Nottingham Forest 1978-1980, tre anni nella Leggenda

Ci sono storie, nel calcio, che sono e rimarranno inimitabili. E aggiungerei giustamente. Perchè quell’aurea di irripetibilità le fa sconfinare non solo in ambito leggenda, termine ultra-abusato, ma in alcuni casi specifici anche in quello della favola, magari altrettanto abusato ma sicuramente più magico, romantico. Tra queste favole, la mia preferita è sempre stata quella del Nottingham Forest guidato da Brian Clough, due volte sul tetto d’Europa. Certo, bisognerebbe argomentare meglio: fu davvero una favola? Sicuramente era una squadra di secondo piano (con tutto il possibile rispetto) che partendo dalla Second Division arrivò a dominare l’Europa, la classica Cenerentola che si scopre bella nonostante le perfide sorelle, quindi sì, le caratteristiche della favola ci sono tutte. Ma era anche una squadra costruita con intelligenza e gestita da uno dei grandi maestri di calcio d’oltremanica, Brian Clough, segno che se arrivò a quel livello altissimo non fu certamente un caso o un colpo di fortuna.

Per arrivare a parlare di quella straordinaria doppietta europea è però necessario, se non indispensabile partire da quando il Forest giocava in Second Division. Stagione 1974/1975. Dopo una sconfitta in casa contro i rivali cittadini del Notts County, la società decise di sollevare dall’incarico il manager Allan Brown, ultimo di una serie di allenatori succedutesi in poco tempo sulla panchina del Forest. Al posto di Brown si puntò su un allenatore reduce da una pessima avventura al Leeds United, durata solamente 44 giorni e destinata a diventare un film: Brian Clough. Clough, nonostante quella disavventura immortalata da “That damn United”, godeva di una certa fama, assolutamente giustificata: un titolo e una semifinale di Coppa dei Campioni alla guida del Derby County (per un curioso caso la rivale per eccellenza del Forest) non sono cose da tutti i giorni, o per restare in ambito calcistico da tutte le stagioni. Era il 6 Gennaio 1975. Clough esordì con una vittoria contro il Tottenham in FA Cup.

Non sono mai stato a Nottingham e non so da che parte si schieri la maggioranza della popolazione nell’eterno dualismo pessimismo-ottimismo, ma sono certo che nemmeno il tifoso più ottimista potesse immaginarsi che, da lì a tre stagioni, non solo il Forest sarebbe risalito in First Division, ma addirittura avrebbe vinto il titolo, primo e unico della sua storia, arrivando a vincere la Coppa Campioni, una possibilità alla quale suddetto tifoso mi avrebbe riso in faccia se gliel’avessi prospettata. In breve. Nell’estate del 1976 si unisce allo staff di Clough un suo collaboratore ai tempi di Brighton e Derby, Peter Taylor, che andò a riformare con il suo mentore un binomio già vincente ai tempi del County; Taylor, quando Clough venne assunto come manager del Leeds, preferì restare a Brighton diventando a sua volta manager dei Seagulls piuttosto che seguire il suo maestro nello Yorkshire. Per quanto riguarda la squadra, nella stesse estate sette nuovi giocatori arrivarono sulle sponde del Trent, da i quali gli esperti Peter White e Larry Lloyd che con il Liverpool di Shankly vinsero la Coppa UEFA, Tony Woodcock, che si unirono ai già presenti in squadra Martin O’Neill, John Robertson, John O’Hare, John McGovern (questi ultimi due acquistati da Clough durante la sua prima stagione in carica al City Ground e suoi uomini di fiducia dai tempi di Derby). A fine stagione arrivò la promozione con il terzo posto in classifica alle spalle di Wolverhampton Wanderers e Chelsea.

Trevor Francis bacia la coppa

La campagna estiva in vista della stagione 1977/1978 vide, tra gli altri, l’arrivo dallo Stoke City del portiere Peter Shilton, del centrocampista scozzese Archie Gemmill (dal Derby County, anch’egli uomo di fiducia di Clough) e da Kenny Burns, difensore prelevato dal Birmingham City. Si stava costruendo pezzo per pezzo la squadra che avrebbe dominato nei successivi due anni l’Europa. In campionato arrivarono solo tre sconfitte, tutte e tre nelle prime sedici partite (ad Highbury, a Stamford Bridge e a Elland Road): nelle rimanenti ventisei la squadra rimase imbattuta, andando come è nella logica delle cose a vincere il titolo e a scalzare dal trono il Liverpool (che terminò secondo a meno sette dal Forest). La sfida col Liverpool si ripropose anche in League Cup, e anche in questo caso prevalse il Nottingham: gli uomini di Clough si imposero all’Old Trafford (1-0, goal di Robertson) dopo il pareggio di Wembley. Fu l’apoteosi: Brian Clough non solo aveva resuscitato una squadra sull’orlo della disperazione, ma l’aveva portata a vincere il titolo da neopromossa (prima squadra inglese a farlo dopo l’Ipswich di Sir Alf Ramsey) e a mettere in bacheca la Coppa di Lega. Il tutto affidandosi a uomini di fiducia (O’Hare, McGovern, Gemmill), giocatori “resuscitati” (Lloyd), suoi pallini (Shilton, per cui fece spendere al club 270.000 sterline, not nuts mi vien da dire sorridendo), praticando un calcio aggressivo, fatto di pressing, di gioco sulle ali, di ruoli chiave in fase di impostazione, non a caso affidati ai suoi fidi scudieri, di passaggi (“se Dio avesse voluto farci giocare sulle nuvole avrebbe messo l’erba lassù”). Stava esattamente riproponendo a Nottingham quanto fatto poco distante, a Derby, dove creò dal nulla un ambiente vincente (titolo, semifinale di Coppa Campioni, secondo titolo vinto dopo di lui a dimostrazione della solidità delle basi gettate da Clough). “Dal nulla” è la chiave: realtà non abituate a vincere, alle pressioni che ciò comporta, il tutto rappresentato magnificamente dall’intervista alla BBC dopo l’aritmetica vittoria (Coventry-Forest 0-0) del sempre brillante Brian: “sono talmente stanco che faccio fatica a sollevare questa coppa di champagne”.

Su Brian Clough parleremo quasi sicuramente in futuro. Ex attaccante di talento che partoriva goal a raffica (“è peggio della pioggia a Manchester. Quella ogni tanto Dio la fa smettere” ebbe a dire di lui Bill Shankly), antipatico, polemico al limite dell’insulto (dopo Juventus-Derby County definì i bianconeri “cheating bastards”, bastardi imbroglioni, concetto da lui esteso all’italico popolo), vincente come pochi altri. Sembrò vicino alla panchina della Nazionale inglese (su questa preferiremmo invece non proferir parola, a parte il 1966), ma la F.A. non lo amava e dopo le deludenti qualificazioni ad Argentina 1978 confermò il CT Greenwood piuttosto che dare credito all’opinione pubblica, che spingeva per affidare i Leoni a Clough. Per i tifosi del Nottingham Forest fu una notizia magnifica: nella stagione successiva si doveva andare infatti a caccia della gloria europea, cosa impensabile fino a due anni prima.

Brian Clough con una delle due Coppe Campioni

Abbiamo visto come Clough fosse incline a formare le sue squadre con giocatori fidati, giocatori non famosissimi, giovani. Sapeva però che per portare a Nottingham qualcosa di importante, e rifarsi della semifinale persa ai tempi del Derby County serviva qualcosa in più. Accanto al giovane Garry Birtles lanciato in squadra nella stagione 1978/1979 chiese e ottenne l’acquisto della stella del Birmingham City, Trevor Francis, per il cui cartellino vennero spesi, per la prima volta nella storia del calcio britannico, 1.000.000 di pounds. Clough doveva ritenere Francis fondamentale, visto che accettò vari compromessi, come fargli disputare d’estate il campionato USA. L’acquisto di Francis venne perfezionato a stagione iniziata, il che non permise a Clough di schierarlo in Coppa Campioni: avrebbe potuto giocare solo l’eventuale finale. Archiviata la Charity Shield (5-0 al malcapitato Ipswich Town), l’urna mise subito di fronte al Forest sul suo cammino europeo l’avversario più temibile: il Liverpool campione in carica. Andata al City Ground, Birtles porta in vantaggio un coraggioso e aggressivo Forest. Phil Thompson del Liverpool si avvicina al giovane attaccante: “un goal non vi basterà ad Anfield”. Nel finale però il difensore Barrett fa 2-0. Birtles si avvicina a Thompson: “che dici, due basteranno?”. Basteranno: al ritorno il Liverpool attacca, attacca, attacca ma non passa: 0-0 e Nottingham Forest in paradiso. Il Liverpool si rifarà in campionato, che i Reds vinceranno con otto punti di vantaggio sul Forest, giustificato perchè impegnato a scrivere la storia. Dopo il Liverpool toccò all’AEK Atene (vittoria Forest per 2-1 in Grecia e 5-1 al City Ground), poi al Grasshoppers (4-1 in Inghilterra e 1-1 in Svizzera): il Forest era in semifinale. L’urna oppose tra il Nottingham Forest e la finale i tedeschi dell’ovest del Colonia, mentre l’altra semifinale si disputò tra gli svedesi del Malmo e l’Austria Vienna. L’andata, disputata in un City Ground zuppo d’acqua per la pioggia dei giorni precedenti, fu memorabile per gli appassionati di calcio: 2-0 tedesco dopo venti minuti, 3-2 Forest al 63′ con Robertson, pareggio di Okudera all’85’ quando la vittoria sembrava tinta del rosso degli arcieri. Lo sconforto fu notevole, e nella mente di Clough forse riemersero i fantasmi di Juventus-Derby, sempre una semifinale, sempre Coppa dei Campioni, nonostante il tecnico si ritenesse fiducioso per il ritorno. E aveva ragione. Una gara perfetta del Forest, 1-0 firmato da Bowyer e fu finale.

