Le più belle maglie della Premier: le nuove maglie, il West Ham (e non solo)

Ritorna l’appuntamento con le maglie della Premier League, e anche quest’oggi, dopo le maglie del Chelsea, siamo a Londra. Le divise che analizzeremo oggi sono di una neopromossa che fa però parte della storia del campionato inglese, il West Ham United.

La Macron, casa italiana, sponsorizza ormai dal 2010 gli Hammers, e quest’anno si trovava di fronte l’ardua sfida di dover vestire due squadre tradizionalmente molto simili per quanto riguarda la maglia Home: il West Ham appunto, e l’Aston Villa. Analizziamo la divisa con cui la squadra di Londra giocherà in casa durante la stagione che sta per cominciare: Come si può notare dalle immagini qui sopra (per cui ringraziamo Passione Maglie) la maglia dell’azienda bolognese, presentata solo pochi giorni fa, è molto curata, come da tradizione per la Macron. Lo sponsor è riuscito a creare una differenza piuttosto accentuata tra le due maglie, a partire dal taglio generale delle maglie, fino ad arrivare ai dettagli particolari inseriti. A differenza della maglia dei Villans la Macron ha deciso di non inserire un colletto a polo, ma di usare un particolare tipo di collo “alla coreana”. La soluzione risulta particolarmente armoniosa nell’insieme, con la striscia di colore sky che riprende le maniche e passa anche dietro al collo, all’altezza della nuca, zona sotto cui si trova un inserto dello stesso colore con la scritta “West Ham United” che risalta in giallo. L’interno inoltre presenta la doppia colorazione claret & Blue. Anche il fondo maglia è dello stesso colore, a differenza della maglia dell’Aston Villa in cui la fascia era di colore giallo. A fondo maglia, sulla parte posteriore destra è inoltre presente anche in questo caso un emboss con parte del simbolo della squadra, due martelli incrociati.

I calzoncini sono bianchi ed i calzettoni claret con due serie di strisce bianche e sky blue.

Il kit away riprende il colore con il quale il West Ham giocava nei primi anni di attività, ovvero il dark Blue. Il colletto in questo casopresenta uno scollo a v metà claret e metà sky Blue. La dualità di colori è presente in tutto il kit. Tutta la parte destra della maglia presenta dettagli Blue, quella destra claret. In particolare fondo manica, collo ed una striscia sulla parte posteriore all’altezza dei fianchi. Anche qui, nella stessa posizione, è presente il simbolo inciso a caldo dei due martelli incrociati. Blue i pantaloncini ed i calzettoni, che presentano due serie di strisce come quelli per la divisa home, ma di colore claret & Blue.

Come avrete notato nell’articolo c’è scritto West Ham (e non solo). Questo perchè la settimana prossima la rubrica andrà in vacanza per poi tornare a metà di quella successiva con una sorpresa. Abbiamo quindi deciso di allungare un po’ il capitolo di questa settimana inserendo un bonus, le maglie del Millwall.

Come i rivali di sempre del West Ham, anche la squadra che milita in Championship è sponsorizzata dalla casa bolognese, che come avrete capito è molto apprezzata da chi scrive. In questo caso però ci si sarebbe aspettato qualcosa di più.

Entrambi i kit hanno lo stesso layout. La maglia Home è di colore dark Blue, con un inserto bianco all’altezza della spalla sinistra, all’interno del quale è inserito il leone simbolo del club con sotto il nome “Millwall”. Il logo a lettere della Macron è inserito in una doppia striscia bianca che attraversa la maglia da metà collo (in questo caso a Polo) fino ad arrivare a bordo manica destra. La manica sinistra presenta invece una striscia bianca verticale sulla parte posteriore. La maglia è completata dai bordi manica bianchi. Come si vede è inoltre presente sotto al colletto il motto “We fear no foe”.

La seconda maglia è di colore grigio, quasi tendente all’argente e Blue royal. Stesso identico layout della maglia home, con in più una doppia striscia blue Royal che attraversa tutto il colletto a polo. A differenza della Home, in questo caso sotto al colletto di trova la data di fondazione della squadra, 1885. I dettagli sono Blue royal.

Molto belle le maglie del West Ham, con tradizione e innovazione che si fondono perfettamente. Quelle del Millwall invece ricordano un po’ troppo da vicino le maglie d’allenamento del Napoli di quest’anno. Pur essendo quindi delle buone maglie risentono di questo problema e del doppio sponsor.

Ringraziamo Passione Maglie per le immagini

Viaggio nella Londra del calcio: Chelsea

Chelsea Football Club
Anno di fondazione: 1905
Nickname: Blues
Stadio: Stamford Bridge, Fulham Road, London SW6
Capacità: 41.837

“Blue is the colour, football is the game / We’re all together and winning is our aim / So cheer us on through the sun and rain / ‘Cos Chelsea, Chelsea is our name”. Chelsea è il loro nome, blu il loro colore, vincere il loro obbiettivo, e quest’anno hanno vinto la coppa più importante, quella che nessuna squadra londinese era riuscita a vincere prima. Per questo motivo gli concediamo l’onore dell’ultimo post dedicato a una squadra (ce ne sarà un altro, ma che raggrupperà tre squadre) del nostro viaggio londinese. Chelsea è un quartiere in di Londra, uno dei più belli, di quelli che appaiono nei film, e anche se lo stadio è geograficamente posto a Fulham, nel borough di Hammersmith & Fulham, è in realtà sul confine tra questo e il borough di Kensington & Chelsea dove ha appunto sede il quartiere da cui prende il nome la squadra. Ci si arriva comodamente via Tube, scendendo alla fermata di Fulham Broadway sulla District Line, appena fuori dalla stazione si svolta a sinistra e in pochi istanti compare Stamford Bridge nella sua bellezza color crema. Nei giorni delle partite l’ingresso in metropolitana per il ritorno è particolarmente difficoltoso, e bisogna stare attenti perchè spesso la polizia divide la fila in due, a seconda della direzione che si intende prendere; per chi va verso il centro, generalmente la fila è quella di destra, meglio saperlo prima per poi non dover rifare tutto come capitato a noi. L’atmosfera è comunque molto bella, ma questo è inutile dirlo visto che si parla di english football.

Il Chelsea Football Club nasce nel 1905, ma è necessario un piccolo passo indietro. Nel 1896 infatti Henry “Gus” Mears, uomo d’affari e appassionato di calcio, comprò insieme al fratello Joseph Mears il terreno dello Stamford Bridge Athletics Ground: l’intento, come visto nel pezzo dedicato al Fulham, era quello di convincere i Cottagers a trasferirsi lì, a giocare in quell’impianto. Il Fulham rifiutò, gettando nello sconforto Mears, che fu sul punto di cedere il terreno alla Great Western Railway Company, la quale necessitava di un deposito di carbone. Solo l’insistenza di un collega di Mears, Frederick Parker, fece sì che “Gus” cambiò idea e, invece di accogliere il Fulham o vendere il terreno, fondò la propria squadra di calcio, che avrebbe appunto giocato a Stamford Bridge. Abituati come ormai siamo a squadre che cambiano innumerevoli impianti, siamo qui invece di fronte a un club che nasce addirittura dopo lo stadio, in funzione di esso. Il 10 Marzo 1905 al Rising Sun pub in Fulham Broadway (ora “The Butcher’s Hook”, per chi fosse interessato) venne così fondato il…e bisognava dare un nome a questa squadra; Fulham, il nome del quartiere, venne eliminato per ovvi motivi (esisteva già una squadra con quel nome), così come London FC, Kensington FC e Stamford Bridge FC. Si optò alla fine per il nome del quartiere adiacente, Chelsea appunto, da cui derivò anche il colore delle maglie, il blu del Visconte di Chelsea, Henry Cardogan. Stadio, squadra, maglie, in quest’ordine: tutto era stato sistemato, e tutto come lo conosciamo oggi (certo, lo stadio ha subito le ovvie modifiche).

La casa naturale per le squadre londinesi era, come abbiamo visto e ad eccezione dell’Arsenal, la Southern League, alla quale il Chelsea chiese l’ammissione. Il parere negativo di Tottenham e Fulham fu però decisivo nel rifiuto da parte della Southern League dell’iscrizione al Chelsea; Mears e Parker si rivolsero così alla Football League che, a sorpresa, accettò il Chelsea tra le sue fila, anche grazie a un enfatico discorso di Parker in occasione del meeting annuale della lega (durante il quale venne esaminata la candidatura dei Pensioners, all’epoca nickname del club e vedremo in seguito perchè), discorso che pose l’accento sulla solidità economica del club e sulle strutture all’avanguardia di Stamford Bridge. Il Chelsea venne dunque iscritto alla Division Two della Football League, terminando la sua prima stagione al terzo posto. Manager (e allo stesso tempo giocatore) era lo scozzese John Robertson, il quale disponeva di una squadra composta da giocatori già “professionisti”, particolare che specifichiamo per rimarcare un’altra distanza tra l’esperienza del Chelsea rispetto a quelle già viste di squadre nate da scuole, club di cricket, fabbriche etc. Robertson lasciò il Chelsea nel 1907, per andare al Glossop: incomprensioni con la dirigenza, soprattutto l’interferenza di questa negli affari di campo portarono il manager lontano da Stamford Bridge. William Lewis, segretario del club, lo sostituì, guidando il Chelsea alla promozione in Division One; tra gli artefici del successo anche George “Gatling Gun” Hilsdon, primo di una lunga serie di grandi attaccanti in casa Blues (99 goal in campionato con la maglia del Chelsea per lui).

