Il giant-killing in FA Cup: i 10 upsets più clamorosi nella storia della coppa

Il giant-killing è la quint’essenza della FA Cup, già di per se competizione magica; è Jimmy Page che suona Bron-yr-Aur, è la scena finale di Pulp Fiction, insomma è quel tocco in più all’interno comunque di un capolavoro. Nella storia se ne contano a centinaia, quindi selezionarne dieci è particolarmente difficile, soprattutto perchè è difficile stabilire il criterio di selezione. Come risolvere il dilemma? Affidandoci a due criteri e facendo un mix, scegliendo alcune partite secondo una formula matematica utilizzata dal creatore del sito Giant Killers, e alcune secondo il sentimentalismo, partite che sono entrate nell’immaginario collettivo e impossibili da rimuovere. Questo permette di non sacrificare sull’altare dei ricordi alcune partite che meriterebbero menzione, ma d’altro canto di non escludere match che sono il giant-killing per definizione e che nella classifica “scientifica” non sarebbero comparsi (esempio, Hereford-Newcastle United). Prima di addentrarci nella classifica, qualche considerazione. C’è il giant-killing casalingo, per esempio, in cui il pubblico di casa, gente abituata a vedere il loro team giocare in non-league o nei bassifondi delle serie inferiori, si trova di fronte la squadra di massima divisione di turno. In questo caso la bellezza sta nello stadio, classico impianto da non-league, pieno, nell’entusiasmo contagioso di un pubblico da periferia calcistica, ma genuino e vero, nell’invasione di campo finale che accompagna l’impresa. E c’è il giant-killing esterno, in cui 30mila tifosi della squadra di First/Premier rimangono ammutoliti e qualche migliaio, o meno, di tifosi ospiti, che si son fatti la trasferta senza grosse speranze, esultano come invasati, con la consapevolezza di portarsi a casa lo scalpo del nemico perdipiù conquistato nel territorio avversario. Il massimo, poi, è il giant-killing su due partite, con pareggio nella prima e vittoria nella seconda, ma qui siamo in territorio quasi mitico.

Il più vecchio di tutti risale al 1900, quando il Millwall (all’epoca ancora Millwall Athletic) vinse 3-1 sul campo del potente Aston Villa, la squadra principale di inizio secolo: menzioniamo questa partita perchè, pur non comparendo nella nostra classifica, sarebbe stato un peccato dimenticarla. Così come non possiamo non menzionare i tanti giant-killing recenti, da Shrewsbury-Everton 2-1 del 2003 a Manchester United-Leeds United 0-1 del 2010, passando per Stevenage-Newcastle Utd 3-1 del 2011. Bene, possiamo procedere con la classifica.

Oxford United-Blackburn Rovers 3-1 (Manor Ground, 15 Febbraio 1964 – Fifth Round)
Il giant-killing che si piazza al numero uno nella list del sito The Giant Killers. L’Oxford United, all’epoca modesta squadra di Division Four (più o meno come oggi) ospitava il Blackburn Rovers, secondo in Division One. La differenza era abissale: da una parte, Maurice Kyle, Tony Jones e Ron Atkinson (che ritroveremo più avanti come allenatore…), dall’altra i nazionali inglesi Ronnie Clayton e Bryan Douglas, Mike England, Fred Pickering etc. etc, insomma una squadra per l’appunto seconda nella massima serie. Peraltro Pickering e McEvoy, suo partner d’attacco, ne avevano appena rifilati OTTO al West Ham United, così per gradire. No, non c’erano chances…21.504 oxfordiani si presentarono al Manor Ground per vedere dal vivo i campioni del Blackburn, senza grosse speranze di passaggio del turno, ma visto che Match of the Day sarebbe arrivato solo sei mesi dopo, lo stadio era l’unico modo, specie per una squadra di Division Four, per vedere dal vivo dei giocatori internazionali. Longbottom e Jones portarono sul 2-0 lo United, e tutto diventò d’un tratto possibile. Quando il Blackburn accorciò le distanze, i crampi allo stomaco dei tifosi di casa si fecero via via più forti, così come la pressione dei Rovers verso la porta dell’Oxford…ma invece che il pareggio, dal nulla scaturì, nel più classico dei contrattacchi, il 3-1 di Bill Calder. L’Oxford divenne in quel momento la prima squadra di Division Four a raggiungere il sesto round, dove vennero eliminati dal Preston North End.

Hereford United-Newcastle United 2-1 (Edgar Street, 5 Febbraio 1972 – Third Round replay)
The giant-killing
per eccellenza nella mente di tutti. E gli ingredienti c’erano, visto che non solo abbiamo una squadra di serie inferiore che vince su una di prima divisione, ma addirittura al replay, dopo aver quindi pareggiato la prima partita perdipiù in trasferta. Insomma, il massimo. Il Newcastle, ovviamente, arrivò alla sfida contro l’Hereford, squadra di Southern League (che con il sistema attuale equivarrebbe alla Conference), da favoritissimo; e i Magpies d’altronde potevano schierare ben sei nazionali. Due volte rinviata per pioggia, la partita si giocò finalmente il 24 Gennaio a St James Park: 5.000 tifosi dell’Hereford viaggiarono verso nord per accompagnare il loro team. 17 secondi, 17, e l’Hereford passò in vantaggio con un goal di Brian Owen. Malcolm Macdonald e John Tudor, nel giro di 13 minuti, ribaltarono tuttavia il risultato, come da premesse; ma le premesse non tennero conto di Colin Addison, player/manager, che con un tiro dalla distanza fece 2-2: tutti a Hereford per il replay. Un replay destinato a entrare nella leggenda di the beautiful game. La capacità di Edgar Street era, ufficialmente, di 14.313 spettatori, ma quella sera ce n’erano sicuramente di più, molti dei quali letteralmente appollaiati sulle strutture portanti delle luci e sugli alberi intorno all’impianto (si stima che fossero in 16.000); e a completare la cornice le telecamere della BBC, che mandò nell’Herefordshire un telecronista in prova, tal John Motson che diventerà Motty e la cui voce sarà la voce del calcio per anni. Insomma, tutti ingredienti per rendere magica una partita. Il Newcastle col solito SuperMac passò in vantaggio all’82esimo; sembrava chiusa, ma tre minuti dopo……“Radford…now Tudor’s gone down for Newcastle…Radford again…OH, WHAT A GOAL!!! What a goal! Radford the scorer! Ronnie Radford! And the crowd…the crowd are invading the pitch! No goalkeeper in the world would have stopped that!“. Motson entrò subito nella storia delle telecronache sportive, l’Hereford in quella della FA Cup, visto che nei supplementari il goal di Ricky George non fu pareggiato dai Magpies. Le scene di giubilo del pubblico a ogni goal e al fischio finale, con le invasioni di campo e le sciarpe bianco-nere al collo rimangono tre le più belle che si possano ricordare.

