Un Groundhopper a Londra – In giro per stadi con London Football

Con immenso piacere ospitiamo sulle nostre pagine Gianni Galleri, di London Football (QUI la pagina Facebook, QUI il sito), che condivide con noi la passione per il calcio inglese e, in questo caso specifico, la sua esperienza da groundhopper londinese. Sperando di collaborare nuovamente in futuro, buona lettura! Chiudete gli occhi e immaginate il Tube, gli autobus a due piani, e tutto ciò che è Londra….

Un Groundhopper a Londra – In giro per stadi con London Football

«E poi voglio assolutamente vedere alcuni stadi di non League». «Che sarebbe, la nostra Eccellenza?» «Beh, più o meno Promozione e Prima Categoria, anche se la piramide della FA è diversa dalla nostra». Lo sguardo dell’amico di turno traboccherà di un misto di compatimento e ironia. E’ il duro mestiere del groundhopper. Noi lo sappiamo, sono loro che non ci capiscono.

Comincia così il mio viaggio a Londra dell’agosto 2013. Fra la perplessità degli amici e una ragazza che mi aspetta a Londra e che, indaffarata com’è, mi lascerà un sacco di ore per girarmi le periferie più sperdute in cerca di ground da ammirare e da fotografare. Un viaggio che mi porterà a visitare 13 stadi per un totale di 16 squadre, dalla Premier, fino alla Isthmian Division One. Ma andiamo con ordine.

Il sud e l’ovest

Afc Wimbledon, Kingstonian, Tooting & Mitcham United, Corinthian Casuals, Crystal Palace e Dulwich Hamlet

Da quando ho aperto il sito e la pagina facebook di London Football ho avuto il piacere di conoscere moltissima gente interessante. Uno di questi è Gary, responsabile della comunicazione dei Corinthian Casuals, gloriosa squadra dal pedigree e dalle imprese degne di un Real Madrid o di un Benfica.

Insomma, Gary mi invita a vedere i Pink & Chocolate. La partita è in trasferta, per la precisione a Mitcham, nella casa del Tooting & Mitcham United. L’incontro inizia alle due e io mi prendo tutto il tempo necessario per fare qualche giretto. Prendo il treno alla stazione di Brentford e da lì mi dirigo a Clapam Junction. Coincidenza verso Sud e scendo a Norbiton. I più esperti hanno già capito. Sto per andare al Prato del Re. L’ormai famoso Kingsmeadow, casa dell’AFC Wimbledon.

Arrivo nella bella zona e decido di farmi a piedi il pezzo che mi divide dallo stadio. Percorro una grande arteria piuttosto trafficata, quando all’improvviso me lo ritrovo sulla destra.

Già l’entrata è uno spettacolo con la cancellata ad annunciare l’impianto. Mi dirigo verso la Club House per chiedere se qualcuno mi fa visitare lo stadio. Davanti a una pinta di sidro provo a fare due chiacchiere, ma più che tifosi, sembrano normali bariste impegnate a pulire. Cerco qualcun altro, ma con il mio inglese traballante riesco solo a farmi trattare male da una signora bionda.

Sto quasi per rinunciare quando mi viene un’idea. Andiamo da quelli del Kingstonian che con i Dons dividono l’impianto (prima erano i proprietari, adesso sono affittuari – NdR l’impianto è passato dal Kingstonian alla famiglia Khoslas, per poi passare ai Dons che, peraltro, lo affittano al Kingstonian per una cifra inferiore di quella pagata ai Khoslas).

Sorpresa delle sorprese, trovo un signore e un ragazzo gentilissimi che senza problemi mi guidano dentro per fare due foto. Prima andiamo sul terreno di gioco e poi, con mio sommo piacere, negli spogliatoi. Mi invitano a rimanere per l’incontro pomeridiano, ma non c’è tempo. Ringrazio i miei amici e me ne vado verso Mitcham. Gary mi aspetta là, e ha con sé il mio pass della Isthmian League. Per una volta sono un ospite di riguardo.

Il KNK Stadium, casa dei Terrors, è una struttura ben al di sopra delle aspettive. Dalle nostre parti potrebbe fare tranquillamente una serie C1. Un’enorme tribuna coperta e 3 terraces circondano il campo. La partita è poco favorevole all’amico Gary, i bianco-neri asfaltano gli ospiti con un netto 5-1. La mia prima partita di non League si conclude con un’altra birra nella club house dove il numero 10 locale viene premiato come migliore in campo. Fra gli applausi delle due tifoserie.

Ma il nostro giro a sud non è ancora finito. Il giorno seguente, dopo una mattinata trascorsa al British Museum, convinco la mia ragazza – che spesso mi accompagna, appassionata di calcio com’è – ad andare a Selhurst Park, casa del Crystal Palace.

Anche stavolta dobbiamo prendere il treno. La fermata ha lo stesso nome dello stadio, Selhurst. Prendiamo una stradina stretta, una via residenziale fino alla fine, ed eccoci a poche centinaia di metri dallo stadio. La prima impressione è che sembra molto più grande di come ce lo aspettavamo. La tribuna spicca altissima tra le case. Gli giriamo intorno, arriviamo allo shop. Vorrei comprarmi la seconda maglia, ma hanno solo la prima che sembra la brutta copia di quella del Barcellona.

Alla reception chiediamo di visitare l’interno dello stadio e un vigilantes ci accompagna dentro. C’è un forte odore di erba tagliata che dà quasi fastidio, ma appena voltato l’angolo ci troviamo dentro, sommersi da un’enorme quantità di rosso e blu. Il nostro accompagnatore è sinceramente stupito che degli italiani vogliano visitare questo stadio, ci dà qualche informazione di servizio e poi ci accompagna fino alle panchine, dove con mio grande piacere mi siedo e scatto diverse foto. C’è una rete che ci divide dal campo. Il vigilantes ci chiede di fare attenzione, perché è elettrificata: sembra che le volpi di notte entrino in campo e danneggino il manto.

Uscendo dallo stadio mi divido dalla mia ragazza. Lei tornerà in zona Brentford con il treno, io farò il giro con la metro. Lei lo sa, ma fa finta di niente. Sa che mi fermerò da qualche altra parte, ma se ne torna volentieri a casa.

Arrivando a Selhurst station, siamo passati di fronte a Dulwich East. Il passo è breve. Ci vuole una visita allo stadio degli Hamlet. Il campo è veramente a pochi passi dalla fermata e da lontano spicca il suo famoso “frontone” con le iniziali DHFC. C’è da rendere omaggio alla squadra di EFS. E’ tutto aperto e io mi faccio una passeggiata in solitaria. Visito campo e club house (vuota). Faccio una serie di foto e mi incammino verso la stazione. Sono le 18.35, se mi sbrigo posso attraversare tutta Londra e andare a vedere il nuovo stadio del Barnet, dall’altro capo della Jubilee. Ma ne parleremo un’altra volta.

Champion Hill

Nord-Ovest

Barnet, Wealdstone, Harrow, Hendon, North Greenford United e Wembley Fc.

Da Dulwich ad Canons Park ci vuole un’oretta di metro. Fortunatamente con me ho un gran bel libro: British Corner di Simone Galeotti. Una piccola perla che parla di storie di calcio britannico, scritte veramente bene. Mi ritrovo quasi a piangere mentre leggo del Manchester United e del disastro di Monaco e a emozionarmi per le due squadre di Dundee. Arrivo alla fermata dello stadio del Barnet che il sole sta tramontando. Già di per sé è un quadro romantico.

Ma non rende abbastanza l’idea. C’è bisogno di sforzare un attimo l’immaginazione e creare un ambiente idilliaco dove un campo sportivo corre dietro all’altro, in una distesa verde di prati, all’inglese. La luce arancione dà un senso di calore e rilassatezza. Mi tolgo le scarpe e passeggio sull’erba andando incontro all’alveare.

The Hive è il più nuovo degli stadi delle squadre professionistiche di Londra (anche se Barnet è uscito dalla Football League, rimane ancora professionista). La sua adozione ha portato più di qualche polemica, ma il colpo d’occhio e la location ripagano lo stanco tifoso che arriva a vedere la partita. Entro nello shop e cerco una maglia, anche dell’anno prima. Ma oltre a non essere bellissime, hanno prezzi un po’ altini. Mi accontento di una spilla. La vera sorpresa è la club house. Ha una finestra enorme che affaccia direttamente sul campo. Mi prendo una London Pride e mi rilasso al sole.

Purtroppo è già tempo di ripartire, mi aspettano per cena. Rifaccio la strada all’indietro quando, in uno dei campi che compongono il complesso del centro sportivo, mi becco Qpr-Barnet, giovanili femminili. Prima il piacere e poi il dovere. C’è sempre tempo per il calcio.

Mentre stavo alla stazione di Canons Park, lontano, sfocato dalla distanza l’ho visto: l’Arco. La storia del calcio era distante solo pochi chilometri. Wembley mi chiamava. Ovvio che il giorno dopo ho organizzato la mia mattinata per visitare lo stadio degli stadi. Partenza come al solito da Northfields: Piccadilly Line fino ad Acton Town e da lì cambio di ramo e, sempre la stessa linea, ma in direzione Uxbridge, fermata Ruislip, zona 6. L’obiettivo è lo stadio del Wealdstone, omaggio all’amico Marco Parmigiani. Devo dire però che ultimamente le Stones sono anche entrate nel mio cuore, soprattutto grazie all’acquisto di uno dei miei giocatori preferiti: Glen Little, il Pirlo della Conference.

La zona è meravigliosa. Calma. Ricca. Verde. La passeggiata verso l’impianto è un piacere. Arrivo al Grosvenor Vale in un caldo e assolato mattino. Non c’è nessuno con l’esclusione di una persona che si allena al tiro con l’arco. Scatto qualche foto, faccio il giro e arrivo dall’altra parte del campo. Mi prometto di venire a vedere una partita.

Mentre cammino cerco un pub, ma la zona è assolutamente residenziale e non c’è niente. Mi convinco, sono nell’estrema periferia ovest, non mi ricapiterà: devo fare il giro completo. Prossima tappa Earlsmead Stadium, casa dell’Harrow Borough e, per quest’anno, dell’Hendon. Paradossalmente la zona sembra ancora più ricca e immacolata. Anche questo stadio purtroppo è vuoto, ma a differenza di quello delle Stones, isolato e pacifico, questo sorge fra le villette e non si vede praticamente niente. C’è un signore che pulisce gli spogliatoi, ma forse parla meno inglese di me e dopo un paio di tentativi ci rinuncio e riprendo a camminare. Non troppo lontano gioca il North Greenford United.

Quello che mi trovo davanti quando giro l’angolo dell’ultima via abitata è un immenso parco che corre in salita, con un prato che dopo qualche centinaio di metri diventa bosco. Il campo è pieno di gente che corre e più in là c’è un’insegna, accanto a un baracchino di legno. E’ una società sportiva gaelica, o qualcosa del genere. Cinquanta metri più in là, in mezzo a due ali di alberi, c’è un cancello e sopra un cartello. Siamo arrivati.

Stavolta è tutto aperto; mi siedo sulla stand dietro la porta e scatto qualche foto. Inutile dirlo il manto è meraviglioso e anche la club house sembra carina. Purtroppo non c’è nessuno e devo accontentarmi, rimanendo con la sete.

Prima di andare a Wembley vero e proprio, proprio perché mi trovo a passarci davanti, visito anche lo stadio del Wembley FC. Devo premettere che è una squadra che mi sta molto antipatica, una trovata pubblicitaria (hanno preso vecchi giocatori e hanno uno sponsor importante – ma vale solo per la FA Cup, ndr) e in più un amico mi aveva messo in guardia. Insomma riesco a malapena a fare due foto da fuori e scappo verso il più famoso Wembley Stadium.

