Viaggio nella Manchester del calcio: parte seconda, Manchester United

Manchester_United_FC_crest.svgManchester United Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Red Devils
Stadio: Old Trafford, Manchester M16
Capacità: 75.765

Ed eccoci alla fine del nostro viaggio, ultima tappa nell’ultima città affrontata, una tappa importante perchè andiamo a conoscere da vicino la squadra inglese più famosa al Mondo, la squadra di Busby, di Best, di Law, di Charlton, di Cantona, di Beckham, di Scholes, di Giggs, di Rooney, di Cristiano Ronaldo e di Sir Alex Ferguson tra gli altri. Insomma, il Manchester United, che per quanto ci riguarda abbiamo conosciuto da vicino a Febbraio in una fredda mattina mancuniana, con la nebbia che avvolgeva la statua della United Trinity appena fuori Old Trafford e un temerario venditore di sciarpe (non ufficiali, ma stupende, quelle classiche old style) beveva la sua immancabile birra. Fermata Old Trafford del metrolink, un miglio a piedi (l’Old Trafford più vicino, come impianto, alla fermata è quello del Lancashire County Cricket Club) e si arriva allo stadio dei Red Devils, che peraltro è dotato anche di una stazione ferroviaria che definire vicina è riduttivo. Insomma, ben collegato e accessibile, e d’altronde qui vengono da tutto il Mondo, come ad Anfield ma forse di più perchè dai primi anni ’90 ad oggi è lo United a dettare legge in Inghilterra e, meno ma con pur sempre due Champions vinte, in Europa, con il conseguente numero di tifosi sparsi per il globo che è aumentato a dismisura. Un anziano mancuniano ci ha accompagnato nel tour dello stadio, esperienza fantastica perchè nei suoi occhi si leggevano anni di ricordi lontani, non dell’era Premier, ma di quella dei Busby Babes, della già citata trinità etc., e proveremo noi in piccolo a farvi a nostra volta da guida nel mondo dello United.

Il Manchester United nasce, come moltissimi altri casi, con un altro nome: Newton Heath LYR Football Club. Newton Heath è un luogo, luogo in cui era ubicato un deposito di treni, e questo spiega il resto della denominazione originale, della LYR, la Lancashire e Yorkshire Railway: furono quindi dei ferrovieri a fondare il club, con il concreto aiuto della compagnia ferroviaria che mise a disposizione fondi e campo da gioco, ubicato in North Road nemmeno troppo per caso vicino ai binari del treno. Era il tempo delle amichevoli, i cui resoconti si sono persi nelle nebbia della storia, almeno fino ai primi anni ottanta, quando sappiamo per certo che il Newton Heath LYR prese parte alla Lancashire Cup (1883/84), venendo tuttavia subito eliminato dalle riserve del Blackburn Olympic. L’anno successivo prese parte alla Manchester & District Challenge Cup, competizione in cui giunse in finale in diverse occasioni, mentre nel 1886 il club, in crescita come testimoniavano firme di giocatori di buona reputazione, prese parte per la prima volta all’FA Cup, a cui è legato un fatto curioso che merita la pena di essere evidenziato. Trasferta sul campo del Fleetwood Rangers, partita che terminò 2-2: il capitano del Newton Heath, Jack Powell, rifiutò di giocare i supplementari, e la partita venne data vinta a tavolino al padroni di casa. Il club protestò presso la F.A., proteste vane che portarono lo stesso club ad autosospendersi dalla competizione per due edizioni.

Nel frattempo il 1888 vide la nascita della Football League, competizione da cui il Newton Heath (che in questi anni vide scemare il legame con la compagnia ferroviaria, perdendo il “LYR” dal nome, nonostante alcuni giocatori continuassero a essere dipendenti delle ferrovie) rimase escluso: il club divenne quindi membro fondatore della Combination, una delle leghe che fiorirono all’epoca, ma che ebbe breve durata, tanto che nel 1889 il Newton Heath e altri club non ammessi alla Football League fondarono la Football Alliance. Quando nel 1892 la Alliance si unì alla Football League, il Newton Heath venne finalmente ammesso alla competizione più importante: in quei 3 anni il sogno del club non venne mai meno, tentando ogni anni di farsi eleggere, senza successo. Se non altro i mancuniani furono ammessi direttamente alla First Division, da cui si salvarono dopo essere giunti ultimi tramite lo spareggio contro il Small Heath (futuro Birmingham City), vincitore della Second Division. Nel 1893 il club si trasferì da North Road al nuovo impianto di Bank Street (Clayton), situato vicino a un’industria chimica che, secondo la leggenda, emetteva fumi tossici quando gli avversari si portavano in vantaggio, per intossicarli. Evidentemente la strategia non funzionò, visto che il Newton Heath giunse nuovamente ultimo e, questa volta, venne sconfitto nello spareggio dal…Liverpool, primo atto di una rivalità secolare. Il Newton Heath, ovvero il futuro Manchester United, divenne così il primo club nella storia della Football League a retrocedere. Fu l’inizio del declino che portò alla svolta, storica, del cambio di nome.

Un’immagine del Newton Heath

Il Newton Heath rimase impantanato in Second Division, sommerso non solo dagli scarichi della suddetta fabbrica chimica, ma anche dai debiti, una situazione che si fece insostenibili nei primissimi anni del nuovo secolo. Nel 1901 venne organizzata una raccolta fondi a St James Hall, che diede però un esito solo parziale tanto che, nel 1902, il club si trovava sull’orlo dell’abisso. Il Manchester Guardian riportava testualmente:
Attention was directed to the Second League by the unusual experience of Newton Heath. The club is financially in a bad way. A winding up order to meet a debt of £242 precipitated matters last week and no arrangements could be made for playing the game fixed for Saturday. One hears that a new club will be formed out of the ashes of the old one, but this has not been decided definitely”.
La partita si giocherà alla fine, ma le difficoltà rimasero. L’uomo della provvidenza però si chiamava John Henry Davies, il cui primo incontro con capitano del Newton Heath, Stafford, rasenta la leggenda, che vuole che, durante la raccolta fondi del 1901, il cane San Bernardo del giocatore fuggì, e venne ritrovato dalla figlia di Davies. Un secondo incontro tra i due ebbe esito positivo e Davies si mise a capo di un gruppo di colleghi imprenditori e rilevò il club, divenendone presidente il 24 Aprile di quell’anno. I nuovi proprietari optarono anche per il cambio di nome, visto il perduto legame con Newton Heath, e decisero di rinominare il club “Manchester United Football Club”, cambiando nello stesso istante i colori sociali in rosso e bianco. E le fortune del club, come girarono negativamente una decina d’anni prima, questa volta presero una piega decisamente positiva.

