Alan Shearer – prima parte

“You never get fed up scoring goals”

Ci sono storie difficili da raccontare, perchè ci coinvolgono emotivamente. Per esempio narrare le gesta del tuo idolo, di quello che sarà sempre il tuo unico idolo. Ci proveremo, senza assicurarvi nulla. Si dà il caso però che questo signore qui sia l’idolo di parecchi appassionati di calcio inglese e no, per cui in molti si riconosceranno in questo sentimento, in molti capiranno. Alan Shearer, sì, lui. Quello che alzava il braccio destro per esultare, come se le esultanze stravaganti non fossero mai esistite e il calcio fosse ancora quello degli anni ’30. Quello che, a prima vista, sembrava uno che aveva cominciato a giocare a calcio mercoledì scorso con gli amici. Poi però segnava da tutte le posizioni, in tutti i modi: di rapina, al volo, di testa, da trenta metri, e allora ti ricredevi, ti meravigliavi, ti innamoravi. Un attaccante “vecchio stile” come ci suggerisce il nostro amico Roberto Gotta. Niente tatuaggi, niente avventure alla Gascoigne, niente di niente; anche in campo: pulito, essenziale, micidiale, non sempre aggraziato, ma micidiale. Niente giochetti di gambe, niente dribbling spettacolari. Solo goal, come se piovesse.

GLI INIZI
“I didn’t watch cartoons. I was too busy playing football”

Alan Shearer nasce a Gosforth, Newcastle-upon-Tyne, il 13 Agosto 1970 da Alan e Anne Shearer, classe operaia del nord dell’Inghilterra, e a Newcastle non è che ci fossero molte alternative, a Gosforth poi, quartiere povero della città, non ne parliamo. Il padre, fiero operaio del nord-est, vorrebbe indirizzare il figlio verso lo sport dei ricchi: il golf! Per fortuna Alan la pensa diversamente e fa cambiare idea anche al padre: a lui piace il calcio, che peraltro è da sempre orgogliosamente lo sport degli operai. A Newcastle, poi, the Beautiful Game è una religione, tanto che, forse ve ne sarete accorti, nonostante una squadra sì famosa e con qualche trofeo ma non tra le più vincenti, il St James Park è il terzo stadio di club per capienza sul suolo d’Albione, ed era il secondo prima che venisse costruito l’Emirates. Ovviamente il nostro viene a contatto con questo mondo, e la passione per le maglie bianco-nere del Newcastle United crescerà in lui di pari passo alla statura e al talento, che iniziò ben presto a mettere in mostra. Ribadiamo meglio il concetto, visto che viviamo un mondo di leccaculo che, appena arrivano in una squadra, dichiarano “tifo X fin da bambino”: Shearer, che avrebbe avuto vita facile a dichiarare “tifo Newcastle” visto che lì è nato e sarebbe stato comunque difficile non credergli, un magpie lo è sempre stato, al punto di fare la fila fuori da St James Park il giorno della presentazione di Kevin Keegan e farsi immortalare con quello che, ironia della sorte, un giorno sarà il suo allenatore. All’epoca Alan aveva 12 anni; un anno dopo sarebbe stato notato da un osservatore mentre giocava nella rappresentativa giovanile locale, il Wallsend Boys Club. Al Wallsend Alan arrivò dopo una brillante carriera scolastica. Brillante sui campi da gioco, ovviamente. Il giovine Shearer venne anche selezionato per giocare nel Newcastle City Schools team, la squadra che univa i migliori talenti scolastici della zona, con i quali prese parte a un torneo a St James Park, il primo assaggio di un campio che imparerà a conoscere, e bene. Torniamo all’osservatore che lo notò giocare con il Wallsend. Mr Jack Hixon, classe 1921, già ferroviere, suggeriva talenti del Nord-Est a diverse squadre: principalmente Burnley, ma anche Ipswich Town, Sunderland, e…Southampton. Mr Hixon è deceduto pochi anni fa, all’età di 88 anni, e Alan Shearer non ha tardato a rendere omaggio a quello che è diventato negli anni suo amico e mentore: “Jack was a lovely man and totally dedicated. We were very close and he will be sadly missed”. Nei due anni successivi, infatti, Hixon prese il ragazzo sotto la sua ala protettrice, si guadagnò la fiducia dei genitori – il vero duro compito del talent scout – e lo portò così a svolgere una serie di provini per squadre pro; West Brom, Manchester City, lo stesso Newcastle (si dice che i tecnici dei Magpies lo videro giocare solo in porta, per questo lo scartarono; e li pagavano pure…) e soprattutto Southampton: Aprile 1986, Alan mette gli scarpini in valigia e va nell’Hampshire, a miglia di distanza dalla sua Newcastle.