Non mi dilungherò troppo sullo stadio degli stadi. In molti ne hanno parlato prima e meglio di come potrei fare, però vi garantisco che l’emozione di scendere dalla metro, percorrere quella scalinata e trovarsi di fronte quell’arco è una cosa per cui vale la pena andare a Londra. Fidatevi.

Est e Sud-Est

Dagenham and Redbridge, Charlton Athletic, Welling United e Erith and Belvedere.

Se a Londra dici Est, nel calcio, la gente capisce solo West Ham. I più appassionati possono anche immaginarsi Leyton Orient, ma nessuno – o solo un groundhopper – penserà al Dagenham and Redbridge. Dopo una colazione con una vecchia amica che non vedevo da anni, parto da Liverpool Street, verso Hornchurch, fermata Dagenham East. Appena scendo prendo a sinistra, oltrepasso la caserma della polizia e cammino sulla via principale finché non trovo il cartello che mi indica Victoria Road.

Il primo impatto è molto buono. Lo stadio ha un bell’ingresso, c’è un bel parcheggio con lo shop in mezzo. Tuttavia una volta entrato nella club house mi ritrovo di fronte due signore piuttosto cafone che a malapena alzano la testa dai loro affari. Mi servono una pinta di sidro, ma di visitare lo stadio o di aprirmi lo shop non se ne parla nemmeno.

Dopo la fallimentare prima esperienza a est, provo a rifarmi con una bella passeggiata nel Sud Est. Siamo ormai all’ultimo giorno. Fra ventiquattro ore dovrò essere a Stansted per tornarmene in Italia; il corpo, ma soprattutto la mente mostrano i primi segni di stanchezza. La scusa è una gita a Greenwich con ragazza annessa: galeone, università, osservatorio. La realtà si chiama The Valley. La casa del Charlton Athletic.

Si arriva con un autobus, un cheeseburger a un fast food a 100 metri dallo stadio e via. Prima tappa allo shop. L’ho puntata da due mesi: la away di quest’anno dev’essere mia. Investo 42,50 pound in una meravigliosa casacca da trasferta, e faccio conto tondo con 2,50 sterline per la spilletta. Purtroppo lo stadio è chiuso e non c’è nessuno che può farci entrare. Ma ci fermiamo di fronte alla statua di Sam Bartram e scattiamo qualche foto da lì. L’impressione, anche dall’esterno, è ottima e si respira un’aria di quartiere popolare che emoziona e infiamma.

L’ultimo stadio del nostro lungo viaggio ci serve per chiudere il cerchio (in attesa del Vicarage Road, troppo lontano per ora) degli stadi dalla Premier alla Conference. L’obiettivo è Park View Road. Da Charlton non è lontano, ma neanche così vicino come sembra sulla cartina. Ci mettiamo mezz’ora di autobus, e quando arriviamo la struttura non è che ci esalti particolarmente. Intanto è chiusa la club house e lo shop neanche si vede; e la parte dell’Erith & Belvedere, che con le Wings (il Welling United) divide la struttura, non è proprio accessibile. Almeno possiamo avvicinarci al terreno di gioco e scattare qualche foto, ma niente di più.

Il rientro a casa serve solo per fermarsi da Lilywhites e spendere le ultime sterle per prendere quella maglia dei Rangers in offerta che mi guarda da quando sono arrivato a Londra.

Gianni Galleri

Blogger on the road: Giovanni Genero a Sunderland

Non vi posso nascondere la soddisfazione nel poter ospitare su queste pagine il racconto della prima esperienza in uno stadio di Premier League di un amico e di un grandissimo sportivo quale è Giovanni Genero, appassionato di tutto, ma in particolare appassionato di sport americani e di calcio inglese, del quale è innamorato sin da bambino. Tifosissimo del Liverpool, è dotato di una capacità di racconto e di coinvolgimento unica e mi auguro che il racconto della sua esperienza, la prima in Premier League nonostante lavori da anni in UK, vi possa piacere così come a me, che starei ore ed ore ad ascoltarlo raccontare storie, aneddoti ed esperienze. Se posso lanciarmi in paragoni con altri sport, Joe per me rappresenta il Federico Buffa del baseball e del calcio Inglese ed è quindi con tanto orgoglio che vi presento il suo racconto. Buona lettura.

THE TYNE-WEAR DERBY

IMG_9781

Il nostro amico Joe, il primo da sinistra, con i suoi compagni di avventura

Pete è di Newcastle, un vero geordie. L’ho conosciuto almeno quindici anni fa. Abbiamo lavorato insieme per dieci giorni ed abbiamo parlato, tra le altre cose, ovviamente, di calcio. Io ero già, da parecchi anni, malato di Liverpool. Poi non ci siamo più visti.
Una delle prime domande: per quale squadra tifi? Udinese. Così tutti pensano che la città si chiami Udinese. Ehi, tu vieni da Udinese? No, vengo da Udine. Udine? Huh?

Pete tifa Sunderland. Non esiste nel calcio inglese la Sunderlandese. O la Sunderlandina. E neppure la Pro Sunderland. Ci sono invece appellativi come City, Town, United, Wednesday, Rovers. Il Sunderland è SAFC. Sunderland Athletic Football Club. Più semplicemente Sunderland. Siamo nel 1973. “Papà, portami a vedere il Sunderland!” Ed il padre, tifoso, come tutta la famiglia delle magpies (le gazze ladre) bianconere, dopo essersi chiesto che figlio mai avesse allevato, una serpe in grembo, portò Pete a Roker Park.

La destinazione dei nostri amici

La destinazione dei nostri amici

ROKER PARK

Roker Park era uno stadio inglese situato nell’omonimo quartiere di Sunderland. Fu lo stadio dei Black Cats per un secolo esatto, dal 1897 al 1997. Alla fine dei suoi giorni poteva contenere poco più di ventiduemila spettatori, la maggior parte in piedi. Negli anni d’oro e delle folle incontrollate raggiunse un giorno una folla (e folle) record di 75,118 persone (partita di FA Cup contro il Derby County). Dopo il disastro dell’Heysel e l’incendio di Valley Parade, ma soprattutto dopo la tragedia di Hillsborough, le leggi inglesi (sulla spinta legislativa decisiva del Taylor Report) sugli stadi e la loro architettura e sulla sicurezza dei tifosi di calcio cambiarono drasticamente ed anche Roker Park
divenne obsoleto. E la recentemente scomparsa Margaret Thatcher ebbe una grande influenza sulle scelte future che il calcio avrebbe dovuto fare.

Ma riavvolgendo il rotolo del tempo scopriamo che il Sunderland campione inglese per tre volte in quattro anni (1891-92, 1892-1893 e 1894-95) trionfava su un terreno di gioco piazzato in Newcastle Road. Che orrore! Ora sappiamo benissimo che Newcastle e Sunderland sono due città confinanti e quindi per forza geografica logicamente rivali, ma giocare proprio in Newcastle Road? E così i proprietari della squadra acquistarono un terreno nuovo e costruirono, in meno di un anno, Roker Park. Portarono il terreno di gioco dall’Irlanda. L’erba irlandese resistette per ben 38 anni. Lo stadio fu inaugurato dal sesto marchese di Londonderry ed il Sunderland battè in amichevole il Liverpool per 1-0. E nel 1901-02 il Sunderland fu campione d’Inghilterra per la quarta volta. Nel 1913 la capienza raggiunse 50,000 ed il Sunderland vinse il suo quinto titolo. Nel 1929 Roker Park
poteva contenere 60,000 tifosi. Nel 1936 fu ricostruita la Clock Stand che era lunga 114 metri. Le folle ormai raggiungevano spesso 70,000 persone. E nel 1935-36 i biancorossi furono campioni per la sesta e, per il momento, ultima volta. Mentre nel 1937 vinsero la loro prima FA Cup.

Una bomba cadde a centrocampo durante la Seconda Guerra Mondiale. Davvero!

Nel 1952 fu il secondo stadio inglese (dopo Highbury) ad avere l’illuminazione artificiale. I piloni, provvisori all’inizio – questa è terra di minatori e le cose bisogna guadagnarsele e meritarsele – furono sostituiti da quelli definitivi solo a fine stagione quando avere l’illuminazione artificiale si rivelò un successo. Nel 1966 lo stadio fu rinnovato per la Coppa del Mondo. Altre migliorie negli Anni Settanta. Poi con la retrocessione del Sunderland fino alla Terza Divisione e con il Taylor Report del 1990 la capacità e le fortune dello stadio subirono drastiche riduzioni. E quindi prima di puntare a ritornare e a rimanere nella neonata Premier League al Sunderland serviva ovviamente uno stadio nuovo. Il proprietario Bob Murray andò alla ricerca di un terreno. Per la sua costruzione fu scelta un’area che – ed in Northumberland non è certo una sorpresa – era il sito di una ex-miniera di carbone. Nel frattempo l’ultima stagione al Roker Park segna – nello stesso tempo – la prima in Premier League per il Sunderland e la retrocessione. Ultima partita: una vittoria per 3-0 contro l’Everton.

E poi, quasi improvvisamente, Pete è seduto al mio fianco in ufficio. Siamo oggi colleghi di lavoro. La conversazione riprende naturale, come se non fosse mai stata interrotta da oltre quindici anni di pausa. E la promessa-sogno di andare insieme a vedere il Sunderland arriva quasi ovvia.

STADIUM OF LIGHT

Panoramica dall'interno dello Stadium of Light

Panoramica dall’interno dello Stadium of Light

Lo Stadium of Light si trova lungo la linea della metropolitana che serve sia Newcastle che
Sunderland. È l’unico stadio della Premier League che si può vedere ad occhio nudo dalle tribune di un altro stadio, il St James’ Park di Newcastle. I due stadi non sono vicini quanto Craven Cottage e Stamford Bridge, ma la rivalità tra le due squadre è molto più intensa di quella tra Chelsea e Fulham.
Due le stazioni della metropolitana che fanno meta allo stadio, Stadium of Light e St. Peter’s. Utilizziamo quest’ultima e risaliamo una strada ingombra di bancarelle e caravan che cucinano hamburger.

Lo Stadium of Light è, come la legge prescrive, uno stadio con solo posti a sedere, quasi 49,000, che lo piazza al quinto posto per capacità di tutti gli stadi inglesi. Il suo nome non viene dal famoso Estádio da Luz di Lisbona, ma dalla lampada del minatore, tributo all’industria che ha segnato il passato, la prosperità e la crisi di questa regione dell’Inghilterra nord-orientale. Una Davy Lamp si trova davanti all’ufficio biglietti fuori dallo stadio. Le miniere di carbone. La file di case di mattoni rossi che ci conducono allo stadio “profumano” di carbone, sono state costruite con i fondi dei sindacati dei lavoratori del carbone. Poi arrivò la Thatcher, ma quella è un’altra storia…

La bellezza dello stadio, un catino bianco e rosso, è che è stato predisposto per essere ingrandito e per raggiungere la capacità di ben 63,000 spettatori. È stato costruito dalla stessa impresa edile che ha costruito l’Amsterdam Arena e per tale ragione è stato inaugurato il 6 agosto 1997 con un’amichevole tra Sunderland ed Ajax. Costo finale della struttura: £23,000,000.

