Campioni per dieci giorni. L’irripetibile stagione 1975/76 del QPR

La storia incompiuta forse per eccellenza del calcio inglese. Una squadra se vogliamo piccola, con un solo trofeo in una bacheca poverissima; una squadra che gioca un calcio piacevole, attraente, seducente, che forse è la parola migliore per descriverlo; una squadra che, sul traguardo, giunge un secondo in ritardo rispetto al vincitore, o meglio un punto, un vincitore forte che si appresta da quel momento in avanti a diventare potente. Gli ingredienti ci sono tutti per la classica favola che si interrompe sul più bello, lasciando quel retrogusto amaro e romantico allo stesso tempo nella bocca dei protagonisti,  ben consci dell’irripetibilità di quell’insieme di fattori. La Londra Ovest, con le sue tipiche villette e la sua quiete residenziale ne è la scenografia, gli anni ’70 con le loro mode e le loro icone il contenitore, il Queens Park Rangers il protagonista della storia che raccontiamo oggi. Quella della stagione 1975/76.

La squadra al completo

Quel QPR era una squadra che più o meno tutti in Inghilterra avevano nel cuore. I motivi sono semplici da spiegare: bel gioco, un talento favoloso e ribelle in campo (Stan Bowles), una squadra costruita a poco a poco (ottenne la promozione solamente due stagioni prima), quel fascino irrazionale che esercitavano le divise da gioco bianche e blu. Una squadra molto anni ’70. “Everyone says QPR were their second-favourite team at that time, a nice, family club” dirà in seguito Gerry Francis, che di quei Rangers era il capitano e l’anima (nato a Chiswick, borough di Hounslow, Londra ovest), riassumendo così un pensiero piuttosto diffuso. Se Francis era il capitano, la stella indiscussa e indiscutibile di quella squadra era appunto Stanley Bowles, di cui abbiamo parlato qui su EFS. Stan the Man, un mito dentro e fuori dal campo, icona fashion del calciatore ribelle anni ’70, i cui eccessi dovevano andare obbligatoriamente di pari passo al talento, che quando si trovò a dover ereditare la maglia numero 10 di Rodney Marsh, l’altro mito “Hoops”, a chi gli chiedeva se sentisse la pressione di tale eredità rispose con un indelebile “Marsh chi?”. Poi il vizietto del gioco, ma questa è altra storia. In panchina Dave Sexton, un ottimo passato al Chelsea.

Qualsiasi racconto che leggerete o che avete letto di quella stagione magica e maledetta allo stesso tempo comincia dalla fine. 17 Aprile 1976, la data che nessun tifoso Hoops ricorderà mai con piacere. Si giocava a Carrow Road, Norwich, nella tranquilla e bucolica East Anglia, terzultima giornata di campionato, e il QPR non poteva fallire la vittoria. Era reduce da una marcia irresistibile, fatta di 11 vittorie e un pareggio (contro lo Sheffield United fanalino di coda), in un testa-a-testa con il Liverpool che teneva con il fiato sospeso tutti gli appassionati, schierati più o meno palesemente con i ragazzi di Sexton. Quel Sabato, però, la speranza di una zona intera di Londra, la stessa zona, west London, di cui era figlio Francis, la stessa zona e quartiere che per mesi aveva applaudito i suoi eroi in bianco e blu credendo di essersi finalmente fatta calcisticamente grande, fu spazzata via dalle maglie gialle dei Canaries. 3-2 finale, ma sull’1-1 il Norwich andò a segno due volte, e solo l’autorete di Powell accorciò le distanze, inutilmente. Una partita nervosa e giocata a ritmi forsennati, con quache incidente sugli spalti in puro stile seventies. I tifosi che da White City e dintorni fecero la trasferta fino a Carrow Road, tornarono con un pugno di lacrime. Perchè nel frattempo il Liverpool, un punto sotto al QPR, vinse, e nell’era dei due punti a partita scavalcò di un nulla i Rangers in testa alla classifica, ma quanto bastava per strappargli di mano un titolo che sembrava alla portata. Liverpool 56, Queens Park Rangers 55, con due partite da giocare.

Gerry Francis, capitano e centrocampista di grande qualità

Riavvolgiamo a questo punto il nastro. La stagione era cominciata, ironia della sorte, con il Liverpool di scena a Loftus Road. Non ci fu storia, ma differentemente da quanto si potesse anche solo immaginare non ci fu storia per gli uomini di Paisley. Gerry Francis, autore di una prestazione sontuosa quel giorno, e Michael “Mick” Leach firmarono il 2-0 per la gioia dei 27.113 che quel giorno affollavano l’impianto di South Africa Road e che videro per la prima volta trionfare i loro beniamini sui Reds, i Reds di cui Shankly aveva cominciato a plasmarne il mito prima di tramandare il verbo al prediletto Paisley, che completò magistralmente l’opera (come vedremo a breve nella puntata del nostro viaggio dedicata al Liverpool).  Dopo un pareggio casalingo contro l’Aston Villa, i Rangers nella terza giornata erano di scena al (bellissimo) Baseball Ground di Derby, che oltre alla bellezza in quella stagione aveva anche l’onore di ospitare le partite casalinghe dei campioni d’Inghilterra in carica. Il Queens Park Rangers, dopo la vittoria sul Liverpool che aveva iniziato a far mormorare di loro, balzò alle cronache sportive quel giorno, quando una tripletta di Bowles e le reti di Thomas e Clement diedero ai ragazzi di Sexton un 5-1 che aveva del clamoroso. Anche se fu tutto sommato regolare durante l’arco della stagione, con un unico brutto periodo di forma tra Dicembre e Gennaio, quella squadra esprimerà però il meglio di se stessa nel già citato rush finale, 11 vittorie e 1 pareggio prima di quella trasferta, maledetta, a Norwich. Aston Villa (A) 2-0, Wolves (H) 4-2, Tottenham (A) 3-0, Ipswich Town (H) 3-1, Leicester City (A) 1-0, il già menzionato pareggio contro lo Sheffield United, Coventry City (H) 4-1, Everton (A) 2-0, Stoke City (A) 1-0, Manchester City (H) 1-0, Newcastle United (A) 2-1, Middlesbrough (H) 4-2. Le magnifiche 11 (+1).

