Around the football grounds – A trip to Kingston upon Hull

Altro giro, altra città, altro stadio. Lasciamo Manchester e dirigiamo il nostro veicolo immaginario verso la parte est dell’Inghillterra. La nostra meta si trova nello Yorkshire, più precisamente nell’East Riding of Yorkshire, alla confluenza del fiume Hull con l’estuario dell’Humber. Arriviamo quindi a Kingston Upon Hull, cittadina di 260mila abitanti che agli storici è sicuramente nota per l’Hull Blitz del 1941, culmine della strategia di bombardamenti tedecsca che aveva già preso di mira la città nell’anno precedente per la presenza di una serie di obiettivi importanti ai fini del sostentamento della campagna di guerra inglese. Ai tempi nostri, in Inghilterra soprattutto, la città è emersa per l’assegnazione del City of Culture 2017, manifestazione nata pochi anni fa Oltremanica per celebrare la vittoria di Liverpool come città europea della cultura 2008: per 1 anno intero quindi Kingston Upon Hull sarà fulcro di iniziative e manifestazioni culturali. Venendo a quanto invece ci riguarda, qui trova casa l’Hull City AFC, che quest’anno non solo ha militato in Premier League, ma ha anche raggiunto la finale di FA Cup (perdendola in modo rocambolesco) e l’accesso all’Europa League.

Panoramica aerea del centro di Kingston Upon Hull

LA STORIA

Formatosi nel 1904, l’Hull City annovera nella sua storia ultracentenaria diversi stadi e, come per tante altre squadre, uno di questi, anche se non il più bello, è rimasto nel cuore e nell’immaginario dei tifosi e dei nostalgici dei tempi passati (Boothferry Park).

Scorcio del The Boulevard negli anni 2000, prima della demolizione

Al momento della nascita del club, fu stipulato un contratto triennale di affitto per l’impianto più importante della città, il Boulevard Ground, sino a quel momento utilizzato esclusivamente dalla squadra locale di rugby. Il contratto, al prezzo di 100 sterline annue, garantiva la possibilità di giocare lì le partite casalinghe, lasciando tuttavia alla squadra di rugby il campo qualora vi fossero state gare da giocare nella medesima giornata. E così effettivamente accadde già a partire dalla prima stagione in una partita di Coppa, con l’Hull City che dovette fare armi e bagagli ed andare a disputare il match in trasferta. Un’altra decisione controversa ci fu nel marzo 1905, quando la Northern Union (la Rugby League attuale) squalificò il Boulevard per le intemperanze dei tifosi durante un incontro di Rugby: il divieto fu esteso anche alle partite di calcio per tutta la durata della chiusura forzata ed in aggiunta la stessa Union intimò a tutte le squadre della lega di non condividere il terreno di gioco con le squadre di calcio. In un clima del genere fu quindi naturale per l’Hull cercare soluzioni alternative, abbandonando il Boulevard nonostante le buone possibilità offerte da questo impianto (all’epoca la stand più importante era la Threepenny Stand, chiusa nel 1985 per ragioni di sicurezza). Il Boulevard, che sarà nel corso del 900 uno dei simboli sportivi della città, (utilizzato non solo per il rugby, ma anche per le corse dei cani e come speedway), fu demolito nel 2010.

Rarissima immagine d’epoca di tifosi al Boulevard

Non fu difficile trovare una nuova sistemazione, ma era difficile trovare qualcosa su cui il club potesse costruire una solida base. Inizialmente un paio di partite furono giocate nella zona di Dairycoates (che ad inizio 900 ospitò un team amatoriale che si faceva chiamare Hull City), poi 17 partite furono giocate sul campo dell’Hull Crickey Club, nella zona di Anlaby Road. Finalmente, nel 1906, l’Hull fu in grado di spostarsi in uno spazio adeguato immediatamente adiacente al campo da Cricket. L’impianto, come spesso accadde in quegli anni, fu ribattezzato, dal nome della strada, Anlaby Road ed il 24 marzo del medesimo anno ci fu l’incontro inaugurale contro il Blackpool, al quale assistettero circa 2000 persone assiepate nell’unica stand coperta presente (2-2 il risultato finale). Ogni tanto comunque ci furono partite disputate ancora al Boulevard per via del contratto pre-esistente al divieto della Rugby Union: l’accordo tra la società calcistica e quella di rugby aveva una durata di 3 anni e non era stato stracciato. Di conseguenza, per non mandare del tutto a vuoto i soldi dell’affitto, fu necessario disputare là qualche match. Ma non appena il contratto si estinse, l’Hull potè concentrare tutti i suoi sforzi nel rendere Anlaby Road la propria casa.

La location di Anlaby Road all’epoca

All’inizio della stagione 1907-08 fu ampliata la main stand, in grado di contenere ora circa 8mila spettatori; in più furono sistemati anche dei terraces portando la capienza totale a circa 16mila persone. Si cercò di coprire anche le sezioni Nord ed Est lottando contro il terribile vento proveniente proprio da Nord-Est e che più volte mise a dura prova il lavoro dell’uomo. Il giorno di Pasquetta 1914 scoppiò un incendio all’interno della Main Stand, che venne distrutta (e grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco si salvò la North Stand): la causa non fu mai determinata, ma in città si fecero le ipotesi più disparate, da una realistica sigaretta dimenticata accesa ad un improbabile incendio doloso causato dal movimento delle Suffragette (il movimento politico che nacque in Inghilterra per far ottenere il diritto di voto alle donne). Durante l’estate la stand fu ricostruita grazie alla generosità di un dirigente dell’Hull, Bob Mungall: fu eretta un tribuna moderna, in acciaio e mattoni, che andava direttamente a confinare con l’adiacente campo di cricket. Negli anni 20 il maggior intervento sull’impianto fu la realizzazione della copertura sui 3 terraces esistenti mentre nel marzo 1930 si registrò la più alta affluenza allo stadio: 32.930 spettatori assistettero al quarto di finale di FA Cup che portò l’Hull in semifinale. Il destino di Anlaby Road tuttavia era segnato: le limitate vie d’ingresso all’impianto, l’impossibilità di effettuare un ampliamento significativo e i progetti cittadini di utilizzare l’area in un progetto di riqualificazione ferroviaria portarono l’Hull a guardarsi attorno e ad acquistare un vecchio campo da golf nei pressi di Boothferry Road. Problemi finanziari e la successiva II° guerra mondiale ritardarono lo siluppo del nuovo impianto (i dettagli li vedremo successivamente) e pertanto l’Hull rimase qui: da segnalare il 21 aprile 1934 la sconfitta 1-0 contro il Preston North End, che fece infuriare i tifosi a tal punto da portare ad una chiusura per 15 giorni dello stadio. Il pieno coinvolgimento dell’Inghilterra nella guerra bloccò le partite nel 1941, terminando di fatto l’utilizzo dell’impianto da parte della prima squadra dell’Hull (il contratto scadde nel 1943): alla ripresa della vita normale avvenne l’agognato trasferimento a Boothferry Park, ma Anlaby Road non morì subito. Infatti, nonostante la demolizione di tutte le stand (a cui si arrivò per gli ingenti danni causati dai bombardamenti tedeschi), il terreno fu utilizzato non solo da una squadra amatori della città, ma anche dalle giovanili dell’Hull. L’ultimo match fu giocato il 20 aprile 1965 e due giorni dopo l’impianto fu demolito per far spazio, come ideato 30 anni prima, alla rete ferroviaria. Tuttavia la storia non avrà fine.

Il benvenuto, alla fine dei suoi giorni, a Boothferry Park

Tornando invece sulla nostra rotta, nel dopo-guerra ci fu il trasferimento del club a Boothferry Park. A voler essere precisi però dobbiamo sottolineare che l’Hull riprese ad essere una società calcistica nel 1944 e, per una stagione, nell’attesa degli ultimi ritocchi al nuovo stadio, tornò nella sua prima casa, al Boulevard. La storia di Boothferry Park è travagliata ed inizia precisamente nel 1929, quando, come accennato in precedenza, ci fu l’acquisto di un terreno tra Boothferry Road e North Road, non lontano dalla location di Anlaby Road, che in passato era stato sede di un golf club cittadino. L’acquisto, realizzato con l’aiuto della FA, non venne comunque sfruttato fino al 1932, a causa dei problemi finanziari del club uniti agli scarsi risultati sul campo. Quando i lavori ebbero inizio, con la realizzazione dei terraces e il livellamento del terreno, la situazione non era ancora rosea ed infatti poco tempo dopo non solo furono interrotti, ma caddero nel dimenticatoio rischiando, nel 1939, di essere del tutto abbandonati. Questo perchè in città nacque l’idea di realizzare non solamente uno stadio per il calcio in tale luogo, ma una zona polifunzionale per lo sport: l’Hull si mise a disposizione, ma non arrivarono offerte interessanti. Si decise quindi di proseguire nel progetto originale ed un importante contributo arrivò nuovamente dalla FA, che mise in campo più di 6mila sterline per permettere al club di terminare i lavori e rendere agibile l’impianto per la stagione 1940-41. A complicare i piani arrivò la Seconda Guerra Mondiale che da una parte causò la sospensione di qualsivoglia attività sportiva, dall’altra costrinse gli eserciti ad utilizzare ogni spazio utile per radunarsi, addestrarsi e prepararsi alle battaglie. Boothferry Park fu scelto come base per la Home Guard (il corpo britannico, formato perlopiù da volontari e non abili al servizio militare, da utilizzare come estrema difesa in caso di invasione nazionale) e come officina per i carri-armati. Subito dopo la guerra furono 2 i principali problemi da affrontare per l’Hull: il primo riguardava il terreno, devastato dalla permanenza dei carri; il secondo invece era a carico delle materie prime; erano enormi infatti, nell’immediato dopoguerra, le difficoltà per procurasi i materiali necessari a costruire un impianto adeguato al club. Gli ostacoli non furono superati in tempo e pertanto l’Hull dovette emigrare per un anno al vecchio Bouleveard; la svolta tuttavia arrivò pochissimo dopo, con l’arrivo in società di Harrold Needler, affarista locale che diede la spinta necessaria all’apertura del nuovo impianto ed al successivo trasloco.

Boothferry Park, anni 50

L’inaugurazione avvenne il 31 agosto 1946, all’inizio della stagione calcistica 1946-47 nel match casalingo contro il Lincoln City. Vi fu una cerimonia d’apertura in grande stile, con le squadre condotte in campo dal veterano di guerra e ufficiale di polizia locale JT Brooke in sella al suo cavallo bianco. Il simbolico taglio del nastro lo diede il sindaco e la partita, disputata davanti a 25.000 spettatori, sotto un diluvio torrenziale, finì 0-0. Non era comunque tutto rose e fiori: al momento dell’apertura il club aveva ricevuto il permesso di edificare solamente una stand, la West, sempre nell’ambito della penuria di materie prime e della necessità di dar la priorità ad altre ricostruzioni in città. Gli altri 3 settori erano costituiti da terraces e tra questi solo una piccola parte del settore Nord potè essere coperto grazie al riciclo di materiali usati nel vecchio club di golf, dal quale furono riciclati persino i tornelli per permettere l’ingresso al pubblico. Il campo, in condizioni abbastanza pessime, fu reso giocabile grazie all’intervento di volontari che nelle settimane antecedenti il match lo ripulirono da tutte le erbacce che nel frattempo vi si erano formate:sostanzialmente tutta la città si mobilitò per la squadra di calcio in un territorio da sempre considerato rugby-friendly. Nella mente di Needler Boothferry Park sarebbe dovuto andare incontro ad una progressiva espansione per trasformarsi in uno stadio da 80mila posti a sedere divisi su due anelli e circondato da facilities all’avanguardia: i primi anni la risposta dei tifosi diede ragione ai suoi sogni di grandezza, con un’affluenza media alle partite decisamente elevata ed in crescita costante (il picco fu raggiunto nel febbraio 1949 in una partita di coppa contro il Manchester United, con 55.019 spettatori) e si iniziò a mettere in pratica i buoni propositi. Il primo step fu l’espansione della North Stand, con l’aggiunta di circa 3000 posti nel secondo anello; il secondo fu l’inaugurazione, il 6 gennaio 1951, della Boothferry Park Halt, la stazone ferroviaria dell’impianto situata dietro l’East terrace (la prima a servire in maniera dedicata uno stadio); il terzo la copertura di tutta la zona est nell’aprile del medesimo anno (che avrebbe dovuto essere il preludio per il completo rifacimento di tutta la tribuna) per proseguire, nel 1953, con il posizionamento di un impianto di illuminazione sulle due stand principali (inaugurato il 19 gennaio in amichevole contro il Dundee). La bellezza dell’impianto spinse qui anche il rugby, con diversi derby cittadini giocati in questa sede, capaci di attrarre quasi 30mila spettatori, e con una serie di test match tra australiani e neo-zelandesi; la parentesi rugbystica fu comunque chiusa dalla Football League, che, similmente a quanto fece la Northern Union ad inizio Novecento, vietò la condivisione dello stesso impianto tra squadre di calcio e di rugby.

Il più grande giorno di Boothferry Park, FA Cup nel 1950

I grandi piani ebbero tuttavia un brusco stop dovuto ai pessimi risultati della squadra, che nel 1956 precipitò in terza divisione perdendo prestigio e, soprattutto, pubblico. L’owner non si diede per vinto e reinvestì nuovi capitali: 200mila sterline furono spese per sistemare l’impianto (circa 2 milioni odierni); in particolare fu realizzata un’area per lo sport indoor dietro la South Terrace (nota come Bunkers Hill) con un adiacente campo di allenamento esterno, e, nel 1964 fu sostituito l’impianto d’illuminazione. Data la velocità del progresso tecnologico, il vecchio sistema, seppur precoce rispetto al resto del paese, era già stato superato e quindi fuorono edificati 6 nuovi piloni utilizzati per la prima volta nell’ottobre del medesimo anno contro il Barnsley, ridicolizzato per 7-0. Nel 1965 fu il turno di rimpiazzare la South Terrace: al suo posto fu eretta una two-tier stand classica con posti a sedere in alto e terrace in basso; quest’ultima zona, in memoria della vecchia tribuna, rimase nota come Bunkers Hill. Furono spese 130mila sterline per dare alla città l’impianto più all’avanguardia al di fuori della Division One e, almeno inizialmente, il pubblico non solo tornò allo stadio, ma trascino anche la squadra alla promozione. Fu il periodo di maggior splendore per Boothferry Park, utilizzato anche per gli spareggi di Fa Cup e per alcune amichevoli internazionali; tuttavia la fortuna sparì così come era venuta, l’Hull tornò nelle serie inferiori e gli spettatori si allontarono nuovamente dirottandosi sul rugby, che a Kingston Upon Hull era ormai diventato lo sport cittadino.

Altra immagine d’epoca dello stadio

La famiglia Needler tentò alcune disperate manovre per evitare il disastro finanziario e realizzare ulteriori miglioramenti, ma il successo fu scarso. Fu tentato, in maniera simile a quanto fece il Crystal Palace, di vendere parte del terreno del parcheggio per permettere la costruzione di un supermarket all’inizio degli anni 80, includendo, come clausola, la costruzione di una nuova North Stand al passo coi tempi. La comunità bocciò l’idea su tutta la linea e l’ammodernamento di Boothferry Park cadde sostanzialmente nel dimenticatoio (il supermercato fu comunque realizzato, lasciando la North Stand ad un misero terrace). L’incendio di Bradford portò alla chiusura temporanea della East stand, con la capacità dell’impianto ridotta da 33 a 15 mila spettatori e la necessità di utilizzare 500mila sterline per effettuare i lavori necessari alla riapertura, avvenuta per tempo nel 1986. Assieme a questi lavori di messa in sicurezza, trovarono posto la sostituzione delle gradinate nella South Stand e la costruzione di executive boxes sul fondo della Main Stand. Non fu fatto nient’altro non solo per la mancanza di fondi, ma anche per i pessimi risultati sul campo: all’inizio degli anni 90′ la squadra navigava tra la terza e la seconda divisione, con più campionati nell’ultima divisione professionistica inglese. Questo, dal punto di vista dell’impianto, permise di non dover per forza rispettare i dettami del Taylor report in tempi stretti, lasciando Boothferry Park sostanzialmente immutato, salvo per i regolari lavori di manutenzione. Le uniche modifiche che furono fatte in quel periodo riguardarono principalmente il terreno di gioco, che fu completamente rifatto e dotato di un moderno sistema di drenaggio; lavori minori invece nella West Stand, con la realizzazione di altri “corporate boxes”.

Panoramica aerea degli anni 80

A metà degli anni 90′ la situazione di Boothferry Park era sostanzialmente disperata: alcune sezioni dello stadio cadevano letteralmente a pezzi, in particolare la East Stand a causa del pessimo stato della copertura. Nel 1996 furono fatti alcuni lavori di salvataggio per permettere la riapertura della stand, chiusa nuovamente nel 1999 per l’impossibilità a rispettare i dettami del Taylor Report. In mezzo a tutte queste disavventure, furono fisiologiche le prime discussioni riguardo alla possibilità di costruire un nuovo impianto, ma tutto moriva sul nascere per un semplice motivo: la mancanza di fondi. Qualche spiraglio venne aperto dalla cessione del club nel 1997, ma fu una cessione monca in quanto venne ceduto solamente il club e non l’impianto, creando non pochi problemi di convivenza tra i proprietari, con il culmine raggiunto dal paventato divieto di giocare a Boothferry Park nell’estate del 2000. Tuttavia l’Hull non si allontanò mai da lì, anzi, grazie all’aiuto della Football Trust, si riuscì a riaprire l’East Stand e a mettere in sicurezza diverse altre aree dell’impianto. La svolta avvenne l’anno successivo con l’aiuto decisivo della città di Kingston Upon Hull, che dopo aver rimediato fondi dalla vendita di alcune aziende alla Kingston Communications, lanciò il progetto del nuovo stadio. Per Boothferry Park fu il tramonto definitivo, con l’ultima partita giocata che vide i Tigers battuti 1-0 dal Darlington nel dicembre 2002. E a quell’epoca, com’era lo stadio?

Dall’alto l’impianto negli ultimi anni di vita

All’epoca la sensazione era quella di un impianto decadente, mai completato, mai arrivato allo splendore che si pensava potesse raggiungere. Alla memoria rimanevano soprattutto i 6 enormi riflettori visibili da ogni dove, il resto si cercava di dimenticarlo alla svelta. La main stand, dall’esterno, colpiva soprattutto per i colori sgargianti, per la spartanità delle insegne e per il nickname “Fer Ark”, derivante dal fatto che nell’insegna sulla West Stand le uniche lettere illuminate erano proprio quelle del nickname. All’interno vi erano 2.838 posti a sedere dipinti di rosso e nero con pannelli di cemento e un piccolo paddock (standing area, meglio conosciuta e ricordata come “The Well”, il pozzo) a separare le prime file dal campo. La copertura è rimasta in pieno stile anni 70, con la presenza di un piccolo gable centrale per posizionare le telecamere mentre giusto al di sopra del tunnel di ingresso al campo si trovava una targa in metallo con la scritta Hull City in giallo/nero, donata al club dalle Ferrovie Britanniche.

La West Stand

Spostandoci verso il lato nord, troviamo la North Stand, o, meglio, il rimasuglio di una North Stand. Era infatti un piccolo terrace ricavato sul retro del supermercato di cui prima vi avevamo accennato; le dimensioni ricordano più le tribune di una non league che quelle di un club professionistico e l’elemento più particolare consiste nella facciata esterna, costituita appunto dal negozio di alimentari nell’angolo e dal nome dello stadio sul resto della facciata, come potete ben vedere dall’immagine sottostante.

La facciata della North Stand

Sul lato est, la disastrata East Stand vide progressivamente ridursi la sua capienza, addirittura inferiore a quella della North Stand nei periodi peggiori, perlomeno nella sezione coperta. Ai lati della sezione coperta, che occupa meno della metà della lunghezza del campo, troviamo due vasti terraces a far da raccordo con la North e la South Stand. La sezione coperta ricalca quella della West Stand, con una copertura decisamente datata se pensiamo che qui si giocava sul finire degli anni 90.

La East Stand

Dulcis in fundo abbiamo la parte più moderna dell’impianto, la South Stand, inaugurata nel 1996 e costituita da due anelli: il primo, quello più sopraelevato e sistemato appunto nel 1996, dedicato ai posti a sedere; il secondo, più in basso, altro non è che il vecchio terrace messo in sicurezza. La struttura della stand è sicuramente più moderna rispetto a quella della East e della West, sebbene rimangano i piloni di sostegno a ostruire la visione per molti spettatori. I seggiolini furono completamente ridipinti negli ultimi anni a costituire la scritta H.C.A.F.C in nero su sfondo giallo; il fiore all’occhiello di tutto lo stadio era il terreno di gioco, pioneristico in certi aspetti visto che fu tra i primi a sperimentare l’utilizzo di erba naturale mista ad erba sintetica, esperimento che valse nel 1994 il premio di miglior terreno di gioco per quell’anno.

La South Stand

Con tutte le sue vicissitudini, Boothferry Park non poteva avere una fine tranquilla. Dopo l’ultima partita, nel 2001, l’impianto rimase abbandonato e incurato sino al gennaio 2008, quando iniziò la demolizione. Tutto facile? Macchè, si procedette per gradi, con la West Stand per iniziare lasciando lì i terraces della North, East e South Stand che nel periodo successivo furono teatro di atti di vandalismo ripetuti. Finalmente nel gennaio 2010 il lavoro proseguì, per terminare l’anno successivo con lo smaltimento dei 6 enormi riflettori, lasciando definitivamente lo spazio ad una riqualificazione del sito tramite la costruzione di un complesso residenziale (sotto potete osservare uno dei video fatti durante la demolizione…sono sempre immagini molto tristi).

L’IMPIANTO ATTUALE

Come già accennato durante l’escursus su Boothferry Park, l’idea di costruire uno stadio moderno si era fatta strada nella città di Kingston Upon Hull sin dagli anni 90′. I buoni propositi però si scontravano con due fattori: il primo la cronica mancanza di fondi a livello cittadino, il secondo i pessimi risultati dell’Hull City con le relative difficoltà economiche non solo del club calcistico, ma anche dei principali club di rugby della città, anch’essi vogliosi di giocare in un impianto moderno. L’evento che fece muovere tutti gli ingranaggi arrivò all’inizio del 2000, grazie alla vendita delle quote della Kingston Communication possedute dal concilio cittadino: questo permise di dare il là alla costruzione di un nuovo impianto. A capo del progetto fu posto John Topliss, che si vide dare carta bianca: assieme al team di consulenti della Drivers Jonas, analizzò almeno una dozzina di luoghi cittadini prima di decidere il luogo ideale per edificare lo stadio. La scelta alla fine cadde su un luogo che già conoscete, in zona Anlaby Road: si trattava del “The Circle”, l’impianto cittadino di cricket che un secolo prima vide il suo prato calcato anche dall’Hull City. La scelta fu motivata da una serie di fattori, tra cui decisivi furono la facilità a raggiungere il sito, la proprietà di esso da parte della città, l’isolamento dalle aree residenziale e l’esistenza di altri siti sportivi nei dintorni. Così stanti le cose, fu elaborato il complesso progetto dalla Arup Associates (che tra i suoi lavori può annoverare l’Etihad Stadium, di cui vi abbiamo già parlato, e l’Allianz Arena), che dovette tener conto della volontà cittadina di inserire nel complesso aree sportive utilizzabili dalla popolazione e della capienza stabilita di 25-30 mila spettatori. Il disegno iniziale venne poi utilizzato e rielaborato dalla Miller Partnership, studio di architetti che coordinò successivamente la costruzione vera e propria dell’impianto. La burocrazia concluse il suo lavoro nella seconda metà del 2001, permettendo alla ditta costruttrice di dare il via al cantiere. In soli 14 mesi lo stadio fu realizzato, riuscendo anche, incredibile a dirsi, a rimanere nei costi stabiliti all’inizio (44 milioni di sterline); l’inaugurazione avvenne il 18 dicembre 2002, con l’Hull City vittorioso 1-0 in amichevole contro il Sunderland grazie al gol realizzato da Steve Melton.

Panoramica del KC Stadium

Andando finalmente a vedere la struttura del KC Stadium (così denominato dalla Kingston Communications), dall’alto ne si può apprezzare innanzitutto la forma, cioè quella di un bowl asimmetrico per la presenza di una stand, la West, nettamente più grande delle altre. Tuttavia questo non rovina l’armoniosità e la bellezza dell’impianto grazie ai particolari accorgimenti utilizzati nella costruzione: la copertura della North e della South stand piano piano si alza per venire poi sovrastata dalla copertura a falce di luna della West Stand, sostenuta a sua volta da funi d’acciaio ancorate alla struttura della stand stessa. La visione d’insieme rende del tutto particolare la forma del KC Stadium, dandogli un tocco di personalità in più rispetto ad alcuni stadi di nuova generazione che sembrano usciti da una fotocopiatrice. La capienza non è da top stadium: sono circa 25 mila i posti a sedere, dimensioni adeguate per un bacino d’utenza non enorme come quello di Kingston Upon Hull, città che solo recentemente ha conosciuto la Premier League. Non sono comunque pochi i rumors legati ad un’espansione dello stadio, voluta fortemente dal vulcanico proprietario del team, Assem Allad, salito recentemente alla ribalta per il tentativo di cambiare il nome del club: vedremo queste possibilità addentrandoci nella consueta descrizione di ogni stand.

Altra panoramica

THE WEST STAND (CRANSWICK PLC)

L’ingresso

E’ la main stand dell’impianto, l’unica disposta su due livelli, con la parte inferiore che può ospitare circa 6mila spettatori e la superiore 5 mila, per un totale di 11mila persone. Tra i due anelli troviamo una fila, che copre tutta la lunghezza del campo, di 28 executive boxes, destinati ovviamente agli sponsor ed ai tifosi più facoltosi. L’aspetto dall’interno della upper-tier ricalca la copertura a falce di luna, con gli estremi più sottili e la parte centrale più ampia; in questa zona inoltre troviamo i seggiolini colorati a disegnare, da lontano, il logo KC in nero su sfondo bianco. La lower-tier invece è classica, lineare, con al centro il tunnel di ingresso agli spogliatoi e, poco distanti, le due “panchine” per le squadre. In alto troviamo la zona stampa e il coordinamento tv dello stadio (tenuto sotto controllo da ben 57 telecamere a circuito chiuso); nella pancia ovviamente gli spogliatoi e tutte le strutture gestionali del club e dei media, impossibile inoltre non citare tutte le aree adibite ad eventi e conferenze, tra cui l’area matrimoni per un giorno nuziale da veri tifosi. All’esterno invece la West Stand è l’ingresso principale dell’impianto, con la presenza di quattro colonne decorative gialle e blu (i colori del consiglio cittadino); sulla porta troviamo in alto il nome della società di comunicazioni circondato su 3 lati dai simboli del club di football, del club di rugby e del concilio cittadino. Ultima curiosità relativa al nome della stand, che come da tradizione recente è preso da un’azienda che cerca di farsi pubblicità: in questo caso si tratta di un’azienda locale molto conosciuta in UK, produttrice di cibo e di prodotti per animali, la Cranswick plc.

La stand dall’interno

THE NORTH STAND (SMITH & NEPHEW)

L’esterno della North Stand

Alla sinistra della Main Stand, senza soluzione di continuità, troviamo la North Stand, conosciuta anche come la Smith & Nephew Stand, dal nome della multinazionale produttrice di accessori medici che sponsorizza l’Hull. La struttura, come detto, è a single-tier ed è in grado di ospitare circa 4mila spettatori (e solitamente qui trovano posto i tifosi ospiti). A differenza della copertura, che tende a salire verso l’alto avvicinandosi alla main stand, i seggiolini sono tutti sullo stesso piano, in maniera perfettamente simmetrica ed in perfetta continuità con la lower-tier della West Stand; sono dipinti in maniera tale da realizzare la scritta Hull in bianco su sfondo nero. In alto, spostato sulla sinistra guardando la stand dal campo, troviamo il tabellone elettronico, che in realtà è un enorme schermo a LED installato nel 2007 a sostituzione del vecchio scoreboard. All’esterno la stand non mostra segni particolari, tuttavia da qui si accede alle strutture che assieme al KC compongono il complesso polifunzionale: troviamo infatti a poca distanza dalla North Stand la Airco Arena, palazzetto multiuso da 1500 posti, due campi in astroturf ideali per essere utilizzati sia per il football, sia per l’hockey, palestra, bar ed addirittura una biblioteca.

La North Stand dall’interno

THE EAST STAND (IDEAL STANDARD COMMUNITY)

L’esterno della East Stand

Opposta alla Main Stand, la East Stand si raccorda alla North ed alla South grazie a due corners che impediscono il formarsi di buchi nei posti a sedere. La struttura è semplice e ricalca pari pari quella della Lower-Tier della stand opposta, per una capienza totale di circa 6 mila spettatori. I seggiolini, uniformemente colorati in nero, sono particolari solo nella parte centrale, dove vengono dipinti in maniera tale da realizzare una corona, simbolo della città che è inserito anche nel crest del club. Il nome attuale invece nasce da una notissima (anche in Italia) azienda che produce materiali per i bagni. Negli ultimi tempi attorno a questa stand gravitano parecchi rumors per un eventuale ampliamento dello stadio: si tratterebbe di aggiungere un secondo anello in maniera del tutto simile alla stand opposta, guadagnando altri 4.500 posti a sedere e portando a quasi 30mila la capienza dell’impianto; al momento però ogni discorso è fermo per l’opposizione del concilio cittadino, ma con Assed Allam nulla è da escludere, nemmeno un acquisto completo dell’impianto per disporne a piacimento. Qui infine cogliamo l’occasione per parlare anche del terreno di gioco, tra i migliori d’Inghilterra, realizzato con un 3% di fibre artificiali a rinforzare l’erba naturale. Lo spazio verde è talmente ampio da poter ospitare senza grossi problemi anche gli eventi di natura rugbystica; al di sotto si trova l’impianto di riscaldamento del terreno, in grado di mantenere l’erba a circa 9° C anche quando la temperatura ambiente è qualche grado al di sotto dello zero (22 miglia la lunghezza totale del sistema di riscaldamento). Automatico, ovviamente, il sistema di irrigazione così come ben studiato è anche il sistema di drenaggio dell’acqua.

La East Stand dall’interno

THE SOUTH STAND (MKM)

Panoramica dall’interno

Sponsorizzata dalla più grande azienda indipendente inglese di materiali per l’edilizia, la South Stand è del tutto speculare alla North Stand, capienza inclusa (4mila spettatori circa). L’unica differenza risiede nella scritta composta sui seggiolini, o, meglio, nei colori utilizzati visto che qui si utilizza l’arancio del football team anzichè il bianco del rugby team. All’angolo con la East Stand troviamo inoltre uno dei due riflettori (l’altro è situato all’angolo tra la East e la North), con una particolare struttura di sostegno ad arco a circoscriverlo. All’esterno l’unica cosa degna di nota che troviamo sono i parcheggi, decisamente ampi ed in grado di ospitare circa 1800 veicoli, nonchè la via di accesso pedonale allo stadio, in grado di portare i tifosi all’impianto lontano dal traffico della città.