L'accoglienza allo Stadium of Light

L’accoglienza allo Stadium of Light

Fuori dallo stadio ci accoglie la statua bronzea del manager Bob Stokoe mentre corre ad abbracciare il portiere Jimmy Montgomery che ha appena salvato con le sue parate la vittoria per 1-0 nella finale della FA Cup del 1973, in quello che rimane il più recente successo del club. La vittoria fu storica perché il Sunderland, allora in seconda divisione, battè il grande Leeds United di Don Revie. Stokoe, da giocatore, aveva vinto la FA Cup nel 1955 giocando per i rivali del Newcastle e battendo per 1-0 il Manchester City in cui militava lo stesso Revie.

Lo stadio è molto raccolto, nonostante i quasi 50,000 posti, con il campo vicinissimo alle tribune, come in tutti gli stadi inglesi. I tifosi caldi del Sunderland, quelli che cantano, siedono (anche se spesso restano in piedi per lunghi periodi) nella South Stand. I tifosi ospiti sono appollaiati in cima alla North Stand, la tribuna più alta. La polizia, non numerosissima, e gli steward, girati sempre verso il pubblico, li controllano con discrezione. La North Stand inoltre incorpora sulle poltroncine lo slogan “Ha’way The Lads”. La East Stand ha invece lo stemma del Sunderland. La tribuna principale è la West Stand. Sotto la tribuna, l’accogliente bar dei VIP serve, tra l’altro, la
friulana Birra Moretti ed a fianco del bancone campeggia una foto che ricorda il divertente episodio di Pepe Reina incerto su cosa parare tra il pallone o il palloncino rosso che è volato fino nell’area piccola. La palla (quella vera) finirà in rete ed il Sunderland batterà il Liverpool per 1-0. Contro lo stesso Liverpool, lo Stadium of Light ha anche segnato il record di pubblico, 48,353 spettatori, il 13 aprile 2002.

Istanti pre-partita

Istanti pre-partita

La partita a cui assistiamo, scelta con cura, ma con le costrizioni di mille impegni lavorativi e familiari, durante le vacanze di Natale, è Sunderland-Everton. Al tempo della scelta pareva quasi una sfida insipida. Il Sunderland sarà a metà classifica, l’Everton poco sopra, invece… non solo l’Everton è in lotta per un posto in Champions League ed il Sunderland è in piena bagarre per non retrocedere, ma qualcosa di clamoroso è successo nelle ultime due settimane. Il Sunderland ha licenziato il manager Martin O’Neill ed ha nominato come sostituto l’italiano Paolo Di Canio. E Di Canio nella sua seconda partita in carica ha espugnato (con un netto 3-0) nientemeno che St. James’ Park, la casa dei rivali del Newcastle. Non serve dire che è diventato un instant hero. E la partita che abbiamo scelto è semplicemente il suo debutto casalingo. Lo stadio è praticamente esaurito. L’atmosfera è elettrica.

Con noi c’è anche un nostro caro amico e collega nigeriano, Fure. D’altra parte lo sponsor sulle maglie del Sunderland dice INVEST IN AFRICA. Siamo seduti ad una decina di metri dalle panchine. Il Sunderland entra in campo nella classica maglia a strisce verticali bianche e rosse, pantaloncini neri e l’Everton nell’altrettanto classica casacca blu e pantaloncini bianchi. Sessegnon segna il decisivo gol dell’1-0 davanti ai nostri occhi proprio allo scadere di un combattuto e ben giocato primo tempo. Festeggiamo travolti dalla passione dei tifosi che ci circondano. I ragazzini dietro a me parlano in continuazione di calcio, conoscono centinaia di giocatori, ne discutono le caratteristiche tecniche, sono delle piccole enciclopedie. Magari a scuola non andranno troppo bene, ma se la materia fosse “football” avrebbero una bella A+. I due signori anziani che li affiancano seguono la squadra con il cuore in mano. Ogni giocatore è loro “son”. ‘Come on! Jimmy son. Come on! Danny son’. ‘Linesman, you’ve got to keep up with the play!’ è l’offesa più grave
che sento in novanta minuti, quando il segnalinee fatica un pochino su un fuorigioco dubbio. Nel secondo tempo il Sunderland retrocede pericolosamente, pur senza scadere nel catenaccio. Il capellone Fellaini domina il gioco aereo, ma i blues non creano davvero nessuna grande occasione per pareggiare. Il canto ripetuto PaoloDiCanio-PaoloDiCanio-PaoloDiCanio sull’aria della Donna è mobile del Rigoletto risuona in continuazione. Non c’è un direttore, ma il coro non perde una nota. Danny Rose è l’idolo della curva. Ha il suo canto personale. Si respira calcio inglese, nulla da fare. La Premier League ha qualcosa di speciale. Il momento più drammatico a pochi minuti dalla fine quando su un lungo passaggio all’indietro un po’ sbilenco, Mignolet, il portiere belga del Sunderland, deve tuffarsi all’indietro per salvare una possibile clamorosa autorete. È però un’infrazione, e quindi punizione a due nel rettangolo. Ventuno uomini affollano l’area di rigore. La furiosa baraonda che segue non porta a nulla. Il Sunderland sopravvive e porta a casa tre punti preziosissimi nella corsa alla salvezza.

Sullo sfondo, Paolo di Canio

Sullo sfondo, Paolo di Canio

E’ grande festa con Pete e Fure. Riusciamo anche a scendere sul terreno di gioco. Tocchiamo l’erba che – sofferente – sopravvive grazie ad uno sofisticato sistema di illuminazione. Nel tardo pomeriggio risaliamo verso Newcastle, e ci perdiamo in una serie di ottimi pub e locali che costeggiano il fiume Tyne.

Go Black Cats!

Blogger on the road: Marco a Londra

E’ strano come si viene travolti dalle passioni. Specialmente se la cosa di cui ti appassioni è stata, per anni, a portata di mano, ma non ha ricevuto attenzioni superiori a quello che può essere definito come un “timido interesse”.

Quella “passione”; come avrete sicuramente intuito, è il calcio inglese. Ricordo vagamenti quei sabato pomeriggio di metà/fine anni ’90, quando, facendo zapping sull’allora Tele+ (i miei parenti, io neanche mi avvicinavo al telecomando), capitava di trovare una partita in diretta di Premiership. Ricordo vagamente il gioco maschio, la grande atmosfera (e si che all’epoca anche dalle nostre parti c’erano alcuni stadi niente male) e i nomi di questi giocatori e queste squadre che ogni tanto ritornavano. Tottenham Hotspur, Chelsea (non vi sto a dire come pronunciavo il nome dei Blues da piccolo….), Manchester United. Ogni tanto spuntava qualche squadra di cui non avevo mai sentito parlare (Manchester City, West Ham). Insomma, piano piano prendevo familiarità con squadre e calciatori di un mondo che mi sembrava così lontano e misterioso. Insomma, un interesse, timido come dicevo, ma che c’era. Ho ricordi di alcune partite, in particolar modo le sempre affascinanti finali a Wembley (per uno strano scherzo del destino, ricordo benissimo il gol di Woodgate nel primo tempo supplementare della finale di Coppa di Lega del 2008).

Diceva Nick Hornby che la maggior parte degli eventi veramente importanti della nostra vita, semplicemente, ci capitano, mentre sono veramente pochi quelli che noi scegliamo volontariamente di affrontare. E così, mentre il Tottenham si preparava a scendere in campo contro il West Brom in un freddo giorno di inizio 2012, una conversazione su Twitter con Cris e Pierpaolo mi da l’occasione di andare a Londra, che ovviamente colgo al volo. Non mi dilungo ulteriormente su quel viaggio e su tutte le peripezie ad esso relative perché c’è già un articolo a riguardo e, soprattutto, perché vi starete già addormentando.

Questa lunga introduzione serve a spiegare cosa mi abbia spinto, istintivamente, durante la prenotazione di un biglietto Easyjet per Londra datato 7 Novembre (giorno di Chelsea-Shakthar Donetsk), a pensare: “Vediamo se Martedì 6 c’è un turno infrasettimanale di Football League”. Detto fatto, il viaggio si allunga di un giorno. Non ho ancora deciso la partita da andare a vedere, ma non importa: c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Nelle lunghe settimane prima del viaggio (prenoto con quasi 2 mesi di anticipo!) la scelta ricade su Charlton-Cardiff, e devo dire che non mi è andata male. Ma andiamo con ordine.

Da buon abitudinario, prendo l’albergo a Shepherd’s Bush, ad un centinaio di metri dell’alloggio del viaggio precedente. Dopo un volo di un paio di ore, è finalmente Londra.

E’ davvero bello il tragitto in treno da Gatwick a London Victoria, con Selhurst Park che ti da il benvenuto nella Londra del calcio e la Battersea Power Station che ti avverte che sei quasi arrivato a Victoria.

Battersea Power Station. Guardando bene, dovreste scorgere un maiale volante.

Dopo una breve sosta in albergo, segue una altrettanto breve visita a Loftus Road. Causa pioggia e fame terrificante (sono le 16 e ancora devo addentare qualcosa) ne approfitto giusto per fare un giretto allo store ufficiale della squadra. Passando davanti agli studi della BBC, noto tantissime persone nei pressi dell’ingresso: probabilmente ci si sta preparando per la lunga notte elettorale americana.

Dopo un pranzo veloce veloce, è tempo di posare il merchandising in stanza e partire alla volta di The Valley. Da Hammersmith è un po’ lunghetta (due linee di metropolitana più una corsa in bus) ma i collegamenti londinesi sono fantastici. La corsa sul Tube termina a North Greenwich, proprio sotto la O2 Arena (North Greenwich Arena durante le recenti Olimpiadi) all’interno della quale si stanno svolgendo le finali ATP (cosa tra l’altro “suggerita” da una gigantografia del tennista Murray presente proprio in stazione). Ovviamente, nonostante l’evento sia in pieno svolgimento e richiami un numero elevato di spettatori, non si registra il minimo disagio.

North Greenwich Arena.

Dopo qualche fermata in bus, è tempo di scendere. E’ buio, ma basta chiedere informazioni ad uno dei membri delle forze dell’ordine presenti per ricevere indicazioni. E dopo una brevissima camminata in mezzo ai palazzi, si arriva a The Valley.

The Valley è stupendo. Si fanno i biglietti in tranquillità, un giro allo store (la cui commessa, con la quale scambio due chiacchiere sulla forma recente di Charlton e Cardiff, mi è rimasta nel cuore) e poi via, si entra, in West Stand Lower. Dopo una birra di ordinanza (servita in un bicchierone con lo stemma del Charlton), è tempo di salire la scalette e prendere posto. E che posto! Proprio dietro alla panchina degli ospiti, con una bellissima visuale di tutto il terreno di gioco.

L’atmosfera è veramente quella di una partita di quartiere. I tifosi sono veramente calorosi e danno l’impressione di essere pronti a tutto per il loro Charlton (cosa che hanno già dimostrato di volere e potere fare in passato). C’è anche un buon numero di tifosi del Cardiff, tutti rigorosamente di blu vestiti, giunti non solo dalla capitale gallese ma, come dimostrano alcune bandiere, anche dall’Inghilterra stessa. A pochissimi minuti dal fischio d’inizio la Covered End, cuore pulsante del tifo made in Charlton, si riempie. Aiutati dai tamburi, saranno fantastici per tutta la serata.

Mentre aspetto l’inizio della partita, ne approfitto per condividere qualche foto sugli immancabili social network. Cris e Pierpaolo la prendono sportivamente, mandandomi messaggi pieni di affetto e senza la minima traccia di invidia (lo so lo so, non ci credete nemmeno voi….e fate bene!). Non vi dico cosa siano riusciti a scrivermi durante e dopo la partita. Perché? Perché assisto probabilmente alla miglior gara che mi sia mai capitato di vedere dal vivo.

