William McGregor e la nascita della Football League

Ci sono momenti in cui si scrive la storia, quella con la S maiuscola perchè influirà in modo decisivo sulla vita delle generazioni successive. Generalmente, non si è consapevoli di farlo, a meno rari casi di lucida follia visionaria: un Churchill, quando promise “lacrime sudore e sangue” ai suoi compatrioti, immaginiamo sapesse di vergare a voce pagine di storia dell’umanità. Onestamente ci riesce difficile invece immaginare che sapesse cosa avrebbe lasciato ai posteri tal William McGregor, per gli amici Willy, per tutti il padre della Football League, a sua volta madre dei campionati di calcio per club. Oh, il Willy non cominciò esattamente col calcio. Arrivò a Birmingham da Braco, Pertishire, 515 sperdute anime nella Scozia centrale, bella e tutto ma non esattamente un posto di villeggiatura, a una delle città principali della rivoluzione industriale, neanche questa confusa mai con Sharm-el-Sheik ma con qualche cristiano in più rispetto alla natia contea, molto fumo in più ma soprattutto decisamente molte palanche in più. Qui mise in piedi un’attività di drappiere, ovvero commercio di tessuti, nel sobborgo di Aston, il che qualcosina dovrebbe lasciarvi immaginare sulle future relazioni calcistiche del nostro. Ecco, il calcio. La Scozia centrale era selvaggia e inospitale ma l’arte del football arrivò anche a Braco e qui, un giorno, il buon McGregor restò entusiasta di fronte a quelle partite ottocentesche che ci tramandono i racconti del tempo, gente col cappello in testa e i baffoni e porte senza traversa. Mise la passione per l’arte pedatoria in valigia con i vestiti e la traslocò con tutto il resto a Birmingham. Anno di grazia 1870. Qui venne a contatto con altri scozzesi, che nel frattempo avevano dato vita a una squadra locale, il Calthorpe di cui Willy divenne ben presto sostenitore e rivenditore ufficiale di maglie presso il suo negozio, immaginiamo procurandosi i tessuti necessari che in fondo era il suo vero lavoro. L’ormai mitica a questo punto drapperia divenne così una specie di bar sport, ritrovo per distinti signori appassionati di calcio che avrebbero anche cristonato dietro alle scelte dell’allenatore, se non fosse per il piccolo intoppo che all’epoca non esisteva l’allenatore. Quisquiglie.

La svolta della nostra storia è il 1877. In un modo o nell’altro, il nome William McGregor divenne famoso nell’ambiente, specie nei dintorni di Aston. Tre anni prima nella cara vecchia Handsworth quattro ragazzotti stufi delle pause invernali dettate dal cricket avevano preso carta e penna e fondato l’Aston Villa Football Club. Quando ci fu bisogno di dirigenti, i quattro andarono a bussare alla porta del negozio di McGregor che, vuoi per la vicinanza del nuovo club con, guess what, ovviamente la drapperia, vuoi per la forte componente scozzese – again – disse “yes“, entrando a far parte del comitato del club. Oddio, comitato. Willy si trovò anche ad arbitrare alcune partite, il che denota da un lato il romanticismo degli albori (immaginatevi vedere oggi una cosa del genere, un dirigente ad arbitrare, roba da Scherzi a parte), dall’altro l’evidente malattia di McGregor verso questo giochino che a noi piace, ma che a lui tanto schifo evidentemente non faceva. Ora, la passione conta ma fino a un certo punto, ovvero il momento in cui entra in gioco l’abilità. E il nostro si dimostrò incredibilmente abile nell’arte di far di conto, il che lo porterà a scalare posizioni all’interno del club, fino a diventarne presidente e poi membro permanente della dirigenza. Nel 1880, l’Aston Villa di McGregor vinse l’FA Cup. Il calcio però si trovò giocoforza di fronte a un bivio in quegli anni, un bivio chiamato professionismo. Da un lato i club del nord, più ricchi, che facevano ampio ricorso a mezzucci più o meno nascosti per pagare i giocatori e che spingevano per il professionismo, visto che l’FA non li prendeva bene i tentativi di aggirare le regole e ci andava giù di multe, dall’altro i club del sud, strenui oppositori di tutto ciò in nome del calcio amatoriale che, fino ad allora, era appunto la regola. Quando alcuni club del Lancashire minacciarono la creazione di una loro British Football Association in una sorta di guerra di secessione versione anglocalcistica, a Londra la questione venne posta con forza e lo stesso William partecipò all’incontro, perorando la causa del nord. Era il 20 Luglio 1885, il nord vinse anche questa versione della guerra, il professionismo divenne legale e agli occhi dei dirigenti si pose il successivo problema: come rendere il calcio fonte di profitto.