Il club si dotò del suo primo manager (anche se come visto in altre puntate, la posizione era quasi più amministrativa che “pratica”) nella persona di Ernest Mangnall, il quale condusse la squadra a ottime, ma non decisive per la promozione, campagne di Second Division; promozione che finalmente arrivò nel 1906. Come abbiamo visto nel pezzo dedicato al Manchester City, Mangnall fu lesto a mettere sotto contratto alcuni giocatori dei Citizens, finiti in un brutto scandalo di partite truccate: tra questi Billy Meredith, Herbert Burgess, Sandy Turnbull, Jimmy Bannister. Gli acquisti di Mangnall non tardarono a dare i risultati sperati, e nel 1908 il Manchester United vinse il primo di una lunga serie di titoli inglesi, la più lunga (19, contro i 18 del Liverpool). L’anno dopo un goal di Turnbull regalò anche la prima FA Cup, in finale contro il Bristol City. Ma il 1909 fu anche un anno decisivo, visto che Davies mise mano al portafoglio e si assicurò un appezzamento di terreno in quel di Trafford, ricavandone quello che diventerà e resta uno degli stadi più famosi del Mondo: Old Trafford, che merita e avrà uno spazio a parte. Mangnall mise in bacheca un altro titolo nel 1911, oltre a due Charity Shield, tra cui la prima in assoluto (1908), prima di lasciare direzione Manchester City (il percorso inverso rispetto ai giocatori che acquistò qualche anno prima). Il club cominciò un lento ma inesorabile declino che culminò, nel 1915, con lo scandalo per una partita truccata contro il Liverpool, e la guerra non impedì alla FA di squalificare i giocatori coinvolti a vita. Guerra che si portò via Turnbull, ucciso sul fronte francese.

Billy Meredith

Nel frattempo il club si era dotato del suo primo, vero manager (Jack Robson), ma questo non servì a evitare la retrocessione che inevitabile giunse al termine della stagione 1921/22: ci vollerò tre stagione prima di rivedere lo United in First Division, ma i tempi di Mangnall erano comunque lontani. Davies morì nel 1927, e quattro anni più tardi il club, con l’ultimo posto in classifica, conobbe nuovamente la Second Division, solo che stavolta le cose non si sistemarono e tornò ad aleggiare l’ombra del fallimento, che venne evitato solo grazie all’intervento di James Gibson, uomo d’affari locale coinvolto da un giornalista sportivo nel salvataggio del club (1933). Se le cose finanziariamente si risolsero, sportivamente lo United andò incontro nel 1934 alla sua peggior stagione di sempre, con il penultimo posto in Second Division evitato solo all’ultima giornata grazie a una vittoria per 2-0 contro i “colleghi disperati” del Millwall, terzultimi e scavalcati dai mancuniani nell’occasione. Nel 1936, tuttavia, la promozione riscattò il disastro di due stagioni prima, e sebbene il club fu immediatamente e nuovamente retrocesso, riconquistò la promozione al primo tentativo, inaugurando un periodo di 36 anni in massima serie. Il pubblico tornò anche ad avvicinarsi al club, che evitò la concorrenza del Manchester Central grazie ad un’alleanza col City volta a negare al Central l’ingresso in Football League. La guerra interruppe le competizioni poco dopo la promozione in First del Manchester United, ma al termine di essa nulla sarà mai più come prima, per lo United e per la storia del calcio inglese.

Nel 1945 infatti, mentre gli alleati si riunivano a Yalta, Gibson incontrò Matt Busby, ex giocatore del City che intratteneva però buoni rapporti con un dirigente dello United, Louis Rocca, il quale lo segnalò al presidente. Busby pretese e ottenne alcune clausole che cambiarono per sempre la figura del manager in Inghilterra: essere l’unico responsabile nella scelta della squadra titolare, degli allenamenti e dell’acquisto e delle cessioni dei giocatori. Adesso ci sembrano cose banali, all’epoca invece non lo erano affatto, e Busby divenne il plenipotenziario a Old Trafford, riuscendo peraltro discretamente bene nel suo ruolo, no? Tre secondi posti consecutivi, una FA Cup nel 1948 e il titolo del 1952 fu il biglietto da visita con cui si presentò Busby ai tifosi, ma come si dice in questi casi il meglio doveva ancora venire. I titoli back-to-back del 1956 e del 1957, conquistati con una squadra dall’età media bassissima (22 anni) fecero partorire alla stampa (Frank Nicklin del Manchester Evening News nello specifico) il termine di Busby Babes, che diventerà un caposaldo del football britannico e il fiore all’occhiello della gestione Busby. Ma quella dei Babes non è una favola a lieto fine: il 6 Febbraio 1958, di ritorno da un quarto di finale di Coppa dei Campioni a Belgrado (il Manchester United fu la prima squadra inglese a partecipare alla competizione) l’aereo che trasportava la squadra fece scalo a Monaco di Baviera per un rifornimento, qualcosa andò storto e, all’ennesimo tentativo di decollo, l’aereo si schiantò. Persero la vita otto componenti di quella magnifica squadra: Roger Byrne (28), Eddie Colman (21), Mark Jones (24), Duncan Edwards (21), la stella e di cui abbiamo parlato QUI, Billy Whelan (22), Tommy Taylor (26), David Pegg (22), Geoff Bent (25); due, Blanchflower e Berry, non poterono più giocare per le conseguenze dello schianto. Si salvò, oltre a Kenny Morgans che però, dopo l’incidente, non tornò mai sui livelli precedenti, un giovane Bobby Charlton (20), oltre a Busby (il quale passò due mesi in ospedale): divenne la colonna portante della rifondazione insieme a un altro sopravvissuto, Bill Foulkes.

Il memoriale delle vittime di Monaco posto a Old Trafford

Solitamente rifondare una squadra significa ringiovanirla, in questo caso invece si trattava di ricostruire da zero o quasi un club, operazione difficilissima tanto più che si trattava di un club sulla cresta dell’onda. Alcuni acquisti giovani diedero però risultati quasi immediati, tanto che nel 1963 il Manchester United vinse la FA Cup contro il Leicester City: tra questi acquisti, Denis Law, che con Charlton già nel club e George Best che avrebbe debuttato da lì a poco formerà la leggendaria United Trinity; senza dimenticare Nobby Stiles, Pat Crerand e compagnia. Vinsero il titolo nel 1964/65, grazie a una miglior media goal del Leeds United, e nel 1966/67, per poi coronare quell’epoca con il trionfo di Wembley sul Benfica di Eusebio nella finale di Coppa dei Campioni del 1968, la summa della carriera di Busby e della sua abilità di crescere talenti: solo due dei giocatori scesi in campo in quella finale vennero acquistati versando denaro. Carriera che si avviò alla fine nella stagione successiva (che vide la sconfitta in Coppa Intercontinentale contro l’Estudiantes), quando Busby annunciò di voler lasciare il ruolo di manager per assumere quello di General Manager; venne sostituito da Wilf McGuinness. Inutile dire che Busby è stato uno dei grandi del calcio britannico, un innovatore, un conoscitore del calcio e un abile scopritore di talenti, e che la posizione di manager come la conosciamo oggi fu forgiata in buona parte da lui. Ci piace ricordarlo con una frase di un’altra leggenda della panchina, Bill Shankly: “I’m not fit enough to polish Busby’s shoes“. Un gigante.

