Viaggio nella Bristol del calcio: introduzione

Dopo Sheffield, Nottingham e Stoke-on-Trent il nostro viaggio tra le città con due squadre professionistiche prosegue in quel di Bristol.

Innanzitutto localizziamo la città: appena sotto il Galles, Sud-Ovest dell’Inghilterra, sul fiume Avon, e con una piccola parte che tocca l’estuario del Severn. Bristol non è solo una città, ma anche una contea e un’unitary authority. Conta circa 400.000 abitanti, che raggiungono il milione se si tiene conto dell’area urbana, da sempre una delle più popolose dell’intera Inghilterra: oggi Bristol è la sesta città inglese come popolazione, ma per secoli è stata una delle prime tre, prima che la rivoluzione industriale attraesse masse enormi di persone verso Liverpool, Manchester e Birmingham. Per secoli, l’economia della città è ruotata intorno al porto, felicemente famoso per essere punto di partenza e approdo delle merci dirette verso le colonie del British Empire, tristemente famoso perchè tra tali “merci” comparivano anche gli schiavi, da mandare nelle piantagioni caraibiche. Il porto determinò anche la nascita di una forte attività di contrattazione delle merci, che storicamente aveva sede in Corn Street (“The Exchange”). Con l’esplosione demografica del nord, sede tra l’altro delle principali industrie, il porto di Bristol dovette cedere il passo a quello di Liverpool, andando incontro a una fase di declino, a cui contribuirono anche l’abolizione della tratta degli schiavi e la guerra navale contro la Francia napoleonica.

Oggi Bristol, oltre al porto, possiede anche un centro di industria aerospaziale tra i principali del Regno Unito: Rolls Royce (divisione aeronautica), Airbus, etc., oltre a essere specializzata nella produzione e nella lavorazione della carta e del cartone; il perno culturale è invece rappresentato dalla University of West of England (una sorta di politecnico) e dalla University of Bristol. Anche a Bristol viene parlato un dialetto, il “Bristolian” o “Bristle” (Brizzle), tra le cui caratteristiche vi è la pronuncia della “r” dopo una vocale (“car”, “war” etc.) e la “Bristol L”, ovvero la tendenza a far terminare con una “l” (anche se alcuni sostengono sia una “w”) le parole che terminano con “a” o “o”, come ad esempio “area” che diventa “areal” o “areaw” nella pronuncia locale. Per quanto riguarda i trasporti invece, Bristol è attraversata da due autostrade (la M4 che collega Londra col Galles e la M5 che collega Birmingham a Exeter), è servita da due stazioni ferroviarie principali (Bristol Parkway e Bristol Temple Meads) e da un aeroporto internazionale. A differenza di altre città inglesi invece il trasporto ferroviario locale (ivi inclusi i servizi di light rail o tram) non è sviluppato adeguatamente, rendendo preferibili altri mezzi per i brevi spostamenti.

Clifton Suspension Bridge, sul fiume Avon

Tutto questo per arrivare allo sport, che è ciò che ci interessa. Prima di affrontare il tema calcio, ricordiamo che a Bristol hanno sede un club di rugby union, il Bristol Rugby, uno di rugby league, i Bristol Sonics e una squadra di cricket, il Gloucestershire County Cricket Club che gioca le sue partite al County Cricket Ground. Arriviamo ora al calcio. Oltre a numerose squadre non-league come accade in altre città, Bristol è sede di due squadre di Football League: il Bristol Rovers e il Bristol City (in rigoroso ordine di nascita), che curiosamente hanno portato in città la bellezza di…zero trofei importanti. Maggiori fortune ha avuto storicamente – ed ha tutt’ora – il City, che disputa la seconda serie inglese, mentre il Rovers è relegato in League Two. Le due squadre non si incontrano dal 2007 (Football League Trophy, semifinale di ritorno, 1-0 Rovers nell’occasione dopo lo 0-0 dell’andata) in quello che è conosciuto come il Bristol derby, e che vede su 105 incontri 43 vittorie del Bristol City, 33 pareggi e 29 vittorie del Bristol Rovers. Il Bristol City gioca le sue partite interne ad Ashton Gate, situato nella zona sud-ovest della città, mentre il Bristol Rovers disputa gli incontri casalinghi al Memorial Ground, nella zona nord di Bristol.

E proprio dal Memorial Ground comincerà la nostra due giorni virtuale in quel di Bristol.

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Viaggio nella Stoke-on-Trent del calcio: parte seconda, Stoke City

Stoke City Football Club
Anno di fondazione: 1863
Nickname: the Potters
Stadio: Britannia Stadium, Stoke-on-Trent ST4
Capacità: 28.383

Concludiamo il viaggio a Stoke-on-Trent con la storia dello Stoke City, la seconda squadra professionistica più antica dopo il già analizzato Notts County. A dire la verità, le notizie sulla data di fondazione del club sono un po’ incerte: la prima partita documentata giocata dagli Stoke Ramblers (primo nome del club) è datata Ottobre 1868, per cui ci si basa solo su supposizioni circa un’effettiva fondazione nel 1863. Comunque, quel che pare certo che è il club vide la luce per mano di ex alunni della Charterhouse School che si trovavano in quel di Stoke per fare apprendistato presso la North Staffordshire Railway Company. Come detto, 1868 è la data del primo match registrato negli annali: si giocava al Victoria Cricket Ground, 15 contro 15 secondo le confuse e locali regole di allora; in quell’anno i Ramblers giocarono altre partite, e la prima vittoria della loro storia avvenne contro i vicini di casa del Newcastle-under-Lyme (2-0). Gli albori del calcio non prevedevano ancora strutture organizzate, che si formarono nel tempo: le squadre nascevano come funghi e giocavano tra di loro in partite amichevoli. La prima competizione agonistica a cui lo Stoke prese parte fu la County Cup, organizzata dalla Staffordshire Football Association nel 1877, anno in cui l’associazione venne creata, competizione che i Ramblers vinsero. Nel frattempo, il club aveva traslocato a Sweetings Fields, terreno non distante dal Victoria Cricket Ground.

L’anno successivo i Ramblers si fusero con lo Stoke Victoria Athletic Club (dando vita allo Stoke Football Club), trasferendosi così dopo un solo anno nell’Athletic Ground, casa di quest’ultimi, impianto che diventerà noto come Victoria Ground e che ospiterà i Potters per 119 anni (fino al 1997, quando venne costruito il Britannia Stadium). Altre competizioni locali, intanto, prendevano vita, oltre alla FA Cup che in vita lo era già da qualche anno ma a cui lo Stoke prese parte per la prima volta solo nel 1882/83. Poi, nel 1888, la svolta: dodici club si riunirono in quel di Londra (e curiosamente erano tutti club del nord) e diedero vita alla Football League: il calcio inglese non sarebbe stato più lo stesso, e lo Stoke faceva parte dei magnifici dodici. Con poca fortuna. Due stagioni pessime e, nel 1890, l’esclusione dalla lega, rimpiazzati dal Sunderland: lo Stoke dovette ripiegare sulla Football Alliance, che vinse al primo tentativo. Quando nel 1892 la Football League venne ampliata, fu l’occasione per lo Stoke di rientrarne a farne parte: per tutto il decennio non ne uscì più, raggiungendo anche, nel 1899, la semifinale di FA Cup. Come spesso successo nel corso delle storie raccontate fin qui, un momento promettente si rivelerà presto l’inizio della discesa verso il basso; nel caso dello Stoke, molto, molto basso.

