Una semplice finale di coppa (forse)

Domenica, lo sapete, il Bradford City sfiderà a Wembley lo Swansea nella finale della Coppa di Lega. Ne parlano tutti e la vicenda è assurta fin troppo agli onori della cronaca, e come sempre i media mainstream tendono a banalizzare qualsiasi cosa, perfino vicende romantiche come questa, rendendola quasi ridicola. Proviamo però ad affrontare lo stesso l’argomento, perchè ad occhio e croce non ricapiterà più per anni e anni. Ricapitoliamo per i distratti: dopo 41 anni (Rochdale 1962) una squadra di quarta serie scende in campo nella finale della Coppa di Lega, che sarà pure la coppa “minore” ma pur sempre di un major trophy si tratta, e vincerla schifo non fa. Questa squadra è il Bradford City, che nel percorso ha eliminato tra le altre il Wigan, l’Arsenal e l’Aston Villa (prima squadra a eliminare tre squadre di massima serie). Peraltro chi come il sottoscritto si è avvicinato al calcio inglese negli anni ’90, i Bantams se li ricorderà anche in Premier League, con le loro maglie “claret & amber” uniche nel loro genere e tra gli altri il “nostro” Benny Carbone. Poi il lento ma inesorabile declino, di pari passo a quello economico della città, fino alla League Two: da Anfield a Bootham Crescent, il passo è stato fin troppo breve. Sopra il simbolo, un galletto rampante e fiero e una stella, simbolo della FA Cup vinta nel 1911 e venerata tuttoggi in questo angolo di Yorkshire, dove i mattoni un tempo anneriti dal fumo del lavoro ora si ingrigiscono nella polvere, dove il lavoro è svanito con la nebbia di Febbraio.

Un post, questo, che rischia di far precipitare anche noi nel vortice del banale, del romanticismo da tastiera e della bella storiella pre-confezionata. Ma è un rischio che corriamo volentieri, perchè la lezione del Bradford City 2012/13 va conservata nel cuore. Anche se, come dice il titolo, è una semplice finale di coppa. Forse. Queste cose succedono anche altrove, sia chiaro, gli inglesi non hanno inventato nulla, anche se per amore della precisione senza la loro magnifica idea non saremmo nemmeno qui a parlare: comunque, ricordiamo qualche stagione fa il Calais giungere alla finale di coppa nazionale, per esempio. Ma, permettetecelo (e nel farlo ricordate che siamo di parte, essendo il nostro un blog dedicato al calcio inglese), il cammino del Bradford City ha tutt’altro sapore, per una pura questione storica, in un Paese dove il calcio è lo Sport, in fondo come appena detto l’hanno inventato loro (ed è curiosa la tendenza anglosassone a giocare solo sport inventati da loro: rugby, calcio, cricket gli inglesi, baseball, football, basket gli americani), ed ha una storia immensa alle spalle che maestosa tuttora accompagna le squadre (fateci caso, quando nelle coppe una squadra italiana viene sorteggiata contro un’inglese questa ha sempre un “fascino” diverso, c’è poco da fare). Insomma, non si scherza qui. A Bradford, contro l’Arsenal o contro l’Aston Villa, c’erano tutti: gli anziani, i giovani, i papà con i figli. Tutti. E si giocava contro squadre dal valore economico X volte maggiore a quello dei Bantams, valore economico che va di pari passo al tasso tecnico. Ma a volte questo non basta, ed è questa la prima lezione che ci insegna questa vicenda. Che il cuore, la grinta, la voglia, le motivazioni, un po’ di culo, riescono nel calcio come nella vita ad ovviare alla differenza di talento, che proprio come nella vita alla lunga emerge, ma nella singola partita può arrendersi a tali fattori. La grinta del capitano dei Bantams, Gary Jones, una vita nel Rochdale (toh, il destino…) è l’esempio di tutto ciò.

La seconda lezione è invece molto british. E’ quella del “support your local team”. Direte: capaci tutti ad andare allo stadio quando si è nei quarti di Coppa di Lega. Vero. Ribadiamo però che l’attaccamento alla squadra locale, lassù, è diverso. Non è “oh, bene, giochiamo contro l’Inter, andiamo allo stadio”; la squadra è parte della comunità, parte integrante, parte attiva, e l’elenco delle squadre che svolgono iniziative a favore della comunità è infinito. E’ un rapporto attivo tra individuo-squadra-comunità, un rapporto che si alimenta giornalmente, tra gli alti e bassi degli umori propri del tifo calcistico ma duraturo nel tempo. L’orgoglio di portare al collo la sciarpa claret & amber, come quella di qualsiasi altra squadra “minore”, aggettivo riferito esclusivamente alla categoria di appartenenza e non all’importanza, è inimitabile, è un sentimento radicato sottopelle. Ecco, quell’orgoglio lì l’abbiamo visto nei volti di quei tifosi increduli, nel riscatto di quella comunità grazie alla loro squadra, un riscatto parziale e forse effimero ma dannatamente sentito e vissuto. Che poi oh, ricordiamo che la media spettatori in campionato sfiora le 10mila unità, non proprio numeri da nulla per una quarta serie. Pensare a quei tifosi che, passando da Priestfield o Recreation Ground si troveranno a Wembley, è un motivo in più per apprezzare la magia di quel rapporto tutto speciale che intercorre tra tifoso e squadra. Dall’inferno dell’incendio di Valley Parade del 1985 al paradiso di Wembley, qualcuno ricorderà così i suoi cari; o la storia di Jake Turton (vedere fondo post), che Domenica accompagnerà la squadra in campo. Chi dice che il calcio, a volte, non è vita non ha capito nulla nè dell’una nè dell’altra cosa.