Due giorni dopo Carrow Road, il QPR ospitava a Loftus Road una versione piuttosto mediocre dell’Arsenal, con però addosso ancora le scorie della sconfitta nel Norfolk. Davanti a 30.362 west londoners, un rigore di Francis e una rete del veterano (ed ex Gunner) McLintock scacciarono i brutti pensieri, tenendo ancora accesa la fiammella della speranza, flebile dato che il Liverpool spazzò via il Manchester City per 3-0 mantenendo la vetta. Era tutto rimandato all’ultima giornata, in cui il QPR avrebbe ospitato il Leeds a Loftus Road, mentre il Liverpool sarebbe andato a Wolverhampton, con i Wolves ancora in gioco per una salvezza che tuttavia dipendeva anche dal Birmingham City: una vittoria/pareggio dei Brummies avrebbe condannato i Wolves indipendentemente dal loro risultato. Il 24 Aprile 1976, davanti a 31.002 spettatori (record stagionale), il Leeds scese in campo a Loftus; dopo un primo tempo teso e difficile Thomas e Bowles segnarono le due reti che proiettarono virtualmente in testa il QPR. Virtualmente, perchè a causa degli impegni europei i Reds sarebbero andati in scena al Molineux solo il 4 Maggio, ben dieci giorni dopo l’ultima partita del QPR; lo stesso giorno, il Birmingham City sarebbe sceso in campo a Bramall Lane, contro i Blades già retrocessi.

Genio ribelle. Stan Bowles

A questo punto la storia si fa ancor più crudele, triste, romantica, degna della penna di uno scrittore ottocentesco e di un posto d’onore nella letteratura di the Beautiful Game, rigorosamente maiuscolo perchè onestamente qualcosa di più bello dell’english football dobbiamo ancora trovarlo, e ci perdoneranno gli amanti di altri sport. Il QPR rimase infatti per dieci giorni campione virtuale d’Inghilterra, i dieci giorni più lunghi nella storia di questa tranquilla zona di Londra, la cui squadra è motivo di un orgoglio mai celato e l’attaccamento verso essa fantastico come solo a Londra può essere. Dieci giorni e 77 minuti, per l’esattezza. Finalmente quel 4 Maggio arrivò; i giocatori del QPR furono invitati dalla BBC a seguire la partita del Liverpool nei loro studi (chi è stato a Loftus Road saprà bene che la BBC ha sede in zona) e nel primo tempo, tra lo stupore di tutti, i Wolves passarono in vantaggio: il sogno si stava, incredibilmente, materializzando. Ma prima ancora che Shepsherd’s Bush potesse essere trasformata in una grande esplosione di gioia del popolo Hoops, una gioia attesa da anni e destinata a rimanere tale, arrivò la notizia, anche all’orecchio giocatori dei Wolves, che per il Birmingham City era mission accomplished, erano matematicamente salvi: il Molineux si ammutolì, il morale dei giocatori in black&gold scese sotto il livello del terreno di gioco e il Liverpool, negli ultimi 20 minuti, segnò tre volte: King Keegan e Toshack ribaltarono il risultato, ma un eventuale 2-2 avrebbe sancito la vittoria del titolo da parte del QPR; a spegnere del tutto le speranze ci pensò Kennedy. 3-1 Reds, e un mare di lacrime nel west London.

La storia cambiò quel giorno, e chissà cosa sarebbe successo se il titolo fosse finito a Loftus Road. Perchè il Liverpool, dopo quel titolo vinto di un soffio si avviò verso la massima gloria Europea, che sarebbe giunta l’anno dopo a Roma contro il Borussia Moenchengladbach, mentre il QPR verso l’etichetta di bella incompiuta che da lì in avanti segnerà per sempre quella stagione maledettamente irripetibile. Phil Parkes, Dave Clement, Ian Gillard, Frank McLintock, Dave Webb, John Hollins, Gerry Francis, Dave Thomas, Don Masson, Mick Leach, Stan Bowles, Don Givens, i nomi di quegli eroi, che in qualche modo, però, vinsero. Nessun albo d’oro li celebrerà mai, ma l’appassionato di calcio non potrà mai dimenticare quella squadra, dannatamente affascinante come solo le cose che profumano di Londra anni ’70 sanno essere. E pazienza se un destino avverso volle che il Norwich City si intromise tra il QPR e il titolo, quella squadra, imbattuta in casa, che sconfisse tutte le squadre di First Division (a parte il West Ham), che giocava con la spensieratezza che solo chi sa di volare troppo in alto e se ne frega può permettersi, è indelebile nella memoria del calcio inglese. E nei cuori dei tifosi del Queens Park Rangers, perchè per un anno grazie a quella squadra hanno potuto guardare dall’alto tutte gli altri club, perchè il sempre vivo orgoglio di tifare QPR in quel 1975/76 raggiunse il massimo storico. Se andate in South Africa Road, o a Loftus Road, e incrociate lo sguardo di chi quella stagione l’ha vissuta sugli spalti, noterete dai suoi occhi che per lui, per loro, quell’irripetibile squadra ha vinto. E se vi rimanessero dei dubbi, provate a chiederglielo direttamente. La risposta sarà una e una sola soltanto.

