Dixie

Ci sono giocatori che legano il loro nome indissolubilmente a quello di un club.
Magari oggi un po’ meno, ma qualche caso lo troviamo ancora. John Terry, Ryan Giggs (o Scholes o Neville), Steven Gerrard, ad esempio.
O Alan Shearer, che seppur non abbia giocato sempre nel Newcastle, è associabile ai Magpies più che al Blackburn, con cui però avrebbe vinto un titolo irripetibile.
Andando indietro nel tempo, i casi si sprecano. E figurarsi se spostiamo le lancette del nostro orologio indietro non solo di anni, ma di decenni. Per ogni squadra ci sono almeno due nomi di leggende. Calciatori che hanno regalato gioie ai tifosi, che hanno sudato e lottato per una maglia. E che magari si sono meritati una statua, onore riservato a pochi, grandi immortali.
Questa storia parla di uno di loro.
Parla di un eroe romantico, pulito ed elegante, che in un giorno di marzo muore tra le braccia della sua sposa, senza più la sua gamba destra, quella che lo rese ciò che era.
Se i trovatori esistessero ancora, canterebbero le avventure dei calciatori, i cavalieri di oggi. Su di lui, però, avrebbero composto la moderna Chanson de Roland.
Siamo a Birkenhead, città situata sulla sponda opposta del fiume Mersey rispetto a Liverpool. 313 di Laird Street, una delle vie principali della città. 22 Gennaio 1907, la data in cui vide la luce del Mondo per la prima volta.
Proprio per la scuola locale, la Laird Street School, questo ragazzotto, nipote di un ferroviere, iniziò a giocare a calcio.
Un’idea meravigliosa, specie nel Merseyside, che ha da sempre un rapporto privilegiato con the beautiful game. Un’idea meravigliosa, poi, se sei uno che al pallone dà del tu, senza timori reverenziali.
Il calcio, peraltro, piaceva anche a suo padre, William Sr., e in particolare gli garbava una squadra: l’Everton Football Club. Nel 1915, William Sr. portò suo figlio, per la prima volta, a Goodison Park. Aveva 8 anni, e quell’Everton si sarebbe apprestato, da lì a poco, a vincere il titolo.
Questa storia dell’Everton, di cui ovviamente il ragazzo si innamorò, tornerà utile più tardi.
Per il momento restiamo a Birkenhead, con le sue case basse e di mattoni rossi.
Come detto, il ragazzo sviluppò un rapporto d’amore con la palla da calcio. Talento innato. Un giorno lo notano gli scout del Tranmere Rovers, la squadra locale. A 16 anni, con la benedizione dei genitori, entra a far parte del club.
Prenton Park non era esattamente Wembley, che aprì i battenti lo stesso anno in cui il ragazzo firmò per i Rovers, il 1923. Una delle stand, ancora oggi, si chiama the Cowshed. La stalla.
Ma il nostro, nonostante tutto, si seppe ritagliare il suo spazio di gloria anche da questo palcoscenico di periferia. Per forza, segnava a raffica ed era poco più che un adolescente! 27 goal in 30 partite recitano gli annali, tutti concentrati nella seconda stagione. Media: un goal a partita (la prima vide 3 presenze e zero reti).
Rimase al Tranmere due sole stagioni, perchè poi il destino gli aveva affidato un altro compito: scrivere la storia dell’Everton.
Molti club chiesero informazioni. Arsenal, Newcastle, tutti con un grande svantaggio: non essere l’Everton. Perchè quando il segretario-manager dei Toffees, Mr. McIntosh, chiese di vedere Dixie, lui per la gioia corse 4 kilometri che lo separavano dal luogo dell’incontro.
Già, Dixie. Lui per la verità non ha mai amato questo soprannome, preferiva Bill, diminutivo di William.
Però al Tranmere qualcuno pensò che questo ragazzo del Merseyside assomigliasse, per tratti somatici, ad uno del Sud degli States. E uno del sud degli States è, per forza, “Dixie”, perchè abitante al di sotto della linea Mason-Dixon. Appunto.
Torniamo ai fatti, perchè qui svoltò la carriera. Per 3.000 sterline, Dixie passò all’Everton. Un accordo in essere col Tranmere presupponeva che il 10% della cifra sarebbe spettato a lui. Ma invece che 300 pounds, se ne vide recapitare solo 30. Chiamò il suo manager, Bert Cooke, e gli disse: “e il resto?”. “Senti, Bill, è il massimo che la lega ci permette di darti”. Furioso, si rivolse allora a John McKenna, presidente della Football Association. Che per tutta risposta gli comunicò, laconico: “mi dispiace che tu abbia firmato, e questo è quanto”.
Avidità? Per nulla. Quelle 30 sterline Bill le diede in consegna ai genitori, che a loro volta le donarono all’ospedale di Birkenhead.
L’Everton, l’amato Everton, e qui, a Goodison Park, Dixie scriverà la leggenda dei Toffees e del calcio inglese.
Arrivò a campionato in corso, in tempo per segnare 2 reti in 7 partite. La prima stagione completa fu il 1925/26: 32 centri in 38 incontri. E poi a seguire 21 reti in 27 partite. Fino al 1927/28.
Qui bisogna fermarsi. Perchè quella fu la più grande stagione che un attaccante inglese abbia mai giocato. Un numero di goals che è persino imbarazzante da scrivere: SESSANTA. Sei-zero. L’Everton, ovviamente, vinse il titolo, il terzo della sua storia, e Bill, da Birkenhead, a 21 anni divenne semplicemente the greatest goal-scorer of England. Il più grande e il più famoso attaccante d’Albione.
