The pride of Herefordshire. La storia dell’Hereford United

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Hereford United Football Club
Anno di fondazione: 1924
Nickname: the Bulls
Stadio: Edgar Street, HerefordCapacità: 5.300

5 Febbraio 1972. Nelle case degli inglesi rieccheggiò l’urlo di un telecronista in erba della BBC, tal John Motson. Sì lui, il futuro Motty che diventerà l’aedo del calcio inglese per eccellezza. “Radford…now Tudor’s gone down for Newcastle…Radford again…OH, WHAT A GOAL!!! What a goal! Radford the scorer! Ronnie Radford! And the crowd…the crowd are invading the pitch! “. La storia della FA Cup, perchè quella partita diventerà l’esempio del giant-killing, la suprema arte delle piccole-Davide di turno di uccidere sportivamente le squadre-Golia nella coppa più antica e bella del mondo. Le scene del pubblico che invade il campo poi, in una gioia che fa venire le lacrime agli occhi, sono da consegnare a chi dice che “è solo uno sport”. Si, certo. Raccontatelo a Hereford. Quel giorno praticamente c’era tutta la città ad Edgar Street, che teneva ufficialmente 14.000 spettatori, ma solo perchè quelli arrampicati sugli alberi e sui pali dell’illuminazione non venivano considerati nel computo totale. Ronnie Radford la piazzò all’incrocio da 30 metri abbondanti, su un campo da gioco che oggi verrebbe definito “al limite della praticabilità”, perchè il calcio è ormai sport da fighette; nel supplementare poi segnò Ricky George, ma a quel punto era inevitabile, e tanti saluti al Newcastle. Le maglie bianche con i pantaloncini neri, i ragazzi che corrono per il campo con le sciarpe dagli identici colori e le coccarde al petto. Basterebbe rivedere quegli istanti per innamorarsi di the Beautiful Game, pensate un po’ l’effetto che devono fare a chi quel giorno c’era, a chi l’Hereford United lo tifa. E tifare per i bulls non fu sempre così facile, a dire il vero non lo è mai stato.

Radford scores!

Radford scores!

Quell’incredibile partita ruppe la monotonia di una contea sostanzialmente rurale. Gente di campagna, a due passi dal Galles, che faceva di Hereford il centro principale per il mercato dei propri prodotti. Il simbolo l’Hereford cattle, una razza bovina con lo sguardo più placido che si possa immaginare, placido come l’Herefordshire di cui è quindi simbolo perfetto. Sulle rive del fiume Wye il calciò arrivò nella seconda metà dell’800 come altrove, ma senza suscitare grandi entusiasmi. Sport da operai, non da fieri contadini che votavano e votano Tories. Si consolidò solo negli anni venti quando due club locali, St Martins e RAOC, unirono le forze per provare a rendere celebre la città aldilà del placido bovino di cui sopra e della cattedrale gotica. Era il 1924 e il nome scelto non poteva che essere a questo punto uno: Hereford United. La prima squadra semi-pro della zona, e a tuttoggi l’unica squadra della contea nei primi otto steps della piramide del calcio inglese. Fondata la squadra, c’era da trovare uno stadio, ma questo non rappresentò un problema perchè da fine ‘800 un impianto sorgeva nel centro cittadino, precisamente in Edgar Street che poi gli dava anche il nome. Era l’impianto utilizzato dall’Hereford City, altra squadra amatoriale locale che però si era rifiutata di fondersi con le due sopracitate e aveva continuato a vivere in proprio. Esordio in Birmingham Combination, la lega in cui per i quattro anni successivi i bulls disputeranno le loro partite davanti a qualche migliaio di spettatori più o meno interessati tra un sidro e l’altro, che è specialità della zona tanto quanto il bue.

L’Herefordshire è bucolico. 82 abitanti per km², o meglio 212 per square mile, il resto è campagna, la vita scorre tranquilla come il Wye, e poi i frutteti, gli animali da pascolo, i campi. Come 2.000 cristiani potessero ogni Sabato affollare Edgar Street per la Birmingham League (il club era stato promosso nel 1928 nella nuova lega) resta quantomeno un mistero, visto e considerato che non era esattamente il campionato dei vostri sogni. Siamo in pieni anni ’30, la Football League aveva già tre serie, con la Third Division peraltro divisa in North e South, e in più sopravvivevano le leghe minori come ad esempio la Southern League. Quando il declino della Birmingham League divenne irreparabile (rimasero undici squadre, come intuirete l’interesse per quel campionato venne leggermente meno), forti di quei numeri si chiese l’elezione proprio in Southern League. La lega accettò, ma sfiga volle che l’anno era il 1939 e che per disputare una partita nel nuovo campionato l’Hereford Utd dovette così aspettare sei anni. Edgar Street nel frattempo era stato acquistato dal comune, visto che era di proprietà della Hereford Athletics Ground co., ed affittato al club ad una cifra peraltro maggiore di quanto non facessero i precedenti proprietari. E non era esattamente un impianto comodo, almeno inizialmente: i giocatori si cambiavano al vicino Wellington Hotel e poi camminavano fino al campo da gioco!

