Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Londra (seconda parte)

Ultimo capitolo del nostro viaggio a Londra, che dopo gli eventi di Tottenham – Bolton e una salutare notte di riposo ci porta dritti dritti alla domenica, pronti per un’altra giornata all’insegna del puro e semplice calcio inglese. Il programma prevede un altro quarto di finale di FA Cup, Chelsea-Leicester, per il quale dobbiamo solamente ritirare i biglietti allo stadio. La partita però è alle 14, abbiamo quindi una bella domenica mattina di sole da spendere per Londra e come decidiamo di farlo? Essendo in zona Hammersmith, siamo vicinissimi a ben tre stadi londinesi: Stamford Bridge, dove andremo nel pomeriggio, Craven Cottage (da me già visitato qualche anno orsono e non mancherà un piccolo racconto a riguardo in futuro) e Loftus Road. Una veloce occhiata alla cartina e ci muoviamo verso Loftus Road, il più vicino dei tre al nostro albergo. Sappiamo che sarà tutto chiuso, è domenica mattina presto e Londra prima delle 11 non si alza, ma decidiamo comunque di farci la passeggiata che dalla fermata della metro, lungo South Africa Road, porta allo stadio. Il quartiere è davvero caratteristico, dominato dagli studi della BBC, ed è un tipico quartiere residenziale. Fa davvero strano essere immersi in tale tranquillità a pochi chilometri dal caos del centro di Londra, ma ce la godiamo tutta: per strada c’è davvero poca gente, il sole splende e dal nulla arriviamo all’ingresso ufficiale dello stadio, perfettamente inserito nel quartiere, roba impensabile qui da noi. Non che lo stadio sia in un quartiere, ma che ne sia parte integrante, è questa la cosa meravigliosa. La scuola dietro la gradinata, la zona residenziale a due passi, l’assenza di parcheggi antistanti…fantastico! Purtroppo non posso dirvi di più perchè l’impianto è totalmente chiuso, shop compreso, ed è davvero un peccato. Ci colpisce comunque una sorta di bacheca fuori dalla biglietteria, che avverte delle modalità di vendità dei biglietti e di come vi sia uno stretto sistema di monitoraggio delle vendite che qui da noi ci sogniamo. Facciamo le classiche foto di rito e decidiamo di muoverci verso il nostro obiettivo del giorno: Chelsea-Leicester.

South Africa Road e il Loftus Road sullo sfondo

Personalmente ero già stato a Stamford Bridge, ma solo per il tour dello stadio e ovviamente l’idea della partita live ha tutt’altro sapore. La strada è conosciuta ed è facilissima: District Line direzione Wimbledon, si scende a Fulham Broadway, si esce dalla stazione e si gira a sinistra: 300 metri e lo stadio ti compare davanti, anche qui perfettamente immerso nel quartiere.

Stamford Bridge in tutta la sua bellezza

La partita è abbastanza attesa da ambo le parti, con i tifosi del Chelsea ancora euforici per il passaggio del turno in Champion’s League e la prospettiva di andare a Wembley mentre da Leicester sono attesi 6 mila (sì, 6 mila!) tifosi per vivere un momento unico in una stagione abbastanza avara di soddisfazioni. Arriviamo con largo anticipo, la gente inizia a sciamare attorno allo stadio ed ovviamente il luogo più affollato è l’enorme megastore dove trovare qualsiasi cosa. Dopo lo shopping pazzo del giorno precedente, ci limitiamo a prendere l’essenziale, tra cui il programma della partita (non può mancare…se andate allo stadio in Inghilterra e non comprate il programma della partita non siete davvero degni di esserci andati) e ritiriamo, con estrema semplicità i nostri biglietti. Tranquilli, ci mettiamo a pranzare nella vicina stazione della metrò dove si possono trovare ogni sorta di ristoranti a buon mercato e finalmente entriamo in clima partita. Le macchine fotografiche scattano a ripetizione, la statua del King of Stamford Bridge domina la zona antistadio e iniziano a vedersi anche molti tifosi del Leicester perfettamente mischiati ai tifosi locali. Entriamo con discreto anticipo, rispetto a White Hart Lane qui è tutto più moderno: tornelli elettronici, larghi, comodi: è bello anche così, nonostante non si respiri il clima old style del giorno prima. Siamo in West Stand Lower Tier e come bambini andiamo subito a vedere i nostri posti: splendidi, assolutamente splendidi. Vicini al campo, praticamente centrali: visuale perfetta per godersi ogni singolo istante della partita.

Chelsea in campo per il riscaldamento

Essendo presto, è possibile comunque muoversi lungo tutta la stand e andiamo a posizionarci, in attesa del riscaldamento, sul muretto di bordocampo per foto e per goderci lo spettacolo dello stadio. Come da tradizione dentro lo stadio pochissima gente per il riscaldamento e quando entrano in campo i giocatori, li abbiamo a pochissima distanza. Cech si riscalda a due passi da noi, poi entrano tutti, arrivano sotto lo stand, salutano e si scaldano. Inizia a riempirsi il settore ospiti nel frattempo e inizia a salire anche il loro tifo: si preannuncia un’atmosfera meravigliosa. Una pinta prima della partita non si nega a nessuno e quindi ci rifugiamo dieci minuti nella zona bar (organizzatissima) per gustarcela, poi pronti alla gara.

Il settore ospiti...decisamente pieno!

Il colpo d’occhio è ottimo, ci sono alcune sezioni dello stadio poco popolate (la parte più alta), il settore ospiti è stracolmo ed anche dove siamo noi non c’è un seggiolino libero. Il tifo del Leicester è assordante, tutti hanno la loro sciarpa, tutti cantano; i tifosi del Chelsea rispondono dalla parte più animata della Matthew Harding Stand con un aiuto anche dal nostro settore. Escono le enormi flag che vedete ogni volta in tv che fanno il giro dello stadio, dagli altoparlanti parte il classico Liquidator con tutto lo stadio che applaude e canta a ritmo; poi tocca all’inno (davvero bello) del Chelsea ed alle formazioni, annunciate dallo speaker in campo…insomma, si è pronti all’inizio. L’ingresso in campo è qualcosa di unico: seconda versione del Liquidator dagli altoparlanti con pubblico decisamente più coinvolto di prima, tifosi del Leicester in totale delirio a formare un muro umano nella Shed End che accolgono con un boato terrificante i loro giocatori dopo i classici saluti di inizio gara: FA Cup magic! Prima della partita viene riservato un tributo a Fabrice Muamba, o, meglio, un enorme incoraggiamento che unisce idealmente spettatori e giocatori: toccante.

Il nostro Di Matteo

E finalmente…calcio d’inizio! Conoscete tutti il risultato finale, ma la partita è stata più aperta di quello che il punteggio lasci pensare. Nelle reazioni post-partita di Chelsea-Napoli si sentiva da più parti dire che i tifosi del Chelsea erano muti, zero atmosfera, ridicoli: durante tutta la gara col Leicester non sono stati zitti un attimo, sempre cori, sempre incitamenti con una predilezione particolare per Fernando Torres, letteralmente incoraggiato ad ogni tocco di palla e ad ogni accelerazione; lo stesso Torres, tra l’altro, era in versione ispirata ed inarrestabile, tanto che finalmente riesce ad interrompere il digiuno di gol e a far esplodere letteralmente lo stadio: l’esultanza al gol di Torres è un qualcosa che difficilmente dimenticherò, quasi come una liberazione per lui e per i tifosi. Dall’altro lato ci sono i tifosi del Leicester, per i quali è difficile usare degli aggettivi. Dal primo all’ultimo minuto hanno cantato, incitato e sostenuto la loro squadra, rumorosissimi ma sempre correttissimi. Il boato al gol del 3-1 sembrava quello di un gol vincente al 90esimo in una sfida importantissima. Guardavo le facce accanto alle mie ed erano tutti estasiati nel vedere questo muro umano esultare ed essere felice per un semplice gol del 3-1; al secondo gol del Leicester, quello del 4-2, si sono levati anche applausi dai settori locali per la bellezza del gol. I tifosi del Chelsea festeggiavano cantando il celeberrimo “Que sera sera”, quelli del Leicester continuavano ad incitare la loro squadra: davvero, non so descrivervi a parole la bellezza di trovarsi dentro Stamford Bridge. La vedo come la magia del calcio, dalla tristezza del giorno precedente alla meraviglia odierna passando l’intera gamma delle emozioni umane.

