Viaggio nella Londra del calcio: Tottenham Hotspur

Tottenham Hotspur Football Club
Anno di fondazione: 1882
Nickname: Spurs, Lilywhites
Stadio: White Hart Lane, Bill Nicholson Way, High Road, London N17
Capacità: 36.274

A Tottenham ci si arriva generalmente dal centro di Londra, visto che prendere alberghi in zona, sempre che ne esistano ma immaginiamo di sì, non è usanza tipica del turista, quale noi, nostro malgrado, siamo. Per cui, che si salga direttamente sul treno a Liverpool Street o lo si prenda a Seven Sisters dopo viaggio con il Tube – Victoria Line – la stazione di Bruce Grove rappresenta sempre la penultima tappa rispetto a quella, dal nome inconfondibile, di White Hart Lane. I lampioni delle stazioni dipinti di bianco e blu, d’altronde, fanno capire che in zona non c’è posto per nessun’altra alternativa: siamo a casa del Tottenham Hotspur. White Hart Lane tra l’altro è effettivamente il nome della strada in cui sorge la stazione, per cui chi l’ha preso in prestito è lo stadio che sorge a 5 minuti a piedi dalla stazione stessa. Il quartiere non è bellissimo, nell’ottocento era periferia estrema immersa nel Middlesex, destinata ad accogliere il proletariato della capitale; pian piano però il quartiere si è accresciuto con l’afflusso di lavoratori, è stato negli anni inglobato nella Greater London ed ora, seppur non sia esattamente il centro di Londra e il Big Ben lo si trovi altrove, fa parte a tutti gli effetti della città. Lo stadio sorge lì, l’ampio piazzale in High Road antistante dirada per un attimo le case di mattoni rossi segnati dal tempo, salvo la Red House che svetta all’inizio della breve via intitolata a Bill Nicholson e che costituisce l’ingresso ufficiale allo stadio. Il cancello metallico posto in fondo alla via ci apre metaforicamente le porte della storia del Tottenham Hotspur, di cui andiamo subito a occuparci.

L’Hotspur Football Club nasce il 5 Settembre 1882, o almeno a quella data si ha la certezza data dal primo documento ufficiale. Capitale sociale? 5 scellini, che venne investito nel materiale necessario, a cominciare dalle porte. Passo indietro doveroso. Come in altri casi già visti, anche qui parliamo di una squadra di calcio originata da una di cricket (Hotspur Cricket Club) i cui membri necessitavano di un diversivo per i lunghi mesi invernali. Entrambe erano espressione di una scuola, la presbiteriana St.John’s Middle Class School, situata guardacaso davanti a quella che oggi è diventata Bill Nicholson Way, in High Road. Altro passo indietro, sempre doveroso: perchè Hotspur? Nome strano, non c’è che dire, essendo abituati a Rovers, Athletic, o Wanderers etc.. Pare derivi da “Harry Hotspur“, soprannome di Sir Henry Percy, personaggio vissuto a cavallo tra XIV e XV secolo e immortalato anche nell’Enrico IV di tal William Shakespeare; trattandosi di guerriero, la scelta del nome per una squadra di cricket può andare a inserirsi nel sempre fecondo campo delle sovrapposizioni tra ambito militare e ambito sportivo, per quanto il cricket sia uno degli sport meno bellicosi che si possano avere in mente. La spinta decisiva potrebbe essere arrivata da tal Ham Casey, unico giocatore dell’Hotspur ad aver giocato a calcio in precedenza e, insieme a Edward Beaven e Fred Dexter uno dei tre ad aver contribuito finanziariamente alla fondazione della squadra, insieme ovviamente al club di cricket.

La prima partita di questa squadra di ragazzini (tra i 13 e i 14 anni almeno nei primi due anni) venne disputata contro i Radicals, una sconfitta 0-2, che insieme a un’altra sconfitta, per 1-8 contro la scuola di Latymer rimane l’unico risultato conosciuto di quella prima stagione. Il cricket, nel frattempo, venne abbandonato: non si hanno infatti notizie di attività riguardanti tale sport dopo il 1883, segno che il calcio assorbì tutte le energie e le attenzioni. La divisa utilizzata nelle prime due stagioni era totalmente blu scuro, con un'”H” in campo rosso posizionata sul cuore durante la prima annata, con la scritta “HFC” al centro nella seconda; il campo di gioco invece si trovava nelle Tottenham Marshes (paludi), ancora oggi angolo di natura più o meno incontaminata nel mezzo del quartiere, e lo rimase fino al 1888. Ma nel frattempo, nel 1884, venne deciso il cambio del nome: poichè esisteva un altro club chiamato London Hotspur, per non creare confusione si aggiunse, davanti a Hotspur Football Club il nome del quartiere. Tottenham Hotspur Football Club. La divisa venne invece cambiata per rendere omaggio al Blackburn Rovers, che sconfisse il Queen’s Park nella finale di FA Cup in quell’anno, partita a cui assistettero i giocatori, i quali evidentemente rimasero incantati dalla squadra del Lancashire. Nel frattempo sempre più gente accorreva alle paludi per vedere giocare gli Spurs, che fu in sostanza il motivo del cambio di campo avvenuto nel 1888 (Northumberland Park). Infatti, essendo le paludi luogo pubblico, nulla poteva essere fatto dalla società per limitare l’afflusso di un pubblico non sempre tranquillo, tanto che i club avversari protestarono e minacciarono il boicottaggio.

La divisa venne cambiata altre tre volte: si passò dapprima a un blu scuro con pantaloni bianchi (sostanzialmente, il contrario della divisa attuale e storica), poi a un rosso con pantaloni blu scuro e infine a una maglia, particolarmente inguardabile, a righe verticali marroni-arancioni (chocolate & gold), sempre con pantaloni blu. Con questa maglia non esattamente splendida il Tottenham fece il suo esordio in Southern League nella stagione 1896/97, dopo essere passato al professionismo intorno al Natale 1895 e essersi visto rifiutato l’ingresso in Football League (e in precedenza, nel 1892, nella stessa Southern League). Vennero se non altro accolti direttamente nella First Division della Southern League. Nel frattempo, coinvolto sempre maggiormente all’interno dell’organizzazione societaria, Charles Roberts iniziò a pian piano prenderne le redini, fino a diventarne proprietario nel 1898 e rimanendolo fino al 1943. Fu la premessa (insieme al cambio di maglia, che divenne definitivamente bianca con pantaloncini blu scuro) per il trienno magico degli Spurs, che iniziò nel 1899 con l’acquisto di una porzione di terreno in High Road, la sede di un “market garden” (in sostanza, si comprava direttamente la frutta dall’orto) e che venne trasformata nel nuovo campo da gioco del Tottenham, visto che Northumberland Park aveva evidenziato problemi sia nelle strutture già esistenti sia nell’eventuale sviluppo di tribune più capienti. Diventerà, quella porzione di terreno, White Hart Lane. Nel 1900 arrivò invece il titolo di Southern League, mentre, a coronamento del triennio, nel 1901 venne messa in bacheca la F.A. Cup (3-1 al replay contro lo Sheffield Utd al Burnden Park di Bolton, dopo che la prima partita – 2-2 – al Crystal Palace attirò 110.000 persone), prima e unica volta nella storia di una squadra non appartenente alla Football League. Manager in entrambi i successi, John Cameron.

