Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Manchester (prima parte)

Nella vita ci sono viaggi che programmiamo con mesi e anni di anticipo, viaggi che sognamo di fare un giorno, viaggi che rimangono nel cassetto e viaggi che sono piccole follie. La “piccola follia” mia e di Pierpaolo nasce in un freddo sabato mattina di gennaio quando il sottoscritto inizia il solito giro sui siti delle squadre inglesi alla ricerca di maglie in saldo per arricchire la propria collezione e contemporaneamente dà un occhio, da buon tifoso milanista, alla possibilità di trovare i biglietti per il derby a pochi giorni dallo stesso. Incredibilmente biglietti ce ne sono, si parte da 45-50 euro per il secondo anello di San Siro: preso dalla curiosità di fare un paragone sul costo dei biglietti qui e oltre Manica, do un’occhiata al calendario della Premier e mi cade l’occhio su una data: 4 febbraio, Manchester City – Fulham alle 17.30 inglesi. Orario ottimo, permetterebbe di arrivare comodamente in mattinata a Manchester e allora guardo se ci sono biglietti disponibili: non ce ne sono molti, posti alti nelle due tribune a circa 30 sterline al biglietto. Interessante penso. Il momento decisivo però è la consultazione del sito Ryanair, che incredibilmente da Bergamo prevede un bel volo da Bergamo verso Manchester il sabato mattina e il ritorno nel tardo pomeriggio la domenica al modico prezzo di 45 euro tutto compreso. Due rapidi calcoli ed ecco che l’idea derby di Milano viene cassata seduta stante e prende forma la pazza idea di una due giorni a Manchester a vedere il City. Nella mia follia coinvolgo immediatamente l’amico Pierpaolo, che senza nemmeno pensarci mi dice sì a priori ed in 5 minuti è tutto prenotato: volo e biglietto partita. Sembra un sogno, ma in 5 minuti ci siamo organizzati una due giorni a Manchester per vedere il Manchester City. I giorni che ci separano dalla partenza sembrano lunghissimi, per calarci ancora di più nell’atmosfera inglese prenotiamo per una notte una camera sopra ad uno dei Pub storici del centro di Manchester, il Millstone Pub, e nonostante la morsa della neve, il 4 febbraio si parte in volo, direzione Manchester.

Manchester, arriviamo

Ad accoglierci, dopo un volo tranquillo passato a gustarci Match of the Day sull’Ipad,  troviamo il classico tempo nuvoloso di Manchester, con qualche fiocco di neve come da previsioni meteo. L’organizzazione è ottima e in un attimo siamo sul treno che ci porta in centro città, dove facciamo la conoscenza del personaggio più particolare di questa avventura, un inglese originario di Manchester che parla perfettamente la nostra lingua e che ci intrattiene lungo il tragitto, con noi che cerchiamo di parlare in inglese e lui che ci risponde in italiano! Arriviamo finalmente in centro e respiriamo l’aria di Manchester, sotto una nevicata che diventa via via sempre più fitta. Il primo impatto con la città è decisamente buono, non percepiamo la desolazione di cui molti parlano quando si riferiscono a Manchester; a differenza di Londra qua si vede subito che siamo nella vera Inghilterra e la cosa ci piace moltissimo. Il nostro primo oooh si ha quando arriviamo al pub/albergo: più inglese, ma più inglese che non si può. Entriamo e veniamo subito investiti da una vampata di aria calda, dalla visione di birre ovunque (a mezzogiorno) e dal profumo di carne grigliata; l’interno è con il classico bancone con gli sgabelli,moquette e tavolini circolari in legno con la Tv sintonizzata sulla BBC in attesa dell’inizio del 6 nazioni, evento particolarmente atteso.