Segnava in tutti i modi, specialmente di testa, ma non per questo rispecchiava per forza i canoni del tipico centravanti inglese. Anzi. Eddie Hapgood, terzino dell’Arsenal, lo descrisse così: “un mago con la sfera ai piedi, ma letale di testa, forte come un toro, era impossibile togliergli palla, giocava in modo pulito, era un grande sportivo ed uno che non si dava mai per vinto. Era anche uno duro e tosto, non solo perché era grande e grosso, ma perché amava spesso allargarsi sulle fasce, portandosi dietro il centro-mediano e, assai di frequente, riusciva a saltarlo, complicando assai le cose per la difesa.” Oggi diremmo “un attaccante completo”.
Nella stagione post-record segnò 26 volte, 23 in quella successiva. Due stagioni, queste, costellate di piccoli problemi che gli fecero saltare diversi match. Forse anche per questo successe quel che successe in quel maledetto 1929/30.
Senza avversità, non sarebbe la romantica storia, la chanson de geste che tanto abbiamo decantato in apertura. Come in ogni racconto che si rispetti, l’eroe deve superare almeno una difficoltà per realizzarsi.
Dixie aveva vinto, Dixie vincerà, ma prima dovette assistere, quasi inerme, alla retrocessione dell’Everton. Del suo Everton. L’eroe a questo punto si erge sugli altri e, da solo, risolve la situazione. A suon di reti riporterà immediamente i Toffees in First Division e, da neopromossi, vinceranno anche il campionato successivo. Ovviamente con Dixie protagonista.
Chiuderà l’esperienza all’Everton con due titoli, due Charity Shield, una FA Cup (1933, con goal nel 3-0 in finale contro il City). 349 goal in 399 partite, 377 in 431 se si contano tutte le competizioni.
Giocò ancora, dopo i Toffees. Dapprima al Notts County, poi allo Sligo Rovers in Irlanda e infine all’Hurst, oggi Ashton United.
Chiusa la carriera, aprì un pub, il Dublin Packet, a Chester. E fece anche altri lavori, umili, se è giusto chiamarli così. Come si conviene ad un eroe buono, mai ammonito in carriera.
All’Everton, guadagnava 8 sterline a settimana d’inverno, 6 d’estate. “When i was playing i couldn’t afford a pair of boots“, dirà a George Best. Ma non ne fece mai un motivo di lamento.
Un giorno gli chiesero se il record di 60 goal in campionato sarebbe mai stato battuto. “Certo”, rispose, “ma solo un uomo ce la farà. Ed è quello che cammina sull’acqua”.
Il calcio gli mancava, ma la salute problematica lo tenne spesso lontano da Goodison Park. Nel Novembre del 1976 gli amputarono la gamba destra in seguito ad una trombosi. Un duro colpo.
Forse sentendo avvicinarsi l’inesorabile fine, Dixie decise il 1 Marzo del 1980 di tornare a Goodison, perchè gli mancavano i suoi tifosi, il suo Everton. Non una partita come le altre, ma il Merseyside Derby. Everton-Liverpool.
Il destino è lo scrittore più grande, assurdo, imprevedibile che esista. Perchè Dixie, leggenda dell’Everton, morirà lì, a Goodison Park, pochi istanti dopo il fischio finale di un derby contro il Liverpool.
Un vecchio cavaliere che torna per un’ultima volta sul campo di battaglia, persa (vinse il Liverpool, 2-1) e lì saluta per sempre la vita.
O meglio ancora un amante che muore guardando negli occhi la sua amata, che lo vede spegnersi a sua volta. La tragedia romantica, sublimata.
Siamo certi che, se avesse potuto scegliere, Dixie avrebbe scelto così. E forse per questo, quel giorno, insistette per andare a Goodison, o almeno, è in quache modo bello pensare che sia così.
Il ricordo più suggestivo, tra i tanti, venne da un “nemico”, Bill Shankly. Nemico, tra virgolette s’intende, perchè il grande allenatore scozzese plasmò il suo Liverpool anche in funzione anti-Everton, che d’altronde fino agli anni ’60 dominava la scena nel Merseyside. “Ci sono due squadre a Liverpool. Il Liverpool e il Liverpool riserve”. Uno spirito che mantenne anche il giorno del funerale, quando disse “lo so che è un’occasione triste, ma son sicuro che Dixie sarebbe estasiato nel sapere che anche da morto riesce a radunare più gente che l’Everton il Sabato pomeriggio”.
Una caduta di stile pensò qualcuno, un omaggio sincero crediamo noi, condito da quell’ironia tipica dell’uomo da Glenbuck. Ma Shankly disse anche “He belongs to the company of the supremely great, like Beethoven, Shakespeare and Rembrandt“. Tre artisti, in tre diverse categorie. Come dire: la quarta, quella del calcio, è appannaggio di Dixie.
Oggi, una statua ne commemora le gesta fuori Goodison Park. C’è scritto “the most lethal header in the history of the game“, giusto per rimarcare la specialità della casa; oltre al record, imbattibile, di 60 goal in un campionato, e al ricordo della morte avvenuta in quel luogo.
Dopo il funerale in Laird Street, la strada che lo vide nascere e crescere, le ceneri vennero deposte sul prato di Goodison Park. Perchè, onestamente, nessun altro luogo avrebbe potuto ospitarle. E quale migliore conclusione della storia, a cui abbiamo volutamente dato un’impronta quasi mitica, pensare che, ancora oggi, lo spirito leggendario di Dixie aleggi su Goodison, a infondere coraggio e passione ai giocatori che, negli anni, indossarono e indosseranno la casacca blu dei Toffees?
Decisamente sì, ci piace pensare che sia così.

