La storia dei club: Bradford City

bradford292-242512_478x359Bradford City Association Football Club
Anno di fondazione: 1903
Nickname: the Bantams
Stadio: Valley Parade, Bradford, West Yorkshire
Capacità: 25.136

Bradford, West Yorkshire. Bradford è una di quelle città in cui nessuno va. 300.000 anime, un tempo operai dell’industria, oggi perlopiù riconvertiti, spesso con il fantasma della disoccupazione che aleggia minaccioso, come troppe volte accade in questa parte dell’Inghilterra un tempo ricchissima, moltissimi immigrati in cerca di fortuna e di pioggia, che qui, come altrove in Albione, non manca mai.
Bradford è, dunque, per pochi eletti. Ma chi ama il calcio, conoscerà certamente la squadra locale. Una squadra che di recente è balzata agli onori delle cronache per due cavalcate entusiasmanti, in League Cup e in FA Cup, con una finale disputata e tanti riflettori accesi su una realtà finita nel dimenticatoio della League Two.
Una squadra unica nel panorama calcistico inglese, poichè a vestire il claret & amber, diciamo un giallo-ambra e granata, c’è solo lei.
E i più attenti (o, verosimilmente, coloro che stanno invecchiando, come il sottoscritto) si ricorderanno di un Bradford City per due stagioni in Premier League, con un italiano in campo (Benny Carbone) e una salvezza, nella stagione 1999/2000, raggiunta all’ultima giornata e battendo il Liverpool, con un goal di David Wetherall entrato in quel momento nella ristretta cerchia degli eroi claret & amber.

BIGteam-photo-1910-11-postcard.jpgIl primo eroe, quello originale, era uno scozzese (ma dai?!), tale James Whyte, editore del giornale locale, il Bradford Observer. Sull’importanza degli scozzesi per lo sviluppo del football ci sarebbe da aprire una parentesi gigante. Restiamo alla nostra storia. Le idee semplici sono, spesso, le più geniali e riuscite. Mr. Whyte ebbe l’illuminazione in una notte, e pose alla cittadinanza, ma soprattutto ai dirigenti della lega, una domanda banale, ma quantomai consona al periodo: perchè non creare una squadra di Football League a Bradford? D’altronde era il 1903, tardi per gli standard calcistici britannici, e Bradford era una città vivace e produttiva.

Naturalmente a Bradford operavano già alcuni club, ma nessuno di questi partecipava alla Football League. Mr Whyte incontrò i dirigenti della lega nello stadio del Manningham FC (una squadra, a discapito del nome, di rugby): Valley Parade. Vi dice qualcosa il nome? Lo sospettavamo. Lo scozzese convinse anche il club a cambiare sport: basta rugby, benvenuto calcio. La lega approvò e accettò la squadra, che nel frattempo cambiò nome in Bradford City AFC, tra le sue fila. Piccola parentesi. Bradford ha avuto una squadra così tardi rispetto al resto dello Yorkshire (la patria del calcio, così, giusto per ricordarlo) perchè questa particolare area, nell’ovest, era dedita perlopiù al rugby; ed è il motivo per cui la Football League accettò immediatamente il club, pensando che ciò avrebbe promosso il movimento della pedata in un territorio prima ostile. Dal Manningham FC la neonata squadra ereditò anche i colori, il già citato e unico claret & amber. L’origine di questi colori è sconosciuta, e il Manningham li usava già dal 1884. La leggenda più divertente vuole che essi siano un richiamo alla birra e al vino, una goliardata dei dirigenti del club insomma: ma QUI potete trovare tutte le altre ipotesi

Valley Parade prima....

Valley Parade prima….

Torniamo alla trama della nostra storia. La decisione della Football League creò un uniquum nel panorama calcistico inglese (il Chelsea, due anni dopo, fu solo un postumo imitatore): il Bradford City, prima ancora di giocare una sola partita o persino di avere una rosa di giocatori, era già nella lega. Nel 1907/08, pochi anni dopo la fondazione, vinse la Division Two, preparandosi così a disputare il primo campionato di massima serie. E gli anni immediatamente successivi rappresentano tuttora l’apice della storia del club. A dire il vero il primo anno finì con una salvezza all’ultima giornata, grazie a una vittoria contro il Manchester United con goal di Frank O’Rourke (toh, uno scozzese, e due), un momento che culminò due anni più tardi con un altro goal solitario, di Jimmy Speirs (morirà durante la prima guerra mondiale, al fronte), ad Old Trafford: Bradford City 1-0 Newcastle United, ed FA Cup in bacheca. Un trionfo (l’unico, ad oggi) che avvenne solo al replay, perchè al Crystal Palace di Londra finì 0-0, con buona pace dei tifosi dello Yorkshire che viaggiarono verso la capitale con 11 treni speciali, ma che poterono festeggiare solo quattro giorni dopo (vi immaginate oggi i replay delle finali? Già vogliono eliminare i replay in generale….). Peraltro, il City detiene ancora oggi il record di clean sheets consecutivi in coppa, undici, ma questa è altra storia.

Nel frattempo, a rendere vivaci gli uggiosi sabati di Bradford giunse…il derby! La promozione del Bradford Park Avenue (così chiamato dal nome dello stadio, e per differenziarsi dai restanti club) nella massima serie (1914) diede il via ad una serie di derby, peraltro già iniziata due anni prima in coppa, che a sorpresa vedono negli annali in vantaggio il Park Avenue (23 a 22). Sperando di rivedere presto il derby a livello competitivo (ovviamente in coppa, a meno di clamorosi miracoli – o tonfi che non ci auguriamo), vale la pena citare qualche episodio. Nel 1937, con entrambe le squadre in Division Two, il Park Avenue si salvò, davanti proprio al City; prima ancora, nel 1927 (Third Division North), sempre il Park Avenue stese 5-0 il City sulla strada verso la promozione e la vittoria del campionato, con il titolo che rimase a Bradford la stagione successiva, quando furono i cugini a trionfare. L’ultimo incontro venne disputato nel 1969, con il City promosso e il Park Avenue desolatamente in fondo alla FL, dalla quale venne escluso l’anno seguente prima di fallire, definitivamente, nel 1974. Significativo il fatto che nel giro di pochi anni da zero club in Football League la città arrivò ad averne due (il Park Avenue venne fondato nel 1907): oltre al rugby, c’era spazio anche per il calcio.

...e oggi

…e oggi

Tornando alla storia del club, il primo dopoguerra segnò il ritorno del City in Division Two, non prima però del meraviglioso quarto turno di FA Cup del 1920, a Bristol contro il City. Meraviglioso non tanto per il risultato (una sconfitta), quanto perchè tale sconfitta venne dai più attribuita alla visita che la squadra fece alla “Fry’s chocolate works”, la cui fabbrica distava poche miglia dalla città: si, esatto avete capito bene, la storia vuole che la debacle sia stata figlia di una leggendaria scorpacciata di cioccolato. Cioccolato o no, anni molto bui attendevano il City. Innanzitutto, i risultati: retrocessione nel 1922 (a braccetto con i cugini cittadini, e fino al 1999 la massima serie rimarrà un lontano ricordo), retrocessione in Third Division nel 1927. Poi le grane economiche, risolte solo grazie all’intervento dei tifosi e le loro donazioni. Già, i tifosi. Gli scarsi risultati, uniti anche all’emergere di un’altra squadra nella zona (l’Huddersfield Town), svuotarono poco a poco gli spalti del Valley Parade. In questa grigia situazione, l’alternarsi di manager (tra cui l’ex giocatore O’Rourke, che guidò i Bantams – il soprannome Bantams, galletti, deriva dai colori del club, associati appunto ai mattutini animali da cortile – in due occasioni diverse, salvo poi sbattere definitivamente la porta nel 1930) non servì a riportare il club nella massima serie, solo sfiorata: la luce in fondo al tunnel era lontanissima dall’esser veduta.

48 anni. 48 lunghissimi anni. Tanto passò da quando il Bradford City giocò l’ultima volta in seconda divisione fino alla successiva. Mezzo secolo speso tra Division Three e, quando venne istituita, Division Four, tra pochissimi alti (rare promozioni tra quarta e terza serie) e moltissimi bassi (per tre volte, nel 1949, 1963 e 1966 il City dovette chiedere la ri-elezione in Football League). Insomma, anni bui, molto bui. La rotta cambiò, finalmente, nella stagione 1981/82, quando alla guida del club venne chiamato l’ex difensore della Nazionale Roy McFarland. Grazie anche ai goal di un nordirlandese di nome Bobby Campbell, casualmente diventato leader all-time di goal segnati per il club, il City giunse secondo nel campionato di quarta divisione, guadagnandosi così la promozione. McFarland abbandonò poco dopo in direzione Baseball Ground, Derby, e venne rimpiazzato da Trevor Cherry, un uomo particolarmente legato al West Yorkshire: nato ad Huddersfield, giocò per i Terriers, il Leeds United e, appunto, il Bradford City, di cui fu player-manager fino al 1985 e manager fino al 1987. Sotto la sua guida, nel 1985, i claret & amber ritrovarono la Division Two dopo, come visto, tantissimo tempo. Ma ad un prezzo carissimo.