La South Stand

L’ATMOSFERA

Come purtroppo accade troppo spesso nell’epoca recente del calcio inglese, anche per l’Hull City il passaggio da Boothferry Park al KC Stadium ha fatto registrare un calo dell’atmosfera e del calore dei tifosi. Tuttavia il KC Stadium, assieme soprattutto agli ottimi risultati della squadra, ha contribuito ad aumentare le presenze allo stadio che, negli anni di Premier League, hanno riempito praticamente tutti i posti a sedere. E il pubblico dell’Hull è stato decisamente fedele anche negli anni di Championship, con una media sempre maggiore a 17 mila presenze durante le stagioni in purgatorio, numeri che rendono l’idea di quanto i tifosi vogliano bene al loro team. Il colpo d’occhio al KC è sempre interessante, sia per l’impianto che rimane comunque decisamente raccolto, sia per i colori sociali del club, che rendono i sabati molto colorati. All’interno l’atmosfera, per i tempi attuali, è abbastanza buona, con un pubblico vivo, capace di scaldarsi e di cercare di dare quel qualcosa in più alla squadra nei momenti topici. Tra i cori preferiti, senz’altro è da citare il “mauled by the tigers”, parafrasabile in “sbranato dalle tigri”, cantato a squarciagola in situazioni dove la squadra sta veleggiando verso la vittoria ed accompagnato dal movimento delle mani a mimare le zampe della tigre all’attacco. Viene utilizzato soprattutto in trasferta, dove le tifoserie inglesi danno il meglio di sè, essendo minore la presenza di pubblico occasionale e/o turistico.

Per quanto riguarda l’entrance music, che rende indimenticabili alcuni stadi o alcuni club, l’Hull non si distingue per avere un vero e proprio inno, ma ad ogni partita utilizza una playlist sempre differente nel pre-match sino ad arrivare ad alcune canzoni fisse negli istanti immediatamente precedenti l’ingresso in campo delle squadre e l’inizio della partita. Tra queste ultime troviamo la famosissima e molto utilizzata “Eye of the tiger” (colonna sonora immortale di Rocky III), “Ready to Go” dei Republica (anche questa molto famosa in ambito pop-dance) e, soprattutto “Can’t help falling in love” di Elvis, questa cantata a squarciagola anche dal pubblico poco prima del fischio d’inizio. A livello di rivalità, la più sentita è sicuramente quella con il Leeds United, ma assolutamente da non dimenticare anche quella con il Grimsby Town e lo Scunthorpe United. I match disputati con queste ultime due squadre costituiscono l’Humber derby, dal nome del fiume che accomuna i tre club: il primo match fu disputato nel 1905, l’ultimo, coinvolgente l’Hull ovviamente, nel 2011 in Championship, con il trionfo dei Tigers per 5-1 in casa dei rivali dello Scuntorphe.

CURIOSITA’ E NUMERI

A livello calcistico, il KC Stadium non ha mai visto la nazionale maggiore calcare il terreno di gioco, ma qui ha giocato spesso l’Under 21 realizzando anche alcuni sold-out (memorabile quello contro l’Olanda nel 2004 con più di 25mila spettatori presenti). Più fortuna con il rugby: oltre ad ospitare le gare interne della squadra cittadina, l’impianto ha visto numerosi incontri coinvolgenti non solo la nazionale inglese, ma anche gli All-Blacks. Per gli altri sport, annoveriamo un paio di esibizioni di cricket tra lo Yorkshire County Cricket Club e il Lashings World XI (una sorta di all-star team nato con lo scopo di promuovere il cricket a livello mondiale). Infine, come tutti gli impianti moderni, sono numerosi i concerti che hanno avuto luogo qui, tra cui Elton John, Bon Jovi e gli Who.

Capacità: 25.400

Misure del campo: 104 x 71 metri

Record attendance: 55.019 (1949 – FA Cup vs Manchester United)

Record attendance attuale: 25.030 (2010 – Premier League vs Liverpool)

 

FONTI

Football ground guide

Hull City Mad

Wikipedia

Hull City Official Site

Kc Stadium Site

Groundhopping

Tims 92 blog

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

 

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Around the football grounds – A trip to Southampton

Con i nostri immaginari mezzi di trasporto, è tempo di lasciare nuovamente Londra e partire per una nuova tappa del nostro tour nella storia degli stadi inglesi. Niente aereo questa volta, ma un comodo treno inglese che ci porta nel sud-ovest, nella più grande città dell’Hampshire. Ovviamente stiamo parlando di Southampton, città di poco meno di 240.000 abitanti che confluisce con la vicina Portsmouth a formare un’unica grande area metropolitana. Città portuale, nata sulla confluenza di tre fiumi (River Test, River Itchen e River Hamble) ed associata soprattutto a 2 simboli, il Titanic e lo Spitfire. Il primo, purtroppo, non ha bisogno di alcuna presentazione e tutti saprete che l’imbarco e la partenza della nave avvennero a Southampton; per quanto riguarda il secondo invece si tratta del più famoso caccia da combattimento impiegato dagli inglesi nella seconda guerra mondiale, che qui è stato concepito e costruito contribuendo a vincere la guerra dei cieli ed a girare le sorti dell’Europa. A livello sportivo qui trova casa, dal 1885, il Southampton Football Club.

Scorcio aereo di Southampton

LA STORIA

La zona, nella parte sud-est della race track (in centro alla mappa) del Commong Ground

Creato nel 1885, il Southampton, allora conosciuto come St. Mary’s Young Men’s Associaton F.C., lungo tutta la sua storia può vantare un totale di 6 campi di gioco, anche se, come vedremo lungo l’articolo, si può parlare di vere e proprie case solo per 4 di questi. Il primo home ground fu su un terreno appartenente al County Bowling Club, ma qui vi si disputò solamente una partita (contro una squadra di Freemantle, vittoria per 5-1); successivamente, e per tutto il 1885-1886, la squadra si trasferì ad Avenue Road (il Common Ground), dove trovarono uno spazio quasi perfetto, se non fosse per la via pedonale che attraversava il prato proprio nella zona di centrocampo. Nonostante parliamo di 100 e più anni fa, la situazione non era tollerabile e nel corso dello stesso anno finalmente i Saints trovarono una casa vera, l’Antelope Cricket Ground.

Mappa di Southampton nella seconda metà dell’Ottocento con l’ubicazione dell’Antelope cricket ground

Inaugurato nel 1839 e situato nel quartiere ove successivamente nacque il Southampton, vide la luce come campo da cricket e fino al 1842 fu utilizzato salturiamente. In questo anno 3 mecenati locali presero a cuore questo terreno, lo sistemarono e lo diedero in gestione a Daniel Day, un famosissimo ex-giocatore di cricket dell’epoca. Con la sua supervisione lo stadio divenne noto come il “Day’s ground” ed ospitò numerosi match importanti di questa disciplina; lo splendore durò poco però, perchè nel 1845 le voci edilizie che circolarono attorno al terreno portarono mister Day a spostarsi più a sud, nei pressi del fiume Itchen. I tempi migliori tornarono negli anni 60 (e qui vi giocò spesso anche la famiglia Lillywhite, un nome che tutti noi sportivi associamo al meraviglioso negozio a Piccadilly Circus nato proprio da questa dinastia) sempre grazie al cricket e durarono fino ai primi anni 80, quando fu costruito il nuovo County Ground (con l’adiacente County Bowling Club, citato sopra). Con l’inaugurazione di quest’ultimo, il cricket lasciò l’Antelope (così chiamato perchè di fronte all’Antelope Inn, sede di formazione dell’associazione di cricket dell’Hampshire), tuttavia il sito non venne abbandonato e preso in affitto dai Pirates, un’associazione rugbystica, e dai Woolston Works, la società calcistica più forte in città. Tra il 1886-1887 arrivarono qui gli occhi del Southampton, alla ricerca di un terreno di gioco che potesse ospitare i match di coppa, non disputabili al Common Ground. L’Antelope Cricket Ground soddisfava i requisiti necessari, essendo un campo vero, dotato di una piccola stand e di terrace naturali ai lati, con gli spogliatoi situati in un pub adiacente al campo (l’All England Eleven). Tuttavia non fu uno spostamento definitivo: qui la squadra giocava i match di coppa, mentre le altre partite venivano disputate al vecchio Common Ground; non è finita, perchè alcuni match di cartello trovarono sede al nuovo County Ground per permettere a più pubblico di affluire. Il 17 settembre 1887 i Saints vinsero il primo match ufficiale in questo stadio per 10-0 contro il Petersfield; per il secondo match si dovette aspettare invece parecchio perchè la seconda gara di coppa prevista, contro il Lymington, dovette essere disputata a Redbridge, ai confini della città, perchè i Pirates avevano una partita nel medesimo giorno.

Gli spogliatoi all’Antelope Cricket Ground

Le incertezze e le continue battaglie per poter usufruire del campo portarono il club a cercare sistemazioni alternative, che tuttavia non vennero trovate e per alcuni anni continuò questa strana alternanza tra terreni di gioco. La fine venne posta nel 1889, con lo scioglimento del Woolston Works e la gestione dell’impianto principalmente (perchè anche il Trojans Rugby club potè usufruire dell’Antelope Ground) nelle mani di quella che diverrà l’unica vera squadra di football della città. I primi miglioramenti all’Antelope vennero fatti un paio d’anni dopo, in concomitanza dell’ingresso della squadra nella F.A. Cup: furono interventi per permettere allo stadio di soddisfare i requisiti richiesti per disputare partite di coppa, requisiti che allora non erano particolamente esosi, dato che non vi era una zona stampa coperta sugli spalti e vi erano evidenti difficoltà nel tracciare le linee del campo.

L’ingresso all’Antelope Cricket Ground

Il primo match fu un successo di pubblico: in città arrivò il Reading e più di 4 mila persone si affollarono attorno al campo (ed alle finestre delle case circostanti) per assistere alla partita, che terminò con un trionfo dei padroni di casa vanificato da un reclamo, accolto, degli ospiti per irregolarità nel tesseramento di alcuni giocatori. Molto interessante, e a tratti incredibile, fu l’esperimento provato nella stagione 1893-94, quando il club tentò di giocare una partita di sera, con l’illuminazione fornita dalle Wells light, lampade industriali a kerosene che venivano impiegate soprattutto nei grandi lavori. Il tentativo purtroppo fallì, ma questo non fermò la crescita dei Saints. Nel quartiere, nel frattempo, la situazione economica dei proprietari dell’Antelope Ground, la St. Mary’s Church, non era delle migliori e si iniziò a ventilare la vendita del terreno: fu offerto in primis alla città, alla cifra di 5mila sterline, e successivamente, proprio al club. Entrambi rifiutarono e la vendita non avvenne: potè così cominciare la storica stagione 1894-95, storica perchè fu la prima della neonata Southern League, tra i cui fondatori ci fu proprio il St. Mary’s. L’affluenza media fu di 4-5mila persone e ancora oggi si ricorda l’epico match di FA Cup contro il Nottingham Forest, che all’epoca era una delle squadre più famose e nobili d’Inghilterra. Per l’occasione fu eretta una grandstand e circa 7 mila persone si presentarono ai varchi d’ingresso: tutto rischiò di essere rovinato dai quasi 8 cm di neve presenti sul campo, ma l’arbitro, dopo un’attesa estenuante, decise di far giocare il match che il Nottingham vinse nonostante mille lamentele per la scarsità di confort che presentavano l’impianto e gli spogliatoi. Un altro dream match ebbe luogo l’1 febbraio 1896, quando in città, sempre in F.A. Cup, arrivò lo Sheffield Wednesday. La risposta del pubblico fu grandiosa, con circa 12 mila spettatori ad affollare il piccolo Antelope Ground, che vide aprire i suoi cancelli addirittura 2 ore prima della partita, un evento più unico che raro allora. Al fischio d’inizio il colpo d’occhio era notevole, con i giornalisti a descrivere un mare di facce le une vicine alle altre mai visto a Southampton.

La foto più vecchia riguardante i Saints, qui al County Ground

Purtroppo però l’impianto mostrò i suoi limiti: crollò infatti un tetto di un edificio circostante, su cui erano assiepati diversi spettatori, causando vari feriti; la partita venne disputata lo stesso e vide la vittoria dello Sheffield per 3-2. L’episodio, però, portò con se delle conseguenze, sia sotto forma di cause legali (uno spettatore ferito, Mr. George Bett, intraprese un’azione legale contro il club che però perse, essendo l’edificio dove si trovava al di fuori dello stadio), sia sotto forma di trasloco. I proprietari infatti tornarono alla carica per vendere il terreno e, di fronte al fallimento delle trattative con il club, lo cedettero ad un’azienda edilizia, che immediatamente iniziò a pensare ad un progetto residenziale costringendo, di fatto, il St. Mary’s a cercarsi una nuova casa, identificata con il già noto County Ground, affittato a 200 sterline l’anno. L’ultima partita all’Antelope venne disputata il 29 aprile 1896 e fu un’amichevole con i rivali di sempre del Freemantle, conclusasi con una vittoria e l’onore dell’ultimo gol segnato da un nativo della città, Fred Hayter; l’impianto venne demolito ed al suo posto oggi abbiamo la zona di Graham Road con il Royal South Hampshire Hospital.

La placca che oggi si trova su uno degli edifici nella zona dove sorgeva un tempo l’Antelope Cricket Ground

Il County Ground, a circa 6 miglia dall’Antelope Ground, era stato recentemente rinnovato per essere la nuova casa dell’Hampshire County Cricket Club e di conseguenza potete immaginare come il design fosse interamente dedicato al cricket, col terreno circolare e molto lontano dall’essere un impianto calcistico. Tuttavia per il St. Mary’s fu una casa storica: nella stagione d’esordio venne vinta la Southern League e, soprattutto, fu cambiato il nome alla società, che divenne Southampton F.C.; nella stagione successiva arrivò il secondo successo in Southern League e la semifinale di Coppa, prima squadra di non-league a raggiungere questo traguardo. Nella chase for the cup fu registrata l’affluenza record di questi primi anni di esistenza, quando 15mila persone si presentarono al County Ground per assistere alla sfida contro il Bolton. E proprio la grande presenza di pubblico fu la molla che spinse definitivamente i Saints alla ricerca di una sistemazione definitiva, assieme al fatto che l’alto costo dell’affitto avrebbe potuto portare sull’orlo del collasso finanziario il club. La prima opzione considerata fu la fusione con i rivali cittadini del Freemantle e il conseguente spostamento nella parte ovest della città, nel quartiere di Shirley: l’ipotesi non si concretizzò e nel giugno 1897, durante un meeting straordinario del board, trapelò la notizia che il nuovo terreno di gioco stava diventando realtà. Nei mesi successivi vennero rivelati diversi indizi, che permisero di identificare con precisione la zona su cui sarebbe sorta la nuova casa del club. Di questa zona, abbastanza vicino al County Ground ed alla principale stazione ferroviaria della città, vi riportiamo la più famosa descrizione dell’epoca: “a lovely dell with a gurgling stream and lofty aspens” scrisse nel 1850 Philip Brannon nel suo “Picture of Southampton”; a dire il vero, comunque, una mappa dell’anno precedente all’arrivo dei Saints mostrava un piccolo torrente che percorreva l’intero sito (allo stato semiabbandonato a causa di alcuni tentativi di trasformarlo in un tratto ferroviario) da nord a sud. La fortuna del club fu quella di non dover sborsare nemmeno un centesimo per trasformare il vecchio laghetto in un impianto calcistico: George Thomas, un mercante di pesce appena messo a capo di una piccola società, intravide il potenziale del terreno e lo acquistò consciò di poterlo trasformare in un buona sistemazione per una squadra di calcio (l’area era infatti descrivibile come una piccola valle tra 4 spalti naturali). Fece un investimento di quasi 10 mila sterline per bonificare la piccola palude, livellare il terreno, drenare il torrente e cercare di costruire il miglior impianto calcistico del Sud dell’Inghilterra.

L’originale West Stand del “The Dell”

Tenne sicuramente fede al suo intento, visto che ad entrambe le end realizzò dei terrace, con la parte nord capace di contenere circa 5.500 spettatori e quella sud più di 15 mila; sul lato est, confinante con una scuola e la Chiesa di S. Marco, fu eretta una two-tier stand lunga circa 70 yards con terraces ai due fianchi; infine, sul lato ovest, fu costruita una stand più piccola perchè la presenza di una casa (ed il suo muro posteriore) sull’angolo della Archers Road lasciava uno spazio risicatissimo per gli spettatori. Non si badò a spese, la West Stand venne dotata di ogni confort possibile per l’epoca (parliamo di bagni e docce), il campo era perfetto col perimetro delimitato da piccole cancellate di ferro, piccole bandiere sventolavano ad ogni angolo e fu addirittura previsto un negozio di biciclette per i fans; l’unico difetto fu riservato ai giornalisti, che non avevano lo scrittoio in sala stampa.

La prima partita contro il Brighton al The Dell

In poche parole, George Thomas realizzò una meraviglia per l’epoca e, completamente innamorato del calcio e dei Saints, affittò l’impianto a sole 250 sterline l’anno, con un contratto di 8 anni. La casa su Archers Road venne occupata dalla segretaria, il muro tappezzato di manifesti pubblicitari e il 3 settembre 1898, alla presenza del sindaco, vi fu l’inaugurazione dello stadio, ancora senza un nome ufficiale (tra le proposte: “The Fitzhugh Dell”, “The Archer’s Ground” and “Milton Park”), prima del match di Southern League contro il Brighton United, vinto per 3-1 con la prima rete nella storia realizzata da Watty Keay. Nei primi anni di vita venne scelto dalla gente il nome, con l’ispirazione che arrivò direttamente dalla descrizione di Brannon: “The Dell”; tuttavia sorsero ben presto i primi problemi dato che nel 1906 lo scoperto a carico della società guidata da Thomas era di circa 3mila sterline.

Altra immagine dalla prima partita nel nuovo stadio

Quest’ultimo tentò di raddoppiare l’affitto, ma il club si accordo con un aumento di 150 sterline, per un totale di 400 l’anno: le frizioni erano tali da far prospettare addirittura un ulteriore spostamento, con la morte del The Dell ed anche del club. L’ingresso in Football League, nella Third Division, nel 1920 salvò tutto e permise non solo di iniziare a farsi notare al di fuori della Coppa, ma anche di iniziare ad investire nuovamente nello stadio. Il primo intervento fu fatto nel 1922, dopo la promozione in Second Division: furono spese 8mila sterline per aggiungere posti alla East Stand e per sistemare le piccole magagne che si erano create nel corso del tempo; successivamente, nel 1926, la situazione finanziaria dei Saints era così florida da permettere l’acquisto a titolo definitivo del The Dell, con 26mila sterline versate alla vedova di George Thomas, nel frattempo deceduto.

Archers Road end, 1915

L’acquisizione completa dello stadio aprì il momento più florido per questo impianto: l’anno successivo fu messo sotto contratto Archibald Leitch, il celeberrimo architetto di stadi, per metterlo a capo del progetto di rifacimento della West Stand. Per permettergli di lavorare in tutta tranquillità il club vendette i giocatori migliori, prese un prestito di 20mila sterline e chiese aiuto anche al neonato supporters club, nonostante le reticenze di molti che avrebbero voluto vedere investiti tali soldi in giocatori. Leitch, reduce dalla stand realizzata a Portsmouth, concepì una classica two-tier stand con la parte superiore capace di contenere 4.500 spettatori e l’inferiore 8.500 grazie al paddock ed ai posti in piedi; immancabile il suo motivo criss-cross sulla balconata e, ovviamente (seppur questo concetto sia strano riferito all’epoca in cui avvenne la costruzione) non mancava la copertura della parte superiore. Allo stesso tempo ridisegnò anche il profilo del paddock della East Stand, abbassando le prime file al di sotto del livello del terreno, permettendo di aumentare la capacità totale del The Dell a 33.000 spettatori. I lavori furono affidati alla società di edilizia preferita di Leitch, gli Humphreys, che lavorarono assieme alla Clyde Structural Company of Glasgow; il primo step fu quello di demolire non solo la West Stand pre-esistente, ma anche la sede degli uffici del club all’angolo adiacente; successivamente venne innalzata la nuova tribuna, inaugurata ufficialmente il 7 gennaio 1928, alla presenza di William Pickford (dirigente della FA), del sindaco, dello stesso Leitch e di una cantante lirica, Miss Marion Knight, chiamata per cantare “Land of Hope and Glory”.

I lavori per la nuova West Stand di Leitch

Nonostante le spese enormi, la squadra non ne risentì e sul campo sfiorò l’approdo nella massima divisione: il futuro appariva roseo, ma come spesso capita il destino prese una strada tutta sua. L’ultima gara della stagione 1928-1929 fu disputata il 4 maggio e subito dopo la partita fu dimenticato un mozzicone di sigaretta acceso nella East Stand: lo stadio vuoto fece ritardare la percezione del pericolo e la tribuna andò in cenere prima che i pompieri potessero far qualcosa. Per le casse del club fu un colpo durissimo, con altre 10 mila sterline prese in prestito per ricostruire il tutto: in tempi record la East Stand fu pronta (a settembre il pubblico potè già riempirla) e non vi furono grossi lavori progettuali alla base. Venne infatti realizzata una copia, leggermente più piccola, della West Stand (nella parte superiore vi erano solamente 2.500 posti).

Composizione col titolo del giornale all’epoca dell’incendio e lo stadio pre-ricostruzione della East Stand

Gli anni 30 non apportarono grossi miglioramenti all’impianto poichè il club era impegnato nel ripagare tutti i debiti contratti al momento di espandere il The Dell, ma questo al destino non bastò per risparmiare i Saints. La città, famosa per il suo porto, fu uno dei bersagli designati dalla Germania Nazista nei bombardamenti sull’Inghilterra e lo stadio era pochissima distanza dal mare: nel novembre del 1940 una bomba cadde nell’area di gioco davanti alla Milton Road End (la North Stand), portando sostanzialmente sott’acqua gran parte del terreno di gioco; l’anno successivo un deposito di munizioni vicino al campo esplose e diede fuoco alla West Stand: l’intervento stavolta fu possibile e la stand salvata. Questi due incidenti comunque costrinserò il club ad emigrare: dopo i bombardamenti la squadra giocò in trasferta tutte le partite rimanenti, tranne uno spareggio di coppa che si dovette giocare a Fratton Park, per l’inagibilità del The Dell; la stagione 1941-42, quella successiva all’esplosione del deposito di munizioni, vide i Saints chiamare casa il Pirelli Sports Ground a Eastleigh (città vicina a Southampton), impianto misto tra football e cricket situato nei pressi di Dew Lane, che oggi non esiste più.

Scorcio del The Dell negli anni 60

Dopo la guerra ed il ritorno al The Dell, il club vide crescere notevolmente la sua fan-base, con più  di 25mila spettatori di media nella stagione 1948-49; il successo al botteghino mise la dirigenza di fronte ad una nuova idea di espansione dell’impianto, frenata tuttavia dalla conformazione della zona circostante allo stadio, in particolare le due end, dove sostanzialmente non vi era più spazio per ricostruire le stand. Fu adottata una soluzione unica nel panorama inglese: sulla Milton Road End (la north stand) furono costruite tre mini-stand ad una altezza crescente partendo dall’angolo est verso la porta. Ogni piattaforma era in grado di ospitare fino a 300 spettatori e, per il loro aspetto viste da fuori e dall’alto, furono soprannominate quasi subito “chocolate boxes”, dato che ricordavano le famose scatole di cioccolata tanto in voga in quegli anni e furono gli unici upper-tier terraces in tutta la Gran Bretagna. Negli anni 50 il The Dell salì alla ribalta delle cronache anche per essere stato uno dei primi stadi britannici a dotarsi delle luci artificiali, un esperimento nato durante un tour all’estero giocato proprio alla luce dei riflettori. Fu montato un set base al costo di 600 sterline, utilizzato principalmente per gli allenamenti in considerazione del divieto imposto dalla FA di giocare gare ufficiali serali; l’inaugurazione avvenne il 31 ottobre 1950 in un’amichevole contro il Bournemouth & Boscombe Athletic mentre la prima vera gara ufficiale serale fu disputata l’1 ottobre 1951, quando la squadra riserve affrontò i pari grado degli Spurs con più di 13 mila persone sugli spalti a partecipare all’evento; alcune settimane dopo gli spettatori furono più di 22 mila per una gara della Hampshire Combination Cup contro il Portsmouth. Tuttavia la prima vera gara patrocinata dalla FA fu disputata quasi 4 anni dopo, nel settembre 1955, quando lo spareggio di FA Cup tra Kidderminster e Brierley Hill fu giocato qui.

Panoramica con in primo piano i famosi “chocolate boxes”

Così strutturato, con la West Stand progettata da Leitch, la East costruita ad immagine e somiglianza della West, il terrace sulla Archers Road e i Chocolate Boxes sulla Milton Road End, il The Dell rimase immutato fino alla fine degli anni 70 (eccezion fatta per l’hut costruito sopra la west stand ad uso frutto da parte della stampa): nel frattempo il club conobbe la massima serie del calcio inglese realizzando anche il record di presenze contro lo United nel 1969, quando 31.044 spettatori assistettero al match di campionato. I primi scricchiolii del tempo si fecero sentire nel 1978, quando i Saints tornarono in Division One e, di conseguenza, furono soggetti ai provvedimenti del Safety of Sports Grounds Act, emanato nel 1975.

Particolare dei “chocolate boxes”

Il sopralluogo sconcertò non poco i dirigenti, che addirittura pensarono ad una relocation prima di iniziare la serie di lavori necessaria all’adeguamento dell’impianto. Il costo totale fu di 1 milione di sterline ed il progetto fu realizzato nell’arco di 3 anni, tra il 1978 e il 1981. Inizialmente furono rimosse tutte la barriere contro le quali la gente potesse essere schiacciata, poi metà dei paddocks delle due stand principali furono convertiti a posti a sedere e, per finire, nel 1981 vennero demolite le amatissime Chocolate Boxes per riqualificare la North Stand. Quest’ultima venne sostanzialmente ridisegnata, con la realizzazione di una tier e…mezzo, visto che la parte inferiore venne lasciata intatta, con profondità a diminuire dall’angolo ovest all’angolo est per colpa dei ridotissimi spazi, mentre la parte superiore si interrompeva poco dopo la porta, verso l’angolo est. A livello di spettatori, nonostante l’apparente riduzione in dimensioni, la capienza aumentò, così come aumentò la sicurezza generale dell’impianto. Un progetto simile fu pensato anche per la end opposta, ma la realizzazione avrebbe probabilmente costretto a modificare pesantemente la viabilità della retrostante Archers Road e quindi fu accantonato. Alla fine degli interventi la capienza rimase rispettabile, con circa 25mila posti dei quali 9.175 a sedere.

Non servono commenti su questa panoramica

Contemporaneamente i discorsi sul cambio casa iniziarono ad essere più concreti. I primi rumors nacquero nel 1977, con il concilio cittadino che arrivò addirittura a scegliere un’area, quella della Western Esplanade (a sud della stazione, una zona già presa in considerazione sul finire degli anni 40), ma dopo 3 anni di trattative si capì che non era il caso di investire in un impianto partendo dalle fondamenta. Il motivo? Ovviamente i soldi, nonostante infatti un possibile contributo della città di 3 milioni di sterline, ne sarebbero servite almeno altre 9 per poter realizzare il tutto, senza contare poi il successivo astronomico affitto da versare annualmente nelle casse comunali per permettere alla città di rientrare nella spesa (e attualmente in questa zona c’è uno shopping centre, cosa che ha permesso al comune di uscirne comunque vincente). Negli anni 80 i discorsi di relocation furono temporaneamente messi in soffitta, per tornare poi prepotentemente alla ribalta dopo il Taylor Report, tra il 1989 e il 1990, che con il suo obbligare i club di First Division a stadi tutti con posti a sedere costrinse il Southampton da una parte a progettare la trasformazione del The Dell in un all-seater stadium, dall’altra a guardarsi attorno perchè in ogni caso la capienza dello stadio non sarebbe stata degna di un club al vertice del calcio inglese. Ancora una volta il consiglio cittadino venne in aiuto del club, identificando ben 14 potenziali siti dove far sorgere il nuovo impianto. La zona di Stoneham surclassava tutte le altre sotto ogni aspetto e questo fatto fu confermato anche dal consiglio dell’Hampshire; venne ideato un progetto interamente sportivo, con uno stadio da 25mila posti ed attorno una serie di strutture per allenamenti, atletica, sport indoor, sale conferenze, campi da tennis, ccampi da bowling e uffici per le federazioni sportive. Tutto molto bello sulla carta, ma presto si presentarono i problemi, riassumibili principalmente in 4 punti:

1) la delicatezza della zona dal punto di vista dei collegamenti, vista la vicinanza ad un importante tratto della M27 e la presenza dell’aeroporto quasi dall’altro lato della strada

2) l’opposizione dei residenti, raccolti in diverse associazioni, impauriti dall’aumento del traffico, del rumore, dell’inquinamento e della cementificazione dell’area

3) la difficoltà nell’acquisto completo del terreno, visto che 59 acri appartenevano al Concilio della Contea di Hampshire con gli altri divisi tra la città e la British Rail

4) l’appartenenza del terreno a due giurisdizioni: Southampton e quella facente capo a Eastleigh

Apparentemente questi problemi non fermarono nè il club, nè il concilio cittadino, che si misero a lavorare duramente dietro le quinte sulla realizzazione del progetto, convinti che non vi fosse posto migliore per il nuovo stadio. La prima battaglia, durissima, fu persa: nel marzo 1992 l’assemblea di Eastleigh votò all’unanimità contro il club; la seconda battaglia iniziò subito dopo, con l’appello del club al Secretary of State for the Environment (sostanzialmente la commissione per l’ambiente). Una malattia nella famiglia dell’ispettore ritardò le decisioni e quando tutto sembrava in dirittura d’arrivo, morì Stephen Milligan, rappresentante di zona, conservatore, del Parlamento. La sentenza arrivò nel luglio 1994, giusto un mese prima della deadline per l’all-seater stadium, che il club aveva deciso nel frattempo di rispettare (e vedremo successivamente come) e fu a favore dei Saints. La palla andò successivamente nelle mani dell’Hampshire County Council, che all’inizio bocciò sonoramente l’idea, per poi cambiare improvvisamente idea nel settembre 1995 (voltafaccia in apparenza motivato dal fatto che due anni dopo il terreno, in base a nuovi accordi cittadini, sarebbe comunque passato totalmente nelle mani della città di Southampton e quindi questo non fu altro che un tentativo di avere ancora potere, sottoforma di una piccola quota nel nuovo complesso sportivo). A questo punto siamo a metà del 1996 e le cose, finalmente, poterono procedere. 30 milioni di sterline e il progetto di costruzione dettagliato mancavano: se per i primi, per quanto difficile, la soluzione c’era, i disegni finali del complesso furono l’ultimo, insormontabile scoglio. Si passò infatti dall’idea di un polo sportivo all’avanguardia a quella di un polo commerciale con la presenza anche di una multisala: l’Hampshire County Council pose il veto e fu lo stop finale allo stadio a Stoneham, consacrato dal nuovo progetto alternativo elaborato dalla città di Southampton che conquistò i tifosi da subito. Ma questo lo vedremo dopo, perchè è tempo di fare un passo indietro e tornare all’interno del The Dell.

Panoramica di fine anni 80

Parallelamente ai discorsi ed alle trattative partite all’inizio degli anni 90 sulla relocation, i Saints si dovettero anche preoccupare di giocare a calcio e di farlo in un impianto a norma con le disposizioni del Taylor Report. La deadline dell’agosto 1994 consentì al club di aspettare e seguire costantemente l’evolversi degli eventi in città, ma quando fu chiaro che non ci sarebbe stato nessun nuovo impianto per quella data, iniziò la conversione del “The Dell” in un all-seater stadium. Già si sapeva comunque che il “The Dell” non sarebbe potuto essere il futuro del club visti i limitati spazi in cui era compreso: nel 1990 bastava infatti una semplice passeggiata attorno al perimetro per rendersi conto della non possibilità di espandere le stand esistenti o, nella migliore delle ipotesi, demolire e ricostruire tutto. Le due end, la Archers Road Stand e la Milton Road Stand, davano direttamente sulla strada con un andamento tutt’altro che rettilineo mentre l’espansione della West e della East Stand avrebbe comportato seri conflitti con i proprietari delle case retrostanti, senza contare la quasi totale assenza di parcheggi. Il primo passo nella modernizzazione fu il sistemare, per quanto possibile, le due stand più grosse, ferme ancora come struttura ai progetti originarli. Non si potè, ovviamente, cambiare questo, ma fu semplicemente fatto un lavoro teso a farle sembrare un po’ pù accoglienti: cambio di seggiolini, riverniciatura…una sorta di piccolo lifting con i colori sociali del club, senza tuttavia riuscire a cambiare l’aspetto esteriore e le coperture, che ormai mostravano i segni dell’età senza tuttavia perdere una briciola di fascino creata dal progetto di Leitch, la cui famosa “balconata” sulla West Stand era però nascosta sin dagli anni 50 dai tabelloni pubblicitari.

