai Citizens di Summerbee, Lee, Bell, Law e Marsh, una squadra fortissima che non vinse un tubo, tra parentesi.

PELE scores from the penalty spot against Plymouth's Melia Aleksic to make the score 3-1 to Plymouth Argyle

PELE scores from the penalty spot against Plymouth’s Melia Aleksic to make the score 3-1 to Plymouth Argyle

Fino al 1986 il club trascorse una tranquilla decade in Division Three, con un’unica eccezione, il fatidico 1984. L’anno della cavalcata in FA Cup, con doppio prestigioso successo su West Bromwich e Derby County (andò a vincere a Baseball Ground) prima di arrendersi al Watford in una semifinale tiratissima (0-1) giocata a Villa Park. Rimane l’avanzamento maggiore in coppa avuto dal club nella sua storia, con qualche rimpianto. L’anno seguente arrivò sulla panchina della squadra, guidata in attacco dal biondo Tommy Tynan, uno firmato da Bill Shankly ai tempi del Liverpool in quanto vincitore di un contest organizzato dal Liverpool Echo, Dave Smith, che fece quello che era richiesto fare a un allenatore dei Pilgrims fino a quel momento: conquistare la promozione dalla terza serie, il massimo alloro della storia del club, ripetutamente conseguito in diverse epoche (sad but true, di coppe manco l’ombra). Forse stanchi di conquistare sempre e solo promozioni da Division Three a Division Two, i Pilgrims ebbero la non brillante idea di inaugurare la quarta serie, che comunque, per farli sentire a casa, era stata nel frattempo rinominata Third Division a causa della nascita della Premier. Neil Warnock riuscì nella promozione immediata, ma il ritorno nei bassifondi era solo rimandato. Ah, nel mezzo, la colossale rissa in quel di Chesterfield, passata alla storia come Battaglia di Saltergate.

A cambiare le cose fu un altro scozzese, come Jack e Smith. Paul Sturrock. Detto Luggy, dallo scozzese lugs, orecchie, di cui in effetti è superdotato, in pochi anni prese i Pilgrims dai bassifondi della quarta divisione e li portò in Championship, sebbene non festeggiò la seconda promozione (in tre anni) perchè chiamato nel frattempo dal Southampton. Tornerà, e a dire il vero non ebbe molta fortuna dopo l’abbandono del club, ma verrà sollevato dall’incarico inutilmente, perchè in quella stagione, cominciata male, la squadra retrocederà. A succedergli fu Bobby Williamson, che inaugurò le prime di sei stagioni consecutive in Championship, dove tra gli altri sederono sulla panchina dell’Argyle Tony “TheNeverRelegatedManager” Pulis e l’inarrivabile Ian Holloway (a proposito di personaggi, il Plymouth è anche l’unico club allenato in carriera da Peter Shilton, dal 1992 al 1995 in qualità di player-manager, leggenda fino a prova contraria della Nazionale, un po’ meno della panchina). Come appena accennato, dopo sei stagioni la nuova retrocessione, a cui ne farà immediatamente seguito un’altra che portarono i Pilgrims dove sono oggi, ovvero in League 2. In questo percorso all’inverso non fu certo d’aiuto la sottrazione di 10 punti comminata dalla Football League a causa dei problemi economici del club, che era finito in amministrazione controllata e che si ritrovò così in ultima posizione. La retrocessione poi, beffa delle beffe, fu praticamente sancita sul campo dell’Exeter, in un derby del Devon, insieme a quella con il Torquay la rivalità più sentita per i tifosi dei Pilgrims (“We hate Exeter, say we hate Exeter…”).

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Chissà cosa riserva il destino al Plymouth, terra di viaggiatori, discendenti da gente che ha solcato l’Atlantico verso mondi sconosciuti. E comunque, quelli erano certamente viaggi più facili di una trasferta a Carlisle un mercoledì sera di dicembre…

(Credits: Wikipedia, Greens On Screen, The Beautiful History)

Record

  • Maggior numero di presenze in campionato: Kevin Hodges, 530
  • Maggior numero di reti in campionato: Sammy Black, 176
  • Maggior numero di spettatori: 43.596 v Aston Villa (Second Division, 10 Ottobre 1936)

La storia dei club: Bradford City

bradford292-242512_478x359Bradford City Association Football Club
Anno di fondazione: 1903
Nickname: the Bantams
Stadio: Valley Parade, Bradford, West Yorkshire
Capacità: 25.136

Bradford, West Yorkshire. Bradford è una di quelle città in cui nessuno va. 300.000 anime, un tempo operai dell’industria, oggi perlopiù riconvertiti, spesso con il fantasma della disoccupazione che aleggia minaccioso, come troppe volte accade in questa parte dell’Inghilterra un tempo ricchissima, moltissimi immigrati in cerca di fortuna e di pioggia, che qui, come altrove in Albione, non manca mai.
Bradford è, dunque, per pochi eletti. Ma chi ama il calcio, conoscerà certamente la squadra locale. Una squadra che di recente è balzata agli onori delle cronache per due cavalcate entusiasmanti, in League Cup e in FA Cup, con una finale disputata e tanti riflettori accesi su una realtà finita nel dimenticatoio della League Two.
Una squadra unica nel panorama calcistico inglese, poichè a vestire il claret & amber, diciamo un giallo-ambra e granata, c’è solo lei.
E i più attenti (o, verosimilmente, coloro che stanno invecchiando, come il sottoscritto) si ricorderanno di un Bradford City per due stagioni in Premier League, con un italiano in campo (Benny Carbone) e una salvezza, nella stagione 1999/2000, raggiunta all’ultima giornata e battendo il Liverpool, con un goal di David Wetherall entrato in quel momento nella ristretta cerchia degli eroi claret & amber.

BIGteam-photo-1910-11-postcard.jpgIl primo eroe, quello originale, era uno scozzese (ma dai?!), tale James Whyte, editore del giornale locale, il Bradford Observer. Sull’importanza degli scozzesi per lo sviluppo del football ci sarebbe da aprire una parentesi gigante. Restiamo alla nostra storia. Le idee semplici sono, spesso, le più geniali e riuscite. Mr. Whyte ebbe l’illuminazione in una notte, e pose alla cittadinanza, ma soprattutto ai dirigenti della lega, una domanda banale, ma quantomai consona al periodo: perchè non creare una squadra di Football League a Bradford? D’altronde era il 1903, tardi per gli standard calcistici britannici, e Bradford era una città vivace e produttiva.

Naturalmente a Bradford operavano già alcuni club, ma nessuno di questi partecipava alla Football League. Mr Whyte incontrò i dirigenti della lega nello stadio del Manningham FC (una squadra, a discapito del nome, di rugby): Valley Parade. Vi dice qualcosa il nome? Lo sospettavamo. Lo scozzese convinse anche il club a cambiare sport: basta rugby, benvenuto calcio. La lega approvò e accettò la squadra, che nel frattempo cambiò nome in Bradford City AFC, tra le sue fila. Piccola parentesi. Bradford ha avuto una squadra così tardi rispetto al resto dello Yorkshire (la patria del calcio, così, giusto per ricordarlo) perchè questa particolare area, nell’ovest, era dedita perlopiù al rugby; ed è il motivo per cui la Football League accettò immediatamente il club, pensando che ciò avrebbe promosso il movimento della pedata in un territorio prima ostile. Dal Manningham FC la neonata squadra ereditò anche i colori, il già citato e unico claret & amber. L’origine di questi colori è sconosciuta, e il Manningham li usava già dal 1884. La leggenda più divertente vuole che essi siano un richiamo alla birra e al vino, una goliardata dei dirigenti del club insomma: ma QUI potete trovare tutte le altre ipotesi

Valley Parade prima....

Valley Parade prima….

Torniamo alla trama della nostra storia. La decisione della Football League creò un uniquum nel panorama calcistico inglese (il Chelsea, due anni dopo, fu solo un postumo imitatore): il Bradford City, prima ancora di giocare una sola partita o persino di avere una rosa di giocatori, era già nella lega. Nel 1907/08, pochi anni dopo la fondazione, vinse la Division Two, preparandosi così a disputare il primo campionato di massima serie. E gli anni immediatamente successivi rappresentano tuttora l’apice della storia del club. A dire il vero il primo anno finì con una salvezza all’ultima giornata, grazie a una vittoria contro il Manchester United con goal di Frank O’Rourke (toh, uno scozzese, e due), un momento che culminò due anni più tardi con un altro goal solitario, di Jimmy Speirs (morirà durante la prima guerra mondiale, al fronte), ad Old Trafford: Bradford City 1-0 Newcastle United, ed FA Cup in bacheca. Un trionfo (l’unico, ad oggi) che avvenne solo al replay, perchè al Crystal Palace di Londra finì 0-0, con buona pace dei tifosi dello Yorkshire che viaggiarono verso la capitale con 11 treni speciali, ma che poterono festeggiare solo quattro giorni dopo (vi immaginate oggi i replay delle finali? Già vogliono eliminare i replay in generale….). Peraltro, il City detiene ancora oggi il record di clean sheets consecutivi in coppa, undici, ma questa è altra storia.

Nel frattempo, a rendere vivaci gli uggiosi sabati di Bradford giunse…il derby! La promozione del Bradford Park Avenue (così chiamato dal nome dello stadio, e per differenziarsi dai restanti club) nella massima serie (1914) diede il via ad una serie di derby, peraltro già iniziata due anni prima in coppa, che a sorpresa vedono negli annali in vantaggio il Park Avenue (23 a 22). Sperando di rivedere presto il derby a livello competitivo (ovviamente in coppa, a meno di clamorosi miracoli – o tonfi che non ci auguriamo), vale la pena citare qualche episodio. Nel 1937, con entrambe le squadre in Division Two, il Park Avenue si salvò, davanti proprio al City; prima ancora, nel 1927 (Third Division North), sempre il Park Avenue stese 5-0 il City sulla strada verso la promozione e la vittoria del campionato, con il titolo che rimase a Bradford la stagione successiva, quando furono i cugini a trionfare. L’ultimo incontro venne disputato nel 1969, con il City promosso e il Park Avenue desolatamente in fondo alla FL, dalla quale venne escluso l’anno seguente prima di fallire, definitivamente, nel 1974. Significativo il fatto che nel giro di pochi anni da zero club in Football League la città arrivò ad averne due (il Park Avenue venne fondato nel 1907): oltre al rugby, c’era spazio anche per il calcio.

...e oggi

…e oggi

Tornando alla storia del club, il primo dopoguerra segnò il ritorno del City in Division Two, non prima però del meraviglioso quarto turno di FA Cup del 1920, a Bristol contro il City. Meraviglioso non tanto per il risultato (una sconfitta), quanto perchè tale sconfitta venne dai più attribuita alla visita che la squadra fece alla “Fry’s chocolate works”, la cui fabbrica distava poche miglia dalla città: si, esatto avete capito bene, la storia vuole che la debacle sia stata figlia di una leggendaria scorpacciata di cioccolato. Cioccolato o no, anni molto bui attendevano il City. Innanzitutto, i risultati: retrocessione nel 1922 (a braccetto con i cugini cittadini, e fino al 1999 la massima serie rimarrà un lontano ricordo), retrocessione in Third Division nel 1927. Poi le grane economiche, risolte solo grazie all’intervento dei tifosi e le loro donazioni. Già, i tifosi. Gli scarsi risultati, uniti anche all’emergere di un’altra squadra nella zona (l’Huddersfield Town), svuotarono poco a poco gli spalti del Valley Parade. In questa grigia situazione, l’alternarsi di manager (tra cui l’ex giocatore O’Rourke, che guidò i Bantams – il soprannome Bantams, galletti, deriva dai colori del club, associati appunto ai mattutini animali da cortile – in due occasioni diverse, salvo poi sbattere definitivamente la porta nel 1930) non servì a riportare il club nella massima serie, solo sfiorata: la luce in fondo al tunnel era lontanissima dall’esser veduta.