herefordunited3Gli ottimi risultati in Southern League (che però non fu mai vinta) videro una crescita costante nelle medie spettatori, e il club cominciò a farsi conoscere anche livello nazionale. Nel 1957/58 i bulls rifilarono sei pere al QPR in FA Cup, solo che uno era un club pro, l’altro un club di non-league e quella vittoria rimane la più larga nella storia degli incontri tra squadre di Football League e non. Vennero eliminati nel turno successivo dallo Sheffield Wednesday, ma quel giorno a Edgar Street arrivarono 18.114 spettatori, praticamente metà città visto che all’epoca Hereford contava circa 40.000 abitanti[1]. Ecco, ci sarebbe anche altro poi. I club inglesi al confine con il Galles erano soliti disputare anche la Welsh Cup, e anche in questa competizione l’Hereford si fece presto conoscere, ad esempio sconfiggendo a Ninian Park il Cardiff. Il grosso problema sorse quando nel 1963 quando i bulls raggiunsero la semifinale della coppa gallese, e la UEFA si trovò di fronte alla possibilità di avere due squadre inglesi in Coppa delle Coppe se è vero, come è vero, che la vincitrice della Welsh Cup rappresentava la Wales FA nella competizione. Gli imbarazzi della federazione europea vennero spazzati via dalla vittoria del Borough United: da quel momento venne specificato che se la coppa gallese fosse stata vinta da un club inglese, questi non avrebbe partecipato alla Coppa delle Coppe. Una breve toccata e fuga nella First Division della Southern League rappresenterà l’unica retrocessione nella storia del club…..solo per quanto riguarda la non-league, ovviamente.

Quelle partite di FA Cup portarono, indubbiamente, un entusiasmo mai provato prima. Si pensò per la prima volta a Hereford come ad un posto in cui fare calcio seriamente e non come a una tranquilla cittadina immersa nelle campagne. Colpo di scena: nel 1966 arriva John Charles, che avrà anche avuto 35 anni ma era pur sempre John Charles che giocava nell’Hereford United, club il cui idolo precedente era stato tal Albert Derrick con tutto il rispetto. Big John giocherà nell’Herefordshire per cinque stagioni, segnando un’ottantina di goal e divenendo anche manager della squadra. Se ne tornò in Galles una stagione prima dell’impresa contro il Newcastle in FA Cup, ma a quel punto lo United era pronto al grande salto. Media spettatori più alta della non-league e che superava quella di una ventina di club che nella Lega c’erano eccome. Il secondo posto in Southern League del 1972 fu l’occasione per chiedere l’elezione in Football League, ma non fu la discriminante che fece sì che questa venisse accettata: a molto contribuì infatti quella vittoria contro il Newcastle che, volente o nolente rimane l’apice della storia dei bulls nonchè il suo turning-point. Lo slancio emotivo che seguì fu talmente forte che nel giro di quattro stagioni l’Hereford United si trovò in Second Division, a un passo dai grandi.

Senza quel goal di Radford e George magari la storia sarebbe andata diversamente. Che poi non è che l’Hereford divenne improvvisamente il terrore degli avversari, ma se non altro stabilizzò la sua posizione nel calcio professionistico e quando dovette chiedere la ri-elezione in Football League non ebbe problemi a ottenerla. E non capitò una volta soltanto, ma in tre occasioni di cui due consecutive. Il pubblico gradiva tutto ciò, arrivando a picchi di 8.000 di media nell’anno di Second Division. Insomma, Hereford era entrata nella cartina del calcio che conta. Nuove rivalità, visto che gli antichi nemici del Worcester City (fino al 1998 le due contee erano unite, va ricordato) erano rimasti in non-league: Shrewsbury Town principalmente (the A49 derby), Cheltenham Town dal vicino Gloucestershire, Kiddermister Harriers. “Aye oh Hereford, Hereford aye oh”. Una Welsh Cup nel 1990, la UEFA non doveva preoccuparsi più di nulla ma almeno si dava una spolverata alla bacheca, che non guasta mai. Poi? Un’apparizione ai playoff negli anni ’90, poi il buio. Stagione 1996/97, quell’ultima sfida contro il Brighton in un Edgar Street colmo di gente come non accadeva da tempo. Vittoria bulls, seagulls retrocessi; vittoria/pareggio Brighton, ciao Hereford. Finì 1-1, con Adrian Foster a sprecare la palla-salvezza al 90esimo. La non-league riabbracciava lo United dopo 27 anni.

Graham Turner, il manager, rimase comunque alla guida del club. Rimarrà per 14 anni a Hereford, a dir la verità, e nonostante un passato (e un presente) sulla panchina dello Shrewsbury è venerato dai locali. Graham Turner’s barmy army. Grazie, Mr. Turner insieme a Joan Fennessy mise le palanche quando il club era sull’orlo del fallimento, salvandolo da morte certa. Come se fosse niente. Lo risanò anche, tanto che, quando salutò direzione Shropshire, l’Hereford non solo godeva di ottima salute, ma era anche tornato in Football League, perfino in League 1 seppur per un solo anno. Il presente dice nuovamente Conference, nell’attesa di un ritorno in Football League, ma senza fretta, come è giusto per gente di campagna. Le maglie bianche da sempre (i pantaloni neri verranno introdotti nel dopoguerra al posto di quelli bianchi), lo sguardo placido e in qualche modo rassicurante del bue nello stemma del club sono le certezze da queste parti. L’Hereford United sarà ancora una volta lì, a rappresentare questa città immersa nelle campagne inglesi che un giorno si scoprì grande nel calcio e impazzì. Dicono che nelle sere di Febbraio il boato di Edgar Street di quel lontano 1972 risuoni ancora adesso, eco di un passato che non potrà mai essere dimenticato e che cambiò per sempre la storia della città tutta. Come non crederci?

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