Wrexham-Arsenal 2-1 (The Racecourse Ground, 4 Gennaio 1992 – Third Round)

“…e poi, incredibilmente e disastrosamente, fummo buttati fuori dalla Coppa d’Inghilterra dal Wrexham, che la stagione precedente era finito in fondo alla Quarta divisione così come l’Arsenal era finito in cima alla Prima”. Parole e musica di Nick Hornby, ultimo capitolo di Fever Pitch. E in effetti Wrexham-Arsenal è uno dei cupset più famosi di sempre, per il motivo esplicitato da Hornby: una differenza abnorme tra le due squadre, e basta andare a vedere la formazione dell’Arsenal di quel giorno: Seaman, Dixon, Winterburn, Hillier, O’Leary, Adams, Rocastle, Campbell, Smith, Merson, Carter. Dall’altra parte il Wrexham, che era rimasto in Football League solo perchè questa venne allargata. 13.343 spettatori assisteranno all’impresa dei propri beniamini. L’Arsenal passò in vantaggio con Adams al 44′, e la partita sembrava incanalarsi su questi binari, almeno fino all’82’….quando i due minuti tra i più importanti nella storia del club gallese cambiarono le carte in tavola. Mickey Thomas e Steve Watkin, i due autori della favola made in Wales. Specialmente Thomas, nazionale gallese, tornato al Wrexham dopo essere ssutton united coventrytato addirittura al Manchester United e all’Everton, una carriera offuscata da fattori extracalcistici che nel 1993 culmineranno con un brutto giro di merce contraffatta e denaro sporco. Nel turno successivo, il Wrexham uscì al replay per mano del West Ham, ma quella partita rimane indelebile.

Colchester United-Leeds United 3-2 (Layer Road, 13 Febbraio 1971 – Fifth Round)

Il sito “the Giant Killers” la posiziona al secondo posto di sempre nella propria classifica. Nuovamente, Fourth Division vs First Division, e il Leeds era squadra tra le migliori della massima serie, che avevano vinto nel 1968/69 e che rivinceranno nel 1973/74. In panchina Don Revie, the Manager con la M maiuscola ad Elland Road, in campo una serie di star. La differenza era tale che “they (il Colchester) were given so little chance of victory that there was talk of switching the tie to Elland Road, where the Essex club would, at least, be guaranteed a reasonable financial reward“. Le cose andarono un filino diversamente, soprattutto per merito di Ray Crawford, un nome che quel giorno finì sulla bocca di tutti per la doppietta che rifilò al grande Leeds di Revie. Lo United, quello “minore” che quel giorno faceva gli onori di padrone di casa, si portò così sul 3-0. Il disperato tentativo di rimonta del Leeds risulterà vano, nonostante gli uomini di Revie riusciranno ad accorciare le distanze fino a portarsi a un solo goal di distanza. L’eroica e strenua resistenza del Colchester regalerà ai 16.000 presenti una gioia indimenticabile, e al libro della FA Cup una storia indelebile.

Sutton United-Coventry City 2-1 (Gander Green Lane, 7 Gennaio 1989 – Third Round)

Questa partita è famosissima per un semplice (poi mica tanto semplice, a ben vedere) motivo: fino a qualche settimana fa (e lo vedremo…) era stata l’ultima volta che una squadra di non-league ne aveva sconfitta una di massima serie. Gander Green Lane, borough di Sutton. Il Coventry City, che due anni prima alzò il trofeo in faccia a una delle versioni migliori del Tottenham Hotspur (Allen, Hoddle, Waddle e compagnia), si presentava nel sud londinese forte delle quattro categorie di differenza e di quel prestigioso alloro. Dall’altra parte i padroni di casa, che militavano senza infamia e senza lode in Conference (termineranno dodicesimi quell’anno) e per i quali quella partita rappresentava l’apice della stagione, che si fosse vinto o perso. Certo, la vittoria avrebbe dato a quell’edizione del Sutton United i crismi dell’immortalità, ma nessuno la pretendeva. 8.000 south londoners affollarono l’impianto, ed andarono in visibilio quando Rains portò lo United in vantaggio dopo 42 minuti primi. Sette minuti dopo l’intervallo, Phillips pareggiò la situazione…ma sette minuti dopo, nuovamente, Matthew Hanlan timbrò il 2-1 che significò vittoria, visto che i tentativi del Coventry di pareggiare risultarono vani, compreso una doppia carambola traversa-palo clamorosa. Il calcio è uno sport magnificamente imprevedibile quando vuole, e quel giorno il Sutton lo dimostrò.

Burnley-Wimbledon 0-1 (Turf Moor, 4 Gennaio 1975 – Third Round)

Quel giorno una nuova squadra, destinata a scrivere una romantica storia nel calcio inglese, fece capolino tra i grandi: il Wimbledon. Quella stagione i Dons giocavano ancora in Southern League, che vinceranno e che vinceranno per altri due anni prima dell’elezione, finalmente, in Football League, avvenuta al termine della stagione 1977. Il sistema infatti era semi-chiuso, e tutelava in modo esagerato i club che terminavano ultimi in Football League col sistema della ri-elezione per numero di voti ricevuti. I Dons erano ospiti di una squadra, il Burnley, che terminerà la stagione decima in First Division, e a Turf Moor l’aria era tranquilla: un pomeriggio festoso dedicato alla competizione più antica e affascinante. Che verrà ricordato però per il goal di Mick Mahon, curiosamente membro del Colchester che, come abbiamo visto, eliminò il Leeds e questa volta attore in prima persona dell’impresa; e per le parate di Dicky Guy, che quel giorno si trasformò in Gordon Banks ammutolendo spettatori e, metaforicamente, gli attaccanti in claret & blue. Il Wimbledon si presentò così al grande pubblico, una favola che culminerà un pomeriggio del 1988 a Wembley, con un goal di Lawrie Sanchez che tutti abbiamo impresso nella mente.

Bournemouth-Manchester United 2-0 (Dean Court, 8 Gennaio 1984 – Third Round)

Altro giant killing famosissimo. Da una parte i Red Devils, detentori del trofeo, di Ron Atkinson, che abbiamo già incontrato come giocatore dell’Oxford United, dall’altra il Bournemouth guidato da un ex giocatore del West Ham, Harry Redknapp, che terminerà diciassettesimo in Division Three. Eppure quel giorno non ci fu storia, uno United mollo e arrendevole venne sconfitto senza grosse possibilità d’appello. Milton Graham e Ian Thompson, nel secondo tempo, portarono il risultato sul 2-0. L’unico sussulto per lo United venne dai propri fans, che a pochi istanti dal termine invasero il campo e crearono qualche tafferurglio sedato nel giro di 5 minuti dalla polizia del Dorset. Rimane forse il risultato più importante della storia del Bournemouth, mentre lo United da lì a due anni avrebbe chiamato uno scozzese di nome Alex Ferguson, che nel 1989 si trovò nuovamente di fronte il Bournemouth, sconfiggendolo al replay. Per quanto riguarda Harry Redknapp, alzerà la coppa come manager del Portsmouth.

