Writing the History: la storia del Leicester City

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Leicester City Football Club
Anno di fondazione: 1884
Nickname: the Foxes
Stadio: King Power Stadium
Capacità: 32.000

Che bello che era Filbert Street. Anzi, di più: in assoluto il mio stadio preferito di Premier League, forse a pari merito con The Dell. Poi un giorno di primavera lo hanno demolito, rimpiazzandolo con uno stadio come tanti, fotocopia architettonica di Pride Park, St.Mary’s, Ricoh Arena e una marea di altri stadi inglesi, come se oltre alla storia del football gli scozzesi non avessero contribuito a quella degli stadi con quel genio assoluto di nome Archibald Leitch, che sebbene non fosse il firmatario del progetto Filbert Street, da lassù avrà sicuramente scosso la testa.
Filbert Street era la casa del Leicester City Football Club, East Midlands, dignitosa classe operaia mai andata realmente in Paradiso. A Leicester ci si arriva facilmente via aereo dall’aeroporto internazionale delle East Midlands, situato a Castle Donington. Si dà il caso che gli appassionati di motori abbiano sentito parlare di tale località, fino ad oggi l’attrazione più conosciuta del Leicestershire. Diciamo che tale aeroporto tornerà utile anche per escursioni calcistiche europee….
Leicester, calcio o non calcio, è però la città del rugby. I Leicester Tigers sono una delle principali squadre d’Europa, con una bacheca che fa rabbrividire anche chi, come il sottoscritto, di rugby non capisce nulla e non distingue una mischia da una touche. E a rugby si giocava, eccome se si giocava, anche nel tardo 1800, quando ormai il calcio esisteva già da anni e aveva fatto proseliti in tutto il Paese.
Oddio, qualche realtà amatoriale qua e là, a Leicester, la si trovava, frutto soprattutto della passione di alcuni studenti locali, della Wyggeston e della Mill House School su tutti. Nell’anno del Signore 1884, proprio alcuni ex alunni della Wyggeston fondarono un nuovo club, in un giardino dall’altra parte della strada, una strada che portava (e porta) il nome di Fosse Road South. Piccola digressione: la strada traeva origine da una via romana, che da Exeter, passando per Bath, Cirencester e Leicester, portava a Lincoln ( i romani torneranno clamorosamente alla fine di questa storia, o almeno un discendente di essi). Nome del neonato club: Leicester Fosse.
Fosse significa colloquialmente moat/ditch, ovverosia fosso o fossato. Non esattamente un nome da scolpire nell’Olimpo del calcio, ma gli alunni avevano fondato il club, non si poteva pretendere per forza altrettanta inventiva nel nome. Il paradosso? A Fosse Road giocheranno una e una sola partita, mentre il nome se lo porteranno dietro fino al 1919, quando a un illuminato venne l’idea di chiamare l’ambaradan “City”, scontato ma quantomeno più gradevole all’udito (al tempo Leicester era appena stata innalzata allo status di città).
L’inizio fu la solita girandola tra leghe più o meno regionali, tra cui la principale fu la Midland League, un passo sotto la Football League in cui il club ebbe il permesso di entrare nel 1894. Prima però, nel 1891, l’approdo a Filbert Street. La leggenda narra che il merito fu di una dama, Miss Westland, la quale un giorno passeggiando con lo zio nei pressi di Walnut Street ritenne che il prato ivi presente fosse appropriato per il Leicester. Quali legami la dama intrattenesse con il club non è dato sapersi, ma la sua idea fu approvata, e per più di un secolo quella divenne la dimora della squadra, che all’epoca sfoggiava una divisa stile Tottenham (passerà al blu a partire dal 1899 e non lo lascerà più).