Jones bacia Turton, giovane e sfortunato tifoso Bantams. Il calcio è anche questo

Il terzo motivo è il più banale, il più stupido forse: ci siamo ricordati che i sogni, anche i più assurdi, possono realizzarsi ancora oggi. Questa è una stupidata, ripetiamo, ma forse al tempo stesso una grande e metaforica lezione di vita. Pensiamo ad alcune vicende personali, da Matt Duke, il portiere e un tumore sconfitto alle spalle, a James Hanson, local boy che lavorava al supermercato dietro l’angolo segnando a raffica nelle serie inferiori e che ora si ritroverà a Wembley da protagonista; ma più in generale pensiamo che il calcio sa regalarci queste storie, vere, sentite. Sa regalarcele ancora, e nonostante sceicchi, sponsor, TV, cambi di colori e simboli imposti da motivi economici, nel 2013 una squadra di quarta serie scenderà in campo all’Empire Stadium per mettere in bacheca un trofeo. E’ bellissima nella sua semplicità questa cosa, è bellissima così senza bisogno di tanti ragionamenti intorno ad essa, senza analisi socio-economiche, senza i riscatti sociali accennati prima. Ed allora che sì, in questo caso il Bradford City rappresenterà tante altre vicende simili nel mondo del calcio, ma con meno blasone mediatico. Sarà il portatore del romanticismo che da sempre appartiene al calcio ma che stan provando a distruggere, a portarci via: a comprarlo, in una parola. La vicenda del Bradford ci insegna che non ce l’hanno ancora fatta, e che forse non ce la faranno mai.

Il ricordo delle vittime dell’incendio

Domenica il Bradford City ha molte possibilità di perdere, non perchè il dio del calcio sia particolarmente cattivo, ma perchè è nella logica delle cose. Davanti avrà lo Swansea, altra bella storia di una squadra che ha da poco festeggiato il centenario e che 10 anni fa era a rischio retrocessione…in Conference, ma che pian piano si è rialzata; orgoglio di dell’omonima comunità nel Galles del sud, che rischia di partecipare alla Europa League sotto la bandiera inglese, perchè la UEFA applica il regolamento alla lettera e, facendo 1+1, dice “se siete iscritti alla FA siete inglesi, fine”, mostrando poca flessibilità e poco buonsenso (e chissà perchè la cosa non ci stupisce più di tanto). Ma non importa sinceramente la vittoria finale dei Bantams, anche se vedere in Europa League una squadra di League Two, magari affrontare quello schifo che sono i Red Bull Salisburgo, una squadra che si è venduta l’anima per soldi, sarebbe meraviglioso; quel che conta e aver vissuto questa favola, e credeteci avremmo volentieri usato un altro termine per non cadere, nuovamente, nel banale, ma ci sembrava il più adatto. Una vittoria sarebbe solo il coronamento di un’avventura già di per se degna di essere ricordata a lungo, perchè anche così, a Bradford, questa stagione non se la dimenticheranno mai.

Bene, e adesso come concludiamo? Fate un piccolo esercizio: dimenticate i toni esagerati di questo post, scritto da chi ama il calcio inglese e i Davide che sconfiggono i Golia di turno, dimenticate le parole “favola”, “sogno”, “miracolo”, dimenticate tutto, fate finta di non aver letto nulla. Come dice il titolo, è una semplice finale di Coppa di Lega. Ora chiudete gli occhi, concentratevi solo su questo particolare e provate a immaginare: migliaia di tifosi di una squadra di League Two, bambini, anziani, immigrati che cercano di integrarsi col calcio, tutti, saranno a Wembley, Domenica, con la loro sciarpa, a cantare per il loro club, che vinca o perda non importa, in una finale di coppa. Tutto ciò, senza volersi lanciare in analisi cervellotiche e spiegazioni assurde, non è, semplicemente, fantastico?

Buona finale a tutti

(la storia di Jake, piccolo e sfortunato tifoso Bantams)

Around the football grounds – A trip to Stoke on Trent

Con la nuova tappa della nostra rubrica andiamo nel cuore dell’Inghilterra, nello Staffordshire, all’interno della Potteries Urban Area. Gli esperti di Albione avranno sicuramente già capito dove stiamo andando, ma per chi non è ferrato in geografia inglese, stiamo andando a Stoke on Trent, la capitale inglese della ceramica e città natale di uno dei maestri del realismo inglese del 20esimo secolo, Arnold Bennett. A Stoke (come è comunemente chiamata la città) risiedono due club professionistici e noi andremo alla scoperta degli impianti che hanno caratterizzato la storia dello Stoke City, il secondo club più antico d’Inghilterra.

Stoke on Trent dall’alto

LA STORIA

Nonostante la storia ultracentenaria (al momento in cui scriviamo lo Stoke City FC compier 150 anni), sono solamente 6 gli impianti (accertati) in cui la squadra ha disputato le proprie partite casalinghe. Esiste la possibilità che nei primi anni di vita della società vi siano stati altri campi di gioco, dei quali purtroppo si è persa ogni traccia sia fisicamente, sia in termini di documentazione; tuttavia si sa per certo che il primo terreno calcato dai giocatori si trovava in Lonsdale Street, in un sito nel quale oggi troviamo un cimitero. Un altro campo utilizzato agli albori era vicino al precedente, su Campbell Road (grossa arteria cittadina che prosegue direttamente dalla stessa Lonsdale Street), vicino alla Copeland Arms Public House. Il periodo di “incertezza” dura fino all’ottobre 1868, quando troviamo, finalmente, le prime testimonianze di un match giocato, con i Potters (Pot è il termine inglese per ceramica) impegnati contro l’EW May XV al Victoria Cricket Club Ground, con il capitano e fondatore Henry Almond a segnare il primo gol ufficialmente registrato della storia dello Stoke. Questa rimarrà la casa dello Stoke fino al 1875, anno dello spostamento a Sweetings Field, motivato dall’incremento degli spettatori e della popolarità del football in città. Questo pezzettino di terra, di proprietà dell’allora sindaco, Alderman Sweeting, si trovava anch’esso in zona Campbell Road e permise al club di ottenere i primi guadagni dal pubblico: il prezzo di ingresso era circa 1 penny ed alle partite c’erano circa 200-250 persone in media. La permanenza a Sweetings Field durò solamente 3 anni, esattamente fino al 1878, anno fondamentale per la storia dello Stoke. Il primo passo importante fu la fusione con lo Stoke Victoria Cricket Club (siamo a marzo) che portò alla attuale denominazione (in precedenza la squadra era conosciuta come Stoke Ramblers); il secondo passo fu il trasferimento, obbligato, all’Athletic Ground, terreno situato dall’altro lato della strada rispetto a Sweetings Field. Pochi anni dopo l’impianto verrà denominato Victoria Ground, dal nome del vicino Hotel, costruito sulle ceneri di Sweetings Field, e come tale sarà conosciuto in tutto il mondo rimanendo la casa dello Stoke per oltre un secolo. All’esordio, avvenuto il 28 marzo 1878 contro il Talke Rangers (vittoria 1-0 davanti a 2.500 spettatori), lo stadio aveva forma ovale con la presenza della pista (era infatti utilizzato come campo d’atletica); dietro le due porte c’erano due End naturali, formate da due pendii erbosi, dove si assiepavano gli spettatori mentre l’unica stand vera e propria era quella sul lato Est dello stadio, in prossimità di Boothen Road. Costruita in legno, poteva ospitare circa 1000 persone; sul lato opposto, quello ovest, un altro pendio erboso permetteva a ben 4000 persone di assistere alle partite. A differenza di molti impianti che abbiamo conosciuto sin’ora, lo sviluppo dello stadio non fu immediato: le casse dei Potters non erano floride, nonostante l’accesso in Football League nel 1888, e i risultati non eclatanti della squadra contribuivano allo scarso successo economico del club. Con la retrocessione del 1907 i Potters andarono in bancarotta e furono esclusi addirittura dalla Football League: l’ultimo pensiero pertanto era lo stadio, che all’epoca era considerato uno dei peggiori, se non il peggiore, di tutta l’Inghilterra.