Newcastle United-Crystal Palace 0-1 (St James Park, 12 Gennaio 1907 – First Round)

Vignetta dell’epoca

La più datata delle partite che trattiamo in questo post. 1907, il Crystal Palace era nato da soli due anni e giocava in Southern League, mentre il Newcastle viaggiava al secondo posto della First Division della Football League, che aveva vinto nel 1905. Ok, il sistema era ancora poco chiaro ma la differenza tra le due leghe era evidente, se si pensa al fatto che solo una squadra di Southern League è riuscita a vincere la FA Cup (il Tottenham nel 1901). Quindi il Palace si presentava nel nord del Paese con poche speranze di superare l’ostacolo rappresentato dai Magpies, che schieravano dieci nazionali in campo (l’unico non nazionale era, curiosamente, il capitano Alec Gardner) a fronte di un undici del Palace formato in gran parte da “emigranti calcistici”, curiosamente partiti proprio dal Tyne & Wear e dal Teeside per provare a sfondare a Londra. Per molti era dunque una sorta di ritorno a casa. Che culminò con un’impresa impensabile, a maggior ragione se si pensa che al secondo turno i Glaziers (non erano ancora Eagles) eliminaro il Fulham e, al terzo, il Brentford, giungendo ai quarti di finale nei quali vennero eliminati dall’Everton.

Walsall-Arsenal 2-0 (Fellows Park, 14 Gennaio 1933 – Third Round)

Il grande Arsenal di Herbert Chapman si presentò nelle Midlands destando nei tifosi di casa più che timore, ammirazione. D’altronde, fatte le dovute proporzione, è come quando adesso il Barcellona affronta squadre di serie inferiori in Coppa del Re. Perchè, al pari di questo Barcellona o dell’Ajax di Michels, l’Arsenal di Chapman ha segnato un’epoca, ha fatto scuola, ha cambiato il modo di intendere il calcio. In 25.000 affollarono Fellows Park. L’Arsenal si presentò in divisa bianca (e calzoncini neri), quando solitamente all’epoca era la squadra di casa a cambiare tenuta da gioco in casa di possibile confusione fra colori, e infatti il Walsall si presentò in campo con un completo bianco-azzurro d’urgenza acquistato dal Coventry per l’occasione. Pronti via e i difensori del Walsall cominciarono la caccia all’uomo, con i poveri attaccanti dei Gunners sempre a terra e l’arbitro con il fischietto sempre in bocca. Ma era l’unico modo per limitare quello squadrone. I minuti passavano, l’Arsenal non segnava, e così nella testa dei padroni di casa nacque l’idea del colpaccio, che si tramutò in realtà grazie a Gilbert Alsop e Bill Sheppard. Il resto è storia, sia perchè rimane uno dei cupset più famosi e celebrati, sia perchè per il Walsall (all’epoca Third Division North) rimane The Day, tant’è vero che per i 75 anni dalla partita un box dello stadio (non più Fellows Park, ahinoi) è stato dedicato alla memoria di Alsop. Rimane invece famosa sponda Gunners per la sfuriata di Chapman verso Thomas Black, autore di una prestazione evidentemente orribile, al quale intimò di non mettere mai più piede ad Highbury: nel giro di una settimana venne ceduto al Plymouth.

Norwich City-Luton Town 0-1 (Carrow Road, 26 Gennaio 2013 – Fourth Round)

E finiamo con una partita recentissima, eppure, già nella top-ten. Inevitabile, visto che da Sutton Utd-Coventry non accadeva che una squadra di non-league ne eliminasse una di First/Premier League. Ora, considerare il Luton Town squadra di non league, anche se nei fatti lo è, è concettualmente difficile: basti pensare che, in quanto a major trophies, Hatters e Canaries sono a parimerito, con una Coppa di Lega a testa in bacheca. Eppure il recente cammino da gambero del Luton Town, che l’ha portato fino alla Conference, ne fa a tutti gli effetti un club di non league. Soffermarci su una partita dell’altro ieri è superfluo, ma il goal di Rendell che ha spedito gli Hatters al quinto turno merita quantomeno di essere menzionato, così come il fatto che, nel turno precedente, il Luton ha eliminato il Wolverhampton Wanderers, caduto in Championship ma pure sempre squadra di grande tradizione. Come andrà a finire non lo sappiamo, nel prossimo turno (corrispondente agli ottavi di finale) il Luton ospiterà a Kenilworth Road il Millwall in un match che riporta alla mente gli incidenti del 1985. Qualsiasi sia il risultato, il Luton 2012/13 è già entrato nella storia della coppa più bella, affascinante, unica del Mondo.

Da Merton a Milton Keynes. La vicenda del Wimbledon F.C. e la partita dell’anno

Una delle cose che abbiamo sottolineato maggiormente nel nostro viaggio londinese è il legame imprescindibile tra squadra e comunità, con i club spesso figli della stessa (pensiamo al Fulham nato dai fedeli di una chiesa, etc) o comunque sviluppatisi in essa. Il legame è talmente forte che, di recente, quando il Chelsea ha paventato un trasferimento dall’altra parte del Tamigi, nel luogo ora occupato dalla Battersea Power Station (quella di Animals dei Pink Floyd), solo poche miglia in linea d’aria da Stamford Bridge, molti hanno storto il naso; e basti pensare alle polemiche sull’Olympic Stadium, con il Leyton Orient che accusa il West Ham, interessatissimo e più o meno vicino al trasferimento, di invadere il suo territorio di influenza. Succede quindi raramente che un club abbandoni il suo luogo di origine. L’Arsenal, nato a Woolwich e trasferitosi poi nel nord di Londra, è un caso più unico che raro; ma in quel caso, sebbene in un’altra zona, la base rimaneva comunque a Londra. Invece qui siamo di fronte a un furto di identità, di storia, e del posto in Football League che non è nemmeno poco, con un’intera comunità nel sud di Londra privata della propria squadra. Parliamo naturalmente del Milton Keynes Dons, e del club che subì tutto questo, il Wimbledon; per la prima volta dal 2003, quando successe il fattaccio, il 2 Dicembre in FA Cup l’MK Dons incontrerà l’AFC Wimbledon, la squadra che i tifosi dei Wombles fondarono quando la loro gli venne portata via. Per molti aspetti, la partita della stagione.