Bradford City Football Club Fire Disaster 11 May 1985 Fifty six people die

Bradford City Football Club
Fire Disaster 11 May 1985
Fifty six people die

A Valley Parade si giocava l’ultimo incontro della stagione che incoronò il City come campione di Division Three. Di fronte un altro City, il Lincoln. Era l’11 Maggio 1985, 11.076 spettatori si recarono all’impianto per assistere alla partita, ma soprattutto alla premiazione della squadra avvenuta nel pre-gara, alla quale venne consegnato il trofeo di campioni. Al 40′ circa del primo tempo si nota del fumo provenire dal settore G. L’arbitro sospende la partita, e la polizia inizia l’evacuazione dello stadio. Valley Parade, come molti altri stadi inglesi, aveva ancora impalcature in legno, e un tetto in cui al legno si aggiungevano sostanze incendiabili come catrame e bitume. Da una sigaretta gettata, il passo verso il disastro fu breve. In quattro minuti la stand era bruciata, con il tetto crollato sugli spettatori e il fumo nero a rendere difficoltosa la fuga dei fortunati sopravvissuti. Niente estintori, che erano stati rimossi per paura di atti vandalici. Il risultato furono 56 morti, triste anticipazione di un altro disastro, che quattro anni dopo, per motivi completamente diversi, avrebbe però contribuito a cambiare la concezione di stadio in Inghilterra. Ovviamente, il City si vide costretto a emigrare per un anno e mezzo (Leeds Road, Elland Road, l’Odsal Stadium di Bradford, impianto di rugby) e a modernizzare forzatamente Valley Parade. Cosa che, parentesi, fece anche il Lincoln City, sfortunato co-partecipe di quella tragedia (due tifosi degli Imps persero la vita): nell’anno immediatamente successivo, Sincil Bank venne sviluppato in modo da annullare il rischio incendi.

E dire che quella gloriosa campagna avrebbe davvero meritato un finale diverso. Il ritorno dopo tantissimi anni in una Division ritenuta più consona alla città, il coronamento degli sforzi che due anni prima, nel 1983, portarono l’ex presidente Heginbotham di nuovo alla guida di un economicamente disastrato club (fu necessaria la cessione di Campbell, poi rientrato, al Derby County). E invece il disastro che oscurò il tutto e segnò per sempre la storia del club, della città e, perchè no, del calcio inglese.

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

E il City tornò in Division Three nel giro di poche annate. Non prima però di aver fatto anche i playoff promozione, nel 1988, sconfitti dal Middlesbrough a un passo dalla massima serie. Ma poi le star di quella squadra se ne andarono (Stuart McCall e John Hendrie, manco a dirlo due scozzesi), il presidente Heginbotham lasciò per motivi di salute e l’oblio era nuovamente lì ad accogliere le bellissime e uniche divise del club. Il vento del cambiamento sopraggiunse solo con l’avvento del neopresidente Geoffrey Richmond, nel 1994, e si concretizzò nel 1996 con la promozione in Division one, che causa nascita della Premier League era nel frattempo divenuta la seconda serie del calcio inglese. Artefice di quella promozione il manager Chris Kamara, un ex marinaio della Royal Navy originario della Sierra Leone e con una discreta carriera da giocatore alle spalle. Oddio, Richmond si sbarazzò ben presto di Kamara, come già aveva fatto con Frank Stapleton e Lennie Lawrence, e mise la squadra nelle mani del suo attaccante principale fino alla stagione precedente: Paul Jewell. Jewell aveva appeso gli scarpini al mitologico chiodo da pochi mesi, ma già dall’estate successiva (fu nominato manager a Gennaio 1998) venne investito di una grossa responsabilità: portare i Bantams in Premier League. Solo tale obbiettivo giustificava infatti i soldi messi a disposizione da Richmond, e che finirono al Port Vale per Lee Mills (£ 1.000.000, verrà poi prestato al Manchester City – erano anni in cui il Bradford prestava giocatori ai Citizens…vaglielo a spiegare ai giovanotti di oggi!), all’Arsenal per Isaiah Rankin (£ 1.300.000, ma si rivelò un flop) e all’Oxford United per Dean Windass (£ 950.000). A parametro zero rientrò, proveniente dai Rangers, McCall, il capitano.

Con i goal di Mills, Peter Beagrie e Robbie Blake il 9 Maggio 1999 al Molineux di Wolverhampton il City, dopo 78 anni di attesa, tornò nella massima serie del calcio inglese. Jewell aggiunse alla rosa il già citato David Wetherall (Yorkshire born and bread, da Sheffield a Bradford passando per Leeds) e due giocatori over-30, Neil Redfearn e Dean Saunders. Specificare l’età non è superfluo, poichè quel Bradford City divenne noto come…the Dad’s Army, l’esercito dei papà (Dad’s Army era il nome di una nota sitcom inglese anni ’70). Saunders, che regalò la vittoria 1-0 all’esordio contro il Middlesbrough, festeggiò il goal simulando di essere un vecchietto con il bastone. Una stagione che si aprì con un vittoria per 1-0 e si concluse con una vittoria per 1-0, la famosissima partita (almeno a Bradford) contro il Liverpool, che sancì un’insperata e inattesa salvezza. Tanto inattesa che Rodney Marsh, dagli studi di sky sport, dichiarò che era talmente sicuro della retrocessione dei Bantams che, in caso di salvezza, si sarebbe tagliato i suoi leggendari capelli. Cosa che in effetti gli toccò fare, davanti a un divertito Valley Parade.

Jewell accettò la corte dello Sheffield Wednesday appena retrocesso e lasciò i Bantams nelle mani di Chris Hutchings, già suo assistente. Il quale godette di un budget ancora più sostanzioso del predecessore per completare la rosa, alla quale aggiunse David Hopkin, Ashley Ward e l’italiano Benito Carbone, l’uomo che con le sue finte disorientava sia gli avversari che i compagni, almeno a detta di quella leggenda di nome Vujadin Boskov da Novi Sad. I soldi vennero destinati anche a Valley Parade, che venne ulteriolmente migliorato. “My six weeks of madness“, così descriverà il presidente Richmond l’estate 2000. Anche perchè i soldi non portarono risultati: Hutchings verrà sollevato dall’incarico, ma la squadra, sotto la guida di Jim Jefferies, terminò lo stesso il campionato con la miseria di 26 punti. La retrocessione venne accompagnata dai guai finanziari, in parte dovuti alla “follia” di Richmond, in parte al fallimento di ITV Digital, che possedeva i diritte per la Football League: il City venne nuovamente posto in amministrazione, fino a che non venne rilevato da Julian Rhodes e Gordon Gibb (quest’ultimo lasciò poi il club, mentre Rhodes è tutt’ora il proprietario insieme a Mark Lawn).

Ma sul campo, il club sprofondò, dopo 25 anni, nella serie più bassa del calcio professionistico. I cambi di manager, da Bryan Robson a Colin Todd agli ex Wetherall e McCall, non servirono sostanzialmente a nulla. Almeno fino all’arrivo, nel 2011, di Phil Parkinson, proveniente dal Charlton ma che aveva raccolto i frutti migliori al Colchester United, nel 2006. Parky non solo è riuscito a uscire dalle sabbie mobili della League Two, ma ha portato il Bradford City all’attenzione del mondo calcistico con due eccezionali cavalcate in coppa: la finale della League Cup 2012, persa sì contro lo Swansea ma con gli scalpi di Aston Villa e soprattutto Arsenal in mano, e i quarti di FA Cup del 2015, quando è stato il Reading a mettere fine al sogno. Due imprese che han fatto parlare del e di Bradford persino i giornali italiani, con la solita retorica qualunquista e un po’ approssimativa di chi approccia realtà sconosciute nel tentativo di cavalcare un’onda. Ben più significativo il fatto che il Bradford City abbia un supporter club italiano, portato avanti dall’entusiasmo di Simone e Giuseppe, a cui auguriamo di vedere presto il Bradford City in palcoscenici migliori della League 1.