Lewis, portato a termine il compito, da buon soldato si fece da parte (d’altronde era stato fin da subito chiaro che il suo sarebbe stato un incarico a tempo), e venne sostituito da David Calderhead, ex allenatore del Lincoln il quale, proprio con il club del Lincolnshire aveva eliminato il Chelsea dall’FA nella stagione precedente, impressionando i dirigenti londinesi. Calderhead rimarrà in sella a Stamford Bridge per i ventisei anni successivi. Le prime stagioni non furono eccezionali, con il club che tornò anche in seconda divisione, salvo poi risalire e retrocedere nuovamente nell’ultimo campionato prima della guerra, dopo la quale tuttavia (come abbiamo già visto nei due viaggi precedenti) venne ripescato. Nonostante in campionato le cose non andassero a meraviglia, arrivò la prima finale di FA Cup nella storia del club: 1915, una sconfitta 0-3 contro lo Sheffield United passata alla storia come “Khaki final“, nome che deriva dalla larga presenza di soldati sulle tribune, dovuto ai venti di guerra che attraversavano l’Europa e il Regno Unito (“khaki” era il colore delle uniformi, e per estensione i “khakis” erano i soldati dell’esercito di sua Maestà). Alla sconfitta in finale, alle prestazioni altalenanti in campionato faceva da contraltare la media spettatori del Chelsea, che rimase la più alta nell’intero panorama calcistico inglese dal 1907/08 al 1913/14: non era inusuale vedere 60.000-70.000 spettatori a Stamford Bridge (il primo derby di massima serie tra due squadre londinesi, Chelsea-Woolwich Arsenal, attirò 55.000 spettatori, mentre una sfida contro il Manchester United ne portò 67.000). il Chelsea attirava un gran numero di spettattori sia per il suo gioco offensivo, sia per l’abitudine nel firmare giocatori famosi (oggi si direbbe “top-player”, termine che leggerete su questo sito per la prima e ultima volta), sia per le strutture all’avanguardia di Stamford Bridge, che infatti fu sede di diverse finali di FA Cup.

La prima squadra del Chelsea

Proprio uno dei giocatori firmati dal club per la prima stagione del dopoguerra, Jack Cock, fu uno dei fautori del terzo posto nella stagione 1919/20, con i suoi 24 goal che aiutarono il Chelsea a raggiungere quello che era il massimo all’epoca non solo per il club ma per qualsiasi altra squadra londinese; quella stessa stagione in FA Cup i Pensioners si piegarono solo all’Aston Villa in semifinale. Fu però un caso isolato: nel 1923/24 la retrocessione riportò il Chelsea nella palude della seconda divisione, palude nella quale rimase invischiato fino al 1929/30. In occasione del ritorno nella massima serie venne messa in piedi una sontuosa campagna di rafforzamento (una caratteristica che connoterà sempre il Chelsea) che portò a Stamford Bridge Hughie Gallacher, Alec Cheyne, Alex Jackson per la cifra complessiva di 25.000 sterline. Gallacher in particolare era un nome non altisonante, di più: aveva guidato il Newcastle al titolo, segnando per i Magpies 133 goals in 160 partite; era sceso in campo (con Jackson) a Wembley, nella vittoria della Scozia (i Wembley Wizards) contro l’Inghilterra per 5-1; era insomma una vera e propria star (terminerà la carriera con 554 partite e 406 reti). Nonostante le 72 reti di Gallacher (fu il miglior marcatore della squadra in ognuna delle quattro stagioni trascorse a The Bridge), Jackson e Cheyne non offrirono le prestazioni attese, e la stessa star scozzese incappò in una serie di problemi, personali (che culminarono in un costoso divorzio) e sul campo (numerose sospensioni, la più lunga di due mesi per offese a un arbitro). Il trio scozzese non ripagò dunque le – elevate – attese.

Calderhead lasciò il club nel 1933 senza aver vinto nulla, nonostante l’aggressiva politica sul mercato; il suo posto venne preso da Leslie Knighton, che abbiamo già incontrato nella storia dell’Arsenal. I risultati, tuttavia, non mutarono, e nonostante la lunga serie di giocatori talentuosi che vestirono in quegli anni la maglia blu del club (oltre i tre citati scozzesi, i nazionali Tommy Law, Sam Weaver, Syd Bishop, Harry Burgess, Dick Spence, Joe Bambrick), il massimo ottenuto in campionato fu un misero ottavo posto. Ironia della sorte, il miglior giocatore di quel periodo fu George Mills: l’ironia risiede nel fatto che Mills costò al club…zero sterline (firmò a 21 anni, proveniente dal Bromley), mentre invece aiutò la causa Chelsea con 118 goals in campionato, a differenza di pagate star. Come già negli anni 10, anche nei 30 a risultati non spettacolari corrisposero invece medie spettatori eccellenti: gli 82.905 della sfida contro l’Arsenal del 12 Ottobre 1935 rimangono, oltre a un record per il Chelsea, il secondo numero di spettatori di sempre per una partita del campionato. Il periodo tra le due Guerre terminò con la fine del regno di Knighton, sostituito da Billy Birrell, il quale dovette aspettare la ripresa delle competizioni per entrare veramente in carica (durante la guerra si giocavano tornei locali e non ufficiali, di cui infatti parliamo raramente). Da segnalare, prima del 1946 (l’anno della ripresa ufficiale dei tornei calcistici), l’amichevole con la Dynamo Mosca (in tour celebrativo) che portò a Stamford Bridge circa 100.000 spettatori. Era il 1945.

Hughie Gallacher

Come i predecessori, anche Birrell legò i costosi trasferimenti agli insuccessi. Arrivarono Tommy Lawton, Len Goulden e Tommy Walker per 22.000 sterline, e nonostante a differenza del precedente trio segnarono e rispettarono le attese, il Chelsea non terminò mai nelle prime dieci squadre del campionato. Non solo: alla data del 1948, i tre avevano già lasciato Stamford Bridge (e il calcio, nel caso di Goulden). A differenza dei predecessori, però, Birrell lasciò il segno, e nonostante non sarà lui a cogliere i frutti del suo lavoro, il suo impegno nella costruzione di un settore giovanile all’avanguardia fu decisivo per le sorti del club. Consapevole dell’importanza di formare “in casa” i giocatori per abbattere i costi dei trasferimenti e forse memore dei fallimenti nell’ambito calciomercato del Chelsea, Birrell affidò a tre ex-giocatori, Dickie Foss, Dick Spence e Jimmy Thompson, un programma di Academy e di scouting che, nel giro di qualche anno, porterà al club alcuni tra i maggiori talenti del periodo (i nomi li faremo dopo…). Birrell lasciò nel 1952 il posto al primo manager vincente della storia del Chelsea, l’ex attaccante dell’Arsenal Ted Drake. La prima novità introdotta da Drake fu in ambito extra-campo: insistette per rimuovere il “Pensioner” dalla simbologia del club (il Chelsea pensioner è un ospizio militare, svelato l’arcano), e conseguentemente dal nickname, che diventò da allora “Blues”. Il simbolo passò quindi dal vecchio militare bonaccione a, dapprima, le lettere “CFC”, in seguito al leone rampante ispirato dallo stemma del Metropolitan borough of Chelsea e da quello del Conte Cadogan, Visconte di Chelsea e presidente del club.

Se i cambiamenti nella simbologia sono importanti, duraturi e connotano un club, altrettanto decisivi per la storia sono i successi sul campo, e nei suoi primi 50 anni il Chelsea aveva raccolto zero trofei. Drake fu decisivo anche in quest’ambito. Nel 1954/55, a sorpresa, il Chelsea vinse il titolo, con una squadra, nuovamente ironia della sorte, priva di grandi stelle, fatta eccezione forse per il nazionale Ron Bentley. E sebbene quest’aspetto, l’aver vinto senza grandissime stelle in campo, sia decisamente romantico, fu anche la ragione per quale quel successo fu isolato: l’anno dopo il Chelsea concluse al sedicesimo posto la sua stagione da campione in carica, aggravata dal non aver potuto partecipare alla prima edizione della Coppa dei Campioni su parere negativo della Football Association, forse turbata ancora dalla vicenda-Wolves (anche se ufficialmente venne detto al Chelsea di concentrarsi sulle competizioni nazionali, e lo snobbare il Continente è tipico dei britannici). Drake venne licenziato a Settembre del 1961, dopo aver lanciato in prima squadra quattro anni prima un giovane, prodotto di quell’academy voluta da Birrell, rispondente al nome di Jimmy Greaves (124 i suoi goals in campionato con la maglia del Chelsea), che tuttavia in quella stessa estate del ’61 venne ceduto al Milan. Il posto di manager venne preso da Tommy Docherty.