Lawrie Sanchez, Dave Beasant e l’FA Cup

Tracciamo il background che fece da scenario alla vicenda. Milton Keynes (Buckinghamshire) è una new town, creata dal governo negli anni ’60 per dare risposta alla richiesta di case che ormai la capitale non poteva più soddisfare; fu scelta tale zona poichè equidistante da Londra, Birmingham, Oxford, Leicester. Si creò in quel modo una nuova comunità che oggi conta 195.000 abitanti, nemmeno pochi. E che tuttavia non possedeva una squadra di calcio professionistica, come è abbastanza naturale visto che prima esistevano nella zona solo town (le principali Bletchley, Wolverton e Stony Stratford). Nel corso degli anni si tentò a più riprese di dotare la città di una sua squadra, purtroppo non partendo dal basso, ma trasferendo una squadra già esistente a Milton Keynes (a dir la verità in questi tentativi l’iniziativa era sempre presa dalla dirigenza del club, e solo nel 2003 sarà presa dalla città di Milton Keynes). Il primo tentativo venne fatto con il Charlton Athletic (1973), quando una delle tante liti tra il club e il borough di Greenwich fece paventare alla dirigenza il trasferimento; la cosa però si risolse con l’approvazione da parte del council borough dei piani di sviluppo di The Valley e tutto finì lì. Si provò nuovamente nel 1979, questa volta con il Wimbledon, club tradizionalmente di non-league ma nell’anno precedente promosso in Football League (e destinato a una rapida scalata). Il proprietario dei Dons, Ron Noades, vedeva in Plough Lane e in generale nel “bacino d’utenza” del club una limitazione per future ambizioni; comprò la squadra di Southern League di MK, il Milton Keynes City, e fu chiaro a tutti che l’obbiettivo era quello di trasferire armi e bagagli più a nord con una fusione tra le due squadre (tre membri della dirigenza del Wimbledon entrarono nel Milton Keynes City), asserendo che la città forniva maggiori possibilità di sviluppo rispetto al borough originario di Merton. Fortunatamente l’idea sfumò, quando Noades si convinse che il suo ottimismo non avrebbe avuto un riscontro nella realtà: “I couldn’t really see us getting any bigger gates than what Northampton Town were currently getting at that time” dirà nel 2001. L’ultimo tentativo venne fatto con il Luton Town nel 1983. Luton (Bedfordshire) non dista molto da MK (25 miglia), e nell’idea del club, che considerava Kenilworth Road stadio senza futuro (che però ad oggi è fortunatamente ancora la casa degli Hatters), la new town sarebbe stata ideale per un nuovo impianto, con tanto di cambio di nome in MK Hatters. Questo abominio fu duramente e ovviamente ostacolato dai tifosi del Luton, le cui proteste portarono al passo indietro da parte della dirigenza. Tutto questo fino al 2003, quando….

Questo il punto di vista di Milton Keynes, vediamo quello del Wimbledon. Il Wimbledon dal 1977 scalò rapidamente la piramide del calcio inglese, arrivando in First Division nel 1986/87. La Crazy Gang, l’FA Cup del 1988 sono tutte storie note. E proprio dopo l’FA Cup del 1988, il borough di Merton approvò la costruzione di un nuovo impianto da 20.000 posti che avrebbe sostituito nel giro di qualche anno Plough Lane, la casa dei Dons (o Wombles); purtroppo il nuovo consiglio eletto, a maggioranza laburista, bocciò il progetto nel 1990, e al posto dello stadio venne costruito un parcheggio. Un tempismo terribile, visto che nel 1991 il Rapporto Taylor obbligò tutti i club a ristrutturare i propri stadi per adattarli alle nuove norme di sicurezza post-Hillsborough: il Wimbledon non poteva in quel momento affrontare la spesa (c’è anche un’intricata storia riguardante una clausola posta su Plough Lane da parte del borough) e fu costretto ad abbandonare la sua casa originale per trasferirsi a Selhurst Park, stadio del Crystal Palace ironicamente di proprietà, in quel periodo, di Noades, l’ex chairman dei Dons. Il trasferimento, che avrebbe dovuto essere temporaneo, fu la pietra tombale sul club. Il borough di Merton e il club non riuscirono mai a trovare un punto di intesa su un nuovo impianto, il Wimbledon a Selhurst Park attirava un esiguo numero di spettatori, sradicato com’era dalla sua comunità locale (una decina di km nella Londra del calcio fanno tutta la differenza del Mondo) e in tale desolazione l’ipotesi di trasferire la squadra prese corpo e infine si concretizzò. Si parlò addirittura di Dublino, meta preferita del proprietario, Hammam, ma la Football Association of Ireland si oppose (giustamente), mentre la Premier League aveva già dato parere positivo; altre opzioni vennero scartate (Gatwick, Basingstoke, Cardiff), altre non andarono a buon fine, come il tentativo di acquistare Selhurst Park. Una situazione complessa, ingarbugliata, senza via d’uscita. Il club retrocesse al termine della stagione 1999/2000.

Plough Lane

In questa situazione si inserì il Milton Keynes Stadium Consortium. Il consorzio in questione era presieduto da Pete Winkelman e supportato da Asda (supermercati) e IKEA (svedesi con la passione di farti costruire le cose), e avrebbe dovuto riqualificare un’intera area cittadina con la costruzione di uno stadio da 30.000 posti, un ipermercato, uno store IKEA, hotel e roba varia. Il problema di questo affare (perchè tale era, un gigantesco affare come è nelle logiche imprenditoriali, che quasi sempre non coincidono con le logiche del calcio) era che il club più importante a livello locale, il già citato Miton Keynes City, giocava in Spartan South Midlands, ottavo livello della piramide, ed era difficile immaginare che uno stadio così grande fosse funzionale a un match contro l’Arlesey Town di turno. Insomma, quello stadio, con la riqualificazione e il giro d’affari seguente, necessitava di una squadra pro: niente squadra, niente costruzioni. Il consiglio cittadino approvò il progetto dicendosi pronto a ricevere una squadra già esistente. “it could be Southend or Blackpool, I suppose” ebbe a dire il leader del consiglio cittadino Miles, un modo carino per dire “non ce ne frega nulla da dove provenga, basta avere ‘sta benedetta squadra”. Il progetto di Winkelman, che secondo i detrattori operò ben conscio che quello stadio non sarebbe servito al Milton Keynes City (peraltro fallito nel 2003, l’anno del trasferimento del Wimbledon) ma ad ospitare una squadra pro trasferendola, vide la luce.

Lo stadio dell’MK Dons

Il consorzio contattò diversi club: Luton Town, Crystal Palace, Barnet, Queens Park Rangers, Wimbledon, ricevendo da tutti un secco “no”. Il più possibilista sembrò essere Charles Koppel, presidente del Wimbledon (i proprietari erano norvegesi), tanto che, quando nel Giugno 2001 il consorzio di Winkelman si presentò nuovamente a bussare alla porta del club, Koppel, ormai alla guida solitaria, disse di sì. Apriti cielo. La Football Association e la Football League disgustate intimarono Winkelman e Koppel di desistere dal tentativo, e specialmente la lega affermò che “franchised football would be disastrous“, e che qualsiasi club di Milton Keynes avrebbe dovuto scalare la piramide per guadagnarsi lo status di league-club. Si sarebbero presto rimangiate tutto, con la consueta tecnica del lavarsene le mani, anche se ufficialmente continuarono entrambe a dirsi contrarie allo spostamente del club. Quando il Wimbledon di Koppel fece appello contro la decisione, la Football Association costituì un arbitrato, di cui facevano parte il vicepresidente dell’Arsenal e dell’FA David Dein, Douglas Craig, controverso presidente dello York City e Charles Hollander, Queen’s counsel: i tre stabilirono che il rifiuto non seguì la procedura di legge, riaprendo alla possibilità del trasferimento. La FA a questo punto istituì una commissione speciale composta da Raj Parker, Alan Turvey, presidente della Isthmian (Ryman) League e Steve Stride, dirigente dell’Aston Villa. Nemmeno a dirlo, la commissione votò favorevolmente (2 voti a 1, Turvey fu contrario) per il trasferimento del Wimbledon a Milton Keynes. Era il 28 Maggio 2002.