La West Stand negli anni 90

Il club e gli architetti si concentrarono invece sulle due end, entrambe molto difficili da riqualificare. La prima ad essere sottoposta ai lavori fu la Archers Road Stand, all’epoca completamente scoperta e scomoda, visibilità compresa. Nonostante la scarsa possibilità di ottenere una capienza accettabile e il futuro lontano da lì, fu realizzata una single tier stand di tutto rispetto con circa 1300 posti a sedere, una copertura semplice ma ben realizzata nel classico stile “a mensola” e, nell’angolo ovest furono posti la stanza di controllo dello stadio e la postazione medica, sormontati dal tabellone elettronico e con le mura dipinte in bianco, a pochissimi passi dove alle origini vi era la casa che praticamente guardava dentro il campo.

L’Archers Road Stand, da lontano

Era ora tempo di mettere mani all’altra end, la Milton Road Stand, il che avvenne dopo aver esplorato la possibilità di chiedere una proroga alla deadline, sperando nell’esito positivo dei negoziati a Stoneham. Gli indugi vennero rotti nel 1994 e la stand venne rifatta completamente da un team composto dalla WH Saunders and Sons per la parte di architettura e da Jan Bobrowski per la parte ingegneristica (un esperto negli anni 90 per la realizzazione di stands, dati i suoi trascorsi nella progettazione del North Bank di Highbury e nei lavori per Twickenham, Watford e molti altri stadi). La sfida era davvero complessa, avendo a disposizione uno spazio che spaziava dai 5 metri dell’east corner ai 30 del west: ne risultò una stand che era una continua variazione di angoli, con i seggiolini a seguire una curva simil-esponenziale dall’angolo est all’angolo ovest, per massimizzare il numero di posti sedere e mantenere la visibilità ottima in ogni punto. Viceversa la parte posteriore della stand andava dall’essere quasi assente nell’angolo ovest ad essere ben presente, con addirittura spazi pubblicitari, nell’angolo est. Anche la struttura della copertura rappresentò una sfida e la struttura di sostegno soprastante, a forma di porta, era del tutto particolare, non parallela (come solito) alla linea di fondo, ma ad allontanarsi dal campo a dar l’impressione quasi di girare su sè stessa e sparire (le immagini renderanno molto meglio l’idea).

La Milton Road Stand “nuova”

Anche all’esterno la nuova tribuna fu curata nei minimi dettagli, con la parte inferiore realizzata con i classici mattoncini rossi, sormontati dai pannelli grigi con la scritta del club. Ad un’estremità troviamo una sorta di medaglione decorativo mentre al centro, tra i mattoncini e la struttura soprastante, abbiamo una serie di archi ad alleggerire il tutto e a renderlo più armonioso. Al termine dei lavori, i posti a sedere ottenuti furono 2.897, per una capienza totale dell’impianto di 15.352 posti, il più piccolo della Premier League, ovviamente troppo piccolo. Non fu possibile realizzare executive boxes e tutte quelle facilities che ormai erano imperanti in ogni nuovo stadio costruito e questo, purtroppo, aveva il suo peso nello spingere ancor più i Saints lontani dal The Dell che, nonostante l’età, stava entrando nella leggenda grazie al miglior giocatore di sempre dei Saints, Matthew Letissier (di cui Pierpaolo ci racconta qui la storia), che con il suo talento portò ovunque il nome di questo stadio.

L’esterno della Milton Road Stand

La svolta verso la fine del The Dell avvenne attorno al 1998, con la consapevolezza della fine dei piani di relocation a Stoneham e la rivelazione, da parte del Chairman, dell’esistenza di un piano alternativo nella zona centrale della città, a St. Mary, alle origini del club. Il terreno prescelto era quello su cui sorgeva una centrale del gas chiusa da tempo, con una capienza prevista per il nuovo stadio di circa 32.000 persone, 7mila in più rispetto a Stoneham. Nonostante il tentativo di tenere il tutto nascosto, per non intralciare i negoziati in corso a Stoneham, la notizia filtrò e fu confermata sul finire della stagione 1998-99, con l’inizio dei lavori e l’approvazione dei tifosi, contenti di avere uno stadio nella casa originaria del club.

Panoramica dall’alto del “The Dell”

E così iniziò il countdown per questo storico impianto, che ebbe fine in due date, il 19 ed il 26 maggio 2001. Nella prima data fu disputata, in un’atmosfera festosa ed unica, l’ultima partita di Premier League contro l’Arsenal, cementata nella storia del club dal gol nei minuti finali di Matthew LeTissier, un gol che valse la vittoria 3-2 e chiuse per sempre il The Dell alle gare ufficiali. Con una nota di romanticismo, il miglior giocatore della storia dei Saints che chiude un unico e meraviglioso impianto con il suo ultimo gol in carriera. La parabola della vita, il migliore degli addii. Il 26 maggio invece, sempre con un pizzico di malinconia e romanticismo, avvenne la chiusura vera e propria con un’amichevole contro il Brighton, la prima squadra ad aver giocato nel “The Dell” alla sua apertura ed anche l’ultima. La “sfida” venne vinta dai Saints 1-0 con un gol di Uwe Rosler, attuale manager del Wigan, ma viene ricordata per l’incredibile festa e la caccia al cimelio dopo il fischio finale, con gran parte del pubblico in campo a caccia di pezzi di terreno, seggiolini e quanto fu possibile portar via: si narra che uno spettatore sia riuscito ad andarsene addirittura con un cartellone pubblicitario. Momento finale di una storia che in questo stadio vide il Southampton costruire la sua Cup Run del 1976 e battere lo United 6-3 nel 1996, in una partita che ancor oggi viene ricordata e celebrata.

La conseguente demolizione avvenne nei mesi finali del 2001 e, come quasi da tradizione, l’area venne riqualificata e resa residenziale; tuttavia, ad imperitura memoria, i vari blocchi di lussuosi appartementi hanno preso il nome dai migliori giocatori dei Saints: Stokes, Bates, Le Tissier, Wallace, Channon.

Il The Dell…oggi

L’IMPIANTO ATTUALE

La storia dello stadio attualmente utilizzato dai Saints inizia nel 1999, quando filtrò la notizia della disponibilità di un vasto terreno praticamente nel cuore della città, su cui sorgeva una vecchia azienda per la raccolta e lo sfruttamento del gas. Il concilio cittadino lavorava già da tempo sul progetto e l’uscita della notizia non fece altro che rendere ufficiale che lì sarebbe sorto il nuovo stadio del Southampton, per diversi motivi: innanzitutto si sarebbe tornati all’origine del club, nella zona di St. Mary dove nel 1885 nacquero ufficialmente i Saints; in secondo luogo la capienza prevista era di gran lunga superiore a quella del progetto Stoneham ed infine il costo totale dell’operazione era nettamente inferiore al progetto rivale, senza contare la minore influenza della burocrazia nell’iter di approvazione del progetto visto che l’unico interlocutore per i Saints era il concilio cittadino, da cui nacque l’idea. Nonostante il prezzo inferiore, reperire i fondi non fu comunque facile: circa 30 i milioni di sterline da trovare e la somma fu messa assieme grazie alla vendita del terreno su cui sorgeva il The Dell, ad un prestito di circa 17-18 milioni di sterline ed all’intervento di vari sponsor: incredibilmente non vi furono rincari durante i lavori e lo stadio fu denominato semplicemente St. Mary’s Stadium nonostante un iniziale ed impronibile “The Friends Provident St. Mary’s stadium” per motivi di sponsor. Per fortuna i fans si misero in mezzo e ottennero il nome attuale, che fortunatamente lo sponsor successivo decise di non toccare; l’inaugurazione ufficiale avvenne l’1 agosto 2001 in un’amichevole contro l’Espanyol, vinta 4-3 dagli spagnoli.

Visuale aerea del St. Mary’s stadium

Distante in linea d’aria poco più di 2 km da Milton Road e Archers Road, la zona del The Dell, il St Mary’s sorge a pochissima distanta dalla riva destra del fiume Itchen e dall’alto ha la semplice forma di un bowl senza interruzioni tra le varie stand. La struttura è piuttosto uniforme, nessun gioco di angoli, nessuna variazione di altezza: sostanzialmente perfetto, a differenza del vecchio stadio che era l’apoteosi dell’imperfezione geometrica. Salta inoltre all’occhio la scarsa disponibilità di spazi circostanti e a risentirne sono soprattutto i parcheggi, scarsi rispetto alla capienza ed alla possibile futura espansione delle stand. Classicamente comunque troviamo 4 stand, che prendono i nomi dalla zona della città verso cui sono rivolte, in grado di ospitare 32.689 spettatori seduti ed al coperto; come sempre andiamo a vederle singolarmente.

Arrivando a piedi allo stadio

ITCHEN STAND

L’esterno della Itchen Stand

Si tratta della main stand dell’impianto, situata sul lato est con la facciata che guarda il fiume Itchen (anche se questo è un po’ più distante rispetto ad altri fiumi nei pressi degli stadi, il Tamigi e Craven Cottage, giusto per fare un esempio). Arrivando dall’esterno si viene subito colpiti dai colori che dominano la facciata, il bianco, il rosso ed il grigio; non vi sono strutture originali, ma un blocco unico immediatamente sotto la copertura con il nome del club e dello stadio in rosso su grigio e, sotto, vetrate interrotte da colonne con il crest e, a volte, anche il logo degli sponsor. Di fronte, ad accogliere i fans, troviamo la statua di Ted Bates, alias Mr. Southampton, una vera e propria leggenda del club per il quale fece di tutto per ben 66 anni (e meriterebbe una storia a lui dedicata). Questa statua si trascina con sè una storia particolare: inaugurata inizialmente nel 2007, al costo di 112mila sterline (finanziate per metà dai tifosi mediante una raccolta fondi e per metà dal club), fu rimpiazzata l’anno successivo (il 22 marzo 2008) perchè la prima non assomigliava per nulla a Bates, scatenando una rivolta popolare. Di notte, l’illuminazione dell’esterno crea un piacevole gioco di luci/ombre, ma ovviamente il vero cuore pulsante della stand è l’interno. Abituati a strutture complesse, si resta sorpresi dalla semplicità di un’ampia single-tier stand sormontata da un’unica fila di executive boxes estesi lungo tutta la lunghezza della tribuna assieme al centro di controllo dell’impianto. Nella pancia abbiamo ovviamente gli spogliatoi, che sbucano al centro, la sala stampa e le hospitality suites, 4 in totale, chiamate con i nomi dei migliori giocatori della storia dei Saints: Terry Paine, Mick Channon, Bobby Stokes e, ovviamente, Matthew Le Tissier. All’altezza ovviamente anche tutte le facilities, con il piccolo tocco di classe delle toilettes pubbliche al di fuori dell’ingresso allo stadio lungo tutto il suo perimetro. Infine l’ultima curiosità, con la stand che, qualora il club ottenesse i risultati sperati sul campo, potrebbe essere già sistemata con l’aggiunta di un secondo anello, più piccolino, per aumentarne la capienza (e, a dire il vero, anche tutto il resto è stato realizzato in maniera tale da poter permettere un’espansione fino ad un massimo di 50mila posti, il che però costerebbe la bellezza di 32 milioni di sterline)

La Itchen stand dall’interno

Le due statue a confronto

NORTHAM STAND

L’esterno della Northam stand

La North Stand, che guarda verso il quartiere di Northam, immediatamente confinante con St. Mary, è la prima delle due end, collegata, senza interruzioni architettoniche e di posti a sedere (se non una piccola barriera) alle due stand principali. Similmente a tutte le altre tribune dell’impianto, la struttura è a single tier con l’altezza identica; rispetto alla Itchen Stand qui abbiamo, al posto degli executive boxes, una fila di pannelli trasparenti che permettono il passaggio dei raggi solari per mantenere al meglio il terreno di gioco (tale accorgimento è presente anche sulle altre due rimanenti tribune). In alto, collegato alla copertura ed esattamente al centro, troviamo il primo dei due megaschermi; i seggiolini, nella parte alta, sono dipinti in bianco a comporre la scritta Saints. Qui trovano solitamente posto i fans più caldi del Southampton assieme ai tifosi avversari, con un numero di posti a loro riservati che oscilla tra i 3.200 per le partite di campionato e i 4.250 per le partite di coppa (circa il 15% della capienza). Spesso viene creato un piccolo anello divisorio, tramite gli steward, tra le due tifoserie e per questo motivo sarà sempre difficile raggiungere un sellout completo al St. Mary. L’esterno della stand ospita uno dei parcheggi dello stadio, piccolo rispetto alle esigenze e l’aspetto è del tutto simile a quello della Kingsland e della Chapel Stand, che vi descriveremo successivamente. All’interno della stand infine ha sede, assieme al Southampton City Training (un’organizzazione motivazionale), il Saints Study Support Centre, che aiuta i ragazzi in difficoltà con gli studi al di fuori degli orari scolastici.

La Northam Stand

KINGSLAND STAND

Scorcio dell’esterno della Kingsland stand

Rivolta verso l’omonimo quartiere, si tratta della West Stand, posta di fronte alla Itchen stand e del tutto speculare ad essa tranne che per l’assenza della zona autorità e degli executive boxes, sostituiti, come accennato, dai pannelli traslucidi per permettere all’erba di ricevere la luce solare. I seggiolini nella parte bassa, dipinti in bianco, compongono le lettere SFC (acronimo di Southampton Foootball Club),mentre a volte in alto troviamo la composizione del nome dello sponsor. L’esterno non garantisce molto spazio agli spettatori: subito fuori troviamo infatti un piccolo parcheggio e poi la ferrovia, anche se la stazione più vicina dista più di un miglio. L’aspetto della facciata ricorda molto quello della Milton Road Stand del The Dell: la zona alla base in mattoncini rossi, sormontata dal resto della struttura (decisamente più grossa rispetto alla vecchia tribuna) in grigio col nome della stand in rosso al centro. A dominare sono le strutture di sostegno della copertura e l’angolo con la Northam stand è la zona dove solitamente giungono i tifosi provenienti a piedi dal centro città.

La Kingsland stand

CHAPEL STAND

La stand dall’esterno

L’ultima stand, quella sud, è rivolta verso il cuore del club, verso la St. Mary’s Church dove fu formata per la prima volta la squadra (nonostante il quartiere immediatamente antistante la stand sia Chapel, appunto). Ovviamente non presenta grosse differenze dalla tribuna opposta, la Northam, della quale replica anche il megaschermo sul tetto (per un totale di 2 in tutto l’impianto); la particolarità sta nel tratto finale della copertura che è trasparente come i pannelli sopra l’ultima fila di seggiolini, che, come già detto, serve per migliorare l’irraggiamento del campo. Attualmente questo è il settore dedicato alle famiglie, quindi il più tranquillo dell’impianto: sono meno tollerati di conseguenza insulti e atteggiamenti troppo aggressivi, anche se la partita la si vive tranquillamente con passione pure qui. La visibilità è ottima (come in ogni altro settore), l’unico appunto che si può fare è una relativa lontananza dal terreno di gioco: rispetto ad altri stadi infatti lo spazio tra le prime file e le linee laterali è molto maggiore per due motivi: la presenza di una sorta di via di fuga ed il campo molto ampio, seppure le misure siano quelle tradizionali. All’esterno nulla di particolare, se non un parcheggio ampio, ma non enorme, e la facciata simile a quelle delle altre stand, col nome in rosso su grigio al centro.

La Chapel Stand

L’ATMOSFERA

Seppur non così intimidatoria ed intima come ai tempi del The Dell, l’atmosfera durante i match dei Saints è buona, aiutata anche dalla recente risalita in Premier League e dal conseguente e notevole aumento del numero degli spettatori. Nel suo decennio e poco più di attività, il St. Mary’s ha visto una grande affluenza iniziale, con più di 30mila spettatori di media a partita con la squadra in Premier, un crollo verticale dal 2005 al 2009 con la squadra in Championship e una risalita successiva a partire dalle due stagioni in League One, con le oltre 26 mila presenze di media nella stagione di promozione in Premier (2011-12) e il ritorno a quota 30mila e oltre nel ritorno in Premier. Come detto la zona più calda è quella della Northam Stand, a diretto contatto con i tifosi avversari: viene tollerato in misura maggiore lo stare in piedi durante le partite qui e i tifosi danno libero sfogo alla loro creatività sui cori, gli incitamenti e gli sfottò. Ovviamente l’inno preferito dai tifosi è il celeberrimo “When the Saints go marching in”, con la canzone che viene cantata parola per parola identica al testo originale (nato come un inno gospel americano, scritto da Luther Presley e trasformato in musica da Virgil Oliver Stamps sul finire degli anni 30; da non confondersi con il quasi omonimo “When the Saints are marching in scritto sul finire del 19esimo secolo) e che si pensa sia stata adottata per l’affinità con il nickname della squadra.

La rivalità più accesa, sostanzialmente l’unica, è quella con i vicini di casa del Portsmouth, in quello che viene definito il south-coast derby. La rivalità, dovuta soprattutto alla vicinanza delle città e dai duelli economici nel passato, a livello calcistico nasce agli albori del 900, dopo la nascita del Portsmouth, avvenuta nel 1898. Le due squadre si sono affrontate più di un centinaio di volte, seppur vivendo periodi di fortune alterne, con i tifosi dei Saints che sfoggiano la loro vittoria in FA Cup e quelli dei Pompeys i loro 2 titoli di First Division. L’atmosfera durante i match è a dir poco elettrica, la rivalità è sentitissima, soprattutto dopo alcuni fatti accaduti negli ultimi 10 anni, in particolare l’assunzione da parte dei Saints di Harry Redknapp nel 2004, dopo un periodo ottimo passato ad allenare i Pompeys. E, come se non bastasse, lo stesso Harry poi tornò ancora ad allenare il Portsmouth, fregandosene sostanzialmente della rivalità. Tra i tifosi dei Saints il modo più comune per schernire gli avversari è chiamarli “Skates”, un sinonimo dispregiativo di “matelot”, termine nato dal francese/olandese ad indicare il fatto che i marinai dovevano dividersi il letto (Portsmouth è la sede della Royal Navy); pensate che per trovare questo termine fu indetto un sondaggio da una rivista di Sunderland, che cercava il miglior modo per offendere i tifosi dei Pompeys. L’ultima gara tra le due squadre è dell’aprile 2012, conclusasi con un pareggio: salvo match di coppa, difficilmente le rivedremo re-incontrarsi nel breve periodo vista l’enorme differenza sia di categoria, sia finanziaria, con i Pompeys che stanno lottando prima di tutto per sopravvivere come club. Eccezion fatta per questi match, il pubblico di Southampton è descritto da più parti come tranquillo e benevolo verso gli ospiti, merito di un’attenta ed intensa politica educazionale effettuata dal club sin dall’arrivo del Taylor report. Questo comunque non vuol dire che il pubblico sia silenzioso, anzi, come vi dimostrano i video del paragrafo.

CURIOSITA’ E NUMERI

Classificato 4 star nello speciale sistema di valutazione degli stadi Uefa, il St. Mary’s ha avuto l’onore di ospitare, nonostante la sua giovane vita, un match casalingo della nazionale inglese nel 2002, pareggiato 2-2 contro la Macedonia; sempre riguardo ai match internazionali si è giocata qui pure un’amichevole tra Giappone e Nigeria. Anche l’Under 21 ha già fatto il suo esordio su questo campo con la vittoria sull’Irlanda nel 2008 e ci è ritornata nel 2011 in amichevole, contro la Norvegia. Tornando invece a livello di club, solamente 1 la partita europea giocata dai Saints, contro la Steaua Bucarest nel primo turno della Uefa 2003, conclusasi con un pareggio 1-1.

Venendo invece agli utilizzi non calcistici, oltre ad essere sede di conferenze e balli scolastici (sì, avete capito bene e questo avviene in occasione delle festività di S. Anna e S. Giorgio), il St. Mary è stato utilizzato per la prima di un film (Casino Royale, il primo Bond con Daniel Craig) e per numerosi concerti, in particolare quelli dei Bon Jovi e di Elton John. Altra ospite particolare all’interno dello stadio è la sede della Hampshire & Isle of Wight Air ambulance sin dalla sua fondazione avvenuta nel 2007; infine il St. Mary’s è stato scelto tra i 17 impianti finalisti per ospitare la Rugby World Cup del 2015, peccato però che l’ultima selezione non l’abbia superata.

Capacità: 32.689

Misure del campo: 102 x 68 metri

Record attendance: 32.363 (2012 – Championship vs Coventry City)

FONTI

Football ground guide

Southampton FC Official Site

Wikipedia

Defty hallowed

Groundhopping

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Around the football grounds – A trip to Tottenham

Un po’ meno puntuali del solito, complici il caldo e le sempre troppo brevi ferie estive, ripartiamo dalla tappa gallese per far ritorno nella capitale inglese, in uno dei suoi quartieri meno conosciuti dal punto turistico, ma molto ben conosciuto dal punto di vista calcistico. Stiamo parlando di Tottenham, quartiere all’interno del Borough di Haringey e situato nel nord della città, al confine sostanzialmente tra l’Inner London e l’Outer London (i due enormi distretti in cui si suddivide sostanzialmente tutto il conglomerato londinese). Non è un quartiere ricco, tutt’altro: l’immigrazione e la disoccupazione la fanno da padroni, turisticamente c’è ben poco e la rivolta “popolare” londinese del 2011 ha trovato qui il suo culmine e il suo cuore. Questo tuttavia non ci ferma, perchè a Tottenham ha sede il Tottenham Hotspur Football Club, una delle squadre storiche delle capitale londinese.

Panoramica del borough di Haringey

LA STORIA

131 anni di storia per il Tottenham e solo 3 gli impianti in cui i tifosi hanno potuto assistere alle gesta dei loro eroi. All’inizio, nel 1882, il primo terreno di gioco fu ai Tottenham Marshes, vastissimo parco pubblico del borough di Haringey. I soldi erano pochissimi (si narra ancora oggi che le prime riunioni del club avvennero sotto un lampione) e i giocatori costruirono da soli i pali con i quali si realizzavano le porte, dipinti di bianco e blu che venivano custoditi alla stazione di Northumberland Park e che ogni volta venivano trasportati al campo attraversando la linea ferroviaria Great Estern (con relativo pericolo). I primi problemi si crearono per due motivi: da una parte il costante aumento del pubblico che assisteva alle partite, dall’altra le tensioni progressive tra le squadre che cercavano di giocare sui campi migliori dei Marshes. In questo campo, tra l’altro, ebbe inizio la rivalità con l’Arsenal (allora il Royal Arsenal), con il primo match disputato sospeso per oscurità sul 2-1 per gli Spurs. I Marshes, oggi ancora esistenti sottoforma di parco semi-naturale acquatico (unico nel suo genere nella Greater London), furono abbandonati nel 1888 con il trasferimento al vicino Northumberland Park, che può essere considerato il primo vero “stadio” della storia Spurs.

Uno scorcio degli attuali Marshes

Qui, per la prima volta, fu richiesto un prezzo d’ingresso per assistere alle partite, anche per rientrare dalle spese di affitto del terreno (17 sterline all’anno), ma, prudentemente, il club decise di non costruire alcuna stand per i primi anni per cercare di capire se la mossa di spostarsi era stata giusta o meno. Gli anni senza stand furono 6 e la prima fu subito distrutta da una bufera di vento; tuttavia lo spostamento fu un successo con il pubblico che andava aumentando di anno in anno, specie con l’avvento del professionismo. Il record fu raggiunto nell’aprile del 1899 con ben 14mila persone ad assistere alla sfida con il Woolwich Arsenal: durante il match collassò il tetto di un tea-bar sul quale erano assiepati numerosi tifosi generando, fortunatamente, solo ferite lievi alle numerose persone coinvolte. Ma questo fu il segnale che il Northumberland Park non era più grado di ospitare il club, aprendo, di fatto, la caccia ad un nuovo terreno di gioco.

Mappa del quartiere attorno al 1900, in prossimità dello spostamento verso White Hart Lane

Nel quartiere girava voce da diverso tempo della messa in vendita di un terreno abbandonato, sul quale giaceva la Beckwith’s Nursery, dietro il White Hart Inn sulla Tottenham High Road. Pensando di fare un buon affare a livello immobiliare, la famiglia Charrington, proprietaria di un noto birrificio, acquistò il tutto con l’obiettivo di renderlo una zona residenziale; tuttavia il gene degli affari era ben presente nel DNA del proprietario del White Hart Inn, che, avendo già avuto esperienza nella zona di Millwall, fece balenare l’idea di utilizzare quel sito come home field al Tottenham per incrementare il suo giro d’affari. Il club colse immediatamente la palla al balzo ed approcciò, con il supporto della comunità locale, i Charrington, strappando un accordo molto favorevole, che prevedeva come clausola il garantire almeno 1000 persone ai match del first team e 500 a quelli delle riserve.

La Red House e la zona di White Hart Lane…prima di White Hart Lane

Essendosi spostati proprio per contenere i numerosi tifosi che seguivano le partite, non fu un problema soddisfare queste condizioni e l’adattamento a campo di calcio potè cominciare. Il board tuttavia non se la sentì di investire subito pesantemente nel creare uno stadio e preferì andarci cautamente: come stand fu trasferita la stand di legno presente al Northumberland Park (in grado di fornire una copertura a 2500 persone) e gli unici lavori effettuati furono quelli necessari per poter permettere lo svolgimento delle partite. In sospeso rimase anche il nome dello stadio, con la decisione di chiamarlo High Road Ground che suscitò molte polemiche (molti infatti avrebbero preferito Percy Park, dal vero nome di Harry Hotspur, cioè Henry Percy).

La posizione di White Hart Lane all’inizio della sua storia

L’opening day avvenne il 4 settembre 1899 con l’amichevole contro il Notts County, vinta 4-1. In 5000 videro l’apertura dell’impianto, generando un ritorno al botteghino di circa 115 sterline, un’enormità per l’epoca. Il 9 settembre il primo match ufficiale, con il QPR che venne sconfitto per 1-0 di fronte a 11 mila tifosi nella prima partita di Southern League, che al termine della stagione vedrà trionfare proprio gli Spurs. Per i primi due anni non vi furono miglioramenti dell’impianto, ma la vittoria della FA Cup nel 1901 (ultimo successo di una squadra di non-league) diede i fondi necessari per creare circa 32mila posti in piedi e per sistemare la main stand, in grado di ospitare circa 500 persone. Per massimizzare lo spazio, furono sistemati posti per gli spettatori anche a pochissimi passi dalle linee laterali, creando uno scenario suggestivo, ma pericoloso: passò poco tempo infatti dalla prima invasione di campo, che avvenne nel 1904 con gli Spurs sotto di 1 gol in una partita di coppa. Questo portò a togliere i posti vicino alle linee laterali non solo qui, ma in tutti gli stadi d’inghilterra. Il 1905 rappresentò l’anno della svolta: la fulgida situazione finanziaria, assieme ad una raccolta fondi, permise al club di acquistare definitivamente il terreno su cui sorgeva lo stadio e, con l’aiuto dei Charrington fu acquistato pure il lembo di terra dietro la Paxton Road End (o Edmonton goal) per ampliare nuovamente la capienza dell’impianto. La spesa totale fu di 11.500 sterline, delle quali 8.900 per la proprietà del campo e le restanti 2600 per l’espansione dello stesso.

White Hart Lane nella zona Park Lane/Shelf side, 1903

Sistemata la questione relativa agli spazi ed avendo ormai una solida base di fans, venne finalmente il momento di investire nello stadio. E una società stabile, con progetti ambiziosi, a chi poteva affidarsi per la costruzione di una main stand se non al re dell’epoca degli architetti? Così avvenne e Archibald Leitch progettò la West Stand che venne inaugurata l’11 settembre 1909 contro il Manchester United, nella prima stagione in First Division della storia degli Spurs. In grado di ospitare 5.300 spettatori seduti e 6.000 nel paddock antistante, la stand fu realizzata in maniera simile, ma molto più grande rispetto a quelle già costruite per il Fulham (che abbiamo già trattato) e per il Chelsea, entrambe nel 1905; in più nella parte centrale dela tribuna, sul tetto, era presente un classico gable triangolare in stile Tudor sulla cui sommità, alla fine della stagione, venne posto l’ormai iconico galletto appoggiato su un palla. La statuetta fu realizzata, per 35 sterline, da W. J. Scott, un lavoratore locale del rame su Euston Road ed ex giocatore amatoriale degli Spurs, che volle omaggiare il fondatore del club. Harry Hotspur infatti vestiva abitualmente gli speroni così come sistemati sempre con gli speroni erano, all’epoca, i galletti da combattimento e da qui nacque la scelta per la statuetta.

Il cockerel originale

Un altro modesto ritocco fu quello di abbattere la modesta stand presente sul lato Est per permettere la costruzione di un ampio terracing, con la capienza dello stadio alzata a ben 50mila persone. Gli anni che portarono alla I° guerra mondiale non riservarono novità a quello che nel frattempo divenne ufficialmente “White Hart Lane”, dal nome della stazione più vicina all’impianto; durante la Grande Guerra invece il terreno fu usato per addestrare i soldati all’utilizzo dei fucili e fino al 1919 non riprese l’attività calcistica. Quando tutto tornò alla normalità, il Tottenham ebbe una sgradita sorpresa: si ritrovò infatti usurpato del suo posto in First Division a beneficio dell’Arsenal e dovette ripartire dalla Division Two (altro episodio che contribuì al nascere della storica rivalità); questo comunque non fermò il club che si riprese alla grande sul campo e decise di continuare ad espandere il suo stadio. Con i fondi che arrivarono dalla seconda vittoria in FA Cup nel 1921 furono innanzitutto creati gli uffici del Club nella Red House, un ex-ristorante al 748 di Tottenham High Road (di fronte al White Hart Pub, attaccato all’ingresso di White Hart Lane); successivamente furono coperte la Paxton Road End e la Park Lane End nel 1923, portando a circa 30mila i posti coperti, secondi solo a Goodison Park.

Panoramica dell’impianto, datata 1923 con la West Stand in primo piano

L’ingresso all’impianto negli anni ’20

I progetti, nemmeno a dirlo, vennero da Archibald Leitch, che fu incaricato anche di progettare una nuova stand, la East. Non fu una cosa immediata, considerando anche la politica del club che prevedeva di ampliare l’impianto solo dopo i successi sul campo: la retrocessione e la scarsa fortuna nelle coppe furono la costante per gli Spurs sul finire degli anni 20 e l’inizio degli anni 30, ma nonostante questo il board decise di procedere comunque, specie con i successi sia sul campo, sia fuori dell’Arsenal (Highbury stava iniziando a scrivere la sua leggenda) e dopo aver ospitato per la prima volta nel proprio stadio la nazionale inglese.