Manchester imbiancata dal nostro albergo

La rivalità City-United in due t-shirt

Dopo una breve rinfrescata in stanza, ci fermiamo per il pranzo ed è difficile per noi non guardarci attorno: vecchietti in giacca e cravatta che discutono dei più svariati argomenti davanti ad una buonissima birra, qualche turista che si ferma per il pranzo, altri vecchietti in attesa dell’inizio della partita tra Francia-Italia (la considerazione per la nostra nazionale è davvero bassa) e col passare dei minuti iniziano a sciamare all’interno del pub i primi tifosi del Man City. Tra la folla cogliamo subito alcuni turisti come noi, spagnoli per la precisione, ma ci sono tantissimi local fans che si preparano al match. Fuori sta nevicando, per terra ci saranno già 5-10 cm di neve e il panico inizia a serpeggiare nelle nostre menti: non è che ce la rinviano? Aprofittando di una coppia di tifosi del City accanto al nostro tavolo, chiediamo le indicazioni per arrivare allo stadio facendo anche la temutissima domanda: c’è pericolo di sospensione? Ci guardano straniti, come se venissimo da Marte. Il campo è riscaldato, non c’è alcun pericolo la risposta. Ci danno anche due indicazioni sui nostri posti a sedere e scopriamo che i settori inferiori dello stadio, dove si siederanno loro, sono scoperti e si sono preparati alla neve che cadrà copiosa lungo tutto l’arco della gara. Fantastici. Noi, incuranti dei consigli di prenderci un taxi, decidiamo di farci la camminata fino allo stadio, anche per scoprire un po’ la città, che ha il suo cuore pulsante nel mega centro commerciale di Arndale, dove tutti si rifugiano per via del maltempo e dove, nella piazza antistante l’ingresso, si trova una sorta di ruota panoramica funzionante sotto la neve. Inesperti, allunghiamo un po’ la strada, ma man mano ci avviciniamo al City of Manchester stadium, iniziamo a cogliere tutte quelle particolarità che rendono unico il calcio inglese: i pub dedicati ai tifosi locali, i tifosi che arrivano un po’ da tutte le parti, l’0rganizzazione degli steward nel direzionare il traffico e la gente verso i parcheggi. Col maltempo la camminata sembra infinita, ma tutto è ripagato non appena compare davanti ai nostri occhi l’impianto, che nonostante il grigiume, ci appare maestoso e bellissimo.

In lontananza compare l'Etihad Stadium

La facciata principale dello stadio

Da quel momento diventiamo come due bambini in un negozio di caramelle: ogni angolatura è buona per immortalare il tutto, la nostra andatura accelera ad ogni passo, gli odori che si respirano sono quelli che avevamo letto mille volte tra le pagine di “Febbre a 90” o de “Le Reti di Wembley”, i nostri occhi vedono azzurro ovunque. Il primo passo è assolutamente obbligatorio se vi apprestate a vedere una partita in Inghilterra: comprare il programma della partita. Non si tratta, come da noi, di un misero foglietto con le probabili formazioni e due/tre notizie sfigate sulla squadra, ma di un vero e proprio libretto a colori prodotto dal team da conservare nei propri archivi; non è gratuito, ma ne vale assolutamente la pena, quasi come fosse una prova per dire io c’ero! Una tradizione meravigliosa questa, chi vi scrive è alla sua terza partita di Premier League e nelle due precedenti il programma non è assolutamente mancato ed è andato di diritto nella bacheca dei ricordi più belli. Il secondo passo è il negozio del City, che definire negozio è poco: si trova tra la Colin Bell Stand e la North Stand e, a differenza di molti altri store, non è inserito nello stadio, ma è un edificio a parte. Dirvi che è immenso è poco, ci siamo persi dentro per tre quarti d’ora abbondanti. Altro mondo, totalmente un altro mondo. In bell’ordine tutte le maglie già personalizzate dei giocatori più importanti (mancava quella di Balotelli) da casa e da trasferta, l’angolo dedicato ai bimbi, alle donne, agli uomini; la parte con i saldi e la parte dedicata ai gadget. Dobbiamo limitarci, io me ne esco con la maglia di David Silva, il cappellino ufficiale per la mia collezione e la t-shirt commemorativa della vittoria FA Cup 2011 mentre Pierpaolo come maglia ufficiale si prende quella di Dzeko, ovviamente personalizzata con tutti i crismi del caso, più qualche altro gadget.