I Bluebirds (che riesco a vedere nei loro colori originali) partono fortissimo: dopo solo 4 minuti Helguson la mette dentro, eguagliato 20 minuti dopo da Mason. Tutto sembra far pensare ad una vittoria dei gallesi, sconfitti nell’ultimo turno, ma saldamente piantati ai piani alti della classifica, mentre il Charlton è verosimilmente condannato ad una dura lotta per la salvezza. Eppure, qualcosa cambia. Al 39esimo del primo tempo, il capitano degli Addicks Johnnie Jackson mette a segno un bel gol dal limite dell’area dopo un’uscita insicura di David Marshall. Dopo soli 5 minuti di nuovo Jackson, questa volta di testa su corner, riesce ad insaccare mandando le squadre al riposo sul 2-2, risultato impensabile dopo i 20 minuti iniziali.

The Valley

Al rientro in campo il Charlton va a segno altre tre volte. Prima con Stephens (al 54esimo), poi con Haynes (al 59esimo) ed infine con Hulse (al 65esimo). Ad ogni gol, The Valley esplode e al 5-2 l’atmosfera tocca vette inimmaginabili: raramente mi è capitato di vedere una rimonta simile. Il Cardiff, però, è considerato fra i favoriti per la promozione non per caso, e non si da per vinto. Inizialmente (e comprensibilmente, vista la clamorosa rimonta subita) i gallesi sembrano tramortiti e non riescono più a rendersi pericolosi. Ma quando l’arbitro, inspiegabilmente, decide di assegnare ben 6 minuti di recupero, la musica cambia. Allo scoccare del 90esimo Craig Noone, dopo una bella azione di squadra, insacca scartando il portiere degli Addicks. Quattro minuti dopo Gunnarsson va a segno a sua volta portando la sfida sul 5-4 e regalando ai tifosi del Charlton 2 minuti finali di vera passione. Ma nonostante un paio di mischie in area veramente spaventose ed un tiro al 96esimo di Noone passato ad un soffio dall’incrocio dei pali col portiere battuto, i londinesi riescono a salvarsi e a portare a casa una insperata quanto spettacolare vittoria.

Il ritorno in albergo segue il medesimo percorso dell’andata, ovviamente al contrario. Sul bus preso per tornare a North Greenwich ascolto due signori che discutono della partita appena vista. Uno di loro sostiene che “this is the best division of English football”. Dopo la gara di stasera, difficile dargli torto.

Sam Bartram, leggenda del Charlton

Il giorno dopo la sveglia suona presto, ma per un buon motivo: devo fare un salto a Londra nord. Motivo? Una rilassante visita all’Emirates Stadium.

Da Hammersmith si arriva con una ventina di minuti col Tube, senza bisogno di cambiare Il primo impatto è sicuramente d’effetto: dietro alle casette che ti accolgono all’uscita dalla fermata Arsenal, spunta l’imponente struttura dello stadio. Di sicuro impatto la gigantografia posta sulla facciata, con giocatori di varie epoche abbracciati simbolicamente come dopo un gol. Il vantaggio di questo tour organizzato dall’Arsenal è quello di essere, a tutti gli effetti, liberi di vagare per le varie zone dello stadio, con la possibilità di avere dettagli sulla zona in cui ci si trova grazie all’audioguida fornita all’entrata. Lo stadio è bellissimo. Consiglio a tutti di farci un salto perché sono soldi ottimamente spesi. Mi hanno colpito in particolar modo il prato, veramente fantastico, lo spogliatoio dell’Arsenal, semplice e moderno allo stesso tempo, il fantastico panorama del Directors Club con le sue fantastiche poltrone e la comodità delle panchine. Inoltre, sparsi per lo stadio ci sono vari cimeli della storia dei Gunners, fra coppe, busti, foto d’epoca, doni ricevuti dalle altre squadre (molti dei quali ricevuti da squadre spagnole) e altro ancora.

L’interno dell’Emirates Stadium

Il tour include l’accesso al Museo dell’Arsenal, situato di fianco allo stadio. Anche qui, si sprecano i cimeli (ovviamente, essendo un museo). Personalmente, è stato emozionante poter vedere gli scarpini con cui Michael Thomas ha segnato il gol decisivo ad Anfield, così come un programma di Arsenal-Reading giocata in periodo di guerra con le istruzioni per gli spettatori in caso di raid aereo dell’esercito tedesco. C’è persino un gagliardetto del Thun, squadra svizzera affrontata dall’Arsenal nella Champions League 2005/2006 (per chi non lo sapesse, sono un appassionato di calcio svizzero) alla quale aveva partecipato grazie ai gol di Mauro Lustrinelli, che i più attenti ricorderanno con la Svizzera a Germania 2006, oltre che per lo storico gol segnato contro l’Ajax proprio in quell’edizione della massima competizione europea per club.

“Il più grande momento in assoluto” (cit.)

Dopo la visita al museo, è tempo di mangiare qualcosa per poi andare a fare la visita di rito a Lillywhites, dove finalmente riesco a fare mie due maglie che cercavo da tempo: quella del 1984 del Newcastle e quella del 1999 del Manchester United in versione speciale indossata nella storica finale di Barcellona. C’è tempo anche per una visita a Westminster e le altre zone di rilievo del centro di Londra per poi andare verso Stamford Bridge.

Dopo una breve corsa sul Tube, pieno come un uovo, le insegne luminose di Fulham Broadway mi fanno sentire di nuovo a casa. Fulham Road già pullula di tifosi e i ristoranti sono strapieni. Fortunamente trovo posto da Pret-A-Manger e con poche sterline riesco a cenare. Dopo il giro rituale al Chelsea Megastore (pienissimo, una cosa impressionante) dove faccio mia la terza maglia dei Blues e una sciarpa celebrativa della partita, è tempo di entrare e prendere posto in West Stand Upper.

Matthew Harding Stand

Matthew Harding Stand

Nel pre-partita viene consegnata a Fernando Torres la Scarpa D’Oro conquistata ai recenti Campionati Europei e, sebbene l’evento sia accolto dagli applausi del pubblico, noto un’atmosfera molto più tiepida nei confronti dell’attaccante spagnolo rispetto ai deliri mistici osservati in occasione di Chelsea-Leicester di qualche mese fa. Non sono mancate critiche (giustificatissime) dagli spalti e nessun coro è stato fatto per sostenere El Niño durante la partita.

Curiosamente, è proprio Fernando Torres ad aprire le marcature al sesto minuto dopo un clamoroso svarione del portiere ucraino Pyatov, che gli rinvia il pallone addosso. E’ il terzo gol di Torres che vedo dal vivo in due partite: non sono in molti a poter dire lo stesso, di questi tempi. La festa di Stamford Bridge dura veramente poco perché dopo soli tre minuti il talentuoso Willian pareggia i conti depositando in rete dopo un invitante cross di Fernandinho. Il pareggio da il via ad un ottimo momento per gli ucraini che sfiorano più volte il vantaggio. E’ però il Chelsea a finire il primo tempo in vantaggio: Pyatov esce dalla propria area per anticipare un lancio lungo di Mata, ma il suo colpo di testa finisce sui piedi di Oscar che dalla grande distanza tenta il colpaccio: la palla entra e il pubblico dei Blues esplode.

Si va al riposo sul 2-1, quindi, ma anche in questo caso la festa dura poco: dopo due minuti dall’inizio della ripresa, di nuovo Willian trova il gol per lo Shakhtar. Il secondo tempo quindi riprende il tema del primo: occasioni da tutte e due le parti, ma Shakhtar più pericoloso, specialmente sulle fasce dove Bertrand appare in grande difficoltà. Dopo un paio di occasioni clamorose per gli ucraini e un gol giustamente annullato a Mikel, arriva l’inaspettato gol di Moses a tempo scaduto. Il colpo di testa del ragazzo di Croydon si insacca nella porta di Pyatov sotto la Matthew Harding Stand, e questa volta non c’è più tempo per un pareggio dello Shakhtar: è 3-2 e la festa può finalmente avere inizio.

Il deflusso dallo stadio è quindi quello splendido dopo una vittoria. Cori, allegria e tutti verso il Tube per tornare a casa. Personalmente, viste le esperienze passate, mi fermo a Fulham Broadway per un cioccolato caldo così da evitare il caos per prendere il Tube. Mentre sorseggio la provvidenziale bevanda calda, un anziano signore mi dice “E chi dorme stanotte?”. Come non essere d’accordo.

L'uscita da Stamford Bridge

L’uscita da Stamford Bridge

Purtroppo, invece, mi tocca dormire perché il giorno dopo è già tempo di tornare a casa. Non mi era mai capitato di tornare così presto in una città straniera e, anzi, sarei voluto tornare subito dopo il mio viaggio a Marzo con Cris e Pierpaolo. Questo è l’effetto di Londra, quello che tutti coloro che hanno visitato la capitale britannica conoscono. E ogni volta nuove emozioni. Difficilmente dimenticherò The Valley e la storica rimonta del Charlton, Stamford Bridge ed il gol di Moses. E ovviamente, sto già pianificando il prossimo viaggio. Alla prossima!

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Londra (seconda parte)

Ultimo capitolo del nostro viaggio a Londra, che dopo gli eventi di Tottenham – Bolton e una salutare notte di riposo ci porta dritti dritti alla domenica, pronti per un’altra giornata all’insegna del puro e semplice calcio inglese. Il programma prevede un altro quarto di finale di FA Cup, Chelsea-Leicester, per il quale dobbiamo solamente ritirare i biglietti allo stadio. La partita però è alle 14, abbiamo quindi una bella domenica mattina di sole da spendere per Londra e come decidiamo di farlo? Essendo in zona Hammersmith, siamo vicinissimi a ben tre stadi londinesi: Stamford Bridge, dove andremo nel pomeriggio, Craven Cottage (da me già visitato qualche anno orsono e non mancherà un piccolo racconto a riguardo in futuro) e Loftus Road. Una veloce occhiata alla cartina e ci muoviamo verso Loftus Road, il più vicino dei tre al nostro albergo. Sappiamo che sarà tutto chiuso, è domenica mattina presto e Londra prima delle 11 non si alza, ma decidiamo comunque di farci la passeggiata che dalla fermata della metro, lungo South Africa Road, porta allo stadio. Il quartiere è davvero caratteristico, dominato dagli studi della BBC, ed è un tipico quartiere residenziale. Fa davvero strano essere immersi in tale tranquillità a pochi chilometri dal caos del centro di Londra, ma ce la godiamo tutta: per strada c’è davvero poca gente, il sole splende e dal nulla arriviamo all’ingresso ufficiale dello stadio, perfettamente inserito nel quartiere, roba impensabile qui da noi. Non che lo stadio sia in un quartiere, ma che ne sia parte integrante, è questa la cosa meravigliosa. La scuola dietro la gradinata, la zona residenziale a due passi, l’assenza di parcheggi antistanti…fantastico! Purtroppo non posso dirvi di più perchè l’impianto è totalmente chiuso, shop compreso, ed è davvero un peccato. Ci colpisce comunque una sorta di bacheca fuori dalla biglietteria, che avverte delle modalità di vendità dei biglietti e di come vi sia uno stretto sistema di monitoraggio delle vendite che qui da noi ci sogniamo. Facciamo le classiche foto di rito e decidiamo di muoverci verso il nostro obiettivo del giorno: Chelsea-Leicester.