Scorcio di Stoke nel 1926, dove si può vedere in lontananza il Vic con la forma ovale

Alcuni piccoli miglioramenti furono effettuati poco prima dello scoppio della Grande Guerra, ma fu solamente dopo di questa, con il ritorno del club in Football League, che lo stadio ebbe nuova vita: nel 1919 furono costruite due nuove stand coperte ed all’angolo tra la Boothen End e la Boothen Stand furono costruiti gli spogliatoi con all’interno un sistema di riscaldamento per mantenere caldi i giocatori. L’anno successivo, adiacente agli spogliatoi, fu rifatta la West stand con una capacità di circa 2000 persone. Importante fu il 1928, perchè la proprietà dello stadio passò interamente nelle mani del club e questo diede ulteriore spinta ai miglioramenti dell’impianto: nel 1931, con il rifacimento della Boothen End, nella quale vennero posizionati i terraces, fu persa la forma ovale che aveva caratterizzato il Victoria Ground sin dagli albori e finalmente venne acquisita la forma tradizione di uno stadio calcistico.

I primi anni 30 con la nuovissima Boothen End

Nel 1935, mentre Stanley Matthews saliva alla ribalta nazionale con la maglia dei Potters, fu creata la Butler Street Stand con una capienza di ben 5 mila posti e divenne immediatamente il fiore all’occhiello del Victoria Ground. Fu realizzata la copertura e furono inoltre aggiunte diverse sezioni anteriormente alla struttura, in particolare alle due end e nella zona centrale: questa sorta di paddock poteva ospitare sino a 2 mila persone in più con la capienza totale che arrivava a circa 45 mila posti. Nel 1937 fu registrato il record di affluenza, con 51.373 spettatori presenti allo stadio per l’incontro di First Division contro l’Arsenal: fu un evento straordinario, soprattutto considerando che nei match precedenti casalinghi si faticò a raggiungere le 20mila persone, con un minimo di 12mila contro lo Sheffield Wednesday nell’ultima partita tra le mura amiche prima dell’Arsenal. Negli anni della II° Guerra Mondiale il Victoria Ground fu utilizzato soprattutto per scopi militari, in particolare come deposito per l’esercito. Le attività calcistiche ripresero lentamente dopo la pace, ma non arrivarono grossi miglioramenti alla struttura: bisogna infatti aspettare il 1956 per vedere delle novità, quando furono installati i riflettori, accesi per la prima volta contro gli acerrimi rivali del Port Vale davanti a più di 38 mila spettatori. Con gli anni 60 e i festeggiamenti del centenario del club, finalmente arrivò l’aria di rinnovo al Victoria Ground: per prima cosa fu costruita una nuova main stand su Boothen Road, un processo complesso che fu completato in tre diversi momenti; successivamente furono completamente rifatti gli spogliatoi mentre il completamento della nuova stand fu realizzato grazie ai giocatori della squadra. Sì, avete letto bene: la dirigenza, pur di riuscire a risparmiare qualcosa (lo Stoke non è mai stato un club ricco a livello finanziario), ingaggiò direttamente i giocatori per 5 scellini l’ora per sistemare i terrace in cemento. Altri tempi. Il centenario fu festeggiato con un’amichevole nobile: arrivò al Victoria Ground il grande Real Madrid di Di Stefano e Puskas e di fronte a quasi 45mila spettatori ne uscì un 2-2 al quale contribuì anche la leggenda Stanley Matthews, ai suoi ultimi anni di carriera con la maglia del suo club.

Il Vic all’epoca del centenario

Gli anni 70 rappresentarono il periodo di maggior splendore dello stadio, assieme all’ottimo periodo attraversato dallo Stoke City. Piccoli miglioramenti vennero continuamente effettuati, ma un brusco risveglio ai sogni di gloria della città arrivò nel 1976, il weekend del 3/4 gennaio quando la squadra era a Londra per giocare contro gli Spurs in FA Cup: l’inverno fu parecchio duro e in quei giorni per circa 8 ore dei venti fortissimi si abbatterono sulla zona di Stoke scoperchiando quasi completamente la Butler Street Stand, lasciando intatto solo l’angolo ovest della tribuna. Lo Stoke tornò da White Hart Lane con un pareggio, sperando di riuscire a disputare il 7 gennaio il replay nel suo stadio: per far ciò, i lavori procedettero speditamente all’impianto, ma nel giorno della partita, a poche ore dal suo svolgimento, cedettero alcuni ponteggi con molti operai feriti (per fortuna nessuno morì). Ovviamente, per motivi di sicurezza, il match fu rinviato e la successiva gara in casa, il 17 gennaio contro il Middlesbrough, fu giocata sul terreno dei rivali del Port Vale. Lo stadio rimase una priorità e lo Stoke riuscì a sistemarlo in tempo per il replay contro il Tottenham, reinserito in calendario per il 24 gennaio; tuttavia il prezzo da pagare fu carissimo perchè i costi furono talmente alti che la squadra fu smantellata, il manager si licenziò e a fine stagione la squadra retrocesse.