Finalmente arrivò anche l’ammissione alla Football League (stagione 1908/09), con gli Spurs collocati in seconda divisione, da dove tuttavia ottenero immediatamente la promozione in Division One. La vita al massimo livello non fu semplicissima, con campionati vissuti lontano dalle zone nobili che culminarono con l’ultimo posto della stagione 1914/15, l’ultima prima della sospensione dei campionati a causa della Grande Guerra. Alla ripresa delle competizioni ufficiali (1919/20) la Division One venne allargata a 22 squadre, il che rendeva quasi scontato il ripescaggio delle ultime due classificate: venne infatti ripescato il Chelsea, posizionatosi al 19esimo posto nel 1915, ma incredibilmente venne ignorato il Tottenham, a cui si preferì un Arsenal classificatosi sesto in Division Two. Inutile dire che questo fatto contribuì a dare il via a una rivalità che, alimentata anche dallla vicinanza (l’Arsenal giocava a Woolwich precedentemente) diventerà una delle maggiormente sentite all’interno del panorama calcistico d’Oltremanica. Il Tottenham vinse agevolmente la Division Two, tornando immediatamente in Division One e sullo slancio andando a vincere (1921) la seconda FA Cup della sua storia, 1-0 al Wolverhampton Wanderers a Stamford Bridge, e giungendo secondo la stagione successiva (1921/22) dietro al Liverpool. Ma non cominciò un ciclo il manager Peter McWilliam, fautore della vittoria in coppa, che lasciò nella stagione 1926/27 a Billy Minter, sotto la cui guida arrivò la stagione seguente la retrocessione. Minter venne sostituito da Percy Smith, che nel 1932/33 riuscì nuovamente a condurre il club nella massima serie, salvo, due stagioni dopo, retrocedere e essere sostituito da Jack Tresadern, il quale a sua volta venne rimpiazzato nuovamente da McWilliam, tornato al club dopo l’esperienza al Middlesbrough. Fattostà che, alllo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, gli Spurs erano impaludati in seconda serie.

Il football riprese il suo cammino regolare nel 1946/47, e il Tottenham era ovviamente in Division Two, dalla quale fallì la promozione in quella stagione e nelle due successive; si optò quindi per affidare la squadra (precedentemente guidata da John Hulme) a Arthur Rowe, ex giocatore degli Spurs negli anni ’30 e nativo proprio di Tottenham, la cui precedente esperienza era al Chelmsford City, non esattamente uno squadrone ma che con il suo gioco, passato alla storia col nome push-and-run riuscì a far comparire sulle mappe degli appassionati di calcio. Push and run: passare la palla (push the ball) a un compagno e quindi correre (run) nello spazio per ricevere il passaggio di ritorno. Semplice, immediato (sulla carta, da attuare immaginiamo un po’ meno), fluido. La squadra (due nomi su tutti tra i componenti, Alf Ramsey e Bill Nicholson, che da allenatori – e uno lo vedremo – passeranno alla storia) ottenne così la promozione vincendo la Division Two nel 1949/50. Ma il bello doveva ancora venire, perchè a Rowe e al Tottenham riuscì niente meno che la vittoria del titolo da neopromossi: era il 1950/51 (le date che finiscono in 1 ricorrono spesso nella storia Spurs, come visto e come vedremo), e gli Spurs si aggiudicarono anche il Charity Shield. Purtroppo la salute di Rowe peggiorò, a tal punto da costringerlo alle dimissioni nel 1955, quando la squadra del “push-and-run” era ormai agli sgoccioli della sua forma (tornerà poi al Crystal Palace, nel 1960); venne sostituito da Jimmy Anderson, che nel 1956/57 e nel 1957/58 ottenne un secondo (dietro ai Busby Babes) e un terzo posto. Quando anche Anderson manifestò problemi di salute, venne sostituito da un ex giocatore di Rowe, il già citato Bill Nicholson, che iniziò con un diciottesimo posto un’avventura destinata a grandi successi.

Jimmy Greaves segna uno dei tanti goal della sua carriera

Nicholson, per 68 lunghi anni fedele servitore della causa Spurs (in qualsiasi ruolo, da giocatore a manager a osservatore a presidente), iniziò la sua carriera con una vittoria 10-4 sull’Everton. Era il 1958, ovvero tre anni prima la grande impresa, forse la più grande nei 130 anni di storia del club: il double della stagione 1960/61, di cui abbiamo parlato approfonditamente qui. Danny Blanchflower, Dave Mackay, Terry Dyson, Les Allen alcuni dei componenti di quella squadra, a cui nella stagione successiva si aggiunse, acquistato dal Milan, uno dei più grandi giocatori inglesi di sempre, James Peter Greaves, per gli amici Jimmy, per i difensori avversari un incubo. Se quello del 1961 fu il secondo e ultimo titolo di campioni d’Inghilterra per gli Spurs, la squadra di Nicholson collezionò altre vittorie. Innanzitutto, dopo il Charity Shield 1961, il bis in FA Cup la stagione seguente (3-1 al Burnely) – con annessa altra vittoria del Charity Shield -, seguito dalla prima vittoria di una squadra inglese in una competizione europea, la Coppa delle Coppe del 1963 vinta distruggendo 5-1 l’Atletico Madrid a Rotterdam. Ringiovanita e rinnovata la squadra (arrivarono tra gli altri i futuri allenatori Terry Venables e Joe Kinnear, e poco dopo cominciò la sua esperienza al Tottenham anche Steve Perryman), il Tottenham vinse nuovamente la FA Cup nel 1967 battendo il Chelsea 2-1, giunse terzo in campionato, si aggiudicò due Coppe di Lega (1971 e 1973) e mise in bacheca il secondo trofeo continentale della propria storia, la Coppa UEFA 1972 vinta nella doppia finale tutta inglese contro il Wolverhampton Wanderers. Questi, tutti d’un fiato, i successi di Bill Nicholson alla guida del Tottenham, il quale si dimise al’inizio della 1974/75, dopo la finale di UEFA persa contro il Feyenoord e dopo un brutto avvio in campionato, anche a causa della personale insofferenza verso il mondo del calcio inglese che stava cambiando. La figura di Nicholson è entrata in quel momento nella leggenda del club.

Quasi non fosse problematico sostituire una tal figura, un tale allenatore, la dirigenza prese una decisione controversa e individuò il sostituto in un ex membro dell’Arsenal, Terry Neill, ignorando i consigli di Nicholson il quale indicò Blanchflower e Johnny Giles come suoi favoriti; Neill, mai amato dai tifosi Spurs, evitò la retrocessione nella stagione in cui sostituì Nicholson, si piazzò a metà classifica nella successiva ma si dimise al termine della stessa, rimpiazzato dal suo assistente, Keith Burkinshaw. Burkinshaw fece peggio, e gli Spurs retrocedettero al termine della stagione 1976/77, piazzandosi tristemente ultimi. Ora, la trama porterebbe a un finale che implicherebbe il licenziamento quasi scontato, tuttavia Burkinshaw, che evidentemente disponeva di santi potenti in Paradiso, lo evitò abbastanza clamorosamente, e seppur a fatica (finì terzo a pari merito con il Brighton) ottenne la promozione immediata in Division One. Altrettanto clamorosamente l’allenatore di Barnsley firmò due contratti caldissimi in quell’Estate da neopromossi: Ricardo Villa e Osvaldo Ardiles, ovvero due campioni del Mondo in carica da qualche settimana. Questi si unirono al già citato Perryman, a Graham Roberts e soprattutto a Glenn Hoddle nel formare il primo nucleo della squadra che, negli anni ’80, costruirà il suo secondo periodo d’oro dopo l’era Nicholson. Il primo trofeo per gli uomini di Burkinshaw fu, manco a dirlo, l’FA Cup 1981, vinta 3-2 al replay contro il Manchester City, seguita dal Charity Shield (condiviso come usanza in quegli anni dopo un pareggio 2-2 con l’Aston Villa). L’FA Cup venne bissata l’anno seguente in finale contro il QPR, sconfitto nuovamente dopo un replay, senza dimenticare un quarto posto in campionato e una semifinale di Coppa delle Coppe.

