Glory, glory Wolverhampton! La storia dei Wolves

Wolverhampton_Wanderers

Wolverhampton Wanderers Football Club
Anno di fondazione: 1877
Nickname: the Wolves
Stadio: Molineux, WolverhamptonCapacità: 31.700

Chissà cosa avrà pensato Billy Wright quel giorno, quel dannato giorno. 24 Novembre 1986, FA Cup. Siamo al terzo replay perchè due non erano bastati per decidere il vincitore. Da una parte il glorioso Wolverhampton Wanderers, caduto in disgrazia e da qualche mese in Fourth Division, dall’altra il Chorley, piccolo club di una cittadina del Lancashire. Sulla carta, Fourth Division o no, non ci sarebbe storia. Ma quel dannato giorno vinceranno quelli del Lancashire 3-0 in una partita che diventerà e resterà per sempre il punto più basso nella storia dei Wolves. Out of darkness cometh light, recita il motto cittadino. Dalle tenebre, la luce. Dopotutto la luce arrivò anche in quel caso, merito soprattutto di quel Graham Turner che sedeva già in panchina a Chorley e che risolleverà le sorti del club, aiutato da un ragazzotto locale col vizio del goal. Ci arriveremo. Ma ci sembrava giusto partire da qui, dal punto più basso. In modo che il resto della storia sembrerà ancora più grandioso di quel che in effetti è già, perchè il Wolverhampton Wanderers è tra le dieci squadre più importanti d’Albione, in un Paese che ha 92 squadre professionistiche di cui il 90% con un passato quantomeno da rispettare, se non da venerare in alcuni casi. Mica poco. La classica nobile decaduta, per dirla con termine usato e abusato. No, i Wolves con la Fourth Division non c’entravano nulla, eppure vi erano finiti e se questo è the Beautiful Game bisogna rispettarne le decisioni, anche a malincuore.

Il Molineux come dovrebbe diventare a lavori completati

Il Molineux come dovrebbe diventare a lavori completati

Qui il calcio arrivò prima che altrove. Proletariato urbano, a due passi da Birmingham, e poi the Black Country, la terra nera, nera come il carbone e il fumo delle fabbriche, nera come le facciate degli edifici che quel fumo se lo vedevano sputato in faccia, nera come la pelle di chi ha passato una vita in miniera. Gente tosta dall’animo nobile. Non furono però i lavoratori di un’azienda a fondare il club, nè l’iniziativa di un lungimirante imprenditore. L’atto che diede vita al club è uno dei più romantici del calcio inglese. Macchina del tempo fino al 1877. Una classe di alunni della St Luke’s Church School aveva appena concluso l’anno con eccellenti voti. Meritavano un regalo pensò il preside, tal Harry Barcroft, che aveva sentito parlare di un passatempo divertente che si giocava con i piedi, si procurò un pallone e lo regalò ai suoi alunni; il tutto con lo zampino di John Baynton e John Brodie, che poi furono coloro che fondarono la società. Tutto cominciò da lì. Sì perchè nel giro di due anni la squadra divenne ben più che una semplice rappresentativa scolastica, ed era pronta alla fusione con un altro team locale, dedito anche all’arte del cricket oltre che a quella del football. Si chiamava Blakenhall Wanderers, e porterà in dote parte del suo nome. Non lo fece invece il St Luke’s, dove evidentemente intuirono che si stava scrivendo la storia e optarono per l’estinzione del nome a vantaggio di quello della città intera: Wolverhampton Wanderers. Maglie bianco-blu, poi bianco-rosse (o rosa, a seconda delle descrizioni dell’epoca) per non confondersi con i vicini di casa del West Bromwich Albion. Diventeranno acerrimi rivali, ma questa è una storia che meriterebbe di essere raccontata a parte.

Una serie di impianti da gioco, come si conveniva all’epoca, quando il calcio si stava sì sviluppando ma era lontano dall’essere una priorità. Era, il più delle volte, fonte di reddito per il proprietario di turno del terreno che lo affittava alla squadra a cifre non sempre abbordabili. I Wolves per rendere parzialmente omaggio al Wanderers presente nel nome vagabondarono fino al 1888 (Old Windmill Field, Dudley Road), anno in cui giunse in sede la lettera in cui tal William McGregor invitava il club ad una riunione in cui si sarebbe discusso della creazione di un campionato. Quel campionato prenderà il nome di Football League e a quel punto a Wolverhampton capirono di dover indossare l’abito da cerimonia per l’occasione. Si trasferirono quindi in un parco, ampio e accogliente, in cui disputavano già alcune partite: Molineux. Era il 1889. La maglia nel frattempo subirà un ulteriore cambiamento, quando la lega comunicò alle squadre che dovevano registrare i loro colori. Essendo il bianco-rosso/rosa troppo simile al Sunderland, si optò per l’arancio-blu, per fortuna per una sola stagione perchè poi qualcuno ebbe l’intuizione. E l’intuizione venne dalla croce dorata al centro dello stemma cittadino, la croce di Edgar dei Sassoni fratello di quella Lady Wulfrun fondatrice della città. Oro, gold insomma. A cui venne aggiunto il black, perchè siamo in piena Black Country ed il colore più rappresentativo, da queste parti, era il nero. Gold & Black. Vinceranno subito una FA Cup con le nuove divise: 1893, dopo esserci andati vicini nel 1889. E ne vinceranno un’altra nel 1908 mentre giocavano in Second Division, chiarendo a tutti il concetto che i discendenti della St Luke’s facevano sul serio.