South Africa Road e il Loftus Road sullo sfondo

Personalmente ero già stato a Stamford Bridge, ma solo per il tour dello stadio e ovviamente l’idea della partita live ha tutt’altro sapore. La strada è conosciuta ed è facilissima: District Line direzione Wimbledon, si scende a Fulham Broadway, si esce dalla stazione e si gira a sinistra: 300 metri e lo stadio ti compare davanti, anche qui perfettamente immerso nel quartiere.

Stamford Bridge in tutta la sua bellezza

La partita è abbastanza attesa da ambo le parti, con i tifosi del Chelsea ancora euforici per il passaggio del turno in Champion’s League e la prospettiva di andare a Wembley mentre da Leicester sono attesi 6 mila (sì, 6 mila!) tifosi per vivere un momento unico in una stagione abbastanza avara di soddisfazioni. Arriviamo con largo anticipo, la gente inizia a sciamare attorno allo stadio ed ovviamente il luogo più affollato è l’enorme megastore dove trovare qualsiasi cosa. Dopo lo shopping pazzo del giorno precedente, ci limitiamo a prendere l’essenziale, tra cui il programma della partita (non può mancare…se andate allo stadio in Inghilterra e non comprate il programma della partita non siete davvero degni di esserci andati) e ritiriamo, con estrema semplicità i nostri biglietti. Tranquilli, ci mettiamo a pranzare nella vicina stazione della metrò dove si possono trovare ogni sorta di ristoranti a buon mercato e finalmente entriamo in clima partita. Le macchine fotografiche scattano a ripetizione, la statua del King of Stamford Bridge domina la zona antistadio e iniziano a vedersi anche molti tifosi del Leicester perfettamente mischiati ai tifosi locali. Entriamo con discreto anticipo, rispetto a White Hart Lane qui è tutto più moderno: tornelli elettronici, larghi, comodi: è bello anche così, nonostante non si respiri il clima old style del giorno prima. Siamo in West Stand Lower Tier e come bambini andiamo subito a vedere i nostri posti: splendidi, assolutamente splendidi. Vicini al campo, praticamente centrali: visuale perfetta per godersi ogni singolo istante della partita.

Chelsea in campo per il riscaldamento

Essendo presto, è possibile comunque muoversi lungo tutta la stand e andiamo a posizionarci, in attesa del riscaldamento, sul muretto di bordocampo per foto e per goderci lo spettacolo dello stadio. Come da tradizione dentro lo stadio pochissima gente per il riscaldamento e quando entrano in campo i giocatori, li abbiamo a pochissima distanza. Cech si riscalda a due passi da noi, poi entrano tutti, arrivano sotto lo stand, salutano e si scaldano. Inizia a riempirsi il settore ospiti nel frattempo e inizia a salire anche il loro tifo: si preannuncia un’atmosfera meravigliosa. Una pinta prima della partita non si nega a nessuno e quindi ci rifugiamo dieci minuti nella zona bar (organizzatissima) per gustarcela, poi pronti alla gara.

Il settore ospiti...decisamente pieno!

Il colpo d’occhio è ottimo, ci sono alcune sezioni dello stadio poco popolate (la parte più alta), il settore ospiti è stracolmo ed anche dove siamo noi non c’è un seggiolino libero. Il tifo del Leicester è assordante, tutti hanno la loro sciarpa, tutti cantano; i tifosi del Chelsea rispondono dalla parte più animata della Matthew Harding Stand con un aiuto anche dal nostro settore. Escono le enormi flag che vedete ogni volta in tv che fanno il giro dello stadio, dagli altoparlanti parte il classico Liquidator con tutto lo stadio che applaude e canta a ritmo; poi tocca all’inno (davvero bello) del Chelsea ed alle formazioni, annunciate dallo speaker in campo…insomma, si è pronti all’inizio. L’ingresso in campo è qualcosa di unico: seconda versione del Liquidator dagli altoparlanti con pubblico decisamente più coinvolto di prima, tifosi del Leicester in totale delirio a formare un muro umano nella Shed End che accolgono con un boato terrificante i loro giocatori dopo i classici saluti di inizio gara: FA Cup magic! Prima della partita viene riservato un tributo a Fabrice Muamba, o, meglio, un enorme incoraggiamento che unisce idealmente spettatori e giocatori: toccante.

Il nostro Di Matteo

E finalmente…calcio d’inizio! Conoscete tutti il risultato finale, ma la partita è stata più aperta di quello che il punteggio lasci pensare. Nelle reazioni post-partita di Chelsea-Napoli si sentiva da più parti dire che i tifosi del Chelsea erano muti, zero atmosfera, ridicoli: durante tutta la gara col Leicester non sono stati zitti un attimo, sempre cori, sempre incitamenti con una predilezione particolare per Fernando Torres, letteralmente incoraggiato ad ogni tocco di palla e ad ogni accelerazione; lo stesso Torres, tra l’altro, era in versione ispirata ed inarrestabile, tanto che finalmente riesce ad interrompere il digiuno di gol e a far esplodere letteralmente lo stadio: l’esultanza al gol di Torres è un qualcosa che difficilmente dimenticherò, quasi come una liberazione per lui e per i tifosi. Dall’altro lato ci sono i tifosi del Leicester, per i quali è difficile usare degli aggettivi. Dal primo all’ultimo minuto hanno cantato, incitato e sostenuto la loro squadra, rumorosissimi ma sempre correttissimi. Il boato al gol del 3-1 sembrava quello di un gol vincente al 90esimo in una sfida importantissima. Guardavo le facce accanto alle mie ed erano tutti estasiati nel vedere questo muro umano esultare ed essere felice per un semplice gol del 3-1; al secondo gol del Leicester, quello del 4-2, si sono levati anche applausi dai settori locali per la bellezza del gol. I tifosi del Chelsea festeggiavano cantando il celeberrimo “Que sera sera”, quelli del Leicester continuavano ad incitare la loro squadra: davvero, non so descrivervi a parole la bellezza di trovarsi dentro Stamford Bridge. La vedo come la magia del calcio, dalla tristezza del giorno precedente alla meraviglia odierna passando l’intera gamma delle emozioni umane.

Man of the match...Fernando Torres

Al fischio finale usciamo ordinatamente, il deflusso è regolare ma commettiamo un piccolo errore: andiamo alla metro dal lato da dove eravamo venuti, ignorando che dopo le partite lì è chiuso e c’è un’entrata apposita. Ne aprofittiamo comunque per sistemarci un attimo, ma appena usciamo veniamo presi dallo sconforto: la coda per il Tube, che prima era inesistente, ora è decisamente consistente. Ci mettiamo in fila, un po’ rassegnati, ma ignari che quella coda ci avrebbe cambiato totalmente la giornata. Ci accorgiamo infatti di essere in mezzo a tifosi Chelsea e Leicester assieme, con stragrande maggioranza dei tifosi ospiti appena usciti. I tifosi del Chelsea celebrano la vittoria, quelli del Leicester rispondono incitando la loro squadra…il tutto in totale spontaneità e tranquillità. La coda scorre via veloce veloce ed entriamo in stazione: c’è pieno, siamo un po’ pressati, ma qui scatta il delirio totale sotto forma di tifo: i tifosi Leicester iniziano a cantare seriamente ed in un attimo tutta la stazione è coinvolta. Una bolgia come direbbe un famoso telecronista italiano, bellissimo diciamo noi. Ci sono anche tifosi del Chelsea che provano a farsi sentire, ma vengono surclassati: cantano, saltano, urlano, ci si diverte. Il primo treno che arriva, mentre si riempie, viene usato come un tamburo per accentuare i cori; fortunatamente la parte più calda del tifo è troppo lontana per entrare e salirà sul treno successivo, assieme a noi. Dentro il treno è un qualcosa di pazzesco: tutta la carrozza salta all’unisono e si susseguono i cori più svariati, dagli sfottò al Nottingham (acerrimi rivali del Leicester), a quelli del Chelsea (memorabile la frase di un tifoso che urla: i tifosi del Chelsea che vengono da Manchester devono scendere qui per tornare a casa), agli incitamenti al Leicester. Un viaggio unico, indimenticabile. In metro restiamo affascinati da un quadretto familiare accanto a me: papà, mamma e i due figli tutti rigorosamente con la maglia del Leicester che tornano a casa dopo essersi goduti la partita. Colpiscono soprattutto la mamma e la figlia, che avrà avuto sui 12-13 anni con la sua maglietta ufficiale della squadra e l’entusiasmo per essere stata presente che traspare dagli occhi, pur nella sconfitta. Sono stato parecchio tentato dal chiedere mille cose al capofamiglia, complimentarmi per la loro passione e per lo splendido seguito di tifosi della loro squadra, ma mi sono trattenuto…un po’ per timidezza, un po’ per non rovinare il quadro familiare e quell’atmosfera fantastica che si era creata su quel vagone della metro, un ricordo che resterà per sempre nel mio cuore e credo anche in quelli dei miei compagni di viaggio. Pian piano il treno si svuota e noi torniamo ad essere dei semplici turisti londinesi completando il tour dei luoghi più simbolici della città. Cena veloce, giretto in centro, Match of the day 2 in tv ed è tempo di sistemare i bagagli perchè il giorno dopo si rientra a casa, con un’altra meravigliosa esperienza di calcio inglese nel cuore e la speranza di riuscire a farne un’altra appena possibile.

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Londra (prima parte)

Seconda tappa nel giro di due mesi Oltremanica per me e Pierpaolo, con la gradita compagnia di un altro nostro amico che abbiamo coinvolto e trascinato nel nostro pazzo amore per il calcio inglese. A differenza di Manchester si tratta di un viaggio più ragionato, più programmato, organizzato con il cuore da tifosi Tottenham quali siamo che nasce verso la fine del 2011, scorrendo il calendario della Premier per trovare una partita abbordabile (trovare i biglietti a White Hart Lane è davvero dura) e cercando al contempo di far combaciare i vari impegni personali. Identifichiamo subito una data e una partita che per noi ha un certo fascino, almeno per me: 17 marzo, Tottenham – Stoke City, il ritorno di Peter Crouch a White Hart Lane. Ovviamente, essendoci mossi in largo anticipo, non abbiamo ancora in mano il calendario tv e quindi speriamo in una magica combinazione che ci permetta di fare il double, cioè di vederci una partita al sabato ed una alla domenica, operazione che sarebbe possibile con la qualificazione dello Stoke in Europa League. Speranzosi, aspettiamo la data di inizio vendita dei biglietti e, con qualche patema, riusciamo a metter mano su 3 preziosi tagliandi in north stand, in posti purtroppo non vicini dato che lo stadio è sostanzialmente esaurito. Ma poco ci importa, lo Stoke esce dall’Europa League e ci rassegnamo all’idea di non fare il double a Londra, ma non vuol dire che non si possa fare: il calendario per la domenica propone i Wolves in casa e l’Aston Villa in casa e sia Wolverhampton, sia Birmingham sono facilmente raggiungibili in treno da Londra a poco prezzo. Si stava delineando quindi un programma pazzissimo, con Tottenham al sabato e trasferta per la domenica al Villa Park (molto conveniente in treno da Londra). Carichissimi prenotiamo albergo ed aereo quando arriva la doccia gelata: nel weekend prescelto da noi sono previsti i quarti di finale di FA Cup, con Spurs e Stoke ancora in gioco e quindi la nostra partita diventa passibile di rinvio. Panico, che diventa terrore con il passaggio del turno dello Stoke: match ufficialmente rinviato e noi ci ritroviamo con 3 biglietti di una partita che non potremo mai vedere. Non ci perdiamo d’animo, quel sabato propone comunque molte partite di Championship e qualcosa vedremo, ci diciamo; nel frattempo il Tottenham va al replay con lo Stevenage e il Chelsea con il Birmingham. La luce la vediamo il giorno dei sorteggi dei quarti di finale: la vincente tra Tottenham e Stevenage va in casa il 17 marzo contro il Bolton mentre la vincente di Birmingham-Chelsea il giorno dopo ospiterà il Leicester. Si apre la possibilità di un clamoroso double di quarti di finale di FA Cup per noi e la cosa ci prende da matti. Incredibilmente le cose vanno come devono andare: il Tottenham batte lo Stevenage ed il Chelsea vince a Birmingham. Abbiamo le due partite! Il tempo è pochissimo perchè mancano 10 giorni alla partenza e non abbiamo i biglietti: i primi ad essere messi in vendita sono quelli di Chelsea-Leicester e puntuali non manchiamo all’appello riuscendo ad acquistare, a 30 sterline l’uno, 3 biglietti di West Stand Lower Tier piuttosto centrali, sostanzialmente in posizione perfetta. Inutile dirvi però che tutte le nostre speranze sono incentrate sugli Spurs, i quali, tra le altre cose, ci hanno comunicato che data la nostra impossibilità di recarci a Tottenham-Stoke ci hanno rimborsato i soldi per i biglietti, per la nostra gioia e, soprattutto, sorpresa. Il lunedì prima della partenza, fissata per venerdì 16 marzo, inizia la general sale e riusciamo a comprare 3 biglietti in West Stand, all’altezza dell’area di rigore, in ottava fila. Sì, in ottava fila, praticamente in campo. Nonostante le difficoltà, ce l’abbiamo fatta!