Steve Perryman

La scelta di non licenziare Burkinshaw si era rivelata, dunque, vincente. Al palmares del manager mancava l’alloro europeo, che arrivò nel 1984 con la vittoria della Coppa UEFA, ai rigori contro l’Anderlecht dopo un doppio 1-1, quello del ritorno ottenuto a White Hart Lane grazie a un goal negli ultimi minuti di Roberts. Nel frattempo un’altra pedina era stata aggiunta allo scacchiere del Tottenham, Gary Mabbutt, a cui fece seguito Clive Allen, tutti giocatori entrati nel cuore dei tifosi Spurs. Burkinshaw si dimise dopo la vittoria europea, ma avendo già annunciato le sue intenzioni in largo anticipo, e venne sostituito da Peter Shreeves, il quale ottenne subito un terzo posto alla prima stagione, inutile ai fini europei a causa del post-Heysel. Shreeves rimase in carica ancora una stagione (durante la quale acquistò Chris Waddle dal Newcastle, che si aggiunse a Clive Allen e Paul Allen) prima di cedere il posto a David Pleat. Pleat ottenne un terzo posto e perse una finale di FA Cup (1987, 2-3 contro il Coventry City) con una delle squadre più apprezzate nella storia degli Spurs, che vedeva in campo Ardiles, Hoddle, Waddle, i due Allen, Mabbutt, il portiere Ray Clemence (che si ritirò proprio nel 1987, anno nel quale venne ceduto anche Glenn Hoddle). Anche Pleat lasciò, all’inizio della stagione 1987 a causa di problemi legati alla sua vita personale, e venne sostituito dall’ex giocatore Terry Venables, che aveva fatto miracoli al Crystal Palace e al Queens Park Rangers; El Tel terminò il campionato “ereditato” da Pleat al tredicesimo posto.

Venables iniziò la ricostruzione della squadra, che passò per Paul Gascoigne (acquistato dal Newcastle per 2 milioni di sterline), Paul Stewart, arrivato dal Manchester City per 1.7 milioni, entrambi acquistati nell’estate del 1988, e Gary Lineker, arrivato a Luglio 1989 dal Barcellona per 1.1 milioni. In campionato le cose andarono bene nel 1989/90, con un terzo posto finale che nuovamente non significò Europa, perchè le porte vennero sì aperte alle squadre inglesi per la prima volta dopo l’Heysel, ma si decise di farne partecipare solo una in UEFA (e dunque la seconda classificata) con la conseguente esclusione degli Spurs. La rivincita arrivò, dolce, l’anno successivo, con la vittoria dell’FA Cup contro il Nottingham Forest 2-1, certo, ma soprattutto per la semifinale, un 3-1 contro i rivali dell’Arsenal entrato nella storia del Tottenham come la Partita, il St. Hotspur Day (a cui come vedremo nel viaggio all’Emirates i tifosi Arsenal risponderanno…) con la doppietta di Lineker e il meraviglioso goal su punizione di Gazza Gascoigne. Intanto vennero alla luce problemi finanziari, che portarono alla cessione del club a Alan Sugar (con la partecipazione dello stesso Venables) e del trasferimento, rimandato e poi perfezionato a nel 1992, di Gascoigne alla Lazio. Venables assunse un ruolo dirigenziale, lasciando la panchina a Shreeves che dunque tornò così in sella a White Hart Lane. Il gallese raggiunse i quarti di finale di Coppa delle Coppe (eliminato dal Feyenoord) ma concluse il campionato con un deludentissimo quindicesimo posto, in quella che fu l’ultima stagione prima dell’era Premiership.

Gascoigne e Lineker celebrano la vittoria in semifinale sull’Arsenal (1991)

Shreeves venne sostituito da Doung Livermore e Ray Clemence; dal Nottingham Forest arrivò Teddy Sheringham, mentre dal Portsmouth venne acquistata la giovane stella Darren Anderton. La squadra terminò all’ottavo posto, e raggiunse la semifinale di FA Cup, stavolta persa (0-1) contro i rivali del Nord di Londra. I problemi però erano all’orizzonte; dapprima, la lite tra Venables e Sugar, il burrascoso divorzio, le cause che ne seguirono; in seguito, con la squadra, affidata a Osvaldo Ardiles, che terminava la stagione al quindicesimo posto, l’investigazione della Football Association su irregolarità finanziarie avvenute negli anni ’80, che portarono in un primo momento alla deduzione di 12 punti, una salatissima multa e il divieto di partecipare alla FA Cup, decisione poi annullata (salvo la multa, che salì a 1.5 milioni di sterline). In tutto ciò, Ardiles firmò Jurgen Klinsmann e Illie Dumitrescu, che si unirono a Darren Anderton, a Teddy Sheringham, a Nick Barmby nel formare un gruppo di giocatori offensivi di tutto rispetto, che tuttavia non contribuirono a portare il Tottenham oltre il settimo posto finale, prima del quale Ardiles venne licenziato per far posto a Gerry Francis (prima dell’arrivo del quale lo spettro retrocessione non era lontano). Arrivarono anche in semifinale di FA Cup, sconfitti 1-4 dall’Everton. Klinsmann tornò in patria (al Bayern), Sheringham partì, ma continuarono ad arrivare a White Hart Lane giocatori di classe assoluta come David Ginola e Les Ferdinand, ma nonostante ciò i risultati scarseggiavano e Gerry Francis venne sollevato dall’incarico prima del termine della stagione 1996/97, sostituito dallo svizzero Christian Gross che raggiunse la salvezza (tornò anche Klinsmann, in prestito).

Gross venne esonerato quasi subito, sostituito da una leggenda dell’Arsenal, George Graham che come facilmente intuibile non ebbe vita facile a White Hart Lane, nonostante una Coppa di Lega vinta nel 1999 e una semifinale di FA Cup persa lo stesso anno contro il Newcastle. Nel 2001 Sugar cedette il club all’attuale proprietario, Daniel Levy, mentre Sol Campbell, idolo dei tifosi, passò all’Arsenal in uno dei trasferimenti più criticati della storia Spurs (Campbell era svincolato). Gli anni 2000 sono stati segnati da alti e bassi, dall’esperienza deludente di Glenn Hoddle a quella dell’olandese Martin Jol che condusse gli Spurs a due quinti posti consecuitivi, fino allo spagnolo Juande Ramos, emblema di questa altalena di risultati culminati nella vittoria della Coppa di Lega del 2008 ma allo stesso tempo deludenti in campionato, che portarono all’esonero dell’ex Sevilla e alla nomina a manager di Harry Redknapp. Sotto la guida di Redknapp (2008 – ) il Tottenham è tornato a respirare aria di alta classifica, e nonostante nessun trofeo sia stato messo in bacheca (due semifinali di FA Cup perse) il cammino in Champions League (sconfitta ai quarti contro il Real Madrid) nel 2010/11 ha fatto riassaporare ai tifosi l’aria della massima competizione europea, giocata solamente in un’altra occasione, ovvero nel 1961/62 (sconfitta di misura in semifinale contro il Benfica poi campione). La squadra attuale può contare su giocatori del calibro di Gareth Bale, Luka Modric, Jermaine Defoe, Rafael Van der Vaart, Scott Parker, Aaron Lennon e altri che costituiscono un solido nucleo grazie a cui il Tottenham spera di tornare a vincere, a meno di cessioni che nel calcio odierno non sono mai da escludere.