48 anni. 48 lunghissimi anni. Tanto passò da quando il Bradford City giocò l’ultima volta in seconda divisione fino alla successiva. Mezzo secolo speso tra Division Three e, quando venne istituita, Division Four, tra pochissimi alti (rare promozioni tra quarta e terza serie) e moltissimi bassi (per tre volte, nel 1949, 1963 e 1966 il City dovette chiedere la ri-elezione in Football League). Insomma, anni bui, molto bui. La rotta cambiò, finalmente, nella stagione 1981/82, quando alla guida del club venne chiamato l’ex difensore della Nazionale Roy McFarland. Grazie anche ai goal di un nordirlandese di nome Bobby Campbell, casualmente diventato leader all-time di goal segnati per il club, il City giunse secondo nel campionato di quarta divisione, guadagnandosi così la promozione. McFarland abbandonò poco dopo in direzione Baseball Ground, Derby, e venne rimpiazzato da Trevor Cherry, un uomo particolarmente legato al West Yorkshire: nato ad Huddersfield, giocò per i Terriers, il Leeds United e, appunto, il Bradford City, di cui fu player-manager fino al 1985 e manager fino al 1987. Sotto la sua guida, nel 1985, i claret & amber ritrovarono la Division Two dopo, come visto, tantissimo tempo. Ma ad un prezzo carissimo.

Bradford City Football Club Fire Disaster 11 May 1985 Fifty six people die

Bradford City Football Club
Fire Disaster 11 May 1985
Fifty six people die

A Valley Parade si giocava l’ultimo incontro della stagione che incoronò il City come campione di Division Three. Di fronte un altro City, il Lincoln. Era l’11 Maggio 1985, 11.076 spettatori si recarono all’impianto per assistere alla partita, ma soprattutto alla premiazione della squadra avvenuta nel pre-gara, alla quale venne consegnato il trofeo di campioni. Al 40′ circa del primo tempo si nota del fumo provenire dal settore G. L’arbitro sospende la partita, e la polizia inizia l’evacuazione dello stadio. Valley Parade, come molti altri stadi inglesi, aveva ancora impalcature in legno, e un tetto in cui al legno si aggiungevano sostanze incendiabili come catrame e bitume. Da una sigaretta gettata, il passo verso il disastro fu breve. In quattro minuti la stand era bruciata, con il tetto crollato sugli spettatori e il fumo nero a rendere difficoltosa la fuga dei fortunati sopravvissuti. Niente estintori, che erano stati rimossi per paura di atti vandalici. Il risultato furono 56 morti, triste anticipazione di un altro disastro, che quattro anni dopo, per motivi completamente diversi, avrebbe però contribuito a cambiare la concezione di stadio in Inghilterra. Ovviamente, il City si vide costretto a emigrare per un anno e mezzo (Leeds Road, Elland Road, l’Odsal Stadium di Bradford, impianto di rugby) e a modernizzare forzatamente Valley Parade. Cosa che, parentesi, fece anche il Lincoln City, sfortunato co-partecipe di quella tragedia (due tifosi degli Imps persero la vita): nell’anno immediatamente successivo, Sincil Bank venne sviluppato in modo da annullare il rischio incendi.

E dire che quella gloriosa campagna avrebbe davvero meritato un finale diverso. Il ritorno dopo tantissimi anni in una Division ritenuta più consona alla città, il coronamento degli sforzi che due anni prima, nel 1983, portarono l’ex presidente Heginbotham di nuovo alla guida di un economicamente disastrato club (fu necessaria la cessione di Campbell, poi rientrato, al Derby County). E invece il disastro che oscurò il tutto e segnò per sempre la storia del club, della città e, perchè no, del calcio inglese.

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

E il City tornò in Division Three nel giro di poche annate. Non prima però di aver fatto anche i playoff promozione, nel 1988, sconfitti dal Middlesbrough a un passo dalla massima serie. Ma poi le star di quella squadra se ne andarono (Stuart McCall e John Hendrie, manco a dirlo due scozzesi), il presidente Heginbotham lasciò per motivi di salute e l’oblio era nuovamente lì ad accogliere le bellissime e uniche divise del club. Il vento del cambiamento sopraggiunse solo con l’avvento del neopresidente Geoffrey Richmond, nel 1994, e si concretizzò nel 1996 con la promozione in Division one, che causa nascita della Premier League era nel frattempo divenuta la seconda serie del calcio inglese. Artefice di quella promozione il manager Chris Kamara, un ex marinaio della Royal Navy originario della Sierra Leone e con una discreta carriera da giocatore alle spalle. Oddio, Richmond si sbarazzò ben presto di Kamara, come già aveva fatto con Frank Stapleton e Lennie Lawrence, e mise la squadra nelle mani del suo attaccante principale fino alla stagione precedente: Paul Jewell. Jewell aveva appeso gli scarpini al mitologico chiodo da pochi mesi, ma già dall’estate successiva (fu nominato manager a Gennaio 1998) venne investito di una grossa responsabilità: portare i Bantams in Premier League. Solo tale obbiettivo giustificava infatti i soldi messi a disposizione da Richmond, e che finirono al Port Vale per Lee Mills (£ 1.000.000, verrà poi prestato al Manchester City – erano anni in cui il Bradford prestava giocatori ai Citizens…vaglielo a spiegare ai giovanotti di oggi!), all’Arsenal per Isaiah Rankin (£ 1.300.000, ma si rivelò un flop) e all’Oxford United per Dean Windass (£ 950.000). A parametro zero rientrò, proveniente dai Rangers, McCall, il capitano.

Con i goal di Mills, Peter Beagrie e Robbie Blake il 9 Maggio 1999 al Molineux di Wolverhampton il City, dopo 78 anni di attesa, tornò nella massima serie del calcio inglese. Jewell aggiunse alla rosa il già citato David Wetherall (Yorkshire born and bread, da Sheffield a Bradford passando per Leeds) e due giocatori over-30, Neil Redfearn e Dean Saunders. Specificare l’età non è superfluo, poichè quel Bradford City divenne noto come…the Dad’s Army, l’esercito dei papà (Dad’s Army era il nome di una nota sitcom inglese anni ’70). Saunders, che regalò la vittoria 1-0 all’esordio contro il Middlesbrough, festeggiò il goal simulando di essere un vecchietto con il bastone. Una stagione che si aprì con un vittoria per 1-0 e si concluse con una vittoria per 1-0, la famosissima partita (almeno a Bradford) contro il Liverpool, che sancì un’insperata e inattesa salvezza. Tanto inattesa che Rodney Marsh, dagli studi di sky sport, dichiarò che era talmente sicuro della retrocessione dei Bantams che, in caso di salvezza, si sarebbe tagliato i suoi leggendari capelli. Cosa che in effetti gli toccò fare, davanti a un divertito Valley Parade.

Jewell accettò la corte dello Sheffield Wednesday appena retrocesso e lasciò i Bantams nelle mani di Chris Hutchings, già suo assistente. Il quale godette di un budget ancora più sostanzioso del predecessore per completare la rosa, alla quale aggiunse David Hopkin, Ashley Ward e l’italiano Benito Carbone, l’uomo che con le sue finte disorientava sia gli avversari che i compagni, almeno a detta di quella leggenda di nome Vujadin Boskov da Novi Sad. I soldi vennero destinati anche a Valley Parade, che venne ulteriolmente migliorato. “My six weeks of madness“, così descriverà il presidente Richmond l’estate 2000. Anche perchè i soldi non portarono risultati: Hutchings verrà sollevato dall’incarico, ma la squadra, sotto la guida di Jim Jefferies, terminò lo stesso il campionato con la miseria di 26 punti. La retrocessione venne accompagnata dai guai finanziari, in parte dovuti alla “follia” di Richmond, in parte al fallimento di ITV Digital, che possedeva i diritte per la Football League: il City venne nuovamente posto in amministrazione, fino a che non venne rilevato da Julian Rhodes e Gordon Gibb (quest’ultimo lasciò poi il club, mentre Rhodes è tutt’ora il proprietario insieme a Mark Lawn).

Ma sul campo, il club sprofondò, dopo 25 anni, nella serie più bassa del calcio professionistico. I cambi di manager, da Bryan Robson a Colin Todd agli ex Wetherall e McCall, non servirono sostanzialmente a nulla. Almeno fino all’arrivo, nel 2011, di Phil Parkinson, proveniente dal Charlton ma che aveva raccolto i frutti migliori al Colchester United, nel 2006. Parky non solo è riuscito a uscire dalle sabbie mobili della League Two, ma ha portato il Bradford City all’attenzione del mondo calcistico con due eccezionali cavalcate in coppa: la finale della League Cup 2012, persa sì contro lo Swansea ma con gli scalpi di Aston Villa e soprattutto Arsenal in mano, e i quarti di FA Cup del 2015, quando è stato il Reading a mettere fine al sogno. Due imprese che han fatto parlare del e di Bradford persino i giornali italiani, con la solita retorica qualunquista e un po’ approssimativa di chi approccia realtà sconosciute nel tentativo di cavalcare un’onda. Ben più significativo il fatto che il Bradford City abbia un supporter club italiano, portato avanti dall’entusiasmo di Simone e Giuseppe, a cui auguriamo di vedere presto il Bradford City in palcoscenici migliori della League 1.

Parky

Parky

Trofei

  • FA Cup: 1910

Records

  • Maggior numero di spettatori: 39.146 v Aston Villa (FA Cup Fourth Round, 11 Marzo 1911)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ces Podd, 502
  • Maggior numero di goal in campionato: Bobby Campbell, 121

La storia del Newcastle United

indexNewcastle United Football Club
Anno di fondazione: 1892
Nickname: the Magpies
Stadio: St James’ Park, Newcastle-upon-Tyne
Capacità: 52.404

Il post dedicato a St James’ Park: CLICCA QUI
I post dedicati ad Alan Shearer: QUI e QUI

“Ma che diavolo di lingua parlano questi?”. La domanda, forse legittima per un italiano speduto in terra d’Albione, testimonia però una scarsa confidenza di chi l’ha posta con la fonetica delle persone che abitano un angolo d’Inghilterra a suo modo unico, lassù, a nord, poco al di sotto del vallo di Adriano, a due passi dalla Scozia. Quelle persone che comunemente chiamiamo, chiamano e si autodefiniscono Geordie. E che parlano con un accento tutto loro, come spesso capita nelle varie zone d’Inghilterra, quando maledici la tua prof d’inglese che ti insegnava le pronunce come se avessi dovuto parlare tutta la vita con la Regina, e non con degli scousers, o appunto dei geordies.
Appurato che gli abitanti di questa parte del nord-est d’Inghilterra vengono chiamati così, resta da capire, letteralmente, cos’è un “geordie”? Come sempre, aleggia un alone di mistero sulla vicenda. Quel che sembra certo è il legame con il nome George. La motivazione che ci piace di più è legata alle lampade da miniera, quelle inventate da George Stephenson, che i locali preferivano alle omologhe di Sir Humphrey Davy. E ci piace perchè la miniera è il palcoscenico in cui per anni la vita di questa gente del nord è andata in scena, tra stenti e sudore, e nelle quali è maturato quel senso di appartenenza e di fiero orgoglio caratteristico di queste parti.