Il disegno del progetto di Leitch

L’anno chiave fu il 1934 e l’opera venne realizzata grazie anche alla Barclays Bank che finanziò la somma necessaria. Fu uno degli ultimi grandi lavori di Leitch, una double-decker stand mascherata da three-tier stand, con la parte inferiore dedicata esclusivamente ai posti in piedi. Per costruirla furono demolite alcune case della zona a spese del club (che si occupò di risistemare anche i residenti) e ne emerse una stand magnifica, dominante su tutte le altre anche per la sua imponente altezza. Apparentemente l’unità dell’impianto sembrava persa, ma il genio di Leitch volle che la balconata inferiore fosse realizzata in maniera identica ed alla stessa altezza di quelle delle altre stand proprio per mantenere l’unità interna, cosa che riuscì perfettamente. Sulla balconata superiore invece Leitch mise il proprio marchio di fabbrica mentre sul tetto, in maniera del tutto simile a quanto fu realizzato ad Ibrox in Scozia, fu posta un’appendice contenente la sala stampa, detta “The Crow’s Nest”).

La costruzione della East Stand

I posti a sedere erano 5.100, tutti nella upper-tier; nella lower-tier vi trovavano spazio 11mila posti in piedi coperti mentre nel paddock altre 8 mila persone potevano assistere ai match senza però essere coperti dalle intemperie. La partita inaugurale fu contro l’Aston Villa il 22 settembre 1934, una sconfitta che aprì una stagione pessima, culminata nel titolo all’Arsenal (impegnato anche nella costruzione della storica East Stand di Highbury) e nella retrocessione degli Spurs. Il Tottenham fu salvato dai debiti dall’amore dei tifosi, che nonostante gli scarsi risultati continuarono ad affluire in massa a White Hart Lane fino a stabilire il record di ogni epoca nel 1938, quando 75.038 persone assistettero alla sfida contro il Sunderland.

Splendida immagine d’epoca con il dettaglio sulla East Stand

Arrivò poi la seconda guerra mondiale e White Hart Lane venne risparmiato dalle bombe, che invece non risparmiarono Highbury, costringendo l’Arsenal ad un esilio forzato qui. Ma durò poco, perchè il proseguire del conflitto costrinse ad utilizzare la East Stand come obitorio/cimitero e le altre stand come punto di raccolta per ricevere le maschere anti-gas. La ripresa calcistica vide lo stadio ospitare alcuni match pre-olimpici (la rinascita dello sport moderno, Londra 1948), un match della nazonale inglese nel 1949 e le semifinali di FA Cup nel 1950 e nel 1952. Il primo problema post-guerra relativo all’impianto fu il campo di gioco, che peggiorò rapidamente fino a diventare un terreno totalmente fangoso nel 1952, additato inoltre come causa del fallimento della caccia al titolo del celeberrimo “push and run” team. Nell’estate del 1953 fu risolto il problema e durante gli scavi furono portate alla luce le fondamenta della vecchia nursery, un pozzo ed un impianto idrico, che, per necessità, dovettero essere rimossi.

L’angolo tra la West Stand e la South Stand nei primi anni 50

Il passo seguente fu l’installazione dei riflettori ai quattro angoli, con i piloni di poco inferiori in altezza alla East Stand; pochi anni dopo tuttavia, nel 1957, furono montati due riflettori aggiunti sui due gable, costringendo il club a togliere lo storico Cockerel dalla West Stand. L’esilio, per fortuna, durò pochissimo, con il simbolo del club che tornò l’anno successivo sul gable della East Stand. I primi anni 60 videro un ulteriore miglioramento dei riflettori, sempre più moderni e potenti mentre nelle estati del 62 e del 63 le file più interne dei terraces furono trasformate in posti a sedere, che divennero 16.100 (su una capienza di 60mila).

Panoramica negli anni 60

Altri piccoli upgrades vennero fatti con l’aggiunta dei corners sulla West Stand: nel 1968 fu realizzato il corner su Paxton Road, nel 1972 quello sull’altro lato. Come risultato furono aggiunti un totale di 2.100 posti a sedere, ma fu un successo davvero effimero perchè lasciava comunque indietro, rispetto ad altri impianti, White Hart Lane e perchè pochi anni dopo, nel 1975, fu emanato il Safety of Sports Ground Act, che permise di rilevare come la West Stand fosse sostanzialmente un pericolo per la sicurezza dei tifosi. Ciò rappresentò una sorta di spartiacque non solo nella storia dell’impianto, ma anche in quella del club per via delle numerose peripezie che presero vita dal tentativo di modernizzare lo stadio.

Anni 70: WHL a colori

Il primo pomo della discordia fu proprio la storica West Stand, la cui ricostruzione divenne realtà all’inizio degli anni 80′ dopo accese discussioni e persino un cambio di guida ai vertici del club. L’obiettivo era quello di modernizzare lo stadio senza distruggere le casse del club (un errore che fu quasi fatale al Chelsea, ad esempio) e Wale, da lungo tempo chairman degli Spurs, era fedele all’approccio “vinci e costruisci”, motto di casa sin dagli albori. Nel front-office del club tuttavia iniziava a diventare influente anche Chris Horrie Richardson, nonostante l’età non più florida (75 anni). In barba alle finanze Richardson spinse molto per l’approvazione dei progetti relativi alla stand ed alla fine ebbe la meglio tanto che portò alle dimissioni di Wale poco dopo l’approvazione dei lavori, ed alla sua ascesa a chairman l’anno successivo. Nel novembre 1980 cominciò quindi la demolizione dell’amatissima West Stand, con i problemi che non tardarono ad arrivare perchè Richardson decise di cambiare il progetto in corso d’opera per poter realizzare più executive boxes possibili. Il disegno originario, sostanzialmente identico a quello della John Ireland Stand al Molineux, prevedeva una double-tier stand con una singola fila di boxes nel middle-tier, per un totale di 36; Richardson non li riteneva sufficienti e respinse una nuova bozza dell’architetto (Ernest Atherden, l’ideatore di Old Trafford) per aggiungerne circa 14 mediante un’estensione della tribuna agli angoli. Pretese ed ottenne una doppia fila di boxes, per un totale di 72 (record, ai tempi) con i costi di realizzazione che semplicemente lievitarono a dismisura. Addirittura questa modifica andò a inficiare i futuri upgrades, perchè la nuova West Stand dovette essere alzata tanto da risultare la stand più alta di tutto l’impianto: eventuali ricostruzioni delle altre tribune avrebbero dovuto adeguarsi a ciò, andando quindi incontro a prezzi maggiori. L’ultima beffa fu l’allungamento del cantiere, con il Tottenham che si ritrovo uno stadio a 3 stands per una stagione e mezza. Finalmente tuttavia, il 6 febbraio 1982 ci fu l’inaugurazione ufficiale nella gara contro i Wolves. E vennero a galla i numerosi dubbi sollevati dai detrattori del progetto, che in questa nuova stand futuristica, piena di vetro e senza segni visibili del club, non ritrovavano niente dello spirito dello stadio ispirato da Archibald Leitch ed in più la vedevano come un’intrusa nell’architettura del quartiere. Inizialmente, sulla carta, i risultati apparivano buoni: la capacità manteneva comunque quasi 50mila spettatori (48.200 per la precisione) con 17.600 posti a sedere, una media di 35mila persone si presentavano regolarmente ai botteghini (circa 10mila in più dei vicini rivali) e sul campo arrivarono due FA Cup consecutive con una finale sfiorata di Coppa delle Coppe.

L’entrata a WHL dopo la costruzione della nuova West Stand

Purtroppo però non è tutto oro quel che luccica: furono venduti solamente due/terzi dei boxes e la sponsorizzazione ipotizzata da Richardson per sovvenzionare il tutto non arrivò mai; le finanze, pochi mesi dopo l’apertura, mostravano un buco di 5.5 milioni di sterline (il costo totale della stand fu di 6 milioni di sterline anzichè i 3.5 preventivati), record in Inghilterra. Fu necessario un cambio di proprietà per far risorgere gli Spurs, con Irving Scholar e Paul Bobroff a rivoluzionare totalmente il front office ed a portare un nuovo periodo florido a Tottenham, tanto da far pensare a sistemare la East Stand. Siamo a metà degli anni 80 però, un periodo che per il calcio inglese fu tutt’altro che facile: il calo degli spettatori conseguente al divieto di bere alcolici sugli spalti come conseguenza dei disastri di Luton e dell’Heysel e i lavori che il club dovette fare per sistemare l’impianto dopo i fatti di Bradford imposero un ridimensionamento dei piani di grandezza per White Hart Lane, che vide anche la capienza di alcuni settori notevolmente ridotta (la East Side, la Shelf, passò da 11mila a circa 5.500 a causa delle poche uscite di sicurezza presenti).

Panoramica di WHL nel 1987

Fortunatamente questo non fermò il board che si trovò di fronte sostanzialmente a 3 strade per la East Stand: la prima prevedeva il continuare lungo la via tracciata da Atherden con la West Stand, la seconda il tamponare la situazione facendo tutti i lavori richiesti senza rivoluzionare il tutto oppure una semplice ristrutturazione. Considerando i costi e i benefici il club decise di optare per la terza strada, commettendo però un clamoroso errore nel calcolo dei costi e scatenando una guerra con i propri fans. Cerchiamo di procedere con ordine, perchè le cose si fanno davvero complicate. Il progetto di ristrutturazione originale comprendeva innanzitutto il rifacimento del tetto con inclusi nuovi riflettori e una nuova postazione tv; in più la parte superiore della stand prevedeva la sistemazione di posti a sedere e, soprattutto l’installazione di più di 30 executive boxes. I noccioli della questione furono due: innanzitutto il piano fu concepito senza pensare sul lungo termine, realizzando una struttura sostanzialmente impossibile da pensare intatta in caso di rifacimento di White Hart Lane, ma soprattutto la parte relativa ai boxes fu pensata in gran segreto, senza parlarne con nessuno in pubblico. Questo ovviamente scatenò le ire dei fans, affezionati allo Shelf terrace (negli anni 80 alla stregua della Kop per intenderci) tanto da scatenare un contenzioso che bloccò i lavori subito dopo che emerse il vero progetto della stand. Il ritardo (da aprile a giugno) causò il rinvio, a sei ore dallo svolgimento, dell’esordio casalingo nella stagione 1988-89 (il debutto di Paul Gascoigne) contro il Coventry per inagibilità dell’impianto, con il tetto che non fu demolito ma lasciato in sede. Vi ricordate la sua descrizione, con la sala stampa sulla sua sommità? Ebbene, le varie norme di sicurezza imposero la sua chiusura alcuni anni prima, ma questo non impedì a Paul Gascoigne di salirci abitualmente sopra per sparare ai piccioni fino al giorno in cui Gazza cadde, rimanendo miracolosamente illeso nonostante un volo descritto di 4-5 metri. La “guerra” terminò nel marzo del 1989, con l’accordo tra il club e l’associazione LOTS (Left on the Shelf): via libera ai 36 boxes, ma con 3000 posti in piedi per permettere la sopravvivenza dello Shelf. E fu così che i lavori, nel maggio 1989, poterono iniziare sotto la supersione di John Lelliott (chiamato a rimpiazzare i Wimpey) per terminare nell’ottobre del medesimo anno: la riapertura vide arrivare a White Hart Lane l’Arsenal, con gli Spurs che prevalsero 2-1 realizzando anche il record d’incasso, consolazione pensando agli oltre 8 milioni di sterline spesi per un progetto che inizialmente avrebbe dovuto costarne poco meno di 5. Il grosso del lifting riguardò soprattutto la copertura, un’enorme tetto di 145 metri di lunghezza supportato da 4 enormi pali più grandi e spessi dei 6 presenti in precedenza (realizzarlo senza le colonne sarebbe costato altri 2 milioni di sterline); poche invece furono le differenze per i posti a sedere e le facilities mentre ci guadagnarono parecchio gli abbonati dei terraces, le vere e proprie star della stand che avevano a loro disposizione ingressi riservati e lounges per il prepartita. Un altro, enorme, colpo al cuore arrivò durante l’estate 1989, quando sulla West stand comparve una replica del galletto di Leitch, che, mentre era in stand-by per il rifacimento della East Stand fu “mutilato”: venne infatti aperta la palla sulla quale poggiava, pensando di trovarvi una capsula del tempo di immenso valore. Fu invece rinvenuto solamente un handbook del 1909 e, per rimediare, fu creata nella replica una vera e propria capsula del tempo. Con il danno arrivò anche la beffa, visto che sulla nuova East Stand non trovò posto il galletto originale, bensì una replica con quello di Leitch conservato nella lounge per i boxholders. Uno schiaffo ai tifosi.

La facciata della East Stand nel 1993

Gli anni 90, come sapete tutti, significarono l’avvento del Taylor Report e per il club arrivarono nuove, importanti, decisioni da prendere. Sulle spalle il peso dei soldi sprecati con il rifacimento delle due stand sul lato lungo all’interno di una situazione finanziaria non proprio florida e la deadline per l’adeguamento che a grandi passi si avvicinava. Stavolta però le cose vennero fatte per bene e non vi fu una semplice trasformazione dei terraces in seater: la modernizzazione passò attraverso diverse fasi, la prima delle quali ebbe inizio nel 1992. Questa prima fase servì principalmente al club per guadagnare tempo senza tuttavia perdere troppi spettatori al botteghino: quasi 3 mila posti a sedere furono installati nella parte bassa della East Stand mentre poco più di 4 mila nella parte bassa di Park Lane, con la capienza che fu ridotta a circa 33.500 spettatori.

La South Stand nel 1993

Il tempo in più servì al nuovo architetto assunto dal club, Igal Yawetz (amico di Terry Venables, l’allora manager) per progettare la costruzione di un nuovo tetto sulla Paxton Road (la North Stand), realizzato alla stessa altezza delle altre stand ma senza il double-tier, lasciando spazio ad un’ulteriore espansione della stand. Quando tutto sembrava andare per il meglio ecco la sgradita sopresa: nella East Stand il legno fu infettato dai funghi, causando seri problemi di stabilità della struttura. Servirono ben 500mila sterline per rimediare e, contemporaneamente, spari l’ultimo terrace rimasto, quello che ospitava lo Shelf. Non ci furono eccezioni e a nulla servirono le proteste, arrivarono anche qui i posti a sedere e per fortuna che ancora oggi questa zona vive ancora. E così, nell’agosto del 1994, White Hart Lane fu presentato al mondo in versione all-seater, nonostante le fasi della riqualificazione non fossero ancora completate: la fase 4 terminò nel 1995 con la South Stand rifatta a nuovo al prezzo di 9 milioni di sterline in maniera tale da essere pari in altezza alle altre tre stand mentre la fase 5 portò alla sistemazione della North Stand con la realizzazione dell’attuale stand, completata nel 1998 (con il posizionamento anche del secondo maxischermo, dopo che il primo fu incorporato con la nuova South Stand).

L’IMPIANTO ATTUALE

Il famoso cockerel all’inizio della via di accesso allo stadio

Come abbiamo visto, White Hart Lane nella attuale configurazione viene terminato nel 1998 e dall’alto conserva il fascino di uno stadio inglese prettamente old-style. Niente forme particolari, niente discrepanze architettoniche; le uniche cose che si possono notare sono le diversità delle coperture delle varie stand (in particolare la East e la West), la curvatura della West Stand e l’inserimento dell’impianto in un contesto abitato di stretta periferia, con pochissimi spazi aperti (e pochissimi parcheggi). L’accesso avviene perlopiù a piedi dalle fermate dei bus o dalla fermata della metro esterna londinese nel quartiere, quest’ultima da prendersi o a Liverpool Station oppure, più spesso a Seven Sisters. Gli angoli dello stadio sono completamente chiusi e l’impressione è quella di uno stadio che è fatto e che respira calcio al 100%. Il campo di gioco, tra i più belli di tutta la Premier League, è mantenuto tale dallo Stadium Grow Lighting, un sistema caratterizzato da numerose luci che fungono da sorgenti di calore in grado di controllare numerosissimi aspetti del terreno e di garantire la crescita dell’erba in ogni stagione dell’anno. Curiosità è il fatto che sul campo potrebbe giocare chiunque: il Tottenham infatti permette l’affitto dell’impianto, con l’utilizzo per 180 minuti del campo, degli spogliatoi delle squadre e di tutto quanto serve per disputare una partita, con annessa la registrazione in DVD dell’evento, acqua e bevande all’half-time, catering nelle hospitality lounges ed arbitri senior ufficiali abilitati dalla FA e dalla UEFA. La capacità attuale, ben lontana dai record del passato, è di 36.240 posti a sedere, tutti, nemmeno a dirlo, al coperto. E come da nostra tradizione, andiamo alla scoperta stand per stand di questo stadio.

White Hart Lane dall’alto

WEST STAND

L’ingresso alla West Stand

La stand principale di White Hart Lane (in grado di ospitare poco meno di 7mila spettatori) è senza dubbio anche la più imponente dall’esterno; rappresenta innanzitutto l’ingresso principale all’impianto, che avviene tramite una cancellata di ferro situata su una traversa di Tottenham High Road (la Bill Nicholson way), quasi nascosta se non fosse per le due strutture che portano verso lo stadio, cioè la Red House con il suo orologio ed il suo cockerel (ancora oggi utilizzata per alcuni uffici) e il White Hart Inn, sostanzialmente il pub dove nacque White Hart Lane. Colpisce immediatamente, dall’esterno, la facciata interamente di vetrate e la sensazione di trovarsi al chiuso per l’assenza di spazi aperti tipici di uno stadio di calcio. Andando all’interno la stand non differisce molto dalla descrizione che vi abbiamo fatto parlandovi della sua costruzione: una classica double-tier stand con l’upper e la lower-tier separate tra loro da una doppia fila di executive boxes. Nessun sostegno alla copertura, nessuna discontinuità nel raccordo con le due stand del lato corto, salvo per l’asimmetria dei posti a sedere, dovuta alle diverse epoche di realizzazione e alla travagliata storia dietro ogni singola opera realizzata qui. I seggiolini sono tutti blu, senza scritte o altri fronzoli; qui, al centro del campo, c’è il tunnel che, stranamente, non si inserisce tra i due dugout, ma alla sinistra di essi: le “panchine”, perfettamente inserite nel contesto della lower-tier, sono infatti vicinissime. In alto, sempre al centro, sulla copertura trova posto una replica del cockerel con sotto, disegnata sulla copertura con i colori sociali, la sigla del club. Nella pancia, oltre agli spogliatoi, ci sono tutte le strutture dedicate all’hospitality ed ai media; negli angoli inoltre trovano spesso posto gli studi da bordocampo delle tv ed infine tornando all’esterno, l’armonia della struttura viene interrotta dall’appendice centrale, una sorta di hall che conduce nel cuore della West Stand.

La West Stand…vista dalla Stand opposta

La replica del cockerel sulla West Stand

NORTH STAND

L’arrivo a White Hart Lane con la North Stand sullo sfondo

Costruita in due fasi, è sostanzialmente la parte più recente dell’impianto, in grado di ospitare più di 10mila spettatori. Dall’esterno, arrivando dalla stazione del treno, è la prima stand che potete scorgere dalla strada con la sua facciata bianco pallida spuntante dalle strutture attorno. La strada di accesso è Paxton Road e da fuori non ci sono grosse particolarità da segnalarvi. Qui si trovano i box office e, di fronte, un piccolo store provvisorio (White Hart Lane ha la particolarità di non avere un megastore incluso nella struttura, bensì tanti piccoli official store dislocati nei dintorni ed uno più grosso in prossimità del corner tra West e South stand). Dal campo la stand appare ben diversa dopo la ristrutturazione: è scomparsa infatti la copertura trasparente provvisoria posta dietro i posti a sedere ed ora abbiamo un’altra double-tier stand classica, intervallata da una singola fila di executive boxes. La copertura continua, senza interruzioni, con quella della East e della West Stand, ma l’enorme particolarità è rappresentata dal Jumbotron, che sostanzialmente non è “appeso” ad essa, ma inserito al suo interno. L’effetto scenico è notevole e questo ha permesso al club di guadagnare qualche posto a sedere in più senza limitare la visibilità e/o il confort (una soluzione simile a quella adottata al Santiago Bernabeu di Madrid). La copertura, speculare a quella della South Stand, si caratterizza per la struttura di sostegno che si vede soprattutto dall’esterno.

La North Stand

EAST STAND

La caratteristica facciata della East Stand

Opposta alla West, è la Stand che più di tutte è amata/odiata a Tottenham. Odiata perchè la sua ristrutturazione ha rappresentato uno dei punti più bassi per il club nel rapporto coi tifosi, amata perchè oggettivamente è impossibile non volerle bene per il suo essere così old-style al giorno d’oggi. L’accesso è da Worcester Avenue e subito si rimane colpiti dalla facciata in mattoni completamente diversa dalle altre con la regolarità della costruzione interrotta dai finestroni con i serramenti blu che ormai sono tra le feature di White Hart Lane. All’inizio della stand, da entrambi i lati, campeggia sul muro la scritta East Stand. Worcester Avenue non è certamente una via spaziosa, è una via chiusa sul lato opposto e trasmette anch’essa una sensazione old-style così come gli accessi veri e propri alla stand, strettissimi e col profumo di antico (io stesso ho faticato a passarci), quasi nascosti all’interno dei mattoni dipinti di blu nella parte bassa della stand. Salvo siate fortunati possessori od ospiti di un box (ed allora potrete ammirare anche l’originale cockerel presente ai tempi di Leitch, esposto qui), l’ingresso vi conduce in un ambiente molto spartano, ben diverso dagli interni ampi e moderni non solo di un Emirates Stadium, ma anche di uno Stamford Bridge per fare il paragone con uno stadio non certo nuovissimo. Dal campo possiamo invece ammirare una two-tier stand abbastanza classica, anche se vi è l’illusione che possa sembrare una three-tier stand con una piccolissima middle-tier; le due sezioni sono separate fra loro da una fila singola di executive boxes e spiccano le due colonne di sostegno della copertura. Originariamente queste erano quattro, ma i lavori di ammodernamento delle due end hanno reso possibile la rimozione delle due colonne più laterali, limitando notevolmente i posti con la restricted view. Sui boxes è stato fatto un tentativo, poco riuscito, di omaggiare Leitch riproducendo il suo famoso leit-motiv strutturale (che sostanzialmente non si nota) mentre sulla copertura, come sulla West Stand, campeggia una replica del cockerel con sotto la crest del club nei colori sociali. I seggiolini, molto stretti e ravvicinati tra loro (questa stand è in grado di ospitare più di 10mila persone) sono dipinti tutti in blu, ad eccezione di quelli della lower-tier che alternano bianco e blu a formare la sigla del club col simbolo ai lati; l’illusione della three-tier stand è data soprattutto dall’area centrale, che sembra separata da tutte le altre: questa era l’area dove trovavano posto, una volta, i supporters più caldi, il cosiddetto Shelf, che adesso trovano posto quasi all’angolo con la South Stand. Infine, quasi sospesa dalla copertura, troviamo la struttura dedicata alle riprese tv, che da White Hart Lane (come lo erano da Highbury) appaiono totalmente diverse per l’angolazione da quanto si è di solito abituati a vedere.

La East Stand (e potete scorgere anche la FA Cup…)

SOUTH STAND

L’esterno della South Stand

Siamo su Park Lane, l’ultima via che racchiude lo stadio e qui vi trovano posto sia i supporters ospiti (in particolare nell’angolo superiore con la West Stand, per un totale di quasi 2.900 posti), sia i tifosi più vocali degli Spurs. Dall’esterno ce la troviamo di fronte a delle semplici case vittoriane, senza barriere, tornelli o recinti elettrici di sorta; la facciata non è anonima, su una struttura semplice di mattoni poggia un’ulteriore struttura che fa da attacco e sostegno alla copertura; è ben visibile la scritta South Stand così come sono ben segnalati gli accessi per la tifoseria ospite e per la tifoseria locale. Dal campo vediamo invece una stand del tutto simile alla sua opposta, ma con due enormi particolarità. La prima sull’angolo nord-est, dove in alto si può ammirare una sorta di piccolo balcone quasi schiacciato sul tetto: secondo molti il vecchio cockerel andrebbe esposto qui, potendo essere visto da tutto lo stadio; l’altra feature caratteristica è invece sull’angolo sud-ovest, dove, adesa alla copertura, spicca una struttura ottagonale che somiglia sostanzialmente ad una navicella spaziale. Qui gli Spurs hanno sistemato il centro di controllo dell’impianto, uno stratagemma che è servito soprattutto a risparmiare spazio utile a guadagnare qualche posto in più, vista la capienza non eccezionale di White Hart Lane. E l’angolo sud-ovest è l’unico veramente armonioso, in termini di continuità, di tutto l’impianto visto che gli altri spesso vengono brutalmente interrotti dalle differenze di costruzione delle stand.

La South Stand con le sue particolari struttura: la balconata a sinistra, il control-center a destra

IL FUTURO

Un’idea per la futura home stand simil-Kop circolata nei primi disegni

Considerando la relativa ridotta capienza di White Hart Lane, le ambizioni della società e le numerosi voci che sono circolate negli anni, è d’obbligo dare uno sguardo a quale potrà essere il futuro per White Hart Lane. L’ipotesi più conservativa, cioè quella di espandere l’attuale stadio mediante una nuova sistemazione della East Stand, è stata da tempo abbandonata in favore di una parola che mette paura e speranze allo stesso tempo: relocation e nuovo stadio. Molti sono stati i rumors riguardanti il Tottenham e lo Stadio Olimpico, un’associazione che avrebbe provocato una rivolta popolare o comunque un forte astio da parte dei tifosi, che vedrebbero completamente spostata la squadra dalla sua zona, ma alla fine, come sapete, l’affaire Stadio Olimpico sembra essere stato risolto in favore del West Ham per la gioia di tutti i tifosi Spurs. Tutti gli sforzi quindi sono andati concentrandosi su un unico progetto, il Northumberland Development Project, che dovrebbe riqualificare completamente la zona a nord di White Hart Lane con un’enorme area commerciale e soprattutto un nuovo stadio che possa ospitare tra le 55-60 mila persone da costruirsi sostanzialmente attaccato all’attuale (dietro alla Nord Stand, mantenendo per 3/4 le attuali vie entro le quali è racchiuso), per poi demolire quest’ultimo. Usiamo il condizionale perchè il progetto, seppur partito con la costruzione dell’area shopping (il primo esercizio commerciale in realizzazione è un supermercato della famosa catena Sainsbury), è comunque in alto mare. Al momento in cui vi scriviamo non esistono veri e propri progetti pubblici che ci permettano di illustrarvi nei dettagli i cambiamenti, ma esistono semplicemente screens e disegni. E, ad aggiungere un ulteriore tocco di mistero sulla situazione, un mese fa è trapelata la notizia che al vertice del progetto c’è stato un cambio della guardia, con l’impresa di Populous che ha ricevuto l’onore di proporre nuove idee e dare così maggior scelta al club. Per chi non conoscesse questa impresa, si tratta di un’associazione che ha moltissima esperienza nella progettazione di impianti sportivi moderni ed annovera tra le sue opere alcune autentiche perle (pensate al Da Luz di Lisbona, al nuovo Wembley, alla Kazan Arena, alla Friends Arena di Stoccolma per restare in ambito calcistico) ed alcuni flop che preoccupano non poco i tifosi Spurs (l’Emirates Stadium, bellissimo ma privo di personalità; lo stadio dei MK Dons, o il Sun-Life Stadium di Miami per sconfinare in terra straniera). La situazione quindi è ancora in divenire, ci sono i fondi, ci sono le idee ma manca ancora un serio progetto definitivo che possa prendere il via. Nel frattempo, lunga vita a White Hart Lane.

Uno dei possibili rendering del nuovo stadio

L’ATMOSFERA

Parlare dell’atmosfera che si vive durante un match a White Hart Lane è quanto di più facile ci possa essere per chi vi scrive essendo uno degli stadi in cui ho avuto la fortuna di poter assistere a 2 match degli Spurs. Sin dal momento in cui si scende alla stazione e ci si incammina verso l’impianto si percepisce la passione dei tifosi Spurs che sciamano verso i pub, gli store e lo stadio. Inutile dirvi che i biglietti vanno a ruba e l’esaurito è quasi la norma, con l’attendance media che viaggia oltre le 36mila persone a partita, sostanzialmente il 99% della capienza. Dentro l’atmosfera è sempre molto calda a partire dal fischio d’inizio fino a fine partita. ll coro di battaglia è il famosissimo “Oh when the Spurs”, che viene più volte intonato nel pre-game e nel corso delle partite, sia con il Tottenham avanti nel punteggio, sia quando la squadra è in difficoltà. I decibel sono sempre molto alti ed anche se non c’è molta fantasia nei cori, non se ne sente davvero il bisogno. L’avvicinamento al fischio d’inizio è scandito inoltre dal “Glory Glory Tottenham Hotspur” che parte dagli altoparlanti, cantato dai tifosi ma senza raggiungere le vette di altri inni più belli e coinvolgenti. Le zone “più vive” dal punto di vista vocale sono la Park Lane (la parte della South Stand dedicata ai tifosi di casa) e lo Shelf Side (la parte della East Stand verso la South, a memoria della zona più calda negli anni 70); spesso i tifosi che siedono qui intonano cori lanciandosi a vicenda e facendo una sorta di gara vocale, aumentando notevolmente l’atmosfera. Inoltre, nella storia, il Tottenham è una squadra molto legata alla tradizione ebraica e i fans si sono auto-definiti “Yid”, lanciando il relativo coro (Yiddo ripetuto più volte) spessissimo durante le partite e suscitando polemiche a non finire perchè qualcuno riesce a pensare ad un coro offensivo quando invece i tifosi del Tottenham sono orgogliosissimi della loro tradizione. Questo comunque fa sì che i tifosi del Tottenham siano conosciuti come la Yid Army e rappresentano una delle tifoserie più appassionate dell’intero panorama britannico, sempre presenti in numero consistente anche in trasferta.

Ovviamente la rivalità maggiore è quella con l’Arsenal, che trae profonde origini dalla storia e dalla vicinanza dei due club. Il North London Derby (per la cui storia vi rimandiamo ad un futuro post sul blog, data la sua importanza) è sentitissimo e la rivalità spesso sfocia anche in episodi che col calcio hanno poco a che fare; tuttavia dentro l’impianto si respira un’aria unica, che ricorda da vicino un calcio che non c’è più, con cori costanti per 90 minuti da una parte e dall’altra, resi ancor più speciali dall’intimità che crea un impianto piccolo ed attaccato al campo come White Hart Lane (potete vedere due esempi nei video sopra linkati). Tuttavia quella con l’Arsenal non è l’unica sfida importante da queste parti; anche le partite contro il Chelsea e, soprattutto, contro il West Ham sono sempre molto delicate e cariche di atmosfera ed emozioni.

CURIOSITA’ E NUMERI

Soprannominato “The Lane”, lo stadio è stato utilizzato, soprattutto in passato per diverse partite della nazionale inglese (le prime negli anni 30, l’ultima nel 2001 con la sconfitta contro l’Olanda per 2-0) e dell’Under 21.

Per quanto riguarda gli altri sport, qui trovò casa per due stagioni (1995 e 1996) la squadra di football americano dei London Monarchs che, per ovviare allo spazio ridotto richiesto da questo sport, usufruirono di uno speciale permesso per giocare su un campo da 93 yards. Molto risalto ebbe anche l’incontro di pugilato svoltosi nel 1991 tra Chris Eubank e Michael Watson per il titolo dei Pesi Superwelter, conclusosi con la vittoria di Eubank contornata però da un drammatico finale, con Watson che sfiorò la morte dopo essere collassato sul ring al 12esimo round: per lui iniziò un’odissea con 40 giorni di coma, 6 operazioni cerebrali, una degenza ospedaliera di oltre un anno e 6 anni di sedia a rotelle prima di poter tornare, in maniera miracolosa, alla vita di tutti i giorni. Fu un episodio che rivoluzionò completamente la boxe e l’assistenza medica ad un evento sportivo (all’epoca non vi erano medici o paramedici all’incontro) in Inghilterra e non può non portare alla memoria l’altra tragedia recentemente sfiorata, quando Fabrice Muamba (e chi vi scrive, purtroppo, vi assistette dal vivo dalle prime file della West Stand) collassò in campo durante i quarti di finale di FA Cup tra gli Spurs ed il Bolton, nel marzo 2012, venendo salvato dalla pronta assistenza medica.