Il secolo si aprì con problemi finanziari che, nel giro di pochi anni, portarono il club a rinunciare al suo status di league-club nel 1908: una vicenda sinistramente simile a quella del Port Vale. Anzi no, esattamente uguale, perchè lo Stoke abbandonò la Football League, venne disciolto e fu, di fatto, sull’orlo di sparire, come i cugini. E come i cugini, venne riportato in vita, in questo caso non tramite un’altra squadra ma per mano di alcuni imprenditori locali, tifosi e non ultimo il clero, visto che il Victoria Ground era di proprietà della Church of England, la Chiesa anglicana con a capo il sovrano e l’arcivescovo di Canterbury a farne le veci. Il rinato club, chiamato sempre Stoke F.C., fece immediatamente domanda per il rientro in Football League, domanda respinta prevedibilmente visti i precedenti (il postò vacante andò al Tottenham Hotspur): a questo punto, invece che optare per giocare in una sola lega, la squadra venne sdoppiata. Ebbene sì, sdoppiata: il club si trovò a far parte contemporaneamente della Southern League e della Birmingham & District League. Tale situazione di sdoppiamento durò fino al 1915, quando la nuova domanda di ingresso in Football League venne accolta, e lo scoppio del primo conflitto mondiale interruppe le competizioni sportive.

Il Victoria Ground

Alla ripresa delle competizioni (1919) lo Stoke divenne proprietario del proprio impianto, mentre sul campo gli anni ’20 videro la squadra fare la spola tra Second, First e Third Division North. Ma soprattutto, nel 1925 come abbiamo visto nel post d’apertura Stoke-on-Trent ricevette lo status di città, il che portò il club a celebrare l’avvenimento cambiando il proprio nome in Stoke City Football Club, nome che non verrà più modificato. Torniamo al campo, perchè l’inizio degli anni ’30 coincise con il debutto in prima squadra di un giovane, cresciuto ad Hanley, di nome Stanley Matthews: legherà per sempre il suo nome a quello dei Potters, anche se ironia della sorte il suo unico trofeo lo vincerà con il Blackpool (FA Cup). Matthews (15 partite nel 1933, a 17 anni) non era il solo local boy della squadra: accanto a lui vi erano anche Tommy Sale e Freddie Steele, che da manager si toglierà soddisfazioni con il Port Vale. Fattostà che la squadra ottenne la promozione in First Division, Matthews verrà convocato nella Nazionale inglese e le medie spettatori, precedentemente intorno agli 11.000 a partita, si raddoppiarono toccando circa le 23.000 presenze a match, col picco di 51.000 presenze per un match contro l’Arsenal sul finire degli anni ’30. Lo Stoke aveva consolidato la sua posizione nella massima serie, tuttavia la voce che Matthews (ormai diventato un calciatore di fama internazionale) volesse lasciare la sua città per vincere qualche trofeo si facevano insistenti: per rendere l’idea di quanto fosse per i Potters, 3.000 persone si riunirono a Kings Hall per fargli cambiare idea. Cosa che fece, anche se sopraggiunse la guerra a interrompere i sogni suoi e quelli dei tifosi.

Lo Stoke City, nel 1946/47, la prima stagione dopo la guerra, arrivò ad un passo dal primo trofeo della propria storia: ai Potters serviva una vittoria sul campo dello Sheffield United per vincere il titolo di campioni d’Inghilterra. Nel frattempo, Matthews aveva salutato la compagnia direzione Blackpool. A Bramall Lane si presentarono in 10.000 da Stoke-on-Trent per sostenere i ragazzi del manager scozzese McGrory; goal del vantaggio dello Stoke, poi 1-2 dei Blades, e titolo al Liverpool. Un treno che non ripassò mai più in queste dimensioni (una partita dal sogno), e che comunque ripasserà sottoforma di aspirazione al titolo solo dopo anni. Dopo un quindicesimo e un undicesimo posto, nel 1952/53 lo Stoke City tornò mestamente in Second Division, con le dimissioni di McGrory dopo 17 anni passati al Victoria Ground. Dopo un breve intermezzo di Frank Taylor, le redini del club vennero prese da Tony Waddington, il quale piazzò un discreto colpo nel 1961, convincendo il 46enne Stanley Matthews a tornare nel suo club d’origine. Nonostante le primavere, Matthews fu decisivo nella promozione ottenuta dai Potters al termine della stagione 1962/63, della stabilizzazione in First Division e della finale di League Cup del 1964, persa tuttavia contro il Leicester City.

Lo Stoke City vincitore della Coppa di Lega 1972

Stanley Matthews si ritirò nel 1965, dopo aver compiuto i 50 anni d’età e entrando in quel ristretto circolo di persone che possono fregiarsi del titolo di miti. Lo Stoke City, però, perso il suo uomo simbolo non perse lo stato ormai raggiunto di First Division team: nel 1967 Waddington piazzò un colpo sul mercato di primo livello, prelevando dal Leicester quel Gordon Banks fresco vincitore del titolo di campione del Mondo con l’Inghilterra e ritenuto uno dei migliori portieri al Mondo. Banks farà parte, prima di ritirarsi a causa di un brutto incidente in cui perse un occhio, della squadra che nel 1972 vinse il primo e ultimo trofeo importante nella storia del club: la Coppa di Lega, vinta per 2-1 ai danni del Chelsea di Osgood e Sexton. In quegli stessi anni, lo Stoke raggiunse per ben due volte la semifinale di FA Cup, perdendo però in entrambe le occasioni contro l’Arsenal al replay. La vittoria in coppa diede nuova linfa alle ambizioni di Waddington: sull’asse Leicester-Stoke arrivò un altro grande portiere, Peter Shilton, mentre dal Chelsea arrivò Alan Hudson e dallo Sheffield United Geoff Salmons. La squadra, che nel frattempo esordì in Europa (1972/73, UEFA, eliminazione per mano del Kaiserlautern), sfiorò nuovamente il titolo nel 1974/75, sebbene non come una trentina d’anni prima quando la corona sfuggì all’ultima partita: fu comunque un quinto posto finale a quattro punti dal Derby County campione. Quinto posto che lo Stoke aveva raggiunto già nella stagione precedente, permettendo alla squadra una nuova partecipazione in UEFA, ancora una volta eliminata però al primo turno, nell’occasione dagli olandesi dell’Ajax.

Gennaio 1976, una tempesta scoperchiò letteralmente una delle tribune del Victoria Ground. I costi di riparazione del danno portarono alla cessione di numerosi giocatori (tra cui Hudson) per evitare il collasso finanziario, ma sul campo il tutto si tramutò nella retrocessione, che coincise con le dimissioni di Waddington, esattamente come accaduto con McGrory e come in quel caso dopo 17 anni in carica. Due stagioni in Second Division, poi l’arrivo di Alan Durban dal Shrewsbury Town, il quale condusse lo Stoke City nuovamente nella massima serie, in tempo per venire immortalato in Febbre a 90′ nel capitolo “Pagliacci” per via di una sua massima (“se volete divertirvi, andate a vedere i pagliacci”). Durban lasciò a sua volta nel 1981, direzione Sunderland. Richie Barker, Bill Asprey, e si giunse all’Holocaust Season, termine alquanto sinistro con cui i tifosi descrivono la stagione 1984/85, conclusa all’ultimo posto con 17 punti, minimo storico fino al Sunderland versione 2005/06. Ci vorranno vent’anni prima che il club si riprenda la massima serie, anche perchè, nell’immediato, la preoccupazione diventò quella di non precipitare in terza serie, cosa che avvenne puntualmente però al termine della stagione 1989/90. Gli anni nell’allora Third Division produssero la vittoria di un Football League Trophy, che non sarà il massimo ma sempre un trofeo in bacheca è, prima del ritorno in seconda serie (ribattezzata First Division causa nascita della Premier League) nel 1992/93, sotto la guida di Lou Macari, il quale però lasciò direzione Glasgow, sponda cattolica e biancoverde.