Billy Wright e l'FA Cup

Billy Wright e l’FA Cup

Chissà però se Barcroft, Bayton e Brodie immaginarono mai nelle fredde sere della Wolverhampton di fine ‘800 che un giorno quella squadra avrebbe reso fiera una Nazione intera. Una Nazione ferita nell’orgoglio, e se qualcuno conosce un inglese sa quanto siano un popolo orgoglioso, specie per quanto concerne le loro tradizioni e il calcio è una di queste, avendolo fino a prova contraria inventato loro. Quegli inglesi che rifiutarono la partecipazione ai primi Mondiali considerando quasi un affronto il fatto di mettersi in competizione con dei novellini avevano un disperato bisogno, negli anni ’50, di rialzare la testa in ambito calcistico. Troppe delusioni, specie dal giorno in cui si accorsero che il pallone sapevano come usarlo anche al di là della Manica, perfino dell’Oceano; figuriamoci poi quando l’Ungheria, nazione che quando il calcio fu inventato nemmeno esisteva, ne rifilò sei ai leoni a Wembley, e poi sette a Budapest. Prima di Bobby Moore, Geoff Hurst e gli altri eroi del 1966 ci penseranno i Wolves a regalare quello scatto d’orgoglio necessario a un Paese. E’ la vicenda che porterà alla creazione della Coppa dei Campioni. A Wolverhampton erano già giunte diverse squadre europee (e non) per una serie di amichevoli: tutte sconfitte da Billy Wright e compagni. Real Madrid, Valencia, Racing Club di Avellaneda. Tutte. Ma una sera arrivò l’Honved di Puskas e degli altri “magici magiari”, ovvero sei/undicesimi della Nazionale, la BBC mandò le telecamere e a Wolverhampton la sensazione di stare vergando pagine di storia a qualcuno deve essere venuta. L’Inghilterra intera puntò gli occhi sul Molineux, giusto in tempo per vedere i black & gold rimontare due goal e vincere 3-2 nel pantano creato ad arte da Cullis. “Champions of the World”, sentenziò la stampa inglese la mattina seguente. Eccolo lo scatto d’orgoglio. La sconfitta di Wembley era vendicata. L’Equipe per mano del direttore Hanot ebbe da ridire (rivalità mai sopita) soprattutto perchè, e questo fu il motivo principale, i Wolves giocarono sempre e solo in casa. Ne seguirà una disputa che porterà come detto alla nascita della Coppa dei Campioni. Ma quella sera gli inglesi si sentirono nuovamente portatori del Sacro Verbo del Football. Thank you, Wolves. Per la gioia di Barcroft, Bayton e Brodie.

Era una squadra meravigliosa, quella. The team of the fifties. Gli anni ’50 li dominarono, anzi cominciarono a farlo nel 1949 per smettere soltanto nel 1960. Più di un decennio, a ben vedere. Tre titoli nazionali, due secondi posti e due FA Cup poste simbolicamente a inizio e fine ciclo, le amichevoli di prestigio già ricordate. Solo che non abbiamo ricordato che furono giocate spesso alla luce dei riflettori, the Floodlights Friendlies, uno dei primi club a introdurre l’illuminazione negli stadi e a sfruttarla con lungimiranza. In panchina un ex giocatore del club, Stan Cullis. E poi i giocatori. Su tutti William Ambrose Wright detto Billy, una carriera intera in black & gold e con la maglia della Nazionale di cui fu 90 volte capitano, record assoluto. Mai un’ammonizione, facile se ti chiami Gary Lineker e giochi punta, meno se ti chiami Billy Wright e fai il difensore. Era semplicemente un minuto abbondante avanti agli avversari: non aveva bisogno di scorrettezze per fermarli. In porta Bert Williams, e poi Johnny Hancocks, Jimmy Mullen, Jimmy Murray, Roy Swinbourne, Bill Slater, Ron Flowers. Riportarono a Wolverhampton la gioia di vincere, perchè dopo quelle due FA Cup a cavallo tra i secoli i Wolves inanellarono una serie di secondi posti clamorosa, che in una nazione meno razionalista avrebbero necessitato dell’intervento di esorcisti vari. Coppa persa nel 1939 contro lo sfavoritissimo Portsmouth, secondo posto nel medesimo anno e soprattutto secondo posto un anno prima, quando sarebbe bastato vincere l’ultima partita che invece persero. 1-0 per il Sunderland e titolo a Londra, sponda Arsenal. Sfiga capiti una volta, figuratevi due, eppure nel 1947 l’epilogo fu lo stesso: sconfitta contro il Liverpool e bye bye titolo che andò proprio nel Merseyside. Stan Cullis lasciò il calcio giocato dopo quella partita. Meglio far l’allenatore, e in effetti il tempo gli diede ragione, per giunta dopo soli due anni.

La statua di Stan Cullis

La statua di Stan Cullis

Ma come dicevano i romani, e credeteci avremmo usato un detto sassone in onore della fondatrice se solo ne conoscessimo uno, sic transit gloria mundi. Cullis venne licenziato nel 1964, l’anno dell’inaspettata retrocessione anche se sentori di declino erano già nell’aria. Lascerà in eredità i trofei, una stand che porta il suo nome e una statua fuori da quest’ultima, che lo raffigura con il classico cappello di moda all’epoca in mano. I Wolves ebbero comunque un ultimo sussulto di gloria. Tornati in First Division raggiunsero la finale di Coppa UEFA del 1972, dopo aver eliminato la Juventus nei quarti di finale e il Ferencvaros in semifinale. Toh, ungheresi: ma guarda te il destino! In finale persero di misura la doppia finale contro il Tottenham (1-1, 1-2) e l’apoteosi europea non sarà mai più così vicina. In realtà non lo era mai stata nemmeno in precedenza, perchè nella Coppa dei Campioni che contribuirono a fondare le avevano buscate, la prima volta dallo Shalke04, la seconda dal Barcellona ai quarti. Si tolsero lo sfizio di vincere ancora due Coppe di Lega. Idolo di quel periodo Derek Dougan, baffuto nordirlandese con il volto da cacciatore di taglie del Far West e il vizio del goal. In campo nella finale del 1974, se ne andò un anno dopo e l’ultima finale la decise un goal di Andy Gray. 1-0 al Nottingham Forest campione d’Europa. Sei anni prima di Chorley, il Wolverhampton Wanderers alzava un trofeo al cielo di Wembley. Riportate pure qua il detto latino che ha aperto il paragrafo.