Come forse avete notato, non abbiamo mai citato il cognome di Dixie. Perchè è superfluo, perchè gli eroi non hanno un cognome. E perchè, soprattutto, difficilmente rivedremo un altro così.
William Ralph “Dixie” Dean, 1907-1980.

Dixie_Dean_Monument

Viaggio nella Liverpool del calcio: parte prima, Everton

Everton Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Toffees (the People’s club, the School of Science)
Stadio: Goodison Park, Liverpool L4
Capacità: 40.569

109 campionati di massima serie (questo è il 110), sia essa First Division o, come è diventata in seguito, Premier League, un record del calcio inglese (nessun’altra squadra raggiunge i 100). No, non lo detiene il Manchester United, l’Arsenal (che invece detiene il record di campionati consecutivi nell’elite del calcio inglese) e nemmeno il Liverpool. La città è quella, ma siamo sulla sponda blu, siamo dalle parti di Goodison Park, casa dell’Everton Football Club. L’Everton è, secondo noi, la classica squadra sottovalutata: la percezione che ne ha il semplice appassionato di calcio è quella di una squadra mediocre, che negli ultimi anni è risorta, passando dalla parte destra a quella sinistra della classifica (abbiamo a supporto di ciò fatto una sorta di test con amici non assudui frequentatori della Premier, è il risultato è sempre quello). In realtà l’Everton è una squadra tra le più nobili del calcio inglese, per il fatto di essere una delle dodici fondatrici della Football League, per il record già citato, per il fatto comunque di essere la settima squadra in Inghilterra come numero di trofei vinti, per la squadra fantastica che ha spadroneggiato negli anni ’80, etc. etc. Con queste premesse ci accingiamo dunque a partire per Goodison Park, the Grand Old Lady di cui vi parlerà Cristian, dove ci accoglie la scritta enorme “Welcome to Everton FC” e la chiesa di St Luke, posta nell’angolo tra la Goodison Road Stand e la Gwladys Street Stand, particolare unico nel panorama del calcio pro inglese.