Parky

Parky

Trofei

  • FA Cup: 1910

Records

  • Maggior numero di spettatori: 39.146 v Aston Villa (FA Cup Fourth Round, 11 Marzo 1911)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ces Podd, 502
  • Maggior numero di goal in campionato: Bobby Campbell, 121

Dixie

Ci sono giocatori che legano il loro nome indissolubilmente a quello di un club.
Magari oggi un po’ meno, ma qualche caso lo troviamo ancora. John Terry, Ryan Giggs (o Scholes o Neville), Steven Gerrard, ad esempio.
O Alan Shearer, che seppur non abbia giocato sempre nel Newcastle, è associabile ai Magpies più che al Blackburn, con cui però avrebbe vinto un titolo irripetibile.
Andando indietro nel tempo, i casi si sprecano. E figurarsi se spostiamo le lancette del nostro orologio indietro non solo di anni, ma di decenni. Per ogni squadra ci sono almeno due nomi di leggende. Calciatori che hanno regalato gioie ai tifosi, che hanno sudato e lottato per una maglia. E che magari si sono meritati una statua, onore riservato a pochi, grandi immortali.
Questa storia parla di uno di loro.
Parla di un eroe romantico, pulito ed elegante, che in un giorno di marzo muore tra le braccia della sua sposa, senza più la sua gamba destra, quella che lo rese ciò che era.
Se i trovatori esistessero ancora, canterebbero le avventure dei calciatori, i cavalieri di oggi. Su di lui, però, avrebbero composto la moderna Chanson de Roland.
Siamo a Birkenhead, città situata sulla sponda opposta del fiume Mersey rispetto a Liverpool. 313 di Laird Street, una delle vie principali della città. 22 Gennaio 1907, la data in cui vide la luce del Mondo per la prima volta.
Proprio per la scuola locale, la Laird Street School, questo ragazzotto, nipote di un ferroviere, iniziò a giocare a calcio.
Un’idea meravigliosa, specie nel Merseyside, che ha da sempre un rapporto privilegiato con the beautiful game. Un’idea meravigliosa, poi, se sei uno che al pallone dà del tu, senza timori reverenziali.
Il calcio, peraltro, piaceva anche a suo padre, William Sr., e in particolare gli garbava una squadra: l’Everton Football Club. Nel 1915, William Sr. portò suo figlio, per la prima volta, a Goodison Park. Aveva 8 anni, e quell’Everton si sarebbe apprestato, da lì a poco, a vincere il titolo.
Questa storia dell’Everton, di cui ovviamente il ragazzo si innamorò, tornerà utile più tardi.
Per il momento restiamo a Birkenhead, con le sue case basse e di mattoni rossi.
Come detto, il ragazzo sviluppò un rapporto d’amore con la palla da calcio. Talento innato. Un giorno lo notano gli scout del Tranmere Rovers, la squadra locale. A 16 anni, con la benedizione dei genitori, entra a far parte del club.
Prenton Park non era esattamente Wembley, che aprì i battenti lo stesso anno in cui il ragazzo firmò per i Rovers, il 1923. Una delle stand, ancora oggi, si chiama the Cowshed. La stalla.
Ma il nostro, nonostante tutto, si seppe ritagliare il suo spazio di gloria anche da questo palcoscenico di periferia. Per forza, segnava a raffica ed era poco più che un adolescente! 27 goal in 30 partite recitano gli annali, tutti concentrati nella seconda stagione. Media: un goal a partita (la prima vide 3 presenze e zero reti).
Rimase al Tranmere due sole stagioni, perchè poi il destino gli aveva affidato un altro compito: scrivere la storia dell’Everton.
Molti club chiesero informazioni. Arsenal, Newcastle, tutti con un grande svantaggio: non essere l’Everton. Perchè quando il segretario-manager dei Toffees, Mr. McIntosh, chiese di vedere Dixie, lui per la gioia corse 4 kilometri che lo separavano dal luogo dell’incontro.
Già, Dixie. Lui per la verità non ha mai amato questo soprannome, preferiva Bill, diminutivo di William.
Però al Tranmere qualcuno pensò che questo ragazzo del Merseyside assomigliasse, per tratti somatici, ad uno del Sud degli States. E uno del sud degli States è, per forza, “Dixie”, perchè abitante al di sotto della linea Mason-Dixon. Appunto.
Torniamo ai fatti, perchè qui svoltò la carriera. Per 3.000 sterline, Dixie passò all’Everton. Un accordo in essere col Tranmere presupponeva che il 10% della cifra sarebbe spettato a lui. Ma invece che 300 pounds, se ne vide recapitare solo 30. Chiamò il suo manager, Bert Cooke, e gli disse: “e il resto?”. “Senti, Bill, è il massimo che la lega ci permette di darti”. Furioso, si rivolse allora a John McKenna, presidente della Football Association. Che per tutta risposta gli comunicò, laconico: “mi dispiace che tu abbia firmato, e questo è quanto”.
Avidità? Per nulla. Quelle 30 sterline Bill le diede in consegna ai genitori, che a loro volta le donarono all’ospedale di Birkenhead.
L’Everton, l’amato Everton, e qui, a Goodison Park, Dixie scriverà la leggenda dei Toffees e del calcio inglese.
Arrivò a campionato in corso, in tempo per segnare 2 reti in 7 partite. La prima stagione completa fu il 1925/26: 32 centri in 38 incontri. E poi a seguire 21 reti in 27 partite. Fino al 1927/28.
Qui bisogna fermarsi. Perchè quella fu la più grande stagione che un attaccante inglese abbia mai giocato. Un numero di goals che è persino imbarazzante da scrivere: SESSANTA. Sei-zero. L’Everton, ovviamente, vinse il titolo, il terzo della sua storia, e Bill, da Birkenhead, a 21 anni divenne semplicemente the greatest goal-scorer of England. Il più grande e il più famoso attaccante d’Albione.
Segnava in tutti i modi, specialmente di testa, ma non per questo rispecchiava per forza i canoni del tipico centravanti inglese. Anzi. Eddie Hapgood, terzino dell’Arsenal, lo descrisse così: “un mago con la sfera ai piedi, ma letale di testa, forte come un toro, era impossibile togliergli palla, giocava in modo pulito, era un grande sportivo ed uno che non si dava mai per vinto. Era anche uno duro e tosto, non solo perché era grande e grosso, ma perché amava spesso allargarsi sulle fasce, portandosi dietro il centro-mediano e, assai di frequente, riusciva a saltarlo, complicando assai le cose per la difesa.” Oggi diremmo “un attaccante completo”.
Nella stagione post-record segnò 26 volte, 23 in quella successiva. Due stagioni, queste, costellate di piccoli problemi che gli fecero saltare diversi match. Forse anche per questo successe quel che successe in quel maledetto 1929/30.
Senza avversità, non sarebbe la romantica storia, la chanson de geste che tanto abbiamo decantato in apertura. Come in ogni racconto che si rispetti, l’eroe deve superare almeno una difficoltà per realizzarsi.
Dixie aveva vinto, Dixie vincerà, ma prima dovette assistere, quasi inerme, alla retrocessione dell’Everton. Del suo Everton. L’eroe a questo punto si erge sugli altri e, da solo, risolve la situazione. A suon di reti riporterà immediamente i Toffees in First Division e, da neopromossi, vinceranno anche il campionato successivo. Ovviamente con Dixie protagonista.
Chiuderà l’esperienza all’Everton con due titoli, due Charity Shield, una FA Cup (1933, con goal nel 3-0 in finale contro il City). 349 goal in 399 partite, 377 in 431 se si contano tutte le competizioni.
Giocò ancora, dopo i Toffees. Dapprima al Notts County, poi allo Sligo Rovers in Irlanda e infine all’Hurst, oggi Ashton United.
Chiusa la carriera, aprì un pub, il Dublin Packet, a Chester. E fece anche altri lavori, umili, se è giusto chiamarli così. Come si conviene ad un eroe buono, mai ammonito in carriera.
All’Everton, guadagnava 8 sterline a settimana d’inverno, 6 d’estate. “When i was playing i couldn’t afford a pair of boots“, dirà a George Best. Ma non ne fece mai un motivo di lamento.
Un giorno gli chiesero se il record di 60 goal in campionato sarebbe mai stato battuto. “Certo”, rispose, “ma solo un uomo ce la farà. Ed è quello che cammina sull’acqua”.
Il calcio gli mancava, ma la salute problematica lo tenne spesso lontano da Goodison Park. Nel Novembre del 1976 gli amputarono la gamba destra in seguito ad una trombosi. Un duro colpo.
Forse sentendo avvicinarsi l’inesorabile fine, Dixie decise il 1 Marzo del 1980 di tornare a Goodison, perchè gli mancavano i suoi tifosi, il suo Everton. Non una partita come le altre, ma il Merseyside Derby. Everton-Liverpool.
Il destino è lo scrittore più grande, assurdo, imprevedibile che esista. Perchè Dixie, leggenda dell’Everton, morirà lì, a Goodison Park, pochi istanti dopo il fischio finale di un derby contro il Liverpool.
Un vecchio cavaliere che torna per un’ultima volta sul campo di battaglia, persa (vinse il Liverpool, 2-1) e lì saluta per sempre la vita.
O meglio ancora un amante che muore guardando negli occhi la sua amata, che lo vede spegnersi a sua volta. La tragedia romantica, sublimata.
Siamo certi che, se avesse potuto scegliere, Dixie avrebbe scelto così. E forse per questo, quel giorno, insistette per andare a Goodison, o almeno, è in quache modo bello pensare che sia così.
Il ricordo più suggestivo, tra i tanti, venne da un “nemico”, Bill Shankly. Nemico, tra virgolette s’intende, perchè il grande allenatore scozzese plasmò il suo Liverpool anche in funzione anti-Everton, che d’altronde fino agli anni ’60 dominava la scena nel Merseyside. “Ci sono due squadre a Liverpool. Il Liverpool e il Liverpool riserve”. Uno spirito che mantenne anche il giorno del funerale, quando disse “lo so che è un’occasione triste, ma son sicuro che Dixie sarebbe estasiato nel sapere che anche da morto riesce a radunare più gente che l’Everton il Sabato pomeriggio”.
Una caduta di stile pensò qualcuno, un omaggio sincero crediamo noi, condito da quell’ironia tipica dell’uomo da Glenbuck. Ma Shankly disse anche “He belongs to the company of the supremely great, like Beethoven, Shakespeare and Rembrandt“. Tre artisti, in tre diverse categorie. Come dire: la quarta, quella del calcio, è appannaggio di Dixie.
Oggi, una statua ne commemora le gesta fuori Goodison Park. C’è scritto “the most lethal header in the history of the game“, giusto per rimarcare la specialità della casa; oltre al record, imbattibile, di 60 goal in un campionato, e al ricordo della morte avvenuta in quel luogo.
Dopo il funerale in Laird Street, la strada che lo vide nascere e crescere, le ceneri vennero deposte sul prato di Goodison Park. Perchè, onestamente, nessun altro luogo avrebbe potuto ospitarle. E quale migliore conclusione della storia, a cui abbiamo volutamente dato un’impronta quasi mitica, pensare che, ancora oggi, lo spirito leggendario di Dixie aleggi su Goodison, a infondere coraggio e passione ai giocatori che, negli anni, indossarono e indosseranno la casacca blu dei Toffees?
Decisamente sì, ci piace pensare che sia così.