Man of the match...Fernando Torres

Al fischio finale usciamo ordinatamente, il deflusso è regolare ma commettiamo un piccolo errore: andiamo alla metro dal lato da dove eravamo venuti, ignorando che dopo le partite lì è chiuso e c’è un’entrata apposita. Ne aprofittiamo comunque per sistemarci un attimo, ma appena usciamo veniamo presi dallo sconforto: la coda per il Tube, che prima era inesistente, ora è decisamente consistente. Ci mettiamo in fila, un po’ rassegnati, ma ignari che quella coda ci avrebbe cambiato totalmente la giornata. Ci accorgiamo infatti di essere in mezzo a tifosi Chelsea e Leicester assieme, con stragrande maggioranza dei tifosi ospiti appena usciti. I tifosi del Chelsea celebrano la vittoria, quelli del Leicester rispondono incitando la loro squadra…il tutto in totale spontaneità e tranquillità. La coda scorre via veloce veloce ed entriamo in stazione: c’è pieno, siamo un po’ pressati, ma qui scatta il delirio totale sotto forma di tifo: i tifosi Leicester iniziano a cantare seriamente ed in un attimo tutta la stazione è coinvolta. Una bolgia come direbbe un famoso telecronista italiano, bellissimo diciamo noi. Ci sono anche tifosi del Chelsea che provano a farsi sentire, ma vengono surclassati: cantano, saltano, urlano, ci si diverte. Il primo treno che arriva, mentre si riempie, viene usato come un tamburo per accentuare i cori; fortunatamente la parte più calda del tifo è troppo lontana per entrare e salirà sul treno successivo, assieme a noi. Dentro il treno è un qualcosa di pazzesco: tutta la carrozza salta all’unisono e si susseguono i cori più svariati, dagli sfottò al Nottingham (acerrimi rivali del Leicester), a quelli del Chelsea (memorabile la frase di un tifoso che urla: i tifosi del Chelsea che vengono da Manchester devono scendere qui per tornare a casa), agli incitamenti al Leicester. Un viaggio unico, indimenticabile. In metro restiamo affascinati da un quadretto familiare accanto a me: papà, mamma e i due figli tutti rigorosamente con la maglia del Leicester che tornano a casa dopo essersi goduti la partita. Colpiscono soprattutto la mamma e la figlia, che avrà avuto sui 12-13 anni con la sua maglietta ufficiale della squadra e l’entusiasmo per essere stata presente che traspare dagli occhi, pur nella sconfitta. Sono stato parecchio tentato dal chiedere mille cose al capofamiglia, complimentarmi per la loro passione e per lo splendido seguito di tifosi della loro squadra, ma mi sono trattenuto…un po’ per timidezza, un po’ per non rovinare il quadro familiare e quell’atmosfera fantastica che si era creata su quel vagone della metro, un ricordo che resterà per sempre nel mio cuore e credo anche in quelli dei miei compagni di viaggio. Pian piano il treno si svuota e noi torniamo ad essere dei semplici turisti londinesi completando il tour dei luoghi più simbolici della città. Cena veloce, giretto in centro, Match of the day 2 in tv ed è tempo di sistemare i bagagli perchè il giorno dopo si rientra a casa, con un’altra meravigliosa esperienza di calcio inglese nel cuore e la speranza di riuscire a farne un’altra appena possibile.

Viaggio nella Londra del calcio: Queens Park Rangers

Queens Park Rangers Football Club
Anno di fondazione: 1882
Nickname: SuperHoops
Stadio: Loftus Road, South Africa Road, London W12
Capacità: 18.600

Noi di English Football Station siamo stati recentemente a Loftus Road, per quanto fosse una Domenica mattina di un weekend senza partite. Un giro semplicemente turistico per respirare a pieni polmoni l’aria di un quartiere, ben consci che, in Inghilterra e soprattutto a Londra, ogni squadra ha un legame fortissimo con la comunità che rappresenta, e se vuoi conoscere una realtà devi toccarla, anche brevemente, con mano. Siamo scesi a Wood Lane, nuovissima stazione dell’Hammersmith & City line, ma lo stadio è tradizionalmente raggiungibile anche dalla vicina White City, situata sulla Central line. A farla da padrona, appena scesi dal treno e usciti dalla stazione, sono i palazzi della BBC, che dominano un quartiere residenziale, non stile Leyton dove l’immigrazione si è mischiata al proletariato urbano e il concetto di residenziale è legato a quello di massa: un quartiere dove le mamme accompagnano i bimbi alla partita di calcio alla Domenica mattina e si respira l’aria pacifica di una Londra sorniona. Si scende South Africa Road e, a un certo punto, spunta Loftus Road, lì, immerso nel quartiere, e si pensa subito al concetto di “support your local team”, perchè il legame tra abitanti è squadra non potrebbe essere più forte di così, la squadra non gioca in qualche enorme spazio periferico, gioca dietro casa tua. Basterebbe già questo per rendere speciale Loftus Road. Dietro una delle tribune c’è addirittura una scuola, tanto che si chiama “School End” il settore dello stadio. Fantastico.

Il breve passaggio dalle parti di Loftus Road ci fornisce lo spunto per parlare della squadra che vi gioca, il Queens Park Rangers, seconda tappa della nostra rubrica londinese. Anche qui, basterebbe una foto delle splendide maglie del QPR, tornato quest’anno in Premier League, per concludere già il post, ma addentriamoci nella storia del club. Il Queens Park Rangers venne fondato nel 1882, dagli studenti del St Jude’s Institute, che diedero alla squadra il nome della scuola, St Jude’s appunto; il nome definitivo di Queens Park Rangers arriva 4 anni più tardi, quando nel 1886 si fonda con un’altra squadra, i Christchurch Rangers, e visto che molti giocatori provenivano proprio dal distretto di Queens Park (nord-ovest di Londra) si opta per il nuovo nome. E qui comincia il nostro calvario, terrorizzati come siamo dal dovervi raccontare la storia di una squadra che ha cambiato 17 volte stadio, un totale di 13 stadi diversi, un record inglese (e ci mancherebbe altro) che ci fa rimpiangere il caro vecchio Leyton Orient e i suoi spostamenti descritti nel post precedente. Scusandoci in anticipo se dovessimo saltare qualche passaggio, cerchiamo di andare con ordine.

Uno stadio immerso in un quartiere: Loftus Road

Il primo campo utilizzato dalla squadra venne ritagliato da una porzione di terra in disuso vicino a Harvist Road; poco dopo però trasferirono tutto a Welford’s Field, al costo di affitto di 8 sterline annue, che andrebbero rapportate al costo della vita di oggi ma che fan comunque sorridere. Qualcosa non andava nemmeno lì  e il QPR si trasferì nel 1888 al London Scottish ground, per una cifra stavolta di 20 sterline annue di affitto, compensate dal fatto che si iniziò a far pagare agli spettatori l’entrata. Ma il terreno di gioco dello stadio si dimostrò presto inutilizzabile date le condizioni pessime, forzando il QPR a trasferirsi ancora alla fine della stagione 1888/1889. Il calvario continuò, anzi, crebbe. Tra il 1890 e il 1892 la squadra cambia infatti ben quattro campi da gioco: Home Farm, Kensal Rise Green, The Gun Club at Wormwood Scrubs, Kilburn Cricket Ground. Ma la strada per trovare una casa definitiva è ancora lunga. Nel 1896 si torna dalle parti di Harvist Road, dove era stato nel frattempo eretto il National Athletics Ground (chiamato poi Kensal Rise Athletic Stadium) che diventò così la casa del QPR; il costo di entrata per gli spettatori adulti era a quel tempo di 6 pence. Il passaggio al professionismo avvenuto nel 1898 (per fermare i continui trasferimenti di giocatori verso altri club) è paradossalmente la causa dell’ennesimo cambio di stadio nella breve storia della squadra: i costi di gestione divennero elevati, la proprietà dello stadio fece causa alla squadra per i mancati pagamenti e il QPR dovette dunque cercare un’altra casa.