Derek Dougan tornò in scena qualche anno dopo, quando fece da intermediario per l’acquisto del club da parte dei fratelli Bhatti. Chi?? In effetti la domanda se la fecero un po’ tutti. Ci mise la faccia, quella da cacciatore di taglie, e diciamo che non fu la scelta migliore nella carriera di “Doog”. Prima di nominare i Bhatti a Wolverhampton, infatti, assicuratevi che non vi siano oggetti contundenti nei paraggi, altrimenti auguri. I due rilevarono un club in difficoltà economica enorme, tant’è che un manager scozzese in rapida ascesa rifiutò la panchina anche per quel motivo. Quel manager si chiamava Alex Ferguson e al Molineux arriverà sì, ma solo da avversario anni dopo, e nemmeno così spesso. Comunque, i costi di rifacimento della Molineux Street Stand per adeguarla ai nuovi standard richiesti combinati a una congiuntura economica avversa significavano conti in rosso. E nemmeno di poco. I Bhatti, Mahmud e Mohammed da buoni sauditi quali erano, riuscirono però nell’impresa di peggiorare irrimediabilmente le cose, e al posto di una stand in rifacimento i Wolves si ritrovarono a giocare in uno stadio chiuso per metà. Una tristezza, soprattutto perchè si giocava in Fourth Division, per la prima volta nella storia del club. A dir la verità si era giocato anche in Third Division, sempre per la prima volta: back-to-back-to-back relegations. Un’impresa riuscita controvoglia solo al Bristol City pochi anni prima. Dall’Honved di Puskas al Cambridge United, che peraltro sconfisse i Wanderers 2-1 al Molineux nella partita inaugurale. In tutto ciò Bill McGarry, il manager della finale di UEFA, era stato richiamato nel 1985. Rimarrà in carica due mesi. Se ne andò proferendo la frase “I’m not going to be party to the killing of one of the finest club in the world”, che riassume al meglio il clima di quel periodo.

A legend: Steve Bull

A legend: Steve Bull

I Bhatti furono finalmente sbattuti a calci fuori dai confini cittadini nel 1986. Prese in mano la situazione il comune di Wolverhampton, che acquistò il Molineux e i terreni circostanti; due società, una di costruzioni e l’altra di supermercati, saldarono i debiti del club in cambio di permessi per costruire nei suddetti terreni. Speculazione edilizia, ricatto, chiamatelo come vi pare, ma fu la salvezza del club. Che, passato lo shock-Chorley, si risollevò anche sportivamente. Graham Turner, voluto dal nuovo presidente Jack Harris, come prima iniziativa bussò alla porta del WBA. Voleva un ragazzotto nativo di Tipton, Black Country ovviamente, lo stesso che abbiamo menzionato in apertura di post. Professione attaccante e di nome Stephen George Bull. I Baggies lo cedettero per sole 64.000 sterline e praticamente regalarono in quel momento agli eterni rivali quello che diventerà il giocatore più amato a Wolverhampton. Sì perchè Steve Bull è tutto da queste parti. Più degli eroi anni ’50, perchè all’epoca era facile giocare a Wolverhampton, mentre Steve dimostrò attaccamento al club in un periodo in cui sarebbe stato più facile salutare tutti e salpare verso altri lidi. E invece non lo fece, rimase sempre qui, non giocò mai, mai in First Division/Premier League con la maglia dei Wolves (vi aveva giocato due partite con i Baggies) e nonostante questo disputò tredici partite in Nazionale, perchè non devi giocare per forza in massima serie per essere considerato un campione. I goal di Bull riportarono i Wolves in seconda divisione e a Wembley, dove sconfissero il Burnley, altra nobile decaduta (abusiamo anche noi, scusate) del calcio inglese, nella finale del Football League Trophy. 80.841 spettatori quel giorno, tanto per capirci.

Ma se Steve Bull è il giocatore più amato, Sir Jack Hayward è il Presidente con la P maiuscola. Nativo di Wolverhampton, ex pilota della Royal Air Force che ereditò e consolidò gli investimenti paterni alle Bahamas, tolse le infradito nel 1990 per rilevare il suo amato club. Dalle Bahamas a Wolverhampton ci sono migliaia di km in linea d’aria e tre-quattro giri del pianeta per tutto il resto, ma Sir Jack ci mise anima, cuore e soprattutto soldi. Il Molineux attuale, uno degli stadi più belli d’Inghilterra (è in corso un’espansione che però non dovrebbe intaccarne la bellezza), è merito suo. Inaugurato nel 1993 con un’amichevole contro…la Honved, operazione-nostalgia che riportò alla memoria anni meravigliosi. Un gioiello che Hayward ha regalato alla sua città e che ha avuto l’onore, dopo anni di tentativi vani, di ospitare una partita di Premier League. Quel giorno Sir Jack Hayward si commosse, come si era già commosso nella finale di playoff al Millenium Stadium l’anno prima, e la città intera tirò un sospiro di sollievo. Il grande calcio tornava in un palcoscenico che qui sono nemmeno troppo intimamente convinti debba sempre ospitarlo. Dopo quell’unica stagione in Premier (con il culmine raggiunto  con la vittoria interna sul Man Utd, qui le sfide contro le grandi sono sentite ancora come le sfide – derby a parte) Hayward cedette la proprietà del club a Steve Morgan, l’attuale proprietario. Con Mick McCarthy in panchina, campionato di Championship vinto agevolmente, il che significava il ritorno in massima serie. Glory, glory Wolverhampton, come si canta qui. E si pensava di poterlo cantare per gli anni successivi in Premier. Sbagliato. Quando sembrava che una certa stabilità fosse ormai raggiunta, è arrivato il doppio crollo che ha riportato i Wolves in terza serie, ora conosciuta come League 1. Se non altro i fratelli Bhatti non sono alla guida del club. Una terza retrocessione consecutiva dovrebbe essere scongiurata. Almeno questo.