E c’è un posto in particolare in cui questo orgoglio geordie si manifesta regolarmente, da più di un secolo. Un posto chiamato St James’ Park, Newcastle-upon-Tyne, the Toon (ovvero town nella pronuncia locale), la città principale della zona, nelle cui panoramiche vedrete sempre un ponte, perchè beh, non c’è molto altro da offrire all’obiettivo della fotocamera. St James’ Park. 52.404 posti, spesso esauriti, il terzo stadio più grande della Premier, il quarto d’Inghilterra se si tiene conto di Wembley. E la casa del Newcastle United praticamente da sempre, avendolo ricevuto in eredità dalle due squadre che contribuirono alla nascita del club, il Newcastle West End e l’East End. Newcastle East End sarà anche la prima denominazione del club, visto che il West End venne sciolto e assorbito dall’East End stesso, stadio incluso, lasciando nella città una sola squadra di rilievo. Nel Dicembre di quello stesso anno, cadute le differenze tra East e West End, si decise pertanto che il club necessitasse di un nuovo nome; con scelta saggia e frequente quanto si trattava di fusioni tra società, si optò per Newcastle United Football Club.

St-James-Park-006Non fu subito Football League, che arrivò però nella stagione 1893/94; e sarebbe arrivata subito, se non fosse che i dirigenti rifiutarono l’invito per la Second Division, accettandolo peraltro la stagione seguente (il motivo del rifiuto era la scarsa prospettiva di incasso a fronte delle spese per le trasferte, costi che invece erano contenuti in Northern League). Dopo le prime non esaltanti stagioni, sul campo e sugli spalti dove di rado si raggiungevano numeri quantomeno discreti, a Newcastle però si accorsero che, in questo giochino tanto bello, a cavallo dei due secoli dominavano…gli scozzesi, praticamente i loro vicini di casa. Con una squadra formata prevalentemente da scozzesi (Howie, McWilliam, Lawrence, McCombie), i Magpies (soprannome standard per qualsiasi squadra bianconera inglese che si rispetti) dominarono il decennio 1900-1910: tre titoli e cinque finali di FA Cup, di cui però quattro perse e solo nel 1910, finalmente, vinta (contro il Barnsley). Il bis, sfiorato nuovamente l’anno successivo, arrivò solo 14 anni dopo, sconfiggendo in finale l’Aston Villa con reti di Harris e Seymour, quando ormai la gara sembrava destinata al replay.

La squadra vincitrice dell’FA Cup nel 1924 conquistò, due stagioni dopo, il titolo, ad oggi l’ultimo campionato vinto dal Newcastle. Al solido nucleo già presente si unì, nemmeno a dirlo, uno scozzese, proveniente dall’Airdrieonians e rispondente al nome di Hughie Gallacher, che segnerà 143 goals in 174 partite con i Magpies prima di emigrare a sud, al Chelsea. Gallacher fu uno degli ultimi alfieri del grande Newcastle, perchè da lì a poco un inesorabile declino vedrà lo United precipitare in seconda serie. Prima però l’ultimo squillo di gloria, un’altra finale di FA Cup, vinta, 2-1, contro l’Arsenal. 1932, e ai posteri quella partita si consegnerà come the over the line final, perchè il pareggio del Newcastle scaturì da un cross di Richardson con la palla visibilmente oltre la linea di fondo. Ma come detto, fu l’ultimo acuto: alla fine della stagione 1933/34, dopo 35 lunghi anni di massima serie, i Magpies si ritrovarono in Second, dove molti anni prima la loro storia era cominciata. Manager di quell’edizione del Newcastle era Andy Cunningham, un nome che dice poco a prima vista, ma trattasi del primo player-manager della storia della First Division inglese.

"Wor Jackie"

“Wor Jackie”

A differenza del Paese che si leccava le ferite di una sanguinosa vittoria, il Newcastle uscì dal periodo bellico rinvigorito. La promozione tardò due stagioni ad arrivare, ma la squadra che venne costruita fu tra le migliori che si potessero auspicare. Deus ex machina dell’operazione il grande Stan Seymour, già giocatore del club come visto e, a tratti, anche allenatore. Un nucleo di local lads (Jackie Milburn, detto Wor Jackie, espressione geordie che significa “il nostro Jackie”, secondo cannoniere nella storia del club, e poi Bobby Cowell, Ernie Taylor) e tante star, tra le quali il cileno Jorge “George” Robledo (e suo fratello Eduardo -Ted- che però fu meno brillante), lo scozzese Bobby Mitchell (detto Bobby Dazzler, espressione colloquiale del nord indicante tipo tosto, cool, speciale), gli inglesi Joe Harvey (il capitano) e Len Shackleton. Pochi giri di parole: gli anni cinquanta videro questo Newcastle vincere tre volte l’FA Cup. Nel 1950/51 a soccombere fu il Blackpool, 2-0 sotto i colpi di Milburn; nel 1952 la vittima fu l’Arsenal, su cui i Magpies si imposero grazie a una rete di George Robledo; e infine nel 1955 fu la volta del Manchester City, sconfitto per 3-1 grazie al solito Milburn, a Mitchell e ad Hannah.

Ma il sognò durò un decennio. Nel 1961, nuova retrocessione. Manager Charlie Mitten, ex giocatore del Manchester United e…dell’Independiente de Santa Fe. Piccolo excursus. Come dell’Independiente de Santa Fe? Mitten fu uno di quei giocatori che, durante il tour in Sudamerica del Manchester United nel 1950 – un autentico successo di pubblico – , disse “ah sì? Noi riempiamo gli stadi e voi ci pagate solo 12 sterline a settimana? E io gioco per questi”. La Colombia non era soggetta all’autorità della FIFA, e Mitten firmò, per 5.000 sterline più una paga settimanale di 40 bigliettoni. The Bogotà Bandit venne soprannominato, ma dopo sola una stagione tornò in patria, smise di giocare e incominciò ad allenare. Non con grandi risultati. Per sostituirlo sulla panchina venne chiamato il capitano della grande squadra del dopoguerra: Joe Harvey. Harvey nel 1965 conquistò la promozione, nel 1968 qualificò per la prima volta la squadra alle competizioni europee e, all’esordio nella Coppa delle Fiere (antenata della fu Coppa UEFA) vinse subito il trofeo. La squadra di Pop Robson, Bobby Moncur, Frank Clark e del centravanti gallese Wyn Davies, che nel 1971 cedette la maglia numero 9 ad un altro attaccante, destinato a entrare nel cuore della Toon Army: Malcolm Macdonald, Supermac (un attento lettore di Nick Hornby lo conoscerà bene).

Vincitori della Coppa delle Fiere

Vincitori della Coppa delle Fiere

Ma con Supermac non si vinse nulla. La finale di FA Cup del 1974 vide trionfare nettamente il Liverpool di Shankly, alla sua ultima partita sulla panchina dei Reds; e nel 1975 Harvey, dopo più di un decennio alla guida del club, venne licenziato. Infine, nel 1976 Macdonald portò la maglia numero 9 ad Highbury tra le polemiche. Un ultimo sussulto venne dalla stagione 1976/77, quando a Natale i Magpies, guidati da Gordon Lee, erano in lotta per il primato in classifica. A Gennaio Lee cedette però al corteggiamento dell’Everton, lasciando la panchina a Richard Dinnis, che concluse comunque la stagione al quinto posto. Ma il crollo arrivò nella successiva; una campagna disastrosa vide ripiombare il Newcastle negli inferi della Second Division (l’ultimo posto fu evitato solo per la tremenda differenza reti del Leicester). Gli anni ’70 finivano, e il decennio che seguì fu, diciamo così, particolare per i Magpies. Non tanto per i risultati, anche se nel 1982 ci fu il ritorno in First Division, quanto per i giocatori che si alternarono con la casacca bianco-nera (che è così dal 1894, dopo un primo biennio di maglia rossa). Star che avevano scollinato il picco della loro carriera, ma non per questo meno efficaci, come Kevin Keegan e Terry McDermott; e tanti giovani lanciati, nativi del Tyne & Wear o del Northumberland, di cui tre destinati a entrare nella storia del calcio inglese: Peter Beardsley, Chris Waddle e Paul Gazza Gascoigne.

Ma questi talenti non fecero la gloria del Newcastle, anzi: le cessioni di Beardsley (Liverpool), Waddle e Gascoigne (entrambi finiti al Tottenham) furono l’apice di un momento di crisi societaria e sportiva che nel giro di poche stagioni portò i Magpies sprofondare sul fondo della Second Division (1991/92). Casi del destino, quello fu l’inizio della rinascita. La società, dopo lunghe battaglie tra gli azionisti, passò nelle mani di Sir John Hall, imprenditore di Ashington, figlio di un minatore come si conviene da queste parti, che come prima decisione affidò la panchina a Kevin Keegan, alla sua prima esperienza alla guida di un club. I risultati che seguirono dimostrarono la validità della scelta, e il fatto che il concetto di “esperienza” vale come il 2 a briscola. Promozione nella neonata Premier League, qualificazione UEFA, Robert Lee, Andy Cole, l’ammodernamento di St James’ Park. Tutto meraviglioso, come non lo sembrava da anni, poi Keegan cedette nell’estate del 1995 Andy Cole al Manchester United ed ecco i fantasmi del passato a tornare cupi sui cieli di Newcastle. Ma i fantasmi furono spazzati via. Alla partenza del futuro Calypso Boy fecero seguito gli arrivi di Faustino Asprilla, del prolifico attaccante del QPR Les Ferdinand e del sempre meraviglioso David Ginola, chioma bionda e classe sopraffina. Secondo posto finale. Il miglior risultato in decenni di storia.

Unico e inimitabile Alan

Unico e inimitabile Alan

Nel frattempo nel sud dell’Inghilterra prima e nel Lancashire poi un giovane attaccante, nativo proprio di Newcastle, regalava gioie ai tifosi e speranze alla Nazionale inglese, impegnata nel 1996 nell’Europeo casalingo. Anche ai membri della Toon Army che avessero mai osato sognare di averlo nella propria squadra sembrò incredibile, nel 1996, vederlo arrivare a St James’ Park. Il nome sarebbe superfluo, perchè sarà colui che spazzerà via Jackie Milburn dai libri di storia, e che nella mente di tutti gli appassionati di calcio legherà il suo nome a quello del club per cui tifava da piccolo; ma l’arrivo di Alan Shearer sembrava davvero poter riaprire le porte del paradiso. E invece fu nuovamente secondo posto, una stagione iniziata da Keegan e conclusa da Dalglish, dopo che King Kevin si dimise adducendo come motivazione “sento di aver portato il club al massimo livello possibile”. Il Newcastle di Dalglish lasciò due ricordi indelebili, la vittoria in Champions League contro il Barça e la finale di FA Cup del 1998, persa però contro l’Arsenal; l’ex Liverpool lasciò il posto a Ruud Gullit, in tempo per un’altra FA Cup persa (stavolta contro il Manchester United) e un rapporto mai nato con Alan Shearer, una delle ragioni per cui l’olandese si dimise all’inizio della stagione 1999/2000 la panchina di St James’ Park.

