La storia dei club: Swansea City

Swansea City Association Football Club
Anno di fondazione: 1912
Nickname: the Swans, the Jacks
Stadio: Liberty Stadium
Capacità: 20.750

Altro giro, altra storia, dopo un po’ di pausa. E per la prima volta oltrepassiamo i confini inglesi e, pagato il pedaggio (sì, esiste il pedaggio per entrare in Galles, ma non viceversa) andiamo a Swansea (forse il nome di città più bello che esista, anche se non significa “mare dei cigni” ma pare derivi dal vichingo), Abertawe in gallese, Galles meridionale. Da qui provengono personaggi come Dylan Thomas, poeta che si dice ispirò il nome d’arte a tal Robert Zimmermann, Catherine Zeta-Jones, notevole rappresentante del genere femminile, o John Charles, mitico attaccante di Leeds United e Juventus. Soprannominata Copperopolis per l’attività legata al rame, la città, 169.000 abitanti, la seconda del Galles, si affaccia sull’omonima baia ed è attraversata dal fiume Tawe che le fornisce il nome in lingua locale (Abertawe vuol dire “Foce del Tawe”). A Swansea ha sede lo Swansea City AFC, la squadra di calcio locale che è al centro del nostro post. Nel rugby è invece sede degli Ospreys, la squadra più titolata di Celtic League (ora Pro-12), che prende il proprio nome dall’uccello raffigurato nel simbolo cittadino: no, non un cigno, ma un osprey (il falco pescatore).

Swansea/Abertawe

A Swansea ha sede da 101 anni lo Swansea City A.F.C. (Association Football Club) come detto. Per un movimento come quello britannico, 101 anni sono relativamente “pochi”. Perchè il calcio prese piede così tardi in questa zona del Galles meridionale? Perchè Swansea era (ed è) una rugby-town: qui la religione è quella della palla ovale, e gli interessi si concentravano su quest’attività piuttosto che sul football. Ci provarono con lo Swansea Villa, ma non funzionò. Nel 1909 alcuni “fuoriusciti” del rugby diedero vita a un campionato amatoriale, la Swansea & District League. Mancava un senior team, che arrivò da lì a tre anni. Fu quindi col 1912, quando lo Swansea Town vide la luce, che il calcio entrò a far parte costantemente della vita cittadina. Primo presidente Mr J.W. Thorpe, primo impianto un terreno su cui erano soliti giocare i ragazzi e bambini di Swansea, di proprietà della Swansea Gaslight Co. e in cui cresceva copiosa un’erba di nome Vicia, detta volgarmente vecchia e in inglese vetch: Vetch Field, che rimarrà per anni la casa dello Swansea. Divisa presa in prestito dallo Swansea Rugby, che indossava completi interamente bianchi: il bianco diventerà così, e resterà fino ad oggi il colore del club, che, in quella sua prima stagione, si iscrisse alla Second Division della Southern League.

In quella prima stagione arrivò la prima Welsh Cup, ma lo Swansea Town fece parlare di sè la Nazione calcistica quando, nella FA Cup 1914/15, sconfisse a Vetch Field il Blackburn Rovers, che detta così suona cosa normale ma se aggiungiamo che il Blackburn era un club di Football League ed era campione d’Inghilterra in carica prende tutt’altro significato. Partita epica, con i gallesi in dieci per buona parte della gara e con il rigorista del Blackburn, tal Bradshaw, che sbagliò un rigore, quando fin lì ne aveva infilati 36! (Balotelli who?) consecutivi. Appena dopo la fine del primo conflitto mondiale lo Swansea conquistò la promozione nella First Division della Southern League, fatto di notevole importanza visto che gli permise in questo modo di diventare membro fondatore, nel 1920, della nuova Division Three della Football League, che assorbì i club della Southern League. La promozione non fu conquistata sul campo: molti club della Southern League navigavano finanziariamente in brutte acque, e optarono per uscire dalla lega, che si trovò così costretta a riunire le restanti squadre in un’unica divisione abolendo la second division. E lo Swansea ne approfittò nel migliore dei modi.