Finale di Coppa dei Campioni. Mi vengono i brividi a me, da qui, Italia, a più di 30 anni di distanza, a pensare al Nottingham Forest in finale della massima competizione europea, non immagino come dovesse sentirsi la città in quel periodo. L’avversario del grande evento, disputato a Monaco di Baviera, era il Malmo dell’inglese Bob Houghton, squadra non eccezionale nel talento ma dall’ottima organizzazione. La possibilità di schierare finalmente Francis fece optare Clough per una formazione offensiva, con tre attaccanti, visto che non voleva rinunciare all’ottimo fino a quel momento Birtles; ne fece le spese Gemmill, che non si riprese mai dalla delusione (“I was devastated at the time. I was led to believe I’d be playing in the match… I was far from happy. I hated every minute of the 90 and I hated afterwards as well” dichiarò in seguito). Nonostante il risultato reciti solo 1-0 Nottingham, non ci fu storia, e il goal di Trevor Francis sancì il meritato e incredibile trionfo. In tre anni dalla Seconda Divisione alla Coppa dei Campioni: immaginatevi per un momento un Brescia campione d’Europa e avrete l’idea dell’impresa. Come fu possibile? Se lo chiedeva tutta Europa. Il calcio praticato dagli uomini di Clough era moderno, palla a terra, lontano dallo stereotipo inglese di palla lunga, tanto che lo stesso Clough disse che “il Nottingham gioca un football al passo con i tempi, la Nazionale inglese no. Il calcio inglese è meglio rappresentato dal Nottingham che dalla Nazionale”. Rimane tuttavia difficile da spiegare il tutto solo con il tipo di calcio e il modulo, un 4-3-3 che analizzeremo a fine post, anche perchè sempre Clough odiava sentir parlare di tattica: “sono i calciatori che perdono le partite, e che ogni tanto le vincono. Chi parla di tattica scambia il calcio con il domino”. Bravura di Brian e dei collaboratori, su tutti quel Peter Taylor che nella stessa stagione ricevette da Clough l’onore di guidare la squadra nella finale di Coppa di Lega, vinta sul Southampton.

Monaco di Baviera, 30 Maggio 1979. La prima Coppa Campioni

Potremmo fermarci qui che già sarebbe ampiamente giustificato il termine favola, quello leggenda e qualsiasi sinonimo voleste usare. La regola vuole però che il vincitore della competizione ne difenda di diritto il titolo nell’edeizione successiva. La squadra, stremata nelle forze psicofisiche e rinforzata poco, non può lottare su più fronti e Clough questo lo sa, e preferì dunque tentare l’impresa in Coppa e lasciando sostanzialmente il campionato nelle mani del Liverpool. Eliminati gli svedesi dell’Oster, i rumeni dell’Arges Pitesti, il Forest si trovò di fronte nei quarti i campioni della DDR, la Dinamo Berlino, che vinse clamorosamente 1-0 al City Ground inferendo agli uomini di Clough la prima sconfitta casalinga europea della loro storia. Ma anche in questo caso il ritorno fu un capolavoro. Un inarrestabile Trevor Francis e John Robertson fissarono il risultato sul 3-0 all’intervallo, e inutile fu il goal di Terletzki su rigore: era semifinale, era Ajax. Lancieri contro arcieri. Nel mentre in bacheca era finita anche la Supercoppa Europea, 1-0 (goal di Charlie George, chi ha letto “Febbre a 90°” non può non sapere chi sia) e 1-1 contro il Barcellona vincitore della Coppa delle Coppe, mentre il rifiuto di disputare la Coppa Intercontinentale lasciò l’onore ai vicecampioni europei del Malmo, sconfitti tuttavia dall’Olimpia Asuncion. Contro l’Ajax il 2-0 dell’andata (goal dei soliti Francis e Robertson) bastò, visto che al ritorno gli olandesi si imposero solo per 1-0: era di nuovo finale, da disputare al Bernabeu di Madrid contro l’Amburgo, che aveva eliminato il Real. Una finale da disputare senza Trevor Francis, che si fece male prima della partita e stette lontano dai campi di gioco per sei mesi per un problema al tendine d’Achille. Come al solito però, la sbruffoneria di Clough lo portò a dichiararsi sicuro della vittoria. Anche stavolta i fatti gli diedero ragione. Un goal di John Robertson al 20′ del primo tempo portò in vantaggio il Forest, le parate di Shilton fecero il resto, la difesa resistette strenuamente agli attacchi tedeschi e un giovane Gary Mills, sostituto di Francis, divenne il più giovane giocatore a disputare una finale europea con i suoi 18 anni. Fu trionfo, il secondo, consecutivo.

La bacheca dei trofei del City Ground, Nottingham

Mentre il Forest diventava in quel momento l’unica squadra europea a vincere più Coppe dei Campioni che titoli nazionali, Clough divenne per tutti il miglior manager d’Inghilterra, ma la FA continuò a osteggiarne la candidatura a CT della Nazionale; troppi atteggiamenti controversi, un carattere troppo poco adatto alla solennità della Nazionale. Nel mentre la squadra iniziò la parabola discendente, perse Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale l’anno successivo e pian piano iniziò anche a perdere i pezzi (Peter Taylor lasciò il suo mentore nel 1982). Il Forest non tornò mai a quei livelli d’eccellenza, e nonostante altre due Coppe di Lega messe in bacheca Clough non riuscì mai ad alzare l’agognata FA Cup, nemmeno nel 1991, quando perse la finale contro il Tottenham con un autorete di Des Walker. Rimase alla guida del Forest fino al 1995, tra mille polemiche e risultati non più degni di quel triennio magico, ma di questo parleremo in futuro, Brian Clough merita un post a lui dedicato. Torniamo a quella squadra. 4-3-3, Shilton in porta, difesa con Viv Anderson a destra, Burns (“il miglior giocatore che abbia mai allenato. Capace di far segnare, segnare lui stesso e difendere come un gigante”) e Lloyd centrali, l’attempato ma ancora integro Clark a sinistra; McGovern (il capitano), Gemmill/O’Neill e Bowyer a centrocampo, con Woodcock spesso presente però; Birtles centravanti affiancato da Francis e Robertson, quest’ultimo più ala che attaccante. Qualche cambio, come nella finale del 1979, ma sostanzialmente giocavano questi. E giocavano in modo “moderno” come Clough amava sottolineare con orgoglio, e quel pizzico di sbruffoneria che ai più risultava antipatica, ma che ha determinato a creare il mito dell’allenatore di Middlesborough.

Abbiamo usato leggenda e favola come termini da associare a questa storia, ma credo che alla fine il più adatto sia irripetibile. Non solo il calcio moderno tende a concentrare il potere nella mani di poche realtà calcistiche, ma anche provando a immaginare il Burnley pieno di soldi risulta difficile pensare possa ripetere qualcosa del genere, e il Manchester City arabo insegna. Irripetibile dicevamo, e forse è giusto così. E’ giusto che la gente di Nottingham, che visse quei trionfi con lo spettro della crisi economica sulle spalle, si senta gelosa custode di un’avventura unica nella storia del calcio europeo. È giusto che i bambini che visitano con il papà la sala trofei del City Ground possano sentirsi orgogliosi di quanto fatto dalla loro squadra, da loro e solo da loro. E tutto sommato è giusto che questa favola irripetibile abbia la firma di antipatico, odiato, rispettato, unico mito: Brian Clough.

Chiudo con il servizio che “Sfide” ha dedicato 4 anni fa alla vicenda


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He made the people happy

La storia del calcio celebra troppo poco spesso gli allenatori. Certo, si parla del Milan di Sacchi/Capello o dell’Inter di Herrera, ma se c’è da spendere una parola in più la si spende con maggior voglia, solitamente, per Johan Crujff piuttosto che per Rinus Michels, o per Michel Platini piuttosto che per il Trap nazionale, e sono altresì certo che i più distratti non ricordano il nome del CT del Brasile 1970, ma si ricordano benissimo di Pelè, Rivelino, Tostao, Gerson, Jairzinho. Il post di oggi invece vuole invece celebrare, in breve e senza velleità di onniscienza, la figura di un allenatore, l’uomo che diede il via al dominio del Liverpool sul calcio inglese (ed europeo) anni ’70 e ’80: Bill Shankly.