Un contributo decisivo, soprattutto per i particolari, è stato fornito dall’ottimo “Queen’s Park Rangers: the complete record”, di Gordon Macey

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Marsh, Bowles e la maglia numero 10 del QPR

“Hey, Jim, dici che quel ragazzo che abbiamo preso dal Carlisle saprà rimpiazzare Rod? Insomma, Rod è Rod….” “prendi la sciarpa e andiamo Brian, e prega che gli altri tifosi non la pensino come te, se no questo Stanley lo bruciamo prima ancora che metta il piede in campo. E ‘un’ottima promessa, come on”. Un dialogo, inventato, del Settembre 1971. Uno era partito, l’altro era appena arrivato…

Stan & Rod, e la loro maglia

Ci sono tre livelli che rendono bella una maglia da calcio: il primo livello vale per quasi tutte le maglie, ed è la storia che esse rappresentano: a meno di squadre recentissime, una maglia è un’onorevole portatrice di storia. Il secondo livello è la bellezza estetica nel vero senso della parola, perchè è inutile nasconderlo ci sono maglie più belle delle altre. Il terzo livello, l’ultimo, è dato da chi la indossa, perchè una maglia in se rimane un capo d’abbigliamento se non la si contestualizza col campo da gioco, e quindi con il calciatore che la indossa. La maglia numero 10 del Queens Park Rangers riteniamo soddisfi tutti e tre i requisiti: una maglia con la sua storia (e la storia del QPR l’abbiamo vista), una maglia stupenda esteticamente, unica; e nella sua variante col numero 10 sul retro, indossata da due grandi giocatori, che se la passarono come il testimone di una staffetta, e che pertanto fan sì che la nostra superi l’esame dei tre livelli. I due giocatori sono ovviamente Rod e Stanley, Rodney Marsh e Stanley Bowles, per ogni tifosi del QPR i due sacri portatori del verbo del football a Loftus Road, sul cui manto erboso spiegarono calcio e non solo.

Il primo in ordine cronologico a indossare quella maglia così affascinante a strisce orrizzontali blu e bianche fu Marsh. Marsh, ribattezzato dal padre Rodney in onore della HMS Rodney su cui babbo Marsh prestò servizio, è nato ad Hatfield, 30 mila anime nel cuore dell’Hertfordshire, l’11 Ottobre 1944. La carriera calcistica di Marsh comincia a Londra, nel Fulham, non esattamente una delle 10 cose più gradite al tifoso QPR; e la carriera di Marsh a Craven Cottage è riassumibile così: iniziata come grande promessa, conclusa tra le riserve. Nel mezzo, i sintomi di quel genio calcistico unito a sregolatezza che rendono tuttora Marsh difficilmente classificabile con una parola; e l’infortunio – gravissimo – all’orecchio sinistro, che da quel momento…smise di funzionare, provocando la parziale sordità di Rodney. Fattostà che, nel Marzo 1966, Alec Stock, che all’epoca dirigeva le operazioni dalla panchina per il QPR (che era in Third Division), con un guizzo degno del grande manager che fu lo portò a giocare nel vicino Loftus Road per 15.000 sterline. Bum. Stock intuì benissimo che quel ragazzo di 22 anni sarebbe stata la chiave per il successo, e gli concedette la libertà di giocare il suo calcio, fedele alla linea che un genio ingabbiato in schemi e assurdità varie è più dannoso che utile alla causa. E che calcio, giocava Rod: tocchi eleganti e spettacolari, genialità allo stato puro, tanto da far sembrare ai festanti spettatori (che, diciamoci la verità, fino a quel momento non è che avessero avuto molte cose per cui strabuzzare gli occhi) di poter risolvere la partita in ogni momento, anche quando la palla non era tra i suoi piedi.