Come forse avete notato, non abbiamo mai citato il cognome di Dixie. Perchè è superfluo, perchè gli eroi non hanno un cognome. E perchè, soprattutto, difficilmente rivedremo un altro così.
William Ralph “Dixie” Dean, 1907-1980.

Dixie_Dean_Monument

Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

Duri come Iron

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Scunthorpe United Football Club
Anno di fondazione: 1899
Nickname: the Iron
Stadio: Glanford Park, Scunthorpe
Capacità: 9.183

Perchè poi uno debba venire a Scunthorpe non si sa. Classica cittadina che potrebbe prendere in prestito l’insegna di benvenuto frutto della genialità di Matt Groening, il papà dei Simpsons: “Welcome to Scunthorpe. We were born here, what’s your excuse?”. Li era Winnipeg, ma il concetto rimane quello così come rimane la domanda: perchè siamo a Scunthorpe? Perchè semplicemente siamo troppo innamorati del calcio inglese per lasciarci sfuggire l’occasione di rovistare nella periferia calcistica albionica, lontana dai lustrini e dal glamour internazionale della Premier ma costellata di realtà che trasudano storia, tradizione e senso di appartenenza. Per cui, eccoci qui. A Scunthorpe un cartello di benvenuto c’è veramente e recita: “Welcome to Scunthorpe, Industrial Garden Town of North Lincolnshire”. Sicuramente industrial, sicuramente town, di garden in realtà se ne percepisce un filo meno la presenza tant’è che qualche bontempone si è divertito a fare una foto a suddetto cartello, annerito dal fumo, con sullo sfondo le ciminiere delle locali acciaierie. Ed eccolo, l’acciaio. Volente o nolente è l’anima della città dal giorno in cui Rowland Winn si accorse che nei terreni di proprietà del padre si poteva estrarre l’ematite, ovvero il minerale del ferro. Era il 1859, qualcuno portò il carbone che in Inghilterra abbondava e le acciaierie cominciarono a spuntare come funghi fino a far diventare Scunthorpe la capitale inglese dell’acciaio, il che comporta il rovescio della medaglia, ovvero la nomea di città non esattamente appetibile al turista. A meno che non si capiti da queste parti per lo Scunthorpe United, come nel nostro caso.

GlandfordPark3Glanford Park sorge poco fuori città, ad accogliervi trovate un arco metallico (ma c’erano dubbi?) che vi dà il benvenuto nel primo dei tanti stadi nuovi che sorgono in Inghilterra. Correva l’anno 1988, Hillsborough doveva ancora arrivare ma l’incendio di Bradford aveva già avuto il suo impatto sull’opinione pubblica e sul legislatore britannico, che come forse avrete intuito è un filo più attento ed equilibrato rispetto al nostro. Lo Scunthorpe, da sempre di casa all’Old Showground, nella difficoltà di adeguare l’impianto alle nuove norme e nella prospettiva di cedere i terreni a una catena di supermercati, optò per il trasferimento e se Dio vuole Glanford Park è distante anni luce dai nuovi impianti fatti con lo stampino, anzi conserva ancora i pali di sostegno alle tribune che danno quel tocco antico che non guasta mai. Piccolo, perchè è piccolo, 9 mila spettatori con 5mila di media nell’ultimo anno in Championship, ma grande quanto basta per lo United e i suoi tifosi, espressione di una comunità di 70mila anime equidistante da Doncaster, Hull e Grimsby. Naturalmente anche l’Old Showground era bello, quel romanticismo old, la tribuna principale con le sponsorizzazioni quasi sempre legate all’acciaio, tra cui il “buy British Scunthorpe Steel” che conserva un certo fascino inspiegabile ancora oggi. E poi era comunque la casa dello Scunthorpe fin dalla sua nascita, il che dovrebbe conferire – e conferisce – il massimo del fascino possibile.

Quando le ruspe hanno demolito l’Old Showground un pezzo di storia dello United se ne è quindi andato. Era cominciata nel lontano 1899, quando il Brumby Hall (Brumby è uno dei cinque sobborghi che nel 1936 han dato vita alla città odierna. Gli altri quattro sono Scunthorpe, Frodingham, Crosby e Ashby) unì le forze a un club locale il cui nome è perso nelle nebbie del tempo. Il calcio nella cittadina dell’acciaio era già arrivato, ma come spesso accadeva non tutte le nuove società sopravvivevano all’entusiasmo iniziale. Ci provarono appunto con lo Scunthorpe United e ci riuscirono, ci proverà il North Lindsey fondato nel 1902 e non ci riuscì, tanto che nel 1910 a sua volta si unirà allo United dando vita allo Scunthorpe & Lindsey United. Il nuovo club passò nel 1912 al professionismo contestualmente all’ingresso in Midland League, che nella testa dei dirigenti doveva essere solo una tappa intermedia verso la Football League. I piani del club non trovarono riscontri però in una realtà che vedrà lo Scunthorpe tentare inutilmente l’ingresso in the League per anni, anni e anni ancora. Vi riuscirà solo nel 1950, quando la Football League decise per l’espansione. La Midland League a quel punto rimase come buon ripiego e i Nuts, anzi i Knuts la vinceranno due volte (1926/27, 1938/39). Non Iron, Knuts, con una K comparsa da non si sa dove ma sostanzialmente il significato è quello, “noci”: questo era in quegli anni il soprannome del club. L’origine la si deve al reverendo Cryspin Rust, che nel premiare il club al Frodingham Charity Trophy definì i giocatori “tough nuts to crack”, noci difficili da rompere. Duri. Come l’acciaio, o se preferite il ferro che con il tempo è diventato il soprannome ufficiale del club. Iron compare anche nel simbolo, uno stemma che uno potrebbe pensare essere stato scippato all’arte sovietica e copiato pari pari nel North Lincolnshire, con la mano chiusa a pugno nel brandire la sbarra d’acciaio che sembra incitare il proletariato alla rivoluzione.

p11806132Il quesito che ci siamo posti inizialmente è: perchè uno dovrebbe venire a Scunthorpe? Una domanda che se fai l’osservatore tendi a non porti, e infatti non se la pose nemmeno Geoff Twentyman. Mr Twentyman lavorava per il Liverpool ed era uno a cui Bill Shankly dava più ascolto che ad altri. Quando il nostro fece presente che nello Scunthorpe United giocava un ragazzotto dal sicuro avvenire, il grande Bill si fidò. Per 35.000 sterline concluse l’affare. D’altronde quattro anni prima dallo Scunthorpe aveva già prelevato il suo portiere, Ray Clemence: perchè non riprovarci? Ci riprovò, e funzionò anche stavolta, perchè quel ragazzotto si chiamava Kevin Keegan e verrà incoronato re ad Anfield. Clemence e Keegan. Due ragazzi cresciuti con lo Scunthorpe, vero, ma rimasti in prima squadra per troppo poco tempo per poterli annoverare tra le leggende del club. Due stagioni Ray, tre Kevin. E d’altronde una squadra dalla scorza dura come Iron è giusto che tra i suoi eroi abbia Jack Brownsword, difensore definito da Sir Stanley Matthews “the best defender in the Second Division”. Nel natio Yorkshire Jack faceva il minatore nelle miniere di carbone e con la maglia claret & blue giocherà per 18 stagioni. Gli attaccanti avversari? Una passeggiata rispetto ai turni in miniera. Lui, sì, duro come l’acciaio. O Jack Haigh, condottiero di mille battaglie, o ancora Barrie Thomas, eccellente attaccante la cui cessione a metà della stagione 1962 metterà fine al sogno First Division per lo Scunthorpe, che giungerà quarto per quello che rimane il miglior piazzamento nella storia del club. Questi giocatori non ebbero tutti il privilegio di indossare la maglia claret & blue del club, stile Aston Villa, perchè questa dal 1959 in contemporanea con il cambio di nome (sparì il “Lindsey”) divenne prima bianca con  risvolti blu, poi interamente rossa tant’è che ironia della sorte Kevin Keegan passò da un club con la divisa interamente rossa ai Reds di Liverpool. Nel 1982 qualcuno ebbe l’intuizione e furono reintrodotti i colori originari, peraltro nella splendida variante a strisce verticali.