Bill Shankly giocatore, al Preston North End

William “Bill” Shankly nasce a Glenbuck, Scozia, il 2 Settembre 1913, nono di dieci figli. La passione per il calcio gli viene probabilmente trasmessa (a lui e ai suoi 4 fratelli maschi) dal ramo materno della famiglia: uno zio, Robert, giocò nei Rangers e nel Portsmouth – di cui fu anche presidente – mentre un altro zio di nome William militò (e vedremo subito come questa sia una coincidenza con il nipote) nel Preston North End e nel Carlisle Utd. E proprio da Carlisle, cittadina di 72.000 abitanti della Cumbria, nemmeno troppo casualmente la contea inglese più vicina all’Ayrshire dove nacque Shankly, cominciò la carriera professionistica del giovane Bill. Una stagione in maglia rossoblu, 16 presenze, e il passaggio per 500£ al glorioso Preston North End, allora militante in Second Division, subito promosso in First Division con il 21enne Shankly in campo. Con i Lilywhites Shankly disputò anche due finale di F.A. Cup, nel 1937 contro il Sunderland perdendola, e nel 1938 contro l’Huddersfield portando a casa il trofeo. Giocò anche 4 partite con la maglia della Nazionale scozzese, esordendo tra l’altro a Wembley nel match vinto per 1-0 contro l’Inghilterra.

Ad interrompere la carriera agonistica di Shankly fu la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale lo sport passò in comprensibile secondo, se non terzo piano: Bill giocò durante la guerra per numerose squadre a livello amatoriale (Bolton, Arsenal, Liverpool, Northampton, Luton Town, Cardiff City, ed in Scozia per il Partick Thistle), ma quando la guerra finì e il professionismo tornò in vigore Shankly, a 33 anni compiuti, dovette riconoscere la vittoria dell’età sulla voglia di giocare e appese le scarpe al chiodo. Era il 1949, e Shankly rimase per poco disoccupato: il Carlisle United infatti, la sua prima squadra da giocatore, gli offrì la posizione di manager, dando il via alla sua seconda vita sportiva, che, come vedremo, fu colma di successi. Ecco, adesso chi si aspetta il giovane manager rampante che in pochi anni scalò le vette del calcio inglese rimarrà deluso. La carriera al Carlisle finisce dopo 2 stagioni, che videro sì un netto miglioramento della situazione del club, passato dal 15esimo al 3 posto in Division 3 North, ma anche le dimissioni di Shankly, che accusò la dirigenza dei Cumbrians & blue di non voler investire denaro nel club, insomma, di non avere ambizioni.

Shankly con la F.A. Cup del 1974

La seconda tappa della carriera da manager di Shankly fu il Grimsby Town. La squadra era reduce dalla seconda retrocessione in pochi anni e si trovava nell’ormai nota Division 3 North; si trattava di una squadra vecchia, ma il nucleo che la costituiva rimaneva quello che giocò in Second Division, argomentazione che Shankly fece sua nel tentativo di convincere i suoi giocatori che potevano ancora fare molto. E in effetti sembrò essere così, perchè nella prima stagione alla guida della squadra questa fallì, sfiorandola, la promozione, ma giocò un calcio molto bello tanto che Shankly nella sua autobiografia scrisse non senza una punta di autocelebrazione “Pound for pound, and class for class, the best football team I have seen in England since the war. In the league they were in they played football nobody else could play“. Il pubblico sembrava gradire, dato che Blundell Park superava le 20.000 presenze a partita, ma l’avventura, anche questa volta, terminò bruscamente: dopo una seconda stagione altalenante e con la squadra ormai da rifondare, Shankly si dimise, portando come ragione di ciò la mancanza di ambizione della dirigenza. Ancora una volta. Era il 1954, e il Liverpool nel frattempo stava precipitando in Second Division.

Una sola stagione al Workington (1954/1955), conclusasi all’ottavo posto della ormai stracitata Division 3 North, fu il preludio al passaggio all’Huddersfield Town, dove Shankly divenne assistente dell’allora manager Andy Beattie, reduce da un deludente dodicesimo posto in First Division (la squadra ne veniva infatti da un terzo posto). Shankly rimase all’ombra di Beattie per una sola stagione, culminata con la disastrosa retrocessione dei Terriers in Second Division. Divenuto manager, Shankly non riuscì nelle tre stagioni successive a riportare l’Huddersfield nella massima divisione, dovendosi accontentare di tre piazzamenti a metà classifica e del lancio tra i professionisti di un giovane calciatore, scozzese come lui di nome Denis Law; Shankly si oppose più volte alla cessione di Law, affermando come il ragazzo avrebbe potuto valere da lì a poco 100.000 sterline. Sbagliò inizialmente, perchè Law venne ceduto al Manchester City (Shankly ormai era già a Liverpool) per 55.000 sterline, ma successivamente passò al Manchester United per 115.000, un trasferimento che vide compiuta la profezia di Shankly (e rese immortale Law, ma questa è altra storia che magari tratteremo).

Shankly's Gates, Anfield

Si arriva così alla stagione 1959/1960. L’allora presidente del Liverpool Thomas Valentine Williams aveva già, in passato, messo Shankly in cima alle preferenze, preferendogli tuttavia altre soluzioni. Ma dopo una disastrosa sconfitta in F.A. Cup contro il Worcester City (Gennaio 1959) e le dimissioni di Phil Taylor nel Novembre dello stesso anno, sembrava giunto il momento per un “uomo nuovo” in grado di guidare la squadra fuori dal pantano in cui era finita, e di ristrutturarla sotto tutti gli aspetti: quell’uomo venne individuato appunto in Shankly. Al suo arrivo ad Anfield trovò una situazione disastrosa. Campi di allenamento fatiscenti, squadra povera di talento, mancanza di cultura tattica: basterebbero queste tre cose per capire la rivoluzione che Shankly portò nel Merseyside. Trasformò la struttura di allenamento di Melwood in una forza per la squadra, potenziando i programmi di fitness, di dieta, introducendo nuove tecniche di allenamento e trasportando la squadra da Anfield al campo di allenamento in bus con lo scopo di cementare lo spirito di squadra; rilasciò 24 giocatori, e creò la mitologica Boot Room ad Anfield, trasformando un magazzino in una sala destinata alle riunioni tattiche sue e del suo team di collaboratori, che comprendeva Reuben Bennett, Joe Fagan e Bob Paisley (un nome che dovrebbe evocare qualcosa..).

Sarebbe dispersivo elencare qui stagione per stagione la carriera di Shankly al Liverpool. Basterà ricordare i primi acquisti, l’attaccante Ian St John dal Motherwell (scusate, ma non resisto: la famigerata frase “Jesus saves, but St John scores from the rebound” rimane la mia preferita) e il centrocampista Ron Yates dal Dundee United, che contribuirono alla risalita dei Reds in First Division (1961/1962), a cui si aggiunsero una volta raggiunto l’obbiettivo Willie Stevenson dai Rangers (terzo acquisto da una squadra scozzese) e Peter Thompson dal Preston North End per una cifra intorno alle 40.000 sterline. La squadra, potenziata nell’organico e nella struttura di base, vinse il titolo del 1964, partecipando così alla Coppa dei Campioni l’anno successivo, dove dovette arrendersi all’Inter di Herrera (3-1 Reds ad Anfield, 3-0 interista a Milano, la partita di  When the Saints go marching in diffusa a tutto volume nello stadio). La delusione europea fu mitigata dalla conquista della prima F.A. Cup della storia del Liverpool, contro il Leeds. Il 1965/1966 vide nuovamente i Reds sul tetto d’Inghilterra, ma nuovamente sconfitti in Europa: la finale di Coppa delle Coppe venne infatti persa contro i tedeschi del Borussia Dortmund per 2-1 all’Hampden Park di Glasgow.

La celebre foto di Shankly sotto il Kop

La fine degli anni ’60 coincise con la fine del primo ciclo targato Shankly. La squadra venne ringiovanita, con gli addii di Hunt, St John, Yeates, Lawrence e gli acquisti di Heighway, Clemence, Toshack e soprattutto di Kevin Keegan. Nasceva il secondo grande Liverpool, che vinse il titolo nel 1973 e soprattutto riuscì finalmente a mettere in bacheca il primo di tanti trofei europei: la Coppa UEFA, vinta contro il Borussia Monchengladbach (3-0 ad Anfield, 0-2 per il Borussia al ritorno). L’F.A. Cup 1974 è l’ultimo trofeo targato Shankly, che nel Luglio di quell’anno decise che era ormai giunto il tempo di dedicare tempo alla famiglia. A 61 anni, il manager rassegnò le dimissioni, venendo sostituito alla guida del club da quel Bob Paisley suo storico collaboratore. Tuttavia non fu facile staccare con il calcio per Shankly. Si pentì delle dimissioni, iniziò a frequentare nuovamente, ma stavolta da privato cittadino (non gli fu mai offerto il ruolo di dirigente del club) Anfield e Melwood, di cui era padrone assoluto riconosciuto; la dirigenza non gradì, e gli vietò l’ingresso negli impianti, timorosa che la sua costante presenza, e ingombrante in certi sensi, togliesse credibilità al nuovo manager, anche perchè dicono le fonti che venisse chiamato ancora da tutti “boss”, mentre Paisley doveva accontentarsi di un poco consono al suo ruolo “Bob”.