Nella sua prima stagione al QPR, gli Hoops vinsero Third Division e Coppa di Lega, la finale della quale fu la lectio magistralis di Marsh; prestazione sontuosa con goal da tramandare ai nipotini. L’anno successivo la promozione in First Division riaprì le porte della massima serie a Rod (in cui aveva già giocato col Fulham), dove tuttavia non riuscì a impressionare, vuoi per gli infortuni vuoi per l’inadeguatezza del resto della squadra. Ed ecco che l’etichetta di “gran giocatore, ma da divisioni inferiori” gli venne appiccicata: un clown, un intrattenitore di folle buono forse per giocare contro il Carlisle, cosa che per l’appunto prontamente avvenne l’anno successivo. Nonostante militasse in Division Two, Alf Ramsey gli diede – finalmente – una chance con la Nazionale, per la quale Rod giocherà 9 partite in totale segnando un goal. Troppo poco, per uno col suo talento. Qualcuno che credeva ancora che Marsh potesse far la differenza anche in First Division era Malcolm Allison, manager di un Manchester City in piena corsa per il titolo quando acquistò Marsh nel Marzo del 1972: l’arrivo di Rod però coincise con un quarto posto finale, e molti si chiedono se quello stile difficile da inserire in uno schema pre-esistente non abbia influito negativamente sulle sorti di quella stagione dei Citiziens. Ma questa è altra storia, perchè dopo 211 partite e 106 goal Marsh aveva lasciato Loftus Road (concluderà la carriera nei Tampa Bay Rowdies, dopo un breve ritorno al Fulham).

Marsh (centro) decide la finale di Coppa di Lega

Si trattava, a questo punto, di sostituirlo. E sostituire un genio è sempre difficile, specie poi se ti chiami Queens Park Rangers e giochi in Second Division, non esattamente il Real Club de Madrid. Facciamo un passo indietro. Collyhurst, guarda caso Manchester, 24 Dicembre 1948. Mamma Bowles dava alla luce Stanley. Il pargolo crebbe con la passione per il beautiful game e la palla tra i piedi, entrando a far parte delle giovanili del Manchester City. Guarda caso, parte seconda. Con i Citiziens esordì anche, 1967, Coppa di Lega: due reti rifilate al Leicester e lampi di talento cristallino. Era una versione del Manchester City (che in quella stagione vinse il titolo) che poteva contare su gente del calibro di Colin Bell e Mike Summerbee, per cui come facilmente intuibile lo spazio era quel che era per il giovane Stanley, il quale dal canto suo manifestava già preoccupanti segni di sregolatezza che lo portarono presto a scontrarsi col manager, quel Malcolm Allison di cui sopra. Goodbye Manchester. Venne ceduto al Bury, squadra peraltro non lontana dalla natia Collyhurst, dove fece la miseria di cinque-partite-cinque prima di venir ceduto al Crewe Alexandra, Fourth Division. Quando le cose sembravano precipitare, ecco che Stanley iniziò a palesarsi per quello che era: un giocatore spettacolare. Le buone prestazioni all’Alexandra Stadium attirarono sul giocatore l’interesse di numerosi club: alla fine della fiera finì nel nord-ovest, in Cumbria, al Carlisle United.

Era il 1970/71, quell’anno i Cumbrians finiranno quarti e Bowles (33 partite e 12 reti) divenne nuovamente un uomo mercato. Quello stile di gioco geniale e a tratti irriverente, che a Carlisle era stato ulteriormente sviluppato lasciando ampia libertà al giocatore, quell’atteggiamento ribelle si incastravano perfettamente in una realtà: il QPR. La necessità di sostituire Marsh, unita all’innamoramento calcistico che colpì il presidente, Gregory, portarono Bowles a Loftus Road per 112.000 sterline. Per Marsh gli Hoops ne avevano incassati 200.000 di pounds, solo che Rod andava a giocarsi il titolo a Manchester, Bowles arrivava da Carlisle. Era il Settembre 1971, e la gente si ricorderà più facilmente di George Best per via di Matt Busby, Bobby Charlton e Denis Law, ma c’era anche Stan the Man in quella categoria, eccome se c’era. Primo aneddoto divertente: la maglia numero 10 del QPR era piuttosto temuta dai giocatori, che non volevano indossarla visto i trascorsi sulle spalle di Marsh: la classica maglia “pesante”. Bowles dal canto suo arrivò e la indossò senza problemi tra lo stupore dei compagni, stupore che accrebbe quando, dopo avergli fatto notare a chi appartenne, si sentirono rispondere un “Marsh who? Vengo dal nord, non l’ho mai sentito nominare”. Geniale, no? Londra poi non era proprio la quieta Carlisle, dove la distrazione più grande era il pub dietro casa; ma nella città Bowles si ambientò alla perfezione, scommesse (vizio che si radicò in Stan, portandolo spesso a problemi economici ripianati da anticipi di stipendi e premi vari concessi da Gregory, il cui amore non svanì) e vita mondana che ne fecero uno dei preferiti dai tabloid (dal suo sito ufficiale “Away from football, Stan was increasingly finding himself occupying the front pages of the tabloids“). Poi al Sabato a dipingere calcio sul campo, come se nulla fosse.