Panoramica interna dell’impianto

La Boothen End con i suoi peculiari riflettori

Per fortuna il periodo buio durò pochissimo: già nel 1979 fu inaugurata una nuova stand, la Stoke End, formata da due anelli con un terrace davanti e 4000 posti a sedere dietro; furono sistemati anche i due riflettori situati in zona, con la peculiarità che furono sostituiti da due piloni completamente diversi da quelli che si trovavano nella tribuna opposta; altra curiosità riguarda proprio i due vecchi riflettori, situati nella Boothen End ma non ai lati, bensì dietro la tribuna. Nel 1983 l’angolo della Butler Street Stand sopravvissuto ai venti fu definitivamente demolito mentre tra la Boothen End e la Boothen Stand fu inaugurata la prima suite del club, la Stanley Matthews suite (in netto ritardo rispetto a molti altri impianti). Dopo il Taylor Report lo Stoke, inizialmente, fece capire di voler mantenere e riqualificare il Victoria Ground: nel 1992, dentro la Stoke End, aprirono il primo club shop e gli uffici del club dedicati al marketing; successivamente furono elaborati piani per convertire il Vic in all-seater e per costruire da zero una nuova stand da 9 mila posti. I piani però mostrarono come i costi fossero astronomici (pensate che lo stadio aveva meno di 10 mila posti a sedere allora con gran parte del pubblico assiepato nei terraces) e si decise, a malincuore, di abbandonare il Vic in favore di un nuovo impianto nel 1996.

Il Victoria Ground negli ultimi giorni della sua vita

L’ultima partita ufficiale fu giocata al termine della stagione 1996-1997, con il WBA ospite e battuto 2-1 di fronte a 22.500 spettatori; il club provò in tutti i modi ad organizzare una partita d’addio degna di tale nome con squadre internazionali, ma non vi riuscì e purtroppo, il farewell allo stadio avvenne con due amichevoli pre-stagionali contro Everton e Coventry, con pochissimo pubblico sugli spalti: la maggioranza dei tifosi aveva già dato l’addio al Vic contro il WBA. Lo stadio fu demolito successivamente all’inaugurazione del nuovo impianto, attualmente non resta che un enorme spiazzo di terra abbandonata, dove ancora oggi la gente porta a spasso i propri cani; è comunque notizia recentissima che dovrebbero iniziare prossimamente dei lavori di riqualificazione dell’area con la creazione di circa 150 appartamenti.

Le sempre tristi immagini dell’addio ad uno stadio

L’IMPIANTO ATTUALE

Come avrete letto nel paragrafo precedente, nel 1996 iniziò ufficialmente l’iter che portò lo Stoke nella sua nuova ed attuale casa, il Britannia Stadium. La prima idea di trasferimento nacque tuttavia in precedenza, già durante la stagione 1994/95 quando il consiglio cittadino iniziò a pensare a chi destinare il 360 acri di terra abbandonata nella zona sud della città. Furono interpellati entrambi i club cittadini, con il Port Vale che da subito disse di no allo spostamento perchè il terreno era troppo lontano dal suo bacino di tifo e perchè sin troppo vicino (un quarto di miglio) al Victoria Ground, mentre lo Stoke inizialmente nicchiò pur portando avanti le trattative nell’ombra. Con l’arrivo alla presidenza di Jez Moxey nel 1995 e l’infattibilità di una ristrutturazione del Victoria Ground, le trattative decollarono: nel giro di un anno iniziarono i lavori e i sogni dei tifosi Potters che giornalmente si recavano al cantiere per controllare lo stato dei lavori. Tuttavia non fu una gestazione semplice: in città il Port Vale rumoreggiava lamentando favoritismi verso i rivali mentre un gruppo di die hard fans dello Stoke continuava a manifestare ostilità verso la nuova proprietà ed il nuovo impianto. A questo quadro si aggiunse anche un periodo di difficoltà finanziarie del club, che non riuscì a mantenere le promesse vendendo alcuni dei giocatori più rappresentativi e tradendo la fiducia di molti supporters. Nonostante tutto nell’agosto del 1997 l’impianto fu completato e fu scelto il nome di Britannia Stadium, un nome che riporta alla memoria il Victoria Ground, ma che in realtà è il frutto di una sponsorizzazione con la Britannia Building Society (tra le maggiori finanziatrici del progetto, costato 14.7); vi furono pure in questo caso delle contestazioni, perchè molti avrebbero preferito intitolare lo stadio a Sir Stanley Matthews.

Insolita immagine durante la genesi del Brit

La prima partita fu giocata contro il Rochdale in League Cup, con poco più di 15 mila spettatori presenti e l’agibilità arrivata solamente 5 ore prima della gara; l’inaugurazione ufficiale invece avvenne pochi giorni dopo, il 30 agosto 1997 contro lo Swindon Town. 24 mila persone circa accorsero allo stadio, con notevoli problemi di viabilità e di caos nelle zone antistanti (abbastanza comuni al giorno d’oggi nelle giornate inaugurali, risolti successivamente con il miglioramento e la costruzione di nuove vie per arrivare alla struttura); testimonial e cerimoniere fu proprio Sir Stanley Matthews che, dopo la sua morte avvenuta nel 2000, fu cremato e le sue ceneri sparse nel centro del terreno di gioco. Inizialmente la proprietà dell’impianto non era del club, ma del consiglio cittadino e di una società cittadina: con il decennale però lo Stoke ha riscattato lo stadio che adesso è di sua totale proprietà. Non è stato facile per i supporters accettare il Brit come nuova casa, soprattutto dopo la prima stagione conclusasi con la retrocessione, ma il tempo e la pronta risalita verso le zone nobili del calcio inglese del club, hanno portato i tifosi ad accettare ed amare questo nuovo impianto, anche se il Vic resterà sempre nei cuori dei vecchi tifosi Potters.

Suggestiva immagine del Britannia

Classicamente sono 4 le stand, ma disposte in maniera particolare: la Boothen Stand e la East Stand unite a formare un’unica stand a forma di L che occupa un End ed un lato lungo; le altre due stand separate e collegate tra loro da un corner. Restano aperti gli altri due angoli dello stadio, per una capacità totale di 27.740 spettatori (potenzialmente maggiore, ma ridotta per motivi di sicurezza). Addentriamoci in dettaglio nelle varie sezioni.