La statua dedicata a Sir Stanley Matthews davanti al Britannia Stadium

Il massimo prodotto dalla squadra in questa parentesi in seconda serie fu il quarto posto del 1995/96, con relativa sconfitta in semifinale playoff contro il Leicester City; parentesi che venne chiusa con la retrocessione in Second Division nel 1997/98, la stagione in cui venne inaugurato il Britannia Stadium, impianto da 28.000 posti a sedere che andò a sostituire il vecchio Victoria Ground. Tre apparizioni ai playoff, un’altra vittoria in Football League Trophy, il tutto dopo il passaggio di proprietà al consorzio islandese Stoke Holding, che nominò manager Gudjon Thordarson, la cui nazionalità ci sembra inutile specificare. A differenza di tanti casi in cui un allenatore fortemente imposto dalla proprietà si rivela un fiasco clamoroso, Thordarson entrò nel cuore dei tifosi Stoke, ma per curiosi giochi del destino venne sollevato dall’incarico dopo aver ottenuto l’obbiettivo della promozione e non prima. Alla prima stagione nuovamente in seconda serie (che cambierà ancora nome in the Championship), manager venne così nominato Steve Cotterill, il cui regno durò 4 miseri mesi; il candidato alla successione venne trovato in George Burley, il quale però declinò l’offerta all’utimo istante costringendo il club a virare su un altro nome: Tony Pulis. Pulis, è storia recente, riporterà lo Stoke City nella massima serie al termine della stagione 2007/08, oltre a far riassaporare al club il clima dell’Europa e, per la prima volta, la maglia della finale di FA Cup.

Concludiamo come sempre con la storia dei colori sociali e degli stemmi. La prima divisa utlizzata fu a strisce orrizzontali rosso-blu, seguita da una divisa, dal medesimo disegno, ma di colore azzurro-nero. Dal 1883 al 1891 vennero adottati, per la prima volta, il bianco e rosso a strisce verticali, salvo abbandonarli nel 1891/92 per un completo black&gold, seguito da uno rosso blu – a strisce verticali questa volta, e da una divisa bianca con pantaloncini blu, per poi tornare al rosso-blu nel 1894 e fino al 1897. Dal 1897 al 1908 lo Stoke giocò con la maglia amaranto e i pantaloncini bianchi, salvo, nel 1903/04, adottare la maglia bianca con pantaloncini neri. Quando, come abbiamo visto, il club si “sdoppiò” tra Southern League e Birmingham & District League, per la prima venne riproposto il rosso-blu a strisce verticali, mentre per la seconda si decise di utlizzare il bianco-rosso sempre a strisce verticali che, con la riammissione del club in Football League e la ripresa delle competizioni nel 1919, divenne il colore primario. Per quanto riguarda i simboli, dal 1953 venne utilizzata una riproposizione adattata del coat of arms della città, per poi nel 1977 sostituirla con uno stemma che riprendeva, stile Port Vale, il nodo Staffordshire e il vaso; nel 1992 venne invece utlizzato pari pari il simbolo della città di Stoke-on-Trent (con l’aggiunta della scritta “Stoke City FC” in alto) fino al 2001 quando venne disegnato l’attuale logo sociale. Come nel caso del Vale Park, anche il Britannia Stadium è piuttosto lontano dalla stazione (30 minuti a piedi circa), per cui l’altenativa alla camminata e al taxi sono i bus navetta che vengono organizzati nei giorni delle partite.

Stanley Matthews regala un pallone a uno spettatore durante il match celebrativo del suo addio al calcio

Salutiamo Stoke-on-Trent e ci dirigiamo a sud, direzione Bristol.

Trofei

  • League Cup: 1972
  • Football League Trophy: 1991/1992, 1999/2000

Records

  • Maggior numero di spettatori: 51.130 v Arsenal (First Division, 29 Marzo 1937)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Eric Skeels, 507
  • Maggior numero di goal in campionato: Freddie Steele, 140

Viaggio nella Stoke-on-Trent del calcio: parte prima, Port Vale

Port Vale Football Club
Anno di fondazione: 1876
Nickname: the Valiants
Stadio: Vale Park, Burslem, Stoke-on-Trent ST6
Capacità: 18.947

Il Port Vale, squadra sconosciuta al grande e molto spesso superficiale pubblico, apre il nostro viaggio a Stoke-on-Trent. Due dubbi riguardano le origini del club: la data esatta di fondazione e il nome. Partiamo dalla prima, che il club fa risalire al 1876 ma che, molto più probabilmente, si attesta tre anni più tardi, quando un gruppo di persone abbandonò il Porthill Victoria Football Club (a quanto pare per la scomodità dovuta all’ubicazione collinare del club) e fondò il Port Vale. Questa almeno è la ricostruzione di Jeff Kent, che non è l’ex seconda base dei San Francisco Giants ma un autore e storico originario di Stoke-on-Trent e con il Vale nel cuore, Vale a cui ha dedicato il libro “The Valiants Years”, lo stesso libro che ci aiuta a far chiarezza sulle origini del nome, o almeno a fornirci un’opzione in più come vedremo a brevissimo. A supporto della tesi del 1879 come anno di nascita del club ci sono le parole del proprietario Robert Audley, che nel 1907 parlava del Port Vale come di un’organizzazione con una storia di 28 anni. Il club tuttavia ha sempre utilizzato il 1876 come data ufficiale di fondazione, e il dibattito rimane tuttora aperto. Altro dibattito riguarda invece il nome. Secondo Kent, Port Vale era il nome di una banchina lungo un canale (i canali erano le autostrade della rivoluzione industriale, e nello specifico erano al servizio dell’industria ceramica di Stoke), secondo altri il nome deriverebbe dal Port Vale House, costruzione situata in Limekiln Road e in cui durante una riunione si sarebbero gettate le basi del club. Sia quel che sia, Port Vale era un nome diffuso nell’area (alcuni documenti sembrano dar ragione a Kent).

Notare la tribuna non ancora completata

Fondatore E.Hood, il quale nel 1879 giocava ancora nel Porthill Victoria, altro indizio a riprova della tesi di Kent, il club giocò la sua prima stagione proprio in Limekiln Road (Longport), per poi trasferirsi nel 1880 a Westport Meadows. Il Port Vale scalò rapidamente le gerarchie locali fino a diventare il club più importante della zona; venne fondata una squadra riserve e, il 6 Settembre 1882, aderì alla Staffordshire Football Association. Nel 1884 avvenne il trasferimento a Burslem, sede ancora oggi del club, con relativo cambio di nome in Burslem Port Vale; prima Moorland Road, poi l’Athletic Ground furono gli impianti utlizzati dai Valiants, i quali, nel primo match disputato in quel di Burslem, umiliarono l’Everton 6-0. Insieme allo Stoke City, il Port Vale emerse proprio in quegli anni come potenza calcistica locale, il che però non bastò per rientrare tra i 12 membri fondatori della Football League (lo Stoke City invece ne fece parte), costringendo a optare per la Second Combination, lega che rimase in vita un solo anno, e in seguito a fondare la Midland Football League (1890), di cui fecero parte per due stagioni. Nel 1892 infatti il Port Vale fu tra i membri fondatori della nuova Second Division della Football League. Una storia poco felice: tre stagioni sempre all’estremo sbagliato della classifica (e uno 0-10 contro lo Sheffield United, tuttoggi record) portarono il club a vedersi respinta la ri-elezione nel 1895. Si tornava in Midland Football League.