Pellegrinaggio concluso, dopo aver cambiato cinque stadi in pochi anni. Se i primi vennero scartati in quanto non recintabili (con conseguenza di spettatori non soggetti al pagamento dell’ingresso), Belgrave Ground sembrava poter diventare la casa per gli anni a venire. Un bell’impianto, talmente bello che il potente Lecester Rugby Club lo comprò e diede il benservito ai cugini calciofili. Ecco il perchè l’idea di Miss Westland fu così importante…
Torniamo al club. Come se non bastasse il nome Fosse, all’epoca il club era soprannominato Fossils. Praticamente, i Fossili che giocavano nel Leicester Fossato. Urca. Fortuna volle, e tutti coloro che transiteranno in futuro dalle parti di Leicester ne saranno e sono grati, che il passaggio a Filbert Street ebbe come effetto anche un cambio nel nickname, che divenne, per l’appunto, the Filberts. Nome che piaceva come no. Il giornale locale, il Mercury, propose the Royal Knuts, perchè Filbert è il nome appunto di una nut, la nocciola. Scartato. In clamoroso aiuto vennero i vicini di casa e mai troppo amati abitanti di Nottingham, che tramite il locale Post proposero termini associati alla caccia, pratica diffusa nelle verdi colline del Leicestershire: hunters, tanners, e così via. Il resto è storia, ovvero il perchè da quel momento in poi (siamo negli anni ’40) verranno conosciuti come Foxes. Dal 1948/49 fa la comparsa nello stemma sociale la volpe, dove tuttora campeggia.
Sul campo non è che si stesse scrivendo la storia. Il club fece il glorioso esordio in First Division nel 1908/09. Seh, glorioso anche no. Immediata retrocessione, condita da una bastonata (12-0) presa dall’odiato Forest (“Oh Nottingham, is full of s**t“), ad oggi la peggior sconfitta nella storia del Leicester e dubito verrà mai superata. Andò meglio nel decennio 1925-1935, quando l’ormai divenuto City riuscì a restare consecuitivamente in massima divisione (nel 1928/29 riuscì perfino a giungere secondo, un punto dietro allo Sheffield Wednesday), prima di una serie di quelle che in Inghilterra chiamano yo-yo seasons, ovvero annate in cui, diciamo così, si va un po’ su, un po’ giù. Quando la guerra in Europa finì, il Leicester stagnava in Division Two, con una finale di FA Cup persa nel 1949 contro l Wolverhampton, che da lì a poco avrebbe dominato il calcio inglese, e senza grandi prospettive. Almeno fino all’arrivo di Matt Gillies.
Gillies, scozzese, era, come spesso accade, un ex giocatore del club, chiamato a risolleva le sorti dalla panchina. Diventerà uno dei manager più importanti della storia del City, se non altro perchè regalò alle Foxes il primo trofeo (League Cup 1964), la prima apparizione in Europa (Coppa delle Coppe 1961/62, partecipandovi in quanto finalisti di FA Cup contro il Tottenham del Double) e una serie di grandi giocatori, da Frank McLintock a Gordon Banks fino a Peter Shilton, ed è curioso che i due più forti portieri della storia del calcio inglese abbiano giocato entrambi nel Leicester City (Shilton a Leicester vi è pure nato) – e nello Stoke City.
E poi the Ice Kings, ovvero la versione 1962/63, ad oggi (ancora per pochissimo…) la miglior edizione del Leicester City di sempre, o quantomeno a pari merito di quella della stagione 1928/29 che giunse seconda. Con Banks, McLintock, Dave Gibson, Ken Keyworth, il capitano Colin Appleton le Foxes sfiorarono il double, perdendo la finale di FA Cup e arrivando quarti in campionato, non prima però di 18 partite consecutive senza perdere, la maggior parte delle quali giocate nell’inverno più freddo che Leicester ricordi e in un Filbert Street ridotto a una lastra di ghiaccio. The Ice Kings, appunto.
Gillies si dimise nel Novembre del 1968 (andrà poi ad allenare il Nottingham Forest, casi strani della vita), e il club retrocesse quasi inevitabilmente. Nonostante tutto raggiunse la terza finale di FA Cup del decennio, la quinta finale di coppa se si contano le due di Coppa di Lega (una vinta, una persa nel 1965 contro il Chelsea), anche in questo caso uscendo alla fine sconfitto per 0-1 dal Manchester City. Fine dell’epoca d’oro di Gillies, e se per questo anche ultima finale di FA Cup ad oggi. Un record invidiabile: quattro finali, quattro sconfitte.