Il negozietto del City

La splendida visuale dal nostro posto

Finalmente, dopo tanta attesa, giunge finalmente il momento di entrare. Un po’ timorosi e molto emozionati ci avviciniamo al gate d’ingresso sfruttando anche la cortesia degli steward per le indicazioni: lettore elettronico che dà il segnale positivo e siamo dentro. Collaboriamo gentilmente con la steward che verifica il contenuto delle borse e poi iniziamo la rampa che ci porta ai nostri posti, nella Colin Bell Stand a 4-5 file dal punto più alto dello stadio, all’altezza della metacampo. Posti che vi diciamo subito essere splendidi: alti, è vero, ma la visuale è semplicemente perfetta e siamo totalmente al coperto. Manca circa un’oretta all’inizio della partita e lo stadio è sostanzialmente deserto e lo rimarrà fino a pochi minuti prima del fischio d’inizio: qui tutti entrano all’ultimo, prima stanno nelle viscere degli stand a mangiare e bere. Già, perchè all’interno delle tribune vi sono dei veri e propri bar/fast food con tutto il classico cibo da stadio e birra a profusione: l’unico accorgimento è che la birra non può essere bevuta in front of the pitch e se uno fosse troppo ubriaco per entrare gli steward hanno tutto il diritto di prenderlo e buttarlo fuori dallo stadio. Noi ci limitiamo a qualcosa di caldo nell’attesa dell’inizio, godendoci il riscaldamento e la panoramica dello stadio, facendo migliaia di foto. Tra l’altro i seggiolini sono abbastanza comodi e larghi, cosa a cui non siamo del tutto abituati. Nel frattempo riprende a nevicare e iniziano le cerimonie del pre-partita con lo stadio che arriva ad essere quasi del tutto pieno; ci sono anche i tifosi del Fulham, tra cui alcuni temerari (una decina) a torso completamente nudo, evidentemente su di giri, che però si divertiranno un sacco nonostante l’andamento della partita. Il momento dell’ingresso in campo è sempre emozionante: solo applausi e musica della Premier, niente fumogeni e fumo che disturba. Mentre le squadre si sistemano, partono anche le note del Blue Moon e scorrono i brividi lungo il corpo sentendolo cantare dal pubblico. E poi c’è la partita, che saprete tutti come è andata: facile vittoria del City, che impressiona per fisicità e gioco, con Silva, Dzeko e la difesa sugli scudi.

Le condizioni atmosferiche nel secondo tempo

Ancora un'immagine della partita...con Mancini visibile

L’atmosfera…l’atmosfera la pensavamo migliore, nonostante il freddo. C’è il settore della stand opposta alla nostra, nell’angolo in basso vicino ai tifosi ospiti, che fa partire cori e tifo per tutti e 90 i minuti, ma l’impressione è stata quella di un ambiente freddino, condizionato probabilmente dall’abbondante nevicata che ha condizionato la partita, svoltasi comunque senza il minimo problema (da noi l’avrebbero sospesa). Memorabili alcuni flash, su tutti vince l’arbitro che interrompe il gioco per far entrare gli spalatori a pulire le righe, un siparietto sottolineato dalle ovazioni del pubblico che con queste cose si diverte sempre. Ma da citarvi anche il fatto di essere circondati da famiglie in tribuna, aver visto dal vivo il famoso Poznan, che ha coinvolto tutto lo stadio solamente dopo il gol del 3-0, aver sentito tutti i cori per i nostri connazionali Mancini e Balotelli e, estimatori o non estimatori, fa sempre un certo effetto sentir inneggiare ad un italiano in Inghilterra. Entrambi sono amatissimi, soprattutto il primo. Al fischio finale (sì, siamo rimasti fino alla fine nonostante il 3-0, nonostante il freddo polare, da buoni tifosi) salutiamo i nostri posti e ci uniamo al pubblico in uscita che, sotto la neve, se ne torna ordinatamente (con qualche palla di neve volante) a piedi verso il centro della città. Noi ci concediamo un ultimo regalino, la sciarpa Old Style (favolosa) del City e ci guardiamo più che soddisfatti, felici della follia fatta, del freddo preso e del semplice fatto di essere lì, consci di aver fatto un’esperienza unica, resa epica dalle condizioni atmosferiche. (a cui si aggiunge, da veri malati, il fatto di poter assistere comodamente sdraiati nel letto, in seconda serata, al programma calcistico inglese per eccellenza, Match of the day).

Ma è tutto? Assolutamente no, perchè prima di ripartire verso casa è assolutamente d’obbligo la gita in casa United, che vi racconteremo nella seconda parte dello speciale.