La nuova casa (1901) venne trovata in St Quentin’s Avenue, impianto non esattamente all’avanguardia: i giocatori dovevano cambiarsi in un edificio pubblico esterno e camminare poi al campo di gioco; cosa peraltro poco gradita agli stessi abitanti del quartiere, le cui proteste (secondo loro il QPR abbassava il livello del quartiere) portarono all’abbandono dopo un solo anno dell’impianto, per tornare al Kensal Rise (1902). Tutto finito? Magari. Nel 1905 i costi di affitto del Kensal Rise divennero proibitivi, e il QPR dovette nuovamente abbandonare l’impianto per trasferirsi all’Agricoltural Showground di Park Royal, dove resistette due soli anni: nel 1907 infatti la squadra si trasferì a un nuovo stadio, sempre a Park Royal, capace di ospitare fino a 60.000 spettatori dove giocò (con una breve interruzione nel 1912, quando giocò a White City a causa di uno sciopero dei lavoratori del carbone) fino alla stagione 1914/1915, quando il campo venne requisito dall’esercito in vista della Prima Guerra Mondiale. In realtà già sul finire del 1914/1915 il QPR dovette trasferirsi, giocando alcune partite a Stamford Bridge e al solito Kensal Rise. Finalmente, per il QPR e per noi che scriviamo, il 1917 segna l’anno della (quasi) fine delle peregrinazioni in giro per l’ovest londinese: il club acquista il campo della squadra amatoriale Shepsherd’s Bush, Loftus Road, e ne fa il suo stadio definitivo e attuale. Due brevi parentesi a White City Stadium (di cui una negli anni ’30 si rivelò disastrosa per le finanze del club) per cercare di attirare più spettatori segnano la definitiva fine dei trasferimenti della squadra. Con il sudore sulla fronte per la fatica, chiudiamo qui il capitolo stadi, ed è curioso come una squadra così girovaga porti oggi nello stemma la scritta “Loftus Road”, quasi a dire “ehi, noi il nostro stadio ce l’abbiamo!”.

La rosa del 1936/1937

In questi stadi, però, una squadra giocava. Una squadra che dopo i successi a livelli amatoriale (1982 West London Observer Cup, 1895 London Cup, e prima partecipazione all’FA Cup) passò come detto al professionismo nel 1898 (28 Dicembre), ottenendo l’iscrizione alla Southern League: il 9 Settembre dell’anno successivo il QPR disputò la prima partita professionistica della sua storia, una sconfitta 1-0 in casa del Tottenham Hotspur; la prima vittoria arrivò una settimana dopo, quando il New Brompton cadde al Kensal Rise. La squadra terminò all’ottavo posto la sua prima stagione pro. Dopo risultati altalenanti, il QPR vinse la Southern League nel 1907/1908 e a fine anno disputò la prima edizione della Charity Shield contro il Manchester United (1-1 e 4-0 in favore dei Red Devils), che si disputava tra i vincenti della First Division e quelli della Southern League. Nonostante la vittoria della Southern, il QPR non venne selezionato per giocare in Second Division (Football League): il passaggio avveniva infatti per selezione e ai Rangers venne preferito il Tottenham Hotspur, che finì però ottavo l’anno precedente. Quattro anni più tardi, nel 1912, il QPR rivinse la Southern League, ma dovrà aspettare il 1920/1921 per accedere alla Football League, stagione in cui venne ammesso alla neonata Third Division, in cui al primo anno di partecipazione finì terzo, per poi però finire due volte ultimo negli anni successivi e dover per questo richiedere l’ammissione, ottenuta entrambe le volte.

La storia del Queens Park Rangers rimase pressochè questa fino alla stagione 1947/1948, ed è quasi incredibile pensare a circa 30 anni passati in Third Division senza alcun tipo di soddisfazione, se non qualche passaggio del turno in FA Cup. Fu solo nel primo dopoguerra, infatti, che la squadra fece la sua prima apparizione in Second Division, sotto la guida del manager Dave Mangnall, che tuttavia si dimise quando, nel 1952, la retrocessione riportò i Rangers nella terza serie del calcio inglese, in cui rimasero, manco a dirlo, per diverse stagioni. Infangati nella palude della Division Three, nel 1959 giunse a Loftus Road dalla Roma un nuovo manager, Alec Stock: diventerà forse il più grande manager della storia dei Rangers, anche se dovrà aspettare il 1966/1967 per la gloria. Ma fu gloria vera per una realtà come il QPR. Quell’anno, sotto la guida di Stock e con in campo la prima vera stella della storia dei Superhoops (il nickname che i tifosi adottano oggi per la loro squadra), Rodney Marsh, la squadra non solo ottenne la promozione in Second Division, ma vinse, prima squadra di terza divisione a farlo, la Coppa di Lega, battendo 3-2 (dopo essere stati sotto 0-2) il W.B.A. a Wembley, che ospitava la finale per la prima volta. E non finì qui, perchè l’anno successivo il QPR ottenne un altro primato nella sua storia: la promozione in First Division.

Rodney Marsh segna il momentaneo 2-2 nella finale di Coppa di Lega del 1967

Alec Stock venne sollevato dall’incarico per malattia (rimase assente 3 mesi a causa di una brutta forma di asma che lo colpì), e il QPR retrocesse, dopo un solo anno di First Division. Rimase in Second Division quattro stagioni, durante le quali la squadra venne riorganizzata sotto la guida, dal 1971, del manager Gordon Jago, che cedette Rodney Marsh, la stella, al Manchester City per 200.000 sterline, rimpiazzandolo sei mesi più tardi con un ragazzo proveniente dal Carlisle, acquistato per 112.000 sterline e di nome Stanley Bowles. Bowles è, per ogni tifoso Hoops, quel che Charlton è per i tifosi del Manchester United; anzi, quello che è Best. Un giocatore dotato di classe cristallina che avrà presto un post a lui dedicato qui su EFS, anche per la vita personale che merita qualche parola. Un’icona anni ’70, come il nordirlandese. A Bowles, e ad altri acquisti come Phil Parkes, Don Givens, Dave Thomas vennero aggiunti giovani del vivaio come Dave Clement, Ian Gillard e il capitano Gerry Francis. La nuova squadra ottenne la promozione nel 1972/1973, finendo seconda dietro al Burnley; Jago, tuttavia, si dimise al termine dell’anno seguente, e venne rimpiazzato da Dave Sexton, ex manager del Chelsea, il quale ebbe la brillante idea di contendere a Stock il ruolo di best manager in QPR history, portando i Rangers al secondo posto in First nella stagione 1975/1976, un solo punto dietro al Liverpool.

I dieci anni che passano tra metà anni ’60 e metà anni ’70 sono gli anni ruggenti del QPR, che però riesce a mettere in bacheca la sola Coppa di Lega, con tuttavia il secondo posto in campionato e i quarti di finale di UEFA l’anno successivo (eliminati dall’AEK Atene) come perle da incastonare nella storia della squadra. Presto però l’incubo della Second Division tornò a palesarsi dalle parti di Loftus Road, un incubo che prese forma alla fine della stagione 1978/79 (nel frattempo Sexton aveva già lasciato, direzione Man United, nel 1977). Tuttavia i Rangers si rialzarono presto, quando venne nominato manager Terry Venables, ex giocatore del club e proveniente dal Crystal Palace (correva l’anno 1980): una finale di FA Cup nel 1981 (persa contro il Tottenham, 1-1 e 0-1 al replay, prima e unica nella storia del club), la promozione in First Division (1983) e il quinto posto in campionato (1984), con relativa qualificazione UEFA, sono il “palmares” di Venables in sella agli Hoops, non male per un club non esattamente abituato a certi palcoscenici; ed è quello che deve aver pensato il Barcellona, che infatti affidò la panchina a Venables per la stagione 1984/85. Un susseguirsi di manager, una finale di Coppa di Lega persa contro l’Oxford United (1986) e una serie di piazzamenti a metà classifica chiudono gli anni ’80 del QPR, che continuò a consolidare la sua posizione nella massima serie. In First Division, divenuta nel frattempo Premier League, il QPR ci rimase fino al 1995/96, quando dopo 13 anni e dopo ottimi recenti piazzamenti sotto la guida dell’ex giocatore e manager Gerry Francis (memorabile una vittoria a Old Trafford 4-1 durante la stagione inaugurale della Premier, 1 Gennaio 1993) retrocesse. E dopo aver lanciato e venduto, per la cifra tutt’ora record del club di 6 milioni di pounds, Les Ferdiand al Newcastle. Ma, stavolta, non ci fu un’immediata resurezzione. Anzi.