Un infarto si portò via Bill Shankly il 29 Settembre 1981, lasciando il Mondo del calcio nella più totale disperazione: tra i vari episodi mi piace citare John Toshack, ex giocatore di Shankly che durante il minuto di silenzio (la partita era Liverpool-Swansea, Toshack allenava i gallesi) indossò la maglia red in ricordo del suo vecchio allenatore. La morte lo portò via solo fisicamente, perchè lo spirito di Shankly vive tutt’oggi ad Anfield. Il rapporto con i tifosi fu uno dei suoi grandi punti di forza, forse per una vicinanza di estrazione culturale (la working class), forse perchè, nella sua mente che definiremmo moderna, Shankly aveva intuito il potenziale di quello stadio e l’importanza dell’empatia tra manager, squadra e tifosi, e fece di tutto per creare quell’atmosfera che ancora oggi fa tremare le gambe a chi entra ad Anfield Road. Il rapporto con i tifosi, dicevamo: la foto di Shankly sotto il Kop, il celeberimmo settore dei tifosi di casa, con la sciarpa al collo, una sciarpa lanciatagli dai tifosi e che un poliziotto aveva incautamente spostato da una parte beccandosi il rimprovero dello stesso Shankly (“Don’t do that. This might be someone’s life“), rappresenta al meglio quel rapporto che si era venuto a creare tra manager e tifoseria. Grande motivatore, grande oratore (“Certa gente crede che il calcio sia una questione di vita o di morte. Questa mentalità mi delude. Vi posso assicurare che è molto più importante”, tra le tante massime), grande allenatore, le cui squadre giocavano un calcio fatto di fitti passaggi in velocità, grande innovatore, Shankly fu molto di più, e rimango convinto che solo un tifoso del Liverpool può apprezzare al meglio quello che fu realmente. E nonostante il Liverpool targato Paisley vinse di più, senza l’apporto di Shankly la dinastia Reds non sarebbe forse mai nata.

Un giorno disse: “I was only in the game for the love of football – and I wanted to bring back happiness to the people of Liverpool“. Nel 1998 gli dedicarono una statua, posta fuori Anfield, riportante l’epigrafe “he made the people happy“. Beh, direi che ci sei riuscito, Bill.

La statua posta fuori Anfield. He made the people happy

Around the football grounds – A trip to Wigan

La seconda tappa del nostro viaggio alla scoperta degli stadi inglesi, in particolare di quelli della Premier League per ora, ci porta nella cittadina di Wigan, all’interno della zona conosciuta come “Greater Manchester”, dove risiedono 81.203 anime. Ci troviamo ancora nel nord-ovest inglese e qui si trova il DW Stadium, sede delle partite interne della squadra locale, il Wigan Athletic.

LA STORIA

Il DW Stadium è uno degli impianti giovani della Premier league, creato totalmente da zero nel 1999 e conviene, prima di andare alla sua scoperta, fare un passo indietro e scovare quale fosse il vecchio stadio di questa giovane società (per gli standard inglesi, l’anno di fondazione del Wigan è il 1932). Troviamo quindi che la vecchia casa dei Latics (questo il soprannome del Wigan) era Springfield Park, stadio ultracentenario costruito nel 1897 e demolito nel 1999 per far posto, come purtroppo è consuetudine (come avremo modo di vedere assieme in uno degli ultimi viaggi che faremo in Premier League), ad un complesso residenziale. Springfield Park non fu costruito per il calcio: era infatti un impianto polifunzionale ed all’epoca, a Wigan, il calcio sostanzialmente non esisteva. Furono infatti corse ciclistiche, ippica ed atletica le attività principali nei primi anni dell’esistenza dell’impianto, come potete facilmente desumere anche dalla mappa del 1900 qui riportata.

Mappa della struttura originale di Springfield Park

Per quanto riguarda il nostro amato sport, la prima squadra ad utilizzare l’impianto fu il Wigan County Football Club in un match ufficiale contro il Burton Swifts. Non essendo il calcio una tradizione in quest’area della Greater Manchester, i club di calcio ebbero vita breve e nel giro di una decina d’anni furono ben 3 le squadre di Wigan nate e successivamente defunte o emigrate in altri impianti cittadini (come il Robin Park), con il risultato che lo stadio fu utilizzato per molte altre attività e il football ritornò protagonista solamente dopo la prima grande guerra. E qui iniziò il primo vero e proprio sviluppo dell’impianto in senso calcistico: furono rifatte le tribune, con la costruzione della Main Stand e della Popular Side Stand; fu eretta una gradinata dietro una delle porte, la Shevington End Stand e furono rifatti gli spogliatoi. Sul finire degli anni 20 vennero raggiunti i 30.443 spettatori in una gara di FA Cup contro lo Sheffield Wedsneday, un’attendance raddoppiata rispetto allo standard della Football League (record 15.500 spettatori): erano i gloriosi anni del Wigan Borough, il primo vero club calcistico della città. Con il fallimento del Borough nei primi anni 30, nel 1932 nacque finalmente il Wigan Athletic, la squadra che attualmente milita in Premier League. Springfield Park fu da subito la casa della squadra e piano piano vennero fatti diversi miglioramenti per migliorare l’impianto: curioso però è ciò che avvenne nel febbraio 1936, durante Wigan-Altrincham: arbitraggio non favorevole alla squadra di casa, pubblico che invade il campo a caccia dell’arbitro e i 22 in campo lo circondano e lo difendono dal pubblico. Il match poi terminerà regolarmente. Negli anni post seconda guerra mondiale molteplici furono i progetti di rinnovamento che non videro mai la luce, salvo il rifacimento completo della Main Stand nel corso della stagione 1952-53 a causa di un incendio che la rase completamente al suolo. Ovviamente lo stadio è ben lontano dagli standard di altri impianti dell’epoca, come potete ben vedere dalle foto sottostanti: l’aspetto è proprio quello di un campo di periferia, come effettivamente era in realtà dato che il Wigan non era altro che una squadra di dilettanti.

Con il passare degli anni furono aggiunti l’impianto di illuminazione nel 1966 e fu nuovamente aumentata la capienza (a 45 mila spettatori) con l’avvento della Northern Premier League; fu inoltre tentato di abolire, negli anni 70 e senza successo, una clausola risalente all’anno di fondazione del Wigan Athletic, fondamentale per la concessione dell’impianto al team: quella di non usare mai l’impianto per le corse dei levrieri inglesi. Il football “professionistico” approda a Wigan nel 1978, con la promozione della squadra in quarta serie, e per l’occasione l’impianto venne sottoposto a diversi lifting, tra i quali, rilevante fu la creazione di un vero e proprio settore ospiti all’italiana, fino ad allora inesistente (e non necessario): un obbrobrio che resisterà fino alla demolizione dello stadio. Negli anni 80, con l’arrivo dei decreti sicurezza, la capienza fu drasticamente ridotta (a circa 11 mila posti) e iniziano a circolare i primi progetti per un nuovo impianto: fu Bill Kenyon, l’allora proprietario, a provarci per due volte, entrambe senza successo prima di vendere il club a metà anni 90, con la città completamente disamorata del calcio (fu registrata un’affluenza di circa 1200 persone in una gara, minimo storico). Nel mentre anche il Rugby iniziò a giocare a Springfield Park. Il 1994 segnò una svolta importante per Wigan: al timone arriva infatti Dave Whelan e iniziano a maturare i progetti di grandezza. Springfield Park viene ammodernato e in città viene aperto il primo store dei Latics, il Wigan inizia la scalata alle alte sfere del calcio inglese e soprattutto i piani per un nuovo impianto si trasformano in realtà nel 1998, quando il terreno di Springfield Park viene venduto: nel maggio 1999 viene disputata l’ultima partita di calcio, Wigan-Manchester City, playoff di League 2, che terminò 1-1 con le reti di Barlow (dopo 19 secondi) per il Wigan e Dickov per il City (sì, è proprio il City che attualmente domina la Premier League). E nonostante l’apparente non interesse della città per il calcio, il giorno dell’ultima partita si scatenò la caccia al ricordo che porto alla semi-distruzione dell’impianto per via dei vari pezzi e cimeli che venivano portati via. Tra giugno e luglio 1999 lo stadio venne demolito mentre il JJB stadium è pronto a fare il suo esordio.