Quando nel 1898 la Football League si espanse, il Port Vale venne tuttavia riaccolto: l’elezione fu dovuta in larga misura al successo ottenuto in FA Cup contro lo Sheffield United, vincitore del campionato in quell’anno. Ma fu nuovamente un cammino difficile e destinato a finire: il club non riusciva a rientrare nei costi di gestione, ogni anno si vedeva costretto a cedere i pezzi pregiati (ci verrebbe da dire top-player, così, solo per il gusto di prendere per i fondelli coloro che abusano di questo termine) e a tagliare qualsiasi spesa ritenuta inutile. La situazione, com è ovvio che sia, arrivò al punto di non ritorno: 1907, il club, ancora noto come Burslem Port Vale, rinunciò al suo status di league-club, in pratica rassegnò le dimissioni dalla Football League. Invani furono i tentativi dei sostenitori di salvare la squadra, che si avviava verso la sparizione, cosa che in effetti avvenne ufficialmente nel 1909 anche se era ormai ufficiosa da due anni. A questo punto però avvenne un colpo di scena che riportò il Port Vale in vita. Il Cobridge Church venne ammesso alla North Staffordshire Federation League (1907), campionato piccolissimo, il che potrebbe far esclamare a qualcuno un “chissenefrega” se non fosse che i due segretari del club, Millward e Brundrett, forse in preda ai postumi di una sbronza o forse due autentici visionari avevano piani ambiziosissimi. Chiesero e ottennero dalla F.A. il permesso di ribattezzare la squadra Port Vale e di trasferire armi e bagagli all’Athletic Ground. Il Vale si trovò così a giocare contro squadre semisconosciute, ma cosa importante, tornò alla luce.

Il Port Vale vincitore del Football League Trophy (1993)

Ottenne la partecipazione alla North Staffordshire & District League, un piccolo passo in avanti, competizione che vinse nel 1909/10 ottenendo la partecipazione alla Central League. Tornarono a vestire la maglia del Vale (del cui colore parleremo alla fine) ex giocatori, come la star Adrian Copes, Bert Eardley e Harry Croxton. Nel 1912, causa nuovi problemi finanziari, il club abbandonò Burslem per l’Old Recreation Ground di Hanley, dove registrò medie spettatori superiori ai 10.000; l’avvicinamento allo Stoke City non fu solo geografico: nel 1914 il Port Vale rinunciò alla candidatura per la rielezione in Football League per non ostacolare proprio il City, un favore di cui a distanza di anni i Potters non si sono ancora sdebitati. La guerra interruppe la fin qui non brillante, ma sicuramente travagliata, storia del club. Alla ripresa delle competizioni, nel 1919, il Port Vale si vide respinto l’ingresso in Football League, salvo a sorpresa entrarne a farne parte nell’Ottobre di quell’anno quando per irregolarità finanziarie il Leeds City ne venne estromesso: il Vale ereditò posto e calendario della squadra dello Yorkshire. Fu in questi anni che nacque il nickname “Valiants” e che la maglia fu cambiata in bianco con pantaloncini neri (soluzione che durerà poco e che ricomparirà solo nel pre-Seconda Guerra Mondiale come vedremo); quel che non cambiò fu il continuo pessimo stato finanziario, che nel 1926 fece paventare l’ipotesi di una fusione con lo Stoke City (ricordiamo che nel frattempo, 1925, Stoke era diventata una città). Nello specifico, la dirigenza Vale pensò che, data la poco felice storia passata, una fusione sarebbe stata la soluzione ai problemi finanziari; i tifosi ovviamente si opposero, mentre sul campo lo Stoke City retrocedette in Third Division, mentre il Port Vale restò in Second Division. Nonostante la retrocessione i tifosi dei Potters dissero “no” a loro volta, la fusione saltò definitivamente e i dirigenti del Vale favorevoli alla soluzione rassegnarono le dimissioni.

Gli anni ’20 si chiusero con la retrocessione in Third Division North, a cui fece seguito però una brillante campagna che culminò con la vittoria del campionato e il ritorno in Second Division, dove i Valiants chiusero al quinto posto (1930/31), il massimo di sempre. La nuova retrocessione del 1935/36 fu la punta dell’iceberg delle turbolenze che animavano il club: le ormai tradizionali difficoltà finanziarie (e ricordiamo che oggi il club è in amministrazione controllata, tanto per non smentirsi) si accompagnavano, anzi forse ne erano proprio il motivo, alle ipotesi di un cambio di nome, tra cui un “bellissimo” Stoke North End che fu bocciato senza pietà (deo gratia) dalla tifoseria. Gli anni ’30 finirono così, con l’invasione nazista della Polonia e il Port Vale nei bassifondi della Third Division (South, nel frattempo erano stati trasferiti). Il periodo bellico fu però quello dove il club gettò le basi per un nuovo rilancio. Stoke venne considerata città sicura (per quanto il termine sicuro possa essere associato a una guerra) e il calcio proseguì a livello locale, con la piccola disavventura che il club si ritrovò…senza casa. L’Old Recreation Ground era infatti stato ceduto nel frattempo al comune per risanare i debiti, e il comune stesso si rifiutò di cederlo in affitto ai Valiants; una situazione che si sbloccò col tempo e che portò a un contratto d’affitto fino al 1950. Perchè 1950? Perchè nel frattempo, e questa fu la base del rilancio, il club aveva acquistato una porzione di terreno a Burslem, terreno su cui sarebbe sorto il nuovo impianto, pronto proprio per la stagione 1950.

A questo punto apriamo una parentesi dedicata a quello stadio, che ovviamente era ed è il Vale Park. Forse non tutti sanno che il Vale Park, nelle previsioni dei membri del club, avrebbe dovuto essere “The Wembley of the North“: 80.000 posti e un progetto che sembra ridicolo (e soprattutto inutile) a noi 60 anni dopo, figuriamoci allora, quando erano già consci di cosa fosse il Port Vale. Qui rientrerebbero in gioco i postumi della sbronza citati prima e le ambizioni un filino troppo esagerate. Ovviamente il piano fallì, e il Vale Park aprì con una capacità di 40.000 spettatori (360 a sedere, ma erano gli anni dei posti in piedi e delle folle oceaniche, seduti ci stavano solo i signorotti), numeri peraltro raggiunti dal club, che oggi registra medie di 5.000 spettatori a partita. Ma soprattutto, il Vale Park è il Port Vale, ne è la casa perfetta. I problemi del terreno (argilla sotto il manto erboso invece che sabbia lo rendono particolarmente vulnerabile), i progetti ambiziosi finiti in miseria, i problemi finanziari che ancora oggi fan sì che una tribuna sia finita solo a metà! (la Lorne Street Stand), e al tempo stesso la graziosa bellezza sono ciò che meglio può rappresentare il Port Vale, squadra simpatica e affascinante ma terribilmente problematica. Chiudiamo la parentesi e torniamo alla storia del club.