A ognuno la propria passione: Bowles con la modella Jenny Clarke, 1976

L’episodio più famoso associato a Bowles è, senza ombra di dubbio, l’incidente di Roker Park. Qui la storia si confonde alla leggenda, come accade solo ai miti. Il Sunderland ospitava il QPR pochi giorni dopo aver trionfato in FA Cup; la coppa era lì, in bella mostra, con 43mila mackems (gli abitanti di Sunderland) festanti che la osservavano compiaciuti. Con un colpo da maestro e conscio di star scrivendo, a modo suo, la storia di questo sport, Bowles pensò bene di…colpirla con una pallonata! Fu l’apoteosi del personaggio Bowles, irriverente sul campo e fuori, solo che i mackems di cui sopra non la presero benissimo: la partita si risolse con un’invasione di campo dopo che Bowles, con la stessa precisione palesata nel colpire la coppa, infilò per due volte la porta dei padroni di casa. Sebbene le versioni siano contrastanti, Bowles sostiene che tra i giocatori del QPR, annoiati da quel pre-partita e dal dover veder festeggiare gli avversari, era nata una scommessa (toh, ma guarda) su chi avrebbe centrato per primo il trofeo. Segnate più 100 sterline per Bowles. Poi in campo, e qui ci sarebbe da far parlare le immagini: una classe sopraffina, inserita in un contesto favorevole, quel QPR di metà anni ’70 che sfiorò, nel 1976, il titolo, resero Stanley mito. Se ne accorse anche il buon Sir Alf, che lo convocò, nel 1974, in Nazionale, ma come si addice a un genio il rapporto con i tre leoni fu problematico, e si risolse in sole cinque partite disputate. Bowles non vinse nulla da protagonista, ma importa? Il nostro l’occasione l’avrebbe anche avuta. 1980, Bowles era passato al Nottingham Forest di Brian Clough che stava stupendo il Mondo. Vigilia della finale di Coppa dei Campioni, Bowles litiga col genio di Middlesbrough quando intuisce che finirà in panchina. Niente di che, solo che la finale si disputava a Madrid e a Madrid bisognava andarci, ed ecco la genialata: Bowles non si presenta all’aeroporto! Il Forest entrò nella leggenda per la seconda coppa di fila, Stan entrò nella leggenda per aver lasciato la squadra con sole quattro riserve (invece di cinque). La storia scritta a modo suo, dicevamo. Finirà la carriera a Londra, prima al Leyton Orient e poi al Brentford.

I giocatori come Marsh e Bowles in Inghilterra li chiamano mavericks. Geniali, una spanna sopra gli altri, fanno innamorare le folle, segnano spesso la storia e il costume di un’epoca. E nel nostro caso, finiscono dritti nella storia di una squadra. Il QPR non avrà più due giocatori come Marsh e Bowles, apparsi a Loftus Road come miraggi in rapida successione, prima uno, e subito dopo l’altro. Il rimpianto è forse uno solo: non averne sfruttato appieno il talento costruendo squadre vincenti attorno a loro, il cui periodo fruttò solo una Coppa di Lega (ma quel secondo posto del 1976 rimane, con tutto il rispetto per il Liverpool campione, la Favola incompiuta per eccellenza). E dal loro punto di vista, sicuramente i due non raggiunsero il livello che ci si aspetterebbe da giocatori dotati del loro talento. Ma forse è giusto così, perchè la storia di due vincenti si concilierebbe poco con quella del QPR: meglio la loro, di storia, belli da vedere come gli Hoops nelle loro splendide maglie, che attraggono le simpatie dei neutrali proprio come la loro squadra (nel solito Fever Pitch Hornby mostrerà ammirazione per il QPR di Bowles), ma che, proprio come la squadra, non verranno ricordati per gli allori. Pazienza, perchè i vecchi tifosi possono comunque raccontare con i lucciconi agli occhi alle nuove leve di quei due campioni in maglia Hoops, e tramandare il mito di Rod e Stan alle nuove generazioni. Stan the Man e Rod Marsh rimarranno per sempre lì, nella storia, e niente li cancellerà.

Viaggio nella Londra del calcio: Queens Park Rangers

Queens Park Rangers Football Club
Anno di fondazione: 1882
Nickname: SuperHoops
Stadio: Loftus Road, South Africa Road, London W12
Capacità: 18.600

Noi di English Football Station siamo stati recentemente a Loftus Road, per quanto fosse una Domenica mattina di un weekend senza partite. Un giro semplicemente turistico per respirare a pieni polmoni l’aria di un quartiere, ben consci che, in Inghilterra e soprattutto a Londra, ogni squadra ha un legame fortissimo con la comunità che rappresenta, e se vuoi conoscere una realtà devi toccarla, anche brevemente, con mano. Siamo scesi a Wood Lane, nuovissima stazione dell’Hammersmith & City line, ma lo stadio è tradizionalmente raggiungibile anche dalla vicina White City, situata sulla Central line. A farla da padrona, appena scesi dal treno e usciti dalla stazione, sono i palazzi della BBC, che dominano un quartiere residenziale, non stile Leyton dove l’immigrazione si è mischiata al proletariato urbano e il concetto di residenziale è legato a quello di massa: un quartiere dove le mamme accompagnano i bimbi alla partita di calcio alla Domenica mattina e si respira l’aria pacifica di una Londra sorniona. Si scende South Africa Road e, a un certo punto, spunta Loftus Road, lì, immerso nel quartiere, e si pensa subito al concetto di “support your local team”, perchè il legame tra abitanti è squadra non potrebbe essere più forte di così, la squadra non gioca in qualche enorme spazio periferico, gioca dietro casa tua. Basterebbe già questo per rendere speciale Loftus Road. Dietro una delle tribune c’è addirittura una scuola, tanto che si chiama “School End” il settore dello stadio. Fantastico.