Detto dei giocatori, qui ultimamente gli eroi sono però gli allenatori. Il primo è Brian Laws, come spesso accade ex giocatore del club e reduce da un’esperienza da manager con i vicini e mai amati del Grimsby Town, passata alla storia più che altro per il lancio di un piatto a Ivano Bonetti. Laws, in sella dal 1997, portò lo Scunthorpe a Wembley per la prima volta dopo 7 anni, solo che a differenza del precedente questa volta fu un trionfo per i clarets & blue, un trionfo che riapriva le porte della Second Division, la terza serie. Durò poco, ma qualche stagione più tardi gli uomini di Laws, con il secondo posto nel 2005, riguadagnorono sul campo la terza serie, diventata nel frattempo League One. Questo dopo che nel 2004 Laws aveva lasciato per tre settimane il club, peraltro sull’orlo della Conference: tornerà e lo United finirà terzultimo e salvo. Tornato in terza serie, stavolta lo Scunny non si fermò, nonostante le sirene provenienti da Hillsborough che attirarono Brian Laws, il quale fatti i bagagli per la vicina Sheffield salutò Glanford Park. A quel punto le chiavi della squadra vennero lasciate in mano al…fisioterapista. Ed ecco il secondo manager che ha fatto la storia recente del club. “Who needs Mourinho, we’ve got our physio”, il coro che si alzava dagli spalti. Quel fisioterapista si chiamava, e si chiama, Nigel Adkins e porterà per ben due volte lo Scunthorpe in Championship, oltre che due volte a Wembley per un Football League Trophy perso contro il Luton Town e una finale di playoff vinta (entrambe nello stesso anno). Adkins lascerà però il club per andare ad allenare il Southampton e pian piano si tornerà in League Two, con l’ultima retrocessione avvenuta nel 2012/13.

soccer-football-league-division-four-scunthorpe-unitedLa stazione di Scunthorpe è come Glanford Park: piccola. Arrivando in treno da Doncaster, si può già scorgere sulla sinistra lo stadio, visto che questi sorge alla periferia ovest della città. Dalla stazione situata in centro a Glanford Park la strada è quindi piuttosto lunga se la si vuole fare a piedi, ma come sempre ne vale la pena. Una realtà per conoscerla va respirata a pieni polmoni, metaforicamente magari perchè l’aria di Scunthorpe non è proprio la più salutare del Regno – ma se non altro le acciaierie sorgono dalla parte opposta della città rispetto allo stadio. Ecco, non proprio la città turistica dei vostri sogni. Ma se si ama il calcio inglese, una tappa a Scunthorpe la si può fare tranquillamente. Per vedere questa squadra dal guscio duro come quello delle noci, o dura come l’acciaio, se preferite.

I quaccheri del nord-est, rimpiangendo Feethams

Darlo

Darlington 1883 Football Club
Anno di fondazione: 2012 (Darlington FC: 1883)
Nickname: the Quakers
Stadio: Heritage Park, Bishop Auckland

The railwaymen, i ferrovieri. Questo avrebbe potuto essere il soprannome. Altro che Crewe Alexandra, che di quel soprannome ne è il beneficiario: George Stephenson la prima locomotiva la mise sui binari della linea Darlington-Stockton on Tees, mica nel Cheshire. E fu la prima linea ferroviaria del Mondo, sebbene fosse poco più che una dimostrazione. E invece no. Niente ferrovieri. La squadra di Darlington la locomotiva ce l’ha ovviamente nel simbolo, ma il soprannome è un altro. E per capirlo basta notare sempre nel simbolo l’altro oggetto che vi compare: un cappello, un cappello stile di quello dei Padri Pellegrini, che col Mayflower partirono da Plymouth e influiranno leggermente sull’etica di quelli che saranno the United States of America. I puritani, universalmente detti. Uno dei movimenti puritani, che contribuì alla formazione di una colonia discretamente importante nota come Pennsylvania dal nome del suo fondatore, William Penn, erano i Quaccheri. The Quakers, perchè nelle loro funzioni religiose lo Spirito Santo si manifestava facendoli tremare e i detrattori li schernirono con tale nome (il nome ufficiale è Società degli Amici). E Quakers è anche il soprannome del Darlington Football Club, ed eccoci qui, perchè qui il quaccherismo ebbe sempre una certa influenza. County Durham, nord dell’Inghilterra, la vicinanza con la calvinista e presbiteriana Scozia deve aver avuto la sua importanza nella formazione di una comunità quacchera da queste parti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACome tutte le comunità d’Inghilterra del tempo, specie a nord, anche i nostri quaccheri sentivano l’esigenza di una squadra di calcio che li rappresentasse nella seconda metà del XIX secolo. Puritani o no, quel gioco piaceva a tutti. E poi c’era da difendere l’onore cittadino nella Durham Challenge Cup, anno di grazia 1883. Tutti riuniti alla locale Grammar School, sostanzialmente il liceo classico albionico del tempo. La responsabilità se la prende un ingegnere locale di nome Charles Samuel Craven. Colori? Bianco-nero, e non cambieranno mai. Finale della Challenge Cup al primo tentativo, mica male. I quaccheri ci presero gusto: proviamo con l’FA Cup. Ecco, qui la finale rimase invece lontanuccia: sconfitta 8-0 contro il Grimsby Town. Però il Darlo, come viene confidenzialmente chiamato, si fece un nome nella zona con queste prime imprese, e in virtù di ciò nel 1889 partecipò alla fondazione di una nuova lega di squadre del nord: la Northern League, che tornerà di drammatica attualità in un futuro lontano, che poi è il nostro presente. Ecco, da qualche parte però bisognava giocare, e dove giocavano i nostri? C’era un terreno di gioco, inizialmente usato dalla solita squadra di cricket, che però veniva buono anche per il football e che in effetti era già usato da diverse realtà locali. Quel terreno si chiamava Feethams e per 120 anni sarà la casa dei Quakers. Fino a che, un giorno, dissero che non andava più bene. Troppo old, troppo piccolo. Quel che non sapevano è Feethams porterà con se nella tomba dopo qualche anno il Darlington, che solo grazie a dei tifosi troppo innamorati rimane ancora vivo oggi.

Fu opera del proprietario di allora, primi anni del secolo in corso. “Gorgeus George” Reynolds, programmi ambiziosi che culminarono nella costruzione di uno stadio da VENTICINQUEMILA posti. In maiuscolo, scusateci, ma all’epoca il Darlington era in League Two e quello stadio a molti sembrava un azzardo. E in effetti lo fu. Reynolds nel frattempo diede all’impianto il suo nome. E che impianto: un anonimo impianto stile St Mary’s e figli che nel confronto con Feethams sfigurava e nemmeno di poco, specie ripensando a quell’ingresso con le twin towers che per fortuna dovrebbe essere conservato a futura memoria. I tifosi? I tifosi come sempre, abbagliati dalle prospettive di “arrivare in Premier League” (parole del Gorgeus) chiusero il consueto occhio, salvo poi ritrovarsi qualche anno più tardi a rimpiangere il loro vecchio impianto, quello sì a misura di Darlo, nel frattempo sommerso dall’erbaccia. Il dissesto finanziario a cui contribuì quello stadio insensato (11.600 spettatori per la prima partita, poi medie intorno ai 2.000 tranne che per i match contro l’odiato Hartlepool) portarono il club fuori dalla Football League e poi fino a quella Northern League che sì che i Quakers contribuirono un secolo abbondante prima a fondare, solo che ora la Northern League è lo step 9 della piramide. E a ciò aggiungeteci pure che adesso il Darlington gioca in esilio a Bishop Auckland. Venticinquemila posti, che rimangono inutilizzati per il calcio (lo stadio, ribattezzato Darlington Arena, ospita ormai solo partite di rugby ed è diventato di proprietà della locale squadra).