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Periodo buio per i Blues

La situazione attuale a Stamford Bridge ricorda quella dei film di Fantozzi: quelli che rendono le disgrazie altrui risate per altri, e quando ti aspetti un miglioramento, una gioia per il protagonista, puntualmente non arriva, anzi la situazione peggiora. Anche i meno ottimisti si sarebbero aspettati un cambiamento di rotta, una reazione da parte di un gruppo che finora ha creato ben poco, sia a livello di gioco che di risultati. Dal 17 dicembre ad oggi, il Chelsea in Premier League ha un ruolino di marcia di 12 punti in 10 partite, media da squadra che punta a salvarsi. Nello specifico i risultati sono stati i seguenti: 2 vittorie (vs Wolves e Sunderland), 6 pareggi (vs Manchester United, Wigan, Tottenham, Fulham, Norwich e Swansea) e 2 sconfitte (vs Aston Villa e Everton). Leggendo i nomi delle avversarie, notiamo che ben 7 squadre delle 10 affrontate risiedono nella metà bassa della classifica, a confermare che gli impegni dei Blues fossero ampiamente alla loro portata. Attualmente la posizione in classifica vede il Chelsea in piena lotta per il 4° posto, a pari merito con l’Arsenal, con differenza reti uguale ma con i Gunners davanti per via dello scontro diretto vinto. Nelle ultime 10 partite solamente le seguenti squadre hanno raccolto meno punti dei Blues: Wigan, Bolton, Blackburn, Wolverhampton, Fulham e Queen Park Ranger. Tutte squadre a ridosso della zona retrocessione, e 3 di queste hanno affrontato il Chelsea nel periodo da me analizzato. Questi numeri fanno capire quanto sia preoccupante la situazione, ed ora la lotta per assicurarsi il 4° posto (i primi 2 sono irraggiungibili, il terzo dipende da come si comporteranno gli Spurs) è dura.

Finora abbiamo analizzato una delle tre competizioni che vede la squadra di Stamford Bridge impegnata: nelle altre due la situazione non è migliore, anzi. In F.A. Cup i Blues hanno giocato contro il Birmingham City (squadra di Championship) e, seppur giocando in casa, non son riusciti ad andare oltre ad un 1-1, sbagliando un rigore e agguantando il pari (gol del solito Sturridge) dopo aver passato quasi 35′ in svantaggio. Per coloro che non sanno il prestigio e quanto sia ambita la F.A. Cup, e che hanno subito pensato che i Blues avessero schierato le riserve, vi sbagliate: AVB ha messo in campo la migliore formazione disponibile. Il passaggio del turno si giocherà al St Andrews Stadium il 6 marzo. Un’ eventuale eliminazione sarebbe mal digerita, soprattutto considerato il livello dell’avversario.

Villas Boas e la panchina del Chelsea alla fine della partita con il Napoli

Ancora peggio in Champions: nell’andata degli ottavi di finale, al San Paolo, il Chelsea ha rimediato una sconfitta (3-1) che rischia di buttarli fuori dalla competizione. Una parziale scusante è stato il fatto di aver dovuto rinunciare, perlomeno nella formazione titolare, a Lampard, Terry, Essien e Cole, tutti alle prese con infortuni o recentemente guariti. Questo è l’unico aspetto positivo in previsione della partita di ritorno: il Chelsea passerebbe il turno vincendo in casa con un 2-0. Un risultato difficile da ottenere, ma non impossibile: la situazione è la medesima dell’ultima partita del girone, dove il Chelsea si vide obbligato a vincere in casa contro il Valencia per accedere alla fase ad eliminazione diretta.

Facciamo ora una breve analisi tattica dei cambiamenti apportati nell’ultimo periodo da AVB che, anche se non hanno fatto ottenere i risultati sperati, hanno fatto intendere l’idea di gioco che vorrebbe proporre l’allenatore portoghese se avesse gli interpreti giusti. Le formazioni usate solitamente sono 2: il 4-3-3 ed il 4-3-1-2. La differenza non è solo nella presenza o meno del trequartista, ma soprattutto la disposizione del centrocampo: nella seconda formazione infatti, il centrocampo si trasforma in una sorta di rombo (la formazione utilizzata da Ancelotti) con le due mezzali che si propongono per inserimenti negli spazi (cosa che nell’altro modulo avviene con meno frequenza), mentre il mediano sta molto indietro, quasi in linea con i due difensori centrali, permettendo ai due terzini di spingere senza comunque rischiare di rimanere scoperti. Una peculiarità è anche la ricerca del lancio lungo, a cui provvede David Luiz, alla ricerca del gioco di sponda degli attaccanti (solitamente Drogba) che si ritrova con più opzioni: puntare i difensori e provare la conclusione, cercare il compagno di reparto o aspettare l’inserimento di uno dei centrocampisti o del terzino. Fondamentale per il ruolo di mediano è stato il recupero a gennaio di Essien, rientrato da un lungo infortunio. Il ghanese prende posto in un ruolo delicato, che finora aveva visto come interpreti Ramires, Romeu e Obi Mikel, con solo lo spagnolo che aveva convinto appieno.