Dopo le prime stagioni in Division Three che videro il club assestarsi nelle prime posizioni (quinti, decimi, terzi, terzi) nel 1925 i bianchi gallesi vinsero il campionato, sconfiggendo l’Exeter City all’ultima giornata ed avendo così la meglio sul Plymouth Argyle, ironia della sorte i grandi rivali dell’Exeter. La prima stagione in Division Two, dove lo Swans rimase per tutto il periodo tra le due guerre, non venne ricordata però per le prestazioni (buone) in campionato, ma per il raggiungimento della semifinale di FA Cup. Un’impresa, che vide lo Swansea eliminare nel percorso Exeter City (again..), Watford, Blackpool, Stoke, Millwall, Arsenal per poi arrendersi al Bolton Wanderers a White Hart Lane (i Trotters vinceranno la coppa). Anni questi che videro gli Swans sempre nella metà bassa della classifica, senza altre grosse emozioni; anni però che vengono ricordati per la presenza in campo di Wilfred Milne, difensore e recordman di presenze per il club con 586 partite giocate. Un inglese, che seppe entrare nel cuore dei tifosi gallesi. Miilne si ritirerà nel 1937, due anni dopo le competizione vennero sospese non prima però che i gallesi stabilissero un piccolo e inutile record: la maggior distanza coperta in partite consecutive, da Plymouth il Venerdì Santo a Newcastle il Sabato di Pasqua. Altro che trasferte europee al Giovedì…. Alla ripresa del football giocato, lo Swansea Town retrocesse in Division Three.

Con Billy McCandless alla guida lo Swansea Town tornò quasi subito al secondo piano, vincendo nel 1949 la Third Division South (all’epoca era divisa in due): il club rimarrà in Second ininterrottamente fino al 1965. E incredibilmente in tutto questo tempo, solo una volta sembrò in grado di competere per la promozione, nel 1955/56: fino ad Aprile i gallesi rimasero nel gruppo di testa, per poi crollare miseramente e finire decimi. Ancora una volta fu la coppa a regalare soddisfazioni ai tifosi: nel 1964 fu di nuovo semifinale, sconfitta contro il Preston North End a Villa Park dopo essere passati in vantaggio. Ma quella rincorsa di FA Cup è ricordata soprattutto per una partita: Liverpool-Swansea Town, 29 Febbraio 1964, Anfield. I leader della classifica di Division One contro una squadra che lottava nei bassifondi della Division Two. Half-time, 2-0 Swans. Negli spogliatoi Bill Shankly scuote i suoi, che rientrano in campo e attaccano a testa bassa. Accorciano le distanze e, a nove minuti dalla fine, rigore per i Reds. Calcia Moran, uno specialista: Dwyer, il portiere dei gallesi, para. Come nel 1914. Swansea Town in paradiso, e non succedeva spesso. Piccola eccezione la Welsh Cup, vinta in diverse occasioni.

Il 1965 segnò, come detto, un punto di rottura nella storia dello Swansea perchè il club ritornò in Division Three. Cominciò un decennio abbondante di sali-scendi, ma non tra secondo e terzo livello, ma tra terzo e quarto, conosciuto per la prima volta nel 1969. Quell’anno lo Swansea Town divenne Swansea City. Perchè? Perchè, come già accaduto nel caso dello Stoke City che abbiamo incontrato, si celebrò così lo status di city che venne concesso alla città di Swansea in quell’anno. Ma ci volle come detto un decennio per celebrare al meglio, sempre che ci fosse qualcosa da celebrare: fu solo nel 1979 infatti che si uscì dal pantano delle Division Three/Four, dopo peraltro aver dovuto chiedere la ri-elezione in Football League in seguito al 22esimo posto del 1975. Bad times, che i cigni si lasciarono alle spalle alla grande, però, visto quello che sarebbe successo negli anni successivi. La prima mossa fu la scelta del nuovo manager: al posto del dimissionario Harry Griffiths, l’ex giocatore del Liverpool John Toshack, che divenne manager (ma restava anche giocatore) a soli 28 anni. Era il 1977. La cosa curiosa è che Griffiths si dimise in quanto, a suo modo di vedere, lo Swansea non avrebbe potuto far meglio con lui alla guida. Rimase comunque nel club, come assistente di Toshack, fino alla morte che sopraggiunse nell’Aprile del 1978 con il club lanciato verso la terza divisione.