Fino a quel giorno il calcio era sostanzialmente una serie di amichevoli che suscitavano discreto interesse sì, ma che ora si trovavano a competere con la FA Cup e le coppe locali alle quali i club davano, con l’introduzione del professionismo, la precedenza. Cosa comportò tutto ciò? Facile. Molti club si trovavano improvvisamente ad attraversare lunghi periodi senza partite da disputare per mancanza di avversari, impegnati su altri fronti. Questa fu la molla che fece scattare nella testa del nostro drappiere l’ideona: ci mettiamo d’accordo, che so, dieci-dodici club ad inizio stagione, buttiamo giù un calendario di partite casalinghe e in trasferta alternate e a fine anno vediamo chi fa più punti. Eh? Che ne dite ragazzi? Banalmente, avvenne questo; il tono della lettera era un po’ diverso, e la trovate in fondo al post nella sua versione originale, che storicamente non avrà la stessa importanza ma per noi ha il valore della dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti o la Stele di Rosetta. L’ispirazione pare gli fosse venuta dal County Cricket Championship, se vogliamo credere alle sue parole; altri citano la lega di baseball USA o le regole proposte per un campionato di college football statunitense, la cui eco giunse in Inghilterra nel 1887. Torniamo alla lettera. McGregor propose anche una data, 23 Marzo 1888, il giorno prima della finale di FA Cup a Londra, Preston North End vs West Bromwich Albion, nemmeno troppo casualmente due dei club a cui McGregor indirizzò la lettera. Gli altri: Blackburn Rovers, Bolton Wanderers e….Aston Villa, perchè da vero gentleman Willy si mise almeno apparentemente in una posizione terza rispetto al suo club. Direte voi giustamente: ne mancano sette! McGregor, con mossa di grandissima saggezza, scelse (perchè di fatto li scelse lui) solo cinque club compreso il suo, lasciando aperta la porta per una decisione collegiale con la frase “and would like to hear what other clubs you would suggest“. Sti benedetti other clubs li conosciamo tutti oggi: Accrington, Burnley, Derby County, Everton, Notts County, Stoke, Wolverhampton Wanderers. Lunga gloria.

Il 17 Aprile successivo, a Manchester, vennero messi a punto i dettagli, nome compreso. The Football League non era la scelta di McGregor, che avrebbe preferito “Association Football Union”, cassato senza attenuanti in quanto troppo similare al Rugby. Non vennero invece stabiliti immediatamente i punti da attribuire in caso di vittoria, cosa che si fece (e che rimarrà per moltissimi anni, 2 per ogni vittora, 1 per il pareggio) solo a stagione iniziata, e per loro fortuna che non esisteva un equivalente del Processo del Lunedì che in questa cosa ci avrebbe sguazzato discretamente. Tutto era pronto. Alea iacta est, avrebbe a questo punto detto Caio Giulio Cesare, perchè la creazione della Football League scatenò la reazione degli altri club esclusi. Iniziarono a proliferare leghe su leghe nel tentativo di imitare quella di McGregor (ne divenne, scelta quasi scontata, presidente) che, sebbene partorita con ancora intenti amichevoli (ci dividiamo i guadagni e così via) divenne una grandissima fonte di guadagno per i club, perchè il pubblico si entusiasmò alla formula quasi immediatamente. Dicevamo, le leghe rivali. Queste ebbero spesso vita breve, e alcune vennero assorbite dalla stessa Football League (è il caso della Football Alliance – 1889 -, che divenne sostanzialmente la Division Two nel 1892); in altri sopravvivono tuttoggi, come la Southern League (1894), declassata però a lega dilettantistica che ha dovuto negli anni fare i conti con la sorella maggiore (la creazione della Division Three). Altrove invece l’idea di McGregor servì alla creazione di campionati nazionali, come per la Scozia, che nel 1890 diede vita alla propria Scottish Football League, nonostante McGregor avesse lasciato aperta la porta ai club della sua Scozia (il nome English League venne bocciato anche per questo motivo) Ah, dimenticavamo. L’avventura della Football League cominciò benino: il primo campionato, 1888-89, regalò ai posteri la leggenda degli Invincibles del Preston North End. Spazio per altre leghe? Seh, ciao.

Oh, McGregor trovò anche il tempo per divenire membro permanente della Football Association, restare presidente della Football League fino al 1894 e divenirne membro a vita l’anno seguente, non mancano mai a un incontro finchè glielo permetterà la salute, mai, anche standosene in silenzio in disparte, alzando lo sguardo quel tanto che bastava per far capire cosa pensasse. E ci sarebbe anche da parlare di baseball in questa storia. Il baseball? Sissignori, in tutto ciò questo distinto signore scozzese dalla folta barba provò anche a dar vita a un movimento britannico della palla con le cuciture ma, data la scarsa inclinazione dei britannici a giocare sport non inventati da loro, l’impresa fallì.

Morirà a Birmingham nel 1911, e oggi una statua a Villa Park ne celebra l’importanza per il nostro amato sport. Ah. Nonostante tutti gli impegni calcistici di una certa importanza, la sua drapperia la porterà avanti con tenacia e orgoglio fino alla fine dei giorni. Thank you, Willy.