Essien, un recupero fondamentale per il Chelsea

Nei due moduli abbiamo notato come cambi il numero degli attaccanti, di conseguenza cambiano anche i compiti. Nell’attacco a tre, l’attaccante centrale (solitamente Drogba) è quello che accorcia verso i centrocampisti per giocare di sponda (e permetter loro di salire), compito che viene effettuato anche nei cross nel caso che non sia possibile la conclusione diretta in porta. Nell’attacco a due  il gioco di sponda è comunque presente, ma soprattutto verso il trequartista (Mata) che aspetta gli inserimenti sulle fasce dei terzini o quelli per vie centrali dei centrocampisti. Vediamo quindi che la punta centrale ( o nell’attacco a 2 quella di peso) ha compiti di far salire la squadra e giocare con i compagni, insomma ha meno libertà rispetto al compagno di ruolo (Sturridge). Questo è un cambiamento rispetto all’inizio di stagione, in cui il Chelsea tentava  un gioco di profondità con gli attaccanti (le partite con in campo Drogba e Torres ne sono un esempio) nel tentativo di mandarli direttamente in rete.

La difesa invece è sempre a 4, con la disposizione ideale che prevede Cole a sinistra, centrali Luiz e Terry e Ivanovic a destra. Come ho fatto notare nel precedente articolo sul Chelsea, molto spesso i gol subiti vengono da gravi disattenzioni/errori più che da una incapacità dei difensori. Andando a vedere i numeri infatti notiamo che, dopo 26 giornate i gol subiti sono 32: la stagione precedente, i gol subiti durante tutto il campionato furono 33 e la linea difensiva era (a partire da Gennaio con l’arrivo di Luiz) la medesima. Ancora meglio l’anno dell’ultimo titolo, 2009/2010, con soli 31 gol subiti in 38 partite. L’arrivo di Cahill compensa la partenza di Alex (che comunque non rientrava nei piani del tecnico portoghese) e aggiunge alla rosa un centrale di buon livello. Passando al mercato,  in entrata i movimenti sono il precedentemente citato Cahill e Kevin de Bruyne, interessante giovane del Genk che gioca come centrocampista offensivo (mossa futura per rimpiazzare il probabile addio a fine stagione di Malouda). Hanno lasciato Stamford Bridge Alex (PSG) e Anelka (Guangzhou). Molti (tra i quali il sottoscritto) si aspettavano un mercato di riparazione più attivo, andando a coprire gli attuali bisogni della squadra (terzini per entrambe le fasce ed almeno un centrocampista tecnico). Questo fa pensare ad un piccolo stravolgimento della rosa nel mercato estivo, con molti giocatori in scadenza (Malouda, Drogba, Bosingwa, Kalou…) che dovranno essere rimpiazzati da validi sostituti.

Live life in a bubble.

Si sta nuovamente riempiendo di bolle di sapone il cielo di Upton Park. Sono quelle che si alzano sempre più spesso dalle tribune del Boleyn Ground, e che vogliono dire solo una cosa: il West Ham sta tornando. Dopo una serie di stagioni mortificanti, culminate con l’amara retrocessione in Championship, gli Irons stanno finalmente affrescando un campionato di livello, frutto prima di tutto di una gestione assennata in sede di calciomercato. Certo, sono lontani i tempi i cui il West Ham vinceva la Coppa Rimet (la finale del Mondiale del ’66 decisa da una tripletta di Geoff Hurst e da un gol di Martin Peters, con Bobby Moore giocatore-simbolo di quell’Inghilterra a forte tinte claret&blue) e della Academy of Football. Sono lontani i tempi, meno vincenti ma altrettanto esaltanti, di Harry Redknapp in panchina e Paolo Di Canio in campo, della Coppa Uefa e delle Dottor Martens stampate sulle magliette.