OldMolineux24In attesa di tempi migliori, rimane la storia, la bellezza delle maglie, del Molineux, e il simbolo, il lupo, che però non ebbe mai l’esclusiva di comparire sulle maglie. Prima toccava infatti al simbolo cittadino, specie da quando nel 1898 divenne “ufficiale”, per celebrare i cinquant’anni del borough di Wolverhampton. Ma lo si potè già ammirare sulle maglie della FA Cup 1896. Il lupo, nell’atto di saltare sopra le WW di Wolverhampton Wanderers, compare invece solo negli anni ’70. L’evoluzione poi negli anni ha portato alla stilizzazione del volto di un lupo, che è arrivato ad oggi in uno stile semplice, all’interno di un esagono, senza scritte o fronzoli. Il lupo, animale nobile, nobile come la gente di queste parti. E animale che incute timore. Come il Wolverhampton, quello che fece tremare l’Europa e rese orgogliosa una Nazione interna. Ma che soprattutto rese orgogliosa la gente del Black Country, che poi è quella che il gold & black lo aveva e lo ha nelle vene e che nella maggior parte dei casi aveva nei Wolves l’unica fonte di gioia a cospetto del resto dell’umanità. A Wolverhampton lo si percepisce bene, magari passando davanti alla statua di Billy Wright come è capitato a chi vi scrive: sì, bravi, bravissimi questi del Manchester United, o del Chelsea o dell’Arsenal, ma i nostri…beh i nostri erano meglio. Sì sente che c’è un orgoglio mai sopito nell’animo di questa gente. Champions of the world, quante squadre avrebbero battuto quella Honved? E non importa che l’attualità dica League One a Stevenage, i Wolves sono quelli che giocavano contro gli ungheresi, il Real Madrid o la Juventus e che prima o poi torneranno a giocarci. Su questo non si discute. E noi non gli facciamo certo cambiare idea, anche perchè…perchè farlo? Champions of the world. Nel cuore della gente del Black Country, lo saranno per sempre. E sinceramente, è giusto che sia così.

[Vi riproponiamo QUI il pezzo di Cristian dedicato al Molineux]

Around the football grounds – A trip to Wolverhampton

La terza tappa del nostro tour degli stadi d’Inghilterra ci porta nella città di Wolverhampton, nelle West Midlands inglesi, la cui area urbana è la seconda più grande d’Inghilterra. Nella cittadina risiedono circa 240mila persone e qui, da più di 130 anni, hanno sede i Wolves, nome completo Wolverhampton Wanderers, squadra che quest’anno è appena retrocessa in Championship dopo essere arrivata ultima in Premier League.

LA STORIA

I Wolves, fondati nel 1877 (tra i più antichi d’Inghilterra), possono vantare nella loro storia di aver giocato solamente in due impianti, di cui, quello attuale, in uso addirittura dal 1889 (ovviamente con i dovuti ammodernamenti). Il primo vero impianto, del quale oggi non rimane alcuna traccia se non i nomi dei giocatori nell’area dove adesso ci sono case, fu il Phoenix Park nell’area di Blakenhall, a sud del centro città, utilizzato per i primi 12 anni di esistenza del club. Ma dal 1889 avviene il trasferimento al Peter Molineux, stadio che porta il nome di Benjamin Molineux, mercante locale che nel 1744 acquistò e sviluppò l’area nella quale poi nacque lo stadio, adattato, in un primo tempo, da un impianto polisportivo che comprendeva una sorta di velodromo e percorsi per la corsa. Al momento dell’esordio della squadra l’impianto, oltre al campo da gioco, agli spogliatoi e alla sede del team, comprendeva una grandstand per circa 300 spettatori e una sorta di stand riparato in grado di ospitare fino a 4000 mila persona  in caso di pioggia. La prima gara fu un’amichevole contro l’Aston Villa, mentre la prima vera partita ufficiale fu disputata il 7 settembre 1889 contro il Notts County (vittoria dei Wolves 2-0). Nei primi anni di esistenza, forte anche dei continui piccoli lavori di miglioramento fatti dal club, lo stadio divenne abbastanza popolare in Inghilterra ospitando, tra l’altro, alcuni incontri internazionali e semifinali di FA CUP (allora un onore immenso). I primi problemi emersero subito dopo la prima guerra mondiale, problemi soprattutto di visibilità (c’era un’enorme difficoltà a vedere la partita nelle grandi occasioni) con il club che, dopo esser stato sottoposto a numerose pressioni da parte di stampa e tifosi, decide finalmente di sistemare le cose nonostante il periodo bruttissimo per i risultati sportivi.

La storica Waterloo Road Stand

E così, nel 1925, viene inaugurata la prima vera stand dello stadio costruita su Waterloo Road (con la nobile firma, sul progetto, di Archibald Leitch, uno dei più noti architetti dell’epoca, soprattutto in ambito sportivo), contenente nelle sue viscere gli spogliatoi, che portò tra l’altro allo spostamento della vecchia, originaria, stand sulla Molineux Street side, con la copertura che venne distrutta poco tempo dopo dai temibili venti delle West Midlands. Il club comunque non si fermò e nel 1932 anche la Molineux Street Stand è finalmente diventata una tribuna di tutto rispetto: struttura coperta, capace di ospitare circa 8mila spettatori, sormontata in centro da un orologio similmente a quanto si poteva allora ammirare solamente in pochi impianti, tra cui Old Trafford e Highbury. In quegli anni la squadra sul campo conosce la first division ed anche il Molineux diviene un impianto completo con la copertura dei due terrace situati dietro le porte, North Bank e South Bank. La capacità raggiunse le 60mila persone e nel 1939 fu registrato il record assoluto di presenze, quando 61315 persone videro la gara di FA Cup contro il Liverpool. Durante gli anni della guerra ovviamente non ci furono modifiche e bisogna aspettare il 1953 per un’aggiunta fondamentale, l’impianto di illuminazione, uno dei primi in Inghilterra: questo diede una spinta importante alla popolarità del Molineux, che in un’epoca dove le coppe europee non c’erano ancora o non avevano la medesima importanza odierna, divenne sede di molte amichevoli infrasettimanali tra grandi squadre; dal 1957 arrivarono anche i primi match europei e non si va lontani dall’affermare che all’epoca era uno degli impianti più importanti in patria ed in Europa.