Panoramica del Britannia Stadium

WEST STAND

Si tratta della main stand dell’impianto, capace di contenere 7.357 spettatori su due anelli. L’anello inferiore è più grande di quello superiore e sono separati da una fila di executive boxes; al suo interno troviamo tutte le strutture per ospitare gli sponsor più le zone dedicate alla stampa ed ai media televisivi. In altezza è la stand più grande dell’intero impianto, anche se dall’esterno la facciata è piuttosto anonima, quasi fredda. Tra questa stand e la South Stand si trova un corner che ospita al suo interno diverse strutture, tra cui gli spogliatoi ed il tunnel di ingresso al campo, la boardroom e, all’esterno, il megastore del club; l’altro angolo, invece è aperto ed è una delle due zone da dove arrivano i temibili venti della zona che spesso frustano le partite casalinghe dei Potters. Attualmente viene chiamata Q-railing stand per via della sponsorizzazione con l’omonima azienda.

La facciata della West Stand

La West stand in inverno

SOUTH STAND

La stand più piccola del Britannia (4.996 persone) è destinata sia ai tifosi locali, sia ai tifosi ospiti e per questo motivo non raggiunge mai la capienza piena (vi sono sempre alcune file di separazione tra le tifoserie, solitamente esattamente a metà della stand). Non variano i servizi offerti tra le due metà della tribuna; all’angolo con la East Stand si trova l’altro angolo aperto dell’impianto, dove al momento vi è il videoscreen con lo scoreboard elettronico (installato nel 2008) e dove si concentrano i piani di sviluppo per aumentare la capienza dell’impianto con un corner da costruirsi proprio in questa sede. A causa di accordi di sponsorizzazione, la stand è attualmente conosciuta come la Marston’s Pedigree Stand (birrificio); vedendola da lontano si può leggere chiaramente il nome del club sui seggiolini.

La South Stand

EAST STAND

8.789 spettatori trovano posto nella tribuna più grande dell’impianto, attualmente conosciuta come Seddon Stand (sempre per accordi di sponsorizzazione), collegata direttamente alla Boothen End a costituire quasi un’unica tribuna a L. La stand è semplice semplice, un unico anello separato in due zone dagli accessi ai posti a sedere e dai cartelloni pubblicitari; sui seggiolini campeggia la scritta con il nome dello stadio. Qui i giocatori festeggiarono la promozione in Premier League nel 2008.

La East Stand

BOOTHEN STAND

L’altra end del Britannia riprende il nome utilizzato per alcune delle stand del Victoria Ground ed è la stand dietro a cui, in lontananza, sorgeva il vecchio impianto. Come detto costituisce un tutt’uno con la East Stand mentre l’angolo con la West Stand resta aperto; può ospitare 6.006 spettatori ed è il cuore del tifo casalingo. All’esterno della stand, quasi staccato dall’impianto, troviamo il monumento dedicato alla più grande leggenda del club, Sir Stanley Matthews. Questo monumento è costituito da tre statue che rappresentano il giocatore in tre momenti diversi della sua trentennale carriera; tutte e tre sono rivolte idealmente verso il Victoria Ground, l’impianto dove le sue gesta sono rimaste scolpite nella storia. Fu inaugurato il 17 ottobre 2001 con una cerimonia ufficiale dove lo scopritore fu Kevin Keegan ed è stata scolpito da Julian Jeffery, Carl Payne e Andrew Edwards, tre scultori locali che hanno avuto il prezioso aiuto anche dei tifosi dello Stoke. Sempre dietro questa stand si trova anche il monumento dedicato a John Ritchie, il più grande goleador della storia dello Stoke, inaugurato nel 2008. In ultimo anche questa stand ha una sponsorizzazione, data dalla Staffordshire University, ma fortunatamente rimarrà sempre conosciuta come Boothen Stand.

La Boothen End

Il monumento dedicato a Stanley Matthews

L’ATMOSFERA

Ufficialmente il Britannia Stadium è conosciuto come lo stadio più rumoroso d’Inghilterra grazie ad un’indagine condotta dalla BBC con tanto di registratore di suoni, con un picco di ben 122 decibel durante un match. Questo fa capire come l’atmosfera all’interno sia fantastica, con i fans dello Stoke sempre presenti in gran numero (ogni partita fa registrare quasi il sold out) e sempre pronti a cantare e supportare la squadra. Non è una fama recente, già dai tempi del Victoria Ground la grande vocalità era una dote ben riconosciuta a questi fans e resta un pochino d’amarezza nel constatare come il nuovo stadio avrebbe potuto essere un posto ancor più unico se solo fosse stato fatto sulla falsariga del vecchio, a realizzare un catino bollente per intimorire ancor di più le squadre avversarie. Storicamente i tifosi Potters non sono tra i più tranquilli, fino al 2003 era ancora attiva una hoolingans firm e per andare al Britannia da tifosi ospiti non bisogna troppo ostentare i propri colori per evitare sorprese, nonostante il club abbia fatto un grandissimo lavoro per fare piazza pulita delle mele marce. Allo stadio l’inno del club è Delilah, famosa canzone di Tom Jones che, stando ai racconti dei tifosi, è diventata famosa a Stoke dopo essere stata cantata in un pub da un tifoso decisamente brillo e ripresa subito dopo da tutto il pub per essere successivamente replicata dentro il Victoria Ground prima e il Britannia adesso.

La rivalità maggiore, l’unica vera rivalità, è quella con il Port Vale, l’altra squadra cittadina fondata 16 anni dopo lo Stoke. L’atmosfera, durante i derby (che purtroppo sono sempre più rari a causa dei profili diversi dei due club) è sempre accesissima e tradizionalmente si tratta di partite spigolose con punteggi bassi; inutile dire come sia il clima sugli spalti, con la partita che in città è sentitissima a dir poco. Tuttavia le società sono amiche e nel momento del bisogno, nel corso della storia, hanno saputo aiutarsi a vicenda (vi ricordiamo ad esempio l’episodio del 1976, quando il Port Vale permise allo Stoke di giocare nel suo stadio essendo stato danneggiato pesantemente il Victoria Ground). Altre rivalità minori esistono con Il WBA e i Wolves, mentre un’altra rivalità storica è rappresentata dal Crewe Alexandra, squadra che attualmente milita in League One.

CURIOSITA’ E NUMERI

Il Britannia è un impianto moderno, in grado di ospitare non solo eventi sportivi ma anche eventi ricreativi, amministrativi ed informativi grazie alle sale congressi e sale banchetti. A livello calcistico qui si sono disputate per 3 anni consecutivi le finali playoffs della Conference (dal 2003 al 2005), in più qui hanno giocato l’Under 20 e l’Under 19 della Nazionale Inglese. Si è disputato anche un match di Under 21 nel 2002 tra la Nazionale Inglese e quella Portoghese. Grazie inoltre alla predisposizione per i fireworks, qui si sono tenuti numerosi concerti ed eventi musicali, tra cui Bon Jovi, Elton John e Bryan Adams.