Il 1953/54 fu un’annata gloriosa. La promozione in Second Division grazie alla “cortina di ferro” (organizzata dal manager Freddie Steele, che suona quasi come acciaio, i casi della vita), una difesa impenetrabile che già nella stagione precedente aveva portato il Vale a sfiorare la promozione e che in quella menzionata concesse 21 goal in 46 partite, un record della Football League che rimane tuttora ineguagliato, di cui solo 5 al Vale Park, e la semifinale di FA Cup persa al Villa Park contro il West Bromwich, con peraltro un goal annullato in modo se non altro dubbio, furono i due picchi di quella irripetibile annata. Irripetibile alla lunga, ma anche nel breve periodo, perchè arrivarono due retrocessioni: nel 1956/57 in Third Division, nel 1957/58 nella neonata Fourth Division, di cui il Port Vale fu però il primo campione nel 1958/59. Il saliscendi tra Fourth e Third Division fu il tratto distintivo degli anni ’60 e ’70. Gli anni ’60 sono interessanti però perchè videro giungere al club nelle vesti dapprima di general manager e in seguito anche di allenatore Stanley Matthews, una leggenda dello Stoke City ma più in generale il Calciatore con la C maiuscola in Inghilterra. Proprio nella sua stagione da allenatore, Matthews dovette affrontare l’inchiesta della FA su pagamenti irregolari effettuati dal club verso giovani calciatori, che in teoria erano amatori ma in realtà ricevevano stipendi e premi da professionisti: la commissione designata decise per l’espulsione del Port Vale dalla Football League, e solo il buon nome di Matthews, che ci mise letteralmente la faccia, riuscì a salvare il club (39 club votarono contro l’espulsione, 9 a favore). Il leggendario Stanley si defilò, rimanendo però al Vale Park in qualità di allenatore delle giovanili.

La squadra 1953/54, tra cui la leggenda Roy Spronson (foto Spronsonfund.com)

Nel frattempo, è inutile che ve lo diciamo, problemi finanziari aleggiavano sul club. La bizzarra idea di installare un tracciato da corsa al Vale Park fu respinta nuovamente dai tifosi, a questo punto senza ombra di dubbio la componente più saggia del mondo Valiants, a parte i primi episodi di hooliganesimo che comparvero anche a Burslem (mattoni tirati contro la squadra del Chester City, per esempio). Sul campo saltiamo, ci perdonerete, direttamente alla stagione 1983/84, che culminò con la retrocessione in Fourth ma che vide prendere le redini della squadra a John Rudge, il manager per eccellenza dalle parti del Vale Park. In poche stagioni riportò il Port Vale in Second Division dopo una più che ventennale assenza, e nel 1989/90, con la retrocessione dello Stoke City, i Valiants per la seconda volta nella storia furono a tutti gli effetti la prima squadra di Stoke-on-Trent. L’inizio degli anni ’90 coincise con la retrocessione in Third Division, in cui però il Vale rimase per solo due stagioni per far ritorno in Second Division, che diventerà First con la creazione della Premier League. Il Port Vale si stabilizzò in seconda serie, con alcune magnifiche prestazioni in coppa (ricevettero il premio FA Giantkillers per la stagione 1995/96 di FA Cup) e con l’ottavo posto in campionato nel 1996/97, la seconda migliore prestazione di sempre dopo il quinto posto del 1931. Rudge fu tuttavia licenziato nel 1999.

Il 2000/01 vide il Port Vale mettere in bacheca per la seconda volta il Football League Trophy (la prima volta, nel 1993, con Rudge alla guida, 2-1 allo Stockport County), competizione riservata ai club di terza e quarta serie, in cui il Vale era tornato nel 1999/2000 (Brian Horton aveva nel frattempo rimpiazzato Rudge), con una vittoria nuovamente per 2-1 contro il Brentford a Wembley. Qualche anno di terza serie e poi, nel 2007/08, la retrocessione, dopo anni, al quarto livello della piramide, dove i Valiants si trovano tuttora. Come detto il club è attualmente in amministrazione controllata, dopo che nel 2003 un gruppo di tifosi riuniti nel consorzio Valiant 2001 aveva preso il controllo della squadra. La pericolante situazione finanziaria è il tratto distintivo del Port Vale come abbiamo visto, ma è forse auspicabile che rimanga un ricordo del passato. Passato (recente) nel quale anche Robbie Williams ha contribuito finanziariamente (“Although I can’t be at the Vale often, my investment is just to say that my heart is still there and I’m a huge supporter. I’m really excited about what we may be able to do with the club in the future”), anche se recentemente si è rifiutato di reinvestire nel club nonostante gli accorati appelli dei tifosi. Il legame della star al Port Vale è comunque fuori discussione: in cambio dell’uso di una sua canzone per FIFA2000, ad esempio, Robbie chiese e ottenne l’inserimento nel gioco del Port Vale.

1988, FA Cup: Port Vale 2-1 Tottenham Hotspur. Partita leggendaria per i Valiants

Rimane in sospeso una sola questione: i colori sociali. Brevemente. 1892-1896: rosso con pantaloni neri. 1896/97: black & gold; 1898-1902: a strisce bianco-rosse stile Stoke City, con pantaloncini blu; dal 1901 al 1920 invece claret & blue, sebbene con motivi diversi, dalle strisce verticali alle “V” stile Bordeaux. Poi dal 1920 al 1923 la maglia bianca associata ai pantaloncini neri, dal 1923 al 1936 maglia rossa e pantaloni bianchi, poi il ritorno del bianco nero fino al 1958, quando si aprì una parentesi (fino al 1963) con nuovamente il black & gold come colore primario. Dal 1963 ad oggi, infine, il bianco-nero è tornato a farla da padrone, con alcuni inserimenti in oro che ricordano i vecchi colori. Lo stemma, invece. L’attuale è uno scudo con i due quarti blu, colore di Josiah Wedgewood, famoso ceramista di Burslem, vuoti, e i due quarti bianchi con il nodo Staffordshire e il vaso simbolo dell’industria cittadina; una fascia riporta la scritta Port Vale e il 1876. In precedenza vennero utilizzati altri stemmi: il simbolo di Burslem, sostituito poi dal nodo Staffordshire, in seguito rimpiazzato da una rielaborazione del simbolo di Burslem integrato da altri elementi cittadini. Fu poi la volta del cavaliere e di uno scudo, da cui l’attuale stemma ha avuto origine.

Il programma della semifinale di FA Cup contro il WBA

Raggiungerei il Vale Park non è comodissimo. La soluzione migliore è il taxi dalla stazione di Stoke-on-Trent, visto che le linee autobus non servono benissimo la tratta. L’esperienza è comunque consigliata, se non altro per conoscere uno dei club meno conosciuti tra quelli che han sede in una città con un altro club, visto che lo Stoke City, soprattutto attualmente, catalizza tutte le attenzioni. Stoke City che andremo a trovare nella prossima puntata.

Trofei

  • Football League Trophy: 1992/1993, 2000/2001

Record

  • Maggior numero spettatori: 46.768 v Aston Villa (FA Cup, 20 Febbraio 1960)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Roy Spronson, 761
  • Maggior numero di goal segnati in campionato: Wilf Kirkham, 154

 

Viaggio nella Stoke-on-Trent del calcio: introduzione

Dopo Sheffield e Nottingham il nostro viaggio tra le squadre d’Inghilterra tocca la città di Stoke-on-Trent, e come consueto apriamo con un post di presentazione prima di addentrarci nella storia delle squadre cittadine.