L’ultima a Springfield Park

L’idea concreta del JJB Stadium era nata nel 1997 e i lavori iniziarono immediatamente dopo l’approvazione del progetto, con la partita inaugurale che venne giocata il 4 agosto del 1999, un’amichevole tra il Wigan e i vicini del Manchester United, reduci dallo storico treble (e il taglio ufficiale del nastro fu fatto da Sir Alex Ferguson); pochi giorni dopo ci fu la prima partita ufficiale, Wigan – Scunthorpe United di division 2, che terminò con la vittoria dei Latics per 3-0. L’impianto è multifunzionale, la sua costruzione infatti avvenne in partnership con la squadra di rugby dell’Orrell R.U.F.C. e successivamente anche i Wigan Warriors iniziarono a giocare le partite casalinghe in questo stadio. Il nome dello stadio fu uno dei primi ad essere associato ad una sorta di sponsor o attività commerciale: JJB infatti è la catena di negozi di articoli sportivi della quale Dave Whelan, il presidente, era proprietario; da 2 anni a questa parte il nome è cambiato e si è trasformato in DW Stadium, dove la sigla DW ricorda la nuova attività commerciale intrapresa da Whelan, che dopo aver venduto la JJB si è buttato a capofitto nel fitness utilizzando le sue iniziali come marchio della compagnia. Non certo il nome ideale per uno stadio. Essendo recentissimo, non ci sono stati cambiamenti nella struttura.

L’IMPIANTO ATTUALE

Ideatore della struttura è l’architetto Alfred McAlpine, autore, in ambito sportivo, del Galpharm Stadium di Huddersfield (club in League One). Con questo impianto McAlpine sembra provare a migliorare il design dello stadio progettato alcuni anni orsono e vi riesce ottenendo un risultato migliore dal punto di vista calcistico, ma anche estetico secondo la mia modesta (e ignorante in architettura) opinione. Attualmente i posti a sedere sono 25.133, tutti a sedere e tutti coperti; 4, come nella più classica delle strutture, sono le stand denominate, con scarsissima fantasia, con i 4 punti cardinali, anche se la West e la East Stand sono meglio conosciute rispettivamente come Springfield Stand e Boston Stand.Tutte hanno un’altezza quasi uguale, i 4 angoli sono aperti, i posti coperti con un tetto in acciaio e la struttura alla base è prefabbricata.

Splendida visuale dall’alto del DW Stadium

SPRINGFIELD STAND

Si tratta della stand principale dello stadio, quella con l’ingresso ufficiale allo stadio e dove si trovano i migliori servizi come le executive lounges e i ristoranti. Vi sono anche gli spogliatoi nella pancia della tribuna, tutte le strutture necessarie ai media per i post-partita e, dal 2009, il club shop ufficiale che affianca quello presente in città. A dire il vero, comunque,  i servizi sono inferiori a quelli di altri impianti ben più datati: non è certamente stato concepita come una tribuna da Premier League. Il tetto è sormonato da una sorta di piccola arcata sostenuta da pali di acciaio a creare un discreto effetto scenico; la capienza è di circa 6100 posti a sedere e, come in tutto lo stadio, i seggiolini sono un’alternanza di rosso e blu: rosso che è il colore dei Wigan Warriors, blu quello del Wigan Athletic (per entrambe l’altro colore del team è il bianco). Ovviamente il nome ricorda lo storico Springfield Park.

L’ingresso della Springfield Stand

NORTH STAND

5418 i posti a sedere della tribuna posta dietro la porta rivolta a nord, con la struttura che ricalca pari pari quella della Springfield Stand, ma senza l’arco sul tetto ad abbellire il tutto. Con i seggiolini, prima del 2009, veniva composta la scritta JJB in bianco mentre adesso, dopo il cambio di denominazione, la scritta che si forma è, ovviamente, DW. In questo settore vengono messi i tifosi ospiti, anche se in partite di scarso richiamo (il che succedeva quando il Wigan non era ancora in Premier) può darsi che il settore resti chiuso e gli spettatori ospiti messi da qualche altra parte dello stadio. Leggendo in rete, ci sono alcune testimonianze di come i settori inferiori della stand siano nettamente meglio a quelli superiori per quanto riguarda la visibilità. Qui inoltre si trova la sala conferenze e ricevimenti della struttura, che funge anche da luogo dove si possono celebrare persino i matrimoni.

Una bella visuale del settore

 BOSTON STAND

Originariamente conosciuta come la East Stand, questa tribuna porta dal 2009 il nome di Billy Boston, storico giocatore del Wigan Rugby a cavallo tra gli anni 50 e 60. La scelta della East Stand da dedicare a lui nasce dal fatto che qui, durante le partite di rugby, prendono posto i fan più fedeli dei Wigan Warriors. Si tratta della parte più capiente dell’impianto, con ben 8238 posti a sedere, e nella parte più alta troviamo anche l’immancabile tabellone elettronico che aggiorna sui risultati dagli altri campi. Con i seggiolini, come potete vedere nell’immagine sottostante, viene composto il nome della città; come la Springfield Stand, inoltre, il tutto è sormontato da un arco d’acciaio.

La Boston Stand

 SOUTH STAND

L’ultima stand è quella dove prendono posto i tifosi più accaniti del Wigan, con una struttura del tutto speculare a quella della North Stand con la differenza che qui, al posto della sala ricevimenti, abbiamo una palestra a far da contorno. 5412 i posti a sedere ed anche qui abbiamo la scritta DW che si legge a stadio vuoto dagli altri settori.

La South Stand

L’ATMOSFERA

L’atmosfera non è certamente il punto forte di questo stadio, bello a vedersi da fuori, ma descritto da più parti come insignificante e povero di atmosfera una volta entrati. Merito di una città che paga la vicinanza a grandi centri (soprattutto Manchester) e di una squadra che per quanto sia amata, non è mai entrata nel cuore della città. Da tenere in considerazione inoltre anche la grande tradizione rugbystica di Wigan, senza ombra di dubbio lo sport principale in città. Dall’ingresso in Premier comunque le presenze allo stadio sono aumentate decisamente, anche se questo è sempre lo stadio più vuoto della massima serie calcistica inglese, con 16.812 spettatori di media nell’ultima stagione. Davvero scarso il supporto vocale del proprio pubblico alla squadra, spesso e volentieri si sentono solamente i tifosi ospiti ed anche i commenti dei tifosi neutrali rendono bene l’idea di quanto la tradizione calcistica non abiti a Wigan. I fans comunque vengono visti come leali, amichevoli e appassionati competenti e qualche volta sanno pure cantare.

La rivalità più storica della squadra e dei tifosi è quella con il Chorley FC, club dilettantistico del Lancashire che ha giocato almeno 6 volte a stagione contro i Latics fino al 1978, anno di ingresso del Wigan nella Football League. Da allora la rivalità maggiore, sul campo e sugli spalti, è quella con il Bolton e match sempre interessanti dal punto di vista del clima vengono disputati contro il Preston North End e l’Oldham Athletic. Come accennato già in precedenza, una grossa rivalità in città c’è con il rugby e con le grandi squadre dei dintorni che sostanzialmente rubano spettatori ai Latics

CURIOSITA’ E NUMERI

Il terreno di gioco è considerato tra i migliori del paese, dotato di un avanzato sistema di irrigazione e riscaldamento sotterraneo per evitare disagi durante l’inverno (sottotitolo personale: impara Italia, impara) e costituito per il 98% da erba naturale e per il 2% da sostanze sintetiche che aiutano a conferire stabilità al terreno di gioco.

Oltre alle partite dei Warriors, a livello rugbystico qui si sono giocate sfide molto significative del Tri-Nations organizzato dalla Rugby League (Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda) nonchè alcune amichevoli comprendenti sempre le nazioni dell’emisfero australe opposte alla Gran Bretagna.

Capacità’: 25.133 posti a sedere

Misure del campo: 110 x 60 metri

Record attendance: 25.133 (2008  Premier League – Vs Manchester United)

Record attendance at Springfield Park: 27.526 (1956 – FA Cup)

FONTI
Football ground guide
Groundhopping
Wikipedia
Springfield Park memorial site
Wigan official site
DW Stadium official site

Papiss Demba Cissè al Newcastle

Nella giornata di ieri si è realizzato uno dei trasferimenti più importanti non solo della Premier League ma probabilmente anche dell’intero panorama internazionale in questa finestra invernale del mercato: l’attaccante Papiss Demba Cissè passa dal Friburgo al Newcastle.
Senegalese, nato a Dakar il 3 giugno del 1985, Papiss Cissè approda in Europa nel 2005, in Francia nel Metz, dove resterà per cinque stagione intervallate da esperienze con Cherbourg e Chateauroux, per poi essere acquistato dal Friburgo nell’estate 2009. In Bundesliga, dopo la prima annata conclusa con 6 goal in 16 presenze, Cissè esplode definitivamente e chiude il campionato 2010/2011 con 22 goal in 32 partite, finendo secondo nella classifica dei cannonieri del torneo tedesco dietro a Mario Gomez del Bayern Monaco. Con i 9 goal nella prima metà di questa stagione, Cissè termina la sua carriera in Bundesliga con un bottino di 37 goal in 65 partite, il solo Gomez (46) ha segnato più di lui negli ultimi due anni in Germania. Da qui, l’arrivo al Newcastle che seguiva il giocatore da tempo come una delle possibili opzioni per migliorare e completare il reparto attaccanti e che ha chiuso l’affare con un blitz in giornata, dopo che il giocatore era stato accostato nei giorni passati ad altre squadre inglesi come il Tottenham e sopratutto i rivali del Sunderland, a cui Cissè è stato praticamente strappato dalle mani. Il Newcastle verserà nel casse del Friburgo £10 mil. per l’acquisto dell’attaccante e ha blindato Cissè con un contratto di 5 anni e mezzo con la possibilità di vestire la leggendaria maglia n.9 dei Magpies, termini che inevitabilmente fanno del bomber senegalese un giocatore cardine per il futuro della squadra.