L’anno successivo, come preannunciato, i Jacks ottennero anche la promozione in Second, da cui mancavano da quindici anni. Il goal promozione venne segnato dal manager, Toshack stesso, sul campo del Chesterfield. Un anno di consolidamento fu il preludio al trionfo, che per i tifosi dello Swansea ha una data e un luogo ben precisi: 2 Maggio 1981, Preston. Quel giorno infatti arrivò la vittoria che serviva per assicurarsi la promozione nell’elite del calcio inglese: 3-1 e tutti a casa, festanti e ubriachi, di gioia e non solo. Quel giorno lo Swans stabilì un primato che verrà presto eguagliato dal Wimbledon: dal quarto al primo gradone della piramide in soli quattro stagioni. I ragazzi di Toshack ci presero talmente gusto che rischiarono addirittura di fare il botto, quello clamoroso: primo posto in prima divisione, scalpi di quelli importanti come Liverpool, Tottenham, Arsenal, Manchester United, e a Vetch Field si sognava. Un piccolo calo di forma fece scivolare i Jacks in sesta posizione, che rimane però, ad oggi, il miglior piazzamento di sempre della squadra gallese. Difficilmente eguagliabile, nonostante la squadra attuale non sia da buttare. Ma come spesso accade a realtà medio piccole che si trovano di colpo al vertice, i problemi erano dietro l’angolo. E non erano problemi di vertigini…

Due parole su quella squadra è bene spenderle. Capitano Colin Irwin, academy del Liverpool, firmato per 340.000 sterline e nominato contemporaneamente capitano. Poi Ray Kennedy, anch’egli ex Liverpool, i local boy Robbie James e Jeremy Charles, i due jugoslavi Džemal Hadžiabdić e Ante Rajkovic, entrambi difensori, gli unici due stranieri della squadra (qualcuno farà notare che anche i due inglesi erano stranieri…qui il campanilismo è sempre vivo). Torniamo ai problemi: nel giro di due stagioni lo Swansea tornò in Division Three, e sebbene sia riduttivo dare la colpa di tutto ciò ai guai finanziari, questi contribuirono notevolmente alla rapida discesa del club. Toshack venne licenziato, ma cosa ben peggiore i creditori erano in tribunale a chiedere la liquidazione della società. L’alta corte decise in tal senso, e nel Dicembre del 1985 lo Swansea era sull’orlo della sparizione: fu solo l’intervento di Doug Sharpe  – con un gruppo di dirigenti – che tenne in vita il club anche se, impossibilitato a acquistare giocatori, questi retrocesse in Division Four. Nel giro di otto anni, lo Swansea dalla Division Four arrivò in First, per poi tornare al quarto piano, dove rimase due stagioni prima di risalire, vincendo i playoff inaugurali (vennero introdotti, per l’appunto, nel 1988).