Tuttavia la la stagione in corso è comunque  una bella boccata d’ossigeno per tutto l’ambiente, mortificato dalle ultime, pessime, annate. Una boccata d’ossigeno necessaria quanto benefica, così come è sembrata benefica la retrocessione dello scorso anno: il ritorno in Championship, avvenuto sotto la gestione Avram Grant, alla guida degli Irons dal giugno del 2010, è solo la punta dell’iceberg di una gestione scellerata della società, incapace di gettare le basi di un progetto credibile dopo l’esonero del manager Alan Pardew, sollevato dall’incarico dopo il deludente inizio della stagione 2006-2007 (è pesato nella scelta della dirigenza anche la prematura eliminazione in Coppa Uefa per mano del Palermo). Nonostante un calciomercato principesco, che ha portato in claret&blue giocatori come Carlitos Tevez e Javier Mascherano, gli Irons di quell’anno non riescono mai a ingranare le marce alte, navigando nei bassifondi della classifica per tutto lo primo scorcio di Premier. Al suo posto quindi arriva Alan Curbishley (fortemente voluto dal nuovo proprietario islandese Eggert Magnusson), ma la stagione non decolla: solo un super Tevez (7 gol nelle ultime 10 di campionato, compreso quello al Manchester United campione d’Inghilterra) riesce a tenere a galla gli Irons, che strappano la salvezza all’ultima giornata. Nella stagione successiva il West Ham vivacchia a centro classifica, ma ai vertici arriva un nuovo scossone: Magnusson cede la poltrona a Gudmundsson, uomo tra i più ricchi d’Islanda. Complice questo avvicendamento a poche giornate dall’inizio della Premier 2008-2009 Curbishley lascia la panchina, affidata, un po’ a sorpresa, a Gianfranco Zola. L’ex consulente tecnico dell’Under 21, dopo un inizio difficoltoso, stupisce tutti e guida la squadra alla salvezza con due giornate d’anticipo, grazie anche ai gol (8) di Alessandro Diamanti. Come già successo con Pardew e Curbishley, anche il giocattolo costruito da Zola viene rotto sul più bello: il consorzio islandese cede la società prima alla CB Holding, quindi a due imprenditori inglesi, David Gold e David Sullivan. Zola viene esonerato e la nuova proprietà affida la panchina ad Avram Grant. Il resto è storia recente. L’ex allenatore del Chelsea guida la squadra a una delle stagioni più tristi di sempre, e viene sollevato dall’incarico a una giornata dal termine, a retrocessione in Championship già decisa. Nell’ultima, inutile, giornata in panchina si siede Kevin Keen. Magnusson, Gudmundsson, CB Holding, Gold&Sullivan: 4 proprietari nelle ultime 5 stagioni, conditi da altrettanti allenatori (escludendo l’epifania di Keen): sono questi i numeri che di fatto hanno condannato il West Ham al ritorno nel secondo campionato inglese. Per fortuna però la scorsa estate qualcosa sembra essere cambiato: la società ha deciso di puntare fortemente su un tecnico esperto e preparato, quel “Big” Sam Allardyce famoso per l’efficacia del suo gioco piuttosto che per la sua bellezza. Sotto la sua supervisione, gli Irons hanno costruito una squadra perfetta per la Championship, con giocatori di assoluto affidamento: su tutti il difensore Abdoulaye Faye e i centrocampisti Papa Bouba Diop, Mark Noble e Kevin Nolan, veri e propri crack per l categoria. A questi si aggiunge il colpo a sensazione messo a segno nel mercato di gennaio: l’attaccante Nicky Maynard, che rinforza un reparto offensivo già provvisto dell’imprevedibilità di Julien Faubert e di quel Carlton Cole che solo qualche anno fa sembrava una promessa del calcio d’Oltremanica. Una squadra solida e compatta quindi, che sta mantenendo le promesse: al momento infatti, dopo 29 giornate di campionato, il West Ham guida la Championship con 57 punti, uno in più del Southampton e quattro in più del Cardiff City terzo in classifica. Finisse così quindi sarebbe promozione diretta (con tanti saluti agli anni dello yo-yo), anche se ovviamente il romanzo della stagione 2011-2012 è ancora tutto da scrivere. Quello che non potrà essere cancellato, qualunque sarà l’esito del campionato, è la ritrovata euforia che sta avvolgendo tutto l’ambiente claret&blue: finalmente a Boleyn Ground si è rivista una squadra che lotta su ogni pallone, aggressiva e pugnace come i tifosi dell’Inter City Firm. Poco importa se il calcio di Allardyce è quanto di più lontano esista dai principi della Academy of Football, quello che conta è tornare ad avere una Squadra con la S maiuscola. Esempio lampante di tutto ciò è stata l’eroica vittoria nel deby con il Milwall, conquistata lo scorso 4 febbraio. Reduci dall’unica vera figuraccia rimediata in stagione, il 5 a 1 sul campo dell’Ipswich Town del 31 gennaio, gli Irons sfoderano contro i Lions la più bella partita del campionato, che rimarrà negli annali di una rivalità più sentite d’Inghilterra. In 10 contro 11 dal 9′ minuto (espulsione diretta di Kevin Nolan) infatti, i ragazzi di Allardyce sono riusciti nell’impresa di vincere per 2 a 1, mandando in visibilio gli oltre 27.000 tifosi presenti ad Upton Park: l’I’m forever blowing bubbles finale ha avuto il sapore della rinascita per chi tanto ha sofferto, sportivamente parlando, negli ultimi anni. Una vittoria firmata Cole e Reid, in cui è racchiusa tutta l’essenza di una squadra che sta rinascendo dalle ceneri di anni gettati al vento all’inseguimento di un progetto a cui mancava tutto per essere tale. Per un pomeriggio Green Street è tornata ombelico del mondo del calcio londinese: i Leoni sono stati uccisi, e le bolle di sapone hanno ripreso a volare alto. In attesa che il miracolo di Big Sam si completi in primavera e che gli Irons possano tornare sul palcoscenico che più meritano, quello della Premier.