Queste le sue prime parole da giocatore del Newcastle:

“I would like to thank everybody for their welcome, and for inviting me to sign for the Club,
It is an honour to play for such a big club and I am looking forward to it.
I want to pay back the confidence the Club have shown in me, and give the supporters something to be proud of.
I am aware of the huge importance of the number nine shirt, and when I spoke with the manager he made it very clear how important this shirt is.
I will treat it with the respect and I hope to do my very best in this shirt.”

Entusiasta anche Alan Pardew:

“Ever since Andy Carroll left, Papiss was my first choice in the specific role he has at the end of the play.
He is a finisher with an already-established CV in the Bundesliga, where we have monitored him for the best part of two years.
Unfortunately he was out of reach, financially, for us in the summer, but it recently became apparent that Derek Llambias and Lee Charnley could do the deal in this window.
It has become obvious this season that the team and the Club have done exceptionally well, and Mike Ashley has backed me to bring this player to the Club.
I would like to thank Mike, Derek and everyone involved for getting this deal over the line.
I spoke to Demba about Papiss, and he cannot wait to join up with his teammate in Newcastle.
In the short-term, of course, he is at the Africa Cup of Nations, but the competition he will bring to our squad when he joins up with us should inspire the players and reassure them of this Club’s ambition.
Our fans know that this shirt brings its own pressures. One of the iconic numbers in world football – the number nine of Newcastle.
It will be only fair that Papiss is given time to understand the responsibility it brings.
As the manager, I wish him all the luck in the world to bring success to himself and this Club.”

Come detto, l’arrivo di Cissè va ben oltre lo stato di “acquisto di riparazione” anche perchè c’è da considerare il fatto che il ragazzo sarà impegnato in Coppa d’Africa (per gentile concessione della federazione senegalese, Cissè era a Newcastle ieri per firmare il contratto e la presentazione di rito) e come il suo connazionale e collega di reparto Demba Ba, sarà a disposizione di Pardew al termine della competizione. Se i Magpies avessero voluto un attaccante part-time per supplire all’assenza di Ba, non solo non avrebbero preso un giocatore anch’egli impegnato con la nazionale ma sopratutto non avrebbero investito così tanto in termini economici. Per molti, l’acquisto di Cissè è apparso come una polizza assicurativa in vista di un’eventuale cessione di Ba a fine campionato, certo è che i due hanno caratteristiche tecniche differenti e assolutamente complementari: più mobile e tecnico Ba che ha movenze quasi da seconda punta classica, più fisico e finalizzatore d’area invece Cissè. Il Newcastle sta pensando in grande e con acquisti mirati forse un po’ sottovalutati sta costruendo delle fondamenta più che solide per tornare ai fasti del decennio scorso. Nel frattempo però, l’acquisto di Cissè conferma che il Newcastle vuole fortemente mantenersi nella top-6 e staccare il biglietto per l’Europa. “Se le difese inglesi non sono riuscite a fermare un Demba, difficilmente ne potranno fermare due” questo è il motto, un po’ scherzoso e un po’ no, che sta girando nelle ultime ore in riva al Tyne fra i tifosi che sperano che la nuova versione dei Calypso Boys possa entrare nel cuore della città come fecero a loro tempo Alan Shearer e Les Ferdinand.

Campioni del Mondo! L’epopea Wolves anni ’50 e la nascita della Coppa dei Campioni

Nel Luglio di qualche anno fa sono andato a Wolverhampton. Treno da Londra (stazione di Euston), nel bel mezzo delle due settimane londinesi, premio per una maturità conseguita da poco, penso di essere uno dei pochi, se non l’unico, italiano andato nella città del Black Country (già il nome dice tutto, ma la città in se non è bruttissima) per motivi di turismo calcistico. Tanto è vero che, quando nel negozio ufficiale della squadra, sito in un angolo del Molineux (lo stadio dei Wolves), ho detto “sì, sono italiano. Sa, son venuto qui per vedere lo stadio” questi mi hanno aperto, con un gesto che il sottoscritto non dimenticherà mai nella sua vita, le porte dello stadio stesso, e in un minuto ero lì, sul prato del Molineux, una sensazione bellissima, ancor più bella pensando che l’accesso era dovuto non al pagamento di un biglietto ma alla gentilezza di due addetti dell’official team shop.

Direte: sì, bello, ma è il Wolverhampton…(che all’epoca era in Championship, nome assurdo dell’ex Second Division). Venite con me. Lo stadio (dopo la ristrutturazione un gioiello, uno degli stadi più belli d’Inghilterra a parer mio) è situato in Waterloo Road, una lunga via che dal centro della città porta verso nord. Il cammino stazione-stadio l’ho fatto a piedi, 10 minuti circa, in modo da poter respirare a pieni polmoni l’aria della città, una cosa per me essenziale perchè oltre che conoscere le squadre e gli stadi è necessario conoscere il più possibile tutto ciò che c’è intorno, la città, la comunità, la gente. Dunque, si scende Waterloo Road verso nord e a un certo punto, sulla destra, dopo un muretto di mattoni che profuma d’Inghilterra, compare il Molineux; davanti alla tribuna posta sulla via c’è una statua, cosa comune a molti impianti inglesi, una statua non qualunque: rappresenta infatti William “Billy” Ambrose Wright, da cui la tribuna suddetta prende il nome (in un post futuro Cristian ve ne parlerà, all’interno della sua rubrica sugli stadi). Chi era Billy Wright? Billy Wright è stato solamente il capitano, oltre che dell’Inghilterra, di una delle più forti squadre inglesi di tutti i tempi: i Wolverhampton Wanderers del decennio 1950-1960.

Il Molineux visto dall'alto

3 campionati (1953/1954, 1957/1958, 1958/1959), 2 F.A. Cup (simbolicamente poste a inizio e fine ciclo, 1948/1949 e 1959/1960) sulle 4 totali della squadra (a cui vanno aggiunte 2 Coppe di Lega successive), fanno della squadra di Stan Cullis, l’allenatore a cui è dedicato un altro settore dello stadio con relativa statua, una delle grandi di sempre. Una squadra che non presentava il solo Wright come giocatore di livello internazione: Peter Broadbent, centrocampista, giocò 7 volte con i Leoni; Ron Flowers, stesso ruolo, collezionò 49 caps; Bill Slater 2, Bert Williams, il portiere, 30, e così via. Come mi ricorda un articolo di Christian Giordano sul Guerin Sportivo di qualche anno fa, è però soprattutto una partita ad aver reso immortali nella memoria dei loro tifosi e degli appassionati di calcio quei Wolves: la vittoria sulla temibile Honved di Puskas. E allora, prima di qualche parola doverosa da spendere per Wright, simbolo di quella squadra, mi sembra giusto incentrare il post sula sfida contro gli ungheresi e da quello che essa generò, di un’importanza decisiva per il calcio europeo in generale. Partiamo dal contesto in cui si giocò.

Il 25 Novembre 1953 è una data da non pronunciare mai davanti a un inglese; se lo fate, non dite che non vi avevo avvertito. Amichevole Inghilterra-Ungheria a Wembley, successe quel che nessuno si sarebbe mai aspettato, o almeno non in quelle proporzioni: vittoria magiara per 6-3, prima vittoria di una squadra non-britannica sul sacro suolo dell’Empire Stadium. Nonostante la batosta, paragonabile a una legnata nei denti come urto e dolore (virtuale), non tutto era perduto: era infatti in programma anche un ritorno, da giocarsi a Budapest il 23 Maggio 1954. Ecco, se quel 6-3 sembrò (ed era) umiliante per gli inventori del football, il 7-1 del ritorno suonò più o meno come il de profundis per il movimento calcistico inglese, fatto non da poco se pensate che gli stessi inglesi si rifiutarono di partecipare ai primi Mondiali in quanto ritenuti non alla loro altezza e blasone: potete quindi immaginare quanto ci tenessero a mantenere lo status quo delle cose, che diceva, fino a quel momento, che come loro non c’era nessuno. Crollava invece con quella sconfitta tale convinzione, insita nell’animo profondo dei discendenti di William il Conquistatore, l’orgoglio era ferito e bisognava rialzare la testa, prima che questa sprofondasse col resto del corpo sottoterra. E qui entrano in gioco i Wolves.