Il Pensioner, primo simbolo del club

Gli anni ’60 erano gli anni della ribellione giovanile, dei Beatles e, ed è la cosa che ci riguarda, della Swingin’ London. E la Swingin’ London era, nel calcio, il Chelsea, non tanto per i risultati sul campo, nuovamente deludenti o quantomeno lontani dalle ambizione, quanto per l’attrazione che esercitava su alcune star di quel momento, che facevano la fila per presenziare alle partite a Stamford Bridge e che resero il Chelsea la squadra più glamour del periodo, anche per il suo gioco attraente. Partite con 80.000 spettatori, calcio divertente, il marchio fashion appiccicatogli addosso e due soli trofei in bacheca (la squadra del ’55 vinse anche la Charity Shield): i paradossi del calcio. Docherty subentrò in una situazione disperata, con la squadra destinata a una retrocessione che infatti non venne evitata, ma che servì al manager per costruire le basi per il futuro; l’immediata promozione in Division One fu la prima pietra su cui costruire. Docherty lavorò soprattutto sul ringiovanimento della squadra, cedendo i giocatori più attempati e attingendo a larghe mani al vivaio. Ron “Chopper” Harris (recordman di presenze), il portiere Peter Bonetti, l’ala Bobby Tambling (202 goals totali, record), John Hollins, Ken Shellito, Barry Bridges, Bert Murray il capitano Terry Venables erano tutti prodotti dell’academy e tutti membri di quel Chelsea “of the sixities” che sfiorò nel decennio solamente i trofei più importanti (diverse volte coinvolti nella title race, due semifinali di FA Cup e una finale, semifinale di Coppa delle Fiere), mettendo in bacheca solamente la Coppa di Lega del 1965.

Lo stemma, dagli anni ’50 a metà anni ’80

Nel frattempo nel 1966 un altro prodotto del vivaio venne aggregato alla prima squadra: Peter Osgood. Con il “re di Stamford Bridge” al centro dell’attacco, il Chelsea centrò nuovamente, dopo anni, la finale di FA Cup (1967), la prima tutta londinese (Cockney Cup Final), contro il Tottenham, persa però dagli uomini di Docherty. La stagione precedente Osgood rimase invece gravemente infortunato con il Chelsea primo in classifica, costringendo il manager all’acquisto di Tony Hateley per 100.000 sterline, l’ennesimo buco nell’acqua costosissimo visto che l’attaccante non si adattò mai al gioco Blues. Digressione doverosa. Docherty venne licenziato all’inizio della stagione 1967/68, e, dopo la breve parentesi di Ron Stuart, fu sostituito dall’ex manager dell’Orient Dave Sexton. Sexton mantenne il nucleo creato da Docherty, aggiungendovi l’attaccante Ian Hutchinson e affidando le chiavi del centrocampo al ragazzo di casa Alan Hudson (nato a Chelsea). E finalmente, sebbene non arriverà nessun titolo in campionato, venne messa in bacheca la FA Cup, vinta nella finale del 1970 contro il Leeds United, a cui fece seguito la Coppa delle Coppe del 1971 vinta contro il Real Madrid (e dopo aver eliminato i detentori del Manchester City). Gli anni ’70 cominciarono dunque alla grande, con un bis di successi a cui fece seguito, nel 1972, la canzone “Blue is the colour“, con cui abbiamo aperto questo post e uno degli inni più famosi del calcio inglese, cantata dagli stessi membri della squadra. Tutto sembrava mettersi per il verso giusto, e tutto faceva presagire un decennio di successi.

Invece, la Coppa delle Coppe fu l’ultimo trofeo vinto dal Chelsea, che per vincerne un altro dovrà aspettare la metà degli anni ’90. La squadra cominciò a disgregarsi, anche per problemi fuori dal campo che portarono Sexton a escludere, tra gli altri, lo stesso Osgood, che nel 1974 lasciò il club in direzione Southampton; lo stesso anno anche Sexton venne esonerato dal Chelsea, che al termine della stagione, con nuovamente alla guida Ron Stuart, retrocedette in seconda divisione. I guai non riguardavano solamente l’aspetto calcistico, ma anche quello economico, con le casse del club svuotate dalla costruzione dell’East Stand (nell’ambito di un ambizioso progetto che avrebbe dovuto portare la capienza a 60.000), situazione che peggiorerà negli anni successivi. Sul campo, Eddie McCreadie, ex giocatore, subentrò a Stuart e, alla seconda stagione in Division Two, riuscì a ottenere la promozione, salvo litigare con il proprietario Brian Mears e lasciare il club sbattendo la porta. Iniziò un periodo convulso della storia del Chelsea anche sotto il profilo dei manager, con continui avvicendamenti in panchina. A McCreadie fece seguito Ken Shellito, anch’egli ex giocatore del club, che mantenne il Chelsea in First Division nel 1977/78, salvo essere allontanato la stagione seguente e sostituito dalla leggenda Spurs Danny Blanchflower, che non riuscì a evitare la retrocessione. Le stagioni 1979/80 e 1980/81 videro alla guida della squadra Geoff Hurst, l’eroe dei Mondiali del 1966, che tuttavia non riuscì a riportare il Chelsea in Division One. Nel 1981 Mears mise in vendita la squadra “di famiglia”, che nel 1982 passò a Ken Bates, ex proprietario dell’Oldham.

The King of Stamford Bridge

Il cambio di proprietà non coincise con un miglioramento dei risultati, anzi, nella stagione 1982/83 il Chelsea rischiò addirittura la retrocessione in Division Three. Sul piano finanziario, i problemi continuavano, aggravati dal fatto che, dopo lo scorporamento avvenuto durante la crisi economica degli anni ’70, Stamford Bridge apparteneva a una holding diversa rispetto al club, e la società proprietaria dello stadio era rimasta in mano alla famiglia Mears. Comincerà una lunga battaglia, risolta solamente nel 1997, durante la quale lo spettro di un definitivo allontanamento da Stamford Bridge aleggiò sul Chelsea, visto che l’impianto, ceduto da Mears a una ditta edile, fu in procinto di essere abbattuto per costruirvi un complesso abitativo (si ventilò la possibilità per il Chelsea di andare a giocare a Selhurst Park). Sul campo, con John Neal alla guida, il Chelsea riuscì, nel 1983/84, a riconquistare la massima serie; in attacco primeggiava Kerry Dixon, che giocherà più di 300 partite con la squadra segnando 147 goals. Il ritorno in Division One coincise con alcune stagioni caratterizzate da ottimi risultati, addirittura il Chelsea si trovò in lotta per il titolo, salvo clamorosamente retrocedere nel 1987/88: il manager, John Hollins (che subentrò a Neal quando questi si ritirò), peggiorò i suoi rapporti con alcuni giocatori chiave (David Speedie e Nigel Spackman su tutti), che vennero ceduti, e il sostituto Bobby Campbell non riuscì a evitare l’inevitabile.

Apriamo una breve parentesi sul tifo. Abbiamo elogiato indirettamente le grandi folle che accorrevano a Stamford Bridge, rimarcando il fatto che il Chelsea è da sempre un club conn molto seguito. Tuttavia il “molto seguito” coincise negli anni ’70 con la larga presenza tra le fila dei tifosi Blues di elementi hooligan, tra i quali i famosi Chelsea Headhunters, una delle più temibili firm di quegli anni. Chiusa parentesi, ritorniamo al campo, con l’immediata promozione, trionfalisticamente ottenuta con 99 punti, ben 17 di vantaggio sulla seconda. Cominciarono così gli anni ’90, con il Chelsea di Campbell sorprendentemente quinto in First Division, il quale venne in seguito promosso general manager. Ian Porterfield e Glenn Hoddle furono i due manager che precedettero il nuovo periodo di gloria del Chelsea, che iniziò con l’FA Cup del 1997 (contro il Middlesbrough) vinta con Ruud Gullit in panchina. Gullit era arrivato al Chelsea come giocatore quando, con Stamford Bridge al sicuro, Bates (e Matthew Harding, ricco direttore delle finanze che morirà tragicamente poco dopo) mise a disposizione maggiori fondi per acquistare nuovi giocatori. Fondi che servirono all’olandese ad acquistare Gianluca Vialli, Frank Leboeuf, Roberto di Matteo e soprattutto “Magic Box“, Gianfranco Zola, insieme a Osgood uno dei giocatori più amati dai tifosi del Chelsea. Gullit venne licenziato nel corso della stagione 1997/98, sostituito da Gianluca Vialli nelle vesti anch’egli di player/manager: l’ex attaccante di Sampdoria e Juventus condusse il Chelsea a tre trofei nel giro di pochi mesi, con la Coppa di Lega (sempre 2-0, sempre contro il Middlesbrough), la Coppa delle Coppe (1-0 contro lo Stoccarda, goal di Zola) e la Supercoppa Europea (1-0 al Real Madrid). L’ultimo successo di Vialli fu l’FA Cup del 2000, contro l’Aston Villa; ma nel frattempo il Chelsea aveva anche fatto l’esordio in Coppa dei Campioni (ora Champions League), con l’eliminazione nei quarti contro il Barcellona.