Un mito, un’icona, una leggenda: Stan Bowles ha appena segnato contro il Man United

Il 2000/2001 vide infatti il QPR retrocedere, dopo 30 anni circa dall’ultima partecipazione, nella terza serie del calcio inglese, divenuta nel frattempo Second Division, e a nulla in tal senso servì il ritorno di Gerry Francis, che si dimise sul finale di stagione e venne rimpiazzato dall’ex giocatore (un vizio molto english) Ian Holloway, il quale impiegò 3 anni per riportare la squadra in First Division (che, precisiamo, era divenuta la seconda serie del football albionico): era il 2003/2004. Il resto è storia recente, con le stagioni sotto la proprietà Briatore/Ecclestone che avevano nel frattempo rilevato il club salvandolo  dal rischio di fallimento (si parlò anche di fusione con il Wimbledon tra le altre cose), fatto purtroppo piuttosto frequente nella storia degli anni 2000 della squadra, e la trionfale cavalcata dello scorso anno con quella vecchia volpe di Neil Warnock in panchina, la vittoria del Championship (se evitiamo di dire che è l’ex First Division va bene?) e la promozione in Premier League, dove quest’anno si lotta, con le unghie e con i soldi del nuovo proprietario malesiano Tony Fernandes (curiosa storia la sua, tifoso del West Ham che non è riuscito a comprarsi gli Hammers e si è lanciato sui Rangers) per la salvezza.

Bene, la pappardella storica era doverosa, per quanto approfondiremo nel corso del tempo alcuni aspetti (Bowles, Marsh, la finale di Coppa di Lega, la stagione del secondo posto son tutti argomenti che meritano post a parte – ndr nel frattempo abbiamo provveduto a parlare di Marsh e Bowles e della stagione 75/76). Ma c’è una cosa che affascina di questo club e di cui fin’ora non abbiamo parlato, una cosa che attira sul QPR molte simpatie: la maglia. La maglia del Queens Park Rangers è di quelle che si possono definire uniche. O quasi, in ogni caso rare, perchè comunque quando vediamo la maglia bianco-blu a strisce orrizzontali pensiamo subito a loro. La cosa curiosa è che in origine non era così. La maglia del St Jude’s era metà azzurra-metà blu in pieno stile collegiale, e per qualche anno venne utilizzata anche dal QPR. Fino al 1892, quando venne introdotta la nuova maglia, a strisce orrizzontali bianche e….verdi. Ebbene sì. Potremmo essere qui a parlare di un simil Celtic Glasgow quando, nel 1926, a qualcuno venne l’illuminazione: le maglie verdi portavano sfiga! Così vuole la leggenda, e si passò quindi a un più consono, per motivi che evidentemente ritenevano validi, blu, per la fortuna di tutti, nostra soprattutto che consideriamo la maglia anni ’60-’70 una delle più belle della storia del calcio inglese. Ma anche del QPR stesso, che, non potendo vantare vittorie o glorie passate, può sempre far breccia nel cuore degli appassionati per la sua maglia caratteristica e unica.

E’ giunto il tempo di lasciare Loftus Road, di risalire South Africa Road tra i bambini che giocano in un campetto piuttosto malandato (la magia del calcio: una palla, due porte improvvisate, il Mondo come campo da gioco) e mamme che portano i figli a scuola, salutare l’edificio della BBC e rimetterci in viaggio. Saliamo a White City direzione Bank, cambiamo per la Northern Line, scendiamo a London Bridge, saliamo sul treno che ci porta a South Bermondsey, dove esiste una via che collega direttamente la stazione al settore ospiti dello stadio, per evitare che i tifosi avversari entrino in contatto con quelli di casa. Forse lo avete già capito: si va a casa del Millwall.

Records

  • Vittoria più larga: 9-2 v Tranmere Rovers (Division Three, 3 Dicembre 1960)
  • Sconfitta più larga: 1-8 v Manchester United (Division One, 19 Marzo 1969)
  • Maggior numero di spettatori: 35.353 vs Leeds United (Division One, 27 Aprile 1974)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Tony Ingham, 519
  • Maggior numero di goal in campionato: George Goddard, 174

Palmares

  • League Cup: 1966/1967

Rivali: Fulham, Brentford e Chelsea

Link: http://www.queensparkrangersfc.com/fame3.htm (Unofficial Hall of Fame);
http://qprreportblog.blogspot.it/ (QPR report blog)
http://www.qpritalia.it/ (QPR Italia)

Due leggende, una maglia: Stan Bowles e Rodney Marsh

Le piccole differenze

Wolverhampton appena retrocesso, i tifosi cantano e applaudono

Lo sappiamo: è come sparare sulla croce rossa oggi. O come un goal a porta vuota. Però sinceramente, dopo tutta la rottura sull’importare il “modello inglese” in Italia, i fatti di oggi dimostrano che questo sia impossibile.

(tratto dal sito ufficiale del Wolverhampton) (…) But the Wolves players never gave up the fight, and were applauded off by their own fans who sang long and proud to the final whistle and beyond.

“The fans were fantastic,” said TC (Terry Connor, il manager, ndr) “They knew what was riding on the game and gave us every backing they could. To be fair to them, they have been doing that for the majority of the season. They have been great and the lads and the staff have appreciated  that and so have I”.

Le piccole differenze, dicevamo nel titolo. Ma sinceramente, forse, ne troviamo solo una di differenza: si chiama cultura, sportiva e non. Ci uniamo all’applauso dei tifosi del Wolverhampton, che applaudono la loro squadra appena retrocessa, senza aggiungere altro.

Bloggers on the road: Cris e Pierpaolo a Londra (prima parte)

Seconda tappa nel giro di due mesi Oltremanica per me e Pierpaolo, con la gradita compagnia di un altro nostro amico che abbiamo coinvolto e trascinato nel nostro pazzo amore per il calcio inglese. A differenza di Manchester si tratta di un viaggio più ragionato, più programmato, organizzato con il cuore da tifosi Tottenham quali siamo che nasce verso la fine del 2011, scorrendo il calendario della Premier per trovare una partita abbordabile (trovare i biglietti a White Hart Lane è davvero dura) e cercando al contempo di far combaciare i vari impegni personali. Identifichiamo subito una data e una partita che per noi ha un certo fascino, almeno per me: 17 marzo, Tottenham – Stoke City, il ritorno di Peter Crouch a White Hart Lane. Ovviamente, essendoci mossi in largo anticipo, non abbiamo ancora in mano il calendario tv e quindi speriamo in una magica combinazione che ci permetta di fare il double, cioè di vederci una partita al sabato ed una alla domenica, operazione che sarebbe possibile con la qualificazione dello Stoke in Europa League. Speranzosi, aspettiamo la data di inizio vendita dei biglietti e, con qualche patema, riusciamo a metter mano su 3 preziosi tagliandi in north stand, in posti purtroppo non vicini dato che lo stadio è sostanzialmente esaurito. Ma poco ci importa, lo Stoke esce dall’Europa League e ci rassegnamo all’idea di non fare il double a Londra, ma non vuol dire che non si possa fare: il calendario per la domenica propone i Wolves in casa e l’Aston Villa in casa e sia Wolverhampton, sia Birmingham sono facilmente raggiungibili in treno da Londra a poco prezzo. Si stava delineando quindi un programma pazzissimo, con Tottenham al sabato e trasferta per la domenica al Villa Park (molto conveniente in treno da Londra). Carichissimi prenotiamo albergo ed aereo quando arriva la doccia gelata: nel weekend prescelto da noi sono previsti i quarti di finale di FA Cup, con Spurs e Stoke ancora in gioco e quindi la nostra partita diventa passibile di rinvio. Panico, che diventa terrore con il passaggio del turno dello Stoke: match ufficialmente rinviato e noi ci ritroviamo con 3 biglietti di una partita che non potremo mai vedere. Non ci perdiamo d’animo, quel sabato propone comunque molte partite di Championship e qualcosa vedremo, ci diciamo; nel frattempo il Tottenham va al replay con lo Stevenage e il Chelsea con il Birmingham. La luce la vediamo il giorno dei sorteggi dei quarti di finale: la vincente tra Tottenham e Stevenage va in casa il 17 marzo contro il Bolton mentre la vincente di Birmingham-Chelsea il giorno dopo ospiterà il Leicester. Si apre la possibilità di un clamoroso double di quarti di finale di FA Cup per noi e la cosa ci prende da matti. Incredibilmente le cose vanno come devono andare: il Tottenham batte lo Stevenage ed il Chelsea vince a Birmingham. Abbiamo le due partite! Il tempo è pochissimo perchè mancano 10 giorni alla partenza e non abbiamo i biglietti: i primi ad essere messi in vendita sono quelli di Chelsea-Leicester e puntuali non manchiamo all’appello riuscendo ad acquistare, a 30 sterline l’uno, 3 biglietti di West Stand Lower Tier piuttosto centrali, sostanzialmente in posizione perfetta. Inutile dirvi però che tutte le nostre speranze sono incentrate sugli Spurs, i quali, tra le altre cose, ci hanno comunicato che data la nostra impossibilità di recarci a Tottenham-Stoke ci hanno rimborsato i soldi per i biglietti, per la nostra gioia e, soprattutto, sorpresa. Il lunedì prima della partenza, fissata per venerdì 16 marzo, inizia la general sale e riusciamo a comprare 3 biglietti in West Stand, all’altezza dell’area di rigore, in ottava fila. Sì, in ottava fila, praticamente in campo. Nonostante le difficoltà, ce l’abbiamo fatta!