Ecco, a questo punto entra in gioco un altro personaggio chiave nella storia recente dei Magpies. Un uomo anch’egli del nord, County Durham, un girovago del calcio che ha vinto ovunque sia stato, da Ipswich a Barcelona passando per Oporto ed Eindhoven: Sir Bobby Robson. Le cinque stagioni di Robson alla guida del Newcastle videro i bianconeri giungere, dopo due stagioni che potremmo definire di assestamento, quarti, terzi e quinti in campionato, e ad una semifinale di Coppa UEFA persa nel 2004 contro l’Olympique Marseille. Trofei nemmeno l’ombra, ma quella squadra, con Shearer, Robert, il compianto Speed fu l’ultima a competere ad alti livelli. Progressivamente il giocattolo si sgretolò, Robson venne licenziato, Souness subentrò senza lasciare il segno, Shearer al termine della stagione 2005/06 appese gli scarpini al chiodo, e per il Newcastle da lì a pochi anni fu nuovamente retrocessione. E’ storia recente, con il ritorno sfortunato di Shearer nelle vesti di manager, che fece peraltro seguito a quello di Keegan, ma anche con la promozione centrata al primo tentativo, dominando la Championship, fino all’arrivo di Pardew. E questa non è storia recente, ma recentissima.

0,,10278~8947108,00Salutiamo Newcastle. Newcastle e le sue maglie bianco nere, talmente significative che i due colori campeggiano nello stemma che ricalca, per il restante, quello cittadino. Newcastle e il suo cielo grigio, i ragazzi che schiamazzano per strada con il loro accento tipico. Newcastle e Seymour, Milburn, Gallacher e Shearer. Newcastle e St James’ Park, che si staglia all’orizzonte, mentre ti allontani nella pioggia di novembre.

Duri come Iron

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Scunthorpe United Football Club
Anno di fondazione: 1899
Nickname: the Iron
Stadio: Glanford Park, Scunthorpe
Capacità: 9.183

Perchè poi uno debba venire a Scunthorpe non si sa. Classica cittadina che potrebbe prendere in prestito l’insegna di benvenuto frutto della genialità di Matt Groening, il papà dei Simpsons: “Welcome to Scunthorpe. We were born here, what’s your excuse?”. Li era Winnipeg, ma il concetto rimane quello così come rimane la domanda: perchè siamo a Scunthorpe? Perchè semplicemente siamo troppo innamorati del calcio inglese per lasciarci sfuggire l’occasione di rovistare nella periferia calcistica albionica, lontana dai lustrini e dal glamour internazionale della Premier ma costellata di realtà che trasudano storia, tradizione e senso di appartenenza. Per cui, eccoci qui. A Scunthorpe un cartello di benvenuto c’è veramente e recita: “Welcome to Scunthorpe, Industrial Garden Town of North Lincolnshire”. Sicuramente industrial, sicuramente town, di garden in realtà se ne percepisce un filo meno la presenza tant’è che qualche bontempone si è divertito a fare una foto a suddetto cartello, annerito dal fumo, con sullo sfondo le ciminiere delle locali acciaierie. Ed eccolo, l’acciaio. Volente o nolente è l’anima della città dal giorno in cui Rowland Winn si accorse che nei terreni di proprietà del padre si poteva estrarre l’ematite, ovvero il minerale del ferro. Era il 1859, qualcuno portò il carbone che in Inghilterra abbondava e le acciaierie cominciarono a spuntare come funghi fino a far diventare Scunthorpe la capitale inglese dell’acciaio, il che comporta il rovescio della medaglia, ovvero la nomea di città non esattamente appetibile al turista. A meno che non si capiti da queste parti per lo Scunthorpe United, come nel nostro caso.

GlandfordPark3Glanford Park sorge poco fuori città, ad accogliervi trovate un arco metallico (ma c’erano dubbi?) che vi dà il benvenuto nel primo dei tanti stadi nuovi che sorgono in Inghilterra. Correva l’anno 1988, Hillsborough doveva ancora arrivare ma l’incendio di Bradford aveva già avuto il suo impatto sull’opinione pubblica e sul legislatore britannico, che come forse avrete intuito è un filo più attento ed equilibrato rispetto al nostro. Lo Scunthorpe, da sempre di casa all’Old Showground, nella difficoltà di adeguare l’impianto alle nuove norme e nella prospettiva di cedere i terreni a una catena di supermercati, optò per il trasferimento e se Dio vuole Glanford Park è distante anni luce dai nuovi impianti fatti con lo stampino, anzi conserva ancora i pali di sostegno alle tribune che danno quel tocco antico che non guasta mai. Piccolo, perchè è piccolo, 9 mila spettatori con 5mila di media nell’ultimo anno in Championship, ma grande quanto basta per lo United e i suoi tifosi, espressione di una comunità di 70mila anime equidistante da Doncaster, Hull e Grimsby. Naturalmente anche l’Old Showground era bello, quel romanticismo old, la tribuna principale con le sponsorizzazioni quasi sempre legate all’acciaio, tra cui il “buy British Scunthorpe Steel” che conserva un certo fascino inspiegabile ancora oggi. E poi era comunque la casa dello Scunthorpe fin dalla sua nascita, il che dovrebbe conferire – e conferisce – il massimo del fascino possibile.

Quando le ruspe hanno demolito l’Old Showground un pezzo di storia dello United se ne è quindi andato. Era cominciata nel lontano 1899, quando il Brumby Hall (Brumby è uno dei cinque sobborghi che nel 1936 han dato vita alla città odierna. Gli altri quattro sono Scunthorpe, Frodingham, Crosby e Ashby) unì le forze a un club locale il cui nome è perso nelle nebbie del tempo. Il calcio nella cittadina dell’acciaio era già arrivato, ma come spesso accadeva non tutte le nuove società sopravvivevano all’entusiasmo iniziale. Ci provarono appunto con lo Scunthorpe United e ci riuscirono, ci proverà il North Lindsey fondato nel 1902 e non ci riuscì, tanto che nel 1910 a sua volta si unirà allo United dando vita allo Scunthorpe & Lindsey United. Il nuovo club passò nel 1912 al professionismo contestualmente all’ingresso in Midland League, che nella testa dei dirigenti doveva essere solo una tappa intermedia verso la Football League. I piani del club non trovarono riscontri però in una realtà che vedrà lo Scunthorpe tentare inutilmente l’ingresso in the League per anni, anni e anni ancora. Vi riuscirà solo nel 1950, quando la Football League decise per l’espansione. La Midland League a quel punto rimase come buon ripiego e i Nuts, anzi i Knuts la vinceranno due volte (1926/27, 1938/39). Non Iron, Knuts, con una K comparsa da non si sa dove ma sostanzialmente il significato è quello, “noci”: questo era in quegli anni il soprannome del club. L’origine la si deve al reverendo Cryspin Rust, che nel premiare il club al Frodingham Charity Trophy definì i giocatori “tough nuts to crack”, noci difficili da rompere. Duri. Come l’acciaio, o se preferite il ferro che con il tempo è diventato il soprannome ufficiale del club. Iron compare anche nel simbolo, uno stemma che uno potrebbe pensare essere stato scippato all’arte sovietica e copiato pari pari nel North Lincolnshire, con la mano chiusa a pugno nel brandire la sbarra d’acciaio che sembra incitare il proletariato alla rivoluzione.

p11806132Il quesito che ci siamo posti inizialmente è: perchè uno dovrebbe venire a Scunthorpe? Una domanda che se fai l’osservatore tendi a non porti, e infatti non se la pose nemmeno Geoff Twentyman. Mr Twentyman lavorava per il Liverpool ed era uno a cui Bill Shankly dava più ascolto che ad altri. Quando il nostro fece presente che nello Scunthorpe United giocava un ragazzotto dal sicuro avvenire, il grande Bill si fidò. Per 35.000 sterline concluse l’affare. D’altronde quattro anni prima dallo Scunthorpe aveva già prelevato il suo portiere, Ray Clemence: perchè non riprovarci? Ci riprovò, e funzionò anche stavolta, perchè quel ragazzotto si chiamava Kevin Keegan e verrà incoronato re ad Anfield. Clemence e Keegan. Due ragazzi cresciuti con lo Scunthorpe, vero, ma rimasti in prima squadra per troppo poco tempo per poterli annoverare tra le leggende del club. Due stagioni Ray, tre Kevin. E d’altronde una squadra dalla scorza dura come Iron è giusto che tra i suoi eroi abbia Jack Brownsword, difensore definito da Sir Stanley Matthews “the best defender in the Second Division”. Nel natio Yorkshire Jack faceva il minatore nelle miniere di carbone e con la maglia claret & blue giocherà per 18 stagioni. Gli attaccanti avversari? Una passeggiata rispetto ai turni in miniera. Lui, sì, duro come l’acciaio. O Jack Haigh, condottiero di mille battaglie, o ancora Barrie Thomas, eccellente attaccante la cui cessione a metà della stagione 1962 metterà fine al sogno First Division per lo Scunthorpe, che giungerà quarto per quello che rimane il miglior piazzamento nella storia del club. Questi giocatori non ebbero tutti il privilegio di indossare la maglia claret & blue del club, stile Aston Villa, perchè questa dal 1959 in contemporanea con il cambio di nome (sparì il “Lindsey”) divenne prima bianca con  risvolti blu, poi interamente rossa tant’è che ironia della sorte Kevin Keegan passò da un club con la divisa interamente rossa ai Reds di Liverpool. Nel 1982 qualcuno ebbe l’intuizione e furono reintrodotti i colori originari, peraltro nella splendida variante a strisce verticali.