feethams-2L’erbaccia di Feethams è per quanto ci riguarda il simbolo di una forzata modernità che non sempre porta i frutti sperati, ed è per questo che ne abbiamo parlato subito. Via il dento, anche se il dolore rimane. Eppure quell’erba ne aveva viste di imprese del Darlington, ma soprattutto era il Darlington e ne custodiva lo spirito. I quaccheri si fecero notare alla nazione quando raggiunsero, maglia a grandi riquadri bianco-neri, gli ottavi di finale dell’FA Cup 1910/11, dopo che il club era passato al professionismo due anni prima. Il cambio di status coincise con l’iscrizione alla North Eastern League, lega che il Darlo vincerà due volte. Soprattutto la seconda vittoria si rivelò decisiva perchè, con una buona dose di fortuna che non guasta mai, coincise con la creazione della Third Division North della Football League. E a quel punto che fai, non inviti il Darlo? Ovvio che lo inviti. League-club, e lo sarà ininterrottamente fino al 1989 (breve parentesi in Conference, toccata e fuga di una stagione). L’ammissione nella lega venne celebrata con il secondo posto, a cui tre stagioni dopo fece seguito la vittoria in campionato, grazie ai goal di David Brown, girovago scozzese con il vizio di infilare portieri avversari. Il seguente quindicesimo posto in Second Division rimane a oggi il miglior piazzamento nella storia del club, che ebbe anche l’idea di mettere in bacheca il primo trofeo nazionale, la Third Division North Cup che magari non è molto ma è sempre meglio che niente.

Balzo in avanti nel racconto, superando un periodo in cui il club giocò sostanzialmente in Third Division North senza grandi acuti. Luce dei riflettori, ma non siamo a Feethams. Il palcoscenico della serata di gala è St James’ Park, qualche miglia più a nord. Tutti in smoking: fu la prima partita tra due squadre di Football League sotto i riflettori, in FA Cup. Da una parte il Darlo, dall’altra il Carlisle United. Nord-est contro nord-ovest. Vinse il nord-est rappresentato dal Darlington. Siamo negli anni ’50, anni in cui il club subirà la decisione di risistemare i campionati di FL e si ritroverà nella neonata Fourth Division. Un anno prima, però, c’era stata The Win. 1958. Siamo sempre in FA Cup, ma a Stamford Bridge, Fulham Road. Altro discreto palcoscenico. 3-0 Darlo, ma non fu questa la vittoria perchè i blues rimontarono e finì 3-3. Tutti a Feethams, compreso l’inviato del Times che davanti alla prestazione dei bianconeri si stropicciò più di una volta gli occhi e fornirà della partita un resoconto entusiasta. Finì 4-1 per il Darlington. Quaccheri in visibilio, e al diavolo i precetti religiosi, quella sera ci si concesse una pinta in più al pub.

Ian+Millar+Darlington+v+Mansfield+Town+FA+Ngf2XCXTPt-lFeethams e i tifosi. Già, i tifosi. Ci misero 20.000 sterline per coprire una delle due end dell’impianto e dotarlo di luci artificiali. I riflettori vennero effettivamente inaugurati il 19 Settembre 1960, il problema fu che dopo la partita un cortocircuito provocò un incendio, e il fuoco divorò la West Stand. Questo non impedì, due mesi dopo, di stabilire il record di spettatori nella storia del club: 21.023 per il quarto turno di League Cup contro il Bolton. Qualche anno dopo, sempre in coppa di lega, fu il Derby di Brian Clough a interrompere la corsa dei Quakers, nei quarti di finale. Peccato. Anche perchè per il resto c’erano pochi motivi per cui sorridere: dovettero tra fine anni ’60 e primi anni ’80 chiedere la ri-elezione cinque-volte-cinque, e la Football League per loro fortuna gliela concedette sempre. Nel 1982 poi, il Darlo si trovò pure tra la vita e la morte, e furono nuovamente i tifosi e tirare fuori i soldi che ne permisero la salvezza. Tempi duri, che non potevano però piegare l’animo puritano del club, della comunità, e pazienza se poi molti erano anglicani. Il Darlo era vivo e continuò a lottare con noi anche se sul campo beh, vent’anni di Division Three/League Two portarono la miseria di tre apparizioni ai playoff. La prima nel 1996 e fu finale: per la prima volta nella storia del club, tutti a Wembley. Per un fantastico scherzo del destino, quel giorno l’avversario fu il Plymouth Argyle: the Pilgrims, la città da cui salparono i Padri Pellegrini. Il derby del puritanesimo: Pilgrims vs Quakers. Vinsero quelli vestiti di verde del sud. Il Darlo tornerà a Wembley per la finale playoff quattro anni più tardi, e fu nuovamente sconfitta.

L’ultima gita nello stadio nazionale il Darlington se la è fatta appena tre anni fa. Il canto del cigno, per certi versi. Finale di FA Trophy, perchè nel frattempo i casini a cui abbiamo accennato avevano portato i bianco-neri in Conference. Vittoria per 1-0 contro il Mansfield Town, con goal al 119 di Chris Senior. Un altro goal, qualche anno prima, rimase nel cuore di tutti. Lo segnò Nick Wainwright in un Darlington-Leyton Orient 2-2, partita all’apparenza come tante, ma quello fu l’ultimo goal segnato a Feethams. 8 spettatori, praticamente il tutto esaurito. Poi il crollo, di cui abbiamo già parlato. Reynolds, la Reynolds Arena, e le due successive proprietà che non cambiarono le cose. In dieci anni, il Darlo finirà tre volte in amministrazione controllata. Tre. Chi è intervenuto alla fine? Ovviamente i tifosi. Salvataggio last-minute, solo che nel farlo hanno saltato il procedimento di Company Voluntary Agreement, che è procedura standard e siccome là le regole le si applicano anche a malincuore, su raccomandazione della Football Association il club è stato considerato sciolto e quella dei tifosi è quindi una nuova società, che ha infatti preso una nuova denominazione (Darlington 1883) e che si è soprattutto ritrovata, come già detto, in Northern League che se Dio vuole, e ha voluto, han vinto.

martin-gray-image-1-411407510-4337078Quest’anno il Darlo gioca in Northern Premier League Division One North, step 8. Ma risaliranno. Fa parte dello spirito della gente di questi luoghi, quaccheri o no. Noi rimaniamo in attesa di rivederli dove oggettivamente meritano di stare, visto che, nell’unico luogo in cui dovrebbero giocare, non avremmo mai più il piacere di vederglielo fare.

The pride of Herefordshire. La storia dell’Hereford United

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Hereford United Football Club
Anno di fondazione: 1924
Nickname: the Bulls
Stadio: Edgar Street, HerefordCapacità: 5.300

5 Febbraio 1972. Nelle case degli inglesi rieccheggiò l’urlo di un telecronista in erba della BBC, tal John Motson. Sì lui, il futuro Motty che diventerà l’aedo del calcio inglese per eccellezza. “Radford…now Tudor’s gone down for Newcastle…Radford again…OH, WHAT A GOAL!!! What a goal! Radford the scorer! Ronnie Radford! And the crowd…the crowd are invading the pitch! “. La storia della FA Cup, perchè quella partita diventerà l’esempio del giant-killing, la suprema arte delle piccole-Davide di turno di uccidere sportivamente le squadre-Golia nella coppa più antica e bella del mondo. Le scene del pubblico che invade il campo poi, in una gioia che fa venire le lacrime agli occhi, sono da consegnare a chi dice che “è solo uno sport”. Si, certo. Raccontatelo a Hereford. Quel giorno praticamente c’era tutta la città ad Edgar Street, che teneva ufficialmente 14.000 spettatori, ma solo perchè quelli arrampicati sugli alberi e sui pali dell’illuminazione non venivano considerati nel computo totale. Ronnie Radford la piazzò all’incrocio da 30 metri abbondanti, su un campo da gioco che oggi verrebbe definito “al limite della praticabilità”, perchè il calcio è ormai sport da fighette; nel supplementare poi segnò Ricky George, ma a quel punto era inevitabile, e tanti saluti al Newcastle. Le maglie bianche con i pantaloncini neri, i ragazzi che corrono per il campo con le sciarpe dagli identici colori e le coccarde al petto. Basterebbe rivedere quegli istanti per innamorarsi di the Beautiful Game, pensate un po’ l’effetto che devono fare a chi quel giorno c’era, a chi l’Hereford United lo tifa. E tifare per i bulls non fu sempre così facile, a dire il vero non lo è mai stato.

Radford scores!

Radford scores!