Capacità’: 27.740

Misure del campo: 100 x 65 metri

Record attendance: 28.218 (2002 – FA Cup vs Everton)

Record attendance at Victoria Ground: 51.380 (1937 – First Division vs Arsenal)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

Oatcake fanzine

Stoke City FC Official Site

Victoria ground Web Site

Groundhopping

Il giant-killing in FA Cup: i 10 upsets più clamorosi nella storia della coppa

Il giant-killing è la quint’essenza della FA Cup, già di per se competizione magica; è Jimmy Page che suona Bron-yr-Aur, è la scena finale di Pulp Fiction, insomma è quel tocco in più all’interno comunque di un capolavoro. Nella storia se ne contano a centinaia, quindi selezionarne dieci è particolarmente difficile, soprattutto perchè è difficile stabilire il criterio di selezione. Come risolvere il dilemma? Affidandoci a due criteri e facendo un mix, scegliendo alcune partite secondo una formula matematica utilizzata dal creatore del sito Giant Killers, e alcune secondo il sentimentalismo, partite che sono entrate nell’immaginario collettivo e impossibili da rimuovere. Questo permette di non sacrificare sull’altare dei ricordi alcune partite che meriterebbero menzione, ma d’altro canto di non escludere match che sono il giant-killing per definizione e che nella classifica “scientifica” non sarebbero comparsi (esempio, Hereford-Newcastle United). Prima di addentrarci nella classifica, qualche considerazione. C’è il giant-killing casalingo, per esempio, in cui il pubblico di casa, gente abituata a vedere il loro team giocare in non-league o nei bassifondi delle serie inferiori, si trova di fronte la squadra di massima divisione di turno. In questo caso la bellezza sta nello stadio, classico impianto da non-league, pieno, nell’entusiasmo contagioso di un pubblico da periferia calcistica, ma genuino e vero, nell’invasione di campo finale che accompagna l’impresa. E c’è il giant-killing esterno, in cui 30mila tifosi della squadra di First/Premier rimangono ammutoliti e qualche migliaio, o meno, di tifosi ospiti, che si son fatti la trasferta senza grosse speranze, esultano come invasati, con la consapevolezza di portarsi a casa lo scalpo del nemico perdipiù conquistato nel territorio avversario. Il massimo, poi, è il giant-killing su due partite, con pareggio nella prima e vittoria nella seconda, ma qui siamo in territorio quasi mitico.

Il più vecchio di tutti risale al 1900, quando il Millwall (all’epoca ancora Millwall Athletic) vinse 3-1 sul campo del potente Aston Villa, la squadra principale di inizio secolo: menzioniamo questa partita perchè, pur non comparendo nella nostra classifica, sarebbe stato un peccato dimenticarla. Così come non possiamo non menzionare i tanti giant-killing recenti, da Shrewsbury-Everton 2-1 del 2003 a Manchester United-Leeds United 0-1 del 2010, passando per Stevenage-Newcastle Utd 3-1 del 2011. Bene, possiamo procedere con la classifica.

Oxford United-Blackburn Rovers 3-1 (Manor Ground, 15 Febbraio 1964 – Fifth Round)
Il giant-killing che si piazza al numero uno nella list del sito The Giant Killers. L’Oxford United, all’epoca modesta squadra di Division Four (più o meno come oggi) ospitava il Blackburn Rovers, secondo in Division One. La differenza era abissale: da una parte, Maurice Kyle, Tony Jones e Ron Atkinson (che ritroveremo più avanti come allenatore…), dall’altra i nazionali inglesi Ronnie Clayton e Bryan Douglas, Mike England, Fred Pickering etc. etc, insomma una squadra per l’appunto seconda nella massima serie. Peraltro Pickering e McEvoy, suo partner d’attacco, ne avevano appena rifilati OTTO al West Ham United, così per gradire. No, non c’erano chances…21.504 oxfordiani si presentarono al Manor Ground per vedere dal vivo i campioni del Blackburn, senza grosse speranze di passaggio del turno, ma visto che Match of the Day sarebbe arrivato solo sei mesi dopo, lo stadio era l’unico modo, specie per una squadra di Division Four, per vedere dal vivo dei giocatori internazionali. Longbottom e Jones portarono sul 2-0 lo United, e tutto diventò d’un tratto possibile. Quando il Blackburn accorciò le distanze, i crampi allo stomaco dei tifosi di casa si fecero via via più forti, così come la pressione dei Rovers verso la porta dell’Oxford…ma invece che il pareggio, dal nulla scaturì, nel più classico dei contrattacchi, il 3-1 di Bill Calder. L’Oxford divenne in quel momento la prima squadra di Division Four a raggiungere il sesto round, dove vennero eliminati dal Preston North End.

Hereford United-Newcastle United 2-1 (Edgar Street, 5 Febbraio 1972 – Third Round replay)
The giant-killing
per eccellenza nella mente di tutti. E gli ingredienti c’erano, visto che non solo abbiamo una squadra di serie inferiore che vince su una di prima divisione, ma addirittura al replay, dopo aver quindi pareggiato la prima partita perdipiù in trasferta. Insomma, il massimo. Il Newcastle, ovviamente, arrivò alla sfida contro l’Hereford, squadra di Southern League (che con il sistema attuale equivarrebbe alla Conference), da favoritissimo; e i Magpies d’altronde potevano schierare ben sei nazionali. Due volte rinviata per pioggia, la partita si giocò finalmente il 24 Gennaio a St James Park: 5.000 tifosi dell’Hereford viaggiarono verso nord per accompagnare il loro team. 17 secondi, 17, e l’Hereford passò in vantaggio con un goal di Brian Owen. Malcolm Macdonald e John Tudor, nel giro di 13 minuti, ribaltarono tuttavia il risultato, come da premesse; ma le premesse non tennero conto di Colin Addison, player/manager, che con un tiro dalla distanza fece 2-2: tutti a Hereford per il replay. Un replay destinato a entrare nella leggenda di the beautiful game. La capacità di Edgar Street era, ufficialmente, di 14.313 spettatori, ma quella sera ce n’erano sicuramente di più, molti dei quali letteralmente appollaiati sulle strutture portanti delle luci e sugli alberi intorno all’impianto (si stima che fossero in 16.000); e a completare la cornice le telecamere della BBC, che mandò nell’Herefordshire un telecronista in prova, tal John Motson che diventerà Motty e la cui voce sarà la voce del calcio per anni. Insomma, tutti ingredienti per rendere magica una partita. Il Newcastle col solito SuperMac passò in vantaggio all’82esimo; sembrava chiusa, ma tre minuti dopo……“Radford…now Tudor’s gone down for Newcastle…Radford again…OH, WHAT A GOAL!!! What a goal! Radford the scorer! Ronnie Radford! And the crowd…the crowd are invading the pitch! No goalkeeper in the world would have stopped that!“. Motson entrò subito nella storia delle telecronache sportive, l’Hereford in quella della FA Cup, visto che nei supplementari il goal di Ricky George non fu pareggiato dai Magpies. Le scene di giubilo del pubblico a ogni goal e al fischio finale, con le invasioni di campo e le sciarpe bianco-nere al collo rimangono tre le più belle che si possano ricordare.