Il cockerel che svetta sul tetto della Park Lane a White Hart Lane

Chiudiamo sfatando una leggenda che da sempre aleggia intorno al Tottenham: l’essere una squadra con una larga fanbase ebrea. Il Tottenham, come afferma tra gli altri pure un tifoso Arsenal come Nick Hornby nel suo libro, ha lo stesso numero di tifosi ebrei delle altre squadre; ma negli anni si è fatta largo questa leggenda (forse derivante dal fatto che alcuni dirigenti nei primi anni era di estrazione ebraica), che nel Mondo idiota come il nostro ha ovviamente portato a sentimenti antisemiti che han prodotto negli anni episodi e cori spiacevoli rivolti ai tifosi Spurs. Tifosi che han risposto, adottando, ebrei e non-ebrei, il nickname “Yids” (usato come dispregiativo dagli avversari) per parlare di loro stessi, dando vita così alla Yid Army e capovolgendo l’insulto originale. Girando intorno a White Hart Lane vi capiterà di vedere bancarelle che vendono magliette con la stella di David per esempio, o su Twitter noterete come molti tifosi Spurs nel nick utilizzino la parola yid (o il femminile yidette). La fanbase attuale è molto multietnica, come è logico che sia a Tottenham, una delle zone dove il noto melting pot della Capitale raggiunge vette incontrastate (qualsiasi etnia è rappresentata, ed è divertente come a pochi passi da White Hart Lane voi possiate trovare un bar turco dove i tifosi guardano giocare il Fenerbahce con tanto di maglietta addosso). Bene, è tempo di salutare il Tottenham, la prima delle tre “grandi” londinesi che incontriamo nel nostro viaggio. Cose da dire che ne sarebbero tantissime, e molto probabilmente in futuro riprenderemo alcuni argomenti per approfondirli (il discorso varrà anche, lo anticipiamo, per Arsenal e Chelsea), l’importante era fare un sunto della storia di una squadra che ha visto negli anni giocare nelle sue file giocatori di classe assoluta, che si è fatta un nome di squadra dal bel gioco proprio per questo e che ha raccolto forse meno di quanto avrebbe potuto fare. L’importante è che il cockerel continui a svettare, lassù, vigile su White Hart Lane, a osservare giocare, per usare le parole di Bill Nicholson, “in the Tottenham way“.

Prossima tappa poco più a sud, va a trovare l’Arsenal.

Bill Nicholson

Records

  • Vittoria più larga: 13-2 v Crewe Alexandra (FA Cup, 3 Febbraio 1960)
  • Sconfitta più larga: 0-7 v Liverpool (Division One, 2 Settembre 1978)
  • Maggior numero di spettatori: 75.038 v Sunderland (FA Cup, 5 Marzo 1938)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Steve Perryman, 655
  • Maggior numero di goal in campionato: Jimmy Greaves, 220

Trofei

  • Division One: 1950/51, 1960/61
  • F.A. Cup: 1901, 1921, 1961, 1962, 1962, 1967, 1981, 1982, 1991
  • League Cup: 1971, 1973, 1999, 2008
  • F.A. Charity Shield: 1921, 1951, 1961, 1962, 1967, 1981, 1991
  • Coppa delle Coppe: 1962/63
  • Coppa U.E.F.A.: 1971/72, 1983/84

Rivali: Arsenal, Chelsea, West Ham

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Londra (prima parte)

Seconda tappa nel giro di due mesi Oltremanica per me e Pierpaolo, con la gradita compagnia di un altro nostro amico che abbiamo coinvolto e trascinato nel nostro pazzo amore per il calcio inglese. A differenza di Manchester si tratta di un viaggio più ragionato, più programmato, organizzato con il cuore da tifosi Tottenham quali siamo che nasce verso la fine del 2011, scorrendo il calendario della Premier per trovare una partita abbordabile (trovare i biglietti a White Hart Lane è davvero dura) e cercando al contempo di far combaciare i vari impegni personali. Identifichiamo subito una data e una partita che per noi ha un certo fascino, almeno per me: 17 marzo, Tottenham – Stoke City, il ritorno di Peter Crouch a White Hart Lane. Ovviamente, essendoci mossi in largo anticipo, non abbiamo ancora in mano il calendario tv e quindi speriamo in una magica combinazione che ci permetta di fare il double, cioè di vederci una partita al sabato ed una alla domenica, operazione che sarebbe possibile con la qualificazione dello Stoke in Europa League. Speranzosi, aspettiamo la data di inizio vendita dei biglietti e, con qualche patema, riusciamo a metter mano su 3 preziosi tagliandi in north stand, in posti purtroppo non vicini dato che lo stadio è sostanzialmente esaurito. Ma poco ci importa, lo Stoke esce dall’Europa League e ci rassegnamo all’idea di non fare il double a Londra, ma non vuol dire che non si possa fare: il calendario per la domenica propone i Wolves in casa e l’Aston Villa in casa e sia Wolverhampton, sia Birmingham sono facilmente raggiungibili in treno da Londra a poco prezzo. Si stava delineando quindi un programma pazzissimo, con Tottenham al sabato e trasferta per la domenica al Villa Park (molto conveniente in treno da Londra). Carichissimi prenotiamo albergo ed aereo quando arriva la doccia gelata: nel weekend prescelto da noi sono previsti i quarti di finale di FA Cup, con Spurs e Stoke ancora in gioco e quindi la nostra partita diventa passibile di rinvio. Panico, che diventa terrore con il passaggio del turno dello Stoke: match ufficialmente rinviato e noi ci ritroviamo con 3 biglietti di una partita che non potremo mai vedere. Non ci perdiamo d’animo, quel sabato propone comunque molte partite di Championship e qualcosa vedremo, ci diciamo; nel frattempo il Tottenham va al replay con lo Stevenage e il Chelsea con il Birmingham. La luce la vediamo il giorno dei sorteggi dei quarti di finale: la vincente tra Tottenham e Stevenage va in casa il 17 marzo contro il Bolton mentre la vincente di Birmingham-Chelsea il giorno dopo ospiterà il Leicester. Si apre la possibilità di un clamoroso double di quarti di finale di FA Cup per noi e la cosa ci prende da matti. Incredibilmente le cose vanno come devono andare: il Tottenham batte lo Stevenage ed il Chelsea vince a Birmingham. Abbiamo le due partite! Il tempo è pochissimo perchè mancano 10 giorni alla partenza e non abbiamo i biglietti: i primi ad essere messi in vendita sono quelli di Chelsea-Leicester e puntuali non manchiamo all’appello riuscendo ad acquistare, a 30 sterline l’uno, 3 biglietti di West Stand Lower Tier piuttosto centrali, sostanzialmente in posizione perfetta. Inutile dirvi però che tutte le nostre speranze sono incentrate sugli Spurs, i quali, tra le altre cose, ci hanno comunicato che data la nostra impossibilità di recarci a Tottenham-Stoke ci hanno rimborsato i soldi per i biglietti, per la nostra gioia e, soprattutto, sorpresa. Il lunedì prima della partenza, fissata per venerdì 16 marzo, inizia la general sale e riusciamo a comprare 3 biglietti in West Stand, all’altezza dell’area di rigore, in ottava fila. Sì, in ottava fila, praticamente in campo. Nonostante le difficoltà, ce l’abbiamo fatta!