Il post-Busby fu traumatico per i Red Devils. McGuinness, Farrell, Docherty non riuscirono a mettere insieme risultati degni del predecessore; dovettero peraltro fronteggiare il declino di alcuni elementi chiave, oltre alle bizze di George Best, che annunciava ritiri un giorno salvo poi rimangiarsi la parola, anzi riberla, una battuta che ci concediamo sapendo il ben noto amore del nordirlandese per l’alcol (“I’ve stopped drinking, but only while I’m asleep“). Fattostà che Best, alla fine, lascerà il club nel 1974, stagione nella quale lo United conobbe nuovamente, dopo anni, l’onta della retrocessione, a cui contribuì, anche se non in modo decisivo, un goal di Law in un derby (Law era passato al City quella stagione, nell’ambito del programma di ringiovanimento del club attuato da Docherty). Ironia del destino…Docherty tuttavia rimase in carica, e continuò con i suoi propositi di rinnovare il club, tagliando definitivamente con l’ingombrante passato dell’era Busby, questa volta riuscendo nell’intento: promozione al primo tentativo, vittoria che sembrava possibile in campionato (terminò terzo), finale di FA Cup (sconfitta contro il Southampton). LA FA Cup venne vinta tuttavia nel 1977, sconfiggendo un Liverpool che mirava al treble (segnatevi questo termine….). Poi…poi Docherty iniziò una relazione con la moglie del fisioterapista della squadra, annunciando l’intenzione di divorziare e sposarla; il club gli intimò di dimettersi e, quando non lo fece, lo licenziò. Ma siccome non era una motivazione valida, giustificò l’allontanamento del manager con una poco credebile storia di biglietti per la finale di coppa che Docherty avrebbe elargito a parenti e amici dietro compenso. La vicenda si concluse così però, visto che Docherty non intraprese mai una causa contro il club.

The United Trinity

Per sostituire Docherty venne chiamato Dave Sexton (recentemente scomparso), autore di miracoli al Chelsea e soprattutto al QPR, con il secondo posto della stagione 1975/76; nelle quattro stagioni in carica a Old Trafford, tuttavia, Sexton, con all’attivo un secondo posto e una finale di FA Cup persa, non riuscì a conquistare la fiducia dei tifosi, e lasciò il club nel 1981. Per rimpiazzarlo vennero fatti nomi “pesanti”, come quello di Brian Clough o quello di Bobby Robson, ma a spuntarla alla fine fu Ron Atkinson, manager del West Bromwich Albion. “Big Ron” portò a Old Trafford, proprio dal suo ex team, Bryan Robson e Remi Moses, e soprattutto riportò in bacheca un trofeo, la FA Cup del 1983. Dalle giovanili inoltre giunsero in prima squadra Norman Whiteside e Mark Hughes, che vincerà il premio di miglior giovane dell’anno nel 1984/85: entrambi furono protagonisti della nuova vittoria in FA Cup, contro l’Everton, proprio nel 1985. Ma il titolo continuava a sfuggire, anche nel 1985/86 quando lo United partì vincendo 10 partite consecutive terminando però quarto; Hughes venne ceduto al Barcelona e Atkinson cominciava a sentire la sua panchina traballare. Rimase in carica per la stagione successiva nonostante rumors che lo volevano in partenza, ma un disastroso inizio di stagione causò il suo licenziamento. Era il 6 Novembre 1986, e quel giorno venne annunciato il sostituto di Atkinson, un allenatore emergente scozzese che aveva portato una squadra sconosciuta ai più, l’Aberdeen, alla gloria europea (Coppa delle Coppe): Alex Ferguson.

Ferguson ereditò una squadra già costruita da Atkinson, che condusse a un anonimo undicesimo posto, concentrandosi maggiormente sulla riorganizzazione del settore giovanile sulla scia di un illustre predecessore come Busby. Durante la sua prima campagna trasferimenti acquistò Viv Anderson e Brian McClair e, nella sua prima stagione completa alla guida dei Red Devils, portò la squadra a un secondo posto finale; sembrava il primo passo verso il titolo, invece si rivelò un fuoco di paglia visto che, nelle due stagioni successive (1988/89 e 1989/90) il Manchester United terminò rispettivamente undicesimo e tredicesimo, a cinque punti dalla retrocessione: a quanto si dice oggi solo la vittoria della FA Cup 1990 contro il Crystal Palace salvò il posto a Ferguson. Ma da lì in avanti i Red Devils non si fermarono più: vinsero la Coppa delle Coppe 1990/91, sconfiggendo il Barcelona, la Coppa di Lega 1992 contro il Nottingham Forest dopo averla persa l’anno precedente, e iniziò la raccolta dei frutti cresciuti nel settore giovanile, primo fra tutti Ryan Giggs che verrà nominato miglior giovane del 1991/92 (in cui il Manchester United perse il titolo a vantaggio del Leeds United). Ma non mancava molto per riportare il titolo nella Manchester “rossa”. Mancava, ad esempio, un talento che rispondeva al nome di Eric Cantona, acquistato proprio dal Leeds: il titolo tornò a Old Trafford dopo 26 anni, nella prima stagione della neonata Premier League.

Venne acquistato dal Nottingham Forest un irlandese dalla faccia da duro, tal Roy Keane, e venne rivinto il titolo, questa volta accompagnato dalla FA Cup (4-0 al Chelsea) il che significò il primo double della storia dei Red Devils. Titolo che sfuggì invece nella stagione successiva all’ultima giornata, e che prese la via di Ewood Park; tuttavia in quel 1994/95 (segnato dalla squalifica di Cantona per il famoso calcio al tifoso del Crystal Palace) altri giovani dell’academy vennero stabilmente integrati al team, di cui costituiranno il fulcro per gli anni a venire: i due Neville, Paul Schole, Nicky Butt, David Beckham, a cui si unì Andy Cole, acquistato per 7 milioni di sterline dal Newcastle United. Con questo gruppo di giovani, e nonostante le cessioni di Paul Ince e Mark Hughes, lo United, sottovalutato dai più, vinse nuovamente campionato e FA Cup. “You’ll never win anything with kids” ebbe a dire Alan Hansen, volto noto di Match of the Day ma non certamente famoso per questa incauta profezia. Il Manchester United vinse nuovamente il titolo nel 1996/97, nonostante il ritiro di Eric Cantona, che venne però adeguatamente sostituito, almeno in quanto a contributo di goal, da Ole Gunnar Solskjaer e Teddy Sheringham: era il quarto titolo in cinque stagioni. Il campionato sfuggì la stagione successiva, che vide il prevalere dell’Arsenal, stagione nella quale giunsero a Manchester Jaap Stam, Jesper Blomqvist, e Dwight Yorke, che formerà con Cole la famosa coppia dei “Calypso Boys”.