Un monumento del calcio. McGregor

Viaggio nella Birmingham del calcio: parte seconda, Aston Villa

Aston Villa Football Club
Anno di fondazione: 1874
Nickname: the Villans
Stadio: Villa Park, Birmingham B6
Capacità: 42.785

Seconda tappa nella città di Birmingham per conoscere l’Aston Villa Football Club. I Villans sono sicuramente la squadra più nota di Birmingham e dintorni, anche se ci è capitato spesso di sentire che “l’Aston Villa? Gioca a Londra vero?” e di recente un attuale giocatore del club ha confermato quest’idea, diffusa tra i conoscitori superficiali di calcio inglese, che il club abbia sede a Londra (l’articolo QUI). Il perchè è misterioso, e sinceramente non è che ci interessi molto perpetuare un errore, anche perchè l’Aston Villa ha sede a Birmingham da 138 anni e non vediamo il motivo per far traslocare il club, che è il più tifato nella regione delle West Midlands. Ok, l’introduzione colorita ci fa rompere il ghiaccio con l’ambiente dei Villans, una delle squadre più vincenti d’Inghilterra e una delle cinque ad aver messo in bacheca la Coppa dei Campioni/Champions League, e soprattutto la squadra dalla quale ha avuto inizio la Football League come vedremo. Trovare un argomento più importante di questo per sottolineare l’importanza del club è francamente difficile (in aggiunta, possiamo dire che è il club ad aver fornito più giocatori alla Nazionale inglese), per cui ci avviamo a ripercorrerne la storia.

La leggenda intorno alla fondazione dell’Aston Villa fa rivivere quelle atmosfere delle città vittoriane, sotto lampioni a gas e nella nebbia notturna che i film ci hanno più e più volte riproposto, la letteratura raccontato e nella quale Jack lo Squartatore ha scritto la sua macabra storia. Ok, abbiamo romanzato un po’ perchè ci piaceva farlo, ma come riporta il sito ufficiale “Jack Hughes, Frederick Matthews, Walter Price and William Scattergood from the Villa Cross Wesleyan Chapel cricket team meet under a gas-light to form a new club“. Era il Marzo del 1874, e come si legge nel passo riportato siamo nuovamente di fronte a un’origine legata al cricket. Il nome scelto per la squadra fu Aston Villa Football Club: Villa, derivante dal nome del team di cricket, e Aston dal distretto d’origine. La prima partita venne disputata contro l’Aston Brook St Mary’s, che aveva il piccolo problema di essere….un club di rugby. Come risolvere il problema? Uno scambio di opinioni e l’idea balenò alla testa dei nostri: un tempo con le regole del calcio, uno con quelle del rugby! La partita finì 1-0 per l’Aston Villa, quindi con un goal e non una meta. Bellissimo. Primo campo utilizzato dalla squadra: Parry Barr, affitto di 7 sterline e 10 scellini (il fatto di aver abolito gli scellini è una di quelle cose per cui ringrazieremo a vita i britannici); nei due anni successivi il prezzo arrivò a 20 sterline, nemmeno poco per i tempi.

Intanto, sul campo, la squadra prendeva forma. Tra i personaggi principali di questi primi anni George Ramsay, scozzese che per caso si presentò a una partita tra due formazioni dell’Aston Villa (un match titolari contro riserve, per banalizzare): quel giorno a una delle due squadre mancava un giocatore, lui chiese così di poter giocare e a fine giornata era già stato nominato capitano. Sarà lui ad alzare il primo trofeo nella stroria dei Villans: la Birmingham Senior Cup. Nel frattempo, venne invitato a entrare a far parte del comitato dirigenziale un altro scozzese, negoziante in città con il fratello, di nome William McGregor. Ma prima che il signor McGregor prendesse carta e penna e scrivesse la storia di the Beautiful Game, nel 1887 l’Aston Villa fece conoscere il suo nome al Paese, quando alzò al cielo del Kennington Oval di Londra la FA Cup, vinta contro i vicini del West Bromwich Albion. Capitano Archie Hunter, nemmeno a dirlo, scozzese anch’egli; in campo tra gli altri Howard Vaughton, nativo di Aston, uno dei primi giocatori internazionali (le partite dell’Inghilterra a cui prese parte furono tutte contro Irlanda, che a quel tempo faceva ancora parte del Regno, e Scozia, quindi partite tra Home Nations) che, quando si ritirò aprì un laboratorio per la produzione di materiale in argento che fu incaricato di rifare l’FA Cup quando il trofeo originale sparì nel 1895. Curiosità con cui ci avviamo verso il 1888, l’anno chiave.

