Alan Shearer – seconda parte

Seconda parte del post dedicato ad Alan Shearer

NEWCASTLE UNITED
“When I was a young boy I wanted to play for Newcastle United, I wanted to wear the number nine shirt and I wanted to score goals at St James’ Park. I’ve lived my dream and I realise how lucky I’ve been to have done that”

Shearer arrivò, anzi tornò, a Newcastle, una città sicuramente cambiata da quando l’aveva lasciata, ma con quello spirito operaio indelebile che ne permeava l’aria. E soprattutto, con quell’amore incondizionato per i Magpies. Una città che vive di calcio, che poi è il veicolo prediletto per trasmettere a tutti la fiera appartenenza geordie. Una città che riempie uno stadio da 52.000 posti da anni, sebbene non si vinca niente, niente, dal 1955. Fategli notare questo, a un geordie: vi dirà che le vittorie contano, ma fino a un certo punto. Vi dirà che quei fottuti londoners, o mancunians dall’orribile accento vinceranno pure, ma non sanno un cazzo di cosa sia lo spirito di St James Park, il suo ruggito in quelle giornate in cui la pioggia fitta e fredda ricorda a tutti che siamo nel Nord dell’Inghilterra. Il tutto sorseggiando una pinta, cosa tipicamente inglese ma che a Newcastle ha un sapore comunque diverso. Ecco, ora date a quest’ambiente il miglior giocatore inglese dell’epoca, che era, soprattutto, un figlio di Newcastle, e potete immaginare cosa ne venne fuori. La città impazzì, letteralmente. Al mercato non si parlava d’altro, persino la maestra – che sanguina black & white, ovviamente – tirò fuori l’argomento e a quel punto gli alunni capirono che si trattava di qualcosa di grosso. Il Newcastle ne veniva da un secondo posto, e con Shearer davanti si sentiva legittimato a sognare. Keegan venne sostituito a stagione in corso da Dalglish, che con Alan aveva vinto, miracolosamente, a Blackburn: ma fu nuovamente secondo posto. Medaglia d’argento, a volte di bronzo. La carriera di Shearer è anche questa. Due finali di FA Cup consecutive: 1998, 1999. Entrambe 2-0, ma per gli altri, quelli sbagliati. Londoners, mancunians. Eppure Alan il suo compito lo svolgeva, 1997/98 a parte, quando segnò solo 2 goal in una stagione segnata dagli infortuni. Ma per il resto la pioggia di goal faceva da contraltare metaforico alla pioggia di Newcastle. Segnava anche quando in panchina c’era Ruud Gullit, forse il manager più odiato da Shearer, quello che gli dirà in faccia: “sei il giocatore più sopravvalutato che abbia mai visto!”. Ruud, un elegante papavero nero, anzi, un “cervo che esce di foresta” per dirla alla Boskov, non tollerava che quello sgraziato attaccante non solo fosse il suo attaccante, ma gli facesse pure da capitano. Troppo poco orange. Un giorno lo tolse dall’undici titolare nel derby contro il Sunderland, i Magpies persero e a Ruud venne indicata la porta. Ma Shearer segnerà soprattutto quando arriverà a sedersi sulla panchina un sir d’altri tempi, che poi Sir lo era davvero: Bobby Robson. Un binomio che a Newcastle ha portato zero titoli, ma che ha scaldato migliaia di cuori. E non solo a Newcastle. Bobby, uomo del nord anche lui, County Durham, fu l’esatto contrario di Gullit per Shearer. I due trascinarono il Newcastle a un passo dalla gloria europea, raggiugendo la semifinale di Coppa UEFA del 2004. Persero contro l’Olympique Marseille, perchè sostanzialmente non c’era antidoto a Didier Drogba. No, nemmeno i 52.000 di St James Park. In Champions, invece, non andrà mai oltre i gironi Alan. Anzi, sbaglierà un rigore nel preliminare contro il Partizan. Era il 2003. Robson venne licenziato ad Agosto 2004, e Shearer dal canto suo decise che quella sarebbe stata la sua ultima stagione. Provò a coronarla con un trofeo, ma si arrese nelle semifinali di FA Cup e nei quarti di UEFA, dove però Alan segnò undici goal. Troppi, per uno che voleva mollare tutto, pensò Graeme Souness, il nuovo manager: lo convinse a continuare. Entrò anche nel coaching staff, ma ovviamente la sua preoccupazione principale rimaneva segnare. Anche perchè all’orizzonte c’erano i 200 goal in maglia Magpies di Jackie Milburn, ineffabile figlio del Northumberland che dal Newcastle se ne andò nel 1957 lasciando in eredità il record di goal segnati. Ci volle un’altra stagione a Shearer per superare il record di Milburn. Quel giorno, il 4 Febbraio 2006, festeggiarono tutti: la maestra, gli alunni, i disoccupati, che da queste parti abbondano e sono il lascito della de-industrializzazione. Shearer arriverà a 206 goal con la maglia bianco-nera, 206 scatti di lui con il braccio alzato, il sorriso beffardo e l’orgoglio di segnare per la sua gente che traspare negli occhi. Un infortunio lo mise fuori causa per le ultime tre partite stagionali, e per il resto di questa vita, almeno. The end of the line. Shearer si chiamò fuori. Gli dedicarono un enorme banner al di fuori di St James Park: thanks for 10 great years, con una foto di lui, ovviamente con il braccio alzato e il sorriso beffardo. Più grande del “Angel of the North”, famosa scultura locale, sicuramente più bello, e ci perdonerà Antony Gormley. Lo chiameranno ancora una volta a St James Park, quando il Newcastle stava sprofondando verso la seconda serie. Shearer accettò di fare il manager perchè “It’s a club I love and I don’t want them to go down“. Ma non bastò il suo amore, e i Magpies finirono in Championship. L’ultimo ricordo di Shearer a Newcastle sarebbe questo, ma facciamo finta di nulla. Fanno tutti finta di nulla, perchè è giusto così. Ora fa l’analista TV sulla BBC, e si dedica alla sua fondazione benefica. Il giorno del ritiro uno striscione recitava: “non sei solo il figlio di un lavoratore del metallo di Gosforth, sei una leggenda”. Bellissimo: come se essere il figlio della Newcastle proletaria fosse già di per se un merito, a cui lui aveva aggiunto solo 206 goal, quelli che lo innalzarono a leggenda. Ma anche senza quei goal, lui sarebbe comunque stato “a sheet metal worker’s son from Gosforth“. Lo spirito geordie, che lui incarnava alla perfezione.