Lo strepitoso goal di Zola contro il Norwich City

Il Chelsea “italiano” continuò con Claudio Ranieri, sebbene il manager romano non riuscì a ripetere i successi del predecessore, con la macchia della semifinale di Champions persa contro il Monaco, squadra decisamente inferiore al Chelsea come forza e forse aiutata da alcune bizzarre decisioni tattiche di Ranieri. Nel frattempo, il milionario russo Roman Abramovich rilevò il club da Bates, aprendo con il suo avvento la nuova e tuttora in corso serie vincente del Chelsea. Licenziato Ranieri, le chiavi della squadra vennero affidate dal magnate russo a Josè Mourinho, fresco vincitore della Champions con il Porto; la storia del manager portoghese a Stamford Bridge la conosciamo: due titoli, due Coppa di Lega, una FA Cup, mentre la Champions, vero obbiettivo di Abramovich (che ha rinforzato negli anni una squadra che vedeva già tra le sue fila John Terry e Frank Lampard con numerosi fuoriclasse, tra tutti Didier Drogba, Arjen Robben, Petr Cech, Ashley Cole, Ricardo Carvalho, Hernan Crespo, Andriy Shevchenko, Fernando Torres etc.) continuò a sfuggire, anche quando la squadra orfana dello “Special One” portoghese raggiunse la finale (con Avram Grant in panchina) del 2008, persa ai rigori contro il Manchester United; o quando la stagione successiva una controversa semifinale contro il Barcellona sancì l’eliminazione degli uomini di Guus Hiddink (subentrato a Felipe Scolari e vincitore di una FA Cup). Dopo averci provato con un altro italiano, Ancelotti, vincitore di un campionato e una FA Cup, quest’anno è finalmente arrivato l’agognato successo europeo, piuttosto inaspettato e con una squadra che, con Villas-Boas in panchina, sembrava cotta. In panchina, neanche a dirlo, un italiano, l’ex Roberto di Matteo, che nella finale di Monaco di Baviera ha visto i suoi uomini trionfare ai rigori contro i padroni di casa (e va ricordata anche l’estenuante semifinale contro il Barcellona) e che ha messo in bacheca anche una FA Cup.

Concludiamo così la storia del Chelsea, i campioni d’Europa in carica, la prima squadra londinese ad aver alzato la coppa più prestigiosa. Una squadra caratterizzata da sempre da un’aurea di fascino, una squadra storicamente attraente per il suo gioco, per i suoi campioni, per le icone come Peter Osgood, per lo stadio, dopo la ristrutturazione un gioiello nel cuore chic della capitale, e il solo pensierio che il Chelsea possa abbandonarlo ci mette i brividi visto che la squadra stessa è nata in funzione dello stadio. Ma allo stesso tempo una squadra che ha raccolto, salvo gli ultimi anni, meno di quanto seminato; che ha attraversato momenti difficili, economicamente, sugli spalti, sul campo (è stata, tra le “grandi” attuali, l’ultima ad aver giocato in seconda divisione). E lasciando Chelsea, lasciando Fulham, ci dirigiamo verso…un po’ nord, un po’ est, un po’ sud, visto che dedicheremo l’ultimo post a Barnet, Dagenham & Redbridge e AFC Wimbledon. Il nostro viaggio è quasi terminato, ma prima ci fermiamo davanti alla West Stand, dove la statua di Peter Osgood sorveglia la sua casa; e, con tutto il rispetto per Mourinho, Drogba etc., il Chelsea per noi, amanti del calcio che fu, rimane lui. Born is the king of Stamford Bridge

Leggende: Terry e Lampard (e Cole) con la Champions League

Records

  • Vittoria più larga: 9-1 v Worksop Town (FA Cup, 11 Gennaio 1908)
  • Sconfitta più larga: 1-8 v Wolverhampton Wanderers (Division One, 26 Settembre 1953)
  • Maggior numero di spettatori: 82.905 v Arsenal (Division One, 12 Ottobre 1935)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ron Harris, 655
  • Maggior numero di reti in campionato: Bobby Tambling, 164

Trofei

  • Division One/Premier League: 1954/55, 2004/05, 2005/06, 2009/10
  • F.A. Cup: 1970, 1997, 2000, 2007, 2009, 2010, 2012
  • League Cup: 1965, 1998, 2005, 2007
  • Charity/Community Shield: 1955, 2000, 2005, 2009
  • Champions League: 2011/12
  • Coppa delle Coppe: 1970/71, 1997/98
  • Supercoppa Europea: 1998

Rivali: Fulham, Arsenal, Tottenham

Link: Chelsea Italia

Le piccole differenze (parte II)

Su Inghilterra-Italia c’è poco da dire, la Nazionale italiana ha dominato i Tre Leoni dal primo all’ultimo minuto e ha meritatamente passato il turno. Ci preme rimarcare una cosa sulla partita di ieri, con il rischio di passare da anti-italiani, rischio che corriamo molto volentieri visto che si parla di una cosa, il rispetto dell’avversario, che deve trascendere sempre dalla partigineria.
Volevamo fare un paragone tra le due telecronache ufficiali, quella della Rai (Rai 1, con la tremenda coppia Gentili-Dossena, in studio nomi del calibro di Marco Mazzocchi, Francesco Pannofino (!), Ivan Zazzaroni – stimato giudice di Ballando con le stelle -, Paola Ferrari etc.) e quella della BBC (che nel suo team vanta gente come Alan Shearer, Gary Lineker etc.). Non intendiamo discutere della marea di errori commessi, nuovamente, dalla coppia Rai (esilaranti, ieri, le pronunce dei calciatori inglesi, oltre al capolavoro, tra i tanti, “Buffon con i pugni” quando il portiere aveva chiaramente trattenuto la palla), ma appunto del rispetto dell’avversario, che riassumiamo con queste due frasi (ringraziamo il nostro amico Davide, il quale ce le ha portate a conoscenza).

BBC, appena Diamanti segna il rigore: “e il senso di giustizia del calcio è rispettato”
Rai, Dossena al 66′, o giù di lì: “gli inglesi si stan cagando sotto”*

Piccole cose, piccole differenze. Eppure siamo sicuri che, a parti invertite (con l’Inghilterra che vince ai rigori, dopo aver dominato) si sarebbe parlato, parallelamente ai processi alla squadra (quelli non mancano mai) di “fortuna dell’avversario” e altre amenità simili. Se essere esterofili significa amare l’equilibrio nei giudizi sì, lo ammettiamo: siamo esterofili. Ma forse ci piace solo il rispetto, e l’onestà intellettuale, e quella sobrietà che si accompagna sempre alla qualità delle telecronache, qualità a cui non siamo più abituati da anni.

* in realtà non ha usato il termine “cagando addosso”, ovviamente. Ma rendeva bene l’idea di una telecronaca improntata sul mettere in risalto il terrore dell’avversario

P.S. vorremmo simbolicamente dare il premio “tweet” dell’anno al bellissimo, autoironico, divertente tweet di @VisitEngland: England lose on penalties. For more on our culture and traditions go to http://www.visitengland.com  😉
Unici

Biglietti…

Capita spesso che, osservando i termini della ricerca, notiamo che alcuni di voi cercano informazioni sui biglietti per le partite. Per quanto questo blog sia dedicato principalmente alla storia del calcio inglese, agli stadi, all’atmosfera etc, ad aspetti dunque non concernenti, salvo casi eccezionali, l’attualità (per la quale, senza alcun tipo di problema, consigliamo altri blog “amici”), abbiamo un po’ di esperienza di partite viste dal vivo per cui, per qualsiasi domanda/richiesta/informazione non esitate a contattarci, qui sul blog, su Facebook, su Twitter. Siamo a vostra disposizione con enorme piacere.

L’importante è, negli stadi inglesi, rispettare le regole (rispettare le regole! Per chi è abituato al nostro Paese sembra strano..). Per cui se volete tifare Manchester United a White Hart Lane o a Carrow Road o ad Anfield o dove volete NON andate nei settori di casa, che infatti sono “Home supporters only“. E’ bene saperlo prima per evitare che succeda come ai tifosi del Napoli a Stamford Bridge che, esultando al goal della loro squadra al di fuori del settore ospiti, si sono visti gentilmente accompagnati all’uscita dagli steward. Semplici regole ma da rispettare (lo stesso vale per i pub intorno allo stadio: mai entrare con la sciarpa della squadra avversaria!). Che poi sembra scontato e banale dirlo, ma a noi in prima persona è capitato di assistere a italiani che sono andati a Old Trafford….con la sciarpa del Manchester City (!!!) per cui non ci stupiamo più di nulla.

P.S. e stasera, Inghilterra-Italia…

Le più belle maglie della Premier: le nuove maglie, il Chelsea

Eccci tornati con la rubrica che tratta delle nuove maglie che sono state presentate finora dalle squadre della Premier League. Oggi parleremo delle jersey Home & Away del Chelsea, firmate, come ormai da molti anni, dalla tedesca Adidas.

Come si può vedere dalla foto, il completo home è stato rivoluzionato rispetto all’anno scorso. Sparisce la fascia bianca sulle maniche e sui pantaloncini sulle quali erano poi presenti le tipiche tre strisce Adidas, blu come la maglia. In questa nuova versione per le prossime Premier League e Champions League, l’azienda tedesca ha deciso di seguire ciò che aveva già fatto l’anno scorso per Real Madrid ed in parte per il Milan. Si passa quindi all’oro per i dettagli. Molto belle le tre strisce sulle spalle e sui pantaloncini, così come lo stile generale della maglia che presenta delle ulteriori strisce trasversali nella trama sul davanti. Diventa dorato anche lo sfondo del logo, e questa scelta non trova molto d’accordo noi integralisti delle maglie. I numeri sui pantaloncini restano bianchi e così probabilmente pure quelli sul retro della maglia. Bianchi anche i calzettoni, con la parte superiore blu con le tre strisce bianche.