Stoke-on-Trent è una città di poco meno di 240.000 abitanti situata nella contea dello Staffordshire, nelle West Midlands. Il nome deriverebbe dall’antico inglese stoc, sinonimo di place. Stoke-on-Trent ha origini recenti: la città attuale nasce infatti nel 1910 come federazione di sei town, e riceve lo status di città (ora è city e unitary authority) solo nel 1925. Le sei componenti che andarono a formare la città, e la formano tuttora, sono Stoke-upon-Trent (eponima sede del governo cittadino), Hanley (che col tempo è diventato il vero centro città, anche per importanza economica), Tunstall, Burslem, Longton e Fenton; l’unione delle sei cittadine ha portato Stoke-on-Trent ad avere una strana configurazione nord-sud e non la caratteristica forma di città (centro con periferia che si sviluppa in modo concentrica). Oggi la città forma con le vicine Newcastle-under-Lyme e Kidsgrove la Potteries Urban Area. Speriamo ci perdonerete se non ci addentriamo oltre nella configurazione amministrativa cittadina, passando avanti.

Hanley

L’economia della zona è sempre ruotata attorno a due attività: l’estrazione di carbone (le West Midlands sono famose per questo) e soprattutto l’industria della ceramica, talmente importante da aver dato il nickname alla città (the Potteries, chiamata anche Six-town city) e a una delle due squadre cittadine. Sono presenti in città anche attività legate all’acciaio e ai pneumatici (stabilimento inglese della Michelin). Come altre città o zone dell’Inghilterra, anche a Stoke si parla un dialetto locale, il Potteries dialect, di cui portiamo come esempio una parola che ci ha fatto molto sorridere, ovvero “duck” che non vuol dire anatra ma è un termine affettivo (“Tow rate owd duck?”. “Are you all right dear?”). Dialetto con cui avranno più confidenza di noi i nativi di Stoke-on-Trent, tra cui ne citiamo alcuni che possiamo definire famosi. Partiamo dallo scrittore Arnold Bennett, nativo di Hanley che nelle sue opere tratta della gente della sua contea e della sua città in particolare, e arriviamo alla musica, che ha sicuramente dato a Stoke i suoi abitanti più celebri e celebrati. In primis Saul Hudson, meglio noto come Slash, chitarrista dei Guns ‘n roses che è sì nativo di Hampstead, ma è cresciuto presso i nonni paterni proprio a Stoke-on-Trent; c’è poi Ian Fraser Kilmister, in arte Lemmy, fondatore e leader dei Motorhead e nativo di Burslem. Ma soprattutto rimanendo a Burslem (sede di una delle due squadre, come vedremo) è originario della town Robbie Williams, che qui ci interessa più degli altri per il suo legame con la squadra del Port Vale, di cui è da sempre e senza vergogna (tifare per il proprio local team è più figo che tifare per Manchester United o Chelsea perchè va di moda) grandissimo tifoso.

Robbie Williams con la maglia del suo amato Port Vale durante un match celebrativo

E arriviamo dunque a introdurre le due squadre cittadine. Stoke City e Port Vale. Senza paura di offendere qualcuno, è uno dei casi più ecclatanti di “prima squadra” e “seconda squadra”: il Port Vale non ha mai assaporato la massima serie. Lo Stoke City (la seconda squadra pro più antica del Mondo, essendo nata nel 1863) è la principale squadra cittadina, gioca le sue partite al Britannia Stadium ed è originario proprio di Stoke-upon-Trent; al contrario il Port Vale, che gioca al Vale Park, ha la propria sede più a nord, in quel di Burslem. Le due squadre, senza contare amichevoli e tornei minori, si sono affrontate 52 volte in quel che è conosciuto come “the Potteries derby”: 19 vittorie dello Stoke, 16 del Vale e 17 pareggi il totale. L’ultima sfida è datata 10 Febbraio 2002, Second Division, con vittoria 1-0 del Port Vale al Britannia Stadium. Da allora le due squadre non si sono più affrontate, e ora sono agli opposti (Stoke in Premier, Port Vale in League Two) per cui, coppe escluse, è difficile ipotizzare un ritorno a breve del derby.

Cominceremo il nostro viaggio proprio in quel di Burslem, andando al Vale Park a trovare proprio il Port Vale F.C.

Viaggio nella Londra del calcio: la mappa del tifo

Arriviamo lunghi, ma riprendiamo un attimo il nostro viaggio londinese per integrarlo con la mappa del tifo della Greater London, almeno visivamente si ha ben chiara la zona d’influenza dei vari club della capitale britannica.

Le sigle “EN” “BR” etc. sono i 33 borough che compongono la capitale (W è Westminster, L la City). I colori sono come segue:
– violetto: Crystal Palace
– blu: Chelsea
– rosso chiaro: Charlton
– blu scuro: Tottenham
– rosso scuro: Arsenal
– azzurro chiaro: QPR
– azzurro: Millwall
– nero: Fulham
– arancione: Leyton Orient
– amaranto: West Ham
– arancione sbiadito: Barnet
– rosa acceso: Brentford
– azzurro acqua: AFC Wimbledon
– giallo: Watford
– rosa sbiadito: Dag & Red

Non-league football: Tring Athletic

Torna l’appuntamento con la non-league e con Marco, che questa volta (con una storia già pubblicata su Rule Britannia) ci porta alla scoperta del Tring Athletic, club della Spartan South Midlands Premier (livello 9 della piramide).

Tring Athletic Football Club
Anno di fondazione: 1958
Nickname: Athletic
Stadio; Grass Roots Stadium, Tring, Hertfordshire
Capacità: 2.000

Il Tring Athletic Youth FC viene fondato nel Marzo 1958 da un gruppo di uomini locali, i quali provvedettero anche all’acquisto di 3,4 acri a Miswell Lane, terreno da destinare al club. Il costo totale di spogliatoio, costruzioni annesse e stadio si aggirò intorno alle £ 2,000, un sacco di soldi in quei giorni. I membri del comitato, giocatori e amici, contribuirono tutti insieme ai lavori, soprattutto nella costruzione degli spogliatoi, e durante i primi tempi il Tring giocava in un altro campo per permettere che tali lavori venissero portati a termine. All’origine il club era stato formato per dar spazio ai ragazzi under 21, e nonostante abbiano giocato sin dal principio contro squadre di età media superiore, vinsero molti trofei nella West Herts Saturday League durante i primi anni ’60, incluso il titolo di Division One, conquistato tre volte in cinque anni. Nel 1971, alla fine, si decise di non tenere più un limite massimo d’età per i giocatori, togliendo contemporaneamente dal nome della squadra il “youth”.

Lo stadio (foto tafc.co.uk)

A meta’ anni ’70 il campo del Miswell venne venduto al comune di Tring, in quello che era un difficile momento finanziario, ma grazie all’aiuto di alcuni appassionati, il Tring continuò a vivere; venne tuttavia eliminata la squadra riserve, mentre la prima squadra retrocesse in Division Three. Si decise così di ripuntare sui giovani, e nel 1986 venne conquistata la Premier Division; nello stesso anno, venne riformata la squadra riserve. Nel 1988 il club aderisce alla South Midlands League, ottenendo lo status senior dalla Hertfordshire FA. Dal 1989 condivise per tre anni – fino al 1992 con il Tring Town (Isthmian League) lo stadio di Miswell Lane. Nel 1993 l’Athletic ottenne la promozione nella Senior Division della South Midlands. Nel 1994/95 la prima squadra arriva alla finale della Senior Division Cup, mentre le riserve per il secondo anno consecutivo sono finaliste della Apsley Junior Cup.