Un clamoroso quanto inaspettato sussulto nel 1971. Il Leicester City, in linea con la tendenza yo-yo, vinse la Division Two. Poichè l’Arsenal, campione in carica, era impegnato in Europa, la Football Association invitò le Foxes per disputare la Charity Shield contro il Liverpool vincitore della coppa. Risultato? 1-0 Leicester City, tra lo stupore di tutti. Goal di Steve Whitworth, 7 presenze in Nazionale da Coalville, Leicestershire, se mai ci fossero dubbi su cosa si facesse nella contea per racimolare qualche spicciolo e mandare avanti la baracca. Fino al 1978 fu, sospiro di sollievo, Division One.
E arriviamo agli anni ’80. Cosa resterà di questi anni ’80? A Leicester nulla, a parte l’esordio di un local boy di nome Gary Lineker, che però farà le fortune di Everton e Tottenham, persino di Barcellona, e non delle Foxes. Come sempre furono up & down years, ma questo ormai è superfluo persino scriverlo. Per risalire, e siamo nel 1991, la panchina venne affidata a Brian Little, che con i Quaccheri del Darlington aveva fatto miracoli (la battuta è uscita involontariamente, giuro). Con il Leicester ci mise un po’ più del previsto, ma ottenne quanto richiesto. Perse la finale playoff del 1992 (Backburn Rovers), quella del 1993 (Swindon Town, dopo aver rimontato dallo 0-3) ma finalmente vinse quella del 1994, 2-1 contro i rivali del Derby County: finalmente, Premier League.
Little salutò direzione Aston Villa, e ovviamente il Leicester retrocesse. Mark McGhee venne spesato, e al suo posto fu nominato manager un altro artefice di miracoli in Conference. Calcisticamente da Wycombe, Buckinghamshire, passando brevemente per Norwich, ma col cuore da Kilrea, Irlanda del Nord, Martin Hugh Michael O’Neill. E oltre alla Premier, riconquistata subito, con il nordirlandese arrivarono tre finali di Coppa di Lega, di cui due vinte; era il Leicester di Emile Heskey, Tim Flowers, Muzzy Izzet, Robbie Savage, Neil Lennon, e provate a dirmi che un po’ di nostalgia non vi è venuta leggendo certi nomi.
Il nome di O’Neill, come quello di Bocca di Rosa, passava di bocca in bocca: non c’era nessuno che non lo volesse. A differenza della contro-eroina di De Andrè, però, O’Neill non si lasciava convincere facilmente: rifiutò un’allettante offerta del Leeds (che avrebbe fatto faville nei primi anni 2000, giungendo anche a una semifinale di Champions) pur di restare a Leicester. A farlo cedere fu solo il suo cuore gaelico: quando chiamò The Celtic Football Club, dire “no” fu impossibile. A sostituirlo fu Peter Taylor, proveniente dal Gillingham e, prima ancora, dalla Nazionale under-21.
A Leicester il nome di Taylor evoca spettri, che hanno nomi e cognomi ben precisi: Ade Akinbiyi, nigeriano dal goal facile a Wolverhampton ma ritrovatosi ben presto con le polveri bagnate, Dennis Wise, nemmeno male, se non fosse che aveva 34 anni e che venne sospeso in seguito per aver aggredito un compagno, e così via per un totale di 21 milioni di sterline sperperate sul mercato. A Taylor succedette David Bassett, ma il club, alla sua ultima stagione a Filbert Street, conobbe nuovamente l’onta della retrocessione
Il nuovissimo Walkers Stadium (la Walkers è ditta produttrice di patatine nonchè sponsor all’epoca sulle maglie) venne così inaugurato in seconda serie. Piccolo particolare: la costruzione dello stadio, in qualche modo, andava finanziata, e i milioni spesi a caso nelle stagioni precedenti non aiutarono. Risultato: club in amministrazione controllata. Va anche detto che sfortuna volle che proprio in quell’anno ci fu il caos-ITV, televisione che finì essa stessa in guai finanziari avendo però, in precedenza, promesso ai club di Football League tonnellate di sterline, come se la gente all’improvviso fosse interessata al derbyssimo Plymouth-Exeter (che a noi interessa, sia chiaro e strachiaro).