Rimasero, i Jacks, per otto anni al terzo livello, che cambiò nome diventando Second Division ma che rimase terzo livello. Una partecipazione ai playoff, una vittoria in Football League Trophy, nel 1994, ai rigori contro l’Huddersfield Town, nel primo viaggio a Wembley della storia del club. Questo periodo di relativa stabilità (dalla guerra in poi, il più lungo periodo nella stessa divisione) si interruppe nel 1996, con la retrocessione in Third Division, la vecchia Division Four. Quattro anni caotici (playoff, ventesimo posto, playoff, primo posto) e il ritorno al terzo livello, ritorno che durò una sola stagione prima della nuova retrocessione. Nel contempo il club passò di mano per la cifra record di….una sterlina: a rilevarlo fu Mike Lewis, che lo passò a sua volta a un consorzio australiano, già proprietario dei Brisbane Lions, guidato da Tony Petty. Le proteste dei tifosi montarono, visto che questi sostenevano l’altra cordata, quella guidata dall’ex giocatore Mel Nurse, e visto che gli australiani non si fecero amare dai membri del club rivoluzionando la squadra. Nurse e soci riuscirono ad acquistare il club nel Gennaio 2002, una stagione che si concluse sui bassifondi della Third Division. But the worst had yet to come…e la stagione successiva fu la peggiore nella storia degli Swans, con la retrocessione in Conference evitata solo all’ultima giornata, alle spese del solito Exeter City il cui vicepresidente era, i casi del destino, Mike Lewis.

Sulla panchina dei gallesi arrivò un…gallese, Kenny Jackett, che dopo una prima stagione di consolidamente ottenne la promozione al termine del 2005/05, l’ultima stagione a Vetch Field visto che da lì a poco la squadra si sarebbe spostata al Liberty Stadium (ne ha parlato QUI Cristian). Jackett rimase in carica in tempo per un altro Football League Trophy (2-1 al Carlisle United), per poi lasciare il club in mano allo spagnolo Roberto Martinez che nella sua seconda stagione in sella al club vinse la League One. Le ottime prestazioni in seconda serie attirarono su Martinez le mire di club di Premier: la spuntò il Wigan Athletic, e lo Swansea dovette cercare un nuovo manager, che venne individuato in Paulo Sousa, l’ex campione di Juve e Borussia Dortmund. Tuttavia anche il portoghese lasciò ben presto il club per accasarsi al Leicester, e fu quindi la volta di un nordirlandese, ex allenatore dell’academy del Chelsea: Brendan Rodgers. Sotto la sua guida i Jacks ottennero, via playoffs, la promozione, storica, in Premier, e impressionarono nella prima stagione tra i grandi, tanto che Rodgers finì niente meno che al Liverpool. Il resto è storia recentissima: nell’anno del centenario gli Swans, guidati da Michael Laudrup, hanno alzato il loro primo trofeo che conta, la Coppa di Lega, nella finale di Wembley contro il Bradford City.

Chiudiamo con la solita analisi di maglie e simbolo. Le maglie son presto analizzate: lo Swansea ha sempre indossato la maglia bianca, talvolta con pantaloncini neri o con risvolti arancioni (anni 50-60) o rossi. Questi ultimi in particolare sono associati anche allo stemma, che cambiò colore da nero a rosso all’inizio del nuovo secolo in virtù del fatto che il consiglio cittadino cambiò il proprio colore proprio in rosso. Il nuovo colore durò poco e nel 2002, con il cambio di proprietà Nurse, il nero venne ripristinato. Il cigno comparve per la prima volta nel 1970, e venne col passare degli anni integrato con altri simboli: il mare, sullo sfondo, e il castello di Henry de Beaumont. Questo nuovo stemma, che fece capolino negli anni ’80, venne ridisegnato nel 1992 e poi nel 1995 fino a quando, nel 1998, fece la sua comparsa il cigno che ancora oggi conosciamo. Il cigno come detto è legato al nome “Swans”, visto che la città ha come simbolo il falco pescatore. Swans, uno dei due nickname: l’altro è Jacks…perchè? Tutto ha origine da un cane, Jack, un eroe cittadino che negli anni ’30 salvò diverse persone dal mare in tempesta. Swansea Jack, labrador nero, ha “donato” il suo nome agli abitanti della città e, per estensione, anche alla squadra, ed è ricordato con un monumento e un pub che, sul lungomare, porta proprio il nome “Swansea Jack”.