INGHILTERRA
“No money in the world can buy a white England shirt”

Shearer ha sempre amato la maglia della Nazionale, e ne andava orgoglioso di indossarla. E come la indossava, poi. A partire da quel record con l’under-21, 13 goal in 11 partite, quando a Southampton gli facevano fare la seconda punta e segnava con il contagocce. Nel Febbraio 1992, poi, l’esordio, quello vero. Inghilterra-Francia, a Wembley e con goal, ma questo lo abbiamo già detto. La Nazionale fallì la qualificazione a USA 94 anche (ma non solo) perchè Alan rimase a lungo fuori per infortunio. La consacrazione con i Tre Leoni arrivò, e fu indubbiamente Euro 96. Gli Europei casalinghi, che avrebbero dovuto riportare un trofeo sul suolo d’Albione. Shearer prese molto sul serio l’obbiettivo: goal contro la Svizzera, poi contro la Scozia, poi doppietta ai Paesi Bassi. Nei quarti contro la Spagna non segnò, ma l’Inghilterra vinse ai rigori e dalle 12 yards Shearer fu implacabile. Fu semifinale, contro la Germania. Quelli che vincono sempre, stando a Lineker, di cui Shearer in Nazionale fu l’erede designato. Vinsero anche quella volta, ai rigori, dopo che Kuntz pareggiò quasi immediatamente il goal iniziale inglese. Goal ovviamente di Alan, che non vinse nulla nemmeno con la Nazionale, ma se non altro questo è destino comune se sei nato nel lembo di terra che va da Dover al Northumberland e non ti chiami Bobby Moore, Geoff Hurst o Bobby Charlton. Della Nazionale divenne capitano, in vista delle qualificazioni per Francia 98. Si infortunò nella stagione pre-Mondiale ma tornò in tempo per la fase finale. Agli ottavi (nel girone Shearer segnò un solo goal) l’Argentina, altra rivale storica. Anche stavolta Shearer segnò, dal dischetto, ma gli argentini pareggiarono. Un suo gomito alto, e l’uso improprio dei gomiti è sempre stata un’accusa rivoltagli da avversari e detrattori vari, su Carlos Roa fece anche annullare il goal vittoria di Sol Campbell, e l’Inghilterra venne immancabilmente sconfitta ai rigori. Niente da fare, non era destino. Nemmeno all’Europeo del 2000, dove il solito braccio si alzò contro la Germania per una vittoria storica, ma la Nazionale venne comunque eliminata nella fase a gironi. Quello, inutile, contro la Romania fu l’ultimo goal per Shearer con la maglia bianca che lui amava. A 30 anni si ritirò dal calcio internazionale, dopo 63 caps e 30 goal, nemmeno così tanti. I caps, non i goal, che ne sono una ovvia diretta conseguenza.

Attaccanti così non ne nascono più, in Inghilterra, e dire che ne sono un prodotto tipico. Sgraziati, fisici, addirittura goffi alle volte. O almeno, nascere ne nascono, ma difficilmente hanno il talento per arrivare in Nazionale. E invece Alan Shearer da Gosforth ha segnato la storia di questo sport. Uno che, se gli avessero messo una maglia anni ’60 addosso, di quelle senza scritte nè sponsor, e scattato una foto in bianco e nero, l’avremmo tutti confuso con un giocatore di quel periodo. Goal, braccio alzato, sorriso beffardo. 379 volte ha ripetuto quel gesto, ma non ci stancavamo mai.

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