Matthew Le Tissier

Un giocatore, una squadra

Cosa dire? Mi è venuta in mente, grazie ad alcuni amici di Twitter, la possibilità di fare post dedicati a singoli giocatori, e ho deciso di partite da uno dei più grandi, che siccome non ha giocato nel Manchester United (anzi, “Manchester” e basta come lo chiamano qui, dimenticandosi del City) non se lo fila nessuno in questo Bel Paese che ci ospita: Matthew Le Tissier. Quando si pronuncia il nome di Le Tissier si pronuncia automaticamente quello del Southampton, e viceversa, visto che in pochi altri casi si ha un’identificazione così forte tra giocatore e club in cui ha militato. Per i tifosi del Southampton, squadra storica (ma è difficile trovarne una senza storia in Inghilterra..) ma non propriamente abituata a vivere grandi successi o a veder tra le proprie fila grandi giocatori, Le Tissier è il Giocatore con la G maiuscola, il più grande ad aver indossato la maglia, bellissima, a righe bianco-rosse; perchè è vero, anche Shearer è passato da quelle parti, ma la gloria l’ha data a quelli del nord, Blackburn, Newcastle, non ai Saints. E soprattutto non ha dedicato un’intera carriera alla causa del Southampton.

Matthew Le Tissier nasce a St. Peter Port, Guernsey il 14 Ottobre 1968. Guernsey è un comprensorio di isole sotto protettorato britannico più vicino alle coste della Normandia che a quelle inglesi, e di fatto non appartiene allo United Kingdom: sua Maestà è tenuta soltanto a garantirne la difesa militare. Si parla un po’ inglese, un po’ francese, per cui Matthew Le Tissier è un giusto mix figlio di quell’isola di frontiera. Inizia a giocare a calcio, lo fa piuttosto bene, tanto che l’Oxford United (che non era disastrato come ora, negli anni ’80 mise in bacheca anche una Coppa di Lega) se ne accorse e lo chiamò per un provino, salvo poi scartarlo, si dice a causa di un peso forma non idoneo (un complimento a quei responsabili del settore giovanile mi sento di farglielo a posteriori), una caratteristica fisica che si portò dietro per tutta la carriera, a braccetto con un bel “chissenefrega”. L’anno dopo quel provino fallito con l’Oxford United, andò meglio al giovane Matt, che pose nel 1986 la firma su un contratto con il Southampton, che se ne infischiò del peso e, facendo un calcolo che a calcio si vince con i piedi + il piede di Le Tissier cantava calcio come Dante declamava poesia = lo reclutò. Aveva inizio in quel momento la leggenda di “Le God”.

Le Tissier ha dedicato 26 anni al Southampton, ininterrottamente dal 1986 al 2002, con 162 goal in 443 partite, giocate con quell’aria da avventore del pub dietro casa che lo rendeva unico quasi più del suo piede. Il piede, o meglio, i piedi, visto che calciava benissimo sia di destro sia di sinistro. Parliamone. Xavi Hernandez, uno che di piedi se ne intende, ha dichiarato al Sun il 5 Giugno 2010: “The man I absolutely loved watching as a kid was Matt Le Tissier after seeing the highlights on TV of his extraordinary goals. His talent was out of the norm. He could dribble past seven or eight players but without speed — he just walked past them. For me he was sensational“. Le Tissier era un genio del calcio, mettiamolo subito in chiaro se non si fosse capito, a mio avviso uno dei più grandi talenti ad aver calcato i campi da gioco, lo dico senza paura di incorrere in figuracce. E lo dico nonostante la bacheca di Le Tissier sia vuota, perchè ultimamente si valuta la forza di un giocatore in base a cosa vince, una cosa assurda perchè se Messi giocasse nel Nice difficilmente vincerebbe 2 Champions in 3 anni. Ma basta averlo visto giocare per rendersi conto di quanto fosse forte Matt Le Tissier, con un fisico che di calciatore non aveva nemmeno l’1% e che nonostante ciò portava a spasso avversari per tutti i campi d’Inghilterra, e per 8 volte (poche, le presenze nell’Inghilterra) anche d’Europa.