Capacità: 36.230

Misure del campo: 100 x 67 metri

Record attendance: 75.038 (1938 – FA Cup vs Sunderland)

Record attendance attuale: 36.240 (2011 – Premier League vs Arsenal)

FONTI

Wikipedia

Tottenham Hotspur official site

Spurs mad

Groundhopping

Ians Blog

Tottenham Summerhill

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Around the football grounds – A trip to Swansea

Il nostro aereo immaginario è pronto a partire nuovamente e questa volta la destinazione è, per la prima volta, al di fuori dei confini inglesi. Come avrete intuito, se conoscete la Football Association, il nostro volo farà scalo in Galles, precisamente nella seconda città più popolosa della nazione, Swansea. Con i suoi 239mila abitanti infatti è seconda solo a Cardiff e si trova nell’angolo sud-ovest dello stato, nella contea di Glamorgan, con sbocco sul mare; fu una delle città maggiormente trasformata dalla Rivoluzione Industriale, ma del periodo storico rimane ben poco a causa dei massicci bombardamenti subiti durante la seconda guerra mondiale. Attualmente è sede di importanti aziende operanti nel settore terziario, tra le più importanti delle quali citiamo la Virgin e, soprattutto, Amazon britannico, che tutti noi abbiamo imparato a conoscere ed amare. In più qui ha sede anche l’equivalente della Motorizzazione Civile italiana per la Gran Bretagna. A livello sportivo a Swansea trova casa lo Swansea City A.F.C., salito alla ribalta negli ultimi anni per essere stata la prima squadra gallese in Premier League e per aver vinto nel 2013, primo trofeo della sua storia, la Coppa di Lega.

Panoramica di Swansea

LA STORIA

Il viaggio nella storia degli impianti dello Swansea non ha molte tappe perchè sono “solamente” due le case del club dal 1912 (anno di fondazione del club) ad oggi. In una città fedelmente devota al rugby, il calcio fece la sua comparsa in ritardo e solo nel 1909 si iniziò a parlare di un team, quando la Southern League venne aperta anche alle squadre gallesi; nonostante la squadra non ci fosse ancora, già si sapeva dove sarebbe andata a giocare perchè la scelta non poteva non ricadere sul Vetch Field. Questo terreno era parecchio conosciuto in città, al punto da essere inserito nelle mappe già nel 1843, indicato come la zona dove cresceva una pianta di legumi, la Vicia.

Il Vetch Field prima del 1912

Su questo campo lo sport fece capolino sul finire del secolo, quando venne aperta una pista per le corse di animali (soprattutto cavalli). L’attività non ebbe grande successo e i proprietari del terreno, la Gas Light Company, iniziarono a pensare alla costruzione di un impianto per lo sfruttamento del gas proprio nel periodo in cui a Swansea l’idea di un club di calcio stuzzicava tutti. La Gas Light preparò il suo progetto, lo presentò e fu rifiutato, lasciando quindi il via libera alla nascita del football club, che aveva nella concessione del Vetch Field l’unico ostacolo alla sua nascita. Con il rifiuto del progetto della Gas Light l’accordo fu trovato velocemente e per 75 sterline l’anno il terreno fu lasciato in concessione allo Swansea City, che nacque ufficialmente nel giugno 1912. Con la stagione alle porte, i tempi furono ridottissimi e fu già un successo allestire un terreno di gioco accettabile nei mesi estivi. In realtà il club non ci riuscì e la prima vera partita della squadra fu disputata su un campo occasionale in città adattato per l’occasione (e quindi, ufficialmente, saranno 3 gli stadi nella storia) mentre l’opening dello stadio fu rimandato al 7 settembre 1912, con il derby contro il Cardiff City. Eravamo ben lontani da uno stadio come intendiamo al giorno d’oggi: non vi erano tribune artificiali, ma solo naturali e il campo non era d’erba, ma di laterizio (clinker), materiale durissimo a tal punto che i giocatori durante la prima stagione dovettero indossare protezioni per le ginocchia pur di riuscire a giocare. Nonostante tutto questo, all’esordio 8 mila persone assistettero all’incontro, spingendo quindi il club nella giusta direzione, quella di migliorare ad ogni costo la propria casa. Contro lo scetticismo degli esperti dell’epoca, che ritennero impossibile la crescita dell’erba su quel terreno, la seconda stagione dello Swansea iniziò su un vero campo da calcio, arricchito da una tribuna sul lato sud, costruita per festeggiare la vittoria della Welsh Cup al primo tentativo. La South Stand fu progettata dall’architetto Benjamin Jones ed era in grado di ospitare 1.100 spettatori seduti e riparati dalle intemperie grazie ad una copertura a gable (di cui potete vedere uno schema qui sotto, in italiano è intraducibile). La costruzione della stand fu limitata dalle case retrostanti su Glamorgan Street e, soprattutto, non copriva l’intera lunghezza del campo, ma solamente i due terzi, lasciando quindi uno spazio per i terrace a livello dell’angolo sud-ovest, davvero piccolo perchè la zona era dominata dal Territorial Army drill hall situato nelle immediate vicinanze.

Altro scorcio del Vetch Field

La presenza di questo edificio non riuscì comunque ad impedire la nascita di una nuova stand, un corner per l’esattezza, nel 1920, in occasione della fondazione della Third Division di cui lo Swansea fu uno dei membri originari. Il 1921 fu l’anno in cui la nazionale gallese giocò per la prima volta al Vetch Field, contro l’Irlanda (in precedenza l’impianto scelto fu il St. Helen’s, multisport ground di Swansea che tuttavia non fu mai preso in considerazione come casa del club cittadino di football) e pochi anni dopo arrivò la promozione in Division Two.

Il Vetch Field nel 1929

Sull’onda dell’entusiasmo generato fu sistemata l’area del North Bank con la demolizione della Vetch Field Infants School situata subito dietro. La capienza arrivò a 31mila spettatori e nel 1927 iniziarono a vedersi i contorni di un vero stadio con la costruzione della West Stand su Richardson Street, direttamente in collegamento con la già esistente South-West Stand. Al costo di 5.540 sterline fu innalzata una double-decker stand in grado di ospitare 2.120 spettatori seduti al coperto che dominava completamente l’impianto. Gli anni 30 non portarono modifiche sostanziali all’impianto e durante il periodo di guerra lo Swansea Town (l’allora denominazione del club) fu costretto a traslocare temporaneamente perchè il Vetch Field fu trasformato in zona di contr’aerea, grazie soprattutto alla posizione vicinissima al mare (circa 300 yards).

La Centre Stand negli anni 30

Il trasloco non portò molto lontano la squadra, visto che fu affittato l’impianto cittadino utilizzato per rugby e cricket, il St. Helen’s, che tuttavia non può essere considerato una vera e propria casa (e, tornando al conteggio degli stadi, questo porta comunque il numero a 4). L’esilio forzato durò fino al 1944 ed il rientro al Vetch Field fu festeggiato con la più alta media spettatori all-time nella stagione 1948-49, quando più di 22mila persone a partita videro il team tornare in Division Two. Nonostante questo e nonostante numerosi impianti stessero fiorendo nel medesimo periodo, non furono apportate ristrutturazioni e/o miglioramenti.

Immagine aerea del Vetch Field prima della nascita della East Stand

Si dovette aspettare il 1959 per vedere realizzata la copertura del North Bank, grazie alle 16 mila sterline raccolte dal Supporters Club; l’anno successivo sempre i tifosi permisero l’installazione dei rilfettori, utilizzati per la prima volta contro gli Hearts nel settembre 1960. In questi anni comunque i risultati non furono dalla parte del club e nel 1967 vi fu il crollo in Fourth Division, con la media spettatori sotto 6mila unità a partita; questo non impedì di registrare la miglior affluenza di pubblico all-time grazie alla FA Cup, che attirò 32.769 spettatori per la partita contro l’Arsenal nel febbraio 1968.

Immagine della prima partita alla luce artificiale

Questo non bastò comunque a risollevare le sorti di un club in declino, così come non ci riuscì il cambio di denominazione (da Town a City) e nel 1974 le difficoltà finanziarie ebbero la meglio: il Vetch Field fu venduto alla città assieme alle tre club houses situate dietro l’East terrace (che definirlo terrace è tanto visto che si trattava di un bank naturale) per una cifra di circa 50mila sterline a fronte di un valore stimato di circa 1 milione di sterline. La Città salvò comunque il club concedendo un credito di 150 mila sterline, ma non fu così magnanima con la ri-concessione dell’impianto, affittato per 5 anni a 3mila sterline l’anno con la clausola di cessazione del contratto qualora lo Swansea fosse uscito dalla Football League.

Vetch Field, 1975

E il club ci andò vicinissimo, ma riuscì a sopravvivere e risorgere grazie anche all’arrivo di John Toshack, che tra gli anni 70-80 iniziò una clamorosa cavalcata che portò la squadra addirittura nella massima serie del calcio britannico. La scalata portò tuttavia alla luce i grossi limiti del terreno di gioco, che iniziò a subire i primi ritocchi con l’emanazione del Safety of Sports Grounds Act. Finalmente, nel 1980, furono iniziati i lavori per la costruzione della quarta stand, la East, che si trovava ancora allo stato brado: a causa della presenza di case e giardini a livello dell’angolo nord-est dell’impianto, il progetto dovette essere adattato e ne uscì una tribuna del tutto particolare, che iniziava a 30 yards di distanza dal corner per terminare attaccata, ma senza soluzioni di continuità, alla ormai vetusta South Stand in maniera del tutto asimmetrica.

La East Stand

Ancor più strano fu il posizionamento del riflettore, messo nell’unico angolo della copertura a partire dal tetto con una struttura talmente alta e pacchiana da costringere alle lamentele i residenti della zona, che si vedevano completamente alterato il panorama visibile dalle loro finestre. Iniziò un contenzioso che alla fine vide il club dover pagare 32mila sterline di risarcimento ai facenti ricorso, contro tuttavia una richiesta di ben 107 mila sterline.

Il Vetch Field nel 1981

Dalle stelle si andò…alle stalle. Così come l’ascesa al top del calcio inglese fu rapida, altrettanto lo fu la discesa, con i debiti che presto si accumularono fino a portare al rischio di fallimento, da cui il club fu salvato quasi per miracolo durante la stagione 1985-86. In una situazione del genere pensare ad ulteriori miglioramenti dello stadio fu ovviamente impossibile ed a complicare le cose arrivarono i noti avvenimenti che sconvolsero il calcio inglese nella seconda metà degli anni 80. I fatti di Braford portarono alla chiusura dell’upper tier della West Stand, con la riduzione della capacità dell’impianto a soli 20.960 posti. Un ulteriore colpo al Vetch Field arrivò dal Taylor Report,che portò in città i primi rumors di un nuovo stadio in altra zona. Fu immediatamente identificata l’area ideale a Morfa, zona periferica della città e sede di un nuovissimo impianto per l’atletica all’interno di un centro sportivo polifunzionale, ben collegato con le principali arterie stradali cittadine, ma gli ostacoli che si presentarono furono insormontabili: da un lato l’ostilità dei fans, poco avvezzi allo spostamento periferico e all’abbandono del Vetch Field, dall’altro la difficoltà di erigere un nuovo stadio in quella zona assieme a dei costi spropositati (si parlò di 10-11 milioni di sterline per un catino da 16mila posti). Questo nonostante da più parti arrivarono incentivi e anche offerte di aiuto finanziario (Millwall, Huddesfield, Middlesbrough, Oxford offrirono supporto e soldi nel caso il progetto fosse stato approvato). Fu inoltre proposto anche il borough di Lliw Valley (adiacente a Swansea) come sede di un nuovo impianto, ma il concilio cittadino non prese nemmeno in considerazione questa ipotesi. Negli anni 90 quindi, nonostante il Taylor Report e l’anzianità strutturale del Vetch Field, lo Swansea non cambiò casa e non riuscì nemmeno a ristrutturare l’impianto. L’unico cambiamento effettuato fu la demolizione dell’upper-tier della West Stand nel 1990, che era già stato chiuso tempo addietro; nel 1992 il club riuscì a rimediare fondi per sistemare definitivamente anche il North Bank con la creazione di 6.500 posti a sedere e la messa in sicurezza della stand, ma tutto fu frenato da un lato dalle discussioni sulla relocation, dall’altro dalla ferma opposizione dei residenti della zona, che spingevano per il non ampliamento del Vetch Field. Di conseguenza, fino alla fine dei suoi giorni, lo stadio rimase così, con poche occasionali migliorie effettuate e una crescente sensazione di vecchio e abbandonato. Ma il fascino che il Vetch Field era in grado di trasmettere fu unico ed assieme ripercorriamo quindi la sua struttura finale e le sue caratteristiche. L’ingresso allo stadio per giocatori, arbitri e stampa avveniva dalla Centre Stand (la South), il cui cancello era situato tra due case, come a rappresentare l’ingresso in un giardino privato; un’entrata più consona, ma molto meno affascinante era presente nell’angolo della east stand.

L’ingresso alla Centre Stand

Restando sulla main stand, questa era divisa principalmente in due tronconi: quello storico esistente sin dal 1912 occupante i 2/3 della lunghezza del campo, e quello moderno (la Jewson Family Stand), realizzato successivamente per ampliare la capienza e colmare il vuoto. La struttura storica era in gran parte invariata, con il gable centrale a spiccare su tutto il resto, al cui interno si trovava un orologio, in piena tradizione inglese. Al di sotto del gable si trovavano i posti vip, ma non vi erano assolutamente executive boxes o simili; non mancavano nemmeno i classici pali a sostenere la copertura, che impedivano la visuale completa del campo sostanzialmente a tutti gli spettatori. Lungo la stand si trovavano anche le panchine delle squadre e l’ingresso in campo; non vi era la tribuna stampa, che si può invece trovare nella Jewson Family Stand. Fortunatamente questa appendice fu costruita seguendo le linee architettoniche originali, non modificando quindi la struttura (soprattutto la copertura) eccezion fatta per i seggiolini grigi, dall’aspetto più moderno e ricercato rispetto ai seggiolini rossi della Centre Stand (e i bianchi della tribuna autorità). Come accennato, qui si trovava la tribuna stampa che tuttavia non era compresa nella stand, ma era al di sopra di questa, sulla copertura, con una sorta di prefabbricato incastonato nel tetto.

La centre stand con la sua appendice

Il famoso gable

Al termine della stand “moderna” si trovava, con un angolo aperto, occupato da uno dei riflettori, la West Stand Terrace. Anche questa era una stand totalmente coperta, mai convertita in seating stand, all’interno della quale era possibile osservare le scale in legno che portavano all’upper-tier, demolita, come detto, nel 1990. Le scale venivano poi inglobate nella copertura, strutturalmente difficile da apprezzare così come di dubbio gusto il colore bianco lucente in aperto contrasto con il resto dell’impianto. La pancia della stand lasciava assolutamente a desiderare, con strutture vecchie e decadenti così come i turnstiles, strettissimi come pochi altri e rappresentati quasi l’ingresso ad una prigione più che ad uno stadio. Anche per gli spettatori che qui si assiepavano, la visuale era limitata dai pali di sostegno; inizialmente la stand era dedicata solamente ai tifosi ospiti ma nell’ultimo anno di vita, il 2005, fu splittata per consentire un maggior afflusso dei tifosi locali. Caratteristica unica, riscontrabile solo a Wembley, la presenza di un tunnel pedonale passante al di sotto del terreno del gioco.

La West Stand

L’interno della West Stand, visibili ancora le scale per l’upper-tier

Continuando la nostra camminata, dopo un altro angolo aperto arriviamo alla North Bank, la casa dei tifosi più vocali e fedeli del club. Come la West Stand, stiamo parlando di un terrace coperto, quasi intimidatorio per lo spettatore. All’arrivo dall’esterno vi erano innanzitutto i turnstiles old-style e il muro col filo spinato; all’interno il retro della tribuna realizzato con colori spenti, incrostato e vetusto faceva pensare a tutto tranne che ad un campo di calcio. Anche la scritta “Welcome to Swansea City AFC” campeggiante sul retro aveva un qualcosa di sinistro, quasi a far pensare ad un ingresso non ad un stadio, ma in qualche luogo ben più triste. L’interno invece non si discostava dal terrace standard, con una copertura triangolare, le barriere per la sicurezza delle persone, i pali di sostegno e la scritta Swansea City sul muro posteriore con i colori sociali del club. Con il giro di vite sugli stadi, la sua capienza fu diminuita, salvo venir ampliata negli ultimi anni grazie a piccoli lavori di riqualificazione (ed il settore era quasi sempre esaurito).

L’ingresso alla North Bank

La North Bank

Manca solo la East Stand, che dalla North Stand era separata da un angolo apertissimo dovuto alle case retrostanti, con la tribuna che iniziava quasi dalla porta anzichè dal calcio d’angolo. La struttura rimase sostanzialmente intatta dalla sua costruzione ad oggi, con i posti a sedere nella parte superiore ed i terraces nella parte inferiore. Dai terraces la visuale era sostanzialmente pessima, visto che si trovavano, perlomeno le prime file, al di sotto del livello del campo e quindi solo gli spettatori in fondo risucivano quantomeno a vedere tutta la superficie del terreno; dai posti a sedere invece la visuale era perfetta per l’assenza dei pali di sostegno, bilanciata però, a livello estetico, dallo stranissimo riflettore di cui vi abbiamo già parlato e dal modo in cui la stand si collega alla Centre Stand adiacente. Dentro si faceva sentire il peso dell’età nonostante si trattasse della stand più recente dell’intero Vetch Field.

La East stand

Nell’angolo aperto invece, sulle case immediatamente retrostanti (e più alte della struttura) era usuale trovare accampati alcuni spettatori, che in questo modo riuscivano a godersi gratis la partita (e spesso con una visione migliore di tanti paganti). La cosa migliore della East Stand tuttavia era la vista: gli spettatori nell’upper-tier godevano di uno splendido panorama cittadino, con la prigione alla loro sinistra e i fari di St. Helen’s (l’impianto del rugby), la torre Guildhall (costruita negli anni 30) e tutta la città in lontananza.

Immagine dall’alto del Vetch Field

Il fascino dell’intero impianto tuttavia non poteva bilanciare la sua totale mancanza di confort e, nonostante numerose vicissitudini sul campo, finalmente fu abbandonato in favore del Liberty Stadium, inaugurato nel 2005. L’ultima partita di campionato disputata fu contro lo Shrewsbury Town il 30 aprile 2005, con la stagione che terminò la settimana successiva a Bury con la vittoria per 1-0 e la promozione in League One; tuttavia l’ultima partita ufficiale fu la finale della defunta FAW Premier Cup (competizione organizzata dalla Lega Gallese), vinta 2-1 contro il Wrexham grazie al gol decisivo di Andy Robinson. L’ultima stagione fu quella con l’affluenza più alta in tutta la League Two e nella sua venerabile storia il Vetch Field ospitò 18 volte la nazionale gallese, 6 volte la nazionale gallese di Rugby e 2 volte match della British Rugby League. Da non dimenticare anche l’incontro per il titolo dei pesi Welter del Commonwealth disputato il 9 maggio 1960 tra il local hero Brian Curvis e George Barnes, con la vittoria di Curvis. Anche a livello musicale il Vetch Field conserva ricordi memorabili grazie al concerto degli Who nel 1976 e a quello di Stevie Wonder nel 1984.

Malinconica immagine del Vetch post-abbandono

Dopo l’abbandono il Vetch Field fu lasciato al suo destino per 4 anni prima di essere messo finalmente in vendita. Furono presentati diversi progetti, ma alla fine si arrivò alla demolizione dell’impianto solamente nel 2011 e senza che fosse approvato un progetto di riqualificazione. Si partì dal North Bank e, romanticamente, la demolizione fu completata quando lo Swansea fu promosso in Premier League, come a chiudere un lunghissimo cerchio iniziato nel 1912. Furono conservate le memorabilia dell’impianto (l’orologio in particolare) e, allo stato attuale delle cose, non è in programma nessun progetto per costruire su quel terreno, dove troviamo i cosidetti allotments, cioè delle aree che il comune di Swansea ha concesso a privati cittadini per realizzare il proprio giardino. L’unica clausola, romantica e malinconica, è quella di non toccare l’area circolare al centro del terreno, corrispondente al cerchio di centrocampo, dove ancor oggi vengono sparse le ceneri dei defunti.

Le tristi immagini del cantiere per la demolizione

Il Vetch Field oggi, con il cerchio di centrocampo conservato

L’IMPIANTO ATTUALE

Il Liberty Stadium

Date le difficoltà oggettive di ristrutturare completamente il Vetch Field, la necessità di un nuovo impianto per lo Swansea divenne impellente. Purtroppo però finanziariamente il club non era, nei primi anni 2000, rose e fiori e quindi la necessità di un nuovo stadio si scontrava apertamente con la dura realtà economica. Nella medesima situazione si trovava anche l’altro club sportivo cittadino, gli Ospreys, un’istituzione del rugby in Galles. Il loro impianto, il St. Helen’s (lo stesso usato per qualche tempo dallo Swansea durante gli anni dk guerra) era vetusto quanto il Vetch Field e lo stesso si poteva dire anche per il vicino The Gnoll, altra struttura da 5 mila posti che poteva essere usata per il rugby (e che ospitava la squadra che successivamente si è fusa con il team cittadino a formare appunto gli Ospreys); allo stesso modo anche gli Ospreys non avevano i mezzi per costruirsi da soli il proprio stadio. Il concilio cittadino, finalmente diventato sensibile alla questione, si trovava anch’esso con pochi soldi a disposizione, ma con un’enorme asso nella manica. Di sua proprietà infatti era il Morfa Athletic Stadium, all’interno del complesso multisportivo che già negli anni 90 era entrato nell’immaginario collettivo come sede di un possibile nuovo impianto. Allora però non se ne fece nulla, ma dopo 10 anni in cui si era capito che non aveva avuto affatto successo, l’area divenne l’obiettivo per la costruzione del nuovo stadio. Come fare? La risposta fu la presentazione, da parte della città, di un enorme progetto coinvolgente tutto il sito di Morfa comprendente da un parte il nuovo stadio da circa 20mila posti, dall’altra un immenso parcheggio di circa 355.000 piedi di area per permettere il finanziamento dello stadio e il ritorno economico ai vincitori dell’appalto. La StadCo, azienda operante nel settore automobilistico, prese in mano il progetto e lo sposò: affidandosi alla compagnia edilizia Interserve fu possibile la posa della prima pietra nel 2003, con lo stadio che reso agibile in tempo per l’inizio della stagione 2005-2006. Il 10 luglio 2005 fu ufficialmente affidato alle due squadre sportive più importanti della città, il 23 luglio 2005 ci fu l’apertura ufficiale in un’amichevole contro il Fulham davanti a 10mila spettatori, la capienza massima consentita per quella partita (che terminò 1-1, con il primo gol segnato da Steed Malbranque). Ovviamente questa partita fu un evento,organizzato non solo per l’apertura del nuovo stadio, ma anche per celebrare Alan Curtis, leggenda dello Swansea e del calcio gallese e per festeggiare Chris Coleman, manager del Fulham e figlio di Swansea; pre-match ci furono i concerti di Bonnie Tyler (autrice della hit Total Eclips of the heart negli anni 80) e Lisa Scott Lee (ex membra degli Steps, gruppo che spopolò nel Regno Unito sul finire degli anni 90) ed inoltre arrivò anche un messaggio di buona fortuna da Catherine Zeta-Jones, una delle figlie più famose di Swansea.

Altra immagine aerea

Come in tutti gli stadi di nuova costruzione, fu decisamente importante la caccia al nome. Inizialmente venne proposto “White Rock”, dal colore dei lavori in rame che storicamente esistevano sul terreno dove sorge lo stadio: il nomignolo fu tale per tutta la durata dei lavori prima di essere scartato in favore della moda di associare lo stadio ad uno sponsor. All’inizio non fu facile trovarlo e lo stadio rimase conosciuto come “New Stadium Swansea”, ma ad ottobre del 2005 si fece avanti un’azienda immobiliare locale, la Liberty Properties PLC e da allora nacque il “Liberty Stadium”.

Dall’alto il Liberty si può apprezzare in tutta la sua semplicità: un catino da 20.520 posti senza spazi aperti e costruito senza azzardi architettonici su una sponda del fiume Tawe (sull’altra sponda invece troviamo il parcheggio che ha finanziato lo stadio). Non vi sono differenze di altezza o sproporzioni, tutte le strutture sono simmetriche e della stessa altezza e nell’insieme l’impianto mantiene comunque una certa imponenza nonostante sia attualmente (per la stagione 2013-2014) il più piccolo di tutta la Premier League. Particolare il terreno di gioco, costituito da diversi strati con l’erba naturale rinforzata da fibre sintetiche (Desso Grassmaster), un sistema drenante perfetto e, ovviamente, il riscaldamento sotterraneo; tutto questo per permettere una maggior durata considerato che viene utilizzato non solo per il calcio, ma anche per il rugby, sport che mette a dura prova la tenuta dell’erba. Essendo recentissimo, le varie stand non possono di certo avere alle spalle una storia con aneddoti e leggende, ma vediamole comunque una per una con le loro caratteristiche.

WEST STAND

L’esterno della West Stand

Si tratta della main stand dell’impianto, all’esterno della quale abbiamo l’ingresso ufficiale allo stadio, l’ingresso dei giocatori e l’accesso agli uffici del club. Dall’esterno è la stand più imponente (effettivamente anche in altezza è leggermente più alta) per la sua struttura rinforzata visto che contiene anche la sala stampa e tutta la zona reception per i tifosi più facoltosi, ma all’interno è del tutto identica alle altre zone. Abbiamo due anelli con l’upper-tier più grande del lower, divisi da un’ampia via di fuga. Sull’upper-tier trovano posto gli executive boxes lungo tutta la lunghezza del terreno di gioco; nella parte centrale abbiamo la zona stampa, la zona vip e, in campo, il tunnel di ingresso con le due panchine. I seggiolini sono colorati con un’alternanza di bianco e nero, come in tutto il resto dello stadio; infine sui pilastri esterni troviamo il cigno, simbolo del club, lo stemma gallese, del club e quello dello sponsor. Infine, per l’inizio della stagione 2013-2014, dovrebbero essere realizzati dei piccoli lavori di ristrutturazione per rifare la zona dedicata ai media ed all’accoglienza, riuscendo allo stesso tempo ad aumentare la capienza dell’impianto a 22.500 posti.

L’interno della West Stand

SOUTH STAND

La South Stand

La prima delle due end ha struttura del tutto simile alla West Stand, double-tier stand con l’anello superiore più grande dell’inferiore. Non vi sono executive boxes, ma qui abbiamo nel lower-tier i seggiolini che formano la scritta Swans. Sulla sommità della copertura è collocato uno dei due tabelloni elettronici dello stadio, tuttavia è proprio il tetto il protagonista di questa stand. E’ stato infatti realizzato con materiale trasparente in questa End per permettere all’erba di avere più luce, con un’estensione di esso anche nella West stand. All’esterno, al confine con la West Stand, troviamo non solo il ticket office ed il club shop, ma anche la statua dedicata a Ivor Allchurch, il golden boy del calcio gallese scomparso nel 1997 ed autore di 164 gol in 445 partite con la maglia Swansea e famoso per aver trascinato il Galles ai quarti di finale nei mondiali del 1958.

La statua di Ivor Allchurch

EAST STAND

Il retro della East stand

Speculare alla West, eccezion fatta per i boxes, ha la caratteristica (come Craven Cottage) di aver dietro di sè un corso d’acqua, il fiume Tawe. Pur non essendo affascinante come la struttura londinese, sicuramente è suggestivo l’accesso a questa tribuna che di particolare ha solamente le due scritte sui seggiolini: sull’upper-tier campegga infatti la scritta Swansea, mentre sul lower troviamo la scritta “Abertawe”, che altro non è che il nome gallese della città, letteralmente “alla foce del Tawe”. Qui inoltre dovrebbero concentrarsi i primi lavori per l’ampliamento a 33mila posti del Liberty Stadium; dalla fine della stagione 2013-2014 infatti dovrebbe partire il cantiere per la costruzione di un nuovo anello (di circa 3.800 posti) senza i corners, che, nei progetti del club, saranno aggiunti negli anni successivi assieme ad un nuovo anello sia sulla North stand, sia sulla South stand. Allo stesso tempo saranno sistemate anche le vie di accesso allo stadio ed i parcheggi, in maniera tale da accogliere il maggior numero di spettatori previsto.

La East Stand

NORTH STAND

L’altra end dello stadio è adibita innanzitutto ad ospitare i tifosi ospiti, con un massimo di circa 2000 fans (in caso di team con basso seguito il numero di biglietti fornito è 1000). In altro troviamo il secondo tabellone elettronico dello stadio che è, caratteristica inspiegabile, più grande del precedente; in più sui seggiolini campeggia la scritta Ospreys, a rappresentare l’altro club sportivo che utilizza l’impianto. All’angolo con la West Stand troviamo gli uffici del club.

La North Stand

L’ATMOSFERA

Il Liberty Stadium è praticamente sempre esaurito, quasi scontato se pensiamo alla ridotta capienza e all’entusiasmo per una squadra che da qualche anno a questa parte sta letteralmente volando. Il fatto di giocare contro le inglesi ovviamente accende lo spirito cittadino e patriottico, garantendo al club un deciso seguito e interesse da parte di tutta la città e dei dintorni. La conformazione del Liberty garantisce che all’interno il tifo possa rimbombare ed apparire ancor più rumoroso, con i tifosi più accaniti che si collocano solitamente all’angolo nord-est della struttura, vicino a quelli ospiti proprio per controbattere meglio con i cori e creare una partita nella partita. Peccato che da più parti si legga che ha fatto il suo ingresso anche un tamburo, che spesso prevarica le voci e rovina parzialmente l’atmosfera magica che altrimenti si respirerebbe. Nel pregame il livello di adrenalina è alzato grazie ad alcune canzoni messe ad arte negli altoparlanti, tra queste citiamo sicuramente Thunderstruck degli Ac/Dc (un must per qualsiasi appassionato di musica rock) e Carnival de paris, resa famosa nei mondiali di Francia 98. Tuttavia lo scorso anno, prima della finale di Carling Cup, è stata creata una canzone da una band locale, gli Who’s Molly, divenuta successivamente hit su youtube, dedicata proprio alla competizione, dal titolo “Bringing it home”. Durante i match il pubblico dello Swansea è in grado di farsi sentire a gran voce, merito anche dell’identità gallese con l’inno nazionale (Land of our fathers) cantato più volte a squarciagola da tutto lo stadio. Tuttavia l’atmosfera descritta durante i match al Vetch Field era ben altra cosa (di cui vi proponiamo un video commemorativo), da mettere letteralmente soggezione agli avversari nonostante non parliamo di folle oceaniche.