Record

  • Maggior numero di spettatori: 32.786 (v Arsenal, FA Cup, 17 Febbraio 1968)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Wilfred Milne, 586
  • Maggior numero di reti in campionato: Ivor Allchurch, 166

Trofei

  • League Cup: 2012/13
  • Football League Trophy: 1993/94, 2005/06

Alla prossima puntata, dove andremo a conoscere un club con in bacheca due titoli e una FA Cup: il Burnley

Una semplice finale di coppa (forse)

Domenica, lo sapete, il Bradford City sfiderà a Wembley lo Swansea nella finale della Coppa di Lega. Ne parlano tutti e la vicenda è assurta fin troppo agli onori della cronaca, e come sempre i media mainstream tendono a banalizzare qualsiasi cosa, perfino vicende romantiche come questa, rendendola quasi ridicola. Proviamo però ad affrontare lo stesso l’argomento, perchè ad occhio e croce non ricapiterà più per anni e anni. Ricapitoliamo per i distratti: dopo 41 anni (Rochdale 1962) una squadra di quarta serie scende in campo nella finale della Coppa di Lega, che sarà pure la coppa “minore” ma pur sempre di un major trophy si tratta, e vincerla schifo non fa. Questa squadra è il Bradford City, che nel percorso ha eliminato tra le altre il Wigan, l’Arsenal e l’Aston Villa (prima squadra a eliminare tre squadre di massima serie). Peraltro chi come il sottoscritto si è avvicinato al calcio inglese negli anni ’90, i Bantams se li ricorderà anche in Premier League, con le loro maglie “claret & amber” uniche nel loro genere e tra gli altri il “nostro” Benny Carbone. Poi il lento ma inesorabile declino, di pari passo a quello economico della città, fino alla League Two: da Anfield a Bootham Crescent, il passo è stato fin troppo breve. Sopra il simbolo, un galletto rampante e fiero e una stella, simbolo della FA Cup vinta nel 1911 e venerata tuttoggi in questo angolo di Yorkshire, dove i mattoni un tempo anneriti dal fumo del lavoro ora si ingrigiscono nella polvere, dove il lavoro è svanito con la nebbia di Febbraio.

Un post, questo, che rischia di far precipitare anche noi nel vortice del banale, del romanticismo da tastiera e della bella storiella pre-confezionata. Ma è un rischio che corriamo volentieri, perchè la lezione del Bradford City 2012/13 va conservata nel cuore. Anche se, come dice il titolo, è una semplice finale di coppa. Forse. Queste cose succedono anche altrove, sia chiaro, gli inglesi non hanno inventato nulla, anche se per amore della precisione senza la loro magnifica idea non saremmo nemmeno qui a parlare: comunque, ricordiamo qualche stagione fa il Calais giungere alla finale di coppa nazionale, per esempio. Ma, permettetecelo (e nel farlo ricordate che siamo di parte, essendo il nostro un blog dedicato al calcio inglese), il cammino del Bradford City ha tutt’altro sapore, per una pura questione storica, in un Paese dove il calcio è lo Sport, in fondo come appena detto l’hanno inventato loro (ed è curiosa la tendenza anglosassone a giocare solo sport inventati da loro: rugby, calcio, cricket gli inglesi, baseball, football, basket gli americani), ed ha una storia immensa alle spalle che maestosa tuttora accompagna le squadre (fateci caso, quando nelle coppe una squadra italiana viene sorteggiata contro un’inglese questa ha sempre un “fascino” diverso, c’è poco da fare). Insomma, non si scherza qui. A Bradford, contro l’Arsenal o contro l’Aston Villa, c’erano tutti: gli anziani, i giovani, i papà con i figli. Tutti. E si giocava contro squadre dal valore economico X volte maggiore a quello dei Bantams, valore economico che va di pari passo al tasso tecnico. Ma a volte questo non basta, ed è questa la prima lezione che ci insegna questa vicenda. Che il cuore, la grinta, la voglia, le motivazioni, un po’ di culo, riescono nel calcio come nella vita ad ovviare alla differenza di talento, che proprio come nella vita alla lunga emerge, ma nella singola partita può arrendersi a tali fattori. La grinta del capitano dei Bantams, Gary Jones, una vita nel Rochdale (toh, il destino…) è l’esempio di tutto ciò.