White Hart Lane visto dalla strada

Con i biglietti Spurs comodamente in tasca (e-ticket, spediti via mail e comodamente stampabili a casa) prendiamo il fatidico aereo per Londra, anche qui non senza difficoltà per problemi personali di chi vi scrive, e raggiungiamo la nostra meta. L’atterraggio è a Gatwick, zona sud londinese, praticamente a Crawley (la squadra di League Two che fa sempre miracoli in FA Cup) e quasi in territorio Crystal Palace (il cui stadio è facilmente visibile durante il trasferimento Gatwick-Londra); l’albergo lo abbiamo preso nella zona più ricca di stadi a Londra: Hammersmith and Fulham, ove si trovano Loftus Road, Craven Cottage e Stamford Bridge. Le prime ore londinesi le viviamo io e Pierpaolo, con Marco che arriva da Roma solamente in tarda serata: facciamo il classico giro per riprendere confidenza con l’atmosfera della città, che entrambi ben conosciamo. L’aria londinese comunque è ancor più speciale del solito per la festa di San Patrizio il giorno dopo e Inghilterra-Irlanda a Twickenham: invasione irlandese e Guinness ovunque. La vera vacanza calcistica inizia il sabato mattina, dopo un breve giro turistico per i punti più caratteristici di Londra: l’inizio è sancito dal pellegrinaggio quasi mistico da Lillywhites, autentica mecca dell’appassionato di calcio. Per chi non lo conoscesse, Lillywhites è un negozio di sport a Piccadilly Circus che vanta un intero piano dedicato a calcio e rugby nel quale si possono trovare tutte le maglie della Premier, buona parte delle maglie di Championship e del resto del mondo oltre al merchandising di molte squadre di calcio, rugby e della nazionale. Un vero e proprio paradiso dove la carta di credito perde soldi nel solo momento in cui ci metti piede perchè vorresti comprare tutto. Inutile dirvi che in Italia non esiste niente del genere, soprattutto dal punto di vista dei prezzi: costa di meno lì una maglia originale di una squadra italiana che in Italia! E soprattutto fa strano trovare le maglie home and away del Grosseto (sì, il Grosseto!) in uno store a Londra quando da noi è già difficile trovare a Grosseto. Sostanzialmente un altro mondo ed un altro modo di concepire il merchandising. Carichi di borse facciamo anche una puntatina a caccia di dvd sportivi negli store locali e ne usciamo più che soddisfatti (mi son portato a casa il dvd col meglio di Match of the day degli anni 60-70-80, un must!) prima di rientrare in albergo e cominciare la preparazione alla partita. Rinfrescata, vestizione, sciarpe e siamo pronti! White Hart Lane è abbastanza fuori Londra, nella zona nord-est e raggiungerlo, per quanto sia facile, non è così comodo: una volta raggiunta la fermata della metro di Seven Sisters, bisogna prendere un treno che ferma alla stazione di White Hart Lane, a 5 minuti di cammino dallo stadio. Dal centro sono circa 40-45 minuti di viaggio: man mano ci avviciniamo al quartiere, spuntano ovunque sciarpe e maglie del Tottenham. Dal treno, poco prima di arrivare a WHL, si intravede parte dello stadio e lì iniziamo ad emozionarci. Scendiamo e ci incamminiamo assieme a tutti gli altri tifosi: a differenza di Manchester, ci sentiamo parte integrante della folla proprio per il nostro tifo ed è bellissimo vedere un quartiere “dimenticato”, tristemente noto per le rivolte della scorsa estate, prendere vita e colore di sabato pomeriggio. Avete presente la scena di febbre a 90 con il bimbo che scende alla fermata di Highbury? Immaginatevi una scena simile, con noi al posto del bimbo e i colori Spurs al posto di quelli Arsenal. Momenti unici. L’avviciniamento allo stadio è quasi religioso, le foto si sprecano e per prima cosa individuiamo gli store per comprarci la maglia: finalmente, dopo 2 anni, mi prendo la tanto agognata maglia di Gareth Bale mentre Pierpaolo praticamente si compra il negozio intero. Poi, dato il largo anticipo, intraprendiamo il tour a piedi dello stadio, girando tutti e quattro gli stand dall’esterno. Struttura semplice quella di White Hart Lane, storica direi. Riusciamo tranquillamente a girare anche nella zona del settore ospiti, dove non esistono poliziotti in assetto anti-sommossa nè scontri, nè alcun segno di tensione.

L'ingresso ufficiale di White Hart Lane

I tifosi del Bolton ci sono, sono arrivati in pullman passando tranquillamente nelle strade del quartiere senza che volasse una bottiglia o un sasso con i loro vessilli; anzi, si notavano anche parecchi ragazzini, cosa che fa sempre piacere. L’atmosfera è abbastanza festosa, la possibilità del viaggio a Wembley galvanizza i tifosi Spurs e noi, dopo le foto di rito davanti all’ingresso ufficiale dello stadio, entriamo. Nessun problema alla perquisizione e facciamo la conoscenza (o, meglio, Pierpaolo e Marco fanno la conoscenza visto che io già ci ero stato) dei tornelli di White Hart Lane: manuali, come da calcio inglese che non c’è più, con l’addetto del club che dentro un minuscolo gabbiotto controlla il biglietto e fa scattare il meccanismo di rotazione del tornello, che ha la caratteristica di essere piccolissimo e strettissimo. Sembra davvero di fare un salto negli anni 70-80, affascinante. Andiamo subito a prendere posto e la visuale è semplicemente pazzesca: siamo praticamente in campo e siccome manca ancora un’oretta all’inizio della partita, abbiamo la fortuna di avere davanti a noi lo studio di ESPN pre-partita, con Kevin Keegan lì a pochi metri da noi e soprattutto la FA Cup, il trofeo in palio, esposta a pochissimi metri da dove siamo seduti. Inutile dirvi che le macchine fotografiche hanno funzionato a meraviglia e il contributo fotografico è ben maggiore di quanto vedrete in questo articolo (molto di più potete vedere sugli account facebook mio e di Pierpaolo).

Lo spettacolo dai nostri posti

L’attesa per noi è spasmodica, pian piano White Hart Lane si riempie, ma è ancora semivuoto quando entrano i giocatori per il riscaldamento. Vedere i vari Bale, Cudicini, Van Der Vaart, Modric, Parker a pochissimi metri da noi è un’emozione forte, riesci ad apprezzare ogni singolo istante del pre-partita. Al momento dell’ingresso in campo lo stadio è quasi pieno, rimangono alcuni buchi nei settori più in alto e angolati, ma tutto sommato lo stadio sarà pieno al 90%: l’atmosfera si fa elettrica, il pubblico è caldo e l’ingresso in campo non fa altro se non aumentare le urla e i cori pro-Spurs, che si alzano fortissimi al fischio d’inizio. Anche i tifosi del Bolton si fanno sentire ed esplodono di gioia dopo pochissimi minuti, quando proprio davanti a noi Petrov batte il corner che si trasforma nel vantaggio degli ospiti. La partita è vibrante, il ritmo è altissimo e il Tottenham ci fa esplodere di gioia poco dopo col pareggio di Walker, rendendo la sfida ancor più combattuta.