E si arriva, così, alla stagione 1998/99, la migliore nella lunga storia dei Red Devils e la migliore per una squadra inglese. Di sempre. Campionato, ma ormai questa era una consuetudine; FA Cup, e anche qui ormai ci si era abituati. Ma soprattutto la Coppa dei Campioni/Champions League, vinta peraltro nel modo più indimenticabile di sempre con due goal in extra-time contro un Bayern Monaco che già pregustava il trionfo. Alex Ferguson ebbe a commentare con un immortale “football, bloody hell!” e niente sarà più lo stesso, Alex divenne Sir Alex e il Manchester United diventerà la squadra inglese per eccellenza del nuovo millennio, nel quale continuerà a inanellare successi compresa un’altra Champions League nel 2007/08 e nel quale supererà il Liverpool in quanto a titoli vinti. Come sempre gli anni recenti li saltiamo, sono bene o male conosciuti da tutti; basterà ricordare l’acquisto della società da parte dei Glazer (e la scissione conseguente nella tifoseria che porterà alla nascita dello United of Manchester), il susseguirsi di talenti (Rooney, Cristiano Ronaldo, Van Persie, Rio Ferdinand, Evra, etc) e l’eterna giovinezza di due campioni come Paul Scholes e Ryan Giggs. Ferguson nel frattempo rimane al timone della barca, anche se ultimamente escono fuori ogni stagione news sul suo possibile ritiro che, però, non avviene mai. Bene così, perchè abbiamo di fronte una leggenda, e sebbene tendiamo sempre a esaltare ciò che è passato, è bene ricordarsi che il Manchester United di Ferguson è una delle più grandi squadre inglesi di tutti i tempi, e lui uno dei più grandi manager. E basta questo per rendere un viaggio a Manchester meritevole di essere fatto…

L’evoluzione del logo

Il logo deriva originariamente dallo stemma cittadino, come già visto per il Manchester City. La nave simbolo dello Ship Canal, lo scudo con le tre strisce diagonali che derivano dalla famiglia Grelley, lords di Manchester e che ora è stato rimosso; il diavoletto venne invece incorporato nei primi anni ’70 in ragion del fatto che il club veniva soprannominato “Red Devils”. I colori originari erano giallo-verde, come ben si sa visto che le sciarpe con tali colori sono state rispolverate come forma di protesta verso i Glazer, ma per alcuni anni il Newton Heath indossò anche una divisa rosso/bianca, che diventeranno col cambio di nome i colori ufficiali del Manchester United. L’unica parentesi è rappresentata dagli anni ’20, in cui lo United sfoggiò un completo bianco con una V rossa; negli anni, poi, verrà introdotto anche il nero. Si concludono così, con la squadra più vincente d’Albione, i nostri viaggi; continueremo però a trattare la storia del club, professionisti e non, d’Inghilterra. Ma non avendo chiara ancora la destinazione, ci fermiamo per adesso qui, davanti alla statua della Trinity rivolta verso quella di Matt Busby.

Trofei

  • First Division/Premier League: 1907–08, 1910–11, 1951–52, 1955–56, 1956–57, 1964–65, 1966–67, 1992–93, 1993–94, 1995–96, 1996–97, 1998–99, 1999–2000, 2000–01, 2002–03, 2006–07, 2007–08, 2008–09, 2010–11
  • F.A. Cup: 1908–09, 1947–48, 1962–63, 1976–77, 1982–83, 1984–85, 1989–90, 1993–94, 1995–96, 1998–99, 2003–04
  • League Cup: 1991–92, 2005–06, 2008–09, 2009–10
  • F.A. Charity/Community Shield: 1908, 1911, 1952, 1956, 1957, 1965*, 1967*, 1977*, 1983, 1990*, 1993, 1994, 1996, 1997, 2003, 2007, 2008, 2010, 2011 (* condivise)
  • Coppa dei Campioni/Champions League: 1967-68, 1998-99, 2007-08
  • Coppa delle Coppe: 1990-91
  • Supercoppa Europea: 1991
  • Coppa Intercontinentale/Mondiale per Club: 1999, 2008

Record

  • Maggior numero di spettatori*: 76.098 v Blackburn Rovers (Premier League, 31 Marzo 2007)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ryan Giggs, 649 (ancora in attività)
  • Maggior numero di reti in campionato: Bobby Charlton, 199

* a Old Trafford; il record infatti spetta a una partita giocata a Maine Road

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Viaggio nella Manchester del calcio: introduzione

Coat_of_arms_of_ManchesterUltima tappa del nostro viaggio a spasso per le città inglesi che ospitano due squadre professionistiche, che concludiamo nella città sede della squadra campione in carica e della seconda più vincente di sempre, ma in quanto a titoli inglesi la più vincente. Quella Manchester che, nella nostra visita di Febbraio, ci ha accolto con la neve, la nebbia e un freddo che difficilmente scorderemo. Ora, quando si pensa a Manchester si pensa irrimediabilmente alla rivoluzione industriale, visto che la città fu una delle, se non La capitale di quel processo che trasformò radicalmente l’Europa e il Mondo; e in effetti i segni della rivoluzione industriale si vedono ovunque, visto che l’archeologia industriale è intervenuta incisivamente nelle decisioni e molti nuovi edifici sono stati ricavati da vecchie fabbriche o capannoni che sono stati così mantenuti in vita. Il cuore pulsante della città, che abbiamo capito ruotare, specie in inverno, attorno al centro commerciale di Arndale e a una vicina galleria, conserva questi elementi industrialeggianti, sette-ottocenteschi, accanto a strutture decisamente più moderne. Nel complesso, la città non sembra essere malvagia, non almeno come ce l’aspettavamo essere.