Per quanto concerne invece le rivalità, la più grande e sentita è ovviamente quella con la squadra della capitale gallese, il Cardiff. La partita è conosciuta come il South Wales derby ed al momento è andato in scena 105 volte; quest’anno, per la prima volta nella storia, avremo il derby in Premier League con l’augurio che l’atmosfera resti elettrica solo per i cori e la tensione della partita, non per gli episodi di violenza che purtroppo sono stati più volte protagonisti in questo derby, anche negli ultimi anni. Inutile dirvi che sarà una partita caldissima, dall’atmosfera unica con i biglietti che in entrambi i match andranno probabilmente esauriti in pochissimi minuti. Altre partite molto sentite dai tifosi sono quelle con il Bristol City ed il Bristol Rovers, mentre l’altra squadra gallese, il Newport County, non è vista come una vera e propria rivalità anche per la rarità delle sfide, data l’enorme differenza di categoria delle due squadre.

CURIOSITA’ E NUMERI

Oltre allo Swansea, il Liberty Stadium ha livello calcistico ha ospitato diverse partite della nazionale gallese, principalmente amichevoli, ma anche 2 partite di qualificazione (una agli europei 2012 ed una ai mondiali 2014). A livello rugbystico invece lo stadio è utilizzatissimo dato che è la casa anche degli Ospreys, che riescono a portare ad ogni partita poco meno di 10mila spettatori (e la loro popolarità è in aumento). Nell’extrasport negli ultimi anni si sono tenuti diversi concerti importanti, tra cui gli Who, Elton John e Rod Stewart (ci sarebbero anche Pink e i JLS, che vi cito seppur siano lontani anni luce dalla vera musica).

Capacità: 20.750

Misure del campo: 105 x 68 metri

Record attendance: 32.796 (1968 – FA Cup vs Arsenal)

Record attendance attuale: 20.650 (2012 – Premier League vs Manchester United)

FONTI

Wikipedia

Football ground guide

Swansea City official site

Liberty stadium official site

Groundhopping

Tim92 blog

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Around the football grounds – A trip to Newcastle upon Tyne

Si vola verso nord, più precisamente verso nord-est, con la nuova tappa della nostra rubrica alla scoperta degli stadi inglesi. In questa puntata il nostro aereo immaginario fa tappa nel Tyne and Wear, sulla sponda nord del fiume Tyne, a poco meno di 9 miglia dal Mar del nord: come avrete capito, siamo a Newcastle, città di circa 300.000 abitanti che nel tempo ha saputo rinnovarsi e non restare ancorata alla rivoluzione industriale ed al carbone, nella quale svolse un ruolo di primo piano. I suoi simboli, conosciuti in tutto il mondo, sono la Newcastle Brown Ale, una nota birra inglese; il Tyne Bridge aperto nel 1928 e da subito icona della città ed infine il Newcastle United F.C., il club di football più importante dell’intero Nord-est.

Immagine aerea di Newcastle

LA STORIA

Parlare dei campi da gioco del Newcastle è quanto di più bello ci possa essere per un appassionato perchè nella sua lunghissima storia il club ha disputato tutte le sue partite interne in un unico impianto, il St. James’ Park, il più vecchio stadio di tutta la Premier League. Le prime tracce storiche del terreno su cui sorgerà successivamente lo stadio si possono già trovare nel Medioevo, essendo questo una postazione strategica, rialzata rispetto ai terreni circostanti: nel 1357 questa zona formava il confine sud di Town Moor, una enorme area di 1200 acri i cui diritti di sfruttamento furono donati ai Freemen della città proprio in quell’anno (per i non avvezzi alla storia medievale, i Freemen erano coloro i quali non eranno sottoposti ad alcun vincolo feudale). Scorrendo avanti le lancette del tempo e sfogliando i libri di storia, troviamo più volte citata quest’area, che fu utilizzata come base per attacchi alla città (da parte degli scozzesi) e, soprattutto, come sito per le esecuzioni pubbliche: si narra addirittura che nel 1829 la pena capitale per un’assassina abbia attratto più di 20mila persone! Nello stesso altro inoltre l’area iniziò ad essere sviluppata in senso residenziale, con la costruzione del Leazes Terrace (una sorta di condominio di lusso in stile Georgiano) sul lato est del terreno, segnando la fine delle esecuzioni (che continueranno però fino al 1844 nei terreni limitrofi).

Uno scorcio dei Leazes Terrace oggi

E proprio sui lembi di terra prossimi alla nuova, enorme, costruzione, si iniziarono ad intravedere le prime attività calcistiche. Siamo nel 1880 e i Newcastle Rangers furono il primo club a creare qui un campo da calcio, che misurava 120 yards in lunghezza e 60 in larghezza, con la caratteristica di una lieve inclinazione. I Rangers rimasero qui fino al 1882, dopodichè per alcuni anni il campo rimase inutilizzato: toccò al Newcastle West End riaprire St. James’ Park (già allora fu scelto tale nome, in omaggio al vicino St. James Terrace) e apportare le prime migliorie sottoforma di una riduzione della pendenza del terreno e la prima vera delimitazione del campo di gioco tramite recinzioni alte circa 2.5 metri. Siamo comunque ben lontani dall’avere uno stadio perchè altri confort, sia per il pubblico, sia per i giocatori, non c’erano: gli spogliatoi infatti erano situati all’esterno dell’impianto, in particolare per la squadra di casa erano situati in un piccolo Inn, il Lord Hill, sul lato opposto del terreno (Barrack Road) mentre gli ospiti erano costretti a cambiarsi in un pub in centro e ad essere successivamente accompagnati al match tramite carrozze. Successivamente furono aggiunte assi di legno nelle zone destinate al pubblico e addirittura una piccola sala stampa sul lato del Leazes Terrace, grazie al permesso dei Freemen.

I primi veri lavori sul campo, datati 1899

L’avventura del West End finì nel maggio 1892, ma St. James’ Park non rimase inutilizzato perchè prima di saltare definitivamente, il club contattò i rivali dell’East End per invitarli ad ereditare l’affitto e l’utilizzo del terreno. La proposta fu accettata con entusiasmo, ma i primi tempi non furono facili perchè arrivarono subiti gli scontri con i Freemen: il club costruì immediatamente una nuova stand senza interpellare questi ultimi e, a malincuore, la stand dovette essere rimossa. Il debutto avvenne il 3 settembre 1892 con un’amichevole contro il Celtic di fronte a 6 mila persone; 4 mesi dopo il nome del club fu cambiato e nacque il Newcastle United. A quell’epoca la capienza dell’impianto era di circa 15mila persone e il Newcastle iniziò presto a sfruttarla pienamente: fu chiaro che bisognava ampliare lo stadio, ma ancora una volta i Freemen fecero ostruzione permettendo solo minimi miglioramenti e non concedendo un abbassamento dell’affitto nonostante i problemi finanziari del club. Come spesso succede, fu un evento tragico a smuovere le acque: il club raggiunse la promozione nel 1898 e la stagione successiva, contro il Blackburn, lo stadio fu pieno all’inverosimile, tanto che la calca causò il collasso delle recinzioni con numerosi ragazzi feriti. Questo, e la fermezza del club e dei fans in città durante il dibattito sull’utilizzo di St. James Park (i residenti in zona avevano inoltrato lamentele ufficiali per i rumori durante le partite) spinsero i Freemen ad aumentare il terreno a disposizione del club, che si trovò quindi nelle condizioni ideali per riprogettare l’intera zona: fu infatti spostato il terreno di gioco permettendo di ricavare dei Terraces sia sulla End prossima a Leazes Park, sia sulla Leazes Side con miglioramenti anche alla piccola stand presente nella end opposta.

Un altro scorcio dei lavori del 1899

La capacità raggiunse quota 30mila, ma si era ancora ben lontani da un campo di buon livello. Gli eventi a testimoniare tutto questo risalgono nei primissimi anni del 900: nel febbraio del 1901 il campo divenne un’immensa sabbia mobile dopo una gelata, il posizionamento di paglia sul campo e la successiva pioggia con sabbia buttata sul terreno per cercare di evitare il disastro totale, che peraltro avvenne. Tuttavia questo non impedì, il mese successivo, di ospitare il primo match internazionale contro il Galles. Ma, purtroppo, non fu l’unico evento disastroso: tre settimane dopo arrivò il Sunderland in città e già allora la rivalità era talmente aspra che 35mila persone affollarono lo stadio, con molte altre fuori in attesa di entrare: fu un attimo sfondare le recinzioni ed il campo divenne proprietà delle schermaglie tra tifosi. Partita mai giocata, ma che fu importante per far capire che il seguito del club stava decisamente crescendo ed era ora di mettere veramente mano a St. James’ Park. Il 1905, con la conquista della finale di Coppa e, soprattutto, la vittoria del primo titolo nazionale, fu l’anno decisivo per l’ammodernamento: i dirigenti del club, dopo aver visitato gli impianti del Celtic Glasgow e del QPR subito dopo l’intervento di Archibald Leitch, decisero di rifare tutto lo stadio. Non fu però assunto Leitch in persona, tuttavia i progetti furono ispirati decisamente ai suoi lavori. I lati est, nord e sud dello stadio, occupati da terrace in legno, furono completamente demoliti e rifatti in cemento, con una fune metallica (perdonate la traduzione letterale di wire-rope) a fare da barriera, sulla scorta del modello scozzese. Sul lato ovest invece nacque la nuova West Stand, realizzata sul modello della nuova stand del Middlesbrough aperta due anni prima. Sviluppata lungo tutta la lunghezza del campo di gioco, era dotata di 4680 posti a sedere preceduti da una vasta area, il paddock, dedicato ai posti in piedi. La copertura, totale per i posti a sedere, era caratterizzata da una nicchia centrale al cui interno vi era una spaziosa sala stampa, alla quale si accedeva tramite una scala a chiocciola di ferro ben visibile (seppur coperta) dall’esterno. La facciata esterna era già allora imponente (soprattutto per l’epoca), con l’ingresso leggermente rialzato rispetto al terreno circostante. Dall’alto era già possibile ammirare un impianto “moderno”, con la L formata dai Leazes Terrace e dalla South Stand. All’interno vi erano tutti gli uffici del club, gli spogliatoi, una sala biliardo per il relax dei giocatori ed addirittura una piscina.

St. James’ Park dopo il lifting dei primi anni del 900

L’inaugurazione fu effettuata da Lady Mayoress (termine elegante per indicare la moglie del sindaco) il 6 settembre 1905 e quello che più colpì i giornalisti accorsi non fu la nuova tribuna, ma le corde metalliche che separavano il campo dagli spalti, facendo dire a qualcuno che sembrava di essere ad un ippodromo. La capacità ufficiale dichiarata era di 65 mila persone e l’attendance crebbe immediatamente da una media di 20-25 mila persone a 33mila circa, con un picco di 56 mila spettatori per il Tyne-Wear Derby. Nonostante l’ottimo periodo del team, i residenti non erano ancora del tutto convinti di avere il club come vicino di casa e cercarono in tutti i modi di fare nuovamente ostruzionismo. Per questo motivo, negli anni successivi non vennero apportate grandi modifiche alla struttura, se non il rifacimento del terreno di gioco nel 1910; tuttavia i residenti non riuscirono ad impedire il rinnovo della concessione dello stadio, avvenuto nel 1911. Durante la prima guerra mondiale la zona divenne sede militare, con St. James Park a far da base per 200 soldati e 150 cavalli, con una modesta compensazione monetaria per il Newcastle.

Gli storici cancelli dello stadio

Al termine del conflitto, il club dovette investire più di 4000 sterline per sistemare non solo il campo, ma anche le recinzioni, con l’abbandono delle funi metalliche e l’arrivo delle barriere di cemento. Un’ulteriore sistemazione del terreno fu necessaria nel 1923, dopo numerose lamentele da parte dei giocatori per le pessime condizioni in cui versava; in più fu creato una sorta di tunnel d’accesso per separare il pubblico dai giocatori durante l’ingresso in campo, fonte spesso di problemi di ordine pubblico o per il troppo affetto verso i giocatori di casa, o per le intimidazioni agli avversari. Cambiò anche l’alimentazione delle varie strutture presenti nello stadio grazie all’arrivo dell’energia elettrica e nel 1926 anche il Newcastle contattò Archibald Leitch. L’architettò partorì un progetto sensazionale per i tempi, che prevedeva la realizzazione di una double-decker stand nella parte Sud (la Gallowgate End) e di una copertura ad L per i rimanenti due settori; tuttavia, per motivi legati a nuovi conflitti tra il Concilio Cittadino ed il club, l’unico miglioramento che fu realizzato fu la copertura della North Stand, la Leazes Park End, non estesa alla East Stand per la presenza dietro di questa di case popolari.

Il progetto di Archibald Leitch

I conflitti comunque non minarono la popolarità del club, che nel 1930 ottenne il record di presenze assoluto al St. James’ Park, quando ben 68.386 persone assistettero alla sfida contro il Chelsea. Fino alla seconda guerra mondiale si assistette ad una sorta di tregua nelle dispute tra Club e Concilio Cittadino per il miglioramento dello stadio, ma con la ripresa delle attività sportive nel dopoguerra, il clima si fece di nuovo molto teso.

La facciata della main stand nel 1930

Il botteghino era molto favorevole al club, che fu in grado di attirare più di 56 mila persone a partita nel 1947-48 nonostante giocasse in seconda divisione; questo portò a presentare al Concilio nuovi progetti per l’ampliamento: in cantiere vi erano l’estensione della copertura della Leazes Park End, un nuovo parcheggio e la costruzione di un centro di allenamento dietro la Leazes Park End. Tutti e 3 i progetti furono rifiutati, nonostante il club disponesse dei fondi necessari alla realizzazione e l’unico intervento fatto fu il completamento della cementificazione dei terraces. Nel 1953 furono installati i riflettori su concessione della città, tuttavia al club fu giocato un brutto scherzo nella partita inaugurale contro il Celtic nel febbraio dello stesso anno: a metà partita i riflessoti furono spenti, lasciando gli spettatori al buio completo. La struttura dei riflettori era primitiva, con piccoli “fari” sul tetto della West Stand e pali sulla Leazes Side: questo comunque bastò a far disputare la prima storica partita in notturna della FA Cup, un replay del primo turno tra Carlisle e Darlington il 28 novembre 1955, con ben 34.257 spettatori. I riflettori veri vennero installati nel 1958, in stile scozzese: pilastri altissimi sulle due end (45 metri) a dominare la skyline e con la capacità di illuminare non solo il terreno di gioco, ma tutta l’area circostante.

I riflettori a St. James’ Park

E nonostante questo, ancora una volta furono rifiutati i progetti di ampliamento, che prevedevano stavolta la realizzazione di una nuova East Stand. E’ spontaneo chiedersi le origini di un tale astio e, scavando nella storia di Newcastle, scopriamo come a capo del concilio cittadino a quel tempo c’era T. Dan Smith (che sarà successivamente implicato in uno scandalo di corruzione) mentre nella dirigenza dello United c’era il suo avversario politico William McKeag. Il calcio quindi divenne la valvola di sfogo delle rivalità politiche, con il climax raggiunto negli anni 60: nel 1962 St. James Park fu scelto come sede per la Coppa del Mondo del 1966 in cambio di un ampliamento dell’impianto. Presto fatto? Nemmeno per sogno. Il permesso per aggiungere questi nuovi posti acuì ulteriormente la lotta politica, con il Concilio Cittadino che rifiutò l’ennesimo progetto proposto dal club.

St. James’ Park negli anni 60

Emersero anche nuovi nodi, tra cui il rinnovo del permesso di gestione addirittura dell’impianto, per cui lo United era alla ricerca di un contratto a lunghissimo termine. Il Concilio inizialmente pretese una maggior vicinanza del team alla città e voleva imporre l’uso per tutti dello stadio: in questa direzione nacque il progetto di espansione proposto dalla città, con la realizzazione di un impianto polivalente. Il tutto, ovviamente, non fu nemmeno preso in considerazione dal club.

Il progetto proposto dalla città nel 1964

Nel frattempo la Football Association entrò a piedi pari nella contesa, togliendo la coppa del Mondo a St. James Park per darla alla città di Middlesbrough. Nel 1966 il braccio di ferro sulla gestione dello stadio si allentò con una licenza di 5 anni, ma fu semplicemente un mezzo per allungare i tempi della battaglia. Nel 1967 tornò alla carica il Concilio Cittadino, proponendo la realizzazione di un impianto avveniristico da 63 mila posti a patto da dividere tra squadra di football ed università.

Il progetto del 1967

Altra bozza del progetto del 1967

Non se ne fece nulla e la questione andò avanti, con il club che tuttavia iniziava a muoversi per conto proprio. Iniziarono a circolare rumors su un possibile trasferimento della squadra fuori città, in particolare nella zona nord di Gosforth, dove vi era un invitante terreno di 35 acri; addirittura si parlò di uno stadio condiviso tra Newcastle e Sunderland (e qui scommetto che ai tifosi delle due squadre un brivido lungo la schiena sia corso) ma nella realtà proseguì la dura lotta città-squadra che portò addirittura il club a dover togliere dalla maglia e dai programmi lo stemma cittadino. A rasserenare gli animi arrivarono due eventi: in primis la vittoria della Fairs Cup nel 1969 e, successivamente, l’intervento deciso dell’allora ministro dello sport, Denis Howell. Fu così che nel 1971 finalmente fu raggiunto l’accordo di gestione per 99 anni dell’impianto a favore dello United e si potè iniziare ad espandere il St. James Park con la costruzione di una nuova East Stand. L’architetto incaricato, Faulkner Brwon, realizzò una double-tier stand di stampo classico, con l’upper tier riservata ai posti a sedere e la lower-tier ai posti in piedi. La copertura, di stile totalmente differente non solo dal resto dello stadio, ma anche dal quartiere circostante (tanto da farlo risultare sciatto), teneva al riparo dalle interperie anche gli spettatori che affollavano i terraces.

In lontananza la nuova East Stand

Tutto questo avrebbe dovuto essere parte di un progetto di ricostruzione interessante tutti i settori ed effettivamente nel 1978 furono iniziati i lavori sulla Leazes Park End, spinti da una salatissima multa provocata dalle nuove regole scritte dal Safety of Sports Ground Act nel 1977. Tuttavia lo United fu retrocesso e contemporaneamente i costi della ristrutturazione aumentarono vertiginosamente: la rimozione della copertura, il livellamento dei vecchi terrace, la rimozione dei fari e la realizzazione delle prime fondamenta per la nuova double stand portarono via al club 500 mila sterline, lasciandolo sostanzialmente senza soldi. I lavori furono quindi interrotti, lasciando il pubblico senza il settore più caldo ed amato dell’intero impianto.

Un’immagine sempre triste, la demolizione di una stand: Leazes End, 1978

La risposta dei tifosi non si fece attendere, con le presenze allo stadio che diminuirono sino ad arrivare sotto i 20 mila di media. A ridurre ulteriormente la fiducia dei tifosi arrivò anche la decisione di togliere i covered terrace della East Stand in favore di executive boxes. L’impianto rimase quindi in una sorta di limbo, con un settore completamente inutilizzabile e la squadra che non riusciva a rinverdire i fasti di un tempo.

St. James’ Park, anni 80

A metà anni 80 iniziò il processo di svolta per tutti gli impianti inglesi con l’incidente di Bradford e contemporaneamente il Newcastle tornò in First Division grazie all’avvento di Kevin Keegan: nacque nuovamente il problema St. James Park e l’intervento più urgente lo meritava l’ormai ottantenne West Stand. Le cose non furono semplici, con la stand che inizialmente fu sistemata in maniera tale da riuscire ad ottenere l’agibilità in attesa dei soldi per ricostruirla: lo stallo si protrasse sino al maggio 1987, quando finalmente il concilio cittadino fece demolire la tribuna con una mossa a sorpresa, che lasciò spiazzato il club stesso (che infatti aveva già venduto i season ticket per la stagione successiva, trovandosi quindi a dover spostare gli spettatori che già avevano acquistato il loro pass). La progettazione e la costruzione della nuova stand fu affidata alla Traer Clark Associates che realizzò una struttura a singolo anello in cemento, rialzato rispetto al terreno per lasciar spazio ai terraces old-style che in realtà stridevano parecchio in confronto alla nuova struttura. I posti a sedere erano 6607, con 39 boxes situati nella parte più alta della stand ed una copertura translucente, molto simile alla Rous Stand di Watford, che tuttavia aveva un difetto, quello di lasciare scoperto non solo il paddock antistante, ma anche le prime file della tribuna stessa. Ma per il resto la costruzione fu esemplare, rifinita bene e dedicata a Jackie Milburn, il secondo miglior centravanti della storia del Newcastle deceduto nel 1988.

La nuova West Stand, inaugurata alla fine degli anni 80

Il costo economico fu elevato, ma ancor più sanguinoso fu il prezzo da pagare per il club, che con questa spesa si trovò in una situazione di ristrettezza economica incredibile; non solo, come tutti sapete arrivò anche in quegli anni il Taylor Report che distrusse definitivamente le certezze del club in quanto convertire ad all-seater il St. James’ Park rappresentava una spesa indicibile, quasi un’impresa, in un periodo in cui il club scivolò in Division Two. Innanzitutto c’erano le due end da rifare completamente e vennero inoltre alla luce le magagne della nuova West Stand, costruita in maniera tale da richiedere una lunga ristrutturazione per adattarla completamente alle nuove regole (includendo il paddock nei posti a sedere ed ampliando la copertura), ristrutturazione che avrebbe fatto perdere anche soldi in termini di biglietti stadio al club. In tutto questo si inserirono anche le dispute interne al club, che giunsero ad una svolta nel 1992, con l’acquisizione dei pieni poteri decisionali da parte di Sir John Hall, impresario locale.

St. James’ Park prima della ristrutturazione degli anni 90

Il primo passo, oltre all’importantissima promozione nella neonata Premier League, fu l’inizio della riqualificazione di una delle due end, la Leazes End. Subito dopo la promozione, fu demolita completamente e ricostruita secondo i canoni del Taylor Report: per via di alcune limitazioni dovute alla presenza del Leazes Park dietro la nuova tribuna, fu realizzata una single-tier stand con la presenza di due concourses a farla sembrare una two-tier. Ovviamente fu realizzata anche la copertura e la nuova stand venne raccordata tramite due corners alla East ed alla West Stand, con l’altezza della stand a ridursi progressivamente man mano ci si avvicina al confine con le due tribune.

I lavori negli anni 90: sullo sfondo la Leazes End, in primo piano la Gallowgate End in costruzione

Successivamente toccò alla Gallowgate End rinascere, specularmente alla Leazes Park: anche qui, quindi, una single tier stand raccordata alla East ed alla West con l’unica differenza che dall’alto, si poteva godere, dando le spalle al campo, di una magnifica vista sulla città; altri importanti miglioramenti vennero apportati alla West Stand, resa completamente all-seater, con estensione della copertura pur mantenendo la base originale. Anche la East Stand venne ammodernata ed infine vennero rifatti sia il terreno di gioco, sia il sistema di drenaggio che l’impianto di illuminazione, creando in questo modo un nuovo St. James Park, un gioiellino da 36.610 posti dotato di ogni confort.

Il gioiellino a fine anni 90

Il popolo Magpie rispose alla grande al nuovo impianto, grazie anche ai brillanti risultati della squadra: gli esauriti diventarono un’abitudine e presto si capì che nonostante la bellezza dell’impianto restaurato, una nuova espansione od una relocation erano necessari. Il primo pensiero fu la relocation e nacque immediatemente il progetto di Castle Leazes, a pochi passi da St. James’ Park, nel territorio di Leazes Park. L’idea era di realizzare un impianto moderno, un catino infuocato sulla falsariga dell’Amsterdam Arena, San Siro (a parere di chi vi scrive lo stadio più bello d’Italia) o del progetto dello Stade de France.

Il grafico del progetto Castle Leazes

L’idea, bellissima e approvata anche dai tifosi visto che si sarebbe rimasti sostanziamente dentro il centro cittadino, riportò alla luce i contrasti con la città. Il Concilio, dal canto suo, propose un nuovo impianto a Gateshead da 75mila posti, fuori città. In tutto questo St. James Park sarebbe stato riutilizzato per il rugby a costituire un polo multisportivo comandato da Sir John Hall, che nel frattempo aveva acquistato anche il team di Hockey ed il team di basket. Ad aggiungere pepe al dibattito in corso si aggiunse anche un comitato di cittadini assolutamente contrario a costruire su Town Moor (l’area di Leazes Park), con una petizione che raggiunse le 36mila firma; altro comitato costituito fu quello degli amici di Leazes Park e fu chiaro che il progredire del progetto avrebbe portato ad una dura ed estenuante battaglia. I piani furono quindi ridimensionati e si considerò l’idea di espandere nuovamente St. James Park portandolo ad una capacità di oltre 52mila posti grazie alla costruzione di due nuovi anelli, uno per la West Stand ed uno per la Leazes Park. Il progetto fu approvato nel 1998 ed i lavori terminarono nel 2000; come spesso succede però, non furono lavori tranquilli per il club, che si trovò a dover affrontare 4mila fans inviperiti per il notevole aumento di costo dei loro posti e per la possibilità di essere spostati. Iniziò un contenzioso legale che permise al club di spostare i fans e, come gesto di cortesia, il club rifiutò che i fans, dopo la sconfitta in tribunale, pagassero tutte le spese processuali, facendosene carico. E siccome ogni storia ha il suo lieto fine, il 23 agosto del 2000 il nuovo St. James Park aprì i battenti nella sfida di Premier League contro il Derby County.

I lavori dell’espansione definitiva

L’IMPIANTO ATTUALE

Uno dei simboli dell’impianto, gli scalini d’accesso

L’attuale St. James Park, in grado di ospitare più di 52 mila spettatori, è a soli 500 metri dalla Central Station di Newcastle. Situato su un piano rialzato rispetto alla zona circostante, domina la città ed anche dall’alto si fa apprezzare per la sua enormità. L’asimmetria la fa da padrone vista la presenza di due stand doppie e di due singole, con l’impressione che vi sia un angolo totalmente aperto (quello tra le due stand a singolo anello per la differente altezza) e due parzialmente aperti, con l’unico angolo chiuso totalmente tra la Main Stand e la Sir John Hall Stand. Impossibile poi non notare, nelle due stand più capienti, la presenza delle torri simili a quelle di San Siro che portano al terzo anello. Data la vicinanza al centro cittadino, non troviamo spazi enormi antistanti la zona, ma semplicemente l’impianto è inglobato tra le case ed il Leazes Park, uno dei polmoni verdi della città. I più attenti appassionati del calcio inglese avranno sicuramente notato come ci siamo sempre riferiti all’impianto col suo nome originale: tra il 2011 ed il 2012 il club vendette i naming rights di St. James Park alla nota catena sportiva Sports Direct, con l’obbligo quindi di rinominare il terreno Sports Direct Arena. Questo ha scatenato le ire dei fans, ma fortunatamente, dalla fine del 2012, il nuovo main partner commerciale dei Magpies ha concordato il ritorno all’unico vero nome dello stadio, St. James’ Park. Sul modo di scrivere e pronunciare il nome ci sono comunque numerose teorie. Come l’abbiamo scritto qui è la denominazione ufficiale, a differenza del famoso parco londinese che si scrive St. James’s Park: tuttavia non è noto se sia questo il motivo dell’assenza della seconda “s” o vi siano altri motivi, ma è certo che il nome e la pronuncia non prevedano la seconda s. E sapete bene, se conoscete il popolo inglese, come a queste cose ci tengano.Infine, caratteristica quasi unica, St. James’ Park, dalla ristrutturazione avuta luogo nel 1993, non ha un vero proprio scoreboard, ma solamente degli orologi digitali ai quattro angoli del campo. Ed ora addentriamoci, stand per stand, nell’attuale impianto.

St. James’ Park dall’alto, oggi

MILBURN STAND

L’esterno della Main Stand

Si tratta della main stand dell’impianto che è stata coinvolta pesantemente nell’ampliamento del 2000 nonostante la sua giovanissima età. L’aggiunta di un nuovo anello ha infatti comportato tutta una serie di modifiche alla stand originale ed il risultato è un’immensa double-tier stand sproporzionata nelle dimensioni tra la upper-zone e la lower-zone, con quest’ultima, che altro non è che la stand originale, decisamente più grande dell’altra. I tue tier sono separati tra loro da una serie di executive-boxes mentre la copertura è totale, in continuità con quella della Leazes End. I seggiolini sono colorati in diverse tonalità di grigio, con le ultime file che sono talmente in alto da far guadagnare il soprannome di Vertigo all’impianto (gli altri soprannomi comuni sono Paradise o Castle). Nella pancia della stand abbiamo, in posizione ovviamente centrale rispetto al terreno di gioco, gli spogliatoi ed il tunnel di ingresso più tutte le strutture dedicate ai media. La copertura, in vetro, è unica nel panorama inglese ed è un tutt’uno con la copertura della Leazes End, così come non vi sono interruzioni per quanto riguarda i posti a sedere tra le due stand confinanti. Dall’altra parte invece l’angolo alto è semiaperto, con un’appendice del tetto che chiude gli spalti ed evita che gli spettatori possano letteralmente saltare o peggio sulla copertura della Gallowgate end. L’esterno “stride” con tutto lo splendore interno della Stand: appare infatti un po’ anonimo, privo di personalità, anche se le vetrate, l’atrio e le scale in visione alleggeriscono notevolmente la struttura. Come detto nella parte storica, la West Stand è intitolata a Jackie Milburn, autore di 239 reti in 494 presenze con la maglia del Newcastle nell’immediato dopoguerra, secondo bomber di sempre dopo Alan Shearer, scomparso nel 1988, proprio durante i lavori di ammodernamento di St. James’ Park.

La Milburn Stand nel suo splendore

SIR JOHN HALL STAND

In diretta comunicazione con la Milburn Stand, altro non è che la Leazes End, dedicata allo storico proprietario del club, in grado di cambiarne radicalmente la storia (attualmente ancora in vita, anche se senza più quote di partecipazione). La struttura vista dal campo è speculare alla Milburn Stand, solamente meno capiente; qui, nel settore 7, trovano posto i fans più calorosi del club mentre nell’upper-tier, nell’angolo con la Milburn Stand, trovano posto i tifosi ospiti, per un massimo di circa 3mila unità. Sempre in questa stand ha sede anche il settore famiglie, creando un mix unico e ripetibile solamente in un ambiente inglese. All’interno, come nella Milburn Stand, troviamo aree per banchetti e conferenze più aree riservate per i fans dove poter mangiare e bere in tutta tranquillità. Alla East Stand, come si vede dalle immagini, è collegata mediante un appendice della copertura a riparare e a proteggere, come succede al confine Milburn Stand – Gallowgate End, da eventuali cadute. L’ultima curiosità riguarda la copertura, che, essendo in contiguità con quella della Milburn, rappresenta il più grande tetto di questo tipo in Europa, superando l’Old Trafford.

La Leazes End attuale

EAST STAND

La stand più piccola ed antica del nuovo St. James’ Park è destinata in futuro ad essere dedicata ad un’altra storica bandiera del club, Sir Bobby Robson, scomparso da pochi anni. La struttura è a single-tier (anche se in passato era conosciuta come una two-tier), in diretta continuità con le due stand adiacenti senza così avere punti di rottura con il resto dell’impianto. Sullo spessore del tetto troviamo la scritta Newcastle United; all’esterno la stand ha pochissimo agio, dato che, come avrete letto nella parte storica, è costruita proprio davanti agli storici edifici del Leazes Terrace e questo fatto renderà difficilmente espandibile la tribuna, lasciando quindi per sempre l’asimmetria caratteristica di questo stadio.