Alla quarta stagione nelle fila dei Saints, Le Tissier si aggiudicò il premio di Giovane dell’Anno con 20 goal in 35 partite. In tutta la carriera è andato 7 volte in doppia cifra, e 3 volte raggiunse i 20 goal (il picco nel 1993/1994 con 25 realizzazioni); d’altronde quello di finalizzatore non era il suo ruolo, era più un centrocampista offensivo, seconda punta, anche se la definizione che rende meglio è quella di genio, e il genio è, per definizione, sregolatezza, non si può classficare, non gli si possono dare dei confini precisi e rinchiuderlo entro questi. Tuttavia, contando anche le coppe, Le Tissier raggiunse la doppa cifra complessiva di goal in 11 stagioni, segno che il suo contributo realizzativo (scusate, volevo usare questo termine molto in voga) era comunque notevole. Purtroppo, unico neo nella lunga carriera, solo 8 caps nella Nazionale inglese non gli han permesso di segnare goal con la maglia bianca con i tre leoni cuciti. Peraltro, essendo nato su un’isola, la legislazione a riguardo gli ha permesso di scegliere che Nazionale rappresentare, optando per l’Inghilterra, con la leggenda che vuole avesse scelto la Scozia in un primo momento, nonostante le smentite della Federazione scozzese.

Genio del calcio. La domanda di tutti è: perchè l’intera carriera nel Southampton? Io non so rispondere a questa domanda, e l’interesse verso Le Tissier non è mai mancato. Manchester United, Arsenal, Tottenham con cui si dice avesse addirittura firmato il contratto nel 1991 salvo poi strapparlo, perchè non se la sentiva di tradire il suo pubblico, casa sua, o perchè non riteneva di doversi dedicare alla vita da professionista, preferiva allenarsi poco e giocare nel Southampton che sgobbare nel Tottenham, e peraltro Southampton era “vicino” alla sua Guernsey. D’altronde basta guardarlo in faccia, non ha mai avuto il volto di chi potesse alzare una Coppa dei Campioni, Le Tissier è nato per essere l’eroe degli sfigati, detto bonariamente, per essere l’amico con cui vai a bere una pinta di birra e che casualmente ha i migliori piedi d’Inghilterra, come poteva uno così essere l’eroe di giapponesi impazziti all’areoporto di Tokyo? Semplicemente, non poteva. E credo sia giusto così. Una scelta di vita, in un mondo in cui si parla spesso a sproposito di bandiera. Una storia che ha raggiunto il suo culmine il 19 Maggio 2001, Southampton-Arsenal 3-2, l’ultima partita al The Dell, il bellissimo The Dell, con goal del 3-2 proprio di Le Tissier, ultimo goal in quello stadio da lì a poco demolito, ultimo goal di Le God con i Saints. La stagione successiva, 2001/2002, la prima giocata nel nuovo impianto, il St. Mary’s, fu anche l’ultima di Le Tissier, e finì con 0 goal in sole 4 partite, con un fisico che ormai aveva detto basta.

La leggenda di Le Tissier, una vita nel Southampton, nessun trofeo in bacheca, due piedi che davano emozioni, 48 rigori segnati su 49 calciati, un fisico da Domenica mattina al parco, la dimostrazione che non servono titoli per fare la storia, non serve giocare nel Liverpool o non Barcellona, ma basta il talento puro, anche se hai indosso quella bellissima maglia bianco-rossa che per molti non significa nulla, ma che qualcuno l’ha resa immortale, a modo suo. Una storia che difficilmente rivedremo, che va conservata tra le meraviglie del football, custodita gelosamente e ricordata con la pelle d’oca.

P.S. Le Tissier ha confessato, primo e unico giocatore della Premier, la partecipazione ad alcune scommesse, peraltro con esiti non del tutto favorevoli e non sempre pro-Southampton. Ma è altra storia, era solo giusto accennarlo.

PPSS vi consiglio http://loziodiholloway.blogspot.com/2010/10/umano-troppo-umano.html il più bel pezzo su Le Tissier che ho letto

Back!

Io e Cristian siamo tornati da Manchester. Presto ci sarà il riepilogo della visita che ha avuto come unico obbiettivo vedere City-Fulham e fare il tour di Old Trafford (non tifiamo nè City nè United, eravamo là solo per the love of the game). Nel fine settimana tornerà invece la mia consueta rubrica sulla storia, con tappa a Wembley per una finale di F.A. Cup entrata nella leggenda.

A presto,

Pierpaolo