Residui di industrializzazione

Residui di industrializzazione

Manchester è una city e un metropolitan borough facente parte della contea della Greater Manchester, un’area ad altissima densità di popolazione. Conta intorno ai 500.000 mila abitanti, che raggiungono però i 2 milioni e 200 mila se si tiene conto di tutta l’area urbana, un’area che conobbe il suo sviluppo grazie all’industria, come detto, mentre prima altro non era che un insieme di piccoli borghi rurali. I canali che attraversano in vari punti la città non ne fanno propriamente una Venezia del nord, visto che si percepisce immediatamente con che scopo vennero creati. La città, che nel 1996 ha conosciuto un momento di quasi-tragedia con l’attentato rivendicato dall’IRA (non ci furono vittime, ma ingentissimi danni economici), è ora la classica città post-industriale come detto, che mantiene lineamenti antichi sposandoli con elementi di modernità assoluta; è ottimamente servita dai mezzi pubblici, specialmente dal Metrolink, un servizio di metropolitana leggera in continua espansione (è prossima l’apertura di un tratto che toccherà, tra le altre mete, l’Etihad Stadium) molto comodo. Elegge cinque MPs (parlamentari), con una netta prevalenza laburista come ovvio viste le radici operaie degli abitanti.

L'altro Old Trafford

L’altro Old Trafford

Per il resto, la città offre poche attrazioni, i musei principali, sebbene vi sia una Art Gallery (nonchè una biblioteca davvero grande), sono dedicati all’industria o ai suoi derivati (museo della scienza e della tecnica, museo dei trasporti etc.). Dal punto di vista letterario offre poco, anche se il soggiorno di Engels a Manchester fu decisivo in tutta l’opera del teorico tedesco; un po’ meglio va con la musica, visto che la città è rappresentata dai famosissimi Oasis, oltre che da altri gruppi tra cui i Buzzcocks che i più attenti si ricorderanno essere citati in Febbre a 90′ (con i leggendari topi di zucchero) o gli Smiths. Nella vicina Salford viene inoltre trasmesso, dagli studi locali della BBC, Match of the Day, il Programma calcistico con la P maiuscola, con Gary Lineker, Alan Shearer, Alan Hansen in studio, mentre in altre nazioni le trasmissioni sportive sono in mano a personaggi di discutibile competenza (ogni riferimento all’Italia NON è casuale). Anche il Guardian, famoso giornale nazionale, venne fondato a Manchester, anche se dal 1964 la sede principale è a Londra.

I fratelli Gallagher con la maglia del loro amato Man City

Oltre ad essere sede del Lancashire Cricket Club (il Lancashire è contea prossima alla città), che curiosamente gioca ad Old Trafford (un miglio circa di distanza dallo stadio del calcio), la città ospita quelle che sono attualmente le due squadre inglesi più forti, il Manchester City e il Manchester United. Il derby tra le due squadre è stato giocato, ad oggi, 164 volte: 68 vittorie dello United, 50 pareggi e 46 vittorie del City. Tra le tantissime partite disputate, menzioniamo il “Denis Law game”: Law, leggenda dei Red Devils ma che ha indossato anche la maglia azzurra dell’altra parte della città, proprio giocando per il City segnò un goal all’Old Trafford che diede ai Citiziens la vittoria per 1-0 nell’ultima partita stagionale; poichè pensava che il suo goal avesse condannato la sua ex squadra alla retrocessione, uscì immediatamente dal campo a testa bassa, sostituito dal manager, mentre in realtà anche una vittoria dello United avrebbe significato comunque la retrocessione dei Red Devils. Era il 1974, e Law non giocò più una partita di campionato. Il Manchester United ritornò invece in First immediatamente e si preparerà a scrivere, un decennio dopo, nuove pagine di leggenda.

Manchester-Derby1Le due squadre hanno un largo seguito, oltre che una fiera rivalità, anche se, fino agli anni ’60, era usanza per i tifosi di Manchester seguire entrambe le squadre quando queste giocavano in casa, anche se se ne tifava una sola: non era raro pertanto trovare tifosi dello United a Maine Road o del City a Old Trafford. Ora, è opinione comune e diffusa che il cittadino di Manchester città tifi per il City, mentre quello delle aree circostanti o fuori contea sia più incline a tifare Red Devils. E questo è confermato dai fatti: secondo uno studio della Manchester Metropolitan University condotto sugli abbonati di entrambe le squadre, i season-ticket holders (come è ovvio), il 40% degli abbonati del Manchester City proviene dall’area dal post-code mancuniano, mentre per quanto riguarda i Red Devils il 29% degli abbonati proviene dalla stessa zona. Questa sociologia spicciola del tifo mancuniano è comunque interessante a capire la localizzazione dei tifosi delle due squadre, squadre che andiamo a conoscere partendo dalla Manchester azzurra: andiamo a conoscere il Manchester City Football Club.

The greatest player who (n)ever lived

Verso le 3 del pomeriggio del 6 Febbraio 1958, all’aeroporto Riem di Monaco di Baviera, il volo 609 della British European Airways sta per effettuare il suo terzo tentativo di decollo. La pista è fangosa e i primi due tentativi sono falliti a causa di un problema al carburatore. Mentre comincia leggermente a nevicare, dalla stazione si consiglia di annullare il volo per fare dei controlli al motore ma il capitano James Thain è di diverso avviso. E’ convinto che il problema non sia particolarmente grave è che una soluzione di emergenza basterà, causando come unico inconveniente il fatto che l’aereo decollerà solo nell’ultimo tratto della pista.

Bisogna aspettare qualche minuto, innumerevoli schizzi di fango lanciati dall’aereoplano in disperata accelerazione e l’urlo del capitano Thain stesso (“Christ, we won’t make it!”) per capire che non sarà così. L’aereo non riesce a decollare prima della fine della pista, distrugge la recinzione dell’aeroporto e si schianta violentemente contro l’abitazione di una famiglia di sei persone. Delle 44 persone a bordo di quell’aereo, solo 21 sopravviveranno. Tra questi, il futuro sir Bobby Charlton.

Finisce così la storia (perlomeno la prima parte) di una delle squadre più forti dell’epoca (erano di ritorno da un vittorioso quarto di finale di European Cup, l’antenata della Champions League) e tra le più affascinanti dell’intera storia del football britannico. Parliamo dei Busby Babes, i ragazzi terribili del Manchester United  di fine anni 50, reclutati, allenati e fatti crescere sin da giovanissimi da sir Matt Busby. Una storia fantastica e triste allo stesso tempo, che lascerà lo United con grandi successi (raccolti anche successivamente all’incidente) ed enormi rimpianti. Ma non è dei Busby Babes di cui voglio parlarvi (anche se lo meriterebbero), ma del migliore tra i “kids” scomparsi in quel disastro aereo. Il migliore di tutti i tempi, secondo qualcuno. Duncan Edwards.