La seconda lezione è invece molto british. E’ quella del “support your local team”. Direte: capaci tutti ad andare allo stadio quando si è nei quarti di Coppa di Lega. Vero. Ribadiamo però che l’attaccamento alla squadra locale, lassù, è diverso. Non è “oh, bene, giochiamo contro l’Inter, andiamo allo stadio”; la squadra è parte della comunità, parte integrante, parte attiva, e l’elenco delle squadre che svolgono iniziative a favore della comunità è infinito. E’ un rapporto attivo tra individuo-squadra-comunità, un rapporto che si alimenta giornalmente, tra gli alti e bassi degli umori propri del tifo calcistico ma duraturo nel tempo. L’orgoglio di portare al collo la sciarpa claret & amber, come quella di qualsiasi altra squadra “minore”, aggettivo riferito esclusivamente alla categoria di appartenenza e non all’importanza, è inimitabile, è un sentimento radicato sottopelle. Ecco, quell’orgoglio lì l’abbiamo visto nei volti di quei tifosi increduli, nel riscatto di quella comunità grazie alla loro squadra, un riscatto parziale e forse effimero ma dannatamente sentito e vissuto. Che poi oh, ricordiamo che la media spettatori in campionato sfiora le 10mila unità, non proprio numeri da nulla per una quarta serie. Pensare a quei tifosi che, passando da Priestfield o Recreation Ground si troveranno a Wembley, è un motivo in più per apprezzare la magia di quel rapporto tutto speciale che intercorre tra tifoso e squadra. Dall’inferno dell’incendio di Valley Parade del 1985 al paradiso di Wembley, qualcuno ricorderà così i suoi cari; o la storia di Jake Turton (vedere fondo post), che Domenica accompagnerà la squadra in campo. Chi dice che il calcio, a volte, non è vita non ha capito nulla nè dell’una nè dell’altra cosa.

Jones bacia Turton, giovane e sfortunato tifoso Bantams. Il calcio è anche questo

Il terzo motivo è il più banale, il più stupido forse: ci siamo ricordati che i sogni, anche i più assurdi, possono realizzarsi ancora oggi. Questa è una stupidata, ripetiamo, ma forse al tempo stesso una grande e metaforica lezione di vita. Pensiamo ad alcune vicende personali, da Matt Duke, il portiere e un tumore sconfitto alle spalle, a James Hanson, local boy che lavorava al supermercato dietro l’angolo segnando a raffica nelle serie inferiori e che ora si ritroverà a Wembley da protagonista; ma più in generale pensiamo che il calcio sa regalarci queste storie, vere, sentite. Sa regalarcele ancora, e nonostante sceicchi, sponsor, TV, cambi di colori e simboli imposti da motivi economici, nel 2013 una squadra di quarta serie scenderà in campo all’Empire Stadium per mettere in bacheca un trofeo. E’ bellissima nella sua semplicità questa cosa, è bellissima così senza bisogno di tanti ragionamenti intorno ad essa, senza analisi socio-economiche, senza i riscatti sociali accennati prima. Ed allora che sì, in questo caso il Bradford City rappresenterà tante altre vicende simili nel mondo del calcio, ma con meno blasone mediatico. Sarà il portatore del romanticismo che da sempre appartiene al calcio ma che stan provando a distruggere, a portarci via: a comprarlo, in una parola. La vicenda del Bradford ci insegna che non ce l’hanno ancora fatta, e che forse non ce la faranno mai.