White Hart Lane visto dalla strada

Con i biglietti Spurs comodamente in tasca (e-ticket, spediti via mail e comodamente stampabili a casa) prendiamo il fatidico aereo per Londra, anche qui non senza difficoltà per problemi personali di chi vi scrive, e raggiungiamo la nostra meta. L’atterraggio è a Gatwick, zona sud londinese, praticamente a Crawley (la squadra di League Two che fa sempre miracoli in FA Cup) e quasi in territorio Crystal Palace (il cui stadio è facilmente visibile durante il trasferimento Gatwick-Londra); l’albergo lo abbiamo preso nella zona più ricca di stadi a Londra: Hammersmith and Fulham, ove si trovano Loftus Road, Craven Cottage e Stamford Bridge. Le prime ore londinesi le viviamo io e Pierpaolo, con Marco che arriva da Roma solamente in tarda serata: facciamo il classico giro per riprendere confidenza con l’atmosfera della città, che entrambi ben conosciamo. L’aria londinese comunque è ancor più speciale del solito per la festa di San Patrizio il giorno dopo e Inghilterra-Irlanda a Twickenham: invasione irlandese e Guinness ovunque. La vera vacanza calcistica inizia il sabato mattina, dopo un breve giro turistico per i punti più caratteristici di Londra: l’inizio è sancito dal pellegrinaggio quasi mistico da Lillywhites, autentica mecca dell’appassionato di calcio. Per chi non lo conoscesse, Lillywhites è un negozio di sport a Piccadilly Circus che vanta un intero piano dedicato a calcio e rugby nel quale si possono trovare tutte le maglie della Premier, buona parte delle maglie di Championship e del resto del mondo oltre al merchandising di molte squadre di calcio, rugby e della nazionale. Un vero e proprio paradiso dove la carta di credito perde soldi nel solo momento in cui ci metti piede perchè vorresti comprare tutto. Inutile dirvi che in Italia non esiste niente del genere, soprattutto dal punto di vista dei prezzi: costa di meno lì una maglia originale di una squadra italiana che in Italia! E soprattutto fa strano trovare le maglie home and away del Grosseto (sì, il Grosseto!) in uno store a Londra quando da noi è già difficile trovare a Grosseto. Sostanzialmente un altro mondo ed un altro modo di concepire il merchandising. Carichi di borse facciamo anche una puntatina a caccia di dvd sportivi negli store locali e ne usciamo più che soddisfatti (mi son portato a casa il dvd col meglio di Match of the day degli anni 60-70-80, un must!) prima di rientrare in albergo e cominciare la preparazione alla partita. Rinfrescata, vestizione, sciarpe e siamo pronti! White Hart Lane è abbastanza fuori Londra, nella zona nord-est e raggiungerlo, per quanto sia facile, non è così comodo: una volta raggiunta la fermata della metro di Seven Sisters, bisogna prendere un treno che ferma alla stazione di White Hart Lane, a 5 minuti di cammino dallo stadio. Dal centro sono circa 40-45 minuti di viaggio: man mano ci avviciniamo al quartiere, spuntano ovunque sciarpe e maglie del Tottenham. Dal treno, poco prima di arrivare a WHL, si intravede parte dello stadio e lì iniziamo ad emozionarci. Scendiamo e ci incamminiamo assieme a tutti gli altri tifosi: a differenza di Manchester, ci sentiamo parte integrante della folla proprio per il nostro tifo ed è bellissimo vedere un quartiere “dimenticato”, tristemente noto per le rivolte della scorsa estate, prendere vita e colore di sabato pomeriggio. Avete presente la scena di febbre a 90 con il bimbo che scende alla fermata di Highbury? Immaginatevi una scena simile, con noi al posto del bimbo e i colori Spurs al posto di quelli Arsenal. Momenti unici. L’avviciniamento allo stadio è quasi religioso, le foto si sprecano e per prima cosa individuiamo gli store per comprarci la maglia: finalmente, dopo 2 anni, mi prendo la tanto agognata maglia di Gareth Bale mentre Pierpaolo praticamente si compra il negozio intero. Poi, dato il largo anticipo, intraprendiamo il tour a piedi dello stadio, girando tutti e quattro gli stand dall’esterno. Struttura semplice quella di White Hart Lane, storica direi. Riusciamo tranquillamente a girare anche nella zona del settore ospiti, dove non esistono poliziotti in assetto anti-sommossa nè scontri, nè alcun segno di tensione.

L'ingresso ufficiale di White Hart Lane

I tifosi del Bolton ci sono, sono arrivati in pullman passando tranquillamente nelle strade del quartiere senza che volasse una bottiglia o un sasso con i loro vessilli; anzi, si notavano anche parecchi ragazzini, cosa che fa sempre piacere. L’atmosfera è abbastanza festosa, la possibilità del viaggio a Wembley galvanizza i tifosi Spurs e noi, dopo le foto di rito davanti all’ingresso ufficiale dello stadio, entriamo. Nessun problema alla perquisizione e facciamo la conoscenza (o, meglio, Pierpaolo e Marco fanno la conoscenza visto che io già ci ero stato) dei tornelli di White Hart Lane: manuali, come da calcio inglese che non c’è più, con l’addetto del club che dentro un minuscolo gabbiotto controlla il biglietto e fa scattare il meccanismo di rotazione del tornello, che ha la caratteristica di essere piccolissimo e strettissimo. Sembra davvero di fare un salto negli anni 70-80, affascinante. Andiamo subito a prendere posto e la visuale è semplicemente pazzesca: siamo praticamente in campo e siccome manca ancora un’oretta all’inizio della partita, abbiamo la fortuna di avere davanti a noi lo studio di ESPN pre-partita, con Kevin Keegan lì a pochi metri da noi e soprattutto la FA Cup, il trofeo in palio, esposta a pochissimi metri da dove siamo seduti. Inutile dirvi che le macchine fotografiche hanno funzionato a meraviglia e il contributo fotografico è ben maggiore di quanto vedrete in questo articolo (molto di più potete vedere sugli account facebook mio e di Pierpaolo).

Lo spettacolo dai nostri posti

L’attesa per noi è spasmodica, pian piano White Hart Lane si riempie, ma è ancora semivuoto quando entrano i giocatori per il riscaldamento. Vedere i vari Bale, Cudicini, Van Der Vaart, Modric, Parker a pochissimi metri da noi è un’emozione forte, riesci ad apprezzare ogni singolo istante del pre-partita. Al momento dell’ingresso in campo lo stadio è quasi pieno, rimangono alcuni buchi nei settori più in alto e angolati, ma tutto sommato lo stadio sarà pieno al 90%: l’atmosfera si fa elettrica, il pubblico è caldo e l’ingresso in campo non fa altro se non aumentare le urla e i cori pro-Spurs, che si alzano fortissimi al fischio d’inizio. Anche i tifosi del Bolton si fanno sentire ed esplodono di gioia dopo pochissimi minuti, quando proprio davanti a noi Petrov batte il corner che si trasforma nel vantaggio degli ospiti. La partita è vibrante, il ritmo è altissimo e il Tottenham ci fa esplodere di gioia poco dopo col pareggio di Walker, rendendo la sfida ancor più combattuta.