Lo studio di ESPN davanti a noi...riconoscete Kevin Keegan

Poi….poi succede quello che tutti ormai saprete. Ripercorrere quei momenti non è assolutamente facile, perchè c’eravamo, perchè l’abbiamo vissuta dal vivo con l’angoscia di ogni altro singolo spettatore di White Hart Lane e dei giocatori in campo. Personalmente non ho visto il momento in cui Fabrice è crollato a terra, abbiam visto la palla uscire e Modric rendersi conto della gravità della situazione e chiamare a gran voce i soccorsi, il tutto nel silenzio più totale, rotto solamente dai cori di incitamento di tutto lo stadio per Muamba. Da medico quello che mi ha lasciato più stupefatto in assoluto è l’assoluta compostezza e l’organizzazione certosina dei soccorsi: il tutto si è svolto nella maniera più tranquilla ed efficace possibile nel momento più drammatico. Durante quei lunghissimi minuti dalla parte del pubblico che vedeva direttamente i soccorsi si levavano degli applausi di incoraggiamento, che all’inizio traevano in inganno facendo pensare a dei segni di vita del giocatore. Nulla invece e dopo quelli che saran stati una decina di minuti Muamba veniva portato fuori dal campo e successivamente in ospedale tra gli applausi e i cori del pubblico. In campo le facce sono totalmente sconvolte e proprio dalle facce dei giocatori si capiva la gravità della situazione: buona parte del pubblico si riversa su twitter alla ricerca di notizie da chi stava vedendo la partita in tv, l’arbitro sospende la partita non appena Muamba viene portato in ospedale e i giocatori rientrano negli spogliatoi. Davanti a noi ci sono i broadcaster di ESPN, che fanno capire come la situazione non sia grave, sia gravissima. Non ci siamo nemmeno lontanamente sognati di provare a documentare con foto o video quei bruttissimi momenti, le facce attorno a noi erano tutte preoccupate e terrorizzate. Ci accorgiamo di avere, nel box dietro di noi, Aaron Lennon: non abbiamo nemmeno la forza di fotografarlo o fargli un cenno, s’è persa proprio la voglia e anche la sua faccia era letteralmente sconvolta. Arriva dopo pochi minuti dalla sospensione l’annuncio che la partita non sarebbe più ripresa e vengono dati gli avvisi su come lasciare lo stadio. L’evacuazione avviene in un silenzio surreale con una compostezza che mai avevo visto in uno stadio. Ordinatamente abbandoniamo lo stadio e a forza di cercare informazioni scarichiamo letteralmente le batterie dei telefonini…come noi ogni altro spettatore del match. Regna il silenzio anche in strada, sembra quasi più una processione religiosa che l’uscita dallo stadio. Di notizie su Muamba ne arrivano poche, ma fortunatamente sapete tutti come poi le cose si siano risolte nel migliore dei modi, come per miracolo. Noi ci rimettiamo in coda per prendere il treno di ritorno e ci tengo a sottolineare una notevole differenza con l’Italia, con la realtà che conosco meglio di tutte: a Milano dopo le partite del Milan l’accesso alla metrò è un macello. A White Hart Lane tutti in fila ordinatamente, con qualche poliziotto che regola l’accesso alla stazione secondo la capienza del treno in arrivo: nessuno prova a sorpassarti, nessuno spinge nonostante la fila raggiunga i 4-500 metri di lunghezza. Pian piano ci avviciniamo al treno e personalmente sono due i momenti che mi colpiscono di più in questo triste ritorno verso il centro di Londra: il primo è lo scorgere un pub turco nel quale stanno proiettando una partita live del Fenerbahce che proprio in quel momento segna e il pub sostanzialmente esplode di gioia, con i tifosi turchi all’interno ignari del dramma che si era consumato a pochissimi metri da loro. Erano lì, esultanti e sinceramente felici per il gol che istintivamente non puoi non essere contento per loro che si stanno vivendo la loro partita e la loro passione. Il secondo invece avviene sulla banchina della stazione, nel momento dell’attesa del treno: un ragazzo inglese, sui 30 anni, tifoso del Tottenham lancia un piccolo coro ed un applauso per Muamba: beh, vi assicuro che sentire tutta la banchina intonare il coro e stringersi in un applauso è stata una scena veramente, ma veramente toccante. Il tutto nella maniera più spontanea possibile e questo è quello che rende ancor più unico questa visione e questo modo di vivere il calcio. Nel tristissimo rientro verso il centro città arrivano le prime notizie positive per Fabrice: finalmente si può tirare un sospiro di sollievo e possiamo goderci la nostra serata londinese senza quell’angoscia provata in quegli attimi terribili. Serata londinese che per la cronaca si conclude, da buoni appassionati di calcio, con l’accoppiata Match of the day e Football league show. Un must, che serve per accompagnarci tra le braccia di Morfeo e portarci direttamente al secondo grande appuntamento del nostro weekend, al quale sarà dedicata la seconda parte dello speciale.

L'immagine più bella di White Hart Lane...prima del fischio d'inizio

Tottenham Hotspur 1960/1961: la stagione del double

Una parola che è entrata nel vocabolario calcistico italiano è “triplete”, dopo che l’Inter di Mourinho ha vinto Champions, Campionato e Coppa Italia; non capirò mai perchè usare una parola straniera quando ne esiste una italiana equivalente, ma tant’è. Se non altro gli inglesi la pensano come me, e il “treble” è tale e non diventa “triplete” nella lingua di Sua Maestà. Treble e double. Il Treble, l’unico della storia del calcio inglese, lo realizzò il Manchester United nel 1999, il double è avvenimento leggermente più frequente invece: l’ultimo è opera del Chelsea targato Ancelotti, 2010. Il primo double della storia lo realizzò invece il Preston North End (una squadra storica se ce n’è una, almeno nel mio immaginario anglocalcistico) nel 1889, seguito dall’Aston Villa che realizzò l’impresa nel 1897; poi più niente per molti anni, fino al 1961, l’anno che prenderemo in considerazione in questo post.

Dunque, come avrete capito si parla di double e si parla di 1961, il primo double del novecento. Manca la protagonista dell’impresa in questione, che non abbiamo ancora citato: il Tottenham Hotspur. Il Tottenham, come ama definirsi, è un club of firsts: prima – e unica – squadra a vincere la F.A. Cup da non appartenente alla Football League (come ricordato nel mio primo post), prima squadra inglese a vincere una coppa europea, e appunto prima squadra del novecento a realizzare il double. Ripercorriamo dunque quella stagione magnifica per il club del nord di Londra.

Il Tottenham in posa con i due trofei vinti nel 1961

Il Tottenham arrivò alla stagione 1960/1961 reduce da un terzo posto in First Division, due punti alle spalle dei campioni del Burnley; la convinzione nel manager Bill Nicholson di poter vincere il titolo ricevette da quella campagna, seppur conclusasi negativamente, un impulso decisivo. In estate venne escluso dai titolari l’esterno destro Terry Medwin e Cliff Jones, abituale esterno sinistro, venne spostato a destra e venne inserito nella formazione tipo la piccola ala Terry Dyson; venne acquistato John Smith dal West Ham, con l’intenzione di sostituire il mitico capitano Danny Blanchflower, centrocampista difensivo dal grande senso tattico reduce da prestazioni non certo eccellenti, che gli costarono la panchina già durante la stagione 1958/1959, con tanto di richiesta di trasferimento inoltrata alla società, salvo tornare sui suoi passi quando Nicholson decise di reinserirlo nell’11 titolare. Una formazione che vedeva inoltre da un anno la presenza in campo di Les Allen, un attaccante riserva del Chelsea acquistato da Nicholson in cambio del Nazionale inglese Johnny Brooks, talentuoso ma incostante. Una cosa importante qui da sottolineare è lo schieramento, un ancora poco moderno 2-3-5 sulla carta, lontano dalle successive soluzioni che verranno adottate (l’anno dopo gli Spurs passarono a un più congeniale, ai nostri occhi, 4-4-2). Sostanzialmente però si trattava già di un 4-4-2 o 4-2-4.