Il Molineux negli anni 60

Ma la vera svolta per questo impianto arrivò negli anni 70: con l’intensificarsi delle misure di sicurezza e dei requisiti per ottenere l’agibilità, si scoprì presto che la Molineux Street side Stand, la parte storica e meravigliosa dello stadio, non ha i requisiti minimi. Cosa fare? Rifarla da zero e così si fece: su un progetto degli architetti Atherden e Rutter (segnateveli questi nomi perchè ritorneranno) venne iniziata la ricostruzione con la vecchia stand ancora in piedi e, una volta terminata, la vecchia stand venne demolita, compreso il tetto che ancora tanti nostalgici ricordano con ammirazione. La nuova stand, denominata John Ireland stand in onore di uno dei proprietari storici, è un gioiello da 9500 posti a sedere con 42 boxes e dei contestatissimi seggiolini rossi in puro contrasto coi colori del club.

La John Ireland stand ed i suoi seggiolini rossi

Tuttavia non è tutto oro ciò che luccica: per mancanza di fondi il campo venne lasciato a circa 100 piedi dalla nuova stand e la squadra stessa navigò in cattive acque finanziarie per quasi 10 anni, vanificando tutti i progetti che ruotavano attorno all’ammodernamento dello stadio e allontanando il pubblico dal Molineux; senza contare, inoltre, che le grandi tragedie degli spalti degli anni 80 portarono ad un’ulteriore stretta sulla sicurezza negli impianti e per questo motivo due delle quattro stand del Molineux furono dichiarate inagibili e chiuse: la North Bank e la Waterloo Road stand (e in quest’ultima c’erano gli spogliatoi, che rimasero agibili). La salvezza arrivò nel 1990, con l’avvento alla presidenza dell’attuale chairman, sir Jack Hayward, che non solo salvò il club, ma anche iniziò a trasformare il Molineux: il primo intervento fu la demolizione del North Bank per costruire la Stan Cullis Stand, che avrà però vita breve, come vedremo fra poco.

Una foto del 1991, prima dello sviluppo moderno dello stadio

L’IMPIANTO ATTUALE

Il Molineux è in piena fase di trasformazione ultimamente: sono in corso infatti lavori di rifacimento della Stan Cullis Stand che fanno parte di un ben più ampio progetto di ammodernamento di tutto l’impainto, con il sogno di portarlo a 50mila spettatori. Attualmente però l’impianto prevede 28.500 posti a sedere, con l’obiettivo di portarli a circa 36 mila al termine della prima tranche di lavori che dovrebbe concludersi nel 2015. Come da tradizione, ci addentriamo nei diversi settori.

L’impianto attuale

BILLY WRIGHT STAND

Attualmente rappresenta la main stand dell’impianto, sorta sulle ceneri della storica Waterloo Road Stand abbattuta all’inizio degli anni 90. Ha aperto nel 1993 e contiene al suo interno, oltre agli immancabili box e conforts, gli spogliatoi e tutte le strutture per tv e stampa. La stand porta il nome di Billy Wright, storica bandiera del club dato che vi giocò, a cavallo tra gli anni 40 e 50, per tutta la sua carriera, giovanili comprese. All’esterno della stand c’è anche la statua a lui dedicata. La tribuna è la classica inglese: due blocchi rettilinei con posti a sedere tutti coperti con i seggiolini rigorosamente del colore del club ed alcuni colorati in maniera tale da formare l’immagine del lupo, simbolo della squadra. Fuori, all’angolo con la Stan Cullis stand, si trova anche il megastore della squadra, altro elemento immancabile in uno stadio inglese. Il sogno del club è quello di espandere anche questa tribuna oltre ai progetti di sviluppo già in corso, ma sarà piuttosto difficile non solo per le finanze, ma anche per i permessi necessari.

La Billy Wright Stand vista dall’esterno

THE STAN CULLIS STAND

Inaugurata nel 1992 sulle ceneri del North Bank, è la prima struttura ad essere interessata dal nuovo progetto di sviluppo dello stadio. Demolita completamente nel maggio 2011, il suo rifacimento dovrebbe essere pronto per l’inizio della stagione 2012-13, che il club giocherà in Championship. Addirittura è possibile seguire online, via webcam, lo sviluppo della stand giorno per giorno: il progetto prevede una stand su due file, similmente alla tribuna, con posti tutti rigorosamente al coperto. Dovrebbe inoltre esserci una sorta di open space nell’angolo nord-est, che dovrebbe essere il posto per i tifosi ospiti (ma questo sarà visto solo a lavori ultimati). Connesso al rifacimento di questo pezzo dello stadio c’è il piano di sviluppo dell’area antistante alla stand con il nuovo megastore, il museo della squadra, bar ed altre amenità per intrattenere il tifoso in attesa della partita. Capienza finale dovrebbe essere di circa 7798 persone, ma è un numero che potrebbe aumentare in futuro col termine dei lavori che coinvolgeranno la Steve Bull Stand (si prevede un collegamento finale tra le due stand). Il nome è un tributo ad una delle personalità più grandi legate alla storia dei Wolves, quella di Stan Cullis, difensore che ha giocato sempre coi Wolves dei quali divenne successivamente manager, probabilmente il più grande manager della storia di questa squadra: fuori dalla stand, così come per Billy Wright, c’è anche la statua in suo onore.