White Hart Lane visto dalla strada

Con i biglietti Spurs comodamente in tasca (e-ticket, spediti via mail e comodamente stampabili a casa) prendiamo il fatidico aereo per Londra, anche qui non senza difficoltà per problemi personali di chi vi scrive, e raggiungiamo la nostra meta. L’atterraggio è a Gatwick, zona sud londinese, praticamente a Crawley (la squadra di League Two che fa sempre miracoli in FA Cup) e quasi in territorio Crystal Palace (il cui stadio è facilmente visibile durante il trasferimento Gatwick-Londra); l’albergo lo abbiamo preso nella zona più ricca di stadi a Londra: Hammersmith and Fulham, ove si trovano Loftus Road, Craven Cottage e Stamford Bridge. Le prime ore londinesi le viviamo io e Pierpaolo, con Marco che arriva da Roma solamente in tarda serata: facciamo il classico giro per riprendere confidenza con l’atmosfera della città, che entrambi ben conosciamo. L’aria londinese comunque è ancor più speciale del solito per la festa di San Patrizio il giorno dopo e Inghilterra-Irlanda a Twickenham: invasione irlandese e Guinness ovunque. La vera vacanza calcistica inizia il sabato mattina, dopo un breve giro turistico per i punti più caratteristici di Londra: l’inizio è sancito dal pellegrinaggio quasi mistico da Lillywhites, autentica mecca dell’appassionato di calcio. Per chi non lo conoscesse, Lillywhites è un negozio di sport a Piccadilly Circus che vanta un intero piano dedicato a calcio e rugby nel quale si possono trovare tutte le maglie della Premier, buona parte delle maglie di Championship e del resto del mondo oltre al merchandising di molte squadre di calcio, rugby e della nazionale. Un vero e proprio paradiso dove la carta di credito perde soldi nel solo momento in cui ci metti piede perchè vorresti comprare tutto. Inutile dirvi che in Italia non esiste niente del genere, soprattutto dal punto di vista dei prezzi: costa di meno lì una maglia originale di una squadra italiana che in Italia! E soprattutto fa strano trovare le maglie home and away del Grosseto (sì, il Grosseto!) in uno store a Londra quando da noi è già difficile trovare a Grosseto. Sostanzialmente un altro mondo ed un altro modo di concepire il merchandising. Carichi di borse facciamo anche una puntatina a caccia di dvd sportivi negli store locali e ne usciamo più che soddisfatti (mi son portato a casa il dvd col meglio di Match of the day degli anni 60-70-80, un must!) prima di rientrare in albergo e cominciare la preparazione alla partita. Rinfrescata, vestizione, sciarpe e siamo pronti! White Hart Lane è abbastanza fuori Londra, nella zona nord-est e raggiungerlo, per quanto sia facile, non è così comodo: una volta raggiunta la fermata della metro di Seven Sisters, bisogna prendere un treno che ferma alla stazione di White Hart Lane, a 5 minuti di cammino dallo stadio. Dal centro sono circa 40-45 minuti di viaggio: man mano ci avviciniamo al quartiere, spuntano ovunque sciarpe e maglie del Tottenham. Dal treno, poco prima di arrivare a WHL, si intravede parte dello stadio e lì iniziamo ad emozionarci. Scendiamo e ci incamminiamo assieme a tutti gli altri tifosi: a differenza di Manchester, ci sentiamo parte integrante della folla proprio per il nostro tifo ed è bellissimo vedere un quartiere “dimenticato”, tristemente noto per le rivolte della scorsa estate, prendere vita e colore di sabato pomeriggio. Avete presente la scena di febbre a 90 con il bimbo che scende alla fermata di Highbury? Immaginatevi una scena simile, con noi al posto del bimbo e i colori Spurs al posto di quelli Arsenal. Momenti unici. L’avviciniamento allo stadio è quasi religioso, le foto si sprecano e per prima cosa individuiamo gli store per comprarci la maglia: finalmente, dopo 2 anni, mi prendo la tanto agognata maglia di Gareth Bale mentre Pierpaolo praticamente si compra il negozio intero. Poi, dato il largo anticipo, intraprendiamo il tour a piedi dello stadio, girando tutti e quattro gli stand dall’esterno. Struttura semplice quella di White Hart Lane, storica direi. Riusciamo tranquillamente a girare anche nella zona del settore ospiti, dove non esistono poliziotti in assetto anti-sommossa nè scontri, nè alcun segno di tensione.

L'ingresso ufficiale di White Hart Lane

I tifosi del Bolton ci sono, sono arrivati in pullman passando tranquillamente nelle strade del quartiere senza che volasse una bottiglia o un sasso con i loro vessilli; anzi, si notavano anche parecchi ragazzini, cosa che fa sempre piacere. L’atmosfera è abbastanza festosa, la possibilità del viaggio a Wembley galvanizza i tifosi Spurs e noi, dopo le foto di rito davanti all’ingresso ufficiale dello stadio, entriamo. Nessun problema alla perquisizione e facciamo la conoscenza (o, meglio, Pierpaolo e Marco fanno la conoscenza visto che io già ci ero stato) dei tornelli di White Hart Lane: manuali, come da calcio inglese che non c’è più, con l’addetto del club che dentro un minuscolo gabbiotto controlla il biglietto e fa scattare il meccanismo di rotazione del tornello, che ha la caratteristica di essere piccolissimo e strettissimo. Sembra davvero di fare un salto negli anni 70-80, affascinante. Andiamo subito a prendere posto e la visuale è semplicemente pazzesca: siamo praticamente in campo e siccome manca ancora un’oretta all’inizio della partita, abbiamo la fortuna di avere davanti a noi lo studio di ESPN pre-partita, con Kevin Keegan lì a pochi metri da noi e soprattutto la FA Cup, il trofeo in palio, esposta a pochissimi metri da dove siamo seduti. Inutile dirvi che le macchine fotografiche hanno funzionato a meraviglia e il contributo fotografico è ben maggiore di quanto vedrete in questo articolo (molto di più potete vedere sugli account facebook mio e di Pierpaolo).

Lo spettacolo dai nostri posti

L’attesa per noi è spasmodica, pian piano White Hart Lane si riempie, ma è ancora semivuoto quando entrano i giocatori per il riscaldamento. Vedere i vari Bale, Cudicini, Van Der Vaart, Modric, Parker a pochissimi metri da noi è un’emozione forte, riesci ad apprezzare ogni singolo istante del pre-partita. Al momento dell’ingresso in campo lo stadio è quasi pieno, rimangono alcuni buchi nei settori più in alto e angolati, ma tutto sommato lo stadio sarà pieno al 90%: l’atmosfera si fa elettrica, il pubblico è caldo e l’ingresso in campo non fa altro se non aumentare le urla e i cori pro-Spurs, che si alzano fortissimi al fischio d’inizio. Anche i tifosi del Bolton si fanno sentire ed esplodono di gioia dopo pochissimi minuti, quando proprio davanti a noi Petrov batte il corner che si trasforma nel vantaggio degli ospiti. La partita è vibrante, il ritmo è altissimo e il Tottenham ci fa esplodere di gioia poco dopo col pareggio di Walker, rendendo la sfida ancor più combattuta.

Lo studio di ESPN davanti a noi...riconoscete Kevin Keegan

Poi….poi succede quello che tutti ormai saprete. Ripercorrere quei momenti non è assolutamente facile, perchè c’eravamo, perchè l’abbiamo vissuta dal vivo con l’angoscia di ogni altro singolo spettatore di White Hart Lane e dei giocatori in campo. Personalmente non ho visto il momento in cui Fabrice è crollato a terra, abbiam visto la palla uscire e Modric rendersi conto della gravità della situazione e chiamare a gran voce i soccorsi, il tutto nel silenzio più totale, rotto solamente dai cori di incitamento di tutto lo stadio per Muamba. Da medico quello che mi ha lasciato più stupefatto in assoluto è l’assoluta compostezza e l’organizzazione certosina dei soccorsi: il tutto si è svolto nella maniera più tranquilla ed efficace possibile nel momento più drammatico. Durante quei lunghissimi minuti dalla parte del pubblico che vedeva direttamente i soccorsi si levavano degli applausi di incoraggiamento, che all’inizio traevano in inganno facendo pensare a dei segni di vita del giocatore. Nulla invece e dopo quelli che saran stati una decina di minuti Muamba veniva portato fuori dal campo e successivamente in ospedale tra gli applausi e i cori del pubblico. In campo le facce sono totalmente sconvolte e proprio dalle facce dei giocatori si capiva la gravità della situazione: buona parte del pubblico si riversa su twitter alla ricerca di notizie da chi stava vedendo la partita in tv, l’arbitro sospende la partita non appena Muamba viene portato in ospedale e i giocatori rientrano negli spogliatoi. Davanti a noi ci sono i broadcaster di ESPN, che fanno capire come la situazione non sia grave, sia gravissima. Non ci siamo nemmeno lontanamente sognati di provare a documentare con foto o video quei bruttissimi momenti, le facce attorno a noi erano tutte preoccupate e terrorizzate. Ci accorgiamo di avere, nel box dietro di noi, Aaron Lennon: non abbiamo nemmeno la forza di fotografarlo o fargli un cenno, s’è persa proprio la voglia e anche la sua faccia era letteralmente sconvolta. Arriva dopo pochi minuti dalla sospensione l’annuncio che la partita non sarebbe più ripresa e vengono dati gli avvisi su come lasciare lo stadio. L’evacuazione avviene in un silenzio surreale con una compostezza che mai avevo visto in uno stadio. Ordinatamente abbandoniamo lo stadio e a forza di cercare informazioni scarichiamo letteralmente le batterie dei telefonini…come noi ogni altro spettatore del match. Regna il silenzio anche in strada, sembra quasi più una processione religiosa che l’uscita dallo stadio. Di notizie su Muamba ne arrivano poche, ma fortunatamente sapete tutti come poi le cose si siano risolte nel migliore dei modi, come per miracolo. Noi ci rimettiamo in coda per prendere il treno di ritorno e ci tengo a sottolineare una notevole differenza con l’Italia, con la realtà che conosco meglio di tutte: a Milano dopo le partite del Milan l’accesso alla metrò è un macello. A White Hart Lane tutti in fila ordinatamente, con qualche poliziotto che regola l’accesso alla stazione secondo la capienza del treno in arrivo: nessuno prova a sorpassarti, nessuno spinge nonostante la fila raggiunga i 4-500 metri di lunghezza. Pian piano ci avviciniamo al treno e personalmente sono due i momenti che mi colpiscono di più in questo triste ritorno verso il centro di Londra: il primo è lo scorgere un pub turco nel quale stanno proiettando una partita live del Fenerbahce che proprio in quel momento segna e il pub sostanzialmente esplode di gioia, con i tifosi turchi all’interno ignari del dramma che si era consumato a pochissimi metri da loro. Erano lì, esultanti e sinceramente felici per il gol che istintivamente non puoi non essere contento per loro che si stanno vivendo la loro partita e la loro passione. Il secondo invece avviene sulla banchina della stazione, nel momento dell’attesa del treno: un ragazzo inglese, sui 30 anni, tifoso del Tottenham lancia un piccolo coro ed un applauso per Muamba: beh, vi assicuro che sentire tutta la banchina intonare il coro e stringersi in un applauso è stata una scena veramente, ma veramente toccante. Il tutto nella maniera più spontanea possibile e questo è quello che rende ancor più unico questa visione e questo modo di vivere il calcio. Nel tristissimo rientro verso il centro città arrivano le prime notizie positive per Fabrice: finalmente si può tirare un sospiro di sollievo e possiamo goderci la nostra serata londinese senza quell’angoscia provata in quegli attimi terribili. Serata londinese che per la cronaca si conclude, da buoni appassionati di calcio, con l’accoppiata Match of the day e Football league show. Un must, che serve per accompagnarci tra le braccia di Morfeo e portarci direttamente al secondo grande appuntamento del nostro weekend, al quale sarà dedicata la seconda parte dello speciale.