La statua dedicata a McGregor fuori Villa Park

Fu in quell’anno che McGregor, stufo di dover assistere a partite amichevoli al di fuori delle coppe (FA Cup, le varie Senior Cup etc) che attiravano un numero esiguo di spettatori, ebbe l’illuminazione di creare una competizione di lunga durata, con più squadre coinvolte che si affrontassero tra loro: in altra parola, un campionato. Scrisse, oltre ai membri dell’Aston Villa, ad altri quattro club (Balckburn Rovers, Bolton Wanderers, Preston North End e Stoke FC) che appoggiarono l’idea; in un successivo meeting aderirono all’idea di McGregor anche Accrington, Burnley, Derby County, Everton, Notts County, West Bromwich Albion e Wolverhampton Wanderers. Nasceva, al Royal Hotel di Manchester (che non esiste più, ma una placca in Market Street commemora l’evento), la Football League. La stagione inaugurale i Villans terminarono al secondo posto, e Tom Green segnò il primo goal del club nella lega (1-1 contro i Wolves). Ma non passò molto tempo prima che il Villa conquistasse il titolo: era il 1893/94; l’anno successivo, nuova vittoria in FA Cup, ancora una volta contro il W.B.A. (1-0), e nel 1895/96 il terzo trofeo in tre anni (e non sarebbe finita lì, ma dobbiamo un attimo interrompere il discorso..) con la vittoria in campionato davanti al Derby County. L’Aston Villa aveva iniziato il cammino che porterà il club ad essere il più vincente d’Inghilterra: rimarrà tale fino agli anni ’80 del XX secolo (in quanto a domestic trophies). Di McGregor rimane oggi niente meno che una statua fuori da Villa Park, a testimonianza dell’importanza del personaggio.

Nel 1897 l’impianto di Perry Barr divenne obsoleto per gli standard raggiunti dal club, sia in quanto a possibilità di espansione (i problemi principali riguardavano l’accesso) sia, soprattutto, perchè l’affitto divenne elevato, e il club sentiva il bisogno di un impianto di proprietà. Divenne così oggetto di desiderio del club il terreno dell’Ashton Lower Grounds (“the finest sport ground in the district“), anche se le negoziazioni si protrassero nel tempo e ci vollero due anni prima di giungere all’accordo definitivo, che prevedeva un contratto d’affitto della durata di 21 anni con l’opzione d’acquisto a favore del club in qualsiasi momento l’avesse ritenuto. Ovviamente, ma a questo punto non c’è nemmeno bisogno di dirlo, lo stadio è quello che oggi chiamiamo Villa Park (dagli inizi del ‘900 venne introdotto questo nome, e non in forma ufficiale ma come consuetudine tra i tifosi). La prima partita venne disputata contro il Blackburn Rovers, un’amichevole che servì anche a celebrare il double: ebbene sì, perchè nella stagione 1896/97 l’Aston Villa vinse nuovamente il campionato (il terzo in quattro anni) e la FA Cup, sconfiggendo per 3-2 l’Everton al Crystal Palace. Per un altro double da parte di un club inglese passeranno 60 anni.

La squadra del 1899

L’Aston Villa continuò il suo entusiasmante momento vincendo anche il campionato del 1898/99: i Villans arrivarono all’ultima giornata appaiati in testa al Liverpool, che sconfissero per 5-0 proprio nella partita finale della stagione. E il XIX secolo terminò alla grande, visto che il club si confermò campione anche per il 1899/1900: facevano cinque titoli di Football League e tre FA Cup, e facevano dell’Aston Villa il club più temuto e invidiato d’Inghilterra. Tra gli eroi di quel periodo, il capitano John Devey, local boy (nativo di Newtown), attaccante, al Villa dal 1891 al 1902. Nonostante fosse diminuito il gap con gli avversari, il Villa continuò anche nel nuovo secolo a incamerare successi, certo più sporadicamente rispetto al recente passato ma nemmeno troppo male, visto che nel 1905 venne rivinta l’FA Cup (2-0 al Newcastle United), nel 1910 un nuovo titolo in campionato e nel 1913 un’altra FA Cup, questa volta nella finale contro il Sunderland, altra squadra del nord-est, a cui assistettero 121.000 spettatori. Oltre al già citato Devey, ricordiamo doverosamente Howard Spencer (“the Prince of full-backs”, che ereditò la fascia da Devey stesso), Joseph “Joe” Bache, Harry Hampton (“the Wellington Wirlwind” – dal luogo di nascita – o semplicemente “Happy Harry”). Per chiudere gli anni precedenti la prima guerra (“Aston Villa Golden Era”, come generalmente vengono chiamati i periodi vincenti di una squadra) doveroso ricordare che il Villa Park venne acquistato, come previsto dal contratto stipulato e prima citato, nel 1911.

La ripresa delle competizioni vide un nuovo trofeo trovar posto nella bacheca, affollata, del club, quando l’FA Cup venne nuovamente alzata al cielo nella finale di Stamford Bridge vinta ai supplementari contro l’Huddersfield Town. In campo un giovane Billy Walker, forse il più grande giocatore ad aver indossato la maglia dell’Aston Villa (dal 1919 al 1933) e futuro manager di Sheffield Wednesday e Nottingham Forest. Tuttavia fu l’ultimo sussulto del club, che per vincere un altro trofeo dovrà aspettare 37 anni. E dire che in quest’intervallo di tempo non mancheranno i grandi giocatori, su tutti il mitico Tom “Pongo” Waring, il cui mito non risiede (solo) nel nickname ma anche nell’aver segnato qualcosa come 49 goals nella stagione 1930/31, in cui i Villans finirono secondi alle spalle del grande Arsenal che stava vivendo la sua prima golden era (il Villa segnò un totale di 128 goal, record di sempre per goal segnati in massima serie). Nel 1934 il club decise di nominare il suo primo manager: precedentemente infatti, alla guida tecnica, chiamiamola con terminologia attuale, c’era un comitato, il cui capo (secretary) era responsabile delle scelte. Insomma, in pratica il secretary svolgeva il ruolo che oggi svolge il manager, e i primi (e unici) due furono il già citato George Ramsay e W.J. Smith. Il primo vero manager fu Jimmy McMullan, da giocatore membro dei Wembley Wizards scozzesi, ma che tanto mago non si rivelò visto che, sotto la sua guida, l’Aston Villa conobbe per la prima volta l’amaro sapore che solo una retrocessione sa dare. Due stagioni ci vollero a Jimmy Hogan, il sostituto di McMullan e uno dei primi manager giramondo (allenò in Francia, Austria, Ungheria, Svizzera, Germania) per riportare i Villans in massima serie, e lì sii trovavano allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Billy Walker