Detto dei giocatori, qui ultimamente gli eroi sono però gli allenatori. Il primo è Brian Laws, come spesso accade ex giocatore del club e reduce da un’esperienza da manager con i vicini e mai amati del Grimsby Town, passata alla storia più che altro per il lancio di un piatto a Ivano Bonetti. Laws, in sella dal 1997, portò lo Scunthorpe a Wembley per la prima volta dopo 7 anni, solo che a differenza del precedente questa volta fu un trionfo per i clarets & blue, un trionfo che riapriva le porte della Second Division, la terza serie. Durò poco, ma qualche stagione più tardi gli uomini di Laws, con il secondo posto nel 2005, riguadagnorono sul campo la terza serie, diventata nel frattempo League One. Questo dopo che nel 2004 Laws aveva lasciato per tre settimane il club, peraltro sull’orlo della Conference: tornerà e lo United finirà terzultimo e salvo. Tornato in terza serie, stavolta lo Scunny non si fermò, nonostante le sirene provenienti da Hillsborough che attirarono Brian Laws, il quale fatti i bagagli per la vicina Sheffield salutò Glanford Park. A quel punto le chiavi della squadra vennero lasciate in mano al…fisioterapista. Ed ecco il secondo manager che ha fatto la storia recente del club. “Who needs Mourinho, we’ve got our physio”, il coro che si alzava dagli spalti. Quel fisioterapista si chiamava, e si chiama, Nigel Adkins e porterà per ben due volte lo Scunthorpe in Championship, oltre che due volte a Wembley per un Football League Trophy perso contro il Luton Town e una finale di playoff vinta (entrambe nello stesso anno). Adkins lascerà però il club per andare ad allenare il Southampton e pian piano si tornerà in League Two, con l’ultima retrocessione avvenuta nel 2012/13.

soccer-football-league-division-four-scunthorpe-unitedLa stazione di Scunthorpe è come Glanford Park: piccola. Arrivando in treno da Doncaster, si può già scorgere sulla sinistra lo stadio, visto che questi sorge alla periferia ovest della città. Dalla stazione situata in centro a Glanford Park la strada è quindi piuttosto lunga se la si vuole fare a piedi, ma come sempre ne vale la pena. Una realtà per conoscerla va respirata a pieni polmoni, metaforicamente magari perchè l’aria di Scunthorpe non è proprio la più salutare del Regno – ma se non altro le acciaierie sorgono dalla parte opposta della città rispetto allo stadio. Ecco, non proprio la città turistica dei vostri sogni. Ma se si ama il calcio inglese, una tappa a Scunthorpe la si può fare tranquillamente. Per vedere questa squadra dal guscio duro come quello delle noci, o dura come l’acciaio, se preferite.

I quaccheri del nord-est, rimpiangendo Feethams

Darlo

Darlington 1883 Football Club
Anno di fondazione: 2012 (Darlington FC: 1883)
Nickname: the Quakers
Stadio: Heritage Park, Bishop Auckland

The railwaymen, i ferrovieri. Questo avrebbe potuto essere il soprannome. Altro che Crewe Alexandra, che di quel soprannome ne è il beneficiario: George Stephenson la prima locomotiva la mise sui binari della linea Darlington-Stockton on Tees, mica nel Cheshire. E fu la prima linea ferroviaria del Mondo, sebbene fosse poco più che una dimostrazione. E invece no. Niente ferrovieri. La squadra di Darlington la locomotiva ce l’ha ovviamente nel simbolo, ma il soprannome è un altro. E per capirlo basta notare sempre nel simbolo l’altro oggetto che vi compare: un cappello, un cappello stile di quello dei Padri Pellegrini, che col Mayflower partirono da Plymouth e influiranno leggermente sull’etica di quelli che saranno the United States of America. I puritani, universalmente detti. Uno dei movimenti puritani, che contribuì alla formazione di una colonia discretamente importante nota come Pennsylvania dal nome del suo fondatore, William Penn, erano i Quaccheri. The Quakers, perchè nelle loro funzioni religiose lo Spirito Santo si manifestava facendoli tremare e i detrattori li schernirono con tale nome (il nome ufficiale è Società degli Amici). E Quakers è anche il soprannome del Darlington Football Club, ed eccoci qui, perchè qui il quaccherismo ebbe sempre una certa influenza. County Durham, nord dell’Inghilterra, la vicinanza con la calvinista e presbiteriana Scozia deve aver avuto la sua importanza nella formazione di una comunità quacchera da queste parti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACome tutte le comunità d’Inghilterra del tempo, specie a nord, anche i nostri quaccheri sentivano l’esigenza di una squadra di calcio che li rappresentasse nella seconda metà del XIX secolo. Puritani o no, quel gioco piaceva a tutti. E poi c’era da difendere l’onore cittadino nella Durham Challenge Cup, anno di grazia 1883. Tutti riuniti alla locale Grammar School, sostanzialmente il liceo classico albionico del tempo. La responsabilità se la prende un ingegnere locale di nome Charles Samuel Craven. Colori? Bianco-nero, e non cambieranno mai. Finale della Challenge Cup al primo tentativo, mica male. I quaccheri ci presero gusto: proviamo con l’FA Cup. Ecco, qui la finale rimase invece lontanuccia: sconfitta 8-0 contro il Grimsby Town. Però il Darlo, come viene confidenzialmente chiamato, si fece un nome nella zona con queste prime imprese, e in virtù di ciò nel 1889 partecipò alla fondazione di una nuova lega di squadre del nord: la Northern League, che tornerà di drammatica attualità in un futuro lontano, che poi è il nostro presente. Ecco, da qualche parte però bisognava giocare, e dove giocavano i nostri? C’era un terreno di gioco, inizialmente usato dalla solita squadra di cricket, che però veniva buono anche per il football e che in effetti era già usato da diverse realtà locali. Quel terreno si chiamava Feethams e per 120 anni sarà la casa dei Quakers. Fino a che, un giorno, dissero che non andava più bene. Troppo old, troppo piccolo. Quel che non sapevano è Feethams porterà con se nella tomba dopo qualche anno il Darlington, che solo grazie a dei tifosi troppo innamorati rimane ancora vivo oggi.

Fu opera del proprietario di allora, primi anni del secolo in corso. “Gorgeus George” Reynolds, programmi ambiziosi che culminarono nella costruzione di uno stadio da VENTICINQUEMILA posti. In maiuscolo, scusateci, ma all’epoca il Darlington era in League Two e quello stadio a molti sembrava un azzardo. E in effetti lo fu. Reynolds nel frattempo diede all’impianto il suo nome. E che impianto: un anonimo impianto stile St Mary’s e figli che nel confronto con Feethams sfigurava e nemmeno di poco, specie ripensando a quell’ingresso con le twin towers che per fortuna dovrebbe essere conservato a futura memoria. I tifosi? I tifosi come sempre, abbagliati dalle prospettive di “arrivare in Premier League” (parole del Gorgeus) chiusero il consueto occhio, salvo poi ritrovarsi qualche anno più tardi a rimpiangere il loro vecchio impianto, quello sì a misura di Darlo, nel frattempo sommerso dall’erbaccia. Il dissesto finanziario a cui contribuì quello stadio insensato (11.600 spettatori per la prima partita, poi medie intorno ai 2.000 tranne che per i match contro l’odiato Hartlepool) portarono il club fuori dalla Football League e poi fino a quella Northern League che sì che i Quakers contribuirono un secolo abbondante prima a fondare, solo che ora la Northern League è lo step 9 della piramide. E a ciò aggiungeteci pure che adesso il Darlington gioca in esilio a Bishop Auckland. Venticinquemila posti, che rimangono inutilizzati per il calcio (lo stadio, ribattezzato Darlington Arena, ospita ormai solo partite di rugby ed è diventato di proprietà della locale squadra).

feethams-2L’erbaccia di Feethams è per quanto ci riguarda il simbolo di una forzata modernità che non sempre porta i frutti sperati, ed è per questo che ne abbiamo parlato subito. Via il dento, anche se il dolore rimane. Eppure quell’erba ne aveva viste di imprese del Darlington, ma soprattutto era il Darlington e ne custodiva lo spirito. I quaccheri si fecero notare alla nazione quando raggiunsero, maglia a grandi riquadri bianco-neri, gli ottavi di finale dell’FA Cup 1910/11, dopo che il club era passato al professionismo due anni prima. Il cambio di status coincise con l’iscrizione alla North Eastern League, lega che il Darlo vincerà due volte. Soprattutto la seconda vittoria si rivelò decisiva perchè, con una buona dose di fortuna che non guasta mai, coincise con la creazione della Third Division North della Football League. E a quel punto che fai, non inviti il Darlo? Ovvio che lo inviti. League-club, e lo sarà ininterrottamente fino al 1989 (breve parentesi in Conference, toccata e fuga di una stagione). L’ammissione nella lega venne celebrata con il secondo posto, a cui tre stagioni dopo fece seguito la vittoria in campionato, grazie ai goal di David Brown, girovago scozzese con il vizio di infilare portieri avversari. Il seguente quindicesimo posto in Second Division rimane a oggi il miglior piazzamento nella storia del club, che ebbe anche l’idea di mettere in bacheca il primo trofeo nazionale, la Third Division North Cup che magari non è molto ma è sempre meglio che niente.

Balzo in avanti nel racconto, superando un periodo in cui il club giocò sostanzialmente in Third Division North senza grandi acuti. Luce dei riflettori, ma non siamo a Feethams. Il palcoscenico della serata di gala è St James’ Park, qualche miglia più a nord. Tutti in smoking: fu la prima partita tra due squadre di Football League sotto i riflettori, in FA Cup. Da una parte il Darlo, dall’altra il Carlisle United. Nord-est contro nord-ovest. Vinse il nord-est rappresentato dal Darlington. Siamo negli anni ’50, anni in cui il club subirà la decisione di risistemare i campionati di FL e si ritroverà nella neonata Fourth Division. Un anno prima, però, c’era stata The Win. 1958. Siamo sempre in FA Cup, ma a Stamford Bridge, Fulham Road. Altro discreto palcoscenico. 3-0 Darlo, ma non fu questa la vittoria perchè i blues rimontarono e finì 3-3. Tutti a Feethams, compreso l’inviato del Times che davanti alla prestazione dei bianconeri si stropicciò più di una volta gli occhi e fornirà della partita un resoconto entusiasta. Finì 4-1 per il Darlington. Quaccheri in visibilio, e al diavolo i precetti religiosi, quella sera ci si concesse una pinta in più al pub.

Ian+Millar+Darlington+v+Mansfield+Town+FA+Ngf2XCXTPt-lFeethams e i tifosi. Già, i tifosi. Ci misero 20.000 sterline per coprire una delle due end dell’impianto e dotarlo di luci artificiali. I riflettori vennero effettivamente inaugurati il 19 Settembre 1960, il problema fu che dopo la partita un cortocircuito provocò un incendio, e il fuoco divorò la West Stand. Questo non impedì, due mesi dopo, di stabilire il record di spettatori nella storia del club: 21.023 per il quarto turno di League Cup contro il Bolton. Qualche anno dopo, sempre in coppa di lega, fu il Derby di Brian Clough a interrompere la corsa dei Quakers, nei quarti di finale. Peccato. Anche perchè per il resto c’erano pochi motivi per cui sorridere: dovettero tra fine anni ’60 e primi anni ’80 chiedere la ri-elezione cinque-volte-cinque, e la Football League per loro fortuna gliela concedette sempre. Nel 1982 poi, il Darlo si trovò pure tra la vita e la morte, e furono nuovamente i tifosi e tirare fuori i soldi che ne permisero la salvezza. Tempi duri, che non potevano però piegare l’animo puritano del club, della comunità, e pazienza se poi molti erano anglicani. Il Darlo era vivo e continuò a lottare con noi anche se sul campo beh, vent’anni di Division Three/League Two portarono la miseria di tre apparizioni ai playoff. La prima nel 1996 e fu finale: per la prima volta nella storia del club, tutti a Wembley. Per un fantastico scherzo del destino, quel giorno l’avversario fu il Plymouth Argyle: the Pilgrims, la città da cui salparono i Padri Pellegrini. Il derby del puritanesimo: Pilgrims vs Quakers. Vinsero quelli vestiti di verde del sud. Il Darlo tornerà a Wembley per la finale playoff quattro anni più tardi, e fu nuovamente sconfitta.