Per quanto riguarda il kit away, la maglia ricorda molto quella del River Plate. Presenta infatti una striscia trasversale celeste che parte dalla spalla sinistra e termina sulla parte destra della vita. L’Adidas ha svilupparo inoltre un collo a v blu scuro, con le tre tipiche strisce che partono dal collo e arrivano a fine manica. Come si vede dall’immagine, al collo le strisce sono di colore blu, scendendo verso i polsi diventa celeste per poi ritornare blu in corrispondenza della fine delle maniche, nella maglia a maniche lunghe. Presenti inoltre anche polsini blu dello stesso colore del collo. In questo kit il logo ritorna ad essere del colore abituale, i pantaloncini sono bianchi con strisce blu laterali, e i calzettoni blu scuro con riche bianche sul risvolto superiore.

In generale molto buone le maglie della squadra londinese per la prossima stagione, con l’unico aspetto negativo che viene dal cambiamento del colore del logo della prima maglia.

Filippo Lorenzo Collalti

Jordan Rhodes, la rivelazione dell’anno

Siamo stati dubbiosi a lungo: lo dedichiamo o no un post a Jordan Rhodes? Non perchè sia un argomento di scarso interesse o perchè ci faccia ribrezzo l’Huddersfield, squadra d’appartenenza del giocatore, che anzi è bello vedere di nuovo almeno nella Championship, ma perchè sarebbe un precedente, e dovremmo ogni volta che un giocatore fa una stagione strabiliante parlarne. Però allo stesso tempo ci siamo risposti che una stagione da 40 goals complessivi meritasse almeno qualche riga, prima che, chissà, tutti ne riparlino un giorno, quando Rhodes segnerà al Manchester United (glielo auguriamo, per inciso). Per cui sì, glielo dedichiamo.

Rhodes con il premio di Player of the Year

Jordan Luke Rhodes nasce a Oldham, vicino a Manchester, il 5 Febbraio 1990. Il padre, Andrew “Andy” Rhodes, portiere, giocava infatti per i Latics in quel periodo, in uno dei momenti migliori nella storia della squadra, tant’è che prese parte lui stesso alla finale di Coppa di Lega del 1990, persa dall’Oldham 0-1 contro il Nottingham Forest. Nello stesso anno però Andy si trasferì, famiglia al seguito, in Scozia, a giocare nel Dunfermline, esperienza a cui fece seguito il St Johnstone (dal 1992 al 1995) e l’Airdrieonians, con due parentesi inglesi in prestito, prima al Bolton e poi allo Scarborough (dove chiuse la carriera). Inglese di nascita, Jordan è cresciuto però in Scozia, dove iniziò anche a giocare a calcio, seguendo le orme del padre come portiere al Carneyhill, piccola società dell’omonima cittadina vicino a Dunfermline. Ma, come il passato del padre, anche il futuro di Jordan sarà in Inghilterra.

Approda nelle giovanili del Barnsley nel 2005 ma, quando il padre viene assunto dall’Ipswich Town come allenatore dei portieri lo stesso anno, il figlio lo segue nell’East Anglia, acquistato dai Tractor Boys per 5.000 sterline. Nel frattempo gli viene consigliato di provare a giocare in attacco (nonostante il padre, come dichiarato di recente, l’avrebbe voluto vedere in porta), decisione a posteriori saggia; così quando inizia a giocare per la squadra under-16, inizia nello stesso momento a segnare a raffica, tant’è che nella sua prima stagione passa dall’under-16 alla squadra riserve, segnando nel mentre più di quaranta goals e attirando l’attenzione della Nazionale inglese under-17, alla quale dovette però rinunciare a causa di un infortunio. E furono proprio gli infortuni a segnare la seconda stagione nell’Ipswich, stagione che non lo vide mai in campo come invece era immaginabile per un talento di quel calibro. Il debutto tra i grandi era dunque rimandato.

Viene, a inizio della stagione 2007/2008 (10 Ottobre), prestato un mese all’Oxford United, in quel momento in Conference. Con gli U’s gioca 4 partite di campionato, non andando mai a segno; segna invece una doppietta in FA Cup, partita vinta dall’Oxford 2-1 contro il Merthyr Tydfil. Prima del termine naturale del prestito l’Ipswich richiama Rhodes alla base, in quanto necessitava di lui per una partita di FA Youth Cup (competizione molto importante, la più importante a livello giovanile), causando così la reazione dell’Oxford, che evidentemente credeva molto nel giocatore e avrebbe volentieri prolungato il prestito. “It’s a shame but Ipswich have asked for him back so all we can do is thank him for his efforts here“, dichiarò il manager degli U’s, Jim Smith, il quale aggiunse “Jordan is a player with a bright future ahead of him“. Profetico.

Viene aggregato alla prima squadra, collezionando un totale di 8 presenze e segnando il suo primo goal in campionato, il 9 Aprile 2008 contro il Cardiff City. Ma evidentemente non bastava quel goal per convincere lo staff dell’Ipswich, che a Settembre del 2008 lo manda nuovamente in prestito, questa volta in League Two al Rochdale, sempre per un mese. Con il Dale gioca 5 partite e segna 2 goal; torna all’Ipswich, dove però non c’è ancora spazio per lui. Così la squadra lo rimanda in prestito in League Two, questa volta al Brentford, un’esperienza che doveva essere originariamente mensile ma che viene estesa quasi subito al termine della stagione. E finalmente Rhodes ha l’opportunità di giocare con continuità: i Bees sono la squadra più forte del campionato (che vinceranno) e Jordan contribuisce alla promozione con 7 goals in 14 partite, tra cui una tripletta contro lo Shrewsbury che lo fa diventare il più giovane autore di un hat-trick nella storia del club. Un infortunio al dito del piede lo costringe al rientro anticipato all’Ipswich e chiude la sua stagione.

Due indizi fanno una prova si dice; noi lo modifichiamo con tre stagioni fanno una prova, la prova che all’Ipswich poco credevano nel ragazzo, forse per i tanti infortuni, o forse per ragioni squisitamente tecniche (la storia è piena di talenti bocciati in prima istanza da qualche club poi pentitosi). Fattostà che, quando il manager dell’Huddersfield Lee Clark bussa alla porta dell’Ipswich, questi rispondono ok: Rhodes diventa così un Terrier. Clark ci aveva visto giusto: 23 goal totali la prima stagione, 22 la seconda, 40 nell’ultima, magnifica annata culminata nella promozione del club dello Yorkshire, giocando rispettivamente 45, 37, 40 partite in campionato, segno che gli infortuni lo hanno lasciato tranquillo. Ovviamente è proprio quest’ultima stagione ad aver portato Rhodes all’attenzione di tutti, da addetti ai lavori ad appassionati: 36 goals in campionato, di cui 5 in una partita (contro il Wycombe) e 4 in un’altra (Sheffield Wednesday), 6 triplette finali, il titolo di Giocatore dell’Anno della League One e la convocazione in Nazionale.

Proprio la Nazionale è argomento interessante, visto che, già a livello under-21, Rhodes ha optato per giocare nella Scozia (seguendo il percorso di un mito come Denis Law, giocatore dell’Huddersfield e della Scozia), per la quale è convocabile grazie agli almeno 5 anni di scuola fatti nel Paese di Braveheart e delle cornamuse. 8 presenze e 8 goals totali con l’Under sono stati il preludio, insieme alla strepitosa forma mostrata all’Huddersfield, alla convocazione in Nazionale maggiore, con la quale ha debuttato l’11 Novembre 2011 contro Cipro, subentrando nei minuti finali. Se a prima vista può sembrare una scelta di comodo (reputando magari irraggiungibile la Nazionale inglese), Rhodes ha invece detto di sentirsi pienamente scozzese, nonostante sia per origini famigliari e di nascita inglese a tutti gli effetti. “It was never in doubt I would be sticking with Scotland. I’m Scottish through and through. I had all the jerseys as a kid and grew up watching Scotland“.

Ora le voci di mercato, come inevitabile che sia, si susseguono. Già a Gennaio alcune società, West Ham su tutte, hanno mostrato interesse per il 22enne di Oldham; l’Huddersfield, ovviamente, ha rifiutato qualsiasi avances, impegnato com’era nella corsa promozione. Quest’estate sarà sicuramente più calda, e due squadre, Celtic (squadra del cuore di Rhodes) e Fulham hanno mostrato interesse. Sarà difficile per l’Huddersfield trattenere Rhodes, nonostante il diretto interessato non sembri molto interessato alle voci di mercato. “You guys can make up the stories or whatever they might be, rumours or whatever. They don’t tend to affect my mindset” ha dichiarato al Daily Mail poco prima della finale di playoff contro lo Sheffield United. Sicuramente la sua attenzione, prima che al mercato, è rivolta alle Olimpiadi: Rhodes è stato infatti incluso nella pre-selezione del Team GB, e ai primi di Luglio sapremo se farà parte della squadra olimpica britannica.