Il ricordo delle vittime dell’incendio

Domenica il Bradford City ha molte possibilità di perdere, non perchè il dio del calcio sia particolarmente cattivo, ma perchè è nella logica delle cose. Davanti avrà lo Swansea, altra bella storia di una squadra che ha da poco festeggiato il centenario e che 10 anni fa era a rischio retrocessione…in Conference, ma che pian piano si è rialzata; orgoglio di dell’omonima comunità nel Galles del sud, che rischia di partecipare alla Europa League sotto la bandiera inglese, perchè la UEFA applica il regolamento alla lettera e, facendo 1+1, dice “se siete iscritti alla FA siete inglesi, fine”, mostrando poca flessibilità e poco buonsenso (e chissà perchè la cosa non ci stupisce più di tanto). Ma non importa sinceramente la vittoria finale dei Bantams, anche se vedere in Europa League una squadra di League Two, magari affrontare quello schifo che sono i Red Bull Salisburgo, una squadra che si è venduta l’anima per soldi, sarebbe meraviglioso; quel che conta e aver vissuto questa favola, e credeteci avremmo volentieri usato un altro termine per non cadere, nuovamente, nel banale, ma ci sembrava il più adatto. Una vittoria sarebbe solo il coronamento di un’avventura già di per se degna di essere ricordata a lungo, perchè anche così, a Bradford, questa stagione non se la dimenticheranno mai.

Bene, e adesso come concludiamo? Fate un piccolo esercizio: dimenticate i toni esagerati di questo post, scritto da chi ama il calcio inglese e i Davide che sconfiggono i Golia di turno, dimenticate le parole “favola”, “sogno”, “miracolo”, dimenticate tutto, fate finta di non aver letto nulla. Come dice il titolo, è una semplice finale di Coppa di Lega. Ora chiudete gli occhi, concentratevi solo su questo particolare e provate a immaginare: migliaia di tifosi di una squadra di League Two, bambini, anziani, immigrati che cercano di integrarsi col calcio, tutti, saranno a Wembley, Domenica, con la loro sciarpa, a cantare per il loro club, che vinca o perda non importa, in una finale di coppa. Tutto ciò, senza volersi lanciare in analisi cervellotiche e spiegazioni assurde, non è, semplicemente, fantastico?

Buona finale a tutti

(la storia di Jake, piccolo e sfortunato tifoso Bantams)

2011/2012 EFS Awards

Abbiamo giocato, con i nostri amici, o chi ci segue su Twitter, con alcuni di voi qui sul blog, per stabilire i premi individuali per questa stagione appena conclusa. E’ giunto il momento di vedere cosa ne è venuto fuori…

Miglior giocatore: Robin Van Persie (menzioni per Kompany, Yaya Tourè, Aguero, Rooney)
Decisione quasi plebiscitaria per il numero 10 dell’Arsenal, autore di una stagione favolosa: 38 partite, 30 goal, 13 assist. Il dato che ci sorprende sono le 38 partite, tutte, dato sorprendente per un giocatore la cui classe andava pari passo alla fragilità; se poi ci aggiungiamo 30 goal, di cui molti decisivi, si capisce come sia lui l’uomo che ha portato al terzo posto un Arsenal che sembrava zoppicare, a causa di alcune cessione illustri (Nasri, Fabregas, Clichy), di infortuni (Wilshere) e di sostituti non sempre all’altezza. Direi che i dubbi fossero pochi, premio meritato in vista di un’estate in cui le questioni contrattuali la faranno da padrone. Superlativo.

Miglior giovane (massimo 23 anni): Sergio Aguero (menzioni per Kyle Walker, Danny Welbeck, Joe Allen, Jordan Henderson, Sigurdsson).
Il fatto di comprendere giocatori con al massimo 23 anni fa sì che l’argentino rientri nella categoria, e a quel punto è impensabile che non sia lui il vincitore. Autentico trascinatore dei neo campioni, 34 partite, 23 goal di cui uno destinato a entrare nella leggenda di questo sport. Il giocatore che mancava ai Citizens, che avevano in Tevez un giocatore di altrettanta classe ma con un carattere non proprio facile da gestire, che lo rendeva molto altalenante. E’ chiamato a confermarsi, ma questa frase la usiamo solo come formalità. Decisivo.