La stagione cominciò nel migliore dei modi, con una serie di 11 partite vinte consecutivamente che lanciarono il Tottenham in vetta alla classifica, davanti allo Sheffield Wednesday. Il primo passo falso arrivò ad Ottobre, con il pareggio 1-1 contro il Manchester City a White Hart Lane. La fiducia negli Spurs da parte della stampa non era a livelli eccezionali, tanto che bastò quel pareggio per far nascere nei mezzi d’informazione i primi dubbi sulla squadra di Nicholson, nonostante il tabellino della partita registrasse 39 tiri in porta dei padroni di casa a fronte dei soli 9 tentativi dei Citiziens, sintomo di un dominio pressochè totale. La reazione fu immediata, con una vittoria netta per 4-0 sul campo del Nottingham Forest, seguita dalle vittorie risicate in quel di Newcastle (4-3) e sul Cardiff (3-2) e dal successo rotondissimo in casa contro il Fulham (5-1). Ma mentre il Tottenham sembrava lanciatissimo verso un titolo che a White Hart Lane mancava ormai da 10 stagioni, arrivò la sconfitta a Hillsborough proprio contro quello Sheffield Wednesday che fino a quel momento sembrava (e come vedremo, sarà) la rivale più accreditata degli Spurs: un 1-2 che fece nuovamente nascere dubbi circa la reale forza della squadra, nonostante un abbondante margine sulla seconda: si trattava infatti di uno scontro diretto, e la sconfitta avrebbe potuto significare per gli uomini di Nicholson perdere fiducia nei propri mezzi. Ma le cassandre che anche questa volta aleggiavano intorno agli Spurs si sbagliavano: la reazione fu strepitosa, con il malcapitato Birmingham City schiantato a White Hart Lane per 6-0 e la vittoria esterna (3-1) sul campo del West Bromwich Albion. Il girone di andata – ma è meglio dire le prime 21 partite, perchè come accade sempre il calendario inglese tende a sconvolgere l’ordine naturale delle partite – si concluse con un rocambolesco 4-4 contro i campioni in carica del Burnley e un 1-0 esterno sul campo del Preston North End, che portarono gli Spurs a 38 punti; nel mentre, lo Sheffield Wednesday perdeva colpi, favorendo la rimonta di Wolverhampton, dello stesso Burnley e dell’Everton, prossima avversaria del Tottenham a Goodison Park.

Bill Nicholson, il manager

La partita si svolse nella nebbia di Liverpool, con l’Everton ad attaccare per i primi 35 minuti a testa bassa, non trovando tuttavia la via della rete (nonostante due occasioni nitide, sprecate da Derek Temple e Frank Wignall, e venendo invece punito da White al 36′ e da Dyson due minuti dopo. Il secondo tempo si aprì tra la sempre più fitta nebbia con il goal dell’Everton, che diede speranze ai Toffees, speranze rese nuovamente vane dal goal di Mackay che fissò il risultato sul 3-1 finale. Il Tottenham dimostrò la propria forza con quella vittoria e diede un impulso praticamente decisivo alla sua rincorsa al titolo. Nelle settimane successive a ridosso del Natale venne sconfitto per due volte il West Ham (2-0 e 3-0 al Boleyn Ground), e il Blackburn dovette cedere per 5-2 a White Hart Lane, una serie positiva che condusse gli Spurs al terzo turno di F.A. Cup, in casa contro il Charlton. La partita si rivelò più difficile del previsto, con il Tottenham vittorioso solamente per 3-2, un risultato però confortante se paragonato a incredibili sconfitte subite nello stesso turno da squadre favorite, come tra le altre la sconfitta casalinga 1-2 del Chelsea contro il Crewe Alexandra. In campionato invece gli Spurs subirono la seconda sconfitta, un netto 2-0 a Old Trafford contro il Manchester United, una sconfitta affievolita però dai risultati di Sheffield Wed e Burnley (Aston Villa-Everton venne rimandata causa maltempo) e, con qualche giorno di ritardo, dalla successiva partita. A White Hart Lane, davanti a 65.251 spettatori, arrivò l’Arsenal, per un derby del Nord di Londra di cruciale importanza: un derby che si aprì con il goal dell’Arsenal (Henderson), ma che vide dilagare gli Spurs, che si aggiudicarono la partita per 4-2. Ormai sembrava chiaro, quella squadra aveva una marcia in più e pareva inarrestabile, prima con 8 punti di vantaggio sul Wolverhampton, unica seria candidata a contendere il titolo al Tottenham in quel momento.

Se in campionato le cose andavano bene, lo stesso si può dire per l’F.A. Cup, dove il sorteggio accoppiò gli Spurs al Crewe Alexandra, vittorioso come ricordato a Stamford Bridge nel turno precedente. Le speranze per i rossi del Cheshire di mietere un’altra vittima illustre furono però annichilite dalla prestazione degli Spurs, che trionfarono per 5-1 (va detto che l’anno prima la stessa partita terminò 13-2), accedendo così al quinto turno. Gli uomini di Nicholson tornarono quindi a concentrarsi sul campionato, dove però, a sorpresa, vennero sconfitti in casa, 2-3, dal Leicester City (tenete a mente questa squadra..); ma come ci ha insegnato fin qui la stagione degli Spurs, dopo un passo falso segue sempre un trionfo, e anche stavolta fu così, con la vittoria esterna a Villa Park per 2-1 che anticipò il quinto turno di F.A. Cup, dove infatti Aston Villa e Tottenham dovettero di nuovo affrontarsi, sempre a Birmingham. Con la vittoria al Villa Park il Tottenham divenne la squadra che raggiunse più velocemente i 50 punti con il sistema dei 2 punti a vittoria. Dicevamo dell’F.A. Cup, stessa partita, e stesso finale: anche in questo caso fu infatti una vittoria Spurs, un secco 2-0 con le firme di Neal (autogoal) e Jones. In campionato l’1-1 casalingo contro il Wolverhampton fu seguito dall’affermazione per 1-0 a Maine Road, casa del Manchester City. Febbraio terminò con gli Spurs avanti 9 lunghezze sullo Sheffield Wednesday (ritornato prepotentemente in corsa e con una partita da recuperare) e 10 sugli stessi Wolves, mentre le altre squadre sembravano ormai tagliate fuori dalla corsa al titolo.

Il tradizionale giro in autobus con i trofei

Si aprì dunque Marzo, e si aprì con il sesto turno di F.A. Cup che metteva il Tottenham di fronte al Sunderland in casa dei Black Cats. La partita terminò a sorpresa 1-1, rendendo necessario il replay che si giocò 4 giorni dopo a Londra; un replay che non ebbe storia e vide la netta vittoria per 5-0 della squadra di casa, supportata nell’occasione da una folla di 64.797 spettatori. Se in F.A. Cup le cose andavano benissimo, in campionato non fu così. Alle sconfitte a Cardiff (3-2) e in casa contro il Newcastle (1-2) non bastò rispondere con la sonora vittoria 4-2 contro il Chelsea a White Hart Lane (intervallata da uno scialbo 0-0 contro il Fulham) per tenere lontano lo Sheffield Wednesday, che si riportò, a fine mese, a ridosso degli Spurs (3 lunghezze separavano le due squadre) e che era ormai chiaro fosse l’avversario da battere per mettere le mani sul trofeo di campioni d’Inghilterra. Le notizie positive arrivavano però dalla coppa: durante il periodo nero in campionato, infatti, il Tottenham disputò la semifinale di F.A. Cup, a Villa Park (storico campo “da semifinale”) contro il Burnley, vincendola per 3-0 e guadagnandosi così l’accesso alla finale da disputare a Wembley contro il Leicester City, che eliminò lo Sheffield United (0-0 a Stamford Bridge, 2-0 nel replay giocato a Birmingham). Il Tottenham mancava dalla finale da 40 anni, dal lontano 1921 quando un goal di Jimmy Dimmock stese il Wolverhampton e diede la vittoria ai londinesi.