Il distretto di Everton divenne parte della città di Liverpool nel 1835; fu proprio in quel distretto che, nel 1871, venne inaugurata la St. Domingo Methodist Church (che prendeva il nome dalla St. Domingo Road in cui era ubicata), precedentemente situata in un’altra zona della città. Nel 1878 il reverendo Ben Swift Chambers venne nominato ministro delle chiesa, e tra le sue prime idee vi fu quella di creare una squadra di cricket che potesse servire da svago per i giovani fedeli, metodisti ma non necessariamente pigri. Il cricket era uno sport estivo, per cui per i mesi invernali bisognava pensare a qualcos’altro: quel qualcosa era il football, che stava dilagando per il Paese come una benevola influenza che avrebbe cambiato la cultura inglese, europea e mondiale. Le richieste per unirsi alla squadra di calcio furono subito ben oltre le aspettative, e il nostro rev.Chambers, tra un vangelo e un Padre Nostro non avrebbe mai potuto immaginare a cosa stava per dare il là la sua idea: infatti appena un anno dopo, nel 1879, fu convocato un meeting al Queen’s Head Hotel che sancì il cambio di nome da St Domingo F.C. a Everton Football Club, con la benedizione del nostro reverendo. Il nome scelto fu un evidente tentativo di legare la squadra, fondata da una comunità ristretta (quella metodista), a una più allargata (il quartiere), e dunque di allargare ma non disperdere questo sentimento di legame. La prima partita (20 Dicembre 1879) fu giocata sullo stesso suolo dove giocava il St Domingo, Stanley Park: maglie a strisce verticali bianco-blu, eredità del team voluto dal nostro ormai famoso reverendo, e vittoria per 5-0 contro il St Peter’s

A Stanley Park l’Everton rimase fino al 1882, quando le regole sul professionismo imposero al club un impianto cintato, chiuso, qualità che non apparteneva certo a Stanley Park, suolo pubblico. E qui entra in gioco John Houlding, nella prima delle sue triplici vesti di personaggio chiave nella storia dell’Everton, del Liverpool (ne è il fondatore) e di Liverpool in quanto città (ne sarà Lord Mayor dal 1897). Con calma, vediamo di trattare il tutto. Houlding entra in gioco come proprietario dell’Anfield Hotel, in cui venne discusso il trasferimento da Stanley Park a Priory Road, terreno messo a disposizione da Mr Cruit. Qui l’Everton giocherà per due stagioni, fino al 1884 quando Cruit rescisse il contratto d’affitto a causa delle folle sempre più numerose e rumorose. Probabilmente se ne sarà pentito amaramente, comunque a noi interessa che l’Everton rimase senza casa. E qui rientra in gioco Houlding, a cui quelle folle numerose facevano gola eccome, il quale mise la cosiddetta “buona parola” con un suo amico, tal John Orrell, proprietario di un terreno che venne affittato al club per farne la sua nuova casa. Quel terreno era situato in Anfield Road e diventerà la sede di uno dei più famosi stadi del Mondo. Siccome Houlding da buon businessman fiutò immediatamente le potenzialità di quel club così in rapida ascesa dal punto di vista del seguito di tifosi, l’anno successivo comprò Anfield Road (che venne subito trasformato in stadio moderno per l’epoca, con stand coperte e capienza di 20.000 spettatori), divenendo così egli stesso l’affittuario dell’Everton, circostanza che risulterà decisiva nel trasferimento a Goodison Park e nella fondazione del Liverpool FC.