La nuova Stan Cullis Stand in costruzione

THE STEVE BULL STAND

La tribuna antistante alla Billy Wright Stand è dedicata a Stephen George, alias Steve Bull, indimenticata punta del club tra il 1989 e il 1999, anno del suo ritiro, dopo 250 gol con il club. Non è una tribuna nuova, ma è semplicemente la John Ireland Stand ridenominata e sistemata ed è una struttura semplice, due file coperte più in piccolo rispetto alla main stand. A differenza dell’originale John Ireland Stand, sono spariti i contestati seggiolini rossi e i colori sono semplicemente quelli del club. All’angolo con la Jack Harris stand si trova il maxischermo. L’intera stand dovrebbe essere interessata dalla seconda fase dell’espansione dello stadio, ma il club, ad inizio 2012, ha annunciato che la stand non sarà rifatta quest’estate, ma a data da destinarsi: qualche problema finanziario e probabilmente anche qualche intoppo burocratico, ma si parla comunque del rifacimento pronto entro il 2015, con un aspetto che dovrebbe essere simile a quello della Main Stand. La piccola curiosità è che all’estremità di questa stand, nell’angolo sud-ovest, dal 2004 al 2009 fu installata una piccola stand temporanea, denominata Graham Hughes Stand, con 900 posti a sedere scoperti; proprio il fatto di essere scoperti valse a questa stand il soprannome di “Gene Kelly Stand” (la star di Singing in the rain).

La Steve Bull Stand

THE JACK HARRIS STAND

Nel grande rinnovamento degli anni 90 rientra anche il rifacimento della South Bank, attualmente conosciuta con il nome del presidente del club che guidò la squadra sul finire degli anni 80. Questo settore, a differenza degli altri, è a single-tier ed è usato attualmente come zona ospiti anche se non completamente dato che spesso è diviso a metà tra local fans ed away fans. Ovviamente più il team ospite è di richiamo, più spazio sarà riservato per i tifosi avversari e proprio essendo zona mista, al suo interno troviamo il centro della sicurezza dello stadio, dove viene controllato sostanzialmente tutto quanto succede all’interno del perimetro del Molineux.

La Jack Harris Stand

L’ATMOSFERA

A Wolverhampton i tifosi amano la propria squadra, nonostante un calo di presenze in questa stagione, quella della retrocessione. Negli ultimi anni, infatti, lo stadio è sempre stato piuttosto pieno, con medie spettatori attorno alle 27-28 mila prima dei circa 25 mila di quest’anno. E il pubblico è un pubblico di qualità, leale col team e con gli avversari, sempre pronti a tirar fuori la voce e incitare la squadra anche nei momenti peggiori. Allo stesso modo la vedono i tifosi in trasferta al Molineux, una trasferta che fanno felicemente consapevoli di andare a trovare un pubblico che supporta la propria squadra senza rompere le scatole agli avversari, con steward cortesi e rilassati nel settore ospiti. Quest’anno i tifosi dei Wolves sono saliti alla ribalta della cronaca per il loro atteggiamento meraviglioso nel giorno della retrocessione della squadra, quando hanno continuato a cantare, a incitare la squadra e ad autoironizzare su loro stessi col famoso coro “Que sera sera” adattato per l’occasione e che potete ascoltare nel video sottostante.

Tra le rivali “locali”, sicuramente da citare sono le partite contro il WBA, il Birmingham e l’Aston Villa: con queste avversarie l’atmosfera diventa elettrica, in particolare contro il WBA in quello che è conosciuto come il Black Country derby e rappresenta uno dei derby più vecchi del mondo tra due delle squadre fondatrici della English Football League. Inserite nel quadro della retrocessione anche il fatto di aver perso entrambi i derby, di cui quello di ritorno per 5-1 in casa e vi renderete maggiormente conto della meravigliosa grandezza di questo pubblico che, attraverso gli highlights di Match of the day e youtube ho imparato ad apprezzare moltissimo. Tra l’altro il Molineux ad ogni gol dei Wolves regala boati pazzeschi, come capita di sentire in ben pochi altri stadi inglesi.

CURIOSITA’  E NUMERI

Il campo di gioco non è sempre stato all’altezza della tradizione inglese, anzi, da più parti spesso si sono alzate parecchie lamentele sulla qualità del campo. Il problema sembra essere stato risolto negli ultimi due anni con un lifting sulla base del campo, nuovi impianti di irrigazione ed un provvidenziale aiuto da un inverno non proprio durissimo.

Nella sua storia il Molineux ha ospitato numerosi match internazionali, soprattutto nei primi anni del 900. Venendo a periodi a noi più vicini, negli anni 2000 è stata la sede di alcune partite dell’Under 21 inglese e di importanti competizioni di calcio giovanile. Inoltre è diventato famoso anche per esser stato sede di un concerto di Bonjovi nel 2003, al quale sono accorse circa 34 mila persone.

Capacità: 28.500 (numero approssimativo per via dei lavori)

Misure del campo: 100 x 64 metri

Record attendance: 61.305 (1939 – FA Cup vs Liverpool)

Record attendance attuale: 29.396 (2004 – Premier League vs Manchester United)

FONTI

Football ground guide

Wolves official site

Wikipedia

The Wolves site

Le piccole differenze

Wolverhampton appena retrocesso, i tifosi cantano e applaudono

Lo sappiamo: è come sparare sulla croce rossa oggi. O come un goal a porta vuota. Però sinceramente, dopo tutta la rottura sull’importare il “modello inglese” in Italia, i fatti di oggi dimostrano che questo sia impossibile.

(tratto dal sito ufficiale del Wolverhampton) (…) But the Wolves players never gave up the fight, and were applauded off by their own fans who sang long and proud to the final whistle and beyond.

“The fans were fantastic,” said TC (Terry Connor, il manager, ndr) “They knew what was riding on the game and gave us every backing they could. To be fair to them, they have been doing that for the majority of the season. They have been great and the lads and the staff have appreciated  that and so have I”.

Le piccole differenze, dicevamo nel titolo. Ma sinceramente, forse, ne troviamo solo una di differenza: si chiama cultura, sportiva e non. Ci uniamo all’applauso dei tifosi del Wolverhampton, che applaudono la loro squadra appena retrocessa, senza aggiungere altro.