Alla ripresa delle competizioni l’obbiettivo principale fu quello di ricostruire un team che nel suo DNA si sentiva vincente, con tutte le ragioni del Mondo vista la bacheca. Il compito fu affidato a Alex Massie prima e George Martin in seguito, ma nessuno dei due riuscì a ottenere risultati soddisfacenti cosicchè nel 1953 l’ex giocatore del club Eric Houghton fu chiamato a guidare il club. Una delle prime cose che fece fu lanciare in prima squadra Peter McParland, che si unì al club nell’ultima parte del periodo di Martin: fu proprio McParland a segnare la doppietta decisiva nella finale di FA Cup del 1957 contro il Manchester United, che riportò un trofeo al Villa Park dopo 37 anni. Hogan però venne sostituito nel 1958/59, con la squadra in piena lotta retrocessione; al suo posto Joe Mercer, che non riuscì tuttavia ad evitare la seconda retrocessione nella storia del club (e la seconda a livello personale dopo quella vissuta alla guida dello Sheffield United), ma che riuscì nell’impresa di vincere al primo tentativo la Second Division. Mercer (che incontreremo nuovamente parlando del Manchester City) costruì un gruppo di giovani giocatori (tra i quali Charlie Aitken – recordman del club in quanto a presenze, Alan Deakin, John Sleeuwenhoek, Harry Burrows, in seguito arriveranno Phil Woosnam e Tony Hateley), che non portarono grandi successi o piazzamenti ma che si aggiudicarono la prima edizione della Coppa di Lega. Era il 1961.

Poi, il crollo. Gli anni ’60 culminarono in negativo con la retrocessione del 1969/70 addirittura in Third Division. Ma fu la cosidetta punta dell’iceberg, per quanto dolorosa per i tifosi. Infatti fu la naturale conseguenza di una gestione primo-novecentesca di un club ormai moderno: la dirigenza, composta da uomini “who had failed to adapt to the new football reality“, non sviluppò mai ad esempio una rete di osservatori o strutture di allenamento. A dir la verità la retrocessione in Third arrivò sotto la nuova dirigenza, dopo che le dimissioni di un dirigente portarono i colleghi a mettere in vendita il club, che fu rilevato da Pat Matthews. Matthews nominò presidente Doug Ellis, che salvo una pausa dal 1975 al 1982, lo rimarrà fino al 2006. L’Aston Villa tornò, guidato da Vic Crowe, tornò in seconda serie nel 1971/72, dopo aver tra l’altro disputato una finale di League Cup da squadra di Third Division, persa però contro il Tottenham; tuttavia Crowe non riuscì nell’obbiettivo primario del ritorno in First, e fu sollevato dall’incarica nel 1974. Al suo posto, Ron Saunders, due finali di League Cup perse con Norwich City e Manchester City. Al primo tentativo, Saunders ottenne la promozione, e riuscì anche a sfatare un personale tabù aggiudicandosi la Coppa di Lega, proprio contro i suoi ex Canaries.

Una vecchia immagine di Villa Park

Un’altra Coppa di Lega (1977, contro l’Everton) fece da preludio alla gloria nazionale ed europea. Nel 1980/81 i Villans riportarono infatti il titolo a Birmingham, dopo un’avvincente sfida al vertice con l’Ipswich Town; la sconfitta dei Tractor Boys contro il Middlesbrough rese la parallela sconfitta dell’Aston Villa, in vantaggio in classifica, contro l’Arsenal ininfluente, e l’esultanza dei tifosi dei Villans alle notizie provenienti dalla partita dell’Ipswich fecero passare alla storia quel titolo come “the transistor championship“. Il Villa usò solamente 14 giocatori in quella stagione: Jimmy Rimmer, Kenny Swain, Ken McNaught, Dennis Mortimer, Des Bremner, Gordon Cowans e Tony Morley giocarono tutte e 42 le partite; Gary Shaw 40, Allan Evans 39 e Peter Withe 36; Gary Williams e Colin Gibson rispettivamente 22 e 21; chiudono David Geddis e Eamonn Deacy con 9 presenze a testa. La stagione dell’esordio in Coppa dei Campioni (il Villa aveva precedentemente raggiunto, in Europa, come massimo risultato i quarti di finale di UEFA) coincise con una prestazione in campionato deludentissima, tanto che, a Febbraio 1982, Saunders rassegnò le dimissioni con la squadra stagnante al diciannovesimo posto; il posto reso vacante venne preso da Tony Barton, assistente dello stesso Saunders. In Europa, però, la squadra in quel momento era qualificata per i quarti di finale (avendo nel turno precedente eliminato non senza fatica i campioni della DDR della Dynamo Berlino), dove avrebbe dovuto scontrarsi con la Dynamo Kiev del colonnello Lobanovsky. Lo 0-0 di Kiev fu seguito dal 2-0 al Villa Park, che aprì così le porte della semifinale, in cui i Villans si trovarono di fronte l’Anderlecht. 1-0 a Birmingham (goal di Tony Morley), 0-0 in Belgio: finale, senza peraltro subire goal per 360 minuti. La finale venne disputata a Rotterdam, di fronte il Bayern Munchen. Dopo 9 minuti Jimmy Rimmer, veterano tra i pali, si infortunò: al suo posto subentrò Nigel Spink, uno che aveva più famigliarità in assoluto con la porta di New Writtle Street, lo stadio del Chelmsford City. Bene, nemmeno a dirlo (l’episodio è abbastanza noto), quella sera Spink parò tutto il parabile, e bastò una rete di Withe per consegnare la coppa nella mani del capitano Dennis Mortimer. Il campionato si concluse con i Villans all’undicesimo posto.