Quell’incredibile partita ruppe la monotonia di una contea sostanzialmente rurale. Gente di campagna, a due passi dal Galles, che faceva di Hereford il centro principale per il mercato dei propri prodotti. Il simbolo l’Hereford cattle, una razza bovina con lo sguardo più placido che si possa immaginare, placido come l’Herefordshire di cui è quindi simbolo perfetto. Sulle rive del fiume Wye il calciò arrivò nella seconda metà dell’800 come altrove, ma senza suscitare grandi entusiasmi. Sport da operai, non da fieri contadini che votavano e votano Tories. Si consolidò solo negli anni venti quando due club locali, St Martins e RAOC, unirono le forze per provare a rendere celebre la città aldilà del placido bovino di cui sopra e della cattedrale gotica. Era il 1924 e il nome scelto non poteva che essere a questo punto uno: Hereford United. La prima squadra semi-pro della zona, e a tuttoggi l’unica squadra della contea nei primi otto steps della piramide del calcio inglese. Fondata la squadra, c’era da trovare uno stadio, ma questo non rappresentò un problema perchè da fine ‘800 un impianto sorgeva nel centro cittadino, precisamente in Edgar Street che poi gli dava anche il nome. Era l’impianto utilizzato dall’Hereford City, altra squadra amatoriale locale che però si era rifiutata di fondersi con le due sopracitate e aveva continuato a vivere in proprio. Esordio in Birmingham Combination, la lega in cui per i quattro anni successivi i bulls disputeranno le loro partite davanti a qualche migliaio di spettatori più o meno interessati tra un sidro e l’altro, che è specialità della zona tanto quanto il bue.

L’Herefordshire è bucolico. 82 abitanti per km², o meglio 212 per square mile, il resto è campagna, la vita scorre tranquilla come il Wye, e poi i frutteti, gli animali da pascolo, i campi. Come 2.000 cristiani potessero ogni Sabato affollare Edgar Street per la Birmingham League (il club era stato promosso nel 1928 nella nuova lega) resta quantomeno un mistero, visto e considerato che non era esattamente il campionato dei vostri sogni. Siamo in pieni anni ’30, la Football League aveva già tre serie, con la Third Division peraltro divisa in North e South, e in più sopravvivevano le leghe minori come ad esempio la Southern League. Quando il declino della Birmingham League divenne irreparabile (rimasero undici squadre, come intuirete l’interesse per quel campionato venne leggermente meno), forti di quei numeri si chiese l’elezione proprio in Southern League. La lega accettò, ma sfiga volle che l’anno era il 1939 e che per disputare una partita nel nuovo campionato l’Hereford Utd dovette così aspettare sei anni. Edgar Street nel frattempo era stato acquistato dal comune, visto che era di proprietà della Hereford Athletics Ground co., ed affittato al club ad una cifra peraltro maggiore di quanto non facessero i precedenti proprietari. E non era esattamente un impianto comodo, almeno inizialmente: i giocatori si cambiavano al vicino Wellington Hotel e poi camminavano fino al campo da gioco!

herefordunited3Gli ottimi risultati in Southern League (che però non fu mai vinta) videro una crescita costante nelle medie spettatori, e il club cominciò a farsi conoscere anche livello nazionale. Nel 1957/58 i bulls rifilarono sei pere al QPR in FA Cup, solo che uno era un club pro, l’altro un club di non-league e quella vittoria rimane la più larga nella storia degli incontri tra squadre di Football League e non. Vennero eliminati nel turno successivo dallo Sheffield Wednesday, ma quel giorno a Edgar Street arrivarono 18.114 spettatori, praticamente metà città visto che all’epoca Hereford contava circa 40.000 abitanti[1]. Ecco, ci sarebbe anche altro poi. I club inglesi al confine con il Galles erano soliti disputare anche la Welsh Cup, e anche in questa competizione l’Hereford si fece presto conoscere, ad esempio sconfiggendo a Ninian Park il Cardiff. Il grosso problema sorse quando nel 1963 quando i bulls raggiunsero la semifinale della coppa gallese, e la UEFA si trovò di fronte alla possibilità di avere due squadre inglesi in Coppa delle Coppe se è vero, come è vero, che la vincitrice della Welsh Cup rappresentava la Wales FA nella competizione. Gli imbarazzi della federazione europea vennero spazzati via dalla vittoria del Borough United: da quel momento venne specificato che se la coppa gallese fosse stata vinta da un club inglese, questi non avrebbe partecipato alla Coppa delle Coppe. Una breve toccata e fuga nella First Division della Southern League rappresenterà l’unica retrocessione nella storia del club…..solo per quanto riguarda la non-league, ovviamente.

Quelle partite di FA Cup portarono, indubbiamente, un entusiasmo mai provato prima. Si pensò per la prima volta a Hereford come ad un posto in cui fare calcio seriamente e non come a una tranquilla cittadina immersa nelle campagne. Colpo di scena: nel 1966 arriva John Charles, che avrà anche avuto 35 anni ma era pur sempre John Charles che giocava nell’Hereford United, club il cui idolo precedente era stato tal Albert Derrick con tutto il rispetto. Big John giocherà nell’Herefordshire per cinque stagioni, segnando un’ottantina di goal e divenendo anche manager della squadra. Se ne tornò in Galles una stagione prima dell’impresa contro il Newcastle in FA Cup, ma a quel punto lo United era pronto al grande salto. Media spettatori più alta della non-league e che superava quella di una ventina di club che nella Lega c’erano eccome. Il secondo posto in Southern League del 1972 fu l’occasione per chiedere l’elezione in Football League, ma non fu la discriminante che fece sì che questa venisse accettata: a molto contribuì infatti quella vittoria contro il Newcastle che, volente o nolente rimane l’apice della storia dei bulls nonchè il suo turning-point. Lo slancio emotivo che seguì fu talmente forte che nel giro di quattro stagioni l’Hereford United si trovò in Second Division, a un passo dai grandi.

Senza quel goal di Radford e George magari la storia sarebbe andata diversamente. Che poi non è che l’Hereford divenne improvvisamente il terrore degli avversari, ma se non altro stabilizzò la sua posizione nel calcio professionistico e quando dovette chiedere la ri-elezione in Football League non ebbe problemi a ottenerla. E non capitò una volta soltanto, ma in tre occasioni di cui due consecutive. Il pubblico gradiva tutto ciò, arrivando a picchi di 8.000 di media nell’anno di Second Division. Insomma, Hereford era entrata nella cartina del calcio che conta. Nuove rivalità, visto che gli antichi nemici del Worcester City (fino al 1998 le due contee erano unite, va ricordato) erano rimasti in non-league: Shrewsbury Town principalmente (the A49 derby), Cheltenham Town dal vicino Gloucestershire, Kiddermister Harriers. “Aye oh Hereford, Hereford aye oh”. Una Welsh Cup nel 1990, la UEFA non doveva preoccuparsi più di nulla ma almeno si dava una spolverata alla bacheca, che non guasta mai. Poi? Un’apparizione ai playoff negli anni ’90, poi il buio. Stagione 1996/97, quell’ultima sfida contro il Brighton in un Edgar Street colmo di gente come non accadeva da tempo. Vittoria bulls, seagulls retrocessi; vittoria/pareggio Brighton, ciao Hereford. Finì 1-1, con Adrian Foster a sprecare la palla-salvezza al 90esimo. La non-league riabbracciava lo United dopo 27 anni.

Graham Turner, il manager, rimase comunque alla guida del club. Rimarrà per 14 anni a Hereford, a dir la verità, e nonostante un passato (e un presente) sulla panchina dello Shrewsbury è venerato dai locali. Graham Turner’s barmy army. Grazie, Mr. Turner insieme a Joan Fennessy mise le palanche quando il club era sull’orlo del fallimento, salvandolo da morte certa. Come se fosse niente. Lo risanò anche, tanto che, quando salutò direzione Shropshire, l’Hereford non solo godeva di ottima salute, ma era anche tornato in Football League, perfino in League 1 seppur per un solo anno. Il presente dice nuovamente Conference, nell’attesa di un ritorno in Football League, ma senza fretta, come è giusto per gente di campagna. Le maglie bianche da sempre (i pantaloni neri verranno introdotti nel dopoguerra al posto di quelli bianchi), lo sguardo placido e in qualche modo rassicurante del bue nello stemma del club sono le certezze da queste parti. L’Hereford United sarà ancora una volta lì, a rappresentare questa città immersa nelle campagne inglesi che un giorno si scoprì grande nel calcio e impazzì. Dicono che nelle sere di Febbraio il boato di Edgar Street di quel lontano 1972 risuoni ancora adesso, eco di un passato che non potrà mai essere dimenticato e che cambiò per sempre la storia della città tutta. Come non crederci?