Lo studio di ESPN davanti a noi...riconoscete Kevin Keegan

Poi….poi succede quello che tutti ormai saprete. Ripercorrere quei momenti non è assolutamente facile, perchè c’eravamo, perchè l’abbiamo vissuta dal vivo con l’angoscia di ogni altro singolo spettatore di White Hart Lane e dei giocatori in campo. Personalmente non ho visto il momento in cui Fabrice è crollato a terra, abbiam visto la palla uscire e Modric rendersi conto della gravità della situazione e chiamare a gran voce i soccorsi, il tutto nel silenzio più totale, rotto solamente dai cori di incitamento di tutto lo stadio per Muamba. Da medico quello che mi ha lasciato più stupefatto in assoluto è l’assoluta compostezza e l’organizzazione certosina dei soccorsi: il tutto si è svolto nella maniera più tranquilla ed efficace possibile nel momento più drammatico. Durante quei lunghissimi minuti dalla parte del pubblico che vedeva direttamente i soccorsi si levavano degli applausi di incoraggiamento, che all’inizio traevano in inganno facendo pensare a dei segni di vita del giocatore. Nulla invece e dopo quelli che saran stati una decina di minuti Muamba veniva portato fuori dal campo e successivamente in ospedale tra gli applausi e i cori del pubblico. In campo le facce sono totalmente sconvolte e proprio dalle facce dei giocatori si capiva la gravità della situazione: buona parte del pubblico si riversa su twitter alla ricerca di notizie da chi stava vedendo la partita in tv, l’arbitro sospende la partita non appena Muamba viene portato in ospedale e i giocatori rientrano negli spogliatoi. Davanti a noi ci sono i broadcaster di ESPN, che fanno capire come la situazione non sia grave, sia gravissima. Non ci siamo nemmeno lontanamente sognati di provare a documentare con foto o video quei bruttissimi momenti, le facce attorno a noi erano tutte preoccupate e terrorizzate. Ci accorgiamo di avere, nel box dietro di noi, Aaron Lennon: non abbiamo nemmeno la forza di fotografarlo o fargli un cenno, s’è persa proprio la voglia e anche la sua faccia era letteralmente sconvolta. Arriva dopo pochi minuti dalla sospensione l’annuncio che la partita non sarebbe più ripresa e vengono dati gli avvisi su come lasciare lo stadio. L’evacuazione avviene in un silenzio surreale con una compostezza che mai avevo visto in uno stadio. Ordinatamente abbandoniamo lo stadio e a forza di cercare informazioni scarichiamo letteralmente le batterie dei telefonini…come noi ogni altro spettatore del match. Regna il silenzio anche in strada, sembra quasi più una processione religiosa che l’uscita dallo stadio. Di notizie su Muamba ne arrivano poche, ma fortunatamente sapete tutti come poi le cose si siano risolte nel migliore dei modi, come per miracolo. Noi ci rimettiamo in coda per prendere il treno di ritorno e ci tengo a sottolineare una notevole differenza con l’Italia, con la realtà che conosco meglio di tutte: a Milano dopo le partite del Milan l’accesso alla metrò è un macello. A White Hart Lane tutti in fila ordinatamente, con qualche poliziotto che regola l’accesso alla stazione secondo la capienza del treno in arrivo: nessuno prova a sorpassarti, nessuno spinge nonostante la fila raggiunga i 4-500 metri di lunghezza. Pian piano ci avviciniamo al treno e personalmente sono due i momenti che mi colpiscono di più in questo triste ritorno verso il centro di Londra: il primo è lo scorgere un pub turco nel quale stanno proiettando una partita live del Fenerbahce che proprio in quel momento segna e il pub sostanzialmente esplode di gioia, con i tifosi turchi all’interno ignari del dramma che si era consumato a pochissimi metri da loro. Erano lì, esultanti e sinceramente felici per il gol che istintivamente non puoi non essere contento per loro che si stanno vivendo la loro partita e la loro passione. Il secondo invece avviene sulla banchina della stazione, nel momento dell’attesa del treno: un ragazzo inglese, sui 30 anni, tifoso del Tottenham lancia un piccolo coro ed un applauso per Muamba: beh, vi assicuro che sentire tutta la banchina intonare il coro e stringersi in un applauso è stata una scena veramente, ma veramente toccante. Il tutto nella maniera più spontanea possibile e questo è quello che rende ancor più unico questa visione e questo modo di vivere il calcio. Nel tristissimo rientro verso il centro città arrivano le prime notizie positive per Fabrice: finalmente si può tirare un sospiro di sollievo e possiamo goderci la nostra serata londinese senza quell’angoscia provata in quegli attimi terribili. Serata londinese che per la cronaca si conclude, da buoni appassionati di calcio, con l’accoppiata Match of the day e Football league show. Un must, che serve per accompagnarci tra le braccia di Morfeo e portarci direttamente al secondo grande appuntamento del nostro weekend, al quale sarà dedicata la seconda parte dello speciale.

L'immagine più bella di White Hart Lane...prima del fischio d'inizio

Le più belle maglie della Premier: Parte prima

Tutti sappiamo che l’Inghilterra è un po’ la patria del buon costume, e perchè no, dell’eleganza. Sappiamo anche però che non molte sono le aziende di sportswear con base nel paese d’oltremanica. La più famosa, seppur ormai di proprietà dell’americana Nike, è la Umbro, senza ombra di dubbio la più amata dai cultori delle belle maglie da gioco.

Ma le divise da gioco delle squadre inglesi non sono prodotte tutte da Umbro, e le altre aziende devono comunque sforzarsi per tenere i loro standard qualitativi su un livello piuttosto alto, consono alle altrettanto alte aspettative di tifosi e dirigenze.

Quindi questa rubrica si propone, seppur con le relative cautele dovute alla discrezionalità dei gusti, di fornire una guida alle migliori maglie della Premier League.

Partiamo con una puntata sulle due squadre di Manchester, le prime due in classifica. Come detto in precedenza, gli amanti delle maglie da calcio tendono in media a preferire i prodotti Umbro, di qualità di solito molto alta. Lasciando passare la maglia home, molto classica ma con la grande trovata dell’inserimento delle onde sonore prodotte dal Blue Moon cantato dai tifosi nelle trame della maglia, ci concentriamo sulla seconda maglia, la Away:

La Umbro ha deciso di far giocare i Citizens con una maglia che ricordasse una delle divise più amate dai tifosi della squadra, quella con cui erano arrivati quattro titoli in due stagioni: la maglia a righe rosso-nere usata nel ’68/’69 e nel ’70/’71. Con quella maglia erano arrivati un Charity Shield, una FA Cup, una Coppa delle Coppe e una Coppa di Lega. La Umbro l’ha ripresa fedelmente, cambiando pochissimi particolari, come il simbolo aggiunto sulla destra della maglia e il cambiamento del logo della squadra che negli anni ha subito alcune variazioni oltre ovviamente allo sponsor Ethiad Arways. La maglia si presenta quindi con uno stile retrò, sebbene questa definizione sia rifiutata dalla Umbro stessa, ed è anche lo stesso stile che caratterizza le produzioni Umbro da qualche anno ormai, e che l’azienda usa anche per la Nazionale inglese. Una particolarità è data dal motivo delle maniche: le righe sono state sistemate in orizzontale in modo che quando un giocatore esulta o abbraccia un compagno dopo un gol, il motivo della maglia continui passando da una maglia all’altra. Altra particolarità è che le superfici occupate d Rosso e Nero sulla maglia sono identiche.

La terza maglia è una maglia molto semplice di colore grigio con inserti celesti, quello che l’anno scorso era il kit Away della squadra, secondo l’usanza consolidata delle squadre servite dalla Nike.

Passiamo all’altra squadra di Manchester, lo United. Anche qui, come per il City, essendo lo sponsor tecnico Nike, la terza maglia altro non è che la seconda dell’anno scorso, bianca con inserti rosso neri sulle spalle e pantaloncini neri. La prima maglia è invece molto classica, rossa con dettagli bianchi ed una sottile striscia nera all’interno del colletto.

Andiamo quindi ad analizzare anche in questo caso la seconda maglia, la Away: la maglia si presenta blu, interrotta ad intervalli regolari da strisce nere orizzontali. Ad un esame più attento si può notare che le stesse strisce nere in realtà sono composte da sottili righe nere e blu scure alternate. La maglia ricorda molto quella, Umbro, con cui l’Inter vinse la Coppa UEFA nel ’97/’98 in una finale tutta italiana contro la Lazio a Parigi. All’interno del colletto possiamo trovare la dicitura Manchester United, dietro al collo invece si trova il diavolo simbolo della squadra. Tutti i dettagli sono in bianco, pantaloncini neri così come i calzettoni, che hanno però un risvolto blu che riprende il colore principale della maglia.

Per oggi è tutto, ci vediamo per la prossima puntata della rubrica sperando che l’idea vi sia piaciuta.