Il momento più alto nella storia del Villa

La stagione seguente il club aggiunse in bacheca la Supercoppa Europea, anche se la Coppa Intercontinentale sfuggì, con la sconfitta in quel di Tokyo ad opera del Penarol; in campionato terminò sesto. Ma, incredibilmente, si stavano per aprire le porte della Second Division: dopo cinque anni dall’alloro europeo, l’Aston Villa di McNeill (che subentrò a Graham Turner, a sua volta subentrato a Barton) retrocesse. Era il 1986/87. Un altro Graham, Taylor, venne convinto da Ellis a prendere le redini della squadra, che riportò immediatamente nella massima serie: ad oggi stagione del Villa in Second fu proprio quel 1987/88. Taylor fece ancora meglio e, superando le aspettative e con un emergente David Platt in campo raggiunse il secondo posto in First Division, prima tuttavia di lasciare per andare a sedersi sulla panchina della Nazionale; al suo posto, lo slovacco Jozef Venglos, primo manager straniero in First Division, che durò una sola stagione prima di lasciar spazio a Ron Atkinson, ex WBA, Atletico Madrid e Sheffield Wednesday; salutò anche Platt, che per 5 milioni di sterline si trasferì al Bari. Atkinson nell’arco di poco più di una stagione portò a Villa Park Earl Barrett, Dean Saunders, Andy Townsend, Dalian Atkinson, Kevin Richardson, Ray Houghton e Shaun Teale, in pratica il nucleo della squadra che arrivò seconda nella stagione inaugurale della Premiership (1992/93) e che vinse, la stagione successiva, la Coppa di Lega. Fu il canto del cigno per Atkinson, che venne licenziato all’inizio della stagione 1994/95 e sostituito da Brian Little.

Little condusse nel 1995/96 l’Aston Villa, con in campo tra gli altri Gareth Southgate e il futuro Calipso Boy Dwight Yorke) a una nuova vittoria in League Cup (3-0 al Leeds United), alle semifinale di FA Cup e al sesto posto finale in campionato; la stagione successiva, però, il manager rassegnò le proprie dimissioni. L’ultimo decennio lo trattiamo più velocemente, visto che si tratta di fatti che più o meno tutti conosciamo. Gli anni di Gregory e O’Leary, l’ultimo manager della lunga presidenza di Doug Ellis, che nel 2006 cedette le sue quote all’americano Randy Lerner, che nel suo Paese gestiva la franchigia di football dei Cleveland Browns: Ellis rimane in società con il ruolo simbolico di presidente emerito. Il primo manager dell’era Lerner, anche se ufficialmente venne scelto da Ellis durante le ultime fasi della presidenza, è stato Martin O’Neill, che ha lasciato ad inizio stagione 2010/2011 dopo aver sfiorato la doppia gloria in coppa nell’anno precedente (finale di League Cup e semifinale di FA Cup). Houllier, il discusso McLeish (disastroso con i cugini del Birmingham City nonostante una Coppa di Lega, disastroso con i Villans e aspramente osteggiato dai tifosi) e da questa stagione Paul Lambert.