Goodison Park nel 1892

Sul campo, dopo l’esperienza del 1887 in FA Cup con un’avvincente sfida legale contro il Bolton (vittoria del Bolton 1-0, ricorso dell’Everton per uso di un giocatore non schierabile, vittoria del ricorso, tre replay e infine vittoria sul campo dell’Everton, ricorso del Bolton perchè l’Everton avrebbe pagato alcuni giocatori amatoriali e definitivo successo dei Trotters, con conseguente squalifica di un mese del club di Liverpool), nel 1888 l’Everton scrisse parte della storia del football inglese divenendo una delle magnifiche dodici, le dodici squadre fondatrici della Football League. Il primo campionato lo concluse all’ottavo posto, il secondo al secondo posto (scusate il gioco di parole). Era il 1889/1890, e stava per accadere qualcosa di importante, sul campo e fuori. La stagione 1891/92 vide infatti l’Everton trionfare per la prima volta in campionato, seconda squadra di sempre ad aggiudicarsi il titolo (i primi due erano stati vinti dal Preston North End), con Fred Geary in campo, prima vera stella ad indossare la maglia del club (sul cui colore torneremo in chiusura di post, perchè ad esempio in quella stagione era di un colore sul rosa salmone). Fu anche l’ultima stagione ad Anfield Road, che ironia della sorte fu scenario del primo trofeo…dell’Everton. Houlding come detto divenne proprietario di Anfield Road, affittandolo egli stesso al club di cui faceva parte; l’affitto però venne costantemente aumentato, fino a diventare motivo di discussione tra i membri del club, che accusavano Houlding di voler solamente lucrare sulle fortune dell’Everton. A ciò va aggiunta un’altra disputa: il già citato Orrell rimase proprietario dei terreni adiacenti, e quando questi volle costruire una strada che avrebbe tagliato in due una stand, l’Everton si trovò di fronte al ricatto di dover affittare anche i terreni di Orrell per garantire la sopravvivenza del proprio impianto. E non ultimo, Houlding era un tory, mentre l’orientamento prevalente all’interno del club, specialmente in George Mahon, fautore del trasferimento, era whig: l’antico contrasto tra conservatori e liberali (i due furono anche rivali alle elezioni), una questione di natura politica, giocò un ruolo decisivo. Ad un certo punto l’accordo fu però vicino; ma una nuova rottura avvenne riguardo alle azioni della nuova LCC (limited liability company) in cui sarebbe dovuto essere trasformato il club per acquistare i due terreni, quello di Orrell e quello di Houlding, azioni che Mahon voleva più distribuite, anche tra tifosi, mentre Houlding voleva concentrare nella board of directors per dirla con termine attuale. Mahon a quel punto opzionò l’affitto di una porzione di terreno nella parte opposta di Stanley Park, Walton all’epoca nel Lancashire, e premette perchè il club si trasferisse lì; Houlding rispose creando la Everton (poi Liverpool) FC and Athletic Grounds, tentando di scalzare l’Everton dalla sua posizione in Football League, tuttavia non riuscendoci. La linea di Mahon prevalse, e l’Everton salutò Anfield Road: vi sarebbe tornato, ma da avversario.