Viaggio nella Londra del calcio: Leyton Orient

Leyton Orient Football Club
Anno di fondazione: 1881
Nickname: The O’s
Stadio: Matchroom Stadium, Brisbane Road, Leyton, London E10
Capacità: 9.271

Cominciamo oggi il nostro viaggio londinese che ci porterà a vedere da vicino tutte le squadre della Capitale, e lo cominciamo da una squadra ai più, forse, sconosciuta, intendendo con ciò quelli che seguono il calcio perchèc’èBarcellonaRealMadrid, non a noi appassionati, ovviamente, che però siamo una minoranza all’interno del panorama dei tifosi calcistici. La squadra in questione, come facilmente intuibile se non scontato vista la presentazione qui sopra, è il Leyton Orient Football Club, squadra del Nord-Est londinese che milita attualmente in League One, quella che fino a pochi anni fa era la Second Division, che fu a suo tempo la Third Division e che insomma, è e resterà qualsiasi denominazione assuma la terza serie del calcio inglese. La ragione che ci ha spinto a cominciare dal Leyton Orient non è chiara nemmeno a noi, quindi sarebbe problematico spiegarla a chi legge: forse il simbolo, con i due maestosi dragoni rossi che ha un non so che di affascinante, forse la voglia di cominciare dal basso, senza cose scontate come parlare del Chelsea ma piuttosto di scoprire una realtà piccola, forse il fatto che l’Orient viene citato nel film Febbre a 90°, tratto dall’ominimo romanzo di Nick Horby (sì, non era da specificare, lo sappiamo), in quanto il cugino di Pete – per voce di Pete stesso – partecipò a un provino proprio con gli O’s, film che è entrato nella nostra testa e temiamo non ne uscirà più. Fattostà che si è deciso di partite con il Leyton Orient, per cui, dopo tutti i convenevoli, partiamo.

La data di fondazione del Leyton Orient Football Club è fatta risalire al 1881, quando i membri del Glyn Cricket Club decisero di fondare una squadra di calcio per tenersi in forma nei mesi invernali: nacque così l’omonima squadra, che 5 anni più tardi cambiò nome, come la squadra di cricket, in Eagle Cricket Club. Due anni più tardi entrò nella denominazione ufficiale il nome “Orient”, quando Mr Jack Dearing, giocatore della squadra e impiegato presso l’Orient Steamship Navigation Company suggerì di impiegarlo per la squadra, il che si conciliava perfettamente con il fatto che fosse localizzata nell’est di Londra, oriente, appunto. Tale ricostruzione, però, non è ritenuta attentidibile da alcuni, che fanno invece risalire la fondazione della squadra di calcio al 1891, sostenendo che prima i fondatori del Glyn Cricket Club, studenti puritani dell’Homerton College, si fossero dedicati solamente al cricket. La cosa certa è che la prima casa dei futuri O’s fu dal 1890/1891 al 1896 il Pond Lane Bridge, salvo poi trasferirsi al vicino Whittles Athletic Ground. Durante il periodo di “soggiorno” presso tale stadio la squadra cambiò nome in Clapton Orient (1898), un tentativo di creare simbiosi tra la squadra stessa e il quartiere di Clapton e attirare alle partite il gran numero di abitanti di quella zona residenziale e in espansione. In questi primi anni il colore adottato fu il rosso, che, per quanto oggi gli O’s siano tornati a utilizzarlo, non sempre accompagnò le fortune (poche, a dir la verità) del club, come vedremo. Il nickname O’s deriva però proprio dalle prime maglie utilizzate, che avevano sul retro una grande O bianca. Il nuovo secolo vide un nuovo cambio di stadio, visto che Whittles Ground venne abbattuto dall’autorità locale per costruirvi una centrale elettrica: l’Orient si spostò così a Millfields Road, un impianto capace di ospitare 40.000 persone, numeri che vennero quasi raggiunti il 16 Marzo 1929, quando 38.219 spettatori assistettero a Orient-Tottenham Hotspur. Dal punto di vista sportivo, il Leyton Orient, la seconda squadra londinese più vecchia dopo il Fulham (se si assume come veritiera la data del 1881), entrò a far parte della Football League nel 1905 dopo aver giocato nella Second Division della Southern Federation’s League. In questi anni il colore della maglia passò da rosso a bianco con una V rossa in centro, e rimase tale fino al 1930.

Lo stemma del quartiere di Leyton

Il 1930 è anche l’anno del terzo cambio di stadio e del quarto impianto destinato a ospitare la squadra, che lascia Millfields Road per trasferirsi a Lea Bridge Road, stadio con la pista d’atletica da 20.000 posti. Tuttavia i problemi legati al nuovo impianto furono immediati: dopo la settima partita della stagione 1930 il Torquay United, sconfitto 4-0 dall’Orient, protestò con la Football League circa il campo, ritenuto troppo stretto. Il reclamo del Torquay venne accolto, e la Football League intimò gli O’s di adeguare il loro impianto entrò sette giorni, pena la squalifica. Ciò non fu possibile, e l’Orient si trovò costretto a giocare due partite casalinghe in campo neutro. Un campo neutro qualunque, direte. Sbagliato: gli O’s giocarono le due partite niente meno che a Wembley, all’Empire Stadium, dove però non fecero mai più ritorno per giocarsi un qualsiasi trofeo (solo per i playoff). Lea Bridge Road fu adattato e l’Orient tornò a giocare nella sua casa, dove peraltro non accorrevano mai folle oceaniche (una media di 7.000 spettatori). La svolta si ebbe del Marzo del 1937, quando a Lea Bridge salì il Millwall in uno dei tanti derby londinesi. Stavolta la folla accorse eccome, e l’affluenza di 20.288 spettatori spinse la dirigenza a cercare una nuova casa, l’ennesima, per la squadra, visto che a più riprese gli spettatori furono costretti a entrare in campo a causa della capacità ridotta degli spalti. La soluzione venne fornita dalle difficoltà finanziarie del vicino club amatoriale Leyton F.C., che giocava a Osborne Road, futuro Brisbane Road: venne stipulato l’accordo e l’Orient, che si chiamava ancora Clapton Orient, si trasferì nell’estate del 1937 nel nuovo impianto. Più cambi di stadio che trofei, ahinoi, ma stavolta la soluzione fu definitiva e Brisbane Road è tutt’ora la casa del Leyton Orient, sebbene ne abbiano venduto i diritti (usanza brutta ma redditizia) e si chiami al momento Matchroom Stadium.

Siamo dunque arrivati alla seconda Guerra Mondiale, parlando però solo di stadi e nomi. E’ giusto da parte nostra spendere due parole anche su altre vicende riguardanti la squadra, o comunque sugli avvenimenti dei primi quarant’anni del 1900, anni spesi dall’Orient tra Division Two e Three, e specialmente sulla partecipazione dell’Orient al primo conflitto mondiale. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il Clapton Orient fornì al 17esimo Battaglione Middlesex (the Footballers’ Battallion) il maggior numero di uomini (17) di tutto il panorama calcistico inglese. L’ultima partita prima della partenza per la guerra (contro il Leicester Fosse, vittoria 2-0) 20.000 tifosi salutarono i loro eroi pronti a difendere la patria e venne organizzata una parata celebrativa. Tre di loro non fecero mai ritorno a casa: Richard McFadden (le cui gesta eroiche erano note, salvò anche un bimbo dall’annegamento), George Scott e William Jonas perirono durante la battaglia della Somme; e sebbene i rimanenti tornarono a casa una volta finita la guerra, molti riportarono ferite che gli impedirono di ricominciare a giocare a calcio. Allo sforzo bellico profuso dall’Orient venne in qualche modo reso onore 3 anni più tardi la fine del conflitto, il 30 Aprile 1921 quando l’erede al trono e Principe del Galles Edoardo (futuro Re Edoardo VIII) presenziò sugli spalti alla vittoria casalinga contro il Notts County per 3-0, prima volta che un membro della famiglia reale prese parte a un evento calcistico: l’evento è commemorato con una targa all’esterno di Millfields Road. E una lapide (O’s Memorial), dal 2011, è eretta nel villaggio francese di Flers, in ricordo dei 3 giocatori dell’Orient che persero la vita.

Malcolm Graham festeggia la promozione in First Division (1962)

Torniamo alla storia della squadra. Lo spostamento nel quartiere di Leyton portò al cambio di nome, subito dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale e 9 anni dopo il trasferimento a Brisbane Road: da Clapton Orient si passò a Leyton Orient (1946); cambiarono anche i colori sociali, che passarono all’originale rosso-bianco al bianco-blu, colori del Leyton di cui avevano ereditato il terreno di gioco, e venne adottato come stemma, in primo luogo dai tifosi che lo pubblicarono sulla loro fanzine, il simbolo di Leyton. Il blu e il bianco accompagnarono l’Orient fino alla stagione 1967/1968, un anno dopo l’ennesimo cambio, ancora di nome: nel 1966, anno in cui Leyton venne incorporato nel London Borough of Waltham Forest, una crisi finanziaria colpì il club (era già avvenuto nel 1946): la riorganizzazione societaria che ne derivò portò anche alla perdita del “Leyton” dal nome ufficiale della squadra, che divenne quindi semplicemente Orient F.C.. La crisi venne superata anche col contributo dei tifosi, che organizzarono una raccolta fondi nella East Stand quando le cose sembravano mettersi malissimo per gli O’s, con il fallimento che era dietro l’angolo. La raccolta fondi è ricordata come “pass the bucket collection“. Ma i cambi di nomi, colori, e i problemi finanziari non erano le uniche cose che accadevano all’Orient in quel periodo: ci sono anche note positive.