Ma che giocatore è Jordan Rhodes? Attaccante di buona stazza (1.88 m, o se preferite 6 piedi e 2 pollici), trae la sua forza da un mix di caratteristiche. Usiamo parole trovate in rete: “He is not a fox-in-the-box, he is not a big target man and he is not a speed merchant who can dribble past the whole team. He is a very decent mixture of all those attributes“. Ma soprattutto, e questo è il tratto distintivo di un attaccante, possiede l’innato e non-insegnabile fiuto per il goal, il feeling con il pallone, il capire sempre dove questo vada a finire, oltre a una capacità di finalizzare notevole, unita alla freddezza. La capacità di far salire la squadra è invece il suo punto debole, visto che, spalle alla porta, perde del tutto la sua efficacia, per cui ben si integrerebbe con attaccanti più “fisici” e magari meno goleador. Come lo ha definito Mark Wotte, attuale dirigente della FA scozzese, “he is the best goalscorer in the UK“. E vedremo se lo confermerà.

Viaggio nella Londra del calcio: Arsenal

Arsenal Football Club
Anno di fondazione: 1886
Nickname: Gunners
Stadio: Emirates Stadium, Drayton Park, London N5
Capacità: 60.432

Dell’Arsenal non ci scorderemo mai due cose: Highbury e Febbre a 90′, traduzione dell’originale Fever Pitch. Il primo è stato lo stadio più bello che abbiamo visitato, e il giorno in cui è stato demolito una piccola ferita si è aperta nel nostro cuore, che pur non batte per l’Arsenal; il secondo è stato uno dei libri più decisivi nella formazione della nostra cultura e passione per il beautiful game, oltre che vera Bibbia del tifoso (e che, vi avvisiamo, sarà probabilmente pluricitato qui, anche se tenteremo di evitare ciò). Ad Highbury chi vi scrive ci è arrivato nell’estate del 2005, nel periodo degli attentati, per cui la Piccadilly Line era chiusa costringendoci a scendere a Finsbury Park, e fare poi la tratta a piedi Blackstock Road-Ambler Road-Avenell Road in mezzo a Islington, tipico quartiere londinese residenziale in cui bianco e nero si integrano a prima vista senza problemi, almeno a giudicare dagli odori di cibo provenienti da ogni parte del Mondo e dai bambini che giocavano in strada in quella mattina di un Luglio londinese. Highbury era più inserito nel quartiere rispetto a White Hart Lane, in mezzo alle case letteralmente, tanto che come ricorderete il sogno di Paul, nell’omonimo film tratto dal libro (e non stiamo a ripete quale), era acquistare casa vicino allo stadio, con il proprietario dell’appartamento che, bluffando clamorosamente e ignorando che all’acquirente poco gliene importava del chiasso, gli dice che il rumore durante le partite non si sente. Ma Highbury era troppo piccolo, e l’Arsenal troppo grande, per cui si optò per costruire una nuova e più capiente casa, poco distante (la fermata del Tube per arrivarci rimane sempre Arsenal) da quel gioiello che, concedetecelo, aveva tutt’altro sapore rispetto al supermoderno Emirates. Oggi e ormai da molti anni l’Arsenal è Islington e viceversa, eppure c’era un tempo in cui l’Arsenal giocava più a sud, le stesse radici della squadra sono più a sud, non lontano dal Charlton Athletic. Andiamo a scoprirle…

L’Arsenal venne fondato nel 1886 da un gruppo di lavoratori del Woolwich Arsenal Armament Factory, come facilmente intuibile, insomma, una fabbrica di armamenti, posta appunto del quartiere di Woolwich, situato oggi nel borough di Greenwich. Siamo a origini simili a quelle del Millwall, con la fondazione avvenuta per opera di lavoratori di una fabbrica (per giunta con un’impronta scozzese entrambe). Il nome originale della squadra era Dial Square, riferimento alla meridiana (sundial) posta all’ingresso della fabbrica; tuttavia venne quasi immediatamente mutato in Royal Arsenal. Un contributo fondamentale lo diedero due ex giocatori del Nottingham Forest (Fred Beardsley e Morris Bates) in quanto, intercedendo presso l’ex club, riuscirono a ottenere una fornitura di maglie rosse, colore che venne adottato dal Royal Arsenal e che tutt’oggi è il tratto distintivo del club (le maniche bianche verranno però introdotte molto più avanti). Per quanto riguarda i campi da gioco utilizzati, come abbiamo visto nelle altre tappe del nostro viaggio la situazione era spesso in evoluzione costante, e il Royal Arsenal non sfuggiva a questa regola. Gli impianti utilizzati nei primi anni, nella zona di Plumstead, comprendevano Plumstead Common (il primo impianto usato dalla squadra), Sportsman Ground (situato nella zona delle Plumstead Marshes), e in seguito il Manor Ground, preso in affitto grazie ai primi profitti ottenuti dai match nella London Senior Cup; quando anche il Manor Ground, dopo una stagione, venne considerato inadatto, il club si spostò all’Invicta Ground. Era il 1890.

Woolwich Arsenal a Manor Ground

Quella stagione il Royal Arsenal giocò per la prima volta in FA Cup, competizione aperta a tutti, anche ai club del nord, che all’epoca viaggiavano su un livello nettamente più alto rispetto a quelli del sud, essendo molti di loro già passati al professionismo (il calcio si diffuse prima al nord, come testimoniano bene Sheffield FC – 1857, Notts County – 1862, Nottingham Forest – 1865, etc.). La differenza di livello rispetto ai club del centro-nord del Paese, unito al tentativo fatto da uno di essi – il Derby County – di firmare con contratti professionistici due giocatori del Royal Arsenal, indusse il club del sud-est di Londra a passare al professionismo (1891). La reazione delle altre squadre del sud non si fece attendere, le proteste montarono nel timore che il Royal Arsenal creasse un divario incolmabile con il resto del panorama amatoriale del sud e la London Football Association prese la decisione di bandire il club da tutte le sue competizioni, lasciandogli la sola possibilità di partecipare alla FA Cup (e ovviamente di disputare amichevoli). Il Royal Arsenal reagì tentando di creare una versione meridionale della Football League, tentativo però fallito. Prima che la vicenda venisse risolta, e vedremo come, il club tornò al Manor Ground, di cui sarà casa fino al 1913, e cambiò nome in Woolwich Arsenal. Era il 1893, e stava per avvenire la svolta che avrebbe risolto la difficile questione dell’esclusione dai tornei londinesi e avrebbe segnato una tappa storica all’interno del panorama calcistico del sud.

Quell’anno, infatti, la Football League accolse il Woolwich Arsenal tra le sue fila, prima squadra del sud a entrare nel circuito professionistico del nord. A posteriori, la scelta del professionismo si rivelò dunque lungimirante, anche se alcuni giocatori dissidenti si opposero, fondando a loro volta il Royal Ordinance Factories, club dalla breve vita. Si partì dalla Division Two, dove il club rimase a lungo: 11 stagioni prima del grande salto in Division One, nel 1903. Arrivarono in seguito anche due semifinali di FA Cup, tuttavia la situazione iniziò a essere difficile, sia per la classifica non sempre splendida sia per problemi economici che stavano pian piano sorgendo. La svolta era ancora una volta dietro l’angolo, e arrivò con il nuovo proprietario, l’ex Fulham Henry Norris, che individuò nell’area a nord della City, quella di Highbury e Islington, la soluzione ai problemi del club, che avrebbe così potuto andare ad attingere a un bacino d’utenza (termine stramega inflazionato e di cui ci scusiamo) vergine. La retrocessione del 1913 diede il là al piano di Norris (che per la verità incontrò obiezioni sia dai tifosi, radicati in quel di Woolwich, sia dai residenti di Highbury), e il Woolwich Arsenal si trasferì così ad Highbury, in un nuovo impianto progettato, manco a dirlo, da Archibald Leitch. Cambiò nome l’anno dopo, eliminando l’ormai privo di significato Woolwich, riferimento a un quartiere che aveva perso i legami con la squadra, e sostituendolo con “The”. Nel frattempo sopraggiunse la Grande Guerra, e la storia si interruppe per qualche anno.

Unico, inimitabile: Highbury

Alla ripresa dei tornei, come abbiamo visto nel pezzo dedicato al Tottenham, la Division One venne allargata a ventidue squadre rispetto alle venti precedenti, e uno dei due posti aggiuntivi toccò proprio all’Arsenal, nonostante ne venisse da un sesto posto in seconda divisione nell’ultimo campionato pre-guerra. Le leggende intorno a questa decisione si sprecano. La versione ufficiale vuole che l’Arsenal sia stato scelto per il suo “long service to league football” stando alle parole dello stesso Norris, parole sottoscritte dalla Lega; la versione ufficiosa riporta invece che Norris ricattò la Lega, minacciando la fuoriscita dell’Arsenal e di altre squadre del sud del Paese (che avrebbero creato una Lega indipendente) se questa non avesse preso provvedimenti contro Liverpool e Manchester United, accusate di aver truccato alcune partite: per placare il proprietario dei Gunners, la Football League decise così di ammettere l’Arsenal alla Division One a scapito degli Spurs. Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo* sparì il “The” dal nome, lasciando posto all’odierno Arsenal Football Club. La vità in Division One non fu, nemmeno stavolta, semplice: dal 1919 al 1925 la squadra non ottenne mai risultati importanti (il massimo? Un nono posto), rischiando invece di retrocedere almeno in un’occasione. Norris decise dunque che era tempo di cambiare, diede il benservito al manager Leslie Knighton e, con una mossa entrata nella leggenda, affidò l’incarico a un allenatore che all’Huddersfield aveva vinto tanto: Herbert Chapman.