Campioni del Mondo! L’epopea Wolves anni ’50 e la nascita della Coppa dei Campioni

Nel Luglio di qualche anno fa sono andato a Wolverhampton. Treno da Londra (stazione di Euston), nel bel mezzo delle due settimane londinesi, premio per una maturità conseguita da poco, penso di essere uno dei pochi, se non l’unico, italiano andato nella città del Black Country (già il nome dice tutto, ma la città in se non è bruttissima) per motivi di turismo calcistico. Tanto è vero che, quando nel negozio ufficiale della squadra, sito in un angolo del Molineux (lo stadio dei Wolves), ho detto “sì, sono italiano. Sa, son venuto qui per vedere lo stadio” questi mi hanno aperto, con un gesto che il sottoscritto non dimenticherà mai nella sua vita, le porte dello stadio stesso, e in un minuto ero lì, sul prato del Molineux, una sensazione bellissima, ancor più bella pensando che l’accesso era dovuto non al pagamento di un biglietto ma alla gentilezza di due addetti dell’official team shop.

Direte: sì, bello, ma è il Wolverhampton…(che all’epoca era in Championship, nome assurdo dell’ex Second Division). Venite con me. Lo stadio (dopo la ristrutturazione un gioiello, uno degli stadi più belli d’Inghilterra a parer mio) è situato in Waterloo Road, una lunga via che dal centro della città porta verso nord. Il cammino stazione-stadio l’ho fatto a piedi, 10 minuti circa, in modo da poter respirare a pieni polmoni l’aria della città, una cosa per me essenziale perchè oltre che conoscere le squadre e gli stadi è necessario conoscere il più possibile tutto ciò che c’è intorno, la città, la comunità, la gente. Dunque, si scende Waterloo Road verso nord e a un certo punto, sulla destra, dopo un muretto di mattoni che profuma d’Inghilterra, compare il Molineux; davanti alla tribuna posta sulla via c’è una statua, cosa comune a molti impianti inglesi, una statua non qualunque: rappresenta infatti William “Billy” Ambrose Wright, da cui la tribuna suddetta prende il nome (in un post futuro Cristian ve ne parlerà, all’interno della sua rubrica sugli stadi). Chi era Billy Wright? Billy Wright è stato solamente il capitano, oltre che dell’Inghilterra, di una delle più forti squadre inglesi di tutti i tempi: i Wolverhampton Wanderers del decennio 1950-1960.

Il Molineux visto dall'alto

3 campionati (1953/1954, 1957/1958, 1958/1959), 2 F.A. Cup (simbolicamente poste a inizio e fine ciclo, 1948/1949 e 1959/1960) sulle 4 totali della squadra (a cui vanno aggiunte 2 Coppe di Lega successive), fanno della squadra di Stan Cullis, l’allenatore a cui è dedicato un altro settore dello stadio con relativa statua, una delle grandi di sempre. Una squadra che non presentava il solo Wright come giocatore di livello internazione: Peter Broadbent, centrocampista, giocò 7 volte con i Leoni; Ron Flowers, stesso ruolo, collezionò 49 caps; Bill Slater 2, Bert Williams, il portiere, 30, e così via. Come mi ricorda un articolo di Christian Giordano sul Guerin Sportivo di qualche anno fa, è però soprattutto una partita ad aver reso immortali nella memoria dei loro tifosi e degli appassionati di calcio quei Wolves: la vittoria sulla temibile Honved di Puskas. E allora, prima di qualche parola doverosa da spendere per Wright, simbolo di quella squadra, mi sembra giusto incentrare il post sula sfida contro gli ungheresi e da quello che essa generò, di un’importanza decisiva per il calcio europeo in generale. Partiamo dal contesto in cui si giocò.

Il 25 Novembre 1953 è una data da non pronunciare mai davanti a un inglese; se lo fate, non dite che non vi avevo avvertito. Amichevole Inghilterra-Ungheria a Wembley, successe quel che nessuno si sarebbe mai aspettato, o almeno non in quelle proporzioni: vittoria magiara per 6-3, prima vittoria di una squadra non-britannica sul sacro suolo dell’Empire Stadium. Nonostante la batosta, paragonabile a una legnata nei denti come urto e dolore (virtuale), non tutto era perduto: era infatti in programma anche un ritorno, da giocarsi a Budapest il 23 Maggio 1954. Ecco, se quel 6-3 sembrò (ed era) umiliante per gli inventori del football, il 7-1 del ritorno suonò più o meno come il de profundis per il movimento calcistico inglese, fatto non da poco se pensate che gli stessi inglesi si rifiutarono di partecipare ai primi Mondiali in quanto ritenuti non alla loro altezza e blasone: potete quindi immaginare quanto ci tenessero a mantenere lo status quo delle cose, che diceva, fino a quel momento, che come loro non c’era nessuno. Crollava invece con quella sconfitta tale convinzione, insita nell’animo profondo dei discendenti di William il Conquistatore, l’orgoglio era ferito e bisognava rialzare la testa, prima che questa sprofondasse col resto del corpo sottoterra. E qui entrano in gioco i Wolves.

Il programma ufficiale di Wolves-Honved

Il Wolverhampton era fresco campione d’Inghilterra nel 1954, l’anno del “fattaccio di Budapest”. L’estate venne dedicata dalla squadra all’organizzazione di una serie di amichevoli da disputarsi fino ad autunno inoltrato al Molineux, amichevoli che avevano un doppio scopo: far conoscere all’Europa la squadra e allo stesso tempo presentare con orgoglio al Mondo l’impianto d’illuminazione dello stadio (le partite in notturna, infatti, non erano consuetudine diffusa, tutt’altro), uno dei primi impianti funzionanti per quanto riguarda il calcio. Calcarono così il prato del Molineux, dopo la Nazionale del Sudafrica l’anno precedente (30 Settembre 1953), squadre di club provenienti da tutto il Mondo: Celtic Glasgow, Racing Club de Avellaneda, First Vienna, Maccabi Tel Aviv, Spartak Mosca e, infine, l’Honved, la squadra più forte d’Ungheria e zeppa di giocatori della Nazionale, attesa in Inghilterra il 13 Dicembre 1954. L’occasione era ghiotta, una vittoria avrebbe restituito orgoglio al movimento del football, ferito dalle 13 pugnalate magiare nel corso della stagione precedente. I Wolves arrivarono alla partita vincendo sempre, fatta eccezione che contro gli austriaci del First Vienna che uscirono con un pareggio dal Molineux. A questo punto la trama, per filare, dovrebbe veder realizzata una vittoria degli inglesi: beh, la trama la accontentiamo, perchè i Wolves vinsero quella partita per 3-2, non dopo essere passati in svantaggio per 0-2 (goal di Kocsis e Machos) nel primo tempo, ma ribaltando il risultato nella ripresa con le reti di Hancocks e la doppietta di Swinbourne, il che contribuisce a dare all’impresa quel tocco di eroicità che le si addice. A questo punto, prima di andare oltre, elenchiamo la squadra che scese in campo quella sera e ridiede orgoglio al movimento calcistico inglese: schierati con il solito 2-3-5 dell’epoca (ricorderete il mio post precedente sul Tottenham Hotspur), in panchina Stan Cullis a dirigere le operazioni, scendevano in campo Williams; Stuart Shorthouse; Slater Wright Flowers; Hancocks Broadbent Swinbourne Wilshaw Smith, quasi tutti protagonisti di quel decennio fantastico per i gold & black.