I “Busby Babes” del ’57. Duncan è il primo dopo il portiere. Notare anche Bill Foulkes in sesta posizione.

Quando si valuta un giocatore di epoche lontane, in mancanza di consistente materiale video, e’ sempre difficile separare la leggenda dalla realtà. Se poi questo giocatore è tragicamente morto alla tenera età di 21 anni, dopo aver già mostrato al mondo qualità pazzesche, ecco che i ricordi possono essere influenzati dal dolore o dall’affetto di chi li rievoca. E’ con scetticismo che per la prima volta mi avvicinai al mito di Edwards ed è ovvio che nessun giudizio generale potrà mai essere preso. Ma qualsiasi testimonianza sia riuscito a recuperare su di lui dice la stessa identica cosa: il migliore. Period.

Dice Bobby Charlton: “Chiedetemi chi è il miglior giocatore che abbia mai visto. Chiedetemi chi è il miglior giocatore con cui abbia mai giocato. Chiedetemi chi è il miglior giocatore contro cui abbia mai giocato. La risposta è sempre la stessa: Duncan Edwards. Non chiedetemi quanto grande sarebbe diventato, sfida la mia immaginazione. E ricordatevi che io giocato non solo con George Best e Dennis Law, ma anche con Bobby Moore. E contro Pele’. Erano tutti grandiosi, ma Duncan era il migliore”.

Matt Busby e Duncan Edwards, 1957.

Duncan nasce verso la fine del 1936 a Dudley, nel Worcestershire. Comincia a giocare a calcio nelle squadre della sua scuola, della selezione scolastica di Dudley e della contea. La sua altra passione è la Morris Dancing (tipica danza folk Britannica), disciplina in cui eccelle. A 11 anni è costretto a scegliere tra rappresentare l’Inghilterra nel torneo scolastico di calcio o la sua contea in quello di Morris Dancing. Con qualche titubanza (sic), sceglie la prima.

Jack O’Brien, scout dello United, lo vede giocare e manda un messaggio a Busby:”Ho appena visto un ragazzetto di 11 anni che un giorno giocherà per la nazionale inglese”. Non sappiamo se O’Brien fosse sempre così profetico, ma di sicuro in quella occasione ci prese in pieno. E non dovette aspettare neanche molto, visto che Duncan farà il suo debutto con la maglia inglese a soli 18 anni e 183 giorni, un record che rimarrà intatto fino al debutto, in tempi più recenti, di Michael Owen. Leggenda vuole che, in seguito alle mirabolanti prestazioni di Duncan nel torneo nazionale scolastico, dirigenti dello United si siano precipitati a casa sua poco dopo la mezzanotte del suo 16simo compleanno, per fargli firmare un contratto professionistico il prima possibile. La storia è tutt’ora incerta e forse poco rilevante, quel che c’è di sicuro è che Edwards farà il suo debutto in Prima divisione (l’antenata dell’odierna Premier League) a soli 16 anni e 184 giorni, e poco dopo conquisterà un posto da titolare in squadra.

Generalmente indicato come “gigante”, “colosso” o “roccia”, Edwards era in realtà poco più alto di 1 metro e 80 (comunque alto per l’epoca) ma aveva una costituzione fisica imponente e incredibilmente definita per un ragazzino di quella età. Quello che tutti sembrano ricordare con ammirazione era la capacità di Edwards di giocare più o meno in qualsiasi posizione del campo con uguale naturalezza. Spesso considerato un centrocampista difensivo, Duncan ha giocato da centrale di difesa, terzino, mezz’ala, ala e in caso di necessità per qualche partita anche centravanti. Don Revie, la star del Manchester City, ricorda di quando lo vide giocare per la prima volta come compagno in nazionale: “Non senti parlare spesso ex-giocatori di grandezza perché è una cosa rara, ma è esattamente quello che vidi in Edwards la prima volta che lo guardai giocare. L’allenatore lo provò in vari ruoli e lui raggiunse lo stesso livello di eccellenza da mezz’ala, mediano, terzino, ala, centravanti”.

Stanley Matthews, Duncan Edwards e Billy Wright

Dice ancora Bobby Charlton: “La maggior parte dei giocatori è molto forte in un aspetto del gioco. Nel gioco aereo, a calciare col destro o col sinistro, possono avere visione di gioco o corsa. Ma Duncan aveva tutto questo. Era fortissimo fisicamente, nel tackle, poteva passare la palla anche a lunga distanza e segnare gol. Era davvero più bravo di tutti noi in tutti gli aspetti del gioco”. E secondo il suo coach Busby “Più importante l’occasione, migliore era la prestazione”. Come nel ‘56, quando giocando per l’Inghilterra contro una Germania campione del mondo, con il risultato fermo sullo 0-0 e 25 minuti da giocare, in seguito a un calcio d’angolo Duncan prende palla al limite della propria area e corre verso la porta avversaria. Ne fa fuori tre o quattro e insacca con una bomba da 30 metri. Il giorno dopo non si parlava d’altro.

Jimmy Murphy fu il mentore di Edwards, lo allenò nelle giovanili e ne seguì la crescita. Un giorno, prima di una importante partita giovanile contro il Chelsea, Murphy era preoccupato che il gioco di squadra non fosse abbastanza valorizzato, oscurato dal talento di Duncan. E disse quindi nello spogliatoio: ”Voglio che sviluppiate il vostro gioco. Quando ricevete palla, non datela immediatamente a Duncan, cercate varie opzioni”. Circa 45 minuti piu’ tardi Murphy si ritrova nello stesso spogliatoio, inaspettatamente in svantaggio. “Ricordate che vi avevo detto di non dare sempre la palla a Duncan? Beh, scordatevelo. Dategli il fottuto pallone ogni volta che ne avete l’occasione”. Lo fecero, e lo United vinse agevolmente.

Qualche anno più tardi Murphy è allenatore del Galles e si trovava ad affrontare Edwards da avversario, con la maglia della nazionale inglese. Nel prepartita, si mette alla lavagna e comincia ad nominare uno ad uno i giocatori inglesi elencandone i punti di forza e quelli deboli. Ne nomina dieci, ma non Edwards. Reg Davies, gallese seconda punta del Newcastle, alza la mano e chiede “E Duncan Edwards?”. “Stacci semplicemente lontano figliolo, non c’e’ niente che io possa dire che possa aiutarci granche’”.

Questo è quello che ci rimane di Edwards. Ricordi, aneddoti, leggende. Una statua nel centro di Dudley.