Benvenuti a Tring (foto Londra Calcistica)

Nel 1996/97 il Tring era il favorito per vincere la Senior Division. Tuttavia alcune sconfitte sfortunate verso fine stagione fecero chiudere la stagione al terzo posto; quell’anno però arrivarono soddisfazioni in coppa, raggiungendo dapprima la semifinale della Herts Charity Shield, e vincendo per la prima volta la St. Marys Cup. Nella stagione 1997/98, il Tring perse il campionato ai danni del New Bradwell St Peter a causa della differenza reti di…2!!, collezionando lungo il cammino 14 vittorie consecutive, con una sola sconfitta nelle ultime 21 partite. Ancora meglio alle riserve, che vinsero la stagione con ben 10 punti sulla seconda. Nella stagione 1998/98, il Tring vinse il maggior trofeo messo in palio dalla South Midlands, ovvero la Senior Division Cup. Fu anche vinta per la seconda volta in tre anni la St.Mary’s Cup. In campionato invece fu un’altra sfortunata stagione fantastica, con 1 sconfitta in 28 partite, ma che valse solo il terzo posto finale a quattro punti dalla vetta. 15 ore durò l’imbattibilità della porta; ottima anche la stagione delle Riserve, prime nella nuova categoria.

La stagione 1999/00 e’ sicuramente da ricordare. Durante l’estate sono state costruiti i nuovi spogliatoi per un totale di 50.000 pounds, comprendente anche l’allargamento della Club House; dal 1993, oltre 90.000 sterline sono state spese per migliorare il Miswell Lane. Per celebrare l’apertura dei nuovi spogliatoi, venne invitato il Watford XI (il Watford è la squadra principale dell’Hertfordshire, ndr), davanti ad una folla di 1.000 spetttatori. La partita fu arbitrata da Graham Pool e Graham Barber. Viene anche creata una terza squadra, per attirare giovani e vecchie glorie del club, ed un club femminile. Come abbiamo detto fu una stagione da ricordare: l’Athletic vinse finalmente la Senior Division, con 11 punti di distacco dalla seconda. Vinse  anche la Herts Charity Shield (battendo 2-1 il Potters Bar Town), l’Herts Senior Centenary Trophy (contro il Wormley Rovers, 2-0) e la Cherry Red Books Trophy, nel suo anno inaugurale (Bedmond Sports & Social 1-1 ai tempi regolamentari, vittoria ai rigori). Unico neo la sconfitta nella finale della Senior Division Cup dal Letchworth 0-1, mentre la finale della St Marys Cup non fu mai giocata, causa le molte partite da recuperare. In 60 partite disputate in quella stagione solo sei volte il Tring uscì sconfitto, un risultato davvero notevole.

La tribunetta sotto il diluvio (foto tafc.co.uk)

Anche nel nuovo millennio i successi continuarono. Nel 2000/01, riconquista la Senior Centenary Trophy (Wormley Rovers sconfitto ancora 2-0) e la Cherry Red Book Trophy (Virigina Water 1-0). Nella successiva stagione 2001/02  vince la Herts Charity Shield (4-1 al Letchworth). Nella stagione 2002/03 vince per la terza volta nella sua storia (primo club a farlo) la Herts Charity Shield. In campionato finisce terzo, ma vince la League Cup. In sette anni il club ha messo in bacheca ben 12 trofei. Per il terzo anno di fila, Darrel Bodimeade conquista il trofeo di miglior giocatore. Nela stagione 2003/04, dato che il Miswell Lane non ha i riflettori, diventa ospite del Tring Town al Pendley, un’inversione di ruoli rispetto a qualche anno prima come visto. Servivano inoltre soldi per costruire una nuova Club House, dato che la precedente è stata distrutta durante un incendio. La stagione 2004/05 il club torna finalmente nel proprio stadio. Finisce la stagione al sesto posto, per la terza volta conquista la St Mary’s Cup, battendo in finale l’Hemel Hempstead, però perde la finale della South Midlands Floodlit Cup, perdendo ai rigori contro il Oxhey Jets. Per la prima volta entra nella FA Vase.

La tribunetta dei tifosi locali (foto Londra Calcistica)

La stagione 2005/06 per la prima volta il Tring entra nella FA Cup, partendo dai turni preliminari, in una stagione alquanto deludente, il momento clou e’ stato la vittoria sul Watford per 1-0 nella Herts Senior Trophy, con tanto pubblico. Purtroppo e’ uscita da questa competizione per mano dello Stevenage, squadra di Conference League. Come detto attualmente il club milita nella Premier Division della Spartan South Midlands, e potete trovare i risultati, insieme al resoconto delle partite, sul sito ufficiale della squadra linkato sotto. Lasciamo dunque Tring, città di 11.635 anime nell’ovest dell’Hertfordshire, diretti verso un altro viaggio nell’appassionante mondo della non-league inglese.

Trofei

  • Spartan South Midlands League
    • Senior Division champions 1999–2000
    • Challenge Trophy winners 2008–09
    • Premier Division Cup winners 2008–09
    • St Marys Cup winners 1996–97, 1998–99, 2004–05, 2008–09
    • Division One Cup winners 1998–99, 2002–03
    • Cherry Red Books Trophy winners 1999–2000, 2000–01
  • West Herts League
    • Division One champions 1961–62, 1964–65, 1965–66
    • Challenge Cup winners 1965–66
  • Herts Charity Shield: 1999/2000, 2001/02, 2007/08
  • Herts Senior Centenary Trophy: 1999/2000, 2000/01, 2002/03

Link: pagina di Londra calcistica

Sito Ufficiale: http://www.tafc.co.uk/
Twitter: @tringathletic

Viaggio nella Nottingham del calcio: parte seconda, Nottingham Forest

Nottingham Forest Football Club
Anno di fondazione: 1865
Nickname: the Reds
Stadio: City Ground, Nottingham NG2
Capacità: 30.576

“The river Trent is lovely, I know because I have walked on it for 18 years“. La storia del Nottingham Forest è irrimediabilmente intrecciata a quella di Brian Clough, il quale in 18 anni ha trasformato una squadra di secondo piano in una potenza del calcio inglese ed europeo. E Cloughie è personaggio unico, per l’ironia pungente, per la mai nascosta immodestia, per la grandezza effettiva come allenatore: una leggenda, che rischia di monopolizzare un post che è invece dedicato alla storia del Nottingham Forest; però se le due storie si incrociano e si alimentano l’una con l’altra, non è forse inevitabile tutto ciò? Proviamo però a concentrarci sul Forest e sulla sua storia, partendo dagli albori. Il Nottingham Forest viene fondato nel 1865 da un gruppo di giocatori (quindici, per gli amanti della precisione) di shinty, che è una sorta di hockey, o di lacrosse, insomma una sport con delle mazze che abbiamo scoperto letteralmente l’altroieri, al Clinton Arms in Shakespeare Street. Probabile che parte della spinta a fondare un club, oltre al solito discorso legato ai mesi invernali (infatti nacque come “Football and bandy club”, e il bandy non è altro che shinty sul ghiaccio) sia derivata dal successo che stava avendo il Notts County, contro il quale il Forest giocò la prima partita ufficiale: 22 Marzo 1866. Come colore venne scelto il “Garibaldi Red” (da cui il nickname “Garibaldins”), dal colore delle camicie garibaldine, che come potete immaginare in quel periodo erano abbastanza in auge; maglie rosse dunque, che in futuro verranno donate ad Arsenal e Liverpool, che devono i propri colori proprio al Forest.