La East Stand

GALLOWGATE END (NEWCASTLE BROWN ALE STAND)

Utilizziamo il nome storico per indicare la seconda End di St. James Park, anche se il nome ufficiale, da uno sponsor tipicamente inglese (come si intuisce dal nome), è un altro. Il nome storico nasce dall’utilizzo originario del terreno (rappresenta la struttura impiegata per l’impiccagione) ed è difficile cambiarlo, così come è stato impossibile cambiare la denominazione dello stadio con quella di uno sponsor. Costruita subito dopo la Leazes End pre-ristrutturazione, è una tribuna single-tier che, per motivi economici non è stata ampliata alla fine degli anni 90 e che è speculare al lower-tier della John Hall Stand in tutto e per tutto. Anche qui le comodità non mancano, in particolare abbiamo lo Shearer’s Bar che è uno dei punti nevralgici della night life della città ed è accessibile solamente dall’esterno dello stadio; qui inoltre abbiamo anche la stazione di polizia dello stadio, il megastore e il museo del club. Inoltre, ed è una notizia che farà molto piacere a tutti i veri amanti degli stadi inglesi, di questo in particolare, dalla stagione 2013-14 verrano rimesse, all’esterno di questa stand, le famose gates che fino ai primi anni 90 accoglievano i tifosi al St. James’ Park. Sulla Gallowgate End esiste infine un piano di espansione che prevede la costruzione di un nuovo anello, rendendo più uniforme e meno dispersiva la struttura dell’impianto, con la capienza che arriverà a 60mila persone.

La Gallowgate End

Le gates che presto faranno ritorno a St. James’ Park

L’ATMOSFERA

Per creare un’atmosfera particolare in questo impianto basta l’ingresso in campo col tutto esaurito (cosa che accade abbastanza spesso, pensate che l’attendance media della stagione appena terminata è sopra alle 50 mila persone!); a questo uniteci che gli oltre 50mila spettatori spesso sono indemoniati e potete immaginare come spesso e volentieri l’atmosfera qui sia elettrica. Negli ultimi anni, a dire il vero, le testimonianze parlano di un ambiente meno “intimidatorio” dal punto di vista del tifo. Come detto, i tifosi più vocali sono nel lower-tier della Sir John Hall Stand, ma sta prendendo piede un movimento di tifosi intenzionati a riportare agli antichi fasti la loro reputazione in termini di vocalità e che vogliono localizzarsi nell’upper-tier della medesima stand, per contrastare a livello canoro i tifosi ospiti. Un altro gruppo di tifosi intenzionati a riportare in alto il tifo al St. James Park sta trovando posto nell’angolo Sud-Est, quello tra la East Stand e la Gallowgate End. I tifosi del Newcastle sono universalmente conosciuti come la Toon Army, con il nome Toon che origina dalla pronuncia Geordie (il dialetto locale e nick con il quale sono conosciuti gli abitanti di questa zona).

Il coro caratteristico prende spunto dall’inno non ufficiale della regione, “Blaydon Races”, famosa canzone folk composta nel 19esimo da George Ridley (al quale sono dedicati i due video); altra canzone molto popolare che viene suonata prima del match è Local Hero di Mark Knopler, praticamente un Geordie adottato.La rivalità principale è quella con il Sunderland nel Tyne-Wear derby, che trova origini sia nella storia delle due città, sia nella storia calcistica. Purtroppo recentemente il derby si è guadagnato le luci della ribalta per gli scontri susseguenti alla partita di ritorno della Premier League 2012/2013, con il trionfo dei Black Cats, ma questo non cambia l’unicità dell’aria che si respira durante questa partita.

CURIOSITA’ E NUMERI

Nonostante il gran rifiuto avuto dalla FA per i mondiali del 1966 dovuto alle dispute cittadine, St. James’ Park ha avuto occasione di ospitare numerosi incontri internazionali, sia della nazionale inglese, sia di altre nazionali durante manifestazioni mondiali. In particolare questa è una delle case della Nazionale durante il periodo della ricostruzione di Wembley; si sono inoltre disputati alcuni incontri di Euro 1996 e diverse partite del torneo di calcio delle Olimpiadi 2012. Sempre in ambito calcistico il terreno di gioco ha ospitato numerose partite di esibizione e beneficenza; è stato inoltre scelto per i mondiali di rugby del 2015, all’interno dei quali ospiterà Scozia, Sudafrica e gli All-Blacks.
St. James’ Park è stato inoltre casa per molti musicisti di fama mondiale, tra cui i Rolling Stone, Bruce Springsteen, i Queen, Bob Dylan, Brian Adams e Rod Stewart; infine qui si sono girati anche film e programmi televisivi. Per affetto noi citiamo Goal!, film che narra le avventure fittizie di un giovane aspirante calciatore, Santiago Munez, che viene acquistato dal Newcastle.

Capacità: 52.404

Misure del campo: 105 x 68 metri

Record attendance: 68.386 (1930 – Division One vs Chelsea)

Record attendance attuale: 52.325 (2005 – Premier League vs Manchester United)

FONTI

Wikipedia

Newcastle United official site

Football ground guide

Groundhopping

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Around the football grounds – A trip to Reading

Con il nuovo appuntamento della nostra rubrica fissa (anche se non con cadenza ben precisa a causa degli impegni personali) andiamo nel Sud dell’Inghilterra, nella contea del Berkshire, dove, a metà strada tra Londra e Swindon si trova la città di Reading, che nasce alla confluenza tra il fiume Kennet ed il Tamigi. 144.000 le anime di questa cittadina, che rappresenta un punto focale della nazione in quanto ospita le sedi e gli uffici di molte multinazionali presenti in terra inglese. E qui, dal 1871, è attivo il Reading Football Club, che attualmente milita in Premier League (ancora per poco, molto probabilmente).

Uno scorcio di Reading

LA STORIA

Come molti club inglesi, anche il Reading all’inizio cambiò diversi terreni di gioco in breve tempo prima di trovare la sua casa definitiva. Un’abitudine tipica dell’epoca, dovuta principalmente al fatto che lo sport era agli albori e la popolarità in crescendo fino ad arrivare alla vera e propria esplosione. La storia degli stadi del Reading comincia al King’s Meadow Recreation Ground, un’area ricavata all’interno dell’omonimo parco che ospitò i primi match della squadra, principalmente amichevoli e partite di coppa locali.Quest’area, parte della proprietà della Reading Abbey nel medioevo e, successivamente passata alla Corona con la dissoluzione dei monasteri, fu acquistata dalla città nel 1869 e successivamente data in concessione alla squadra (che non fu formata da privati, ma durante un’assemblea cittadina pubblica), che la utilizzò sino al 1877.

Su questo terreno, più di un secolo fa, il Reading disputò la sua prima partita

Dall’anno successivo vi fu il trasferimento al Reading Cricket Ground (motivato soprattutto dal fatto che il pubblico spesso era talmente vicino ai giocatori da disturbare l’azione nell’altro impianto), altra area aperta vicinissima a quella di King’s Meadow. La permanenza durò comunque poco, perchè già nel 1882 vi fu un nuovo trasferimento: un cambio proficuo, perchè si riuscì ad avere il primo enclosed ground, il Coley Park. Siamo nell’area sud-ovesta della città e qui il club restò 7 anni, continuando però a giocare solamente amichevoli, coppe locali e le partite di FA Cup, competizione alla quale il Reading iniziò a partecipare.

Un disegno di Coley Park due secoli prima dell’avvento del Reading

L’ulteriore cambiò fu chiesto dall’allora sindaco W.B. Monck, che impedì al club di continuare ad utilizzare il Coley Park, motivando la decisione con problemi di ordine pubblico causati dalla rumorosità dei tifosi, che ormai iniziavano ad essere un numero consistente. Si abbandonò quindi l’area che ad oggi è il Coley Recreation Ground e nel 1889 si tornò nella zona di King’s Meadow, stavolta però dall’altro lato del fiume per utilizzare come stadio il Caversham Cricket Ground. Una soluzione però logisticamente complessa: da Reading si poteva giungere al campo solamente tramite il traghetto ed il terreno era spesso invaso dall’acqua data la vicinanza alle sponde del Tamigi. Nel 1894 e nel 1895 due eventi importanti nella storia del club fecero da presupposto per un ulteriore trasferimento: nel 1894 il Reading, assieme ad altri club (tra cui il Millwall ed il Luton Town), fondò la Southern League e l’anno successivo fece il salto nel professionismo. In città abbondavano i terreni ideali per la costruzione di uno stadio e ne furono offerti diversi al club, tra cui il Palmer Park (attualmente sede di un impianto di atletica) e Oxford Road (dove sorse invece una pista per le corse dei cani, popolarissime in Inghilterra all’epoca), ma la scelta cadde su un ex-cimitero nella parte ovest della città, offerto dal consigliere E.J.S. Jesse. Il club decise di prenderlo in affitto a 100 sterline l’anno (non aveva i fondi per comprarlo in toto per 3000 sterline), con i fondi che inizialmente arrivarono da donazioni private e dai tifosi stessi. L’unica particolare condizione imposta dal proprietario del terreno fu l’assoluto divieto di vendita dei liquori all’interno dell’impianto.

Una delle prime immagini esistenti di Elm Park, nel 1913

All’arrivo del Reading Elm Park era piuttosto isolato, con poche case attorno e con di fronte il Berkshire County Cricket Ground, ma la situazione non era così tragica perchè Jesse possedeva anche i terreni circostanti, che iniziano a brulicare di persone per la costruzione di nuove case. Più case = più pubblico potenziale e quindi la società si impegno a fondò nel progetto: furono spese 800 sterline per sistemare il campo di gioco, sistemare i terraces ed erigere le recinzioni; altre 500 sterline furono impiegate nella costruzione di una piccola Main Stand in legno sul lato adiacente a Norfolk Road e si riuscì a completare il tutto per l’apertura del 5 settembre 1896. L’avversario scelto fu una squadra amatoriale proveniente dall’Holloway College di Londra, chiamata Mr. A. Roston Bourke’s London XI, una scelta talmente curiosa che valse al Reading una multa di 5 sterline ed una sospensione temporanea dalle partite perchè non era un team affiliato alla FA. Non fu l’unica cosa particolare di quell’opening day, perchè a completare il tutto arrivò anche un tremendo temporale che iniziò in concomitanza della cerimonia inaugurale. La pioggia fu talmente torrenziale che il campo si tramutò subito in un acquitrino, con i giornalisti completamente inzuppati visti i posti scoperti ed in piedi a loro riservati; la partita si giocò comunque, prima di venire interrotta nel secondo tempo sul 7-1 per il Reading in un’atmosfera surreale che vide pronunciare all’apertura dello stadio le seguenti parole: “Elm Park non è secondo a nessun impianto del Regno”.

La Main Stand di Elm Park pre-chiusura. Purtroppo immagini storiche ce ne sono pochissime

Come auspicato, negli anni successivi all’inaugurazione di Elm Park la zona circostante lo stadio iniziò a prendere vita con un brulicare di nuove case e strade che resero più facile la permanenza del club in questa sede, anche se nel 1908, durante l’annuale meeting dirigenziale, fu proposto di spostarsi in un nuovo terreno vicino alla Reading Railway Station. La proposta fu bocciata in gran parte perchè la società costruttrice dei binari e della stazione mise i bastoni tra le ruote sin da subito e quindi si rimase definitivamente ad Elm Park, che venne ampliato mediante la costruzione di un angusto terrace coperto a L  tra la Main Stand fino a Town End, per terminare dietro alla porta. Negli stessi anni, tra il 1910-1920, fu coperta la South Bank (opposta alla Main Stand) che, assieme alla tribuna principale, portava l’impianto ad avere quasi 10mila posti coperti; furono inoltre ricavati altri 2.500 posti spostando le recinzioni tra la South Bank e il campo ed infine gli uffici del club furono trasferiti dal centro città alla Main Stand.

La Town End

Nel 1920 il club entrò nella Football League e nel 1925 la copertura della Town End fu profondamente danneggiata dal vento e, durante la stessa bufera, anche la Main Stand subì danni seri. Il club, al tempo in Seconda Divisione, decise di non sistemare la copertura della Town End e di ricostruire da zero la Main Stand. L’incarico fu affidato agli Humphrey’s, ditta specializzata nella costruzione di stand i cui lavori potevano essere ammirati in molti impianti del Sud Inglese in quegli anni, e l’apertura, ritardata a causa dello sciopero generale che scosse l’Inghilterra nel maggio 1926, fu fatta il 13 novembre 1926. Furono gli anni migliori per questo impianto, che videro anche l’affluenza più alta di tutti i tempi all’inizio del 1927, con 33.042 spettatori presenti per la sfida di FA Cup contro il Brentford che lanciò i Biscuitmen (il vecchio nickname della squadra, dovuto alla fabbrica di biscotti che caratterizzava la città) in semifinale, il più alto traguardo mai raggiunto in FA Cup. La nuova Stand, situata su Norfolk Road, era una classica single tier stand completamente coperta con la presenza di soli posti in piedi. Non mancavano i tradizionali piloni a sorreggere la copertura, col difetto di limitare parzialmente la visuale a buona parte del pubblico. Nonostante la squadra non riuscisse ad entrare nell’elite del panorama calcistico inglese, continuarono i miglioramenti ad Elm Park, in particolare nel 1936 fu rifatta la copertura della parte centrale della South Bank (che nel frattempo era stata estesa con altri terrace scoperti verso le due end del campo) e successivamente (tra gli anni 40-50 e 50-60) il tetto fu portato anche verso la Town End (East Stand) prima e, successivamente, verso la Tilehurst End (West Stand). Nel 1954 arrivarono anche i riflettori, inaugurati in amichevole contro il Racing Club de Paris in diretta nazionale grazie alla BBC; vennero piazzati inizialmente subito dietro le porte e ai lati delle coperture, ma alcuni anni dopo, nel 1969, furono rimpiazzati dai classici corner pylons. Nel 1959 avvenne un curioso episodio durante una match contro lo York City: uno degli avversari esplose un tiro che centrò in pieno il riflettore, facendolo letteralmente in mille pezzi che caddero tutti addosso ad uno sfortunato poliziotto di stanza lì sotto.

L’ingresso alla South Bank

Gli anni 70 (gli anni di Robin Friday) videro numerosi piccoli miglioramenti alla struttura, ma senza grossi cambiamenti strutturali, con l’impianto che rimase tale e quale a molti anni orsono: la main stand e la South Bank coperte, le due End completamente scoperte e dotate solamente di posti in piedi (una descrizione dettagliata la trovate sotto). Le cause? Da una parte l’andamento del team, che non riusciva mai a fare il salto di qualità verso la categoria più nobile del calcio inglese, dall’altra anche problemi societari che culminarono nel famoso episodio del 1983 che rischiò di far sparire per sempre il club e che tuttavia portò all’insediamento di Roger Smee alla presidenza del club, che portò nuova linfa in termini di risultati in un periodo nel quale nemmeno 4 mila spettatori venivano regolarmente ad Elm Park. Questi però furono anche gli anni delle note tragedie che colpirono il calcio inglese e il Safety of Sports Ground Act ridusse la capacità totale dell’impianto a 6000 posti dagli oltre 27 mila previsti date le scarsissime condizioni di sicurezza presenti: lo spettacolare inizio della stagione 1985-86 portò comunque il club a lavorare celermente per migliorare le condizioni generali riuscendo a riportare inizialmente a 13mila persone la capienza e, in seguito, a ben 20 mila, con 2.300 posti a sedere nella main stand. Sostanzialmente furono fatti lavori per migliorare la sicurezza delle divisorie e dei terraces, furono aggiunte nuove uscite di emergenza, rifatti gli uffici con materiali ignifughi e aggiunti, per la prima volta gli executive boxes sul fondo della main stand, per un costo totale di 160mila sterline. L’unico vero intoppo per questi lavori riguardò il campo di gioco, quando il responsabile del terreno, per sbaglio, lo trattò con del pesticida puro, non diluito: il risultato fu un campo marrone, morto e le apparenze furono salvate da una bellissima vernice verde.

La caratteristica stand asimmetrica di Elm Park

Nonostante gli abbellimenti, l’idea di una relocation era già ampiamente nella testa del proprietario, con una zona già identificata, quella di Smallmead, nella parte sud della città, vicino all’arteria stradale M4 e con il supporto di tutto il concilio cittadino. Purtroppo però non fecero i conti con la scarsità dei fondi disponibili e la difficoltà a reperire le necessarie risorse. La svolta arrivò con il Taylor Report, che diede la mazzata definitiva ad Elm Park. In base alle nuove regole fu calcolato che la capienza massima all-seater dello stadio avrebbe dovuto essere di 12mila posti; il problema fu che all’epoca vi erano solamente 2.417 seggiolini nell’impianto e con 600mila sterline di debiti, la situazione non era delle più rosee. Smee uscì di scena e, per la fortuna dei tifosi Royals, entrò in campo John Madejski, imprenditore editoriale ricchissimo che entrò nel club più per amor cittadino che per passione. Il suo ingresso diede nuova linfa in tutti i sensi al club, sia sul piano sportivo, sia sul piano finanziario e fu proprio il successo sul campo a spingere definitivamente verso la costruzione di una nuova casa: con i Royals promossi in Championship, l’adeguamento verso un all-seater era obbligatorio entro 3 anni, pena il divieto totale di giocare ad Elm Park e l’obbligo ad emigrare (altro che deroghe…). Fu così che nacquero i primi veri progetti di un nuovo stadio da 25mila posti ed iniziò il countdown per Elm Park che ebbe termine il 3 maggio 1998 contro il Norwich City. Per la cronaca il Norwich vinse 1-0 e chiuse per sempre questo storico impianto dopo 102 anni di vita.

Elm Park in una splendida fotografia aerea

Vediamolo quindi Elm Park al termine del suo lungo viaggio, con il suo campo leggermente rialzato rispetto alle tribune (e rialzato di circa 6 piedi rispetto al livello della strada, il che spiega gli scalini dagli spogliatoi al terreno in un impianto senza sotterranei). La Main Stand, su Norfolk Road, mantenne il suo aspetto quasi intatto dal 1926 alla demolizione tranne che per i seggiolini a sostituire il vecchio terrace. Si tratta dell’unica zona con posti a sedere ed è caratterizzata dal blu e bianco, i colori sociali dei Royals, con un pizzico di rosso per quanto riguarda i seggiolini centrali, quelli riservati alle autorità. All’esterno una facciata piuttosto ordinaria, anche se appariva molto più imponente della stand vista da dentro. Di fronte troviamo la South Stand, conosciuta come Tilehurst Terrace, una meravigliosa tribuna vecchio stile del calcio inglese. La particolarità risiedeva nella differente altezza della copertura della parte centrale rispetto a quella laterale, un fatto pressochè unico nel panorama britannico e dovuto ai diversi tempi e modi di costruzione della stand e delle sue coperture. Sul tetto centrale spiccava un orologio e fuori dalla stand si trovava un campo da calcetto adibito a parcheggio più il Supporter’s Club. Le due end, entrambe scoperte e praticamente immodificate anch’esse dal 1926, rappresentavano la parte più vecchia dell’impianto e non erano simmetriche tra loro, con la Tilehurst End (situata sul lato West) più profonda e alta dell’opposta Town End (dove trovavano posto i tifosi ospiti). Entrambe erano caratterizzate dalle barriere protettive blu e dai segnali gialli ad indicare le uscite. Simon Inglis, autore di uno dei migliori libri dedicato agli stadi inglesi, descriveva Elm Park come il meno interessante tra tutti gli impianti della Football Association e, con sua gioia, ebbe fine al termine della stagione 1997-98. Al suo posto adesso troviamo un complesso residenziale la cui realizzazione contribuì alla costruzione (grazie ai soldi ricavati dalla vendita del terreno) della nuova casa e, a differenza degli altri impianti, fu l’unico sulla cui terra si edificò.

L’ultima partita ad Elm Park

L’IMPIANTO ATTUALE

L’arrivo di Madejski e i buoni risultati ottenuti a metà degli anni 90 portarono il club a rivelare nel 1995 i progetti per il nuovo stadio grazie ad una partnership tra diverse imprese: Over Arup (principalmente ingegneria), Alan Cotterell Practice (architettura, azienda già coinvolta nel Molineux di Wolverhampton) e Dirvers Jonas (azienda di project managing, già coinvolta a Middlesbrough, ma anche Sunderland e Stoke). Come detto, l’area scelta fu quella di Smallmead, nella zona sud della città, ma prima di poter pensare al cantiere, fu necessario innanzitutto acquistare e bonificare l’intera area, per un costo totale di circa 10 milioni di sterline (per un terreno di circa 26 ettari); successivamente, per reperire i fondi mancanti, alcune parti della zona vennero vendute per le attività commerciali e qualcosa fu racimolato anche dalla vendita di Elm Park. Ulteriori condizioni per l’inizio dei lavori furono la promessa della costruzione del raccordo autostradale A33 (che collega direttamente alla M4) nei pressi del nuovo impianto e la co-abitazione, per quanto riguardava le partite casalinghe, con i London Irish di rugby. Finalmente, trovati i fondi e soddisfatte le condizioni, i lavori partirono e lo stadio fu completato in tempo per l’inizio della stagione 1998-1999, con il Reading in division two (assieme a Wigan, Man City, Stoke e Fulham, per darvi un’idea) e l’inaugurazione del nuovo stadio avvenne il 22 agosto 1998, con la vittoria per 3-0 sul Luton Town e il primo gol ufficiale siglato da Grant Brebner.

Il cantiere del Madejski…all’inizio!

Come nome, fu scelto il semplice Madejski Stadium, dal cognome del presidente del club che fortemente ha voluto la sua realizzazione, senza ulteriori accordi di sponsorizzazione (e d’altra parte all’epoca non era facile trovare uno sponsor per uno stadio di Division Two!); il terreno di gioco è stato realizzato col rivoluzionario Desso System, per un costo di 750mila sterline: si tratta di un mix tra fibre artificiali ed erba naturale, con quelle artificiali che vengono inserite circa 20 centimetri in profondità per rinforzare l’erba e fornire non solo un ottimo drenaggio, ma anche una superficie ideale per giocare. Un sistema che oggi è usato spessissimo (e, con il solito ritardo, ha fatto capolino anche in Italia), ma che il Reading ebbe l’idea di utilizzare sin dagli albori, anticipando i tempi . L’impianto, visto dall’alto, non è squadrato, ma è una sorta di bowl senza angoli aperti, realizzato per garantire a tutti la miglior visibilità possibile senza essere troppo lontani dal campo. Non è quindi un bowl molto esteso, vista anche la limitata capienza a poco più di 24 mila spettatori, ed è inserito in una zona che tuttavia è ancora in via di sviluppo nonostante le promesse di 20 anni fa. All’interno c’è tutto il necessario per il comfort dei tifosi, ma all’esterno mancano i pub ed i collegamenti non sono semplicissimi per chi proviene dal centro città (distante circa 3 miglia). Altro particolare rilevante, osservando lo stadio nel suo insieme, è la leggera curvatura della copertura sulla West Stand, la main e più ampia con i suoi 2 anelli; infine non si possono non notare, all’esterno, delle strutture metalliche sormontate da dischi cilindrici: non sono altro che artifizi per smaltire il gas naturale prodotto dal terreno sottostante, visto che il Madejski è stato costruito su una palude famosa per la sua produzione di gas. E ora, come solito, vediamo nel dettaglio le varie stand.

Immagine aerea del Madejski Stadium

WEST STAND

Come accennato, si tratta della stand più ampia e l’unica a 2 anelli, separati tra loro da una singola fila di executive boxes. Particolare il fatto che l’upper tier non sovrasti il lower tier, una caratteristica infrequente negli impianti inglesi, dove solitamente predominano le cantilever stands (a mensola, sostanzialmente). Al centro, a livello del campo ovviamente, troviamo il tunnel di ingresso e le due panchine; nell’upper tier, distinti dal resto dei seggiolini blu, c’è una sezione di seggiolini rossi dedicata alle autorità. Tra l’ultima fila della stand e la copertura lo spazio non è chiuso, ma rimane aperto per favorire il passaggio di luce ed aria verso il campo, tranne però nella parte centrale dove troviamo una chiusura ed il rimando al sito del club. Andando all’esterno, è impossibile non notare l’albergo adiacente alla stand, il Millennium Reading Hotel, un 4-stelle deluxe aperto sin dall’inaugurazione del Madejski con ben 200 stanze ed un’infinità di servizi. Non vi sono però, come accade ad esempio ad Upton Park, camere con vista sul campo di gioco. Tra l’albergo e la stand troviamo infine gli uffici del club e tutte le strutture utili per il ricevimento degli ospiti.

La West Stand

NORTH STAND

La facciata della North Stand

Si tratta della stand destinata completamente ai tifosi di casa, collegata alla West ed alla East mediante due corners molto arrotondati senza soluzioni di discontinuità. Quasi 5 mila sono i tifosi che può ospitare e, oltre per il fatto che è una single-tier stand, differisce dalla West anche per lo spazio tra l’ultima fila e la copertura, che qui (come negli altri settori) è molto più ampio. All’esterno troviamo il megastore della squadra ed un centro conferenze da più di mille posti (una stanza da 700 persone e quattro da 100 posti). A metà partita per gli spettatori è possibile uscire per fumare (assieme a quelli della West Stand) attraverso un percorso segnalato che raccoglie i fumatori in un’area apposita dalla quale poi è possibile riaccedere alla tribuna, mediante un voucher consegnato dagli steward: si tratta di un servizio per certi versi unico in Inghilterra, dove allo stadio è vietatissimo fumare.

E la stand dall’interno

EAST STAND

La East stand, quella più in predicato di espansione

Opposta alla Main Stand, può ospitare più di 7500 spettatori su un’unica tier; vedendola da lontano si nota la scritta Madejski Stadium realizzata con seggiolini bianchi in contrasto con i restanti blu.Dentro la stand inoltre trovano sede un music-bar, il Jazz Cafè, e addirittura una radio, Reading 107, che trasmette nella zona cittadina. Su questa stand circolano da tempo molti rumors per un’eventuale espansione dello stadio: effettivamente i progetti sono stati depositati e nei programmi del club c’è la realizzazione di un anello addizionale che andrebbe a coinvolgere anche la North e la South Stand, portando la capienza a ben 38 mila spettatori. Inizialmente sembrava che i lavori dovessero partire già nel 2008, frenati però dalla caduta in Championship del team dopo le prime 2 stagioni di Premier; quest’anno è stata fatta un’ulteriore spinta in tal senso, ma la retrocessione matematicamente acquisita dovrebbe frenare nuovamente i piani del club.

Il progetto di espansione del Madejski stadium, che dopo la stagione dovrebbe tornare in naftalina

SOUTH STAND

Costruita in maniera del tutto speculare alla North Stand, la South è destinata principalmente ai tifosi ospiti, per un totale di circa 2500 posti a sedere sui 4000 circa disponibili per chi viene in trasferta. Nei match dei London Irish questa stand viene tradizionalmente lasciata chiusa (così recitavano gli accordi originari tra i club), eccezion fatta, dal 2008-2009, per i match più importanti ed in grado di attirare più pubblico. Nell’angolo che conduce all’East Stand, appeso alla copertura, troviamo l’unico megaschermo dell’impianto, la cui non visione da parte degli spettatori che qui vi siedono rappresenta l’unico limite di visibilità in tutto il Madejski Stadium.

La South Stand col suo megaschermo

L’ATMOSFERA

Il popolo del Reading non è conosciuto come uno dei più caldi d’Inghilterra tra le mura del proprio stadio, ma non si può definire di certo un pubblico non fedele. Il bacino di utenza del club non è gigantesco, ma, tralasciando i 3 anni trascorsi in Premier League (2006-07, 2007-08 ed il corrente), si può notare come anche in Championship almeno 19 mila spettatori in media erano presenti al Madejski Stadium. Numeri non da poco, che in Premier decollano sfiorando l’esaurito ad ogni singola partita casalinga. L’atmosfera all’interno dello stadio non è male, anche se viene rovinata da alcuni particolari che purtroppo stanno prendendo piede in tantissimi stadi inglesi: in primo luogo la musica dopo il gol, in secondo luogo la presenza di un tamburo nella North Stand che serve per aiutare a creare rumore e a ritmare i cori: una presenza più europea che inglese, dove questi ausili di solito non vengono mai utilizzati. La parte più vocale dei tifosi è situata nella East Stand, non distante dal settore ospiti con il quale ci sono sempre i classici cori di sfottò reciproco e sfide vocali.

Per riconoscere la grande fedeltà dei supporters il club ha deciso di far diventare i tifosi stessi membri ufficiali, con il numero 13 a loro destinato (e sulle maglie si può acquistare con il nome Reading Fans); è stato inoltre creato un organo di supporto per i fans, il Supporters’ Trust at Reading, che si occupa di avvicinare il club alla gente, di organizzare le trasferte e di coordinare tutta una serie di attività legate all’essere Reading Fans. Il tutto, ovviamente, no profit ed all’insegna del tifo corretto. Nonostante l’apparente compostezza, anche il Reading ha le sue rivalità feroci e storiche, la principale con l’Aldershot, squadra che purtroppo è fallita nel 1992. La presenza dell’Aldershot Town, erede dell’Aldershot, ha tenuto viva la fiammella della rivalità, che tuttavia tende a sopirsi parecchio date le enormi differenze di categoria tra le due squadre (il Reading giocherà in Championship l’anno prossimo mentre l’Aldershot Town tornerà tra i semi-professionisti). Altre partite molto sentite sono quelle contro l’Oxford United e lo Swindon Town, con una curiosità: quando le tre squadre si trovano nella medesima serie, si disputa una sorta di competizione non ufficiale, il Didcot Triangle (le tre città sono ai vertici di un triangolo con al centro Didcot geograficamente). L’ultima edizione è stata nel 2001, con il Reading che ha centrato l’en-plein; nell’immediato futuro sarà comunque difficile vedere una nuova edizione di questa “coppa”. Rispetto all’Aldershot sono comunque rivalità meno sentite (soprattutto da parte degli altri due teams), anche se con lo Swindon si parla dell’M4 derby, termine che comunque storicamente ha da sempre indicato la partita tra Swindon Town e Bristol City.

CURIOSITA’ E NUMERI

Al Madejski stadium spesso è andata in scena la nazionale Under 21 inglese (il primo incontro è datato 1999), così come l’Under 20, che ha avuto qui uno dei suoi momenti memorabili con la vittoria contro la Germania alcuni anni orsono grazie al gol del local boy Nathan Tyson (attualmente al Derby County). Passando ad altri sport, come accennato nell’articolo, qui si disputano le partite dei London Irish di rugby dal 2000, sempre abbastanza frequentate. L’impianto è talmente funzionale al rugby che moltissimi fans lo reputano uno dei migliori stadi dove guardare una partita di rugby (e non solo visto che alcuni anni fa ESPN lo ha votato come miglior mid-sized stadium in Europa) ed è stato utilizzato anche per la World Cup del 2000, con gli All Blacks che hanno letteralmente distrutto le Isole Cook. Ovviamente, infine, qui si sono tenuti anche molti concerti all’aperto con ospiti del calibro di Elton John e dei Red Hot Chili Peppers.

Capacità: 24.161

Misure del campo: 105 x 68 metri

Record attendance: 33.042 (1927 – FA Cup vs Brentford)

Record attendance attuale: 24.184 (2012 – Premier League vs Everton)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

Reading FC official site

Reading fan site

Groundhopping

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Around the football grounds – A trip to West Ham

Con il consueto appuntamento con la rubrica dedicata agli stadi inglesi è tempo di tornare nella capitale, spostandoci però dalla parte ovest alla parte est della città. Oggi infatti andiamo nel quartiere di Upton Park, nel London Borough di Newham (una delle zone più asiatiche dell’intera Londra), dove ha sede (e credo che chiunque di voi legga lo sappia) il West Ham United Football Club con il suo impianto, il Boleyn Ground.

Immagine suggestiva dell’Est di Londra

LA STORIA

Anche per il West Ham, come per molti altri club che conosceremo in questa rubrica, la storia è ultracentenaria ed in questo lunghissimo arco di tempo sono solamente 4 gli stadi che la squadra ha avuto: l’Hermit Road, il Browning Road, il Memorial Grounds ed infine, dal 1904, il Boleyn Ground (noto anche come Upton Park), la cui storia però è destinata a finire entro pochi anni.