I tifosi del Wimbledon reagirono alla decisione (umiliante, senza precedenti) fondando un loro club, l’AFC Wimbledon. Una tristemente famosa nota della commissione recitava: “Resurrecting the club from its ashes is, with respect to those supporters who would rather that happened so they could go back to the position the club started in 113 years ago, not in the wider interests of football“. Terrificante, umiliante, uno schiaffo ulteriore dopo lo scippo della squadra. Il resto lo sapete, con il trasferimento avvenuto definitivamente nel Settembre del 2003, mentre dell’AFC Wimbledon e della sua resurrezione abbiamo parlato in parte QUI. Il Milton Keynes Dons (questo il nome scelto dalla squadra) gioca invece in League One, avendo ereditato la posizione dal Wimbledon, e nel famoso stadio, inaugurato alla fine nel 2007 (precedenteme disputava le partite interne al National Hockey Stadium); dopo aver ereditato lo stemma del Wimbledon, su opposizione del College of Arms il club l’ha dapprima modificato, infine del tutto cambiato, mentre come colore è stato scelto il bianco al posto del giallo-blu del Wimbledon (che invece è stato ripreso dall’AFC). I due club, dopo dure dispute, sono anche giunti ad un accordo sulla storia, che il Milton Keynes Dons, dopo essersi presentato come erede della crazy gang, fa ora partire dal 2004; i trofei del Wimbledon invece sono diventati propretà del borough di Merton. In sospeso rimane la questione del nome, con una campagna promossa dal Wimbledon Guardian e sostenuta dal borough di Merton, nonchè dai due Member of Parliament del collegio di Merton, tesa a far rimuovere il “Dons” dal nome della squadra di Milton Keynes. Le parti, nonostante diversi incontri, non hanno tuttavia raggiunto un accordo sulla questione.

Della vicenda come detto in apertura parliamo perchè il calendario della FA Cup ha voluto che, il 2 Dicembre 2012, si giochi in quel di Milton Keynes la partita tra Milton Keynes Dons e AFC Wimbledon, il primo incontro tra i due club dopo i fatti narrati. Una partita che catalizzerà le attenzioni di tutta l’Inghilterra calcistica e non solo. I tifosi dell’AFC Wimbledon (club ancora oggi di proprietà degli stessi) hanno deciso di non partecipare al match. Come biasimarli: si troveranno di fronte coloro i quali hanno usurpato il loro club e la sua storia. E’ interessante al proposito QUESTO  articolo di un anno fa:
“When my club AFC Wimbledon won their game against Basingstoke in the fourth qualifying round of the FA Cup and went into the draw for the first round proper, I was again faced by comment by my friends about the prospect of a match against Milton Keynes Dons. Frankly I can’t think of anything worse. I never want to see it happen. “But it would be so good to beat them,” my mates say, imagining that I, a Dons Trust founder member and former season-ticket holder, would treat the game as the ultimate derby. No. A derby game is between neighbours, rivals, possibly even enemies. It’s like a golf match or ten-pin bowling evening against the annoying bloke next door, or those idiots in finance, or your smug brother-in-law. You’d love it if you win; conversely you’d have to grit your teeth in the face of taunting if you lose. But essentially, you acknowledge the right of your rivals to exist. And life is more interesting with them around. You hate them, but would miss them if you went. Well, that’s not the case with Milton Keynes (…) So, for those fans and journalists who try to persuade me and my fellow Wimbledon fans that such a game would be one of the matches of the season, I can only say: Please don’t”.

Per quanto ci riguarda, abbiamo chiesto all’amico della pagina Show me a way to Plough Lane, pagina dedicata all’AFC Wimbledon, un’opinione:
“Io credo che sia un match innaturale; un match che non si sarebbe mai dovuto giocare per il semplice fatto che per meri interessi economici, quali tra gli altri la costruzione di uno stadio e la necessità di avere un club professionistico, un club è stato sradicato dal suo luogo di origine e di vita per 113 anni, come una qualunque franchigia di un qualsiasi sport americano, uccidendo di fatto una società calcistica. Capisco perfettamente coloro i quali tra i tifosi dell’AFC Wimbledon si rifiuteranno di seguire la squadra in questa trasferta. Sarebbe un modo di legittimare l’esistenza stessa di un tale club, nato in una maniera che nulla ha a che fare con il modo di concepire lo sport in Inghilterra e in Europa. Se fossi però un tifoso dell’AFC Wimbledon – e non posso dire di esserlo, non avendo il loro vissuto alle spalle – forse (dico forse) mi convincerei in ultimo ad andare. E se vogliamo trovare per forza un dato positivo, è positivo che a distanza di dieci anni questa partita ribadisca davanti a tutto il mondo calcistico l’ingiustizia che i tifosi dell’AFCW furono costretti a subire a causa di una decisione avallata dalla Commissione istituita dalla FA; ed è positivo che un club bollato dalla stessa Commissione come “not in wider interests of football” sia arrivato a sfidare, risalendo passo dopo passo, coloro i quali provocarono la morte del Wimbledon FC”.

Questo ci porta a una riflessione. Non sarà una partita tra due squadre soltanto, ma una partita tra due filosofie e concezioni del calcio. Da una parte una mera questione d’affari, perchè se non mettiamo in dubbio che gli 8.000 che in media al Sabato si recano allo Stadium:mk (questo il nome dell’impianto) per sostenere l’MK Dons lo facciano in buona fede (alla fine loro non ne possono nulla, anche se troviamo difficile innamorarsi di un club in queste circostanze), quel club nasce da una gigantesca operazione economica, figlio del mondo degli affari e di una cultura dello sport delle franchigie che certamente si adatta allo sport americano, ma non inglese o più in generale europeo; dall’altra invece un club fondato dai tifosi, che si son visti privati della squadra espressione del loro quartiere e han deciso di rifondarla partendo dal basso, scalando la piramide e tornando con le loro forze in Football League. Il “support your local team” portato all’estremo, il calcio dei tifosi contro quello plastificato, che non suscita entusiasmo semplicemente perchè non ci si può innamorare di un prodotto artificiale, le cui maglie non odorano di storia e di gesta passate, soprattutto se tale prodotto non è frutto di un’iniziativa spontanea ma è importato. Il Chelsea o il Liverpool vennero fondati per riempire uno stadio vuoto, è vero, ma nel corso degli anni hanno scalato le posizioni per propri meriti: non hanno acquistato la loro posizione in Football League da un altro club, e soprattutto vennero FONDATI, non importati più o meno forzatamente, sradicando dal suo luogo d’origine un club preesistente. Ed è straordinario pensare che, durante la stagione 2002/03, l’ultima del Wimbledon F.C. ormai col destino già segnato, e con l’AFC Wimbledon già in vita, la media spettatori fosse più alta per i secondi, sebbene fossero i primi a giocare tra i professionisti. Ed è questo il vero insegnamento che questa storia fornisce: che il calcio inglese non solo è il calcio legato alla comunità, ma che questa ne è la vera forza. Han provato a uccidere il Wimbledon, e non ci sono riusciti, perchè i suoi tifosi non si sono arresi alle logiche del calcio moderno. Quando la comunità di Merton si è vista privata della sua squadra, l’ha rifondata, partendo dal calcio più amatoriale che esista, genuina testimonianza del legame che non scomparirà mai tra quartiere e club; se invece un giorno il Milton Keynes sparisse dal calcio che conta, quasi nessuno se ne accorgerebbe.