*la leggenda vuole sia stato Chapman a eliminare il “The”, versione però smentita qui

Parlare profusamente di Chapman in poche righe è un insulto alla grandezza stessa del manager, per cui ci scusiamo in anticipo e promettiamo nello stesso istante che un post dedicato alla storia di Chapman arriverà al termine del nostro viaggio. Tutti conoscono il WM, la modernità per i tempi di allora dell’allenatore di Rotherham, attento alla tattica, alla preparazione fisica e atletica, insomma a ogni minimo aspetto che potesse risultare decisivo per il suo team; meno coloro che invece sanno anche quanto Chapman abbia inciso sull’essenza stessa dell’Arsenal, dall’introduzione delle maniche bianche e di un rosso più acceso (i colori odierni) fino alla rinominazione della fermata del Tube di Gillespie Road, chiamata appunto con l’attuale Arsenal. Facilmente intuibile dunque il perchè Chapman sia sinonimo di Arsenal e quanto decisivo sia stato per il club, anche oltre le vittorie sul campo. I primi anni di Chapman, diciamo per semplificare dal 1925 al 1930, furono perloiù di preparazione ai successi futuri (il proprietario, Norris, si convinse a investire denaro nel club per renderlo competitivo), pur assaggiando per la prima volta il dolce sapore di una finale di FA Cup, peraltro reso amaro dalla sconfitta (0-1, contro il Cardiff City). Poi, nel 1930, la svolta, con la vittoria dell’FA Cup contro, guardacaso, l’Huddersfield, l’ex club di Chapman (pare che in occasione di questa finale le squadre siano entrate per la prima volta in campo insieme, e non si tornò più indietro), primo trofeo che conta messo in bacheca dal club, primo di una lunga serie. Nel 1930/31 arrivò il trionfo in campionato, nella stagione successiva si sfiorò la doppietta (svanita in coppa in una controversa partita contro il Newcastle), nel 1932/33 la nuova vittoria della Division One (solo parzialmente macchiata dalla clamorosa eliminazione in coppa contro il Walsall). Una striscia di successi che, per il manager, si interruppe bruscamente, con la morte avvenuta nel 1934 a causa di una polmonite; ma il caretaker manager Joe Shaw portò in bacheca, nonostante il contraccolpo dovuto alla morte del grande predecessore, il terzo titolo d’Inghilterra, secondo consecuitivo.

Il grande Herbert Chapman, uno dei più grandi allenatori di sempre

Comprimere l’epopea Chapman in un solo paragrafo è, ripetiamo, imbarazzante, e ci ri-scusiamo per questo. Provvederemo presto. Come nuovo allenatore venne scelto un dirigente del club, George Allison, il quale mise immediatamente mano alla squadra per darle nuova linfa; tra i nuovi arrivi Ted Drake, che segnerà qualcosa come 42 goal in quella stagione, che si concluse con il terzo titolo consecutivo di Division One. L’ulteriore evidenza che l’Arsenal fosse il miglior club d’Inghilterra venne fornita dalla famosa “Battle of Highbury”, l’amichevole che il Leoni vinsero 3-2 contro l’Italia campione del Mondo in carica e in cui schierarono ben 7 giocatori Gunners, record tuttora imbattuto. Le vittorie del club in quel decennio (oltre a quelle già viste, van ricordate la FA Cup del 1936 e il titolo del 1937/38) portarono anche alla ristrutturazione dello stadio (in modo da renderlo più capiente), con l’abbattimento delle tribune progettate da Leitch e la sostituzione con nuove tribune, tra cui la famosissima East Stand che chi è stato ad Highbury ha potuto ammirare anche da fuori, con la scritta “Arsenal Football Club” che campeggia nel candore decò della tribuna. Gli anni ’30 terminarono così con 5 campionati e 2 FA Cup vinte, con uno stadio nuovo di zecca, con il segno indelebile lasciato da Chapman e con la consapevolezza di essere il miglior club del Paese. Ricordiamo, per tutte, una formazione di quegli anni, per rendere giustizia ai protagonisti di quell’epopea: Preedy; Parker, Seddon, Hapgood; Hulme, Baker, John, Bastin; Jack, Lambert, James, squadra che vinse la FA Cup nel 1930.

A interrompere il decennio d’oro dei Gunners sopraggiunse, inevitabilmente, la guerra. Durante i bombardamenti tedeschi Highbury (che venne requisito dall’ARP, Air Raid Precautions) rimase danneggiato, il North Bank in particolare, ovvero il settore tradizionalmente riservato ai tifosi più “caldi”; l’Arsenal fu dunque costretto a giocare i tornei bellici a White Hart Lane. Alla ripresa delle competizioni Allison si ritirò dopo una sola stagione (1946/47), terminata al tredicesimo posto; il posto di manager venne preso da Tom Whittaker, che come successo altre volte nei nostri viaggi era un membro del club da molti anni, avendo lavorato anche con Chapman. Whittaker vinse immediatamente il campionato (1947/48), a cui aggiunse una FA Cup nel 1950 (2-0 al Liverpool); mise poi mano alla squadra, ringiovanendola, la quale, guidata in campo dal capitano Joe Mercer (firmato da Allison nella sua ultima stagione alla guida del club), sfiorò il double nella stagione 1951/52 (sconfitta in finale di coppa nuovamente con il Newcastle), vincendo poi il titolo nella stagione successiva dopo un testa-a-testa avvincente con il Preston North End, risolto solo dalla media goal. In vent’anni, l’Arsenal aveva così vinto 7 titoli inglesi e 3 FA Cup; ma incredibilmente, quello fu tutto, almeno per i successivi 17 anni. Whittaker morì nel 1956; venne rimpiazzato da ex-giocatori, Jack Crayston e George Swindin, i quali tuttavia poco ottennero (il massimo, un terzo posto ottenuto da Swindin) rispetto al predecessore. Si tentò anche la soluzione affascinante, ovvero quella di nominare manager, nel 1962, la leggenda vivente Billy Wright, capitano storico dell’Inghilterra e dei Wolves anni ’50; ma anche Wright poco fece per risollevare le sorti del club, e nel 1966 venne quindi risolto il rapporto, e nominato come successore il fisioterapista della squadra, Bertie Mee.

Bertie Mee con i trofei del double

Bertie Mee, scelto forse casualmente e per la disperazione dei risultati ottenuti nei 17 anni senza vittorie, fu invece l’uomo della provvidenza, che riportò il club ad assaggiare il dolce sapore del successo. Favorito anche da un giovane nucleo di giocatori provenienti dall’academy (su tutti Charlie George, uno dei tanti “talenti ribelli” del calcio inglese di quegli anni, capelli fluenti da musica pop – i Beatles erano sulla cresta dell’onda, e John Radford), Mee vinse il primo trofeo dal 1953, la Coppa delle Fiere (poi UEFA) del 1969/70, sconfiggendo in finale l’Anderlecht, dopo aver perso consecutivamente (1968 e 1969) due finali di Coppa di Lega, contro Leeds e Swindon Town, la seconda immortalata anche da Hornby in Febbre a 90 nel capitolo intitolato “Don Rogers” (non ho controllato, giuro). Il successo europeo fu l’antipasto per una portata ancora più gustosa, chiamata nello specifico double e gustata nella stagione seguente, 1970/71: il campionato venne vinto all’ultima giornata a White Hart Lane, rendendo la già storica vittoria leggendaria (all’Arsenal bastava uno 0-0, ma s’impose 1-0 con goal di Ray Kennedy); la coppa venne vinta in finale 2-1 contro il Liverpool, ma epica fu la semifinale contro lo Stoke City, che i Gunners riuscirono a portare al replay dopo essersi trovati sotto 0-2 nella prima partita. Ma fu nuovamente tutto, e Mee sfiorò solamente negli anni seguenti altri successi (una finale di FA Cup persa 0-1 contro il Leeds, un secondo posto nel 1973/74) senza tuttavia ottenerne alcuno. Si dimise al termine della stagione 1975/76, e venne sostituito dall’ex giocatore del club, e allenatore dei rivali Spurs, Terry Neill.

Nonostante l’esperienza di Neill al Tottenham fosse stata fallimentare, all’Arsenal riuscì a ottenere qualche risultato considerevole. Fu nuovamente decisivo il vivaio, che sfornò giocatori quali Liam Brady, David O’Leary, Frank Stapleton (curiosamente tutti irlandesi, come i compagni Pat Jennings e Pat Rice) i quali andarono a formare il nucleo della squadra che raggiunse tre finali consecutive di FA Cup (1978, 1979, 1980), vincendo però solo quella del 1979 contro il Manchester United (le altre due vennero perse, una contro l’Ipswich Town, l’altra contro il West Ham United, entrambe per 0-1). Inoltre nel 1980, parallelamente alla sconfitta in FA Cup, arrivò anche quella in finale di Coppa delle Coppe, persa ai rigori contro il Valencia. Cominciò in quel momento un periodo di relativo declino, segnato da clamorose sconfitte in coppa (Walsall e York City in FA Cup, i dilettanti belgi del K.F.C. Winterslag in UEFA) che si protrasse fino all’avvento di George Graham nel 1986 (nel mezzo, dopo il licenziamento di Neill, fu manager per un breve periodo Don Howe). Graham proveniva dal Millwall, che aveva condotto in seconda divisione e, se a suo favore c’era il fatto di aver giocato con l’Arsenal negli anni ’60, molti dubbi sorgevano proprio dalla scarsa esperienza ad alto livello. Come moltissime altre squadre del periodo (bisognerebbe poi scindere verità da leggende postume, un giorno) l’Arsenal contattò Alex Ferguson, rampante allenatore dell’Aberdeen, il quale declinò l’offerta, spianando la strada all’assunzione di Graham. Nigel Winterburn, Alan Smith, Lee Dixon, Steve Bould si unirono a prodotti del vivaio come Paul Merson, David Rocastle, Tony Adams, Michael Thomas: la squadra che avrebbe riportato l’Arsenal a livelli di eccellenza era formata.