Scorcio vintage della zona dove sorse il primo impianto degli Hammers

Il primo impianto quindi, utilizzato sin dalla fondazione della squadra nel 1895 sotto il nome di Thames Ironworks, dal nome della compagnia di trasporti e lavorazione del ferro del fondatore, Arnold Hills. Si trattava di una squadra prettamente amatoriale, che annoverava tra le sue fila molti operai dell’azienda e che poteva contare su Hermit Road come terreno di gioco (grossomodo situato al corner di Bethell Avenue). Non immaginatevi però un vero e proprio stadio sullo stile di altri che abbiamo conosciuto nella nostra rubrica: si trattava infatti di un terreno brullo, steride, arido (descritto come “cinder heap”, letteralmente mucchio di cenere o “barren waste”, cioè uno spreco) adattato al calcio e circondato da un fossato con lenzuola a delimitare l’area adibita al pubblico. Le condizioni erano così pessime che la prima vera partita ufficiale, che doveva essere disputata contro il Chatham nei turni preliminari di FA Cup, venne giocata in trasferta anzichè ad Hermit Road come previsto (prima di allora vennero giocate solamente amichevoli); nonostante questo si assistette ad un esperimento interessante e pioneristico il 16 marzo 1896: fu infatti giocata la prima partita alla luce dei riflettori contro il Woolwich Arsenal, in un match spettacolare finito 5-3 per gli ospiti e disputatosi grazie al lavoro degli operai dell’azienda, che in questo modo guadagnò parecchia notorietà. L’esperimento fu ripetuto contro il WBA, ma la permanenza qui non durò a lungo: il 19 settembre 1896 fu infatti giocata l’ultima partita ad Hermit Road perchè i proprietari sfrattarono la squadra adducendo come motivazione la violazione degli accordi di uso/frutto del campo (che prevedevano il non far pagare l’ingresso e la non costruzione di muretti di cinta). Le successive partite vennero giocate in trasferta, mentre si aprì la caccia alla nuova casa, che fu trovata in Browning Road, zona East Ham (a circa un miglio dalla zona dell’attuale stadio), tra il dicembre 1896 ed il gennaio 1897. Lo spostamento non diede buoni risultati: crollò infatti l’affluenza alle partite, ma questo non scoraggiò il proprietario che, rendendosi conto dell’inadeaguatezza di Browning Road, già nel marzo 1897 annunciò di aver trovato il terreno per un nuovo impianto sportivo multifunzionale. Alcuni mesi dopo (e 2mila sterline in meno per Hills) venne aperto il Memorial Recreation Ground, la nuova casa del West Ham: in particolare fu aperto il 22 giugno, in coincidenza (voluta) con il 60esimo anniversario dell’incoronazione della regina Vittoria.

Piccola immagine degli albori del Memorial Ground

All’inaugurazione la capienza stimata era di 120mila persone e l’impianto si presentava come un enorme ovale adattabile per molti sport: oltre al terreno di gioco per il football vi erano infatti una pista di atletica, una pista per le bici, spazi per il tennis ed addirittura una grandissima piscina esterna. Come avrete intuito, per il pubblico non si trattava di uno stadio comodo dato che la distanza dal campo era parecchia da almeno 3 settori (si salvava solamente la West Side Stand); in più anche arrivarci non era facile all’epoca visto che non vi erano stazioni pubbliche nelle vicinanze (fu in seguito costruita, ma con 4 anni di ritardo, Manor Road). La prima partita ufficiale disputata fu contro il Brentford l’11 settembre 1897, con la vittoria dei Thames per 1-0, ma nonostante questo non ci fu mai feeling tra la squadra, il pubblico e l’impianto.

La piantina del Memorial Ground

Nacque addiritura una polemica interna alla società riguardo all’utilizzo di giocatori professionisti e questo porto da una parte alla fondazione del West Ham United, dall’altra alla spaccatura definitiva tra Hills e i dirigenti con il primo che arrivò a minacciare di sfrattare la squadra dal Memorial Ground. Non se ne fece nulla per via del contratto in vigore tra il West Ham e Hills per l’utilizzo del Memorial Ground sino al 1904 (ed anche per la ferma risposta dei dirigenti del club che avrebbero reso pubblico il contratto firmato con Hills danneggiandone la reputazione irrimediabilmente in caso di sfratto), ma la rottura del sodalizio era comunque nell’aria. Diversi fattori entrarono in gioco, in primis il fatto che il West Ham al Memorial Ground non attirava le folle oceaniche che si vedevano in altri impianti inglesi (in particolare alla dirigenza dava molto fastidio il notevole supporto di cui godevano i rivali del Millwall); poi da non sottovalutare la lontananza dalla zona di nascita della squadra, costretta a giocare le partite casalinge a Plaistow ed infine, forse il fattore più importante, la crisi economica che colpì Hills e la sua azienda in quegli anni, costringendolo a richieste più elevate per l’affitto della struttura (che esiste tutt’oggi anche se non rimane alcuna traccia dell’epoca).

Scorcio del West Ham al Memorial Ground

Scorcio del West Ham al Memorial Ground

La società incaricò Syd King, ex giocatore che per la sua intelligenza superiore alla media fu coinvolto anche nelle attività dirigenziali, per poi diventare manager, di trovare un nuovo terreno da chiamare casa: questo fu individuato a nord ovest dal Memorial Ground, nella zona di Green Street. Qui infatti vi era un bel lembo di terra con a fianco una casa molto particolare, il Boleyn Castle, costruita nel 1544 e così chiamata dopo il soggiorno di Anna Bolena (la seconda moglie di Enrico VIII) e per la presenza di due torrette a dominare la struttura. Nel maggio 1904 il West Ham si presentò alla porta delle autorità cattoliche di zona (proprietarie del terreno e della casa, utilizzata come scuola) e riuscì ad ottenere l’affitto del terreno unendo le forze con un team locale, il Boleyn Castle FC: iniziò un’estate frenetica per trasformare questo pezzo di terra in uno stadio pronto ad ospitare partite di calcio.

Green Street House nel 1904

Il Boleyn Castle Tower nel 1912

Per prima cosa si iniziò dal campo vero e proprio, ricavato da quello che allora era semplicemente un terreno per coltivare cavoli o patate (la popolazione locale lo conosceva come “potato field” o “cabbage patch), poi venne il turno di erigere gli spalti. Fu costruita immediatamente la Main Stand sul lato ovest della zona con l’architettura tipica dell’epoca: un lunghissimo e basso tetto a coprire un singolo anello di posti a sedere e, davanti a questi, la standing area. Gli altri 3 lati vennero lasciati scoperti, con barriere di legno a rappresentare le delimitazioni, una corda a separarli dal campo e solo posti in piedi per gli spettatori. Gli spogliatoi furono collocati nell’angolo nord-ovest del campo mentre agli arbitri ed alla stampa era riservato un tendone nell’angolo sud-ovest, sostanzialmente dall’altra parte dello stadio.

La prima immagine esistente del Boleyn Ground, sulla sinistra il South Bank

L’inaugurazione fu fatta il 2 settembre 1904 con la più classica delle partite, il derby contro il Millwall con circa 10-12mila persone ad assistere alla vittoria 3-0 degli Hammers, che nella stessa occasione introdussero anche il nuovo stemma del club, quello che attualmente tutti conoscete. Particolarità è che in quella stagione l’impianto ebbe il nome di “The Castle”, prima di venir poi conosciuto universalmente come Boleyn Ground. Il pubblico si affezionò immediatamente alla nuova casa e già nel 1913 la West Stand fu rifatta assieme agli spogliatoi, inglobati nella nuova struttura; in tale occasione furono migliorati anche i due end dello stadio, che assunsero una fisionomia più vicina a quella di una tribuna da stadio.

Il Boleyn Ground nel 1925

La ricostruzione del calcio inglese dopo la prima guerra mondiale portò grandi frutti agli Hammers, che entrarono nella Second Division  ed aumentarono notevolmente la loro popolarità; arrivarono poi la promozione ed il primo viaggio a Wembley per una finale di Coppa: gli introiti economici permisero al club di riprogettare completamente la West Stand per mano degli architetti E.O. Williams e D.J. Moss, incaricati dal club director Bill Cearns (la cui famiglia era costantemente presente nella società sin dagli albori, con il padre di Bill giocatore nei Thames Ironworks). Fu realizzata una enorme double-decker stand coperta (unico difetto della copertura il fatto che lasciava sempre gli spettatori all’ombra, comodo d’estate, ma tremendo d’inverno) ma aperta ai lati e posteriormente, con i posti a sedere in alto e i terraces in basso ed anteriormente; al suo interno potevano già trovare spazio anche le comodità per i boss della società e la zona stampa, nettamente in anticipo sui tempi. Particolarissimo il fatto che la stand non copriva, in lunghezza, l’intero campo, fermandosi un po’ prima della linea di fondo verso la parte sud dell’impianto. Della vecchia stand rimase il tetto, che venne semplicemente spostato sulla South Bank. Anche la East Stand andò incontro ad un restyling con l’aggiunta della copertura, costruita con un mix di ferro ondulato e legno in maniera molto spartana; vennero anche sistemati i terraces della East Stand, pieni di spazzatura in ogni angolo ed in ogni cavità, che tuttavia rimasero in legno. Nel suo complesso la tribuna si guadagnò il soprannome di “Chicken Run” per la presenza di fili di ferro a circondarla e, nonostante la scarsa modernità rispetto alla West Stand, divenne il cuore pulsante del tifo Hammers. Furono invece cementati i posti in piedi della North Bank, che rimase comunque priva di copertura.

Visuale della South Bank dal North Bank, nel 1936

Il 18 aprile 1936 probabilmente vi fu l’affluenza più alta di tutti i tempi al Boleyn Ground: 43.528 persone assistettero al match di Division Two contro il Chartlon, ma questo record non può essere dichiarato tale in quanto i documenti relativi a quella partita andarono distrutti durante i famosi bombardamenti su Londra nella seconda guerra mondiale. Un ulteriore danno all’impianto arrivò nel 1944, quando una buzz-bomb si abbattè sulla South Bank e sul campo, costringendo la squadra a giocare fuori casa per quasi 6 mesi.

I danni causati dalla seconda guerra mondiale

Altra shot dei danni al Boleyn Ground

Le riparazioni della stand procedettero a rilento, tanto più che nel 1953, quando vennero inaugurati i riflettori (secondo campo d’Inghilterra a dotarsene), la Stand non era ancora stata completamente sistemata. Negli anni 50 venne inoltre demolito completamente il Boleyn Castle, già parzialmente distrutto in diverse riprese negli anni precedenti (attualmente al suo posto, in Castle Street, vi è una scuola) e fu costruito un nuovo ingresso all’impianto su Green Street, tuttavia fu negli anni 60 che l’impianto venne completamente rivoluzionato.

Il primo tassello del rinnovamento degli anni 60: la costruzione della copertura della North Bank

Si iniziò nel 1961 con la copertura della North Bank, la cui realizzazione richiese di smontare i riflettori di quella zona, che vennero successivamente riposizionati sopra il tetto in maniera del tutto particolare; nel 1965 fu aggiunto un intero block (il block A) alla West Stand con sia posti a sedere, sia terrace per arrivare poi al 1968, anno della demolizione del Chicken Run, aka East Stand.

La East Stand prima della demolizione

I lavori iniziarono ufficialmente a maggio per terminare a dicembre dello stesso anno; l’apertura ufficiale però avvenne solamente nel gennaio 1969 per le condizioni meteo che portarono al rinvio della gara inaugurale. La nuova stand fu realizzata “a mensola”, con una parte più alta ed arretrata destinata ai posti a sedere ed una più bassa ed in avanti destinata ai terraces. L’aspetto era sicuramente migliore della vecchia tribuna, sia per i posti a sedere, sia per i terrace, anche se il nomignolo “Chicken Run” fu mantenuto perchè la parte bassa permetteva ai fans di stare tutti ammassati l’uno contro l’altro e di muoversi come un’unica entità data l’assenza di barriere/piloni all’interno della stand. Nemmeno nella parte alta vi erano piloni, dando quindi forma ad una delle stand più moderne dell’epoca, senza posti a visibilità limitata; la capienza era di 3.490 posti a sedere e 3.300 in piedi, per un costo totale di 172mila sterline. Nel 1970 furono sostituiti tutti i riflettori, ed anche nella North Bank furono collocati sulla copertura; nello stesso anno si registrò il record di spettatori ufficiale all-time: 42.322 persone accorsero al Boleyn Ground per vedere il derby di First Division contro gli Spurs (notare che allora la capienza dichiarata era di 42mila posti). A dir la verità, non vi furono grandi occasioni per batterlo perchè nel 1971 avvenne il disastro di Ibrox e successivamente fu emanato il Safety of Sports Ground Act, che costrinse il West Ham a ridurre la capienza dello stadio a 35.500 spettatori, ottenuta togliendo alcuni posti in piedi nella West stand (sostituiti da un numero minore di posti a sedere) e soprattutto chiudendo una parte della North Bank, nella quale furono anche collocati cartelli “Remember Ibrox”, “Please leave slowly” e “Danger, uneven steps”.

Un vecchio programma d’epoca che mostra Boleyn Ground nel 1981

Nonostante la squadra tra gli anni 70 e 80 si tolse diverse soddisfazioni (FA Cup, League Cup, un terzo posto), lo stadio non venne toccato e subì un ulteriore duro colpo dopo il famoso Taylor Report. La capienza venne ulteriormente ridotta, al di sotto delle 29mila unità e il problema esplose con la promozione degli Hammers in First Division nel 1991. Erano già state considerate diverse strade, tra cui la costruzione di un nuovo stadio assieme al Leyton Orient con fondi ricavati dalla vendita del terreno di Upton Park per la costruzione di un supermercato, ma alla fine si decise, complici le difficoltà di reperimento di soldi e terreno per un nuovo stadio (l’ipotesi di dividere un nuovo stadio col Leyton tramontò subito), di rimanere al Boleyn Ground e provare a sistemarlo.

L’interno del Boleyn Ground a cavallo del Taylor report

La West Stand e i ticket offices

Una spinta in questo senso venne anche dall’acquisto della scuola che occupava 3.6 acri tra la West Stand e la North Bank, dando in questo modo spazio a nuovi progetti; rimaneva tuttavia un grande scoglio: i soldi. L’idea era quella di rifare completamente le due end dello stadio, considerando che erano vecchie e malmesse: 15 milioni di sterline il costo previsto, con le banche che chiusero le porte in faccia al club visto il recente prestito di 1.6 milioni per l’acquisto del terreno della scuola. Cosa fare? Fu provata la strada dei bond (perdonerete sicuramente lo scarso approfondimento in questo senso dato che chi vi scrive non ha una formazione finanziaria), ma questo scatenò l’ira dei fans che criticarono e boicottarono il club. Come? Non andando allo stadio: le presenze diminuirono drasticamente, con circa 16mila spettatori di media anzichè i canonici 22-25 mila; fu creata una frattura quasi insanabile tra club e fedelissimi, ma nonostante le mille difficoltà nel maggio 1993 poterono cominciare i lavori per la costruzione della nuova South Bank, che terminarono nel febbraio 1994.

L’ingresso della vecchia South Bank

Non ci furono molti dubbi (per fortuna) nel dedicare la stand a Sir Bobby Moore, bandiera degli Hammers e dell’Inghilterra scomparso poco prima dell’inizio dei lavori, una mossa che sicuramente contribuì a riavvicinare dirigenti e pubblico.L’apertura avvenne in due fasi diverse, con l’inaugurazione della lower tier nel gennaio 1994 contro il Norwich e l’inaugurazione dell’upper tier a fine febbraio contro il Manchester United. Il termine dei lavori per una delle due end dello stadio, segnò l’inizio dell’iter burocratico per rifare l’altra end. A maggio dello stesso anno cominciò l’opera di rifacimento della North Bank (grazie al lavoro della McAlpine), di aspetto simile alla Bobby Moore Stand (le descrizioni dettagliate delle stand le rimandiamo alla sezione apposita) e, come questa, fu aperta in due distinte fasi: la Lower Tier a dicembre 1994 contro l’Ipswich, l’upper il mese successivo nel derby londinese contro gli Spurs.

I lavori per la nuova North Bank

Piccola curiosità fu il fatto che i lavori subirono uno stop inatteso nell’estate 1994, dovuto al rinvenimento, sotto i terrace, di terra contaminata da materiali tossici utilizzati agli albori del Boleyn Ground, nella vecchissima North Bank. Contemporaneamente ai lavori per questa end fu ammodernata anche la East Stand, con la rimozione dei terraces e la realizzazione di una stand all-seater: venne perso quindi il significato del soprannome storico della stand, visto che non c’era più quell’affollamento tipico degli anni 70-80 inglesi. Nel 1998 fu rifatto completamente il terreno di gioco, dotandolo anche di un sistema di riscaldamento sotterraneo; tuttavia per completare il nuovo Boleyn Ground mancava solamente un tassello, la storica West Stand, l’ultima, gloriosa, parte di un impianto ormai profondamente mutato: il 2000 fu l’anno chiave, con la demolizione della West Stand e la costruzione della nuova tribuna inaugurata, come le altre, in due tempi: l’upper tier aprì ad agosto 2001 per la partita contro il Leeds mentre la Lower Tier si mostrò in tutta la sua bellezza per la prima volta nel novembre 2001 in occasione del derby londinese con gli Spurs. Il 9 maggio 2002 ci fu invece l’apertura solenne alla presenza della Regina Elisabetta, nel corso dei festeggiamenti per il Golden Jubilee a East London.

L’IMPIANTO ATTUALE

Dal 2001 abbiamo l’attuale Boleyn Ground, nome che viene comunemente interscambiato con Upton Park, che identifica esattamente la zona in cui lo stadio si trova. La capienza ufficiale è di 35.016 spettatori ed ammirando dall’alto la struttura si può notare come siano due gli angoli aperti, entrambi coinvolgenti la East Stand. La West Stand infatti forma un tutt’uno con la North Bank mentre l’angolo con la South Bank è chiuso da una sorta di raccordo che all’interno si trasforma in qualche posto a sedere in più.

L’attuale Boleyn Ground in tutto il suo splendore

THE WEST STAND

La West Stand

Come avrete sicuramente capito leggendo l’articolo, si tratta della main stand. La ricostruzione del 2001 l’ha resa meravigliosa ed unica nel panorama inglese: all’esterno abbiamo la main entrance dove lo spettatore viene immediatamente colpito al cuore (in positivo) dalle due torri che custodiscono l’ingresso; entrambe mostrano lo stemma del club e richiamano sia lo stemma stesso, sia le origini del sito storico ove sorge l’intero stadio. L’imponenza della costruzione assieme al fatto che ci troviamo in un quartiere londinese privo di grattacieli (a dir la verità presenti solo in una piccola parte di Londra), permette di vederla svettare da lontano, persino dall’autostrada. Addentrandoci all’interno troviamo ovviamente tutti gli uffici del club, le stanze per i dirigenti, gli spogliatoi, le sale stampa e tutto quanto può servire per gestire tutto quanto sta attorno ad una partita di calcio. Troviamo anche il club shop e, particolarità unica o quasi, un hotel che permette di dormire direttamente in loco, con le stanze vista campo. Una location davvero unica dove trascorrere una notte! All’interno la stand è su due livelli, separati tra loro da una lunghissima fila di executive boxes. A differenza della vecchia West Stand, stavolta i posti coprono tutta la lunghezza del campo di gioco ed i seggiolini (come nel resto dello stadio) sono nel colore sociale claret. La capienza è di 15.500 posti, tutti a sedere e tutti coperti, con visibilità perfetta; qui troviamo anche l’ingresso al campo e le panchine per le due squadre. Tornando all’esterno, notiamo come verso la North Bank c’è ancora la St. Edwards School mentre verso la South Bank troviamo una chiesa. Le ultime curiosità riguardano il nome: dominano gli accordi di sponsorizzazione, inizialmente è stata la Dr. Martens a sponsorizzare il tutto ma il contratto è terminato nel 2009. Tra il 2009 e il 2011 rimase il semplice (e bellissimo) “The West Stand”, mentre dal 2011 è arrivato un nuovo sponsor, i broker dell’Alpari, creando così la Alpari Stand (l’accordo è ancora valido e pertanto è questa la denominazione ufficiale della tribuna) che è attualmente la stand più grande di Londra.

L’ingresso alla West Stand

THE SIR TREVOR BROOKING STAND

L’erede della storica North Bank è molto simile, a livello strutturale, all’end opposta. Di capienza limitata a causa del limitato spazio disponibile al momento della costruzione, è una two-tier stand con circa 5900 posti a sedere, tutti coperti. Pensando agli stadi moderni, è curioso come non vi sia alcun posto per executive boxes o settori extralusso, ma questo è stato un dettaglio non dettato dal caso. L’upper tier infatti è destinato soprattutto alle famiglie, che così possono andare allo stadio con una cifra tutto sommato contenuta rispetto ad altri settori; il lower tier invece è in gran parte destinato ai tifosi ospiti, separati solitamente da un sottile cordone di polizia dai tifosi locali. Nelle grandi occasioni tutta la lower tier può essere destinata alla squadra avversaria, con la sola eccezione di una squadra in tutta la Football Association, il Millwall. Nel derby, infatti, agli avversari viene lasciato l’upper tier, mentre la parte bassa della stand non viene aperta come conseguenza dei gravissimi incidenti del 2009 con la guerriglia in campo tra le tifoserie. A livello strutturale è particolare la conformazione dei riflettori, che svettano sulla copertura della stand in maniera speculare alla end opposta. Sui seggiolini campeggia la scritta West Ham United realizzata su tutta l’ampiezza della tribuna; l’angolo con la East stand è aperto e vi possiamo trovare un enorme schermo mentre dall’altro lato è direttamente collegata alla West Stand (con posti a sedere solo a livello della Lower Tier); agli angoli inoltre vi segnaliamo alcuni posti dove la visione di alcune piccoli parti di campo è difficoltosa. Inizialmente le fu dato il nome di Centenary Stand, per festeggiare il centenario del club; successivamente nel 2009 ecco il nome definitivo, con l’intitolazione alla leggenda del club Sir Trevor Brooking.

La Trevor Brooking Stand

THE EAST STAND

Questa è l’unica stand che non è stata rifatta con la modernizzazione dell’impianto, ma semplicemente è stata resa all-seater con l’eliminazione dei terraces. Proprio per questo motivo è una stand atipica, la più bassa dello stadio, dotata di una tier completa con avanti una mini-tier che occupa il settore un tempo noto come Chicken Run. Particolare è la pendenza di questi posti, che tuttavia garantiscono una visuale spettacolare nonostante il campo, dopo la costruzione della West Stand nel 2001, sia stato spostato proprio verso quest’ultima. Qui vi trovano posto i fans più vocali della squadra, anche se con la sparizione dei terraces si è persa una buona parte dell’atmosfera unica ed intimidatoria che circondava questa parte dell’impianto. Essendo infine la sezione più piccola (circa 5mila posti), numerose sono state le voci e i progetti riguardanti un suo ampliamento: tuttavia le difficoltà del club nei primi anni 2000 a livello di risultati hanno fatto tramontare tutte le idee.

La East Stand

THE BOBBY MOORE STAND

Il tributo a Bobby Moore fuori da Upton Park

Il primo pezzo della modernizzazione del Boleyn Ground è stata la costruzione di questa stand nel 1994, dedicata alla memoria di Bobby Moore, giocatore che non credo abbia bisogno di ulteriori presentazioni. Nelle fondamenta della struttura è stata piazzata una capsula del tempo da parte della moglie con i doni fatti dal club, dai tifosi e da lei stessa per onorare la carriera immensa del marito. La stand è una double-tier costruita sul modello della celeberrima North Bank Stand di Highbury (progettata e realizzata da persone che avevano lavorato direttamente o indirettamente anche per la costruzione di proprietà dell’Arsenal). All’esterno la struttura ed i materiali utilizzati sono tipicamente londinesi e ben si sposano con il quartiere; entrando si nota immediatamente la presenza di Bobby Moore, sia con un busto di bronzo, sia con le fotografie al muro dei migliori momenti della sua carriera. All’interno inoltre abbiamo tutti i classici confort degli stadi inglesi, in particolare segnaliamo il “66 Club” nell’upper tier, dove è possibile incontrare nei giorni delle partite Geoff Hurst a fare da padrone di casa. Per quanto riguarda la parte più importante, abbiamo circa 8000 posti a sedere raggiunti grazie all’estensione verso la West Stand; le due tier sono separate da una fila di executive boxes ed i seggiolini di tutta la struttura compongono anche qui la scritta “West Ham United”. Come la North Bank, riflettori sulla copertura e nessun sostegno ad ostruire la vista per gli spettatori, vista che è pressochè perfetta. Peccato solo che la distanza dal campo sia maggiore rispetto a quanto siamo abituati a vedere negli impianti inglesi, rendendo meno apprezzabile il calore dei tifosi. Inoltre, nella connessione con la West Stand troviamo un altro tabellone LCD, mentre rimane aperto al momento l’angolo con la East Stand; infine, uscendo dalla stand ed andando nelle vie di accesso all’impianto, al confine con la West Stand, possiamo trovare un altro tributo a Bobby Moore: la statua con lui che alza la coppa del mondo del 1996, inaugurata nel 2003.

La Bobby Moore Stand

IL FUTURO

La nuova casa del West Ham dal 2016

Sin dall’elaborazione del Taylor Report, il West Ham non ha mai nascosto le sue velleità di avere uno stadio più grande del Boleyn Ground. Nei primi anni 90 fu scelto di ristrutturare completamente il vecchio impianto, ma dall’inizio del nuovo secolo i rumors sono diventati sempre più insistenti, con la proprietà che riteneva inadatta alla Premier la capacità di circa 35mila posti offerta da Upton Park. L’assegnazione a Londra delle Olimpiadi 2012 ha aperto la diatriba relativa allo stadio Olimpico, perchè ben sappiamo che a Londra nessuna struttura può rimanere inutilizzata e si è trattato di una vera e propria guerra. Non analizziamo le battaglie, ma semplicemente il risultato finale: dalla stagione 2016-2017 è ufficiale che il West Ham si trasferirà allo Stadio Olimpico, previa una riconfigurazione dello stesso con la riduzione della capienza a 60mila posti, la costruzione di un tetto retrattile (novità assoluta per gli stadi inglesi) e la riconfigurazione del lower seating con al realizzazione di strutture mobili tali da permettere la rapida conversione da football stadium ad athletic stadium (orrore). La pista quindi non sarà sempre presente sicchè i tifosi del West Ham potranno rimanere più vicini al campo, ma a nostro parere rimane una mossa totalmente scellerata da parte della dirigenza hammers. In primis siamo decisamente fuori dal bacino di utenza del club, andando tra l’altro ad “invadere” il territorio del Leyton Orient (l’altro club interessato fortemente ad avere lo stadio Olimpico in gestione), poi, più razionalmente, ci saranno dei costi di gestione esorbitanti, a partire dal leasing per la gestione dell’impianto, della durata di 99 anni e dai costi decisamente alti nonostante i contributi per la riqualificazione che arriveranno dalle autorità. Sarà un peccato perdere un altro dei templi storici del calcio d’Oltremanica.

Il progetto per la conversione dello Stadio Olimpico

Quello che dovrebbe essere l’aspetto finale

L’ATMOSFERA

L’aria che si respira dentro Upton Park non ha bisogno di molte presentazioni, sia per le innumerevoli storie riguardanti i tifosi, sia per il famoso inno della squadra. La fedeltà dei tifosi è fuori discussione, ogni sabato più di 32mila persone in media affollano gli spalti (facendo una media delle ultime due stagioni tra Championship e Premier League, con la media in Championship di poco sopra alle 30mila unità) e la frattura fra supporters e club creatasi ad inizio anni 90 si può definire saldata. Resta il dubbio di come sarà recepito lo spostamento allo stadio Olimpico, ma nel frattempo Upton Park resta uno dei posti più belli dove vivere pienamente l’atmosfera british del football. Sia chiaro, l’atmosfera intimidatoria che c’era negli anni 70-80 adesso non c’è più, ma il livello di rumorosità di Upton Park sa essere ancora alto, con il pubblico pronto ad essere un fattore per i risultati sul campo della squadra. Il momento clou dell’atmosfera pre-partita è rappresentato dall’ingresso in campo delle squadre, con l’intonazione da parte di tutto lo stadio dell’inno “I’m forever Blowing Bubbles”, accompagnato da centinaia di bolle di sapone che si alzano dai vari settori dell’impianto. Il momento è decisamente suggestivo e la canzone si narra che sia inno del team sin dagli anni 20, importata dall’allora manager Charlie Paynter. La storia vuole che il tutto nasca da un giocatore in prova al West Ham (militante in una squadra locale), Billy J. “Bubbles” Murray, così soprannominato dal suo presidente per la somiglianza con un famoso dipinto dell’epoca. Dal soprannome venne scoperta anche la canzone: al presidente Beal piacque tanto da cantarla quando la sua squadra giocava bene. Il caso volle che Beal fosse molto amico di Paynter e la canzone arrivò negli spogliatoi del West Ham inizialmente, per poi giungere sino alle orecchie dei tifosi che la adottarono immediatamente. In realtà sembra che anche i tifosi dello Swansea utilizzassero lo stesso tema in quegli anni e nel 2002 nacque una diatriba che portò a ipotizzare che i tifosi degli hammers avessero preso la canzone durante due infinite partite di FA Cup giocate contro lo Swansea nella stagione 1921-22. Quale sia la verità non si saprà mai (addirittura i tifosi del West Ham hanno apportato piccole modifiche al testo originale), ma ormai la canzone è un tutt’uno con la storia del club. La fantasia comunque non manca sugli spalti del Boleyn Ground e numerose sono le canzoni riadattate per osannare i giocatori del club.

La rivalità più sentita, e questo lo saprete sicuramente tutti, è quella con il Millwall, nata sin dalla fondazione delle due squadre principalmente per due motivi: vicinanza e interessi comuni riguardanti soprattutto il settore in cui operavano inizialmente proprietari e giocatori dei club. Il campo ha sempre rispecchiato questa rivalità, che si è poi trasferita anche sugli spalti raggiungendo picchi di violenza ed odio inauditi, tali da costringere ancora oggi la polizia a mobilitarsi in massa per gli incontri tra le due squadre, fortunatamente rari dato che le squadre spesso si trovano in categorie diverse, avendo anche budget decisamente diversi connessi con il diverso sviluppo dei quartieri dei due teams. Purtroppo tutto ciò non ha fatto altro che aumentare le tensioni tra i tifosi, che trovano sfogo proprio nelle rare occasioni in cui abbiamo i derbies, tanto che lo scorso anno, in occasione del derby di Championship, si era addirittura parlato di vietare la diretta televisiva all’estero per evitare di mostrare immagini di eventuali incidenti che avrebbero potuto mettere in cattiva luce l’Inghilterra. Rivalità minori ci sono con Chelsea e Tottenham.

CURIOSITA’ E NUMERI

Poche sono le notizie riguardo ad usi particolari di questo impianto. A livello internazionale qui si sono disputate diverse amichevoli di varie nazionali (vi giocò anche l’Italia alcuni anni orsono); mentre per quanto riguarda altri sport registriamo nel 2012 l’incontro di boxe tra Haye e Chisora per conto della federazione lussemburghese, controverso perchè nessuno dei due pugili era in possesso della licenza inglese per boxare.

Capacità: 35.016

Misure del campo: 100 x 64 metri

Record attendance: 42.322 (1970 – First Division vs Tottenham)

Record attendance attuale: 35.020 (2002 – Premier League vs Manchester City)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

They fly so high website

West Ham Official Site

Groundhopping

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)