L’ultima gita nello stadio nazionale il Darlington se la è fatta appena tre anni fa. Il canto del cigno, per certi versi. Finale di FA Trophy, perchè nel frattempo i casini a cui abbiamo accennato avevano portato i bianco-neri in Conference. Vittoria per 1-0 contro il Mansfield Town, con goal al 119 di Chris Senior. Un altro goal, qualche anno prima, rimase nel cuore di tutti. Lo segnò Nick Wainwright in un Darlington-Leyton Orient 2-2, partita all’apparenza come tante, ma quello fu l’ultimo goal segnato a Feethams. 8 spettatori, praticamente il tutto esaurito. Poi il crollo, di cui abbiamo già parlato. Reynolds, la Reynolds Arena, e le due successive proprietà che non cambiarono le cose. In dieci anni, il Darlo finirà tre volte in amministrazione controllata. Tre. Chi è intervenuto alla fine? Ovviamente i tifosi. Salvataggio last-minute, solo che nel farlo hanno saltato il procedimento di Company Voluntary Agreement, che è procedura standard e siccome là le regole le si applicano anche a malincuore, su raccomandazione della Football Association il club è stato considerato sciolto e quella dei tifosi è quindi una nuova società, che ha infatti preso una nuova denominazione (Darlington 1883) e che si è soprattutto ritrovata, come già detto, in Northern League che se Dio vuole, e ha voluto, han vinto.

martin-gray-image-1-411407510-4337078Quest’anno il Darlo gioca in Northern Premier League Division One North, step 8. Ma risaliranno. Fa parte dello spirito della gente di questi luoghi, quaccheri o no. Noi rimaniamo in attesa di rivederli dove oggettivamente meritano di stare, visto che, nell’unico luogo in cui dovrebbero giocare, non avremmo mai più il piacere di vederglielo fare.

All’ombra della Cattedrale

393px-York_City_FC.svgBootham Crescent non è certamente la Cattedrale di York. Qui, nell’aria, non si percepisce quell’alone di nobiltà che da sempre accompagna le vicende della città, non per forza quelle ecclesiastiche. L’Eboracum romana, capitale della Britannia Inferiore prima e del regno di Jorvik poi, sede della seconda carica della Chiesa d’Inghilterra. E questo solo per sintetizzare. Una storia notevole con cui i locali hanno a che fare dal momento in cui mettono piede al mondo e che certamente contribuisce a creare in loro una sorta di sentimento elitario, nobile, aristocratico. Una storia che cozza enormemente con quella della squadra cittadina, però. Due mondi decisamente lontani, uniti solo dal nickname della squadra, the Minstermen, gli uomini della cattedrale. Ecco, Bootham Crescent non è la cattedrale di York, dicevamo. Ma è bello. Tremendamente bello. Le tribune piccole, in mezzo alle case, gli alberi, l’accesso principale tra edifici in mattoni che ti accolgono come se dicessero “welcome in England”. E’ bello, ed è piccolo. 7.872 posti, non tutti a sedere, ne fanno uno degli impianti più piccoli dell’intera Football League. Bootham Crescent però ha il destino segnato, e questo è un altro elemento che lo differenzia dalla Cattedrale che è invece in piedi da secoli.

Bootham_Crescent_6565433.800 spettatori di media. Rispetto alle potenzialità, poco, pochino. Anche negli anni ruggenti del tifo le medie spettatori non superarono mai i 10.000, che rispetto all’attualità sono un’enormità ma visto che parliamo di un distretto di 197mila abitanti, mica quattro gatti, non sono poi tanti. Uno dei motivi, forse, è la mancanza di tradizione, il che suona assurdo in una contea che il calcio ha contribuito a farlo nascere. Eh, certo, ma lì eravamo a Sheffield. Qui siamo a York e l’attuale squadra venne fondata solo nel 1922, quando lo Yorkshire era già affollato da altre squadre e per i Minster Men lo spazio da ritagliarsi era decisamente pochino. Ripresero il nome di una squadra la cui parabola 1908-1917 non è rimasta nella storia. Northern League, Yorkshire League e poi Midland League. Finchè i creditori che prestarono i soldi al club per la costruzione delle tribune di Holgate Road non bussarono alla porta. Il club chiuse i battenti quel giorno.

Quando cinque anni più tardi si decise che a York il calcio non poteva mancare, il nome fu ripreso. York City. La consueta riunione per decidere il tutto si tenne alla Guildhall, meraviglioso centro degli affari cittadini del XV secolo affacciato sul fiume Ouse, che verrà poi distrutto dalle bombe tedesche e ricostruito nel 1960. Il battesimo del club avvenne quindi in luogo storico per la città, il che non dev’essere del tutto casuale viste le premesse. Rappresentare una delle città storiche del Regno non ti garantisce automaticamente diritti sportivi, per cui la Football League rifiutò la richiesta di adesione presentata dai Minstermen. Arcivescovo o no, si dovette ripiegare sulla Midland League, in cui peraltro il risultato migliore fu un sesto posto. Quando però nel 1929 bisognava sostituire l’Ashington, la scelta a quel punto cadde sul City. In questo caso i fattori esterni influirono. Il club di una grande città andava a sostituire quello di una cittadina sperduta nel Northumberland, che ironicamente però darà i natali alle seguenti leggende: Bobby and Jackie Charlton, Jackie Milburn, Jimmy Adamson. Nobiltà calcistica, quella che mancava e mancherà sempre allo York City.

boothamcrescentOra, il post non deve sembrare un deridere il club. Gli sfigati di turno capitati quasi per caso in una città che profuma di storia e nobiltà. No. Semplicemente, le potenzialità sarebbero potute sfociare in qualcosa di più, anche se altrove avere una squadra stabilmente in Football League per quasi ottant’anni sarebbe salutato come un miracolo. Come detto, veder la luce nel 1922 non è semplice, specie se finisci in un’area geografica in cui come ti giri ti giri trovi una squadra di Football League. Non siamo a Hereford qua, dove i Bulls nacquero nel nulla calcistico più assoluto e potevano quindi costruire e plasmare una comunità di tifosi. Qui bastava prendere il treno per andare a Leeds, a Bradford, a Sheffield, a Barnsley, a Huddersfield…ovunque, insomma. Più problematico era prendere il treno per venire a York: Fulfordgate era infatti troppo lontano dalla stazione ferroviaria, e dal centro città. Questo il motivo del trasferimento del 1932 a Bootham Crescent, che era il campo da gioco della locale squadra di cricket. Qui si farà registrare l’affluenza più alta nella storia dei Minstermen: 28.123 spettatori per il quarto di finale di FA Cup contro l’Huddersfield nel 1938. I Terriers vinceranno il replay e le folle record rimarranno un ricordo. Quasi 30mila Yorkers si accorsero tutto ad un tratto del loro club, ma se ne accorse il Paese intero perchè prima dell’Huddersfield lo York fece fuori Derby County e Middlesbrough, due club di First Division (i secondi anche cugini del North Yorkshire).

Era appena passato al rosso vivo il club, dopo l’esperimento 1933-37 fatto di maglie color cioccolato e crema (!) per attirare i lavoratori della locale industria alimentare del cioccolato (!!). Furono cambiate perchè i giocatori si lamentarono del fatto che le divise fossero facilmente confondibili con quelle degli avversari, il che rimane il vero e incredibile punto di domanda della vicenda-maglie: contro chi diavolo giocavano per confondere tali maglie?!? Tra l’altro il rosso contribuì a far diventare di moda tra i tifosi il nickname the Robins (destino comune a molte squadre di rosso vestite) molto prima di quello Minstermen. Ed erano rosse le maglie in quella cavalcata di coppa 1954/55, che culminò addirittura nelle semifinali. Una squadra di Third Division contro una di First: York City-Newcastle United. Si giocò a Hillsborough, Yorkshire: pareggio. Siccome i supplementari nelle semifinali di FA Cup erano a lustri da venir introdotti, replay. Tutti a Roker Park, Sunderland, in quel che sarà il Tyne & Wear. Stavolta vinsero i “padroni di casa” e addio sogni di gloria per lo York City. Sarebbe stato suggestivo. Gli uomini della cattedrale, nella cattedrale del calcio, per la finale della coppa più nobile del Mondo.

La prima squadra. 1922

Quelle semifinali rimangono uno dei tre acuti nella storia del club. Gli altri due sono la promozione e i conseguenti due anni in Second Division a metà anni ’70 e l’FA Trophy del 2012, che magari sembra poco ma è l’unica argenteria di una certa rilevanza in una bacheca altrimenti fatta di coppe di contea. La stagione 1975, la prima in seconda serie, rimane soprattutto negli annali per la doppia sfida contro il Manchester United, caduto in disgrazia proprio in concomitanza con l’ascesa dei Minstermen di granata vestiti. Essì, perchè nel frattempo il rosso era stato mandato in aspettativa e si era tornati a un colore simil-Torino che era poi anche quello delle origini del club. Idea di Tom Johnston, manager dell’epoca. Chissà poi perchè in Inghilterra i manager hanno sempre avuto il vizio di interferire nei colori delle loro squadre. Mah! Comunque, una grossa Y bianca sul petto conferiva alle divise un tocco di unicità, anche quando i colori furono invertiti e la Y divenne granata. La maglia era notevole ma non portò tutta sta fortuna, visto che fu la veste che vide gli uomini della cattedrale rimpiombare sul fondo della Football League. E che fondo: sia nel 1978/80 che nel 1980/81 il club, tornato nel frattempo al rosso con l’aggiunta del blu, fu costretto a chiedere la ri-elezione alla lega, che gliela concesse nonostante un pubblico medio di 2.100 spettatori, che però indubbiamente possiamo dire fossero, loro sì, tifosi nel senso stretto della parola senza bisogno di bombe carta, tamburi o altro.

Il pubblico divenne un po’ più numeroso quando il club tornò in terza serie, per l’ultima volta, ad oggi, nella sua storia. Un periodo tra il 1993 e il 1999 che però, più che per i risultati in campionato, viene ricordato per la vittoria a Old Trafford in Coppa di Lega (3-0), con successivo passaggio del turno dopo la dura e faticosa resistenza a Bootham Crescent, che non somiglierà mai a una cattedrale ma quel giorno somiglierà a un fortino sull’orlo di cadere (finì 3-1 per i Red Devils). Siccome ci presero gusto al giant-killing, i Minstermen la stagione seguente elimineranno dall’FA Cup l’Everton, trasformando Bootham da fortino a campo prediletto di battaglia (vinsero 3-2 al replay dopo l’1-1 di Goodison Park). E fu tutto. The end of the line. Nessuna benedizione arcivescovile impedì infatti il declino totale del club che nel 2004, per la prima volta dal lontano 1929 tornò ad essere un team di non-league. 75 anni di Football League consecutivi non bastarono per ricevere uno status onorifico nella Conference, campionato che, a differenza del vescovo, non sempre assolve. L’espiazione del peccato-retrocessione durò otto lunghe stagioni non sempre eccezionali, in cui lo York City imparerà a conoscere bene le reti di Wembley (del nuovo Wembley, con tutto quel che ne consegue) per usare un termine caro al nostro amico Roberto Gotta, visto che giocò nella cattedrale del calcio inglese ben quattro volte. Le prime due rientrarono nel lungo processo di purificazione post-retrocessione: sconfitti in finale di FA Trophy (Stevenage) e playoff (Oxford). Poi in un colpo solo arrivarono entrambe le gioie. Stagione di grazia 2011/12.