La storia dei club: Burnley

Burnley Football Club
Anno di fondazione: 1882
Nickname: the Clarets
Stadio: Turf Moor, Burnley
Capacità: 22.546

Burnley, maket-town di 73mila abitanti nel Lancashire. Un passato industriale, e non potrebbe essere altrimenti vista la zona dell’Inghilterra: canali, industrie tessili, industrie dell’acciaio, ferrovie. Oggi invece è una città che tenta di rifarsi il look, riuscendoci: nel 2013 è stata premiata città più intraprendente del Regno Unito, grazie a progetti innovativi che tentano di allontanare lo spettro della disoccupazione, dopo che le fabbriche e le miniere dagli anni ’80 in poi hanno chiuso. Questa comunità ha, dal 1882, una sola grande passione: il Burnley Football Club, che peraltro detiene il record di media spettatori rispetto alla grandezza della città (14.000/20.000 su 73.000 abitanti). Mica male come inizio. Ma non solo: il Burnley ha contribuito in modo significativo alla storia del calcio inglese, in primo luogo come membro fondatore della Football League (ed è anche uno dei tre soli club ad aver vinto tutti e quattro i campionati professionistici, dal livello 4 alla First Division – gli altri sono Preston North End e Wolverhampton Wanderers).

La squadra nasce nel Maggio del 1882 quando la squadra del Burnley Rovers decide di cambiare sport: dal rugby al calcio. Esordio in Lancashire Challenge Cup: sconfitti 8-0. C’era da lavorare, e parecchio. C’era soprattutto da trovare una casa, e nel 1883 si trasferirono in un campo chiamato Turf Moor, da dove non si sposteranno mai più. I risultati non brillavano comunque, ma nel 1888 il club rispose alla chiamata di William McGregor e divenne uno dei membri fondatori della Football League, terminando al nono posto la prima stagione. Poi vabbè, una striscia di 17 partite senza vittorie li condusse al penultimo posto del 1889/90, ma questa è un’altra storia; in quello stesso anno misero in bacheca il primo trofeo della storia del club, la Lancashire Cup. Il club retrocesse nel 1897, salvo però ritornare immediatamente nella massima divisione. Ecco, a ciò è legato un simpatico aneddoto. La Football League al tempo decideva promozioni e retrocessioni attraverso una serie di “test matches” tra le ultime classificate di Division One e le prime di Division Two. Tutto bene, se non che, visto che sia Burnley che Stoke necessitavano di un pareggio, queste si misero d’accordo per lo 0-0: nemmeno un tiro in porta! La Football League, piuttosto piccata, eliminò i test matches, istituì le retrocessioni e promozioni automatiche e, per compensare i club che subirono il “biscotto”, allargò la Division One.

Un’altra retrocessione, nel 1899/1900, e un altro fatto non propriamente sportivo. Prima dell’ultima partita stagionale il portiere Jack Hillman ebbe la non brillante idea di tentare di corrompere la squadra avversaria, il Nottingham Forest: squalificato per l’intera stagione successiva. Il Burnley riemergerà dalle nebbie della Division Two solo nel 1913, ma diciamo che ne valse la pena aspettare. Il club cambiò anche i colori sociali: da verde a claret & blue per omaggiare la più grande squadra del tempo, l’Aston Villa, e diciamo che la mossa aggiunse quella dose di fortuna che non guasta. Il capitano Tommy Boyle alzò al cielo di Londra (si giocava ancora al Crystal Palace) la FA Cup del 1914 ricevuta, prima volta nella storia, dal Sovrano, Re Giorgio V, e nemmeno una guerra mondiale, la prima, interruppe il momento magico visto che, alla ripresa delle competizioni, ad un secondo posto fece seguito il titolo di Campioni d’Inghilterra. Toccato l’apice, pian piano il club scivolò verso le ultime posizioni, per poi retrocedere alla fine nel 1930, con l’unico acuto di una semifinale di FA Cup nel 1924.

Il periodo tra le due guerre venne trascorso dal Burnley in Division Two, con un solo squillo, le semifinali di coppa del 1935. Per il resto, anzi, ci si dovette guardare le spalle in più di una volta. Fattostà che, cessate le ostilità, i Clarets riconquistarono al primo colpo la massima serie, aprendo di fatto un ciclo che durerà quasi ininterrottamente fino al 1976 e che porterà due trofei in bacheca. Andiamo con ordine. Innanzitutto, nella stagione della promozione, il Burnley arrivò a Wembley a giocarsi la finale di FA Cup, dove però verrà battuto per 1-0 dal Charlton. Poco male, ebbero modo di rifarsi. Harry Potts, uno che con la maglia del Burnley era solito giocare e segnare, divenne manager non appena appesi gli scarpini al chiodo: una stagione di rodaggio allo Shrewsbury Town e, nel 1958, il “suo” club lo richiamò nel Lancashire. Il talento in squadra andava crescendo: Jimmy McIlroy, nordirlandese dal Glentoran, e poi Jimmy Adamson, John Connelly, Brian Pilkington, questi ultimi tutti in squadra, arrivati in periodi diversi dalle giovanili. Questa squadra vincerà il campionato 1959/60, arriverà a una finale di FA Cup, collezionerà un secondo, un terzo e un quarto posto nelle successive stagioni e arriverà a giocare un quarto di finale di Coppa dei Campioni, vincendo 3-1 a Turf Moor contro l’Amburgo per poi perdere 1-4 in Germania. Ma il titolo del 1960 rimane indelebile: il Burnley non guidò mai, mai la classifica fino all’ultima giornata, che poi è quella che conta, quando vinse 2-1 in casa del Manchester City. Secondo titoli di campioni d’Inghilterra nella storia del club, il trionfo di Potts.

Il declino coincise con la cessione di McIlroy e il ritiro di Adamson, che però divenne manager nel 1970. Il momento più buio di quegli anni: retrocessione che arrivò inevitabile. Altrettanto inevitabilmente però il Burnley di Adamson si riprese la First Division e vinse anche un Charity Shield. Fu solo un breve intermezzo: il 1976 segnò la definitiva retrocessione dei Clarets che dalla massima serie mancheranno per anni da quel momento. Ma si andò ben oltre, e il Burnley conobbe per la prima volta nella propria storia quella terribile parola chiamata Division Three. Fece una breve ricomparsa al secondo piano per poi sprofondare definitivamente fino alla Division Four. Tentò anche l’impresa di passare al semi-professionismo, ma per fortuna dei tifosi la vittoria contro il Leyton Orient nell’ultima partita stagione evitò la retrocessione in Conference, retrocessioni che proprio in quella stagione (1986/87) erano divenute automatiche tra Football League e Conference. Quella partita, “The Orient Game”, rappresenta a tuttoggi il punto più basso nella gloriosa storia dei Clarets.

Dalla palude della quarta serie il club uscì solo nel 1992, vincendo il campionato. Fece anche un’altra breve ricomparsa in seconda serie nel 1994/95, ma dalla terza serie, nel frattempo divenuta Second Division, uscì solo nel 1999/2000. Da quel momento il club non è mai più andato al di sotto della First Division/Championship, con l’acuto della promozione (1-0 allo Sheffield Utd nella finale playoff) che gli ha permesso di partecipare per la prima volta alla Premier League. Nella stessa stagione il club raggiunse anche la semifinale di Coppa di Lega, dove è stato sconfitto dal Tottenham. La stagione di Premier la ricorderete tutti, era il 2009/10, e i Clarets di Owen Coyle si tolsero anche lo sfizio di battere 1-0 il Manchester Utd nella giornata di apertura e di sconfiggere per 4-2 il Tottenham nell’ultima, seppur inutile in chiave salvezza, partita.

Parlare delle divise del Burnley è problematico. Dalla data di fondazione al 1900 il club ha cambiato maglia praticamente ogni stagione: dal blu a un amber & gold in stile Bradford, dal bianco-rosa al rosso passando per il giallonero. Finalmente, nel 1900, il colore divenne stabile: il verde! Per dieci stagioni il verde fu il colore del club, fino a quando venne ritenuto opportuno cambiarlo in quanto portatore di sfortuna (anche gli inglesi evidentemente cedono alla scaramanzia) e come detto venne introdotto, in omaggio all’Aston Villa, il claret & blue, che arriverò fino ad oggi eccezion fatta per una parentesi a fine anni ’30 in cui il club giocò con maglia bianca e pantaloncini neri. Il simbolo è invece una rivisitazione dello stemma cittadino. La banda zigrinata a V rovesciata rappresenta il fiume Brun, l’ape l’industriosità del Lancashire; la mano fa invece riferimento al motto cittadino “hold to the truth”, mentre il leone, simbolo araldico stra-abusato e simbolo di regalità, è presente nello stemma cittadino come “reggente” dello stemma, mentre nel simbolo del club compare solitario al centro. Il simbolo attuale è una ripresa di quello del 1960, l’anno del secondo titolo. Nel corso degli anni il club ha usato altri stemmi, rivisitazioni di quello cittadino; ha anche usato le iniziali, B.F.C., caratteristica questa comune a molte squadre nel periodo anni ’60-’70.

Trofei

  • First Division: 1920/21, 1959/60
  • F.A. Cup: 1914
  • F.A. Charity Shield: 1960 (shared), 1973

Records

  • Maggior numero di spettatori: 54.775 v Huddersfield Town (FA Cup, 23 Febbraio 1924)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Jerry Dawson, 522
  • Maggior numero di reti in campionato: George Beel, 178