Wrexham-Arsenal 2-1 (The Racecourse Ground, 4 Gennaio 1992 – Third Round)

“…e poi, incredibilmente e disastrosamente, fummo buttati fuori dalla Coppa d’Inghilterra dal Wrexham, che la stagione precedente era finito in fondo alla Quarta divisione così come l’Arsenal era finito in cima alla Prima”. Parole e musica di Nick Hornby, ultimo capitolo di Fever Pitch. E in effetti Wrexham-Arsenal è uno dei cupset più famosi di sempre, per il motivo esplicitato da Hornby: una differenza abnorme tra le due squadre, e basta andare a vedere la formazione dell’Arsenal di quel giorno: Seaman, Dixon, Winterburn, Hillier, O’Leary, Adams, Rocastle, Campbell, Smith, Merson, Carter. Dall’altra parte il Wrexham, che era rimasto in Football League solo perchè questa venne allargata. 13.343 spettatori assisteranno all’impresa dei propri beniamini. L’Arsenal passò in vantaggio con Adams al 44′, e la partita sembrava incanalarsi su questi binari, almeno fino all’82’….quando i due minuti tra i più importanti nella storia del club gallese cambiarono le carte in tavola. Mickey Thomas e Steve Watkin, i due autori della favola made in Wales. Specialmente Thomas, nazionale gallese, tornato al Wrexham dopo essere ssutton united coventrytato addirittura al Manchester United e all’Everton, una carriera offuscata da fattori extracalcistici che nel 1993 culmineranno con un brutto giro di merce contraffatta e denaro sporco. Nel turno successivo, il Wrexham uscì al replay per mano del West Ham, ma quella partita rimane indelebile.

Colchester United-Leeds United 3-2 (Layer Road, 13 Febbraio 1971 – Fifth Round)

Il sito “the Giant Killers” la posiziona al secondo posto di sempre nella propria classifica. Nuovamente, Fourth Division vs First Division, e il Leeds era squadra tra le migliori della massima serie, che avevano vinto nel 1968/69 e che rivinceranno nel 1973/74. In panchina Don Revie, the Manager con la M maiuscola ad Elland Road, in campo una serie di star. La differenza era tale che “they (il Colchester) were given so little chance of victory that there was talk of switching the tie to Elland Road, where the Essex club would, at least, be guaranteed a reasonable financial reward“. Le cose andarono un filino diversamente, soprattutto per merito di Ray Crawford, un nome che quel giorno finì sulla bocca di tutti per la doppietta che rifilò al grande Leeds di Revie. Lo United, quello “minore” che quel giorno faceva gli onori di padrone di casa, si portò così sul 3-0. Il disperato tentativo di rimonta del Leeds risulterà vano, nonostante gli uomini di Revie riusciranno ad accorciare le distanze fino a portarsi a un solo goal di distanza. L’eroica e strenua resistenza del Colchester regalerà ai 16.000 presenti una gioia indimenticabile, e al libro della FA Cup una storia indelebile.

Sutton United-Coventry City 2-1 (Gander Green Lane, 7 Gennaio 1989 – Third Round)

Questa partita è famosissima per un semplice (poi mica tanto semplice, a ben vedere) motivo: fino a qualche settimana fa (e lo vedremo…) era stata l’ultima volta che una squadra di non-league ne aveva sconfitta una di massima serie. Gander Green Lane, borough di Sutton. Il Coventry City, che due anni prima alzò il trofeo in faccia a una delle versioni migliori del Tottenham Hotspur (Allen, Hoddle, Waddle e compagnia), si presentava nel sud londinese forte delle quattro categorie di differenza e di quel prestigioso alloro. Dall’altra parte i padroni di casa, che militavano senza infamia e senza lode in Conference (termineranno dodicesimi quell’anno) e per i quali quella partita rappresentava l’apice della stagione, che si fosse vinto o perso. Certo, la vittoria avrebbe dato a quell’edizione del Sutton United i crismi dell’immortalità, ma nessuno la pretendeva. 8.000 south londoners affollarono l’impianto, ed andarono in visibilio quando Rains portò lo United in vantaggio dopo 42 minuti primi. Sette minuti dopo l’intervallo, Phillips pareggiò la situazione…ma sette minuti dopo, nuovamente, Matthew Hanlan timbrò il 2-1 che significò vittoria, visto che i tentativi del Coventry di pareggiare risultarono vani, compreso una doppia carambola traversa-palo clamorosa. Il calcio è uno sport magnificamente imprevedibile quando vuole, e quel giorno il Sutton lo dimostrò.

Burnley-Wimbledon 0-1 (Turf Moor, 4 Gennaio 1975 – Third Round)

Quel giorno una nuova squadra, destinata a scrivere una romantica storia nel calcio inglese, fece capolino tra i grandi: il Wimbledon. Quella stagione i Dons giocavano ancora in Southern League, che vinceranno e che vinceranno per altri due anni prima dell’elezione, finalmente, in Football League, avvenuta al termine della stagione 1977. Il sistema infatti era semi-chiuso, e tutelava in modo esagerato i club che terminavano ultimi in Football League col sistema della ri-elezione per numero di voti ricevuti. I Dons erano ospiti di una squadra, il Burnley, che terminerà la stagione decima in First Division, e a Turf Moor l’aria era tranquilla: un pomeriggio festoso dedicato alla competizione più antica e affascinante. Che verrà ricordato però per il goal di Mick Mahon, curiosamente membro del Colchester che, come abbiamo visto, eliminò il Leeds e questa volta attore in prima persona dell’impresa; e per le parate di Dicky Guy, che quel giorno si trasformò in Gordon Banks ammutolendo spettatori e, metaforicamente, gli attaccanti in claret & blue. Il Wimbledon si presentò così al grande pubblico, una favola che culminerà un pomeriggio del 1988 a Wembley, con un goal di Lawrie Sanchez che tutti abbiamo impresso nella mente.