In seguito all’incidente, Edwards lotterà per qualche giorno nell’ospedale di Monaco, sospeso tra la vita e la morte. Nonostante le pesanti ferite e tra lo stupore dei medici, c’era ancora la speranza che potesse farcela. Non sarà cosi’, e l’Inghilterra e il mondo perderanno non solo un ragazzo di 21 anni ma anche uno dei più grandi giocatori dell’epoca. Qualcuno, come l’attaccante della Stella Rossa di Belgrado Dragoslav Sekularac, pensava fosse già il migliore del mondo. In molti sono sicuri lo sarebbe diventato.  Quel che è certo è che, a 21 appena compiuti, Duncan Edwards aveva già disputato 151 presenze per lo United e 18 per la nazionale Inglese lasciando più o meno tutti a bocca aperta. Duncan Edwards rimarrà quindi per sempre non solo uno dei più limpidi talenti prodotti dal calcio inglese, ma sicuramente il suo più grande rimpianto.

Le più belle maglie della Premier: Parte prima

Tutti sappiamo che l’Inghilterra è un po’ la patria del buon costume, e perchè no, dell’eleganza. Sappiamo anche però che non molte sono le aziende di sportswear con base nel paese d’oltremanica. La più famosa, seppur ormai di proprietà dell’americana Nike, è la Umbro, senza ombra di dubbio la più amata dai cultori delle belle maglie da gioco.

Ma le divise da gioco delle squadre inglesi non sono prodotte tutte da Umbro, e le altre aziende devono comunque sforzarsi per tenere i loro standard qualitativi su un livello piuttosto alto, consono alle altrettanto alte aspettative di tifosi e dirigenze.

Quindi questa rubrica si propone, seppur con le relative cautele dovute alla discrezionalità dei gusti, di fornire una guida alle migliori maglie della Premier League.

Partiamo con una puntata sulle due squadre di Manchester, le prime due in classifica. Come detto in precedenza, gli amanti delle maglie da calcio tendono in media a preferire i prodotti Umbro, di qualità di solito molto alta. Lasciando passare la maglia home, molto classica ma con la grande trovata dell’inserimento delle onde sonore prodotte dal Blue Moon cantato dai tifosi nelle trame della maglia, ci concentriamo sulla seconda maglia, la Away:

La Umbro ha deciso di far giocare i Citizens con una maglia che ricordasse una delle divise più amate dai tifosi della squadra, quella con cui erano arrivati quattro titoli in due stagioni: la maglia a righe rosso-nere usata nel ’68/’69 e nel ’70/’71. Con quella maglia erano arrivati un Charity Shield, una FA Cup, una Coppa delle Coppe e una Coppa di Lega. La Umbro l’ha ripresa fedelmente, cambiando pochissimi particolari, come il simbolo aggiunto sulla destra della maglia e il cambiamento del logo della squadra che negli anni ha subito alcune variazioni oltre ovviamente allo sponsor Ethiad Arways. La maglia si presenta quindi con uno stile retrò, sebbene questa definizione sia rifiutata dalla Umbro stessa, ed è anche lo stesso stile che caratterizza le produzioni Umbro da qualche anno ormai, e che l’azienda usa anche per la Nazionale inglese. Una particolarità è data dal motivo delle maniche: le righe sono state sistemate in orizzontale in modo che quando un giocatore esulta o abbraccia un compagno dopo un gol, il motivo della maglia continui passando da una maglia all’altra. Altra particolarità è che le superfici occupate d Rosso e Nero sulla maglia sono identiche.

La terza maglia è una maglia molto semplice di colore grigio con inserti celesti, quello che l’anno scorso era il kit Away della squadra, secondo l’usanza consolidata delle squadre servite dalla Nike.

Passiamo all’altra squadra di Manchester, lo United. Anche qui, come per il City, essendo lo sponsor tecnico Nike, la terza maglia altro non è che la seconda dell’anno scorso, bianca con inserti rosso neri sulle spalle e pantaloncini neri. La prima maglia è invece molto classica, rossa con dettagli bianchi ed una sottile striscia nera all’interno del colletto.

Andiamo quindi ad analizzare anche in questo caso la seconda maglia, la Away: la maglia si presenta blu, interrotta ad intervalli regolari da strisce nere orizzontali. Ad un esame più attento si può notare che le stesse strisce nere in realtà sono composte da sottili righe nere e blu scure alternate. La maglia ricorda molto quella, Umbro, con cui l’Inter vinse la Coppa UEFA nel ’97/’98 in una finale tutta italiana contro la Lazio a Parigi. All’interno del colletto possiamo trovare la dicitura Manchester United, dietro al collo invece si trova il diavolo simbolo della squadra. Tutti i dettagli sono in bianco, pantaloncini neri così come i calzettoni, che hanno però un risvolto blu che riprende il colore principale della maglia.

Per oggi è tutto, ci vediamo per la prossima puntata della rubrica sperando che l’idea vi sia piaciuta.

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Manchester (seconda parte)

Con colpevole ritardo, dovuto ad impegni personali e ad un nuovo tour inglese che rappresenterà la nuova puntata di Bloggers on the road, eccomi di nuovo per raccontarvi il nostro secondo giorno a Manchester dedicato alla casa dello United. Difficile trovare City e United in casa nello stesso weekend e quindi, essendoci goduti la sfida del City il giorno precedente, per lo United dobbiamo accontentarci di una gita ad Old Trafford. Partiti con l’idea di fare un breve giro, qualche foto ed un salto nel megastore, ci ritroviamo, per un colpo di fortuna, a trovare un posto libero in tour che inizia esattamente 5 minuti dopo il nostro arrivo e che coincide perfettamente con le nostre tempistiche per tornare in aeroporto.

La via che porta ad Old Trafford

Ma andiamo con ordine, ci risvegliamo sotto un tempo inglese che più inglese non si può: nebbia, una nebbia fredda che avvolge tutta la città. Volenterosi, salutiamo i proprietari del pub dove abbiamo alloggiato, salto in stazione, depositiamo i bagagli e via sulla metrò leggera cittadina verso la fermata di Old Trafford, che si trova poco fuori città. La metrò leggera ci permette di fare un piccolo tour di Manchester essendo tutta in superficie e vediamo angoli e sprazzi di una città che meriterebbe sicuramente una visita più attenta, non solamente calcistica. Non appena si esce dal centro città, ecco spuntare l’altra Manchester, la Manchester della rivoluzione industriale studiata sui libri, piena di fabbriche che hanno il sapore di quei tempi, alcune delle quali ormai in disuso. Nonostante la triste ed affascinante decadenza di questa parte, riusciamo comunque ad apprezzare un piccolo angolo di storia inglese e mondiale, una storia che ha cambiato totalmente il mondo. Ma finalmente arriviamo alla fermata Old Trafford, dalla quale lo stadio dista circa 1 km: ad accoglierci però è il Lancashire Cricket Ground, esattamente a fianco della stazione, tanto che dal treno si vedono le tribune. Purtroppo l’impianto è chiuso (e lo stanno anche rinnovando) e non troviamo nessuno che possa aiutarci a dare una sbirciatina dall’interno: proseguiamo quindi verso il nostro Old Trafford, che è facilissimo da trovare. A differenza di altri “turisti” che si recano nella casa dello United vestiti con gadget del City, noi ci avviciniamo rispettosamente, con sosta doverosa al cartello che introduce la via dello stadio, la Sir Matt Busby way, per le foto di rito.