SOUTHAMPTON (1986-1992)
“the making of me”

Shearer arriva a Southampton, come detto, nell’Aprile del 1986, all’età di quindici anni, quasi sedici per la verità, ed entra come si conviene a un ragazzo di quell’età nel settore giovanile dei Saints. La scelta fu dettata, oltre come possiamo immaginare dall’interesse mostrato dal Southampton nei suoi confronti, dall’ottimo feeling che il giovane Shearer intuì ci fosse col coaching staff (Dave Merrington, il coach, era nativo di Newcastle anch’egli), oltre che dal fatto che altri ragazzi del North-East avevano firmato per i Saints. La prima stagione di Shearer nella giovanili del Southampton fu corredata da una marea di goal, tant’è che Merrington provò a suggerirlo già allora alla prima squadra, rendendosi conto che, oltre al talento, quel ragazzo aveva in se una maturità straordinaria per essere un teenager (qualità che gli riconoscevano in tanti, per la verità). Shearer non venne aggregato in quella sua prima stagione alla prima squadra, ma poco male, ci sarebbe stato tempo, e già dalla stagione successiva Alan cominciava a fare la spola tra squadra giovanile e squadra riserve. Finchè arrivo il 26 Marzo 1988: quel giorno Alan si aggregò al Southampton e cominciò la partita a Stamford Bridge contro il Chelsea dalla panchina, salvo subentrare e fare così il suo esordio ufficiale nel calcio che conta. Cominciava una storia lunga 18 anni, una storia che già da subito si fece interessante, facendo presagire che non ci si trovava di fronte al solito giovane di belle speranze e nulla più. 9 Aprile 1988, Southampton-Arsenal, come scenografia il magnifico e insostituibile The Dell. Shearer è nell’undici iniziale. Cinque minuti e arriva il primo goal di tanti, tantissimi che seguiranno; goal che a fine partita saranno tre, e a 17 anni e 240 giorni Alan diventa così il più giovane giocatore di sempre a portarsi a casa il pallone della partita, spazzando via dal libro dei record Mr Jimmy Greaves, il principe inglese del goal. Quella stagione Shearer giocò solo altre tre partite, senza segnare, ma le notizie arrivarono fuori dal campo. Firmò il suo primo contatto professionista e una sera in un pub conobbe Lainya, che sarebbe diventata la compagna di una vita; proprio a casa dei genitori della ragazza, Shearer si trasferì in quella sua seconda stagione nella costa sud. La terza stagione a Southampton fu nuovamente fatta di apparizioni col contagocce in prima squadra, per un totale di dieci partite e zero goal. Non esattamente una stagione da ricordare, che però non offuscò l’attenzione che i tecnici dei Saints riponevano sul ragazzo, tant’è che il 1989/90 si aprì con Shearer in pianta stabile in prima squadra. Stagione più fortunata, con 26 presenze e 3 goal, bottino magro giustificato dal tipo di gioco richiesto a Shearer, che sostanzialmente fungeva da centravanti di manovra, al centro dell’attacco  e con il compito di favorire gli inserimenti dei due esterni, uno dei quali rispondente al nome di Matthew Le Tissier. Stessi compiti, più o meno, che dovette svolgere anche nell’anno successivo, 36 presenze e 4 goal, e il premio di giocatore dell’anno per i tifosi. Ora, rispettiamo le decisioni dell’allenatore, ma non intuire e valorizzare la vena realizzativa di Shearer non depone molto a favore di Chris Nicholl, manager fino a quella stagione (venne sostituito da Ian Branfoot). Shearer venne convocato nella Nazionale under-21 che prese parte al torneo di Tolone, e qui sì che le qualità vennero sfruttate appieno: 7 goal in 4 partite ne fecero il miglior giocatore del torneo. A quel punto anche a Southampton si accorsero che quel geordie aveva il goal nel sangue, e finalmente ne liberarono la vena realizzatrice: 13 goal nella stagione 1991/92 e la chiamata in Nazionale maggiore. Esordio, goal: dubitavate? Contro la Francia perdipiù e per lui, inglese e fiero di esserlo, non ci sarebbe potuta essere vittima migliore. Il telefono dell’ufficio di Branfoot iniziò a squillare sempre più di frequente. Dall’altra parte del telefono manager di altre squadre interessati a quel ragazzo di 22 anni. Anche Alex Ferguson, anzi specialmente Alex Ferguson, la cui voce divenne famigliare a Branfoot, in quell’estate “the most popular manager in England” ma non per meriti sul campo. La cessione divenne inevitabile, visto che quel dannato telefono continuava a squillare. Soldi e giocatori: “we are in the driving seat“, decidiamo noi. Nuovo squillo: Jack Walker, milionario presidente del Blackburn Rovers, deciso a riportare la squadra agli antichi fasti. 3.6 milioni di sterline e David Speedie. Impossibile dire no, anche se Speedie nell’Hampshire non voleva andarci. Andarono a trovarlo a casa per convincerlo. Shearer invece lo convinsero facilmente: 300.000 sterline all’anno il figlio di un operaio di una fonderia che tornava a casa con le mani nere e segnate non le rifiuta. Era fatta: Alan Shearer andava nel Lancashire per il trasferimento più costoso del calcio inglese. Non aver potuto godere della coppia Shearer-Le Tissier rimane uno dei rimpianti più grandi in quel di Southampton, e non solo.