Il breve passaggio dalle parti di Loftus Road ci fornisce lo spunto per parlare della squadra che vi gioca, il Queens Park Rangers, seconda tappa della nostra rubrica londinese. Anche qui, basterebbe una foto delle splendide maglie del QPR, tornato quest’anno in Premier League, per concludere già il post, ma addentriamoci nella storia del club. Il Queens Park Rangers venne fondato nel 1882, dagli studenti del St Jude’s Institute, che diedero alla squadra il nome della scuola, St Jude’s appunto; il nome definitivo di Queens Park Rangers arriva 4 anni più tardi, quando nel 1886 si fonda con un’altra squadra, i Christchurch Rangers, e visto che molti giocatori provenivano proprio dal distretto di Queens Park (nord-ovest di Londra) si opta per il nuovo nome. E qui comincia il nostro calvario, terrorizzati come siamo dal dovervi raccontare la storia di una squadra che ha cambiato 17 volte stadio, un totale di 13 stadi diversi, un record inglese (e ci mancherebbe altro) che ci fa rimpiangere il caro vecchio Leyton Orient e i suoi spostamenti descritti nel post precedente. Scusandoci in anticipo se dovessimo saltare qualche passaggio, cerchiamo di andare con ordine.

Uno stadio immerso in un quartiere: Loftus Road

Il primo campo utilizzato dalla squadra venne ritagliato da una porzione di terra in disuso vicino a Harvist Road; poco dopo però trasferirono tutto a Welford’s Field, al costo di affitto di 8 sterline annue, che andrebbero rapportate al costo della vita di oggi ma che fan comunque sorridere. Qualcosa non andava nemmeno lì  e il QPR si trasferì nel 1888 al London Scottish ground, per una cifra stavolta di 20 sterline annue di affitto, compensate dal fatto che si iniziò a far pagare agli spettatori l’entrata. Ma il terreno di gioco dello stadio si dimostrò presto inutilizzabile date le condizioni pessime, forzando il QPR a trasferirsi ancora alla fine della stagione 1888/1889. Il calvario continuò, anzi, crebbe. Tra il 1890 e il 1892 la squadra cambia infatti ben quattro campi da gioco: Home Farm, Kensal Rise Green, The Gun Club at Wormwood Scrubs, Kilburn Cricket Ground. Ma la strada per trovare una casa definitiva è ancora lunga. Nel 1896 si torna dalle parti di Harvist Road, dove era stato nel frattempo eretto il National Athletics Ground (chiamato poi Kensal Rise Athletic Stadium) che diventò così la casa del QPR; il costo di entrata per gli spettatori adulti era a quel tempo di 6 pence. Il passaggio al professionismo avvenuto nel 1898 (per fermare i continui trasferimenti di giocatori verso altri club) è paradossalmente la causa dell’ennesimo cambio di stadio nella breve storia della squadra: i costi di gestione divennero elevati, la proprietà dello stadio fece causa alla squadra per i mancati pagamenti e il QPR dovette dunque cercare un’altra casa.

La nuova casa (1901) venne trovata in St Quentin’s Avenue, impianto non esattamente all’avanguardia: i giocatori dovevano cambiarsi in un edificio pubblico esterno e camminare poi al campo di gioco; cosa peraltro poco gradita agli stessi abitanti del quartiere, le cui proteste (secondo loro il QPR abbassava il livello del quartiere) portarono all’abbandono dopo un solo anno dell’impianto, per tornare al Kensal Rise (1902). Tutto finito? Magari. Nel 1905 i costi di affitto del Kensal Rise divennero proibitivi, e il QPR dovette nuovamente abbandonare l’impianto per trasferirsi all’Agricoltural Showground di Park Royal, dove resistette due soli anni: nel 1907 infatti la squadra si trasferì a un nuovo stadio, sempre a Park Royal, capace di ospitare fino a 60.000 spettatori dove giocò (con una breve interruzione nel 1912, quando giocò a White City a causa di uno sciopero dei lavoratori del carbone) fino alla stagione 1914/1915, quando il campo venne requisito dall’esercito in vista della Prima Guerra Mondiale. In realtà già sul finire del 1914/1915 il QPR dovette trasferirsi, giocando alcune partite a Stamford Bridge e al solito Kensal Rise. Finalmente, per il QPR e per noi che scriviamo, il 1917 segna l’anno della (quasi) fine delle peregrinazioni in giro per l’ovest londinese: il club acquista il campo della squadra amatoriale Shepsherd’s Bush, Loftus Road, e ne fa il suo stadio definitivo e attuale. Due brevi parentesi a White City Stadium (di cui una negli anni ’30 si rivelò disastrosa per le finanze del club) per cercare di attirare più spettatori segnano la definitiva fine dei trasferimenti della squadra. Con il sudore sulla fronte per la fatica, chiudiamo qui il capitolo stadi, ed è curioso come una squadra così girovaga porti oggi nello stemma la scritta “Loftus Road”, quasi a dire “ehi, noi il nostro stadio ce l’abbiamo!”.