Il goal di Withe in finale di Coppa dei Campioni

Abbiamo questa volta lasciato per ultima la storia della maglia e quindi dei colori sociali, perchè è piuttosto complicata. Dal 1874, anno della fondazione, fino al 1877 la maglia era a righine orizzontali rosso-blu, stesso motivo ma con colori diversi (bianco-nero) della maglia 1877/78. Dal 1878 al 1881 l’Aston Villa indossò una delle maglie preferite di chi vi scrive: un leone rosso (il leone rampante scozzese) posto al centro di una maglia nera, maglie che si dice McGregor acquistò direttamente nella Scozia di cui peraltro era nativo. Problemi di lavanderia (ebbene sì, pare che il leone ne creasse) e vennero reintrodotte le righe sottili orizzontali, con nuovo cambio di colore: bianche e blu, e rimarranno tali dal 1881 al 1884. A questo punto le notizie si fanno confuse, e gli stessi storici del club (ci piace menzionare a questo proposito John Lerwill) hanno trovato notizie contrastanti: in questi anni il Villa passò da una maglia verde (due metà con due sfumature diverse), poi totalmente nera (presumibilmente quelle precedenti senza il leone ricamato), la mitica “piebald“, maglia bianca con chiazze rosse (che assomiglia un po’ a quella dell’Athletic Bilbao che suscitò scalpore), maglia a strisce verticali bianco-nere e maglia, sempre a strisce verticali, chocolate & blue. Finalmente, dal 1887, fece la sua comparsa il claret & blue, derivazione diretta della divisa precedente e che da quel momento in poi non abbandonò più il club.

Il leone comparso sulle maglie divenne anche il simbolo del club, e la connessione con la Scozia è sempre più evidente; nel corso degli anni cambiò leggermente, specie negli ultimi anni quando sono state rimosse le righe claret & blue dallo sfondo, diventato azzurro, ed è stata aggiunta una stella simbolo della vittoria in Coppa dei Campioni. In passato, come in moltissime altre squadre che abbiamo incontrato, venne utilizzato lo stemma della città di Birmingham come stemma sociale. La tifoseria dell’Aston Villa, per quanto radicata in quel di Birmingham e più in generale nell’area delle Midlands, ha ovviamente conosciuto nel corso degli anni uno sviluppo anche internazionale, specie per il successo degli anni ’80 che portò il club all’attenzione mondiale. Una tifoseria molto tradizionale, per così dire, in quanto il 98% è composto da bianchi britannici, a fronte di una città di Birmingham che vede tra l’insieme delle minoranze etniche raggiungere il 30%; su questo aspetto si è concentrata in questi anni la presidenza Lerner, che ha avviato una serie di iniziative per avvicinare maggiormente l’Aston Villa alla comunità.

Del Villa Park vi parlerà in futuro Cristian, come sempre. Le solite indicazioni per raggiungere lo stadio in treno, qualora vogliate gustarvi una partita o anche solo fare il tour dello stadio: da Birmingham New Street, la stazione cittadina principale, si prende il treno locale per le stazioni di Aston o Witton, un viaggio di non più di 10/15 minuti. Villa Park che è stata la sede del più alto numero di semifinali di FA Cup nella storia, 55. Bene, noi salutiamo l’Aston Villa e ci dirigiamo ad affrontare una tappa extra del nostro viaggio, perchè non saremo propriamente a Birmingham ma a West Bromwich, metropolitan borough di Sandwell, pochi passi da Brum e città natale di Robert Plant ma soprattutto casa del West Bromwich Albion

Trofei

  • First Division: 1893–94, 1895–96, 1896–97, 1898–99, 1899–1900, 1909–10, 1980–81
  • FA Cup: 1887, 1895, 1897, 1905, 1913, 1920, 1957
  • League Cup: 1961, 1975, 1977, 1994, 1996
  • Charity Shield: 1981
  • Coppa dei Campioni: 1981/82
  • Supercoppa Europea: 1982

Record

  • Maggior numero di spettatori: 76.588 v Derby County (FA Cup, 2 Marzo 1946)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Charlie Aitken, 552
  • Maggior numero di reti in campionato: Harry Hampton, 215

 

Viaggio nella Birmingham del calcio: presentazione

Penultima tappa, ahinoi, del nostro viaggio multimediale nelle città inglesi che vantano due squadre professionistiche, oggi andiamo a Birmingham, West Midlands, casa di Aston Villa e Birmingham City.

Birmingham è la città più grande d’Inghilterra e del Regno Unito, considerando Londra un insieme di borough; se invece consideriamo la Greater London, Birmingham è la seconda città più popolosa, con 1.076.000 abitanti. Centro principale della West Midlands conurbation, l’insieme composto dalla città e da quelle limitrofe, Birmingham ha visto la sua importanza crescere con la rivoluzione industriale, come moltissime altre città inglesi, specie del centro-nord: fino al 1700 era infatti una market town di medio livello. Poi la trasformazione in uno dei centri industriali, economici e culturali più grandi del Regno, anche se ultimamente molte fabbriche hanno lasciato la città (rimangono la Jaguar Land Rover e l’industria della gioielleria) tanto che Birmingham vanta tristemente i due collegi elettorali con il più alto tasso di disoccupazione. Dicevamo, anche centro commerciale ed economico: due delle maggiori banche del Paese sono state fondate a Birmingham, la Lloyds Bank e la Midland Bank, ora HSBC. Mentre per quanto riguarda la cultura, vanta il più alto numero di università dietro alla capitale.