Lo scontato slancio d’orgoglio per il movimento calcistico d’Albione che ne seguì, la rivendicazione della superiorità albionica nel campo del football fu, però, un tantino esagerato: i giornali il giorno dopo la partita titolarono, tra gli altri, “Hail Wolves, Champions of the World now” (Daily Mail), una celebrazione vista dall’esterno forse un tantino esagerata per una squadra sì forte ma vittoriosa in amichevole e sul proprio campo. Quel Campioni del Mondo però stava a significare che la ferita era ricucita, la testa era di nuovo alta, quella spocchiosità discreta tipicamente inglese riguardo al calcio ristabilita (un inglese non ti dirà mai esplicitamente “siamo meglio di voi”, ma te lo fa capire con stile). Quel che non sapeva il Daily Mail era che si trattava solo dell’inizio, perchè il bello doveva ancora arrivare. L’editore dell’Equipe, celeberrimo quotidiano sportivo francese, Gabriel Hanot, non digerì la celebrazione esagerata della vittoria del Wolverhampton, oltre ai ragionamenti che vedremo forse per quella secolare rivalità che divide i due popoli: secondo il giornalista francese i Wolves non solo avevano affrontato un numero ristretto di squadre, ma le avevano affrontate tutte in casa; e inoltre, se si sentivano così fiduciosi della loro forza, perchè non partecipare a un torneo europeo per club?

Before we declare that Wolverhampton Wanderers are invincible, let them go to Moscow and Budapest. And there are other internationally renowned clubs: A.C. Milan and Real Madrid to name but two. A club world championship, or at least a European one – larger, more meaningful and more prestigious than the Mitropa Cup and more original than a competition for national teams – should be launched

Nasceva, in quell’istante preciso, quella che oggi conosciamo come Champions League. L’Equipe si affrettò infatti ad organizzare per l’anno successivo, ottenendo l’appoggio decisivo dei club europei tra cui il Real Madrid di un signore chiamato Santiago Bernabeu, la “Coppa d’Europa”, poi denominata Coppa dei Campioni d’Europa su intervento di FIFA e UEFA, in un primo momento non coinvolte nell’organizzazione ma che fiutarono presto l’importanza di quel che si stava creando. La storia del calcio cambiava quel giorno, cambiava in qualche modo per merito dei Wolves.

Una leggenda, una statua: Billy Wright

Il Wolverhampton partecipò a due edizioni della nuova coppa, senza mai tuttavia vincerle, né arrivare in finale: nel 1958/1959 venne eliminato negli ottavi di finale dallo Schalke 04 campione di Germania, l’anno successivo dovette arrendersi ai catalani del Barcelona, tra i futuri dominatori della competizione. Da lì a qualche tempo la squadra perse i pezzi (Wright si ritirò nel 1959, Stan Cullis venne licenziato nel 1964), e il ciclo finì: gli ultimi due squilli, le Coppe di Lega 1974 e 1980, aggiunti alla finale di UEFA del 1972, furono il canto del cigno per la squadra, che attraversò un periodo nero sportivo ed economico (si provò a ingaggiare un rampante manager scozzese di nome AlexFerguson, ma mancavano i soldi per convincerlo) giungendo alle soglie del dilettantismo. Non venne quindi mai riconosciuta a livello europeo la forza di quella meravigliosa compagine, ma non solo la squadra stessa oggi è considerata quasi una cenerentola da coloro che si approcciano alla Premier League saltuariamente o comunque distrattamente, mentre invece si ha a che fare con una formazione in qualche modo mitica. Una squadra che aveva in Billy Wright il suo simbolo, un eroe d’altri tempi, un centrocampista/difensore che in tutta la carriera non subì nemmeno un’ammonizione, un gentiluomo di un calcio che scomparve pian piano, sepolto dalle star dei decenni successivi. 105 partite con la maglia della Nazionale inglese, di cui è stato capitano per un record di 90 volte, Wright giocò l’intera carriera con la maglia arancione (splendida) del Wolverhampton, per un totale di 490 partite. Provò anche l’avventura da manager in seguito al ritiro, 4 anni all’Arsenal dal 1962 al 1966, per poi spegnersi nel 1994, lasciando nei tifosi dei Wolves e del calcio d’altri tempi un vuoto nel cuore. Quella statua fuori dal Molineux (consiglio: se potete, andateci, perchè merita) è posta a ricordo di Wright, ma anche a ricordo di quell’avventura irripetibile, un’avventura che cambiò la storia del calcio europeo e di cui spesso ci si dimentica, magari avendo davanti agli occhi i Wolves attuali che lottano ogni anno per sopravvivere in Premier. E se penso, in quel grigio pomeriggio d’estate e grazie a quei due addetti del negozio, di aver calcato quel prato, di un Molineux rinnovato, certo, ma pur sempre tale, la scenografia che fece da sfondo a una leggenda, beh, mi perdonerete ma ripenso a Wright, Flowers e gli altri, e mi emoziono.