George Mahon

Abbiamo dedicato qualche parola in più alla questione perchè gioca un ruolo chiave nel calcio nella città di Liverpool. Le versioni comunque sono ancora oggi differenti, a seconda che si chieda a uno storico dell’Everton o del Liverpool, ma è giusto sia così (la parte Red afferma che Houlding fosse disponibile a un contratto a breve termine, mentre l’Everton si ostinasse a chiedere accordi di lunga portata). Dunque, per motivi politici, di costi, di accuse più o meno velate di voler far profitti a spese del club, l’Everton si trovò con una nuova casa, non distante in linea d’aria da Anfield Road ma dalla parte opposta di quello Stanley Park che segnerà sempre il confine tra parte Blue e Red della città. Una casa da costruire dal nulla, proprio come era stato fatto per Anfield; tuttavia ci mise poco il club a trasformare quella porzione di terreno in uno del primi stadi specificamente costruito per il calcio al Mondo. Gli venne dato il nome di Goodison Park per via della strada adiacente, Goodison Road, e lo stadio aprì ufficialmente i battenti il 2 Settembre 1892, per un’amichevole contro il Bolton Wanderers, anche se il sito ufficiale riporta come data di apertura il 24 Agosto. Spettatori? 12.000. Goodison Park fu teatro delle gesta del già citato Geary, implacabile bomber di quella squadra che raggiunse la prima finale di FA Cup nella sua storia: il 26 Marzo 1893, con Geary assente, il Wolverhampton Wanderers alzò il trofeo, sconfiggendo per 1-0 i Toffees. E qui apriamo la parentesi sul nickname. Toffee è una caramella, e un dolciume era l’Everton Mints lanciato nel 1878 dalla Barker & Dobson, un’azienda che decise di onorare in quel modo la fondazione del club. Gli Everton Mints e i toffees erano venduti da un locale negozio di dolciumi (“Mother Noblett’s toffee shop“) ai tifosi che si incamminavano verso lo stadio; secondo altre versioni, il negozio in questione era Ye Anciente Everton Toffee House. Comunque da lì nacque la tradizione dei “toffees”, con la Toffee Lady che faceva il giro di campo nel prepartita lanciando le Everton Mints ai tifosi.

La Toffee Lady che distribuisce caramelle prima della partita, un’usanza particolare e molto carina

Tornando al campo, l’Everton perse nuovamente la finale di coppa nel 1897, 2-3 contro l’Aston Villa al Crystal Palace. E bisognerà aspettare il nuovo secolo perchè si ricominciassero a mettere trofei in quella bacheca che fino a quel punto ospitava, tra i titoli importanti, solamente un titolo di campionato. Fu proprio l’FA Cup a rappresentare l’occasione di rivincita, in tutti i sensi, quando nel 1906, sempre al Crystal Palace, l’Everton alzò il trofeo sconfiggendo per 1-0 il Newcastle United; l’anno dopo la possibilità di fare il bis venne però ostacolata dallo Sheffield Wednesday, che vinse la finale per 2-1, infliggendo così ai Toffees la terza sconfitta in quattro finali disputate. Il periodo che precedette lo scoppio della guerra si concluse, tuttavia, in modo trionfale: nel 1914/15, l’ultima stagione prima della sospensione delle competizioni ufficiali, l’Everton vinse il secondo campionato della sua storia, un punto davanti all’Oldham Athletic e con 36 goal (in 35 partite) di Bobby Parker, sicura stella del club se non fosse per la Grande Guerra, che gli lasciò come ricordo un proiettile conficcato in una gamba, con effetti sulla carriera che potete ben immaginare. Ma la stella stava per apparire nel cielo blu dell’Everton. Giocava per il suo local team, il Tranmere Rovers, lui, nativo di Birkenhead (sostanzialmente di fronte a Liverpool), quando nel 1925 segnò 27 reti in 27 partite: l’Everton si rese conto di avere un asso dietro casa (e per di più fin da bambino tifoso dei Toffees) e strappò l’assegno di 3.000 sterline in direzione Prenton Park. Lui altri non è che William Ralph “Dixie” Dean, 349 goal in 399 partite con la maglia dell’Everton, una statua fuori da Goodison Park e un posto nel cuore di tutti i tifosi Toffees.