Poi ci sono i trasporti, e la centralità geografica di Birmingham ne fa uno snodo cruciale. M5, M6, M40 ed M42 passano tutte dalla città; la M6 forma anche la Spaghetti Junction, intricatissimo raccordo autostradale come potete intuire dal nome italianeggiante che richiama alla nostra amata pasta. Per quanto riguarda i treni, la stazione di New Street è la seconda più trafficata dopo quelle londinesi, nonchè la stazione di intercambio più importante del Regno Unito. L’aeroporto è invece il settimo del Regno, ma terzo dopo Manchester ed Edinburgo se non si considerano gli scali della capitale. Birmingham non è esattamente la città turistica per eccellenza, anzi. Qualche interesse architettonico, e poco più, anche se come tutte le città inglesi è da scoprire da vicino e non solo con l’occhio continentale per cui tutto quello da Londra in su è “grigiume piovoso”. Han soggiornato a Birmingham e dintorni Samuel Johnson, poeta, e Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, mentre originario di Birmingham anche se nato in Sudafrica era JRR Tolkien, il papà del Signore degli Anelli. Musicalmente le cose si fanno più interessanti. Birmingham ha dato vita a due grandi gruppi heavy metal: Black Sabbath (Ozzy Osbourne è nato ad Aston) e Judas Priest; al di fuori del genere, la città può vantare comunque gruppi famosi come Moody Blues, Traffic e Duran Duran. La città viene chiamata in slang “Brum“, e i suoi abitanti Brummies: il nome nel dialetto locale è infatti Brummagem. Ma quello che a noi interessa è il calcio…

Beh, esagerando forse, possiamo dire che Birmingham è la città che ci ha regalato il calcio inglese come lo conosciamo oggi: la Football League venne infatti ideata nel 1888 da William McGregor (come vedremo), dirigente dell’Aston Villa. Aston Villa e Birmingham City, le due squadre cittadine professionistiche cittadine che si affrontano nel Second City derby (Second City è un altro nick della città). In totale, su 117 match, i Villans ne han vinti 51, i Blues 37, mentre 29 sono stati i pareggi. D’altronde storicamente l’Aston Villa è la squadra più vincente, tra titoli inglesi ed europei, con in bacheca una Coppa dei Campioni; dall’altra parte, il Birmingham City ha invece messo in bacheca due Coppe di Lega, oltre ad aver disputato due finali di Coppa delle Fiere, nel 1960 e nel 1961, e nulla più. L’Aston Villa gioca al Villa Park, nel distretto di Witton; Bordesley è invece il distretto che ospita il City e il suo stadio, St. Andrew’s. E proprio da qui partiremo con il nostro viaggio, che dopo Birmingham City e Aston Villa ci porterà anche nella vicinissima West Bromwich, per conoscere più da vicino il West Bromwich Albion.

Un derby tra Birmingham City e Aston Villa del 1976

Le più belle maglie della Premier: le nuove maglie, l’Aston Villa

Ritorna la rubrica sulle magliette della Premier League. In questo e nei seguenti capitoli che lo seguiranno nei prossimi giorni parleremo delle nuove maglie che sono state presentate da alcune squadre per l’anno prossimo.

Partiamo quindi immediatamente con le immagini:L’Aston Villa ha firmato, a partire dalla stagione che sta iniziando, un contratto con la Macron per la fornitura dei kit di gioco. Qualcuno ha storto il naso quando il club di Birmingham ha deciso di passare dalla blasonata Nike alla piccola (in confronto al colosso americano) azienda bolognese. Tutti si sono dovuti ricredere. La Macron, già fornitore del West Ham, come vedremo successivamente, ha svolto un lavoro encomiabile, sviluppando una maglia in linea con la tradizione, pur con forti elementi di innovatività. La classica maglia Claret & Blue è stata rivisitata sulla base della divisa usata dai Villans durante la stagione ’80/’81, quella dell’ultimo titolo vinto dalla squadra. Molto curati i particolari come il colletto formato da due parti in modo da non comportare fastidio per i giocatori, ma soprattutto il leone stampato a caldo sulla parte inferiore del retro della maglia: tramite un procedimento chiamato “embossing”, il leone è stato impresso nel tessuto, creando un bellissimo effetto. Particolare la seconda maglia, il cui colore, come rivela il responsabile del design della Macron in un video visibile sul sito dell’azienda, è stato proposto proprio dalla squadra inglese. Il colore di cui stiamo parlando è un inedito Lime con dettagli Blu Navy. La scelta è sicuramente coraggiosa, ed ancora più particolare è la circostanza che la scelta arrivi direttamente dalla squadra.

Classico lo stile dei calzoncini del kit Home con profili Blue che dividono la parte frontale da quella laterale creando uno spazio in cui trovano alloggiamento il logo dell’azienda ed un inserto Claret alla quale è attaccata la targhetta con le iniziali del nome del club, AVFC. Il kit away ha invece pantaloncini Blu Navy che riprendono i articolari della maglia. Come per il kit home è stato creato uno spazio laterale che ospita su entrambi i lati i loghi della Macron. In questo caso lo spazio è dello stesso colore Lime della maglia.

I Calzettoni infine sono di colore Blu Sky come le maniche della maglia, intervallati da tre strisce Claret a partire dalla base dello stinco fino al ginocchio. Una sottile striscia dello stesso colore è presente anche nel risvolto nella parte superiore del calzettone.

Verde con pantaloncinie inserti neri la maglia del portiere, che presenta inoltre una fantasia a nido d’ape sulle maniche.