La rosa del 1936/1937

In questi stadi, però, una squadra giocava. Una squadra che dopo i successi a livelli amatoriale (1982 West London Observer Cup, 1895 London Cup, e prima partecipazione all’FA Cup) passò come detto al professionismo nel 1898 (28 Dicembre), ottenendo l’iscrizione alla Southern League: il 9 Settembre dell’anno successivo il QPR disputò la prima partita professionistica della sua storia, una sconfitta 1-0 in casa del Tottenham Hotspur; la prima vittoria arrivò una settimana dopo, quando il New Brompton cadde al Kensal Rise. La squadra terminò all’ottavo posto la sua prima stagione pro. Dopo risultati altalenanti, il QPR vinse la Southern League nel 1907/1908 e a fine anno disputò la prima edizione della Charity Shield contro il Manchester United (1-1 e 4-0 in favore dei Red Devils), che si disputava tra i vincenti della First Division e quelli della Southern League. Nonostante la vittoria della Southern, il QPR non venne selezionato per giocare in Second Division (Football League): il passaggio avveniva infatti per selezione e ai Rangers venne preferito il Tottenham Hotspur, che finì però ottavo l’anno precedente. Quattro anni più tardi, nel 1912, il QPR rivinse la Southern League, ma dovrà aspettare il 1920/1921 per accedere alla Football League, stagione in cui venne ammesso alla neonata Third Division, in cui al primo anno di partecipazione finì terzo, per poi però finire due volte ultimo negli anni successivi e dover per questo richiedere l’ammissione, ottenuta entrambe le volte.

La storia del Queens Park Rangers rimase pressochè questa fino alla stagione 1947/1948, ed è quasi incredibile pensare a circa 30 anni passati in Third Division senza alcun tipo di soddisfazione, se non qualche passaggio del turno in FA Cup. Fu solo nel primo dopoguerra, infatti, che la squadra fece la sua prima apparizione in Second Division, sotto la guida del manager Dave Mangnall, che tuttavia si dimise quando, nel 1952, la retrocessione riportò i Rangers nella terza serie del calcio inglese, in cui rimasero, manco a dirlo, per diverse stagioni. Infangati nella palude della Division Three, nel 1959 giunse a Loftus Road dalla Roma un nuovo manager, Alec Stock: diventerà forse il più grande manager della storia dei Rangers, anche se dovrà aspettare il 1966/1967 per la gloria. Ma fu gloria vera per una realtà come il QPR. Quell’anno, sotto la guida di Stock e con in campo la prima vera stella della storia dei Superhoops (il nickname che i tifosi adottano oggi per la loro squadra), Rodney Marsh, la squadra non solo ottenne la promozione in Second Division, ma vinse, prima squadra di terza divisione a farlo, la Coppa di Lega, battendo 3-2 (dopo essere stati sotto 0-2) il W.B.A. a Wembley, che ospitava la finale per la prima volta. E non finì qui, perchè l’anno successivo il QPR ottenne un altro primato nella sua storia: la promozione in First Division.

Rodney Marsh segna il momentaneo 2-2 nella finale di Coppa di Lega del 1967

Alec Stock venne sollevato dall’incarico per malattia (rimase assente 3 mesi a causa di una brutta forma di asma che lo colpì), e il QPR retrocesse, dopo un solo anno di First Division. Rimase in Second Division quattro stagioni, durante le quali la squadra venne riorganizzata sotto la guida, dal 1971, del manager Gordon Jago, che cedette Rodney Marsh, la stella, al Manchester City per 200.000 sterline, rimpiazzandolo sei mesi più tardi con un ragazzo proveniente dal Carlisle, acquistato per 112.000 sterline e di nome Stanley Bowles. Bowles è, per ogni tifoso Hoops, quel che Charlton è per i tifosi del Manchester United; anzi, quello che è Best. Un giocatore dotato di classe cristallina che avrà presto un post a lui dedicato qui su EFS, anche per la vita personale che merita qualche parola. Un’icona anni ’70, come il nordirlandese. A Bowles, e ad altri acquisti come Phil Parkes, Don Givens, Dave Thomas vennero aggiunti giovani del vivaio come Dave Clement, Ian Gillard e il capitano Gerry Francis. La nuova squadra ottenne la promozione nel 1972/1973, finendo seconda dietro al Burnley; Jago, tuttavia, si dimise al termine dell’anno seguente, e venne rimpiazzato da Dave Sexton, ex manager del Chelsea, il quale ebbe la brillante idea di contendere a Stock il ruolo di best manager in QPR history, portando i Rangers al secondo posto in First nella stagione 1975/1976, un solo punto dietro al Liverpool.

I dieci anni che passano tra metà anni ’60 e metà anni ’70 sono gli anni ruggenti del QPR, che però riesce a mettere in bacheca la sola Coppa di Lega, con tuttavia il secondo posto in campionato e i quarti di finale di UEFA l’anno successivo (eliminati dall’AEK Atene) come perle da incastonare nella storia della squadra. Presto però l’incubo della Second Division tornò a palesarsi dalle parti di Loftus Road, un incubo che prese forma alla fine della stagione 1978/79 (nel frattempo Sexton aveva già lasciato, direzione Man United, nel 1977). Tuttavia i Rangers si rialzarono presto, quando venne nominato manager Terry Venables, ex giocatore del club e proveniente dal Crystal Palace (correva l’anno 1980): una finale di FA Cup nel 1981 (persa contro il Tottenham, 1-1 e 0-1 al replay, prima e unica nella storia del club), la promozione in First Division (1983) e il quinto posto in campionato (1984), con relativa qualificazione UEFA, sono il “palmares” di Venables in sella agli Hoops, non male per un club non esattamente abituato a certi palcoscenici; ed è quello che deve aver pensato il Barcellona, che infatti affidò la panchina a Venables per la stagione 1984/85. Un susseguirsi di manager, una finale di Coppa di Lega persa contro l’Oxford United (1986) e una serie di piazzamenti a metà classifica chiudono gli anni ’80 del QPR, che continuò a consolidare la sua posizione nella massima serie. In First Division, divenuta nel frattempo Premier League, il QPR ci rimase fino al 1995/96, quando dopo 13 anni e dopo ottimi recenti piazzamenti sotto la guida dell’ex giocatore e manager Gerry Francis (memorabile una vittoria a Old Trafford 4-1 durante la stagione inaugurale della Premier, 1 Gennaio 1993) retrocesse. E dopo aver lanciato e venduto, per la cifra tutt’ora record del club di 6 milioni di pounds, Les Ferdiand al Newcastle. Ma, stavolta, non ci fu un’immediata resurezzione. Anzi.