Il programma ufficiale di Wolves-Honved

Il Wolverhampton era fresco campione d’Inghilterra nel 1954, l’anno del “fattaccio di Budapest”. L’estate venne dedicata dalla squadra all’organizzazione di una serie di amichevoli da disputarsi fino ad autunno inoltrato al Molineux, amichevoli che avevano un doppio scopo: far conoscere all’Europa la squadra e allo stesso tempo presentare con orgoglio al Mondo l’impianto d’illuminazione dello stadio (le partite in notturna, infatti, non erano consuetudine diffusa, tutt’altro), uno dei primi impianti funzionanti per quanto riguarda il calcio. Calcarono così il prato del Molineux, dopo la Nazionale del Sudafrica l’anno precedente (30 Settembre 1953), squadre di club provenienti da tutto il Mondo: Celtic Glasgow, Racing Club de Avellaneda, First Vienna, Maccabi Tel Aviv, Spartak Mosca e, infine, l’Honved, la squadra più forte d’Ungheria e zeppa di giocatori della Nazionale, attesa in Inghilterra il 13 Dicembre 1954. L’occasione era ghiotta, una vittoria avrebbe restituito orgoglio al movimento del football, ferito dalle 13 pugnalate magiare nel corso della stagione precedente. I Wolves arrivarono alla partita vincendo sempre, fatta eccezione che contro gli austriaci del First Vienna che uscirono con un pareggio dal Molineux. A questo punto la trama, per filare, dovrebbe veder realizzata una vittoria degli inglesi: beh, la trama la accontentiamo, perchè i Wolves vinsero quella partita per 3-2, non dopo essere passati in svantaggio per 0-2 (goal di Kocsis e Machos) nel primo tempo, ma ribaltando il risultato nella ripresa con le reti di Hancocks e la doppietta di Swinbourne, il che contribuisce a dare all’impresa quel tocco di eroicità che le si addice. A questo punto, prima di andare oltre, elenchiamo la squadra che scese in campo quella sera e ridiede orgoglio al movimento calcistico inglese: schierati con il solito 2-3-5 dell’epoca (ricorderete il mio post precedente sul Tottenham Hotspur), in panchina Stan Cullis a dirigere le operazioni, scendevano in campo Williams; Stuart Shorthouse; Slater Wright Flowers; Hancocks Broadbent Swinbourne Wilshaw Smith, quasi tutti protagonisti di quel decennio fantastico per i gold & black.

Lo scontato slancio d’orgoglio per il movimento calcistico d’Albione che ne seguì, la rivendicazione della superiorità albionica nel campo del football fu, però, un tantino esagerato: i giornali il giorno dopo la partita titolarono, tra gli altri, “Hail Wolves, Champions of the World now” (Daily Mail), una celebrazione vista dall’esterno forse un tantino esagerata per una squadra sì forte ma vittoriosa in amichevole e sul proprio campo. Quel Campioni del Mondo però stava a significare che la ferita era ricucita, la testa era di nuovo alta, quella spocchiosità discreta tipicamente inglese riguardo al calcio ristabilita (un inglese non ti dirà mai esplicitamente “siamo meglio di voi”, ma te lo fa capire con stile). Quel che non sapeva il Daily Mail era che si trattava solo dell’inizio, perchè il bello doveva ancora arrivare. L’editore dell’Equipe, celeberrimo quotidiano sportivo francese, Gabriel Hanot, non digerì la celebrazione esagerata della vittoria del Wolverhampton, oltre ai ragionamenti che vedremo forse per quella secolare rivalità che divide i due popoli: secondo il giornalista francese i Wolves non solo avevano affrontato un numero ristretto di squadre, ma le avevano affrontate tutte in casa; e inoltre, se si sentivano così fiduciosi della loro forza, perchè non partecipare a un torneo europeo per club?

Before we declare that Wolverhampton Wanderers are invincible, let them go to Moscow and Budapest. And there are other internationally renowned clubs: A.C. Milan and Real Madrid to name but two. A club world championship, or at least a European one – larger, more meaningful and more prestigious than the Mitropa Cup and more original than a competition for national teams – should be launched

Nasceva, in quell’istante preciso, quella che oggi conosciamo come Champions League. L’Equipe si affrettò infatti ad organizzare per l’anno successivo, ottenendo l’appoggio decisivo dei club europei tra cui il Real Madrid di un signore chiamato Santiago Bernabeu, la “Coppa d’Europa”, poi denominata Coppa dei Campioni d’Europa su intervento di FIFA e UEFA, in un primo momento non coinvolte nell’organizzazione ma che fiutarono presto l’importanza di quel che si stava creando. La storia del calcio cambiava quel giorno, cambiava in qualche modo per merito dei Wolves.

Una leggenda, una statua: Billy Wright

Il Wolverhampton partecipò a due edizioni della nuova coppa, senza mai tuttavia vincerle, né arrivare in finale: nel 1958/1959 venne eliminato negli ottavi di finale dallo Schalke 04 campione di Germania, l’anno successivo dovette arrendersi ai catalani del Barcelona, tra i futuri dominatori della competizione. Da lì a qualche tempo la squadra perse i pezzi (Wright si ritirò nel 1959, Stan Cullis venne licenziato nel 1964), e il ciclo finì: gli ultimi due squilli, le Coppe di Lega 1974 e 1980, aggiunti alla finale di UEFA del 1972, furono il canto del cigno per la squadra, che attraversò un periodo nero sportivo ed economico (si provò a ingaggiare un rampante manager scozzese di nome AlexFerguson, ma mancavano i soldi per convincerlo) giungendo alle soglie del dilettantismo. Non venne quindi mai riconosciuta a livello europeo la forza di quella meravigliosa compagine, ma non solo la squadra stessa oggi è considerata quasi una cenerentola da coloro che si approcciano alla Premier League saltuariamente o comunque distrattamente, mentre invece si ha a che fare con una formazione in qualche modo mitica. Una squadra che aveva in Billy Wright il suo simbolo, un eroe d’altri tempi, un centrocampista/difensore che in tutta la carriera non subì nemmeno un’ammonizione, un gentiluomo di un calcio che scomparve pian piano, sepolto dalle star dei decenni successivi. 105 partite con la maglia della Nazionale inglese, di cui è stato capitano per un record di 90 volte, Wright giocò l’intera carriera con la maglia arancione (splendida) del Wolverhampton, per un totale di 490 partite. Provò anche l’avventura da manager in seguito al ritiro, 4 anni all’Arsenal dal 1962 al 1966, per poi spegnersi nel 1994, lasciando nei tifosi dei Wolves e del calcio d’altri tempi un vuoto nel cuore. Quella statua fuori dal Molineux (consiglio: se potete, andateci, perchè merita) è posta a ricordo di Wright, ma anche a ricordo di quell’avventura irripetibile, un’avventura che cambiò la storia del calcio europeo e di cui spesso ci si dimentica, magari avendo davanti agli occhi i Wolves attuali che lottano ogni anno per sopravvivere in Premier. E se penso, in quel grigio pomeriggio d’estate e grazie a quei due addetti del negozio, di aver calcato quel prato, di un Molineux rinnovato, certo, ma pur sempre tale, la scenografia che fece da sfondo a una leggenda, beh, mi perdonerete ma ripenso a Wright, Flowers e gli altri, e mi emoziono.

Around the football grounds – A trip to Blackburn

Primo post anche per questa rubrica, che vi porterà periodicamente a scoprire gli stadi inglesi, dai più moderni ai più vecchi, da quelli in uso a quelli vivi ormai solamente nei ricordi della gente e nelle fotografie/video dell’epoca, dai mastodontici impianti della Premier League ai campi di periferia delle serie inferiori. Perchè? Perchè in Inghilterra, a differenza di molti altri paesi europei, lo stadio è intimamente legato alla squadra ed alle sue vicende; lo stadio identifica la squadra e ne è il cuore pulsante. Ogni impianto ha la sua storia, le sue peculiarità, le sue vicissitudini che vengono tramandate di tifoso in tifoso e per gli amanti del calcio inglese, ogni stadio sa di autentico mito, anche quello all’apparenza più piccolo e brutto. Comincia quindi questo nostro viaggio, che si spera vi possa piacere e, perchè no, far sognare un po’ ad occhi aperti.

La prima tappa ci porta a Blackburn, cittadina di 105.000 abitanti nel Lancashire, nel nord-ovest del Regno Unito, dove si trova Ewood Park, l’impianto sede delle partite del Blackburn Rovers.

LA STORIA

Si tratta di uno degli impianti più vecchi dell’intera Premier League (il terzo per l’esattezza, dopo Craven Cottage e Stamford Bridge), aperto nel lontanissimo 1882, ormai due secoli orsono su un terreno dove già esisteva una sorta di impianto sportivo, denominato Ewood Bridge. Non fu da subito la casa dei Rovers, lo divenne a partire dal 1890 con la partita Blackburn Rovers – Accrington e da allora non è più stato abbandonato. All’epoca la concezione del posto a sedere era ben diversa da quella attuale ed infatti i seggiolini erano pochissimi: quasi tutti gli spettatori assistevano agli eventi in piedi, con numeri totali da capogiro rispetto a quelli che può contenere l’impianto attuale. Il primo vero intervento per renderlo più simile ad uno stadio come lo concepiamo attualmente avvenne nel 1903, con la copertura del Darwen End, il settore situato dietro una delle due porte, capace allora di contenere circa 12mila spettatori. Pochi anni dopo, con il chairman Laurence Cotton, inizia la costruzione del Nuttal Street Stand, dal nome della strada adiacente alla tribuna sulla base di un progetto di un importante architetto dell’epoca, già noto per aver contribuito alla costruzione di altre gradinate, Archibald Leitch (segnatevi il nome, perchè nel nostro viaggio lo ritroveremo molto spesso). La nuova ala dello stadio fu inaugurata il 1 gennaio 1907, con il Preston North End come avversario e la capacità dello stadio fu ulteriormente incrementata nel 1913, con la costruzione della tribuna opposta denominata Riverside Stand: Ewood Park poteva allora ospitare quasi 71 mila tifosi, anche se con soli 7000 posti a sedere. L’impianto inizia a prendere la forma definitiva poco prima degli anni 30, quando viene sistemato il settore opposto al Darwen End, denominato allora Blackburn End, e contemporaneamente viene coperta la Riverside Stand: il tutto rimane immutato per la gran parte sino agli anni 80, salvo l’importante aggiunta, nel 1958, dell’impianto di illuminazione inaugurato in un’amichevole con il Werder Brema.