Il goal per eccellenza: Michael Thomas segna, l’Arsenal vince il titolo 1988/89

Alla prima stagione alla guida del club Graham mise subito in bacheca la Coppa di Lega (persa tuttavia in finale l’anno successivo contro il Luton Town), sfuggita per ben due volte in precedenza. Ma il capolavoro lo portò a termine nella terza stagione sulla panchina dei Gunners, campionato vinto nel modo che tutti sanno, con l’incredibile 2-0 ad Anfield Road nell’ultima partita (l’Arsenal necessitava di una vittoria con almeno due goal di scarto, altrimenti il titolo sarebbe andato al Liverpool) e la rete all’ultimo istante di Michael Thomas. Titolo rivinto, dopo un quarto posto nel 1989/90, nel 1990/91, quando allla già citata squadra vennero aggiunti due innesti come David Seaman e Andres Limpar (il double sfuggì nella famosa semifinale contro il Tottenham). Quest’ultima vittoria aprì le porte dopo vent’anni della Coppa dei Campioni (in precedenza era infatti in vigore il divieto per i club inglesi di prendere parte alle competizione europee dovuto agli incidenti dell’Heysel, e nel 1971/72 l’Arsenal venne eliminato dalla mitica Ajax di Crujff), dalla quale però l’Arsenal (che nel frattempo aveva aggiunto alle sue fila Ian Wright, proveniente dal Crystal Palace) venne eliminato per mano del Benfica. Graham non vinse più il campionato, tuttavia aggiunse altri tre trofei alla bacheca del club: fece la doppietta in coppa nel 1992/93 (Coppa di Lega e FA Cup) e vinse il secondo titolo europeo della storia dei Gunners l’anno seguente, la Coppa delle Coppe, battendo 1-0 nella finale di Copenaghen il Parma detentore della coppa. Fu l’ultimo trofeo con George Graham alla guida: lo scozzese venne infatti licenziato nel Febbraio del 1995, quando si fece luce su un pagamento illegale che il manager accettò dal procuratore norvegese Rune Hauge, nell’ambito del trasferimento di John Jensen avvenuto nel 1992. La squadra venne traghettata dal vice di Graham, Stewart Houston, fino al termine della stagione. riuscendo peraltro a raggiungere nuovamente la finale di Coppa delle Coppe, persa contro il Real Saragozza, con il famoso goal da 40 metri di Nayim che sorprese Seaman nell’ultimo minuto dei supplementari, e dopo un avvicente semifinale contro la Sampdoria.

Come sostituto di Graham venne scelto un manager dal profilo simile a quello che aveva lo scozzese nel 1986: Bruce Rioch, non un allenatore affermato ma che aveva guidato il Bolton alla promozione in Premiership e a una finale di Coppa di Lega. Acquistò Dennis Bergkamp dall’Inter per 7.5 milioni di sterline, ma ironicamente furono proprio disaccordi sui fondi per i trasferimenti a portare alla rottura tra Rioch e la dirigenza e alla conseguente separazione. Ancora una volta Houston venne incaricato di fare da caretaker manager per dirla all’inglese, ma quando questi accettò l’offerta di allenare il QPR fu Pat Rice a terminare la stagione alla guida della squadra, e a risultare quindi, tuttoggi, il penultimo allenatore dei Gunners. Quell’estate (o meglio dire autunno, visto che venne ufficializzato il 30 Settembre) si decise di puntare infatti su un allenatore francese, reduce da un’esperienza in Giappone ma che aveva in precedenza ottenuto ottimi risultati alla guida del Monaco: Arsene Wenger. Non ci soffermeremo molto sugli anni di Wenger, come facciamo sempre quando si parla di storia recente e bene o male conosciuta ai più, specialmente per una squadra come l’Arsenal tra le più tifate al Mondo. Ci limitiamo a elencarne i successi. Wenger ha fin qui conquistato tre campionati (1997/98, 2001/2002, 2003/2004), di cui l’ultimo da imbattuto, l’unica squadra nella storia del calcio inglese a riuscirci insieme al Preston North End del 1888/89; ha vinto quattro FA Cup, 1998-2002-2003-2005, due delle quali (1998 e 2002) che significarono double (le quattro finali: Arsenal-Newcastle 2-0, la rivincita sui Magpies; Arsenal-Chelsea 2-0; Arsenal-Southampton 1-0; Arsenal-Manchester United 0-0 e vittoria ai rigori); ha disputato infine una finale di Champions League, persa per 1-2 contro il Barcellona a Parigi nel 2006. Ma soprattutto ha portato all’Arsenal giocatori del calibro di Thierry Henry, Sol Campbell (strappato ai rivali del Tottenham), Patrick Vieira, Robert Pires (la colonia francese è sempre stata molto numerosa), Cesc Fabregas, tanto per citarne alcuni tra i tanti, trasformando i Gunners in uno dei club di riferimento a livello mondiale, sebbene continui a mancare quella vittoria in Europa che, come vedremo presto, è riuscita al Chelsea e che significherebbe il salto di qualità definitivo.

Thierry Henry, leggenda Gunners

L’FA Cup del 2005 è anche l’ultimo trofeo vinto dal club; gli ultimi anni han visto l’Arsenal e Wenger concentrarsi sulla costruzione di una squadra giovane che possa fare da base per successi futuri, ma nonostante piazzamenti sempre nei primi posti in campionato il progetto è fino ad ora fallito in termini di trofei vinti. Anche gli acquisti di giocatori più affermati non sono sempre stati all’altezza, e la concorrenza di nuove forze economiche quali Chelsea e Manchester City non aiuta di certo (basti pensare ai casi Cole – soprannominato non a caso Cashley, o Nasri e Clichy, o allo stesso Fabregas). E dire che dal 2006 l’Arsenal ha, come detto in apertura, anche una nuova casa, poco distante dal vecchio Highbury (trasformato in un caseggiato), l’Emirates Stadium, stadio da più di 60mila posti sicuramente più adatto all’ampia fanbase dei Gunners (o Gooners, come amano chiamarsi) rispetto ai 40mila di Highbury ma che non riesce proprio a competere in quanto a bellezza con il vecchio impianto. Fanbase che, in attesa di nuovi successi (Wenger è sempre saldo al suo posto), si consola con il St Totteringham’s Day, ovvero il giorno in cui l’Arsenal ha la matematica certezza di finire davanti agli Spurs, cosa che avviene dal 1995/96 senza interruzioni; e fanbase che è, come prospettato in precedenza, tra le più ampie al Mondo (secondo dati del 2005, la terza più ampia). Ma il cuore pulsante del club più titolato di Londra rimane Islington, con le sue casette a schiera, la multietnicità e i bambini che giocano in strada, sotto la scritta “Arsenal Football Club” che ancora campeggia in quel caseggiato sorto sulle ceneri di Highbury; e allora come un rimbambito ti fermi lì sotto, e pensi a Chapman, ai double, agli invincibili, al goal di Michael Thomas, a Nick Horby, a Charlie George, ti guardi intorno e realizzi in quel momento di essere nel bel mezzo della storia del calcio, e con un sorriso torni verso la metropolitana, lasciando a quel quartiere l’orgoglio che solo una squadra di calcio può dare.

Prossima puntata Chelsea, siamo quasi alla fine.

Records

  • Vittoria più larga: 12-0 v Loughborough (Division Two, 12 Marzo 1900); 12-0 v Ashford Utd (FA Cup, 14 Ottobre 1893)
  • Sconfitta più larga: 0-8 v Loughborough (Division Two, 12 Dicembre 1896)
  • Maggior numero di spettatori: 73.295 v Sunderland (Division One, 9 Marzo 1935)
  • Maggior numero di presenze in campionato: David O’Leary, 558
  • Maggior numero di goal in campionato: Thierry Henry, 176

Trofei

  • Division One/Premier League: 1930/31, 1932/33, 1933/34, 1934/35, 1937/38, 1947/48, 1952/53, 1970/71, 1988/89, 1990/91, 1997/98, 2001/02, 2003/04
  • F.A. Cup: 1930, 1936, 1950, 1971, 1979, 1993, 1998, 2002, 2003, 2005
  • League Cup: 1987, 1993
  • F.A. Charity/Community Shield: 1930, 1931, 1933, 1934, 1938, 1948, 1953, 1991, 1998, 1999, 2002, 2004
  • Coppa delle Coppe: 1993/94
  • Coppa delle Fiere/U.E.F.A.: 1969/70

Rivali: Tottenham Hotspur, Chelsea

Link: Arsenal Italia, Arsenal Italy, Italian Gooners Forum