Un mito, un’icona, una leggenda: Stan Bowles ha appena segnato contro il Man United

Il 2000/2001 vide infatti il QPR retrocedere, dopo 30 anni circa dall’ultima partecipazione, nella terza serie del calcio inglese, divenuta nel frattempo Second Division, e a nulla in tal senso servì il ritorno di Gerry Francis, che si dimise sul finale di stagione e venne rimpiazzato dall’ex giocatore (un vizio molto english) Ian Holloway, il quale impiegò 3 anni per riportare la squadra in First Division (che, precisiamo, era divenuta la seconda serie del football albionico): era il 2003/2004. Il resto è storia recente, con le stagioni sotto la proprietà Briatore/Ecclestone che avevano nel frattempo rilevato il club salvandolo  dal rischio di fallimento (si parlò anche di fusione con il Wimbledon tra le altre cose), fatto purtroppo piuttosto frequente nella storia degli anni 2000 della squadra, e la trionfale cavalcata dello scorso anno con quella vecchia volpe di Neil Warnock in panchina, la vittoria del Championship (se evitiamo di dire che è l’ex First Division va bene?) e la promozione in Premier League, dove quest’anno si lotta, con le unghie e con i soldi del nuovo proprietario malesiano Tony Fernandes (curiosa storia la sua, tifoso del West Ham che non è riuscito a comprarsi gli Hammers e si è lanciato sui Rangers) per la salvezza.

Bene, la pappardella storica era doverosa, per quanto approfondiremo nel corso del tempo alcuni aspetti (Bowles, Marsh, la finale di Coppa di Lega, la stagione del secondo posto son tutti argomenti che meritano post a parte – ndr nel frattempo abbiamo provveduto a parlare di Marsh e Bowles e della stagione 75/76). Ma c’è una cosa che affascina di questo club e di cui fin’ora non abbiamo parlato, una cosa che attira sul QPR molte simpatie: la maglia. La maglia del Queens Park Rangers è di quelle che si possono definire uniche. O quasi, in ogni caso rare, perchè comunque quando vediamo la maglia bianco-blu a strisce orrizzontali pensiamo subito a loro. La cosa curiosa è che in origine non era così. La maglia del St Jude’s era metà azzurra-metà blu in pieno stile collegiale, e per qualche anno venne utilizzata anche dal QPR. Fino al 1892, quando venne introdotta la nuova maglia, a strisce orrizzontali bianche e….verdi. Ebbene sì. Potremmo essere qui a parlare di un simil Celtic Glasgow quando, nel 1926, a qualcuno venne l’illuminazione: le maglie verdi portavano sfiga! Così vuole la leggenda, e si passò quindi a un più consono, per motivi che evidentemente ritenevano validi, blu, per la fortuna di tutti, nostra soprattutto che consideriamo la maglia anni ’60-’70 una delle più belle della storia del calcio inglese. Ma anche del QPR stesso, che, non potendo vantare vittorie o glorie passate, può sempre far breccia nel cuore degli appassionati per la sua maglia caratteristica e unica.

E’ giunto il tempo di lasciare Loftus Road, di risalire South Africa Road tra i bambini che giocano in un campetto piuttosto malandato (la magia del calcio: una palla, due porte improvvisate, il Mondo come campo da gioco) e mamme che portano i figli a scuola, salutare l’edificio della BBC e rimetterci in viaggio. Saliamo a White City direzione Bank, cambiamo per la Northern Line, scendiamo a London Bridge, saliamo sul treno che ci porta a South Bermondsey, dove esiste una via che collega direttamente la stazione al settore ospiti dello stadio, per evitare che i tifosi avversari entrino in contatto con quelli di casa. Forse lo avete già capito: si va a casa del Millwall.

Records

  • Vittoria più larga: 9-2 v Tranmere Rovers (Division Three, 3 Dicembre 1960)
  • Sconfitta più larga: 1-8 v Manchester United (Division One, 19 Marzo 1969)
  • Maggior numero di spettatori: 35.353 vs Leeds United (Division One, 27 Aprile 1974)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Tony Ingham, 519
  • Maggior numero di goal in campionato: George Goddard, 174

Palmares

  • League Cup: 1966/1967

Rivali: Fulham, Brentford e Chelsea

Link: http://www.queensparkrangersfc.com/fame3.htm (Unofficial Hall of Fame);
http://qprreportblog.blogspot.it/ (QPR report blog)
http://www.qpritalia.it/ (QPR Italia)

Due leggende, una maglia: Stan Bowles e Rodney Marsh