La statua di Clough, posizionata nel centro di Nottingham e non davanti al City Ground, caso più unico che raro

Il Forest si vide negato l’accesso alla Football League quando questa venne fondata nel 1888, dovendo ripiegare sulla Football Alliance che già abbiamo visto parlando dello Sheffield Wednesday, e vincendo la competizione nel 1892. In quella stessa stagione il club venne accettato in Football League. Fermiamoci un attimo e parliamo di stadi però. Il primo impianto utilizzato dalla squadra fu il Forest Recreation Ground, nel quale tra l’altro, in una partita contro lo Shieffield Norfolk, venne per la prima volta utilizzato un fischietto dall’arbitro, andando così a sostituire la bandiera bianca. Nel 1879 il club si trasferì al Meadows Cricket Ground, ma la vita fu breve nell’impianto, costringendo il Forest a trasferirsi nel sobborgo di Lenton, un “esilio” a cui fu costretto fino al 1890, quando le operazioni vennero portate al più centrale Town Ground, primo impianto che vide la comparsa delle traverse e delle reti nelle porte. Infine, nel 1898, il definitivo trasferimento al City Ground, sulle sponde del fiume Trent e a pochi passi dal futuro (1910) Meadow Lane. Questo discorso ci introduce alla stagione 1897/98, la prima di un certo peso per il club che arrivava da quattro semifinali consecuitive di FA Cup. In quell’anno infatti, l’anno del City Ground, il Forest vinse la FA Cup, battendo al Crystal Palace i rivali del Derby County per 3-1 (e dopo averci perso 0-5 in campionato pochi giorni prima) e mettendo in bacheca il primo trofeo importante, che per anni fu anche l’ultimo.

A questo punto però si apre un vuoto di sceneggiatura immenso. Fino al post-Seconda Guerra Mondiale, il Forest rimarrà niente più che un club di Seconda Divisione, immerso in problemi finanziari e sportivi (nel 1914 dovette riguardagnarsi l’elezione in Football League essendo arrivato ultimo), e a Nottingham la squadra principale era senza dubbio il Notts County, che pure non dominava il Mondo del calcio inglese. Addirittura nel 1949 il Forest retrocedette in Third Division, salvo riguardagnare la Second due stagioni dopo (la prima stagione furono beffati dal Notts County come visto nel post dedicato ai Magpies). Le cose migliorarono drasticamente sul finire degli anni ’50, quando nel 1957 i Reds guadagnarono la promozione in First Division, da cui mancavano da 18 lunghi anni, e nel 1959 vinsero nuovamente la FA Cup (2-1 al Luton Town), secondo silverware della loro storia e ultimo vinto senza l’uomo di Middlesbrough in panchina. Il decennio che si stava aprendo (Beatles, rivoluzioni giovanili…un periodo interessante) sembrava essere promettente, tanto più visto che a metà di esso il Forest giunse secondo in campionato (1966/67) e in semifinale di coppa. La squadra però sul più bello cedette e il manager Johnny Carey non riuscì nell’impresa, tuttavia folle enormi affollavano il City Ground per vedere quella che ormai era diventata la prima squadra cittadina, anche sulla spinta del successo inglese in Coppa del Mondo che aveva acceso entusiasmi sopiti. A spegnerli però, tali entusiasmi, fu la retrocessione del 1972. Il Forest tornava così in Second Division, ma stava per succedere qualcosa…

Poco distante da Nottingham sorge la città di Derby. A Derby, calcisticamente, le cose andavano benone, e il club aveva conquistato in modo del tutto inaspettato, nel 1971/72, il titolo di campione d’Inghilterra. In sella c’era un allenatore che proveniva dal nord, Brian Howard Clough, con il fidato vice Peter Taylor. Clough però litigò con la dirigenza dei Rams e, nel 1973, rassegnò le dimissioni; allenò Brighton e Leeds (ci torneremo sulla carriera di Clough, non preoccupatevi) con non altrettanta fortuna, la fama che aveva accumulato a Derby era scricchiolante, sebbene la lingua continuasse a essere pungente. Fattostà che nel 1975 Clough era senza squadra, e quando la panchina del Forest si liberò a causa l’impantanamento in Second Division (Gennaio 1975), il comitato che guidava il club (il Forest possedeva questo particolare sistema dirigenziale) scelse Cloughie, il quale si rimise in gioco a poche miglia di distanza da dove aveva conquistato l’Inghilterra e – quasi – l’Europa (il Derby County perse la semifinale di Coppa Campioni contro la Juventus). Fu la svolta, e l’inizio di un periodo magico per i Reds. La prima mezza stagione di Clough al Forest finì con un nono posto, prima che Peter Taylor si ricongiungesse con il maestro la stagione successiva (non va mai sottovalutata l’influenza che Taylor ebbe sulla carriera e i successi di Clough).

Al triennio magico del Nottingham Forest di Clough abbiamo già dedicato un post, per cui ci sembra inutile riscrivere le stesse cose qui, e vi rimandiamo al link per la lettura. Riassumendo, Clough in rapida successione ottenne: promozione in First Division, titolo di campione d’Inghilterra, vittoria di Coppa dei Campioni, vittoria in Coppa dei Campioni, ancora. Back-to-back-to-back-to back Un capolavoro irripetibile, a cui vanno aggiunte le Coppe di Lega del 1978 e del 1979, la Charity Shield del 1978, la Supercoppa Europea del 1979. Da club di secondo livello – e di seconda divisione – il Nottingham Forest era stato trasformato da Clough in uno di primo livello: una bacheca semivuota ora faceva invidia a molte squadre non solo inglesi, ma europee. La Nazionale continuava a snobbarlo (le lingue taglienti e i caratteri forti non piacciono mai a certi livelli), lui continuava a insegnare calcio a Nottingham, anche dopo la separazione da Taylor (1980). Una semifinale di UEFA nel 1983/84, persa discutibilmente contro l’Anderlecht (su quella doppia sfida sono emersi poi particolari inquietanti) con un goal annullato al Forest. Nel 1989 e nel 1990 gli ultimi due trionfi, entrambe le volte in League Cup, sia del Forest che di Clough, il quale non riuscì mai (unico suo cruccio) a vincere l’FA Cup, andandoci solo vicino nel 1991, perdendo la finale contro il Tottenham. Fu l’epilogo. Nel 1993, con il Forest tristemente destinato alla retrocessione e con alcuni azionisti sull’orlo di guerra, Clough annunciò il suo ritiro, dovuto anche all’alcolismo alla cui lotta si sarebbe dedicato negli anni successivi.

Fu la fine della carriera di Clough (che morirà, dopo una lunga battaglia contro un cancro alla stomaco, nel 2004), ma fu anche la fine delle fortune del Nottingham Forest, che vedrà per l’ultima volta la massima serie nel 1999 (e dopo un solo acuto, il terzo posto nel 1994/95). Da allora, una vita tra seconda e terza serie, ora fortunatamente seconda (Championship), con ambizioni di rilancio affidate all’ormai solito investitore mediorientale. Chiudiamo con il solito riferimento a maglie e stemmi. Le maglie, come detto, sono sempre state rosse, fin dalla fondazione, con l’unica variante dei pantaloncini blu dal 1892 al 1899; un rosso che negli anni è diventato più brillante rispetto all’originale. Lo stemma invece è quello attuale dal 1979, quando venne disegnato dal grafico David Lewis: rappresenta un albero della foresta di Sherwood con alla base le onde, simbolo del fiume Trent. In precedenza era invece utilizzato il simbolo della città di Nottingham, con le iniziali “N.F.F.C.” in cima allo scudo al posto del castello. Il City Ground è invece raggiungibile a piedi dalla stazione di Nottingham, anche se rispetto a Meadow Lane il percorso è leggermente più lungo (una ventina di minuti).

“I want no epitaphs of profound history and all that type of thing. I contributed. I would hope they would say that, and I would hope somebody liked me.”
Brian Clough

Al City Ground non ti dimenticheranno mai, Brian.

Link: Nottingham Forest Italia