Bournemouth-Manchester United 2-0 (Dean Court, 8 Gennaio 1984 – Third Round)

Altro giant killing famosissimo. Da una parte i Red Devils, detentori del trofeo, di Ron Atkinson, che abbiamo già incontrato come giocatore dell’Oxford United, dall’altra il Bournemouth guidato da un ex giocatore del West Ham, Harry Redknapp, che terminerà diciassettesimo in Division Three. Eppure quel giorno non ci fu storia, uno United mollo e arrendevole venne sconfitto senza grosse possibilità d’appello. Milton Graham e Ian Thompson, nel secondo tempo, portarono il risultato sul 2-0. L’unico sussulto per lo United venne dai propri fans, che a pochi istanti dal termine invasero il campo e crearono qualche tafferurglio sedato nel giro di 5 minuti dalla polizia del Dorset. Rimane forse il risultato più importante della storia del Bournemouth, mentre lo United da lì a due anni avrebbe chiamato uno scozzese di nome Alex Ferguson, che nel 1989 si trovò nuovamente di fronte il Bournemouth, sconfiggendolo al replay. Per quanto riguarda Harry Redknapp, alzerà la coppa come manager del Portsmouth.

Newcastle United-Crystal Palace 0-1 (St James Park, 12 Gennaio 1907 – First Round)

Vignetta dell’epoca

La più datata delle partite che trattiamo in questo post. 1907, il Crystal Palace era nato da soli due anni e giocava in Southern League, mentre il Newcastle viaggiava al secondo posto della First Division della Football League, che aveva vinto nel 1905. Ok, il sistema era ancora poco chiaro ma la differenza tra le due leghe era evidente, se si pensa al fatto che solo una squadra di Southern League è riuscita a vincere la FA Cup (il Tottenham nel 1901). Quindi il Palace si presentava nel nord del Paese con poche speranze di superare l’ostacolo rappresentato dai Magpies, che schieravano dieci nazionali in campo (l’unico non nazionale era, curiosamente, il capitano Alec Gardner) a fronte di un undici del Palace formato in gran parte da “emigranti calcistici”, curiosamente partiti proprio dal Tyne & Wear e dal Teeside per provare a sfondare a Londra. Per molti era dunque una sorta di ritorno a casa. Che culminò con un’impresa impensabile, a maggior ragione se si pensa che al secondo turno i Glaziers (non erano ancora Eagles) eliminaro il Fulham e, al terzo, il Brentford, giungendo ai quarti di finale nei quali vennero eliminati dall’Everton.

Walsall-Arsenal 2-0 (Fellows Park, 14 Gennaio 1933 – Third Round)

Il grande Arsenal di Herbert Chapman si presentò nelle Midlands destando nei tifosi di casa più che timore, ammirazione. D’altronde, fatte le dovute proporzione, è come quando adesso il Barcellona affronta squadre di serie inferiori in Coppa del Re. Perchè, al pari di questo Barcellona o dell’Ajax di Michels, l’Arsenal di Chapman ha segnato un’epoca, ha fatto scuola, ha cambiato il modo di intendere il calcio. In 25.000 affollarono Fellows Park. L’Arsenal si presentò in divisa bianca (e calzoncini neri), quando solitamente all’epoca era la squadra di casa a cambiare tenuta da gioco in casa di possibile confusione fra colori, e infatti il Walsall si presentò in campo con un completo bianco-azzurro d’urgenza acquistato dal Coventry per l’occasione. Pronti via e i difensori del Walsall cominciarono la caccia all’uomo, con i poveri attaccanti dei Gunners sempre a terra e l’arbitro con il fischietto sempre in bocca. Ma era l’unico modo per limitare quello squadrone. I minuti passavano, l’Arsenal non segnava, e così nella testa dei padroni di casa nacque l’idea del colpaccio, che si tramutò in realtà grazie a Gilbert Alsop e Bill Sheppard. Il resto è storia, sia perchè rimane uno dei cupset più famosi e celebrati, sia perchè per il Walsall (all’epoca Third Division North) rimane The Day, tant’è vero che per i 75 anni dalla partita un box dello stadio (non più Fellows Park, ahinoi) è stato dedicato alla memoria di Alsop. Rimane invece famosa sponda Gunners per la sfuriata di Chapman verso Thomas Black, autore di una prestazione evidentemente orribile, al quale intimò di non mettere mai più piede ad Highbury: nel giro di una settimana venne ceduto al Plymouth.

Norwich City-Luton Town 0-1 (Carrow Road, 26 Gennaio 2013 – Fourth Round)

E finiamo con una partita recentissima, eppure, già nella top-ten. Inevitabile, visto che da Sutton Utd-Coventry non accadeva che una squadra di non-league ne eliminasse una di First/Premier League. Ora, considerare il Luton Town squadra di non league, anche se nei fatti lo è, è concettualmente difficile: basti pensare che, in quanto a major trophies, Hatters e Canaries sono a parimerito, con una Coppa di Lega a testa in bacheca. Eppure il recente cammino da gambero del Luton Town, che l’ha portato fino alla Conference, ne fa a tutti gli effetti un club di non league. Soffermarci su una partita dell’altro ieri è superfluo, ma il goal di Rendell che ha spedito gli Hatters al quinto turno merita quantomeno di essere menzionato, così come il fatto che, nel turno precedente, il Luton ha eliminato il Wolverhampton Wanderers, caduto in Championship ma pure sempre squadra di grande tradizione. Come andrà a finire non lo sappiamo, nel prossimo turno (corrispondente agli ottavi di finale) il Luton ospiterà a Kenilworth Road il Millwall in un match che riporta alla mente gli incidenti del 1985. Qualsiasi sia il risultato, il Luton 2012/13 è già entrato nella storia della coppa più bella, affascinante, unica del Mondo.