Dixie Dean nella sua prima stagione

Dean terminò la stagione 1924/25 all’Everton, segnando 2 goal in 7 presenze, dopo i già citati 27 in 27 partite con la maglia del Tranmere; seguirono due stagioni da 32 reti in 38 partite e 21 in 27. E si arrivò così alla stagione 1927/28, leggendaria e non si tratta di un abuso di terminologia in verità spesso abusata: Dean segnò in quell’anno 60 goals in 39 partite, un record ineguagliato e ineguagliabile che regalò all’Everton il titolo. Dean continuava a segnare a raffica, ed è un delitto non poter narrarne qui le gesta in modo esaustivo, eppure al termine della stagione 1929/30 l’Everton si trovò sul fondo della classifica, per una retrocessione che aveva del clamoroso, in quanto fu la prima del club. Nemmeno da dirlo, il buon “Dixie” fece fuoco e fiamme nella seconda serie, e con 39 realizzazioni riportò immediatamente i Toffees in First Division; e non fu tutto, visto che l’Everton l’anno successivo vinse nuovamente il titolo, con il nostro che bucò i portieri avversari 45 volte. Mancava al palmares di Dean l’FA Cup (il Charity Shield era stato vinto nel 1928 e nel 1932), che prontamente vinse nella finale del 1933 contro il Manchester City, la prima partita in cui i giocatori indossarono maglie con i numeri sulla schiena, il che fece di Dixie Dean il primo numero 9 nella storia dei Toffees (la curiosità sta nel fatto che l’Everton indossò i numeri dall’1 all’11, il Manchester City dal 12 al 22). Le stagioni seguenti furono stagioni di metà classifica, Dean continuò però a segnare (12-9, 38-26, 29-17, 36-24, dove il primo numero son le presenze e il secondo i goal) fino al 1937, quando lasciò i Toffees per trasferirsi al Notts County, dove non ebbe altrettanta fortuna (giocò solo 9 partite in due stagioni per i Magpies) prima di ritirarsi definitivamente. La leggenda di Dixie Dean rimarrà però per sempre parte dell’essenza dell’essere Evertonian, leggenda che acquisì quel tocco di romantica tristezza quando Dean morì, il 1 Marzo 1980, d’infarto a Goodison Park, mentre assisteva alla partita contro il Liverpool. “People ask me if that 60-goal record will ever be beaten. I think it will. But there’s only one man who’ll do it. That’s the fellow that walks on the water. I think he’s about the only one“. Unico, imbattibile, Dean.

FA Cup del 1933, quando il tour lo si faceva in carrozza

Dixie Dean è uno di quei personaggi che nello sport portano ad applicare la regola che nella cristianità vale per the fellow that walks on the water di cui sopra: c’è un before-Dean e un after-Dean nella storia dell’Everton, almeno nel periodo appena successivo al trasferimento al Notts County. E il dopo Dean fu, per l’Everton, nuovamente vittorioso, almeno nell’immediato: ancora una volta, appena prima dello scoppio di una Guerra Mondiale, l’Everton vinse il titolo (1938/39) con una squadra che tra gli altri vedeva in campo Joe Mercer, poi star nell’Arsenal, e il diciannovenne Tommy Lawton, a cui la guerra tolse i sei anni potenzialmente migliori della carriera (riprese nel dopoguerra a far faville nel Chelsea e poi nel Notts County, alle volte il destino…) altrimenti parleremmo di lui ancor più di quanto si possa fare oggi. Dicevamo che il dopo-Dean fu vittorioso nell’immediato, perchè le cose nel primo dopoguerra non andarono esattamente bene: la cessione di Mercer e Lawton, il budget sempre più risicato trascinarono l’Everton nell’inferno della seconda serie per la seconda volta nella sua storia (1950/51), e questa volta prima della promozione in First Division passarono tre lunghe stagioni. Gli anni ’50 non furono il decennio migliore nella storia dei Toffees, con la retrocessione che li segna irrimediabilmente in negativo, mentre tra le note positive non possono bastare due semifinali di FA Cup per pareggiare il conto. Ma la svolta era dietro l’angolo, e prese forma quando nel 1961 l’ex giocatore Harry Catterick venne nominato allenatore.