Il Tottenham arrivò dunque al mese decisivo, Aprile, con l’entusiasmo dovuto al raggiungimento della finale ma allo stesso tempo le preoccupazioni per la cattiva forma in campionato. Preoccupazioni che si rivelarono, alla luce dei fatti, infondate: il mese si aprì con l’affermazione 5-0 sul Preston North End, seguita dalla vittoria per 3-2 a Stamford Bridge contro il Chelsea e dalla vittoria, sempre esterna e sempre per 3-2, in casa del Birmingham City. Un filotto di quattro vittorie consecutive (va infatti ricordato il 4-2, sempre contro il Chelsea, che chiuse il mese di Marzo) che condusse gli Spurs a quella che era la Partita: Tottenham-Sheffield Wednesday, di scena a White Hart Lane Luned’ 17 Aprile 1961. In caso di vittoria infatti gli Spurs si sarebbero consacrati Campioni d’Inghilterra per la seconda (e, come sappiamo noi oggi, ultima) volta nella loro storia. La partita cominciò tuttavia con una doccia freddissima per i 61.000 presenti a The Lane: gli Owls passarono infatti in vantaggio con la rete di Don Megson. Ma tre minuti prima del fischio di fine primo tempo, arrivò il pareggio Spurs, ad opera di Smith; e un minuto dopo il goal di Les Allen (da una punizione calciata da Danny Blanchflower) spedì in paradiso il pubblico lilywhites. La partita non vide altri sconvolgimenti, e al fischio finale il capitano Blanchflower, tutt’altro che finito come si pensava a inizio stagione e vincitore del premio di Giocatore dell’Anno, potè alzare al cielo di Londra il trofeo, non prima però che la folla invadesse il campo al grido “WE WANT DANNY”. Il campionato terminò con le ormai ininfluenti sconfitte (4-2 a Burnley, 2-1 contro il West Bromwich) e con la vittoria 1-0 contro il Nottingham Forest. L’attenzione degli Spurs era ormai tutta rivolta alla finale di F.A. Cup del 6 Maggio contro il Leicester.

Blanchflower con il trofeo di Campioni d'Inghilterra

Bill Nicholson sapeva che la condizione fisica dei suoi era precaria, e sapeva anche che lo sforzo psico-fisico necessario per vincere il titolo avrebbe influito sulla sua squadra. Decise pertanto di rinunciare a quel calcio fatto di velocità che tanto aveva fatto divertire i tifosi lungo tutto l’arco della stagione a favore di una tattica più conservativa, che invogliasse il Leicester ad attaccare in modo da stancarlo e colpirlo; e in effetti, dopo 5 minuti di dominio Spurs, i Foxes presero il campo, con il Tottenham deciso a contenerli e ripartire. La prima svolta della partita avvenne per un fatto casuale: Les Allen e Len Chalmers si scontrarono, e mentre Allen si rialzò quasi immediatamente, il giocatore del Leicester dovette rimanere lontano dal campo per più tempo, non potendo essere sostituito perchè…fino al 1963/1964 le sostituzioni erano vietate. Rientrò pertanto in campo in condizioni tutt’altro che ottimali. La partita si sbloccò al 66′, quando, dopo che Blanchflower intimò ai suoi compagni di squadra di salire vedendo il Leicester in difficoltà, Smith mise il pallone alle spalle del portiere avversario, un tal Gordon Banks di cui avrete certamente sentito parlare. Al 75′ Dyson, il piccolo Dyson, segnò il 2-0 su un colpo di testa da cross di Smith, dopo che Chalmers, ancora malconcio, perse un pallone regalando il possesso agli Spurs. La partita non ebbe nient’altro da dire e Blanchflower potè così alzare il secondo trofeo nel giro di qualche settimana, questa volta nel prestigioso palcoscenico di Wembley davanti a 100.000 spettatori.

Blanchflower con la F.A. Cup

Si concludeva così una stagione irripetibile per il Tottenham, e per molte altre squadre che non hanno mai avuto modo di compiere il double. Una squadra, quel Tottenham, che giocava un calcio spettacolare e divertente, allenata da un grande manager come Bill Nicholson (a cui è intitolata la via in cui sorge White Hart Lane, tanto per capirne l’importanza) e capitanata in campo da Danny Blanchflower, un giocatore magari non famosissimo a livello internazionale (e in questo giocare nell’Irland del Nord non lo aiutato certamente) ma indimenticabile per i tifosi Spurs, tanto che il Times nel 2009 lo ha eletto greatest player in Tottenham history. Come ebbe modo di scrivere il giornalista John Arlott “Not all champions have been recognised at the true bar of footballing judgement – the opinion of those who play against them. Others, again, received only grudging assent because the manner of their achievement did not measure up to the eminence of their position.”

“The Tottenham Hotspur side if 1960-61, however, made friends on all levels – on delighted terraces, among the critics (applause from the press box is frownded upon as undignified, but this team moved some very hard reporters to unchecked admiration) and the best of players and managers. Footballing Britain realises that no other team is so fitting to be ‘England’ in the coming European Cup.”

La squadra che affrontò il Leicester

1. Bill Brown (GK) 2. Peter Baker 3. Ron Henry 4. Danny Blanchflower (C) 5. Maurice Norman 6. Dave Mackay  7.Cliff Jones 8.John White 9. Bobby Smith 10. Les Allen 11. Terry Dyson Manager Bill Nicholson

La classifica finale del campionato

P W D L G GA Pts
1 Tottenham Hotspur 42 31 4 7 115 55 66
2 Sheffield Wednesday 42 23 12 7 78 47 58
3 Wolverhampton Wanderers 42 25 7 10 103 75 57
4 Burnley 42 22 7 13 102 77 51
5 Everton 42 22 6 14 87 69 50
6 Leicester City 42 18 9 15 87 70 45
7 Manchester United 42 18 9 15 88 76 45
8 Blackburn Rovers 42 15 13 14 77 76 43
9 Aston Villa 42 17 9 16 78 77 43
10 West Bromwich Albion 42 18 5 19 67 71 41
11 Arsenal 42 15 11 16 77 85 41
12 Chelsea 42 15 7 20 98 100 37
13 Manchester City 42 13 11 18 79 90 37
14 Nottingham Forest 42 14 9 19 62 78 37
15 Cardiff City 42 13 11 18 60 85 37
16 West Ham United 42 13 10 19 77 88 36
17 Fulham 42 14 8 20 72 95 36
18 Bolton Wanderers 42 12 11 19 58 73 35
19 Birmingham City 42 14 6 22 62 84 34
20 Blackpool 42 12 9 21 68 73 33
21 Newcastle United 42 11 10 21 86 109 32
22 Preston North End 42 10 10 22 43 71 30

Ah, il capocannoniere fu Jimmy Greaves, del Chelsea, con 44 goal. Un nome che i tifosi del Tottenham impareranno a conoscere presto…