BLACKBURN ROVERS (1992-1996)
“Football’s not just about scoring goals – it’s about winning”

Kenny Dalglish si ritrovò per le mani il miglior attaccante inglese degli ultimi ventanni (e forse oltre…) che però, sfiga, si ruppe il legamento anteriore destro a Dicembre. Il biglietto da visita recitava comunque 16 goal nelle 21 partite disputate, roba da farsi crescere i baffi – che King Kenny non ha – e leccarseli. La seconda stagione ‘sto geordie, che sembrava un attaccante preso dagli anni ’50 e catapultato nel futuro ed esultava col braccio alzato, gli segnò 31 goal in 40 partite (la Premier era ancora a 22 squadre), vincendo il premio di Giocatore dell’anno per i giornalisti. In tutto ciò il Blackburn terminò secondo in classifica e a quel punto King Kenny bussò alla porta di Walker per dirgli: “manca poco”. Già, manca poco. Poco? Poco. Solo che quel poco significava convincere Walker a sborsare altre sterline, anche se i soldi non erano una preoccupazione per un uomo da 600 milioni di sterline di patrimonio. Dalglish, con sterline di Walker al seguito, andò nell’East Anglia, a Norwich, e tornò a Blackburn con Chris Sutton. S.A.S, Shearer and Sutton, lo stesso acronimo delle forze speciali del Regno Unito. 34, tre-quattro, goal per Alan, 15 per Sutton, e poi quell’ultima giornata di campionato, una delle più elettrizzanti. Blackburn sconfitto a Liverpool, Manchester United impegnato al Boleyn Ground e fermo sull’1-1, che sarà anche il risultato finale. Festa grande nel Lancashire. Chiesero ad Alan Shearer: “come festeggerai il titolo?” Risposta: “dipingendo lo steccato”. Con il Rovers disputò anche una UEFA e una Champions League, senza grosse soddisfazioni, anzi. Continuava a segnare ma era chiaro che quello era un evento da once in a lifetime, e quel titolo rimarrà infatti l’unico della carriera di Alan Shearer e l’ultimo nella storia del Blackburn Rovers. La stagione 1995/96 alzò quel dannato braccio destro, la cui visione era l’incubo dei difensori d’Oltremanica, 31 volte in 35 partite, ma al Blackburn aveva fatto tutto ciò che poteva fare. La storia l’aveva scritta, e che storia. Mezza Europa lo voleva, anche perchè di mezzo ci furono gli Europei 96, di cui parleremo a parte. In Inghilterra Ferguson, che se l’era già visto soffiare da sotto il naso nel ’92 ed è uno che tendenzialmente odia perdere, era disposto a follie per lui. Follie. Il Blackburn accettò l’offerta dello United, e anche quella di un altro club inglese: il Newcastle United. 15 milioni di sterline, quindici. Newcastle, la città natale di Alan certo, ma Shearer, pressato da Fergie, stava per crollare: con quattro anni di ritardo sarebbe stato un Red Devil. Manager del Newcastle era Kevin Keegan, lo stesso per cui Alan da ragazzo faceva la fila per un autografo. Gli chiese un ultimo incontro faccia a faccia: o ti convinco, oppure ok, vai pure ad Old Trafford. Da una parte i trofei, la gloria, un manager che si intuiva stesse vergando pagine di storia del calcio. Dall’altra la città natale, l’idolo del ragazzetto Shearer, e poco altro da offrire. Incredibilmente, lo convinse. Scelse l’opzione B, aggiungendo il tocco romantico ad una vicenda calcistica straordinaria. Con i Magpies non vincerà nulla, ci andò vicino, certo, ma le bacheche non tollerano i “quasi”, eppure la sua immagine rimarrà indelebilmente legata alla maglia bianconera. Inevitabilmente. Un Don Chisciotte Geordie che combatterà a suon di goal quei mulini a vento mancuniani che aveva rifiutato. Non poteva vincere, ma per certi versi vincerà lo stesso.