Miglior manager: Alan Pardew, Newcastle United (menzioni per Brendan Rodgers, Paul Lambert, Roberto Mancini, Roberto Martinez).
Anche qui un plebiscito, o quasi. Sostituisce Houghton nella stagione precedente, cede Carroll a un prezzo astronomico ma privandosi della punta di diamante della squadra, acquista Demba Ba, Yohan Cabaye, Sylvain Marveaux – sfortunato, e non contento a Gennaio si porta a casa Papis Cissè. Un mercato eccellente, un gioco efficace, un Newcastle che sorprende tutti e che lotta per un posto Champions fino all’ultima giornata. I Magpies sono tornati alla grande, e molto del merito è di questo allenatore, che a noi peraltro è sempre piaciuto. Vedremo se riuscirà a trattenere i suoi gioielli (soprattutto Ba), ma quest’anno ha fatto qualcosa di inaspettato per cui il premio non glielo toglie nessuno.

Miglior portiere: Joe Hart (mezioni per Tim Krul, Peter Cech, David De Gea)
Se nelle quattro categorie ci sono stati giocatori che han ricevuto nettamente più voti degli altri, qui andiamo oltre. Quasi all’unanimità Joe Hart si laurea miglior portiere della Premier per noi di English Football Station. Nulla da dire, visto che scriviamo con nella mente alcune parate, soprattutto una al Villa Park, che giustificano ampiamente la votazione. Sfiora anche un goal clamoroso in Europa League, all’ultimo minuto contro lo Sporting Lisbona. Onore anche a Krul, stagione eccellente la sua, e a Vorm dello Swansea che ci sarebbe piaciuto veder nominato. Dopo anni di calamity James e Robert Green, forse l’Inghilterra ha trovato finalmente un portiere di grande livello.

Giocatore più migliorato: Clint Dempsey, Fulham (mezioni per Dembelè, Sturridge, Ramires, Sigurdsson)
Clint Dempsey, un giocatore che molti sottovalutano. 37 partite, 17 goal, la firma sul tranquillo campionato del Fulham di Martin Jol. Non entriamo nel merito del “merita una grande chance” perchè per noi Fulham o Brentford o Chelsea è la stessa, ma quando la gente inizia a pronunciare tale frase vuol dire che sei entrato nel radar del tifoso medio, inteso come quello che segue distrattamente una competizione. Ci han provato con Adu, sembrava essere Donovan, ma a nostro giudizio il miglior americano in circolazione è proprio l’attaccante dei Cottagers.

….e ne manca uno, che aggiungiamo a nostra discrezione perchè, lo ammettiamo, non ci sembrava giusto non considerare squadre “minori” (sempre tra molte virgolette). Per cui andiamo con
Squadra rivelazione dell’anno: Swansea City.
Sì, sarebbe potuta essere il Newcastle che nessuno si immaginava al quinto posto, ma a noi i gallesi sono sembrati la vera sorpresa della stagione. Una rosa senza grandi nomi, un allenatore sconosciuto, tutti che li davano spacciati. Poi però scendono in campo ed esprimono un gioco che se lo facesse il Chelsea o il Manchester United ne parlerebbero tutti: passaggi, triangolazioni, inserimenti, veramente qualcosa di eccezionale e inaspettato. Emergono alcuni elementi, come il giovane Joe Allen o Gylfi Sigurdsson (in prestito dall’Hoffenheim), o il giovane difensore Caulker di proprietà del Tottenham, ma la differenza la fa il collettivo plasmato dal manager, Brendan Rodgers, blindato dalla società. Menzione per il Norwich City, per gli stessi motivi sostanzialmente, anche se siamo affascinati, lo ammettiamo, dallo Swansea.

E questo è tutto. Alla prossima stagione. Sperando arrivi in fretta.