L'immagine più bella di White Hart Lane...prima del fischio d'inizio

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Manchester (seconda parte)

Con colpevole ritardo, dovuto ad impegni personali e ad un nuovo tour inglese che rappresenterà la nuova puntata di Bloggers on the road, eccomi di nuovo per raccontarvi il nostro secondo giorno a Manchester dedicato alla casa dello United. Difficile trovare City e United in casa nello stesso weekend e quindi, essendoci goduti la sfida del City il giorno precedente, per lo United dobbiamo accontentarci di una gita ad Old Trafford. Partiti con l’idea di fare un breve giro, qualche foto ed un salto nel megastore, ci ritroviamo, per un colpo di fortuna, a trovare un posto libero in tour che inizia esattamente 5 minuti dopo il nostro arrivo e che coincide perfettamente con le nostre tempistiche per tornare in aeroporto.

La via che porta ad Old Trafford

Ma andiamo con ordine, ci risvegliamo sotto un tempo inglese che più inglese non si può: nebbia, una nebbia fredda che avvolge tutta la città. Volenterosi, salutiamo i proprietari del pub dove abbiamo alloggiato, salto in stazione, depositiamo i bagagli e via sulla metrò leggera cittadina verso la fermata di Old Trafford, che si trova poco fuori città. La metrò leggera ci permette di fare un piccolo tour di Manchester essendo tutta in superficie e vediamo angoli e sprazzi di una città che meriterebbe sicuramente una visita più attenta, non solamente calcistica. Non appena si esce dal centro città, ecco spuntare l’altra Manchester, la Manchester della rivoluzione industriale studiata sui libri, piena di fabbriche che hanno il sapore di quei tempi, alcune delle quali ormai in disuso. Nonostante la triste ed affascinante decadenza di questa parte, riusciamo comunque ad apprezzare un piccolo angolo di storia inglese e mondiale, una storia che ha cambiato totalmente il mondo. Ma finalmente arriviamo alla fermata Old Trafford, dalla quale lo stadio dista circa 1 km: ad accoglierci però è il Lancashire Cricket Ground, esattamente a fianco della stazione, tanto che dal treno si vedono le tribune. Purtroppo l’impianto è chiuso (e lo stanno anche rinnovando) e non troviamo nessuno che possa aiutarci a dare una sbirciatina dall’interno: proseguiamo quindi verso il nostro Old Trafford, che è facilissimo da trovare. A differenza di altri “turisti” che si recano nella casa dello United vestiti con gadget del City, noi ci avviciniamo rispettosamente, con sosta doverosa al cartello che introduce la via dello stadio, la Sir Matt Busby way, per le foto di rito.

La facciata di Old Trafford

Lo stadio appare maestoso nella sua grandezza, ad accoglierci la statua della United Trinity: Charlton, Law, Best. Sinceramente si resta senza parole, nonostante sia una grigia domenica senza partite; per me il tutto assume un significato particolare perchè Old Trafford doveva essere la mia prima meta inglese qualche anno orsono, per la trasferta di Champions del Milan che dovetti saltare per una brutta influenza il giorno prima della partenza: è come se si chiudesse una sorta di cerchio virtuale e davanti ad un pezzo di storia di Manchester non si può non stare in rispettoso silenzio. C’è comunque movimento, il megastore è aperto, ma noi proviamo prima ad andare nella zona tour/museo per chiedere informazioni e la fortuna è dalla nostra: c’è un tour in partenza, acquistiamo i biglietti e ci addentriamo nella tana dei ragazzi di Sir Alex Ferguson.

La United Trinity

La nostra guida è quanto di meglio potessimo desiderare: classico signore inglese sulla settantina, con accento tipicamente di Manchester, ma in grado di farsi capire benissimo nelle spiegazioni. Il nostro giro comincia dai posti più nobili della Sir Alex Ferguson stand, da dove si può godere di una vista praticamente perfetta sul campo di gioco. L’impianto da dentro è semplicemente meraviglioso, un profumo di storia e modernità che sinceramente non avevo ancora respirato in qualsiasi altro stadio da me visitato. Le curiosità sull’impianto sono tante, la nostra guida ci racconta anche dell’innovativo sistema di irrigazione dell’impianto e mille altre cose, troppe per ricordarle tutte; è interessante comunque notare come il terreno di gioco, scoperto, non sia rimasto disastrato dalla copiosa nevicata del giorno precedente. Ci muoviamo nei vari settori dello stadio prima che la guida ci accompagni in uno dei punti più significativi di tutto Old Trafford: il Munich Tunnel e la zona dedicata al ricordo dell’orrendo 6 febbraio 1958, quando un grave incidente aereo cancellò buona parte di una grande squadra. Domina la zona l’orologio bloccato sull’ora del disastro, rilevanti anche le varie targhe a ricordare la formazione di quel Manchester, i caduti e i feriti dell’incidente. Incredibile come tutti noi partecipanti al tour ci ritroviamo d’improvviso a parlare a bassa voce senza sorriso sulle labbra, come se fossimo in un luogo sacro. Di certo Manchester non ha dimenticato quella tragedia, dalle cui ceneri nacque poi un’altra grandissima squadra.

Il Munich Tunnel, dedicato alla tragedia di Monaco di Baviera

Proseguiamo, e camminando nelle viscere dello stadio arriviamo nelle zone più attese, quelle dedicate ai giocatori. Dapprima ci portano nella lounge riservata ai familiari, dove le mogli solitamente aspettano i giocatori nel post-partita e dove troviamo anche una board che ricorda tutti i giocatori dello United che hanno giocato in qualsiasi nazionale; poi è il momento di entrare negli spogliatoi. Contrariamente alle attese, sono semplici, essenziali, senza tanti fronzoli o comodità. Spaziosissimi, per carità, ma senza inutili vezzi; ovviamente ogni giocatore ha il suo posto assegnato, contraddistinto per i turisti da una maglia replica sull’appendiabiti. Leggere i nomi mette i brividi.

Il tunnel che porta al campo

Poi il tour continua con l’ingresso in campo dal tunnel attuale con la musichetta di sottofondo a creare atmosfera e prosegue nei meandri dello stadio (non ci fanno passare a bordocampo per la nostra sicurezza, temendo che ci siano piccole lastre di ghiaccio) con arrivo alla vecchia zona spogliatoi e al tunnel storico d’entrata in campo di Old Trafford. Davvero bellissimo, forse la parte più bella di tutto lo stadio perchè sa di vero calcio inglese, sa di storia, fa venire alla mente immagini di giocatori d’epoca a sgomitare nel tunnel prima della partita con la folla urlante sopra di loro. Fantastico. Le panchine sono in tipica tradizione britannica, incorporate nella tribuna e mi prendo l’onore di sedermi al posto di Sir Alex.

Panoramica sulla Stretford End dalla panchina dello United

Ultime foto, ultima occhiata all’impianto (davvero magnifico, visuale splendida in ogni posto) e andiamo ad immergerci nel megastore e nel museo. Inutile spendere parole sulla grandezza e bellezza del megastore, dove si trova di tutto, mentre un racconto lo merita sicuramente il museo perchè vedere lì esposti così tanti trofei mette i brividi: Champions, Fa Cup, Carling cup, Premier Leagues, premi individuali…di tutto e di più! Anche qui la tragedia di Monaco ha un suo angolo con articoli dell’epoca, ma a suscitare in noi emozione è il memorial dedicato a Sir Matt Busby, pieno di omaggi fatti dai tifosi delle squadre avversarie. Ogni grande giocatore dello United ha un suo spazio celebrativo, enorme lo spazio dedicato a Sir Alex ed è unico l’angolino dedicato alla vendita di tutti i programmi di tutte le partite interne del Manchester di quest’anno. Non perdiamo l’occasione e ci compriamo un programma di ricordo, con Pierpaolo che si diverte anche a saccheggiare lo store dello United, portandosi a casa la maglia di Best. Resta il rammarico di non aver visto una partita ad Old Trafford, ma ce ne andiamo soddisfatti verso la stazione e l’aeroporto per il ritorno a casa. Lungo la strada ripensiamo a tutta la fantastica due giorni, che sa più di avventura epica che di mini vacanza, resa unica dal meteo e da una città tipicamente inglese. Ci siamo emozionati, abbiamo visto e vissuto luoghi che sin’ora avevamo ammirato e sognato solamente in tv, abbiamo sentito nominare o visto comparire posti che per un appassionato di calcio inglese sanno di mistico quando alla persona comune sembrano solo degli stupidi nomi di qualche posto sperduto non si sa dove, ci siamo sentiti semplicemente dei veri tifosi di football e questa è la miglior sensazione che questo viaggio ci ha regalato.