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Le più belle maglie della Premier: le nuove maglie, il Tottenham

Rieccoci qui con la rubrica sulle maglie della Premier. Ancora una volta ci troviamo a Londra, questa volta dalle parti di White Hart Lane.

Gli Spurs sono passati in questa stagione dalla Puma alla Under Armour, che ha deciso di investire pesantemente nel calcio, offrendo circa 10 milioni di sterline alla squadra londinese. Ma andiamo a vedere cosa ha proposto l’azienda statunitense:

Come si può notare dalla foto, il kit home è caratterizzato dal classico completo bianco, con inserti argento che partono dai lati del colletto e arrivano a metà della cucitura sulle spalle. Gli stessi inserti si trovano verticalmente sui pantaloncini e a fondo manica. Sui fianchi dei giocatori troviamo inserti di tessuto forato per far “respirare” la maglia. Presente anche il classico colletto a polo che pare essere molto utilizzato nelle collezioni per la prossima stagioni, con un piccolo bottone sul collo. Bianchi come detto i pantaloncini ed i calzettoni, impreziositi da inserti argentati e blu.

Per quanto riguarda la maglia away Under Armour opta per un kit completamente blu scuro. Gli inserti sia della maglia, che dei pantaloncini che dei calzettoni, sono bianchi. Per questo secondo kit inoltre la casa ha scelto di proporre un girocollo molto semplice bianco.

Non è stato presentato il terzo kit che la squadra indosserà durante la prossima stagione, probabilmente arriverà nelle prossime settimane.

In generale il nuovo sponsor ha fatto un buon lavoro, tenendosi abbastanza sul classico ma introducendo piccoli elementi di novità come gli inserti aggiornati. Di certo questo è stato un cambio molto positivo per quanto riguarda gli Spurs, che hanno guadagnato molti soldi e buoni kit.

Preview: FA Cup Semifinals

Guardo fuori dalla finestra: nuvole, cielo conseguentemente grigio, leggera pioggerellina. No, purtroppo non mi sono trasferito in Inghilterra, ma è il tempo che oggi c’è qui in Liguria, un tempo molto english per l’appunto, l’ideale per calarsi mentalmente nella parte di chi deve scrivere di FA Cup, dopo la Regina e il fish and chips la cosa più inglese che mi venga in mente.

Le semifinali di FA Cup, dunque. Ci siamo. Wembley si sta preparando per ospitarle entrambe, come accade ormai da qualche anno. Personalmente rimpiango il tempo in cui almeno una delle due (non chiediamo troppo) si giocava a Villa Park, o ad Old Trafford, come per esempio un fantastico Millwall-Sunderland nel 2004, con la vittoria 1-0 dei Lions guidati da Dennis Wise proprio a Old Trafford che mi è rimasto per non so quale motivo impresso nella mente. Il punto è: se l’FA Cup è la Coppa per eccellenza, il trofeo della Federazione inglese, che coinvolge tutti i club inglesi dal più piccolo al più grande, è giusto che tutte le zone dell’Inghilterra abbiano l’onore di ospitare, a rotazione, le semifinali, senza per forza concentrarle nel nuovissimo Wembley, teatro già della finalissima. Lasciamo da parte questa mia polemica verso la Football Association, anche perchè le semifinali di questa edizione sono parecchio affascinanti, più del solito per quanto una semifinale di coppa sarebbe affascinante anche se giocata tra Walsall e Bournemouth, ed è quindi opportuno analizzarle e spendere qualche parola per le 4 squadre rimaste in corsa. Il fascino, dicevamo: due derby su due, un’urna che si è divertita a regalarci questa doppia sfida stracittadina. Liverpool-Everton, Chelsea-Tottenham. Let’s go.

Liverpool-Everton

Liverpool: 5-1 Oldham (H), 2-1 Manchester Utd (H), 6-1 Brighton (H), 2-1 Stoke (H)

Everton: 2-0 Tamworth (H), 2-1 Fulham (H), 2-0 Blackpool (H), 1-1 Sunderland (H), 2-0 Sunderland (A)

Partiamo dal Merseyside derby, allora, in programma Sabato alle 12.30 ora inglese. Il Liverpool arriva a questa semifinale con un trofeo già in bacheca (la Coppa di Lega), ma con un andamento in campionato, francamente, disastroso. Un ottavo posto in classifica, dietro proprio ai cugini Toffies, fatto di alcune buone prestazioni alternate a molte, troppe brutte figure. Una squadra, a mio avviso, che ha tentato di rinnovarsi e rilanciarsi, ma che lo ha fatto male, ed è rimasta attaccata alle prodezze di Steven Gerrard (immenso, chiunque osasse dire qualcosa contro di lui su questo blog verrà punito severamente, non provateci) e di un Luis Suarez sì forte, ma anche con un discreto caratterino e la propensione a lasciarsi scappare l’insulto di bocca, salvo poi prendersi 8 giornate di squalifica. Ma il resto? L’emblema di questo Liverpool, non me ne vogliano i tifosi Reds, è Carroll: una barcata di soldi spesi per l’equivalente inglese del termine italiano “pippa”. Che poi, se vogliamo, nemmeno è scarso, per me: semplicemente lo è se si vuole fare il salto di qualità con lui, è un attaccante di situazione, che ha avuto a Newcastle mezza stagione clamorosa. Per il resto, c’è qualcosa che non mi convince nei Reds, una squadra buona, ma non ottima (Henderson, Josè Enrique, Charlie Adam, buoni giocatori, manca qualcosa però), e non sono nemmeno sicuro che Kenny Dalglish sia la guida adatta. Dopo aver demolito il Liverpool, e mi spiace molto farlo credetemi, passiamo all’Everton. Anche qui, squadra non eccelsa nelle individualità (parliamo comunque per squadre che puntano all’Europa, il contesto di riferimento è quello), forse nel complesso più debole del Liverpool, o comunque siamo lì. Ma come tutte le stagioni sta disputando una seconda parte di campionato eccellente, e Moyes dovrebbe chiedersi il perchè di ciò: riuscisse a essere un tantino più costante all’inizio, lotterebbe sempre per l’Europa. Inoltre, ai Cahill, Fellaini, Osman etc. si è aggiunto a Gennaio Jelavic, proveniente dai Rangers, che ha faticato un po’ all’inizio ma che pare abbia ingranato ora, andando a coprire un ruolo, quello della prima punta, in cui i Toffies necessitavano di linfa nuova per il dopo-Saha. Pronostico: la testa direbbe Liverpool, nel complesso c’è un po’ più talento dalla parte rossa del Merseyside, e nella partita secca meglio avere Suarez che Osman, lo stato di forma attuale mi farebbe dire Everton. E Everton sia.