Ci vediamo qui, per la seconda parte.

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Matthew Le Tissier

Un giocatore, una squadra

Cosa dire? Mi è venuta in mente, grazie ad alcuni amici di Twitter, la possibilità di fare post dedicati a singoli giocatori, e ho deciso di partite da uno dei più grandi, che siccome non ha giocato nel Manchester United (anzi, “Manchester” e basta come lo chiamano qui, dimenticandosi del City) non se lo fila nessuno in questo Bel Paese che ci ospita: Matthew Le Tissier. Quando si pronuncia il nome di Le Tissier si pronuncia automaticamente quello del Southampton, e viceversa, visto che in pochi altri casi si ha un’identificazione così forte tra giocatore e club in cui ha militato. Per i tifosi del Southampton, squadra storica (ma è difficile trovarne una senza storia in Inghilterra..) ma non propriamente abituata a vivere grandi successi o a veder tra le proprie fila grandi giocatori, Le Tissier è il Giocatore con la G maiuscola, il più grande ad aver indossato la maglia, bellissima, a righe bianco-rosse; perchè è vero, anche Shearer è passato da quelle parti, ma la gloria l’ha data a quelli del nord, Blackburn, Newcastle, non ai Saints. E soprattutto non ha dedicato un’intera carriera alla causa del Southampton.

Matthew Le Tissier nasce a St. Peter Port, Guernsey il 14 Ottobre 1968. Guernsey è un comprensorio di isole sotto protettorato britannico più vicino alle coste della Normandia che a quelle inglesi, e di fatto non appartiene allo United Kingdom: sua Maestà è tenuta soltanto a garantirne la difesa militare. Si parla un po’ inglese, un po’ francese, per cui Matthew Le Tissier è un giusto mix figlio di quell’isola di frontiera. Inizia a giocare a calcio, lo fa piuttosto bene, tanto che l’Oxford United (che non era disastrato come ora, negli anni ’80 mise in bacheca anche una Coppa di Lega) se ne accorse e lo chiamò per un provino, salvo poi scartarlo, si dice a causa di un peso forma non idoneo (un complimento a quei responsabili del settore giovanile mi sento di farglielo a posteriori), una caratteristica fisica che si portò dietro per tutta la carriera, a braccetto con un bel “chissenefrega”. L’anno dopo quel provino fallito con l’Oxford United, andò meglio al giovane Matt, che pose nel 1986 la firma su un contratto con il Southampton, che se ne infischiò del peso e, facendo un calcolo che a calcio si vince con i piedi + il piede di Le Tissier cantava calcio come Dante declamava poesia = lo reclutò. Aveva inizio in quel momento la leggenda di “Le God”.

Le Tissier ha dedicato 26 anni al Southampton, ininterrottamente dal 1986 al 2002, con 162 goal in 443 partite, giocate con quell’aria da avventore del pub dietro casa che lo rendeva unico quasi più del suo piede. Il piede, o meglio, i piedi, visto che calciava benissimo sia di destro sia di sinistro. Parliamone. Xavi Hernandez, uno che di piedi se ne intende, ha dichiarato al Sun il 5 Giugno 2010: “The man I absolutely loved watching as a kid was Matt Le Tissier after seeing the highlights on TV of his extraordinary goals. His talent was out of the norm. He could dribble past seven or eight players but without speed — he just walked past them. For me he was sensational“. Le Tissier era un genio del calcio, mettiamolo subito in chiaro se non si fosse capito, a mio avviso uno dei più grandi talenti ad aver calcato i campi da gioco, lo dico senza paura di incorrere in figuracce. E lo dico nonostante la bacheca di Le Tissier sia vuota, perchè ultimamente si valuta la forza di un giocatore in base a cosa vince, una cosa assurda perchè se Messi giocasse nel Nice difficilmente vincerebbe 2 Champions in 3 anni. Ma basta averlo visto giocare per rendersi conto di quanto fosse forte Matt Le Tissier, con un fisico che di calciatore non aveva nemmeno l’1% e che nonostante ciò portava a spasso avversari per tutti i campi d’Inghilterra, e per 8 volte (poche, le presenze nell’Inghilterra) anche d’Europa.