Ultima immagine, poetica, di Old Trafford intravisto dalla Sir Matt Busby way

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Manchester (prima parte)

Nella vita ci sono viaggi che programmiamo con mesi e anni di anticipo, viaggi che sognamo di fare un giorno, viaggi che rimangono nel cassetto e viaggi che sono piccole follie. La “piccola follia” mia e di Pierpaolo nasce in un freddo sabato mattina di gennaio quando il sottoscritto inizia il solito giro sui siti delle squadre inglesi alla ricerca di maglie in saldo per arricchire la propria collezione e contemporaneamente dà un occhio, da buon tifoso milanista, alla possibilità di trovare i biglietti per il derby a pochi giorni dallo stesso. Incredibilmente biglietti ce ne sono, si parte da 45-50 euro per il secondo anello di San Siro: preso dalla curiosità di fare un paragone sul costo dei biglietti qui e oltre Manica, do un’occhiata al calendario della Premier e mi cade l’occhio su una data: 4 febbraio, Manchester City – Fulham alle 17.30 inglesi. Orario ottimo, permetterebbe di arrivare comodamente in mattinata a Manchester e allora guardo se ci sono biglietti disponibili: non ce ne sono molti, posti alti nelle due tribune a circa 30 sterline al biglietto. Interessante penso. Il momento decisivo però è la consultazione del sito Ryanair, che incredibilmente da Bergamo prevede un bel volo da Bergamo verso Manchester il sabato mattina e il ritorno nel tardo pomeriggio la domenica al modico prezzo di 45 euro tutto compreso. Due rapidi calcoli ed ecco che l’idea derby di Milano viene cassata seduta stante e prende forma la pazza idea di una due giorni a Manchester a vedere il City. Nella mia follia coinvolgo immediatamente l’amico Pierpaolo, che senza nemmeno pensarci mi dice sì a priori ed in 5 minuti è tutto prenotato: volo e biglietto partita. Sembra un sogno, ma in 5 minuti ci siamo organizzati una due giorni a Manchester per vedere il Manchester City. I giorni che ci separano dalla partenza sembrano lunghissimi, per calarci ancora di più nell’atmosfera inglese prenotiamo per una notte una camera sopra ad uno dei Pub storici del centro di Manchester, il Millstone Pub, e nonostante la morsa della neve, il 4 febbraio si parte in volo, direzione Manchester.

Manchester, arriviamo

Ad accoglierci, dopo un volo tranquillo passato a gustarci Match of the Day sull’Ipad,  troviamo il classico tempo nuvoloso di Manchester, con qualche fiocco di neve come da previsioni meteo. L’organizzazione è ottima e in un attimo siamo sul treno che ci porta in centro città, dove facciamo la conoscenza del personaggio più particolare di questa avventura, un inglese originario di Manchester che parla perfettamente la nostra lingua e che ci intrattiene lungo il tragitto, con noi che cerchiamo di parlare in inglese e lui che ci risponde in italiano! Arriviamo finalmente in centro e respiriamo l’aria di Manchester, sotto una nevicata che diventa via via sempre più fitta. Il primo impatto con la città è decisamente buono, non percepiamo la desolazione di cui molti parlano quando si riferiscono a Manchester; a differenza di Londra qua si vede subito che siamo nella vera Inghilterra e la cosa ci piace moltissimo. Il nostro primo oooh si ha quando arriviamo al pub/albergo: più inglese, ma più inglese che non si può. Entriamo e veniamo subito investiti da una vampata di aria calda, dalla visione di birre ovunque (a mezzogiorno) e dal profumo di carne grigliata; l’interno è con il classico bancone con gli sgabelli,moquette e tavolini circolari in legno con la Tv sintonizzata sulla BBC in attesa dell’inizio del 6 nazioni, evento particolarmente atteso.

Manchester imbiancata dal nostro albergo

La rivalità City-United in due t-shirt

Dopo una breve rinfrescata in stanza, ci fermiamo per il pranzo ed è difficile per noi non guardarci attorno: vecchietti in giacca e cravatta che discutono dei più svariati argomenti davanti ad una buonissima birra, qualche turista che si ferma per il pranzo, altri vecchietti in attesa dell’inizio della partita tra Francia-Italia (la considerazione per la nostra nazionale è davvero bassa) e col passare dei minuti iniziano a sciamare all’interno del pub i primi tifosi del Man City. Tra la folla cogliamo subito alcuni turisti come noi, spagnoli per la precisione, ma ci sono tantissimi local fans che si preparano al match. Fuori sta nevicando, per terra ci saranno già 5-10 cm di neve e il panico inizia a serpeggiare nelle nostre menti: non è che ce la rinviano? Aprofittando di una coppia di tifosi del City accanto al nostro tavolo, chiediamo le indicazioni per arrivare allo stadio facendo anche la temutissima domanda: c’è pericolo di sospensione? Ci guardano straniti, come se venissimo da Marte. Il campo è riscaldato, non c’è alcun pericolo la risposta. Ci danno anche due indicazioni sui nostri posti a sedere e scopriamo che i settori inferiori dello stadio, dove si siederanno loro, sono scoperti e si sono preparati alla neve che cadrà copiosa lungo tutto l’arco della gara. Fantastici. Noi, incuranti dei consigli di prenderci un taxi, decidiamo di farci la camminata fino allo stadio, anche per scoprire un po’ la città, che ha il suo cuore pulsante nel mega centro commerciale di Arndale, dove tutti si rifugiano per via del maltempo e dove, nella piazza antistante l’ingresso, si trova una sorta di ruota panoramica funzionante sotto la neve. Inesperti, allunghiamo un po’ la strada, ma man mano ci avviciniamo al City of Manchester stadium, iniziamo a cogliere tutte quelle particolarità che rendono unico il calcio inglese: i pub dedicati ai tifosi locali, i tifosi che arrivano un po’ da tutte le parti, l’0rganizzazione degli steward nel direzionare il traffico e la gente verso i parcheggi. Col maltempo la camminata sembra infinita, ma tutto è ripagato non appena compare davanti ai nostri occhi l’impianto, che nonostante il grigiume, ci appare maestoso e bellissimo.

In lontananza compare l'Etihad Stadium

La facciata principale dello stadio

Da quel momento diventiamo come due bambini in un negozio di caramelle: ogni angolatura è buona per immortalare il tutto, la nostra andatura accelera ad ogni passo, gli odori che si respirano sono quelli che avevamo letto mille volte tra le pagine di “Febbre a 90” o de “Le Reti di Wembley”, i nostri occhi vedono azzurro ovunque. Il primo passo è assolutamente obbligatorio se vi apprestate a vedere una partita in Inghilterra: comprare il programma della partita. Non si tratta, come da noi, di un misero foglietto con le probabili formazioni e due/tre notizie sfigate sulla squadra, ma di un vero e proprio libretto a colori prodotto dal team da conservare nei propri archivi; non è gratuito, ma ne vale assolutamente la pena, quasi come fosse una prova per dire io c’ero! Una tradizione meravigliosa questa, chi vi scrive è alla sua terza partita di Premier League e nelle due precedenti il programma non è assolutamente mancato ed è andato di diritto nella bacheca dei ricordi più belli. Il secondo passo è il negozio del City, che definire negozio è poco: si trova tra la Colin Bell Stand e la North Stand e, a differenza di molti altri store, non è inserito nello stadio, ma è un edificio a parte. Dirvi che è immenso è poco, ci siamo persi dentro per tre quarti d’ora abbondanti. Altro mondo, totalmente un altro mondo. In bell’ordine tutte le maglie già personalizzate dei giocatori più importanti (mancava quella di Balotelli) da casa e da trasferta, l’angolo dedicato ai bimbi, alle donne, agli uomini; la parte con i saldi e la parte dedicata ai gadget. Dobbiamo limitarci, io me ne esco con la maglia di David Silva, il cappellino ufficiale per la mia collezione e la t-shirt commemorativa della vittoria FA Cup 2011 mentre Pierpaolo come maglia ufficiale si prende quella di Dzeko, ovviamente personalizzata con tutti i crismi del caso, più qualche altro gadget.

Il negozietto del City

La splendida visuale dal nostro posto

Finalmente, dopo tanta attesa, giunge finalmente il momento di entrare. Un po’ timorosi e molto emozionati ci avviciniamo al gate d’ingresso sfruttando anche la cortesia degli steward per le indicazioni: lettore elettronico che dà il segnale positivo e siamo dentro. Collaboriamo gentilmente con la steward che verifica il contenuto delle borse e poi iniziamo la rampa che ci porta ai nostri posti, nella Colin Bell Stand a 4-5 file dal punto più alto dello stadio, all’altezza della metacampo. Posti che vi diciamo subito essere splendidi: alti, è vero, ma la visuale è semplicemente perfetta e siamo totalmente al coperto. Manca circa un’oretta all’inizio della partita e lo stadio è sostanzialmente deserto e lo rimarrà fino a pochi minuti prima del fischio d’inizio: qui tutti entrano all’ultimo, prima stanno nelle viscere degli stand a mangiare e bere. Già, perchè all’interno delle tribune vi sono dei veri e propri bar/fast food con tutto il classico cibo da stadio e birra a profusione: l’unico accorgimento è che la birra non può essere bevuta in front of the pitch e se uno fosse troppo ubriaco per entrare gli steward hanno tutto il diritto di prenderlo e buttarlo fuori dallo stadio. Noi ci limitiamo a qualcosa di caldo nell’attesa dell’inizio, godendoci il riscaldamento e la panoramica dello stadio, facendo migliaia di foto. Tra l’altro i seggiolini sono abbastanza comodi e larghi, cosa a cui non siamo del tutto abituati. Nel frattempo riprende a nevicare e iniziano le cerimonie del pre-partita con lo stadio che arriva ad essere quasi del tutto pieno; ci sono anche i tifosi del Fulham, tra cui alcuni temerari (una decina) a torso completamente nudo, evidentemente su di giri, che però si divertiranno un sacco nonostante l’andamento della partita. Il momento dell’ingresso in campo è sempre emozionante: solo applausi e musica della Premier, niente fumogeni e fumo che disturba. Mentre le squadre si sistemano, partono anche le note del Blue Moon e scorrono i brividi lungo il corpo sentendolo cantare dal pubblico. E poi c’è la partita, che saprete tutti come è andata: facile vittoria del City, che impressiona per fisicità e gioco, con Silva, Dzeko e la difesa sugli scudi.

Le condizioni atmosferiche nel secondo tempo

Ancora un'immagine della partita...con Mancini visibile

L’atmosfera…l’atmosfera la pensavamo migliore, nonostante il freddo. C’è il settore della stand opposta alla nostra, nell’angolo in basso vicino ai tifosi ospiti, che fa partire cori e tifo per tutti e 90 i minuti, ma l’impressione è stata quella di un ambiente freddino, condizionato probabilmente dall’abbondante nevicata che ha condizionato la partita, svoltasi comunque senza il minimo problema (da noi l’avrebbero sospesa). Memorabili alcuni flash, su tutti vince l’arbitro che interrompe il gioco per far entrare gli spalatori a pulire le righe, un siparietto sottolineato dalle ovazioni del pubblico che con queste cose si diverte sempre. Ma da citarvi anche il fatto di essere circondati da famiglie in tribuna, aver visto dal vivo il famoso Poznan, che ha coinvolto tutto lo stadio solamente dopo il gol del 3-0, aver sentito tutti i cori per i nostri connazionali Mancini e Balotelli e, estimatori o non estimatori, fa sempre un certo effetto sentir inneggiare ad un italiano in Inghilterra. Entrambi sono amatissimi, soprattutto il primo. Al fischio finale (sì, siamo rimasti fino alla fine nonostante il 3-0, nonostante il freddo polare, da buoni tifosi) salutiamo i nostri posti e ci uniamo al pubblico in uscita che, sotto la neve, se ne torna ordinatamente (con qualche palla di neve volante) a piedi verso il centro della città. Noi ci concediamo un ultimo regalino, la sciarpa Old Style (favolosa) del City e ci guardiamo più che soddisfatti, felici della follia fatta, del freddo preso e del semplice fatto di essere lì, consci di aver fatto un’esperienza unica, resa epica dalle condizioni atmosferiche. (a cui si aggiunge, da veri malati, il fatto di poter assistere comodamente sdraiati nel letto, in seconda serata, al programma calcistico inglese per eccellenza, Match of the day).

Ma è tutto? Assolutamente no, perchè prima di ripartire verso casa è assolutamente d’obbligo la gita in casa United, che vi racconteremo nella seconda parte dello speciale.