Il 1962 è un anno cerchiato di rosso su qualsiasi calendiario di un tifoso O’s, nella sua memoria, nei racconti al figlio che per la prima volta va a Brisbane Road: quell’anno (1961/1962) gli O’s terminarono secondi in Second Division (dietro al Liverpool che stava diventando grande sotto la guida di Shankly), guadagnandosi il diritto di giocare in First Division, la prima serie del calcio inglese, nella stagione successiva, prima e unica volta nella storia del club (il 50esimo anniversario ricorre Sabato prossimo). La squadra guidata da Johnny Carey terminò al ventiduesimo posto, con 21 punti, e vide quindi svanire immediatamente il sogno della prima serie per tornare in Second Division; nel 1966, l’anno della crisi finanziaria, retrocesse in Third Division, per poi tornare nella seconda serie nel 1970 e restarvici per tutti gli anni ’70. Anni ’70 che videro anche il massimo risultato raggiunto dall’Orient in FA Cup, la semifinale del 1978 contro l’Arsenal, persa 3-0 a Stamford Bridge, e la storica rimonta, sempre in FA Cup ma stavolta nel 1972, contro il Chelsea, con gli O’s che passarono dallo 0-2 al 3-2. Sono gli anni migliori della storia sportiva degli O’s, che non conosceranno mai più simile gloria, e vivacchieranno nei decenni successivi tra terza e quarta serie (l’ultima apparizione in seconda serie risale al 1981/1982). L’ultimo cambio nome risale al 1987, quando venne riadottato il “Leyton” prima di Orient, una soluzione che i tifosi sostenevano da tempo. Se la bacheca del club è tristemente vuota, altrettanto tristemente la sua storia è costellata da crisi e problemi finanziari, l’ultimo dei quali ha colpito nel 1994/1995, al termine della stagione, quando il presidente Tony Wood rimase finanziariamente coinvolto dalla guerra civile in Ruanda e gli O’s sembrava non dovessero riuscire a portare a termine le restanti partite. Ancora una volta il futuro del club rimase appeso a un filo, e venne salvato da Barry Hearn, attuale proprietario, tifoso e organizzatore di eventi sportivi che lo rilevò dopo un tentativo di un businessman di nome Phil Wallace, che però ammise di non avere i fondi necessari per acquistare il club. Sotto la gestione di Hearn Brisbane Road venne ristrutturato, e il club riuscì, nel 2006, a tornare in League 2 (terza serie) con un drammatico (nell’accezione inglese del termine) goal all’ultimo minuto dell’ultima giornata; League 2 in cui milita attualmente, in lotta per la salvezza.

Esterno di uno stadio di League 1. Non ne vedete così in Italia

Cosa rimane da dire? Innanzitutto, l’attuale stemma venne adottato nel 1977, dopo un concorso indetto l’anno precedente. I due dragoni sono in realtà wyvern, metà drago e metà serpente marino: drago, perchè il drago è il simbolo della città di Londra e testimonia il legame tra la squadra e la città; serpente marino perchè, come si è visto, il nome Orient è strettamente legato al mare. Tra gli altri loghi utlizzati vi risparmiamo la visione di quello adottato nel 1966, che richiamava nei colori la compagnia marittima da cui deriva il nome Orient ma che, nel suo essere blu-bianco-giallo cucito sulle (di nuovo) rosse divise immaginiamo stonasse non poco. Tra i giocatori considerati leggende dalle parti di Brisbane Road il primo posto spetta a Peter Kitchen, attaccante che ha giocato un totale di sole 4 stagioni (1977-1979, 1982-1984) segnando però la bellezza di 49 goal e facendo parte della storica squadra che raggiunse la semfinale del 1978; il primo posto non è assegnato da noi, ma dai tifosi stessi che in un sondaggio della BBC del 2004 che ci è capitato per le mani lo hanno votato come tale. Un numero maggiori di stagioni in maglia O’s le disputò Terry Howard, difensore che indossò la casacca rossa dal 1986 al 1994 per un totale di 397 presenze; record di presenze che appartiene invece a Peter Allen, con 432 partite tra il 1965 e il 1978, mentre il record di reti segnate con la maglia O’s è di Tommy Johnston con 121 realizzazioni (1956/1958, 1959/1961).

Non parleremo degli stadi in questa rubrica, cosa che in futuro farà Cristian; ci limitiamo a dire che Brisbane Road, e quindi il Leyton Orient, è situato in un quartiere dove l’immigrazione si è unita al proletariato urbano, un quartiere multietnico in una città già di per se multietnica, con odori e colori che ricordano qualsiasi parte del Mondo. A Leyton ci si arriva con la linea rossa (la Central) del Tube, stazione omonima, si scende e si percorre Leyton High Road, poi Coronation Gardens e Buckingham Road, e si arriva allo stadio. Un quartiere per nulla turistico, in cui è consigliabile evitare di girare con l’ultimo modello di macchina fotografica in mano (per quanto ci riguarda nemmeno a Stamford Bridge ci comporteremmo come classici turisti), anche se forse, essendo lo stadio Olimpico a poca distanza, si tratta di precauzioni ormai superate in vista dell’estate del 2012 e delle Olimpiadi, che attireranno a Leyton un numero enorme di turisti. Olimpiadi, a proposito. Forse qualcuno di voi sa della vicenda dello Stadio Olimpico, bramato dal West Ham, conteso dal Tottenham, assegnato agli Hammers ma ora di nuovo in bilico, con il Leyton Orient che si è fatto sentire tramite il proprietario Hearn, asserendo che il West Ham verrebbe a giocare troppo vicino al cuore di Leyton, con l’Orient, società dal piccolo bacino d’utenza (5.000 spettatori di media) che rischierebbe di subire un durissimo colpo dal più seguito West Ham. Vedremo come andrà a finire, gli Spurs hanno sostenuto le ragioni dell’Orient (azione semplicemente di disturbo, il Tottenham sta progettando il nuovo stadio che già in fase avanzata di studio). Vi rimando al sempre perfetto Roberto Gotta e al suo blog http://blog.guerinsportivo.it/misterfootball/2011/10/23/orient-lo-stadio-dei-desideri/

Matchroom Stadium/Brisbane Road visto dall’alto (Photo by Tom Shaw/Getty Images Europe)

E’ tempo di salutare gli O’s, la cui bacheca come già detto è tristemente vuota per cui non possiamo concludere elencando le vittorie, e ci dispiace perchè avremmo voluto narrare di grandi partite e grandi giocatori, piuttosto che cambi di proprietà. Ma la Londra calcistica è anche questa, piccole squadre espressione del loro quartiere, dove i tifosi magari sono stranieri ma non lì apposta per vedere la squadra, ma in quanto residenti nelle vicinanze dello stadio. Risaliamo Leyton High Road fino alla Central Line, saliamo sul treno e scendiamo a White City, stessa linea, e incamminiamoci. Nella prossima puntata si va infatti a ovest, a trovare il Queens Park Rangers.

Records

  • Vittoria più larga: 8–0 v Crystal Palace (Division 3 South, 12 Novembre 1955), 8–0 v Rochdale (Division 4, 14 Ottobre 1987), 8–0 v Colchester United (Division 4, 15 Ottobre 1988), 8–0 v Doncaster Rovers (Division 3, 28 Dicembre 1997)
  • Sconfitta più larga: 0–8 v Aston Villa F.C. (FA Cup 4th Round, 30 Gennaio 1929)
  • Maggior numero di spettatori: 38,219 v Tottenham Hotspur (Division 2, 16 Marzo 1929)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Peter Allen, 432
  • Maggior numero di goal in campionato: Tommy Johnston, 121

Rivali: West Ham, Southend United, e in misura minore Brentford, Dag & Red

Link: Leyton Orient Italia: http://leytonorientitalia.wordpress.com/
(Leyton Orient Italian Branch): http://leytonorientitalianbranch.blogspot.it/