The Minster

La finale del 2012 di FA Trophy contro il Newport County è stata, manco a dirlo, quella con meno spettatori nel nuovo Wembley. 19mila. Oddio, che poi pochi non lo saranno mai: immaginatevi una partita tra due squadre di Serie D italiana con 19.000 spettatori e poi ne riparliamo, e se pensiamo che Kidderminster-Stevenage, non Luton Town-Oxford per citare due squadre dal passato glorioso e dal presente più o meno recente di non-league, ne ha portati quasi 60mila allo stadio forse è il caso di parlarne davvero. Niente da fare. I Minstermen non scaldano tanti cuori a York. Poca tradizione, una città forse distratta, una città che forse per la sua grandeur non accetta di essere, nel calcio, una città di quarta divisione. Però il tutto è decisamente romantico nella sua contraddizione. A due passi dalla cattedrale, a due passi dalla seconda carica della Chiesa d’Inghilterra e in quella che fu capitale della Britannia Inferiore quando altrove si allevavano al massimo pecore gioca una squadra con un impianto da meno di diecimila spettatori. 3-4mila spettatori di media su 197.000 abitanti potrebbe essere il rapporto spettatori/abitanti minore d’Inghilterra. Quello maggiore spetta a Burnley (20.000/74.000), ma le due tradizioni sono leggermente, ma proprio leggermente diverse. Quando il club quà nasceva, là esisteva da quasi mezzo secolo. Là giocava Jimmy Adamson, qui la leggenda è Barry Jackson da Askrigg, una vita con i Minstermen. Alternative? Keith Walwyn, da St Kittis & Nevis, secondo marcatore di sempre nella storia del club. Il primo è Norman Wilkinson, e siamo sicuri non vi dica nulla neppure lui. Eppure siamo convinti che quei 3-4 mila nutrano un amore sincero per la loro squadra, e fa niente se Bootham Crescent non è la Cattedrale. E’ bello. Let the banner of York fly high, dice il motto cittadino, e loro. E’ compito loro e dei giocatori farlo volare alto. E aldilà di qualsiasi discorso sociologico-storico-calcistico, questo è quello che conta.

Glory, glory Wolverhampton! La storia dei Wolves

Wolverhampton_Wanderers

Wolverhampton Wanderers Football Club
Anno di fondazione: 1877
Nickname: the Wolves
Stadio: Molineux, WolverhamptonCapacità: 31.700

Chissà cosa avrà pensato Billy Wright quel giorno, quel dannato giorno. 24 Novembre 1986, FA Cup. Siamo al terzo replay perchè due non erano bastati per decidere il vincitore. Da una parte il glorioso Wolverhampton Wanderers, caduto in disgrazia e da qualche mese in Fourth Division, dall’altra il Chorley, piccolo club di una cittadina del Lancashire. Sulla carta, Fourth Division o no, non ci sarebbe storia. Ma quel dannato giorno vinceranno quelli del Lancashire 3-0 in una partita che diventerà e resterà per sempre il punto più basso nella storia dei Wolves. Out of darkness cometh light, recita il motto cittadino. Dalle tenebre, la luce. Dopotutto la luce arrivò anche in quel caso, merito soprattutto di quel Graham Turner che sedeva già in panchina a Chorley e che risolleverà le sorti del club, aiutato da un ragazzotto locale col vizio del goal. Ci arriveremo. Ma ci sembrava giusto partire da qui, dal punto più basso. In modo che il resto della storia sembrerà ancora più grandioso di quel che in effetti è già, perchè il Wolverhampton Wanderers è tra le dieci squadre più importanti d’Albione, in un Paese che ha 92 squadre professionistiche di cui il 90% con un passato quantomeno da rispettare, se non da venerare in alcuni casi. Mica poco. La classica nobile decaduta, per dirla con termine usato e abusato. No, i Wolves con la Fourth Division non c’entravano nulla, eppure vi erano finiti e se questo è the Beautiful Game bisogna rispettarne le decisioni, anche a malincuore.

Il Molineux come dovrebbe diventare a lavori completati

Il Molineux come dovrebbe diventare a lavori completati

Qui il calcio arrivò prima che altrove. Proletariato urbano, a due passi da Birmingham, e poi the Black Country, la terra nera, nera come il carbone e il fumo delle fabbriche, nera come le facciate degli edifici che quel fumo se lo vedevano sputato in faccia, nera come la pelle di chi ha passato una vita in miniera. Gente tosta dall’animo nobile. Non furono però i lavoratori di un’azienda a fondare il club, nè l’iniziativa di un lungimirante imprenditore. L’atto che diede vita al club è uno dei più romantici del calcio inglese. Macchina del tempo fino al 1877. Una classe di alunni della St Luke’s Church School aveva appena concluso l’anno con eccellenti voti. Meritavano un regalo pensò il preside, tal Harry Barcroft, che aveva sentito parlare di un passatempo divertente che si giocava con i piedi, si procurò un pallone e lo regalò ai suoi alunni; il tutto con lo zampino di John Baynton e John Brodie, che poi furono coloro che fondarono la società. Tutto cominciò da lì. Sì perchè nel giro di due anni la squadra divenne ben più che una semplice rappresentativa scolastica, ed era pronta alla fusione con un altro team locale, dedito anche all’arte del cricket oltre che a quella del football. Si chiamava Blakenhall Wanderers, e porterà in dote parte del suo nome. Non lo fece invece il St Luke’s, dove evidentemente intuirono che si stava scrivendo la storia e optarono per l’estinzione del nome a vantaggio di quello della città intera: Wolverhampton Wanderers. Maglie bianco-blu, poi bianco-rosse (o rosa, a seconda delle descrizioni dell’epoca) per non confondersi con i vicini di casa del West Bromwich Albion. Diventeranno acerrimi rivali, ma questa è una storia che meriterebbe di essere raccontata a parte.

Una serie di impianti da gioco, come si conveniva all’epoca, quando il calcio si stava sì sviluppando ma era lontano dall’essere una priorità. Era, il più delle volte, fonte di reddito per il proprietario di turno del terreno che lo affittava alla squadra a cifre non sempre abbordabili. I Wolves per rendere parzialmente omaggio al Wanderers presente nel nome vagabondarono fino al 1888 (Old Windmill Field, Dudley Road), anno in cui giunse in sede la lettera in cui tal William McGregor invitava il club ad una riunione in cui si sarebbe discusso della creazione di un campionato. Quel campionato prenderà il nome di Football League e a quel punto a Wolverhampton capirono di dover indossare l’abito da cerimonia per l’occasione. Si trasferirono quindi in un parco, ampio e accogliente, in cui disputavano già alcune partite: Molineux. Era il 1889. La maglia nel frattempo subirà un ulteriore cambiamento, quando la lega comunicò alle squadre che dovevano registrare i loro colori. Essendo il bianco-rosso/rosa troppo simile al Sunderland, si optò per l’arancio-blu, per fortuna per una sola stagione perchè poi qualcuno ebbe l’intuizione. E l’intuizione venne dalla croce dorata al centro dello stemma cittadino, la croce di Edgar dei Sassoni fratello di quella Lady Wulfrun fondatrice della città. Oro, gold insomma. A cui venne aggiunto il black, perchè siamo in piena Black Country ed il colore più rappresentativo, da queste parti, era il nero. Gold & Black. Vinceranno subito una FA Cup con le nuove divise: 1893, dopo esserci andati vicini nel 1889. E ne vinceranno un’altra nel 1908 mentre giocavano in Second Division, chiarendo a tutti il concetto che i discendenti della St Luke’s facevano sul serio.

Billy Wright e l'FA Cup

Billy Wright e l’FA Cup

Chissà però se Barcroft, Bayton e Brodie immaginarono mai nelle fredde sere della Wolverhampton di fine ‘800 che un giorno quella squadra avrebbe reso fiera una Nazione intera. Una Nazione ferita nell’orgoglio, e se qualcuno conosce un inglese sa quanto siano un popolo orgoglioso, specie per quanto concerne le loro tradizioni e il calcio è una di queste, avendolo fino a prova contraria inventato loro. Quegli inglesi che rifiutarono la partecipazione ai primi Mondiali considerando quasi un affronto il fatto di mettersi in competizione con dei novellini avevano un disperato bisogno, negli anni ’50, di rialzare la testa in ambito calcistico. Troppe delusioni, specie dal giorno in cui si accorsero che il pallone sapevano come usarlo anche al di là della Manica, perfino dell’Oceano; figuriamoci poi quando l’Ungheria, nazione che quando il calcio fu inventato nemmeno esisteva, ne rifilò sei ai leoni a Wembley, e poi sette a Budapest. Prima di Bobby Moore, Geoff Hurst e gli altri eroi del 1966 ci penseranno i Wolves a regalare quello scatto d’orgoglio necessario a un Paese. E’ la vicenda che porterà alla creazione della Coppa dei Campioni. A Wolverhampton erano già giunte diverse squadre europee (e non) per una serie di amichevoli: tutte sconfitte da Billy Wright e compagni. Real Madrid, Valencia, Racing Club di Avellaneda. Tutte. Ma una sera arrivò l’Honved di Puskas e degli altri “magici magiari”, ovvero sei/undicesimi della Nazionale, la BBC mandò le telecamere e a Wolverhampton la sensazione di stare vergando pagine di storia a qualcuno deve essere venuta. L’Inghilterra intera puntò gli occhi sul Molineux, giusto in tempo per vedere i black & gold rimontare due goal e vincere 3-2 nel pantano creato ad arte da Cullis. “Champions of the World”, sentenziò la stampa inglese la mattina seguente. Eccolo lo scatto d’orgoglio. La sconfitta di Wembley era vendicata. L’Equipe per mano del direttore Hanot ebbe da ridire (rivalità mai sopita) soprattutto perchè, e questo fu il motivo principale, i Wolves giocarono sempre e solo in casa. Ne seguirà una disputa che porterà come detto alla nascita della Coppa dei Campioni. Ma quella sera gli inglesi si sentirono nuovamente portatori del Sacro Verbo del Football. Thank you, Wolves. Per la gioia di Barcroft, Bayton e Brodie.