La mazzata fu tale che il Leicester sprofondò. Finanziariamente il club fu salvato dall’imprenditore serbo Milan Mandaric, un girovago amante delle società di calcio che poi sarà anche proprietario di Portsmouth e Sheffield Wednesday, ma calcisticamente il declino fu inesorabile, fino alla drammatica stagione 2007/08. Tre manager si succedettero in rapida serie sulla panchina Foxes: Martin Allen, i cui rapporti con Mandaric andarono a sud ben presto fu rimpiazzato da Gary Megson, che però non resistette al richiamo del Bolton e lasciò dopo poche settimane la panchina a Ian Holloway. Holloway, che per quanto mi riguarda dovrebbe allenare il Real Madrid e dotato di ironia contagiosa quanto irresistibile, non fu però in grado di salvare il club dalla retrocessione, per la prima volta nella propria storia, in terza divisione.
A questo punto serviva una sterzata. Un nome e un cognome: Nigel Pearson. Ironia della sorte, Pearson la stagione precedente allenava il Southampton, la cui vittoria all’ultima giornata condannò proprio il City alla retrocessione. La campagna fu un successo: 23 partite senza perdere, Matty Fryatt capocannoniere con 32 reti e promozione agguantata con 96 punti. A questo punto a Pearson quasi riuscì il back-to-back, perdendo la semifinale dei playoff di Championship la stagione successiva, prima di giungere alla conclusione che il mare dell’East Riding of Yorkshire gli aggradasse di più delle colline del Leicestershire. Via Pearson direzione Hull, dentro Paulo Sousa.
L’attuale allenatore della Fiorentina durò la bellezza di 9 partite, sostituito da Sven Goran Eriksson, sulla cui carriera non devo dirvi nulla che già non sapete. Nelle more il club passò in mano a Vichai Srivaddhanaprabha, tycoon thailandese proprietario della King Power, società leader nel duty-free. Eriksson non fece faville, un onesto decimo posto prima della rescissione di contratto. Siamo nel Novembre 2011, e sulla panchina torna Pearson. Che il Leicester sia destinato a grandi cose lo dice il proprietario, e il campo lo conferma. Nel 2012/13 solo il finale più pazzesco di sempre priva le Foxes della promozione: Anthony Knockaert sbaglia il rigore che condannerebbe il Watford e spedirebbe in finale di playoff i suoi, e sul contropiede seguente gli Hornets trovano il goal. Il video di tutto ciò fece il giro del Mondo, comprensibilmente. The beautiful game.
Da mazzate del genere è difficile rialzarsi, ma la stagione successiva si rivelò un trionfo. Promozione diretta e mai in discussione, con i goal di David Nugent e di un ex operaio di Sheffield, Jamie Vardy, acquistato direttamente dal Fleetwood con il qualche aveva vinto la Conference. Diede un piccolo ma apprezzato contributo anche uno sconosciuto franco-algerino di nome Riyad Mahrez. E poi Wes Morgan, Kasper Schmeichel, Danny Drinkwater, Andy King, nomi da ricordare.
Il ritorno in Premier League è storia recente, compresa la grande fuga, The Great Escape, che la stagione 2014/15 ha permesso al Leicester di salvarsi, nonostante gran parte del campionato passato in fondo alla classifica. Ancora una volta un miracolo di Pearson, venerato dai tifosi e praticamente intoccabile. O forse no? Pearson, complice anche una brutta vicenda riguardante il figlio-giocatore e festini a luci rosse, è stato spesato: la porta è da quella parte. Srivaddhanaprabha è sommerso da critiche provenienti da ogni dove: tifosi, stampa, ex giocatori come Gary Lineker. Nella vita ci vuole culo, poco da fare, ammesso che il thailandese non sia un veggente. Per motivi oscuri viene scelto Claudio Ranieri, un romano, come quelli che tracciarono Fosse Road, un gentiluomo del calcio reduce però da un’esperienza orribile sulla panchina della Nazionale greca.
E a questo punto, la storia diventa leggenda. Sul titolo 2015/16 del Leicester City si è già scritto tanto, ma si scriverà ancora per anni. E’ un caso unico, un’eccezione. Ma l’eccezione che conferma la regola. Potete amare il baseball, il basket, il rugby. Ma se questo gioco che si pratica con i piedi e per i quali andiamo pazzi è stato ribattezzato The Beautiful Game, una ragione c’è.

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