Liverpool-Everton è anche questo

Chelsea-Tottenham

Chelsea: 4-0 Portsmouth (H), 1-0 QPR (A), 1-1 Birmingham (H), 2-0 Birmingham (A), 5-2 Leicester City (H)

Tottenham: 3-0 Cheltenham (H), 1-0 Watford (A), 0-0 Stevenage (A), 3-1 Stevenage (H), 3-1 Bolton (H)

Altra semifinale, altro derby. Domenica alle 18.00 ora inglese. Situazione più o meno simile all’altra semifinale, soprattutto nello stato di forma di una delle due squadre, anche in questo caso quella con la maglia blu. Roberto di Matteo, da quando è subentrato a André Villas-Boas, sta facendo benissimo, e i Blues si sono rilanciati in campionato e in Champions, dove hanno raggiunto la semifinale. Potremmo fare della dietrologia, e dire che sì, bravo di Matteo, ma semplicemente sono i John Terry, i Frank Lampard che, toltisi dalle scatole l’odiato portoghese, hanno ricominciato a giocare. Può anche essere che sia così, ma sarebbe sminuire il lavoro dell’italiano, al quale va quantomeno riconosciuto il merito di aver riadattato modulo e formazione alle caratteristiche della squadra (Villas-Boas ha a mio modo di vedere compiuto l’errore di voler adattare nuovi schemi a giocatori ormai abituati a giocare in un certo modo). Diciamoci la verità: nella partita secca (e non solo), i vecchi leoni del Chelsea sono tornati a far paura. A fronteggiarli c’è il Tottenham, la squadra delle 4 più vicina a Wembley geograficamente parlando, e fino a due mesi fa vera sopresa della Premier “alta” (le sorprese sono Norwich e Swansea, discorso aperto e subito chiuso): c’è stato un momento in cui gli Spurs erano vicini alle due di Manchester, e qualche sogno di titolo ha sorvolato il cielo sopra White Hart Lane. Poi il crollo, che qualche malelingua (attenta però ai risultati) fa coincidere con l’inizio delle voci su Harry Redknapp alla guida della Nazionale. Anche qui, dietrologia: certo è che non sono più gli Spurs del girone d’andata, anche se, è bene dirlo, il gioco continua a manifestarsi, specialmente dopo il passaggio al 4-2-3-1. Il black-out ha riguardato in particolare le sfide contro Arsenal, Manchester United, Everton, Stoke, un punto in quattro partite. Poi qualcosa è migliorato. Con un Bale in forma e un VdV ispirato direi Spurs, e comunque la sfida è equilibrata, come dimostra il recente 0-0 di Stamford Bridge; ma la difesa del Tottenham vista contro il Norwich e lo stato di forma del Chelsea mi fanno propendere per i Blues. Il mio pronostico, dunque, dice Chelsea

Terry-Adebayor nella sfida di White Hart Lane di Dicembre

Divertitevi se volete a postare i vostri pronostici, i vostri commenti, le vostre critiche. Ma soprattutto, godetevi lo spettacolo dell’FA Cup

Come nasce un amore, cronaca di una passione in Blue

Come nasce un amore? Come si diventa schiavi di una passione tanto grande quanto difficilmente comprensibile da chi non la vive?

Difficile da dire, difficile da capire, quasi impossibile da spiegare.

Eppure tutti noi viviamo di passioni, più o meno razionali. Di certo, nella categoria delle meno razionali, rientrano le passioni legate al calcio. E ancora meno razionale, se possibile, è la passione che ci lega ad alcune squadre di altri paesi, squadre magari viste solo in televisione, di cui ci si innamora apparentemente (per gli altri) senza alcun motivo. Ma sappiamo tutti che i motivi ci sono, sono reali, sono profondi e importanti, anche se agli occhi di qualcuno possiamo sembrare strani, o addirittura pazzi.

E quello che vi voglio raccontare oggi è una passione sconfinata per un Paese, un campionato, una città ed una squadra. Il Paese, come credo abbiate capito, è l’Inghilterra, il campionato è la Premier League, la città è Londra e la squadra, a differenza di chi di solito scrive di qui, non è il Tottenham, bensì il Chelsea. Vi voglio raccontare di questa passione perché forse spingerà alcuni tifosi, come è successo a me nell’ultimo periodo, a guardare con occhi diversi il campionato italiano, le polemiche arbitrali, i veleni. Spero che aiuterà qualcuno ad allontanarsi da tutto ciò che non fa bene al movimento calcio e a vedere quanto può essere bello uno sport sano, giocato senza esasperare rivalità inutilmente, con stadi sempre pieni e con una cornice di pubblico fantastica.

Voglio parlarvi di un amore con una città nato presto, molto presto. La mia prima visita a Londra, complice un nonno con una casa lì, è stata quando avevo appena pochi mesi. Da allora ce ne sono state tante, almeno a l’anno, e ad oggi si potrebbero quantificare in una trentina più o meno. Andando avanti in me cresceva la passione per la Lazio, e per il suo stile un po’ inglese. Anche questo era retaggio del nonno, che mi portava allo stadio fin da quando era piccolo. E proprio dal nonno viene l’amore per quella squadra di Londra. Tutti lo sappiamo, la città e grande, e ci sono più squadre di quante se ne possano ricordare. Ma la sua scelta, e quindi di seguito la mia, è caduta sui blues, una squadra che per tanti anni è stata avara di successi in patria, che per tanti anni sembrava l’eterna incompiuta, che era finita addirittura in seconda divisione. La squadra piano piano cominciò a risalire la china, cominciò ad avere tra le sue fila diversi campioni, anche italiani, come Zola, Vialli di Matteo, ricominciò a divertire, vincendo anche FA cup, Coppa di Lega e Coppa delle Coppe. In quel periodo, sei o sette anni prima dell’avvento del ricchissimo Roman Abramovič, anche io, come mio nonno cominciai ad avvicinarmi a questo club ricco di storia.

Che dire, i Blues sono unici, quando giocano te ne accorgi in città, vedi ovunque una sciarpa blu, una maglia di Drogba, ogni tanto qualcuno con una bellissima maglietta della Umbro con “ZOLA” sulle spalle. Dietro ogni angolo potresti sentire cantare “Blue is the colour”. Dovunque tu sia ti puoi sentire parte integrante di un tifo “sano”, “vero” e “verace”. Se anche non sei tifoso, se non stai andando allo stadio, basta finire in mezzo a quei capannelli di tifosi, anche per caso, per provare quelle emozioni che sono proprie del tifare la squadra del cuore, dello stare allo stadio e del vivere la propria passione, quando in realtà a volte non sei neanche vicino ad un impianto e magari non sai neanche che ci sia una partita.