Era una squadra meravigliosa, quella. The team of the fifties. Gli anni ’50 li dominarono, anzi cominciarono a farlo nel 1949 per smettere soltanto nel 1960. Più di un decennio, a ben vedere. Tre titoli nazionali, due secondi posti e due FA Cup poste simbolicamente a inizio e fine ciclo, le amichevoli di prestigio già ricordate. Solo che non abbiamo ricordato che furono giocate spesso alla luce dei riflettori, the Floodlights Friendlies, uno dei primi club a introdurre l’illuminazione negli stadi e a sfruttarla con lungimiranza. In panchina un ex giocatore del club, Stan Cullis. E poi i giocatori. Su tutti William Ambrose Wright detto Billy, una carriera intera in black & gold e con la maglia della Nazionale di cui fu 90 volte capitano, record assoluto. Mai un’ammonizione, facile se ti chiami Gary Lineker e giochi punta, meno se ti chiami Billy Wright e fai il difensore. Era semplicemente un minuto abbondante avanti agli avversari: non aveva bisogno di scorrettezze per fermarli. In porta Bert Williams, e poi Johnny Hancocks, Jimmy Mullen, Jimmy Murray, Roy Swinbourne, Bill Slater, Ron Flowers. Riportarono a Wolverhampton la gioia di vincere, perchè dopo quelle due FA Cup a cavallo tra i secoli i Wolves inanellarono una serie di secondi posti clamorosa, che in una nazione meno razionalista avrebbero necessitato dell’intervento di esorcisti vari. Coppa persa nel 1939 contro lo sfavoritissimo Portsmouth, secondo posto nel medesimo anno e soprattutto secondo posto un anno prima, quando sarebbe bastato vincere l’ultima partita che invece persero. 1-0 per il Sunderland e titolo a Londra, sponda Arsenal. Sfiga capiti una volta, figuratevi due, eppure nel 1947 l’epilogo fu lo stesso: sconfitta contro il Liverpool e bye bye titolo che andò proprio nel Merseyside. Stan Cullis lasciò il calcio giocato dopo quella partita. Meglio far l’allenatore, e in effetti il tempo gli diede ragione, per giunta dopo soli due anni.

La statua di Stan Cullis

La statua di Stan Cullis

Ma come dicevano i romani, e credeteci avremmo usato un detto sassone in onore della fondatrice se solo ne conoscessimo uno, sic transit gloria mundi. Cullis venne licenziato nel 1964, l’anno dell’inaspettata retrocessione anche se sentori di declino erano già nell’aria. Lascerà in eredità i trofei, una stand che porta il suo nome e una statua fuori da quest’ultima, che lo raffigura con il classico cappello di moda all’epoca in mano. I Wolves ebbero comunque un ultimo sussulto di gloria. Tornati in First Division raggiunsero la finale di Coppa UEFA del 1972, dopo aver eliminato la Juventus nei quarti di finale e il Ferencvaros in semifinale. Toh, ungheresi: ma guarda te il destino! In finale persero di misura la doppia finale contro il Tottenham (1-1, 1-2) e l’apoteosi europea non sarà mai più così vicina. In realtà non lo era mai stata nemmeno in precedenza, perchè nella Coppa dei Campioni che contribuirono a fondare le avevano buscate, la prima volta dallo Shalke04, la seconda dal Barcellona ai quarti. Si tolsero lo sfizio di vincere ancora due Coppe di Lega. Idolo di quel periodo Derek Dougan, baffuto nordirlandese con il volto da cacciatore di taglie del Far West e il vizio del goal. In campo nella finale del 1974, se ne andò un anno dopo e l’ultima finale la decise un goal di Andy Gray. 1-0 al Nottingham Forest campione d’Europa. Sei anni prima di Chorley, il Wolverhampton Wanderers alzava un trofeo al cielo di Wembley. Riportate pure qua il detto latino che ha aperto il paragrafo.

Derek Dougan tornò in scena qualche anno dopo, quando fece da intermediario per l’acquisto del club da parte dei fratelli Bhatti. Chi?? In effetti la domanda se la fecero un po’ tutti. Ci mise la faccia, quella da cacciatore di taglie, e diciamo che non fu la scelta migliore nella carriera di “Doog”. Prima di nominare i Bhatti a Wolverhampton, infatti, assicuratevi che non vi siano oggetti contundenti nei paraggi, altrimenti auguri. I due rilevarono un club in difficoltà economica enorme, tant’è che un manager scozzese in rapida ascesa rifiutò la panchina anche per quel motivo. Quel manager si chiamava Alex Ferguson e al Molineux arriverà sì, ma solo da avversario anni dopo, e nemmeno così spesso. Comunque, i costi di rifacimento della Molineux Street Stand per adeguarla ai nuovi standard richiesti combinati a una congiuntura economica avversa significavano conti in rosso. E nemmeno di poco. I Bhatti, Mahmud e Mohammed da buoni sauditi quali erano, riuscirono però nell’impresa di peggiorare irrimediabilmente le cose, e al posto di una stand in rifacimento i Wolves si ritrovarono a giocare in uno stadio chiuso per metà. Una tristezza, soprattutto perchè si giocava in Fourth Division, per la prima volta nella storia del club. A dir la verità si era giocato anche in Third Division, sempre per la prima volta: back-to-back-to-back relegations. Un’impresa riuscita controvoglia solo al Bristol City pochi anni prima. Dall’Honved di Puskas al Cambridge United, che peraltro sconfisse i Wanderers 2-1 al Molineux nella partita inaugurale. In tutto ciò Bill McGarry, il manager della finale di UEFA, era stato richiamato nel 1985. Rimarrà in carica due mesi. Se ne andò proferendo la frase “I’m not going to be party to the killing of one of the finest club in the world”, che riassume al meglio il clima di quel periodo.

A legend: Steve Bull

A legend: Steve Bull

I Bhatti furono finalmente sbattuti a calci fuori dai confini cittadini nel 1986. Prese in mano la situazione il comune di Wolverhampton, che acquistò il Molineux e i terreni circostanti; due società, una di costruzioni e l’altra di supermercati, saldarono i debiti del club in cambio di permessi per costruire nei suddetti terreni. Speculazione edilizia, ricatto, chiamatelo come vi pare, ma fu la salvezza del club. Che, passato lo shock-Chorley, si risollevò anche sportivamente. Graham Turner, voluto dal nuovo presidente Jack Harris, come prima iniziativa bussò alla porta del WBA. Voleva un ragazzotto nativo di Tipton, Black Country ovviamente, lo stesso che abbiamo menzionato in apertura di post. Professione attaccante e di nome Stephen George Bull. I Baggies lo cedettero per sole 64.000 sterline e praticamente regalarono in quel momento agli eterni rivali quello che diventerà il giocatore più amato a Wolverhampton. Sì perchè Steve Bull è tutto da queste parti. Più degli eroi anni ’50, perchè all’epoca era facile giocare a Wolverhampton, mentre Steve dimostrò attaccamento al club in un periodo in cui sarebbe stato più facile salutare tutti e salpare verso altri lidi. E invece non lo fece, rimase sempre qui, non giocò mai, mai in First Division/Premier League con la maglia dei Wolves (vi aveva giocato due partite con i Baggies) e nonostante questo disputò tredici partite in Nazionale, perchè non devi giocare per forza in massima serie per essere considerato un campione. I goal di Bull riportarono i Wolves in seconda divisione e a Wembley, dove sconfissero il Burnley, altra nobile decaduta (abusiamo anche noi, scusate) del calcio inglese, nella finale del Football League Trophy. 80.841 spettatori quel giorno, tanto per capirci.

Ma se Steve Bull è il giocatore più amato, Sir Jack Hayward è il Presidente con la P maiuscola. Nativo di Wolverhampton, ex pilota della Royal Air Force che ereditò e consolidò gli investimenti paterni alle Bahamas, tolse le infradito nel 1990 per rilevare il suo amato club. Dalle Bahamas a Wolverhampton ci sono migliaia di km in linea d’aria e tre-quattro giri del pianeta per tutto il resto, ma Sir Jack ci mise anima, cuore e soprattutto soldi. Il Molineux attuale, uno degli stadi più belli d’Inghilterra (è in corso un’espansione che però non dovrebbe intaccarne la bellezza), è merito suo. Inaugurato nel 1993 con un’amichevole contro…la Honved, operazione-nostalgia che riportò alla memoria anni meravigliosi. Un gioiello che Hayward ha regalato alla sua città e che ha avuto l’onore, dopo anni di tentativi vani, di ospitare una partita di Premier League. Quel giorno Sir Jack Hayward si commosse, come si era già commosso nella finale di playoff al Millenium Stadium l’anno prima, e la città intera tirò un sospiro di sollievo. Il grande calcio tornava in un palcoscenico che qui sono nemmeno troppo intimamente convinti debba sempre ospitarlo. Dopo quell’unica stagione in Premier (con il culmine raggiunto  con la vittoria interna sul Man Utd, qui le sfide contro le grandi sono sentite ancora come le sfide – derby a parte) Hayward cedette la proprietà del club a Steve Morgan, l’attuale proprietario. Con Mick McCarthy in panchina, campionato di Championship vinto agevolmente, il che significava il ritorno in massima serie. Glory, glory Wolverhampton, come si canta qui. E si pensava di poterlo cantare per gli anni successivi in Premier. Sbagliato. Quando sembrava che una certa stabilità fosse ormai raggiunta, è arrivato il doppio crollo che ha riportato i Wolves in terza serie, ora conosciuta come League 1. Se non altro i fratelli Bhatti non sono alla guida del club. Una terza retrocessione consecutiva dovrebbe essere scongiurata. Almeno questo.

OldMolineux24In attesa di tempi migliori, rimane la storia, la bellezza delle maglie, del Molineux, e il simbolo, il lupo, che però non ebbe mai l’esclusiva di comparire sulle maglie. Prima toccava infatti al simbolo cittadino, specie da quando nel 1898 divenne “ufficiale”, per celebrare i cinquant’anni del borough di Wolverhampton. Ma lo si potè già ammirare sulle maglie della FA Cup 1896. Il lupo, nell’atto di saltare sopra le WW di Wolverhampton Wanderers, compare invece solo negli anni ’70. L’evoluzione poi negli anni ha portato alla stilizzazione del volto di un lupo, che è arrivato ad oggi in uno stile semplice, all’interno di un esagono, senza scritte o fronzoli. Il lupo, animale nobile, nobile come la gente di queste parti. E animale che incute timore. Come il Wolverhampton, quello che fece tremare l’Europa e rese orgogliosa una Nazione interna. Ma che soprattutto rese orgogliosa la gente del Black Country, che poi è quella che il gold & black lo aveva e lo ha nelle vene e che nella maggior parte dei casi aveva nei Wolves l’unica fonte di gioia a cospetto del resto dell’umanità. A Wolverhampton lo si percepisce bene, magari passando davanti alla statua di Billy Wright come è capitato a chi vi scrive: sì, bravi, bravissimi questi del Manchester United, o del Chelsea o dell’Arsenal, ma i nostri…beh i nostri erano meglio. Sì sente che c’è un orgoglio mai sopito nell’animo di questa gente. Champions of the world, quante squadre avrebbero battuto quella Honved? E non importa che l’attualità dica League One a Stevenage, i Wolves sono quelli che giocavano contro gli ungheresi, il Real Madrid o la Juventus e che prima o poi torneranno a giocarci. Su questo non si discute. E noi non gli facciamo certo cambiare idea, anche perchè…perchè farlo? Champions of the world. Nel cuore della gente del Black Country, lo saranno per sempre. E sinceramente, è giusto che sia così.

[Vi riproponiamo QUI il pezzo di Cristian dedicato al Molineux]