La facciata di Old Trafford

Lo stadio appare maestoso nella sua grandezza, ad accoglierci la statua della United Trinity: Charlton, Law, Best. Sinceramente si resta senza parole, nonostante sia una grigia domenica senza partite; per me il tutto assume un significato particolare perchè Old Trafford doveva essere la mia prima meta inglese qualche anno orsono, per la trasferta di Champions del Milan che dovetti saltare per una brutta influenza il giorno prima della partenza: è come se si chiudesse una sorta di cerchio virtuale e davanti ad un pezzo di storia di Manchester non si può non stare in rispettoso silenzio. C’è comunque movimento, il megastore è aperto, ma noi proviamo prima ad andare nella zona tour/museo per chiedere informazioni e la fortuna è dalla nostra: c’è un tour in partenza, acquistiamo i biglietti e ci addentriamo nella tana dei ragazzi di Sir Alex Ferguson.

La United Trinity

La nostra guida è quanto di meglio potessimo desiderare: classico signore inglese sulla settantina, con accento tipicamente di Manchester, ma in grado di farsi capire benissimo nelle spiegazioni. Il nostro giro comincia dai posti più nobili della Sir Alex Ferguson stand, da dove si può godere di una vista praticamente perfetta sul campo di gioco. L’impianto da dentro è semplicemente meraviglioso, un profumo di storia e modernità che sinceramente non avevo ancora respirato in qualsiasi altro stadio da me visitato. Le curiosità sull’impianto sono tante, la nostra guida ci racconta anche dell’innovativo sistema di irrigazione dell’impianto e mille altre cose, troppe per ricordarle tutte; è interessante comunque notare come il terreno di gioco, scoperto, non sia rimasto disastrato dalla copiosa nevicata del giorno precedente. Ci muoviamo nei vari settori dello stadio prima che la guida ci accompagni in uno dei punti più significativi di tutto Old Trafford: il Munich Tunnel e la zona dedicata al ricordo dell’orrendo 6 febbraio 1958, quando un grave incidente aereo cancellò buona parte di una grande squadra. Domina la zona l’orologio bloccato sull’ora del disastro, rilevanti anche le varie targhe a ricordare la formazione di quel Manchester, i caduti e i feriti dell’incidente. Incredibile come tutti noi partecipanti al tour ci ritroviamo d’improvviso a parlare a bassa voce senza sorriso sulle labbra, come se fossimo in un luogo sacro. Di certo Manchester non ha dimenticato quella tragedia, dalle cui ceneri nacque poi un’altra grandissima squadra.

Il Munich Tunnel, dedicato alla tragedia di Monaco di Baviera

Proseguiamo, e camminando nelle viscere dello stadio arriviamo nelle zone più attese, quelle dedicate ai giocatori. Dapprima ci portano nella lounge riservata ai familiari, dove le mogli solitamente aspettano i giocatori nel post-partita e dove troviamo anche una board che ricorda tutti i giocatori dello United che hanno giocato in qualsiasi nazionale; poi è il momento di entrare negli spogliatoi. Contrariamente alle attese, sono semplici, essenziali, senza tanti fronzoli o comodità. Spaziosissimi, per carità, ma senza inutili vezzi; ovviamente ogni giocatore ha il suo posto assegnato, contraddistinto per i turisti da una maglia replica sull’appendiabiti. Leggere i nomi mette i brividi.

Il tunnel che porta al campo

Poi il tour continua con l’ingresso in campo dal tunnel attuale con la musichetta di sottofondo a creare atmosfera e prosegue nei meandri dello stadio (non ci fanno passare a bordocampo per la nostra sicurezza, temendo che ci siano piccole lastre di ghiaccio) con arrivo alla vecchia zona spogliatoi e al tunnel storico d’entrata in campo di Old Trafford. Davvero bellissimo, forse la parte più bella di tutto lo stadio perchè sa di vero calcio inglese, sa di storia, fa venire alla mente immagini di giocatori d’epoca a sgomitare nel tunnel prima della partita con la folla urlante sopra di loro. Fantastico. Le panchine sono in tipica tradizione britannica, incorporate nella tribuna e mi prendo l’onore di sedermi al posto di Sir Alex.

Panoramica sulla Stretford End dalla panchina dello United

Ultime foto, ultima occhiata all’impianto (davvero magnifico, visuale splendida in ogni posto) e andiamo ad immergerci nel megastore e nel museo. Inutile spendere parole sulla grandezza e bellezza del megastore, dove si trova di tutto, mentre un racconto lo merita sicuramente il museo perchè vedere lì esposti così tanti trofei mette i brividi: Champions, Fa Cup, Carling cup, Premier Leagues, premi individuali…di tutto e di più! Anche qui la tragedia di Monaco ha un suo angolo con articoli dell’epoca, ma a suscitare in noi emozione è il memorial dedicato a Sir Matt Busby, pieno di omaggi fatti dai tifosi delle squadre avversarie. Ogni grande giocatore dello United ha un suo spazio celebrativo, enorme lo spazio dedicato a Sir Alex ed è unico l’angolino dedicato alla vendita di tutti i programmi di tutte le partite interne del Manchester di quest’anno. Non perdiamo l’occasione e ci compriamo un programma di ricordo, con Pierpaolo che si diverte anche a saccheggiare lo store dello United, portandosi a casa la maglia di Best. Resta il rammarico di non aver visto una partita ad Old Trafford, ma ce ne andiamo soddisfatti verso la stazione e l’aeroporto per il ritorno a casa. Lungo la strada ripensiamo a tutta la fantastica due giorni, che sa più di avventura epica che di mini vacanza, resa unica dal meteo e da una città tipicamente inglese. Ci siamo emozionati, abbiamo visto e vissuto luoghi che sin’ora avevamo ammirato e sognato solamente in tv, abbiamo sentito nominare o visto comparire posti che per un appassionato di calcio inglese sanno di mistico quando alla persona comune sembrano solo degli stupidi nomi di qualche posto sperduto non si sa dove, ci siamo sentiti semplicemente dei veri tifosi di football e questa è la miglior sensazione che questo viaggio ci ha regalato.

Ultima immagine, poetica, di Old Trafford intravisto dalla Sir Matt Busby way