E se vi racconto tutto questo è perché io lo vivo quotidianamente. Sia quando sono a Londra che quando sono a Roma, se gioca il Chelsea è come se giocasse la mia Lazio. Non sono mai riuscito, a differenza di mio nonno, ad andare a vedere i Blues allo stadio. Di sicuro è sul taccuino delle cose da fare, voglio finalmente trovarmi di fronte ad un modo diverso di vivere lo stadio, voglio trovarmi a 2 metri dal campo senza controlli assurdi e perquisizioni inutili, voglio respirare le atmosfere di un calcio diverso dal solito calcio avvelenato nostrano. E se ognuno dei nostri tifosi potesse andare a vedere una sola partita, se ognuno potesse vedere i tifosi entrare ed uscire ordinatamente, le due tifoserie (quasi) sempre rispettose, a volte anche i tifosi delle due squadre che bevono birra nello stesso pub pacificamente, forse riusciremmo ad arrivare ad un calcio migliore, ad un tifo migliore, senza l’uso della violenza che ha caratterizzato il cambiamento culturale anglosassone.

Sondaggio: chi va in finale di FA Cup

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Un pomeriggio tra i tifosi del Leicester City

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Venerdì-Sabato-Domenica-Lunedì Cristian ed io eravamo a Londra. Lascio a lui il resoconto del viaggio, e mi concentro su un momento in particolare: l’incontro con i tifosi del Leicester City, a Londra per la sfida di FA Cup tra la loro squadra e il Chelsea. Proprio come noi (che non tifiamo nè Leicester nè Chelsea). E’ Domenica, e dopo un giro a Loftus Road ci avviciniamo a Stamford Bridge 3 ore prima della partita, dato che dobbiamo ritirare i biglietti al ticket office e vogliamo farlo in tutta tranquillità, senza incontrare code. Breve giro nel fornitissimo Store del Chelsea (sono bellissimi questi store, forse sintomo però di quanto ormai il calcio sia commerciale), acquisto del programma della partita, tour intorno a Stamford Bridge e già compaiono i primi tifosi del Leicester. D’altronde sono annunciati in 6.000 in arrivo dal Leicestershire..

Finito il giro di primo impatto con lo stadio andiamo a mangiare in un locale Tex-Mex alla stazione di Fulham Broadway, e dalla metro nel crescente afflusso di tifosi eccone altri del Leicester, solo alcuni con la maglia bianca come suggerito dalla società, ma tutti comunque colorati dai colori della loro squadra. Si notano anziani signori, famiglie, giovani tifosi, tutti con l’aspetto di chi è venuto a vedere una partita di calcio e non a fare la guerra, ed è un primo punto a favore loro rispetto ai nostri standard. Ci lanciamo sull’hamburger piccante immaginandoci il clima che troveremo alla partita.

Decidiamo di entrare allo stadio con molto anticipo per goderci lo spettacolo delle tribune che si riempiono e dei giocatori che entrano in campo, e prenderci anche la classica birretta pre-partita. Gli spalti sono ancora vuoti, solo nello Shed End, per l’occasione riservato totalmente ai tifosi ospiti, spuntano le prime due bandiere Foxes. Col passare del tempo inizia l’afflusso di spettatori, ed è proprio il settore del Leicester a riempirsi con maggior velocità, risultando stracolmo al fischio d’inizio (in generale lo stadio presenta solo qualche spazio vuoto nella parte alta dell’East Stand). Una partita di Coppa con lo stadio pieno: segnate +2 al punteggio Inghilterra-Italia.

La partita scorre via secondo pronostici, con il Chelsea che segna 2 volte in pochi minuti a inizio partita ma con un Leicester abbastanza pericoloso davanti, mentre il reparto arretrato lascia particolarmente a desiderare, con Bamba e Morgan davvero troppo legnosi per gli scattanti Kalou, Sturridge e un Torres in giornata di grazia. I tifosi, in compenso, vincono la partita contro i seppur ottimi sostenitori locali: un canto continuo, rumoroso, gioioso, dedicato a chi pensa che la Premier e in generale il calcio inglese sia uno spettacolo riservato a spettatori teatrali muti e noiosi. Segniamo dunque +3 al punteggio del paragrafo precedente.

Le esplosioni ai goal del 1-3 e del 2-4, favolose nella loro inutilità, anche unite ai gesti di scherno rivolti ai tifosi Chelsea divertiti dal tutto, concludono una partita più equilibrata di quanto possa dire il risultato finale, nonostante la superiorità dei londinesi sia stata chiara durante i 90 minuti di gioco. I giocatori del Leicester vanno ad applaudire i loro tifosi, festanti nonostante la sconfitta, mentre i cori che si alzano dagli spalti fanno chiaramente capire che il Chelsea andrà a Wem-ber-lee. Una festa che coinvolge tutti, con gli sconfitti che non sradicano seggiolini e li tirano in campo, non danno fuoco a nulla, non mandano a cag… i loro giocatori. Segniamo +4.

A questo punto il tifoso italiano si domanderà: chissà quanto li han tenuti dentro allo stadio prima di farli uscire, come avviene da noi. Sbagliato: i tifosi ospiti escono subito, insieme a quelli di casa. E nelle vie del deflusso, tra poliziotti a cavallo di cavalli incredibilmente tranquilli, gli sfottò continuano, a pochi centimetri e col sorriso sulle labbra, e senza coltelli in tasca. “Chelsea, Chelsea!” cantano i tifosi di casa, a cui i tifosi Foxes rispondono con “Leicester, Leicester!” e così via, senza risse, senza che i tifosi ospiti debbano nascondere la sciarpa sotto la giacca per paura di essere aggrediti. Segniamo +5.

La maggior parte dei tifosi del Leicester si dirige verso la stazione del tube di Fulham Broadway sulla District Line, per raggiungere la stazione di Euston – con cambio a Embankment. E qui inizia lo spettacolo vero. Una marea di tifosi inizia a cantare, a fare baccano battendo sui vetri della metropolitana, a prendere in giro i tifosi Chelsea. Qualche chicca: il coro anti-Nottingham (“oh Nottingham is full of sh…”), il coro “abbiamo perso 5-2 ma ancora cantiamo”, la presa per i fondelli ai tifosi del Chelsea accusati di essere non-londinesi (“i tifosi del Chelsea che arrivano da Manchester possono cambiare qui a Victoria per il treno”, udito sul treno alla fermata, appunto, di Victoria). Unici. Rimango colpito da una ragazzina, maglietta (a maniche corte! che freddo) del Leicester, sciarpa al collo, seduta sulle gambe della mamma e col papà vicino. Vogliamo segnare +6? Segniamo, dai.

Intere famiglie, ragazzine, ragazzi, signori anziani, tutti lì a seguire il loro local team. E a darci una lezione di tifo, fatto di sfottò e cori, ma senza che questo significhi danni agli altri; senza accoltellamenti, tessere del tifoso e gabbie. Il modello inglese, preso come esempio qui da molti, non è attuabile nella sua interezza perchè manca un aspetto essenziale: la cultura sportiva. Ringrazierò sempre John, Richard etc. nomi inventati di gente che avrei voluto conoscere e che mi hanno davvero insegnato in un pomeriggio londinese il concetto di tifo vero, quello che ti fa fare 100 km per andare a vedere la tua squadra a Stamford Bridge, sapendo già che al 90% perderà, tornando a casa cantando e col sorriso sulle labbra. Io non segno più il punteggio, perchè ormai è chiaro, hanno vinto loro.