Ewood Park agli albori della sua storia

Negli eighties alcuni eventi (un piccolo incendio nel Nuttal Street Stand) e la presa di coscienza sulla sicurezza portarono al rinnovamento delle tue tribune: per la Nuttal Street Stand si trattò di un ammodernamento, mentre la Riverside Stand fu rasa al suolo e ricostruita sostituendo per gran parte il legno di cui era fatta grazie al prezioso contributo dell’industriale Jack Walker, amico del presidente di allora Bill Fox, che fornì i materiali necessari alla realizzazione del progetto, nato dopo l’incendio allo stadio del Bradford City. E lo stesso Jack Walker, negli anni 90, acquistò il club con l’intento anche di trasformare del tutto Ewood Park: tra il 1992 e il 1994 lo stadio viene completamente stravolto, facendo nascere l’Ewood Park attuale, un piccolo gioiellino all’interno del Lancashire.

L’IMPIANTO ATTUALE

Attualmente Ewood Park può ospitare 31.367 spettatori, ed assieme vediamo qualche dettaglio sugli attuali settori.

L’attuale Ewood Park

THE JACK WALKER STAND

Nata dal rifacimento del Nuttal Street Stand negli anni 90, la tribuna prende il nome dal leggendario presidente Jack Walker, padrone del club tra il 1991 e il 2000, anno della sua morte. A lui è dedicata la stand più importante dell’impianto, giustamente visto che si tratta della persona che ha costruito la squadra in grado di vincere la Premier League nel 1994-95, ultima e unica outsider a riuscirci. All’interno della stand troviamo gli executive box, le media room, le sale dell’hospitality e gli spogliatoi per le squadre; la capienza è di 11 mila posti, ovviamente tutti a sedere e rigorosamente coperti, vicinissimi al campo in grado di garantire una visuale fantastica da ogni punto.

Jack Walker Stand

THE RONNIE CLAYTON BLACKBURN END

Anche questa parte dello stadio è stata rifatta sostanzialmente da zero negli anni 90, nel corso della ricostruzione voluta da Jack Walter ed attualmente consta di 8000 posti a sedere coperti divisi in due anelli: il superiore è dedicato alle famiglie, quello inferiore è la sede dei tifosi più hardcore della squadra. A separare i due anelli abbiamo un’altra serie di hospitality box e all’interno di questo settore si trova anche la boardroom originariamente compresa nella Nuttall Street Stand, smontata e ricostruita qui. I nomi del settore sono due: quello storico, Blackburn End, nasce dal fatto che dietro il settore c’è proprio la cittadina di Blackburn e non a caso i tifosi locali ne han fatto la loro casa; il secondo è quello di Ronnie Clayton, storica bandiera del club tra gli anni 50 e 60, con più di 600 presenze con il club e 35 con la nazionale. La dedica del settore a lui è recentissima, avvenuta con una breve cerimonia nell’agosto del 2011 alla fine del primo tempo della prima partita della stagione 2011/12 della Premier League. Al di fuori del settore si può inoltre trovare ed ammirare la statua dedicata all’ex presidente Jack Walker, nonchè l’immancabile megastore della squadra, luogo dove ogni fan della squadra almeno una volta l’anno fa una visita per procurarsi la maglia della squadra, rigorosamente originale.

La statua di Jack Walker che vi accoglie al Ronnie Clayton Blackburn End

THE RIVERSIDE STAND

Si tratta della parte più vecchia (e anche contestata) di Ewood Park: è un’unico rettilineo che può ospitare circa 4000 mila spettatori la cui struttura originaria nasce dal rifacimento a cui abbiamo accennato precedentemente, avvenuto negli anni 80. A disturbare parzialmente la visuale ci sono, nella più classica delle tradizioni inglesi, i pali di sostegno della copertura, soprattutto per gli spettatori delle ultime file. Sul lato confinante con il Darwen End si trova anche il jumbotron che aggiorna gli spettatori su risultati, formazioni e tutto quanto ci possa essere di contorno ad una partita. Il settore inoltre è quello che in futuro dovrebbe venir rinnovato, anche se non vi sono piani precisi e definiti, ma solo l’idea di aggiungere circa 9000 mila posti portando la capienza totale dello stadio a 40 mila.

Il Riverside Stand, la parte storica dello stadio

THE WEC GROUP DARWEN END

Il vecchio e il nuovo caratterizzano il nome di questo settore: il Wec group infatti è uno degli sponsor della squadra, proseguendo nella tradizione moderna (orrenda) di rinominare stadi o settori a seconda di chi paga; Darwen End invece è il nome originale, derivante dal fatto che a circa un miglio di distanza, dietro la tribuna, si trova l’omonima cittadina. Anche questo settore, e l’area retrostante, sono stati ampiamente rivisti negli anni 90, portandolo alla forma attuale con circa 8000 posti a sedere e una struttura simile al Blackburn End. Qui circa 4000 posti, nell’anello superiore, sono dedicati al settore ospiti, gli altri al pubblico locale con altre hospitality suite e soprattutto la sede della Rovers Radio. Al di fuori del settore troviamo inoltre il Blackburn Rovers Indoor Centre, struttura dedicata alla promozione del calcio giocato ed allenato per i giovani.

Il Darwen End visto dalla Jack Walker Stand

L’ATMOSFERA

Non essendoci stato personalmente, come in molti stadi che vi presenterò nel corso dell’avventura sul blog, qui troverete una sorta di riassunto e video dei fans durante i match ad Ewood Park. I tifosi dei Rovers sono descritti come passionali, fedeli al club, ma non in grado di creare quell’atmosfera elettrizzante che si respira e si percepisce anche attraverso la tv in molti stadi d’oltremanica; lo stadio comunque è sempre abbastanza pieno, con un discreto colpo d’occhio (la scorsa stagione le partite dei Rovers hanno portato ad Ewood Park 25 mila persone in media).  Le partite più calde sono quelle con le squadre rivali, tra cui la più acerrima è quella con il Burnley (potete apprezzare l’atmosfera nel video sottostante), in quello che è conosciuto come l’East Lancashire Derby, una delle rivalità più storiche della nazione.

Altre rivalità importanti, nelle quali si può apprezzare un’ottima atmosfera allo stadio, sono quelle con il Bolton, il Manchester United ed il Preston; in generale tuttavia Ewood Park è conosciuto tra i tifosi come una trasferta che chiunque può fare e questo, personalmente, lo apprezzo tantissimo. Leggendo le testimonianze in rete gran parte dei tifosi che, da neutrali o ospiti, arrivano ad Ewood Park, riconoscono una buona ospitalità ai locali ma una scarsa capacità canora e un’atmosfera abbastanza piatta. Tuttavia, nell’ultimo periodo, i tifosi dei Rovers sono saliti alla ribalta per le pesanti contestazioni, vocali e tramite gesti plateali (non violenti, ovviamente) verso il manager Steve Kean, che viene invitato ad andarsene in ogni modo: cori, sit-in di protesta, striscioni ed addirittura un aereo affittato per 90 minuti fatto sorvolare su Ewood Park durante una partita con lo striscione Steve Kean vattene attaccato in coda (come nelle nostre località balneari, per intenderci).  Una protesta che ha decisamente toccato vette davvero fantasiose.

CURIOSITA’ E NUMERI

Il campo di Ewood Park è leggermente rialzato rispetto al fondo del terreno, con i giocatori che ogni volta per battere rimesse laterali e corner si trovano a dover fare una sorta di scalino.

Nella sua storia Ewood Park è stato anche un impianto multifunzionale, soprattutto all’inizio della sua vita quando ha ospitato gare di atletica ed anche le corse dei levrieri inglesi. Più recentemente è stato sede della finale degli Europei femminili di calcio del 2005 nonchè di numerose partite dell’under 21 inglese. Nell’ormai lontano 2002, infine, ha avuto anche l’onore di ospitare gli All Blacks in un test match di rugby in terra inglese.

Capacità: 31.367 posti a sedere

Misure del campo: 115 x 76 metri

Record attendance: 62.522 (1929 – Fa Cup)

Record attendance attuale: 30.895 (1995 Premier League – vs Liverpool)

FONTI
Football ground guide
Groundhopping
Wikipedia
Blackburn Rovers official site