Alla quarta stagione nelle fila dei Saints, Le Tissier si aggiudicò il premio di Giovane dell’Anno con 20 goal in 35 partite. In tutta la carriera è andato 7 volte in doppia cifra, e 3 volte raggiunse i 20 goal (il picco nel 1993/1994 con 25 realizzazioni); d’altronde quello di finalizzatore non era il suo ruolo, era più un centrocampista offensivo, seconda punta, anche se la definizione che rende meglio è quella di genio, e il genio è, per definizione, sregolatezza, non si può classficare, non gli si possono dare dei confini precisi e rinchiuderlo entro questi. Tuttavia, contando anche le coppe, Le Tissier raggiunse la doppa cifra complessiva di goal in 11 stagioni, segno che il suo contributo realizzativo (scusate, volevo usare questo termine molto in voga) era comunque notevole. Purtroppo, unico neo nella lunga carriera, solo 8 caps nella Nazionale inglese non gli han permesso di segnare goal con la maglia bianca con i tre leoni cuciti. Peraltro, essendo nato su un’isola, la legislazione a riguardo gli ha permesso di scegliere che Nazionale rappresentare, optando per l’Inghilterra, con la leggenda che vuole avesse scelto la Scozia in un primo momento, nonostante le smentite della Federazione scozzese.

Genio del calcio. La domanda di tutti è: perchè l’intera carriera nel Southampton? Io non so rispondere a questa domanda, e l’interesse verso Le Tissier non è mai mancato. Manchester United, Arsenal, Tottenham con cui si dice avesse addirittura firmato il contratto nel 1991 salvo poi strapparlo, perchè non se la sentiva di tradire il suo pubblico, casa sua, o perchè non riteneva di doversi dedicare alla vita da professionista, preferiva allenarsi poco e giocare nel Southampton che sgobbare nel Tottenham, e peraltro Southampton era “vicino” alla sua Guernsey. D’altronde basta guardarlo in faccia, non ha mai avuto il volto di chi potesse alzare una Coppa dei Campioni, Le Tissier è nato per essere l’eroe degli sfigati, detto bonariamente, per essere l’amico con cui vai a bere una pinta di birra e che casualmente ha i migliori piedi d’Inghilterra, come poteva uno così essere l’eroe di giapponesi impazziti all’areoporto di Tokyo? Semplicemente, non poteva. E credo sia giusto così. Una scelta di vita, in un mondo in cui si parla spesso a sproposito di bandiera. Una storia che ha raggiunto il suo culmine il 19 Maggio 2001, Southampton-Arsenal 3-2, l’ultima partita al The Dell, il bellissimo The Dell, con goal del 3-2 proprio di Le Tissier, ultimo goal in quello stadio da lì a poco demolito, ultimo goal di Le God con i Saints. La stagione successiva, 2001/2002, la prima giocata nel nuovo impianto, il St. Mary’s, fu anche l’ultima di Le Tissier, e finì con 0 goal in sole 4 partite, con un fisico che ormai aveva detto basta.

La leggenda di Le Tissier, una vita nel Southampton, nessun trofeo in bacheca, due piedi che davano emozioni, 48 rigori segnati su 49 calciati, un fisico da Domenica mattina al parco, la dimostrazione che non servono titoli per fare la storia, non serve giocare nel Liverpool o non Barcellona, ma basta il talento puro, anche se hai indosso quella bellissima maglia bianco-rossa che per molti non significa nulla, ma che qualcuno l’ha resa immortale, a modo suo. Una storia che difficilmente rivedremo, che va conservata tra le meraviglie del football, custodita gelosamente e ricordata con la pelle d’oca.

P.S. Le Tissier ha confessato, primo e unico giocatore della Premier, la partecipazione ad alcune scommesse, peraltro con esiti non del tutto favorevoli e non sempre pro-Southampton. Ma è altra storia, era solo giusto accennarlo.

PPSS vi consiglio http://loziodiholloway.blogspot.com/2010/10/umano-troppo-umano.html il più bel pezzo su Le Tissier che ho letto