Se gli anni ’50 furono un periodo sostanzialmente da dimenticare, gli anni ’60 sono la golden era dell’Everton per eccellenza, insieme agli anni ’80 che vedremo tra breve. Catterick riorganizzò la squadra, specie in difesa, tanto che l’Everton nella sua prima stagione risultò la squadra meno battuta della First Division e giunse quarto, per poi la stagione successiva (1962/63) vincere nuovamente il titolo, a cui aggiunse, nel 1966, l’FA Cup, vinta in una memorabile finale contro lo Sheffield Wednesday ribaltando uno 0-2 iniziale (finì 3-2). Ma incancellabile nella memoria dei tifosi e degli appassionati fu soprattutto l’ultimo titolo vinto da Catterick, quello del 1969/70, indimenticabile perchè quella squadra (Joe Royle e la Santa Trinità versione blue, Howard Kendall – segnatevi questo nome – Alan Ball e Colin Harvey) giocava in modo spettacolare e immaginiamo senza paura di esagerare che avrebbe ricevuto applausi anche dai maestri olandesi del calcio totale, che peraltro proprio in quegli anni stava investendo senza possibilità di ritorno il mondo del football mondiale. Quel titolo esaurì però il periodo d’oro degli anni ’60, e gli anni ’70, con un altro ex giocatore in panchina, Billy Bingham, seguito poi da Gordon Lee, non furono altrettanto ricchi di successi, anche se l’Everton sfiorò in diverse occasioni il titolo, perse una finale di Coppa di Lega e perse la famosa semifinale di FA Cup del 1977 contro il Liverpool al replay, famosa perchè per il pareggio nella prima partita per 2-2 con il goal di Bryan Hamilton annullato ingiustamente e in modo clamoroso; il replay venne vinto agevolmente dai Reds per 3-0. Gordon Lee subentrò a Bingham, ma un diciannovesimo posto nel 1979/80 e un quindicesimo nel 1980/81 portarono la dirigenza a sostituirlo, con in più il Liverpool che stava offuscando in quanto a successi i Toffees. Al suo posto venne scelto Howard Kendall, ex giocatore del club e all’epoca allenatore-giocatore al Blackburn Rovers, che aveva condotto dalla Third alla Second Division; mai scelta fu più azzeccata, come si suol dire.

Colin Harvey affonda lo United

Kendall firmò i seguenti giocatori, tutti nella sua prima stagione in carica: Neville Southall, Gary Stevens, Derek Mountfield, Peter Reid, Kevin Sheedy, Trevor Steven. Più di mezza squadra, che andava ad unirsi a Kevin Ratcliffe e Graeme Sharp che già facevano parte del club. Arrivò, nel 1983, anche Andy Gray, giusto in tempo per segnare nella finale di FA Cup del 1984 (2-0 al Watford, l’altra rete fu di Sharp) e mettere fine a un’astinenza da trofei lunga quattordici anni; i Toffees disputarono anche la finale di Coppa di Lega, che però persero contro i cugini del Liverpool. In campionato l’Everton finì settimo, ma durante la stagione la scarsa forma della squadra portò qualche tifoso a chiedere la testa del manager, anche se dubitiamo che quegli stessi tifosi oggi dicano “sì, ero io”. Perchè? Perchè la stagione, 1984/85, l’Everton non solo tornò a sedersi sul trono d’Inghilterra, ma vinse la sua prima e ultima coppa europea, la Coppa delle Coppe, sconfiggendo per 3-1 in finale il Rapid Vienna, ma soprattutto dopo aver eliminato in semifinale il Bayern di Monaco con una vittoria (sempre per 3-1) a Goodison Park che è considerata una delle migliori performance di sempre da parte dei Toffees. L’Everton quella sera a Rotterdam, sede della finale, scese in campo con i seguenti undici: Southall; Stevens, Van den Hauwe, Ratcliffe, Mountfield; Steven, Reid, Bracewell, Sheedy; Sharp, Gray. Quest’ultimo, tuttavia, partì a fine stagione, per tornare all’Aston Villa: al suo posto era stato infatti acquistato un attaccante 24enne dal Leicester City, Gary Lineker.

La stagione 1985/86 sarebbe ricordata con maggior piacere dai tifosi dell’Everton se non fosse che sia il secondo posto in campionato sia la sconfitta in finale di FA Cup furono ad opera del Liverpool, lo stesso Liverpool che indirettamente (o meglio, per responsabilità dei propri hooligans) aveva causato l’esclusione di tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee, Everton compreso. I Toffees però si rifecero nel 1987, vincendo il titolo (l’ultimo, ad oggi, della loro storia) dopo una lunga battaglia contro i rivali cittadini, ma perdendo tuttavia a fine stagione Kendall, che accettò l’offerta dei baschi dell’Athletic Club e lasciò il Merseyside direzione Bilbao. Venne sostituito dall’assistente, ed ex compagno di centrocampo, Colin Harvey, che tuttavia non replicò i successi del mentore, giungendo a una finale di FA Cup nel 1989 persa nuovamente contro il Liverpool, un Liverpool reduce peraltro dal disastro di Hillsborough in semifinale. Harvey venne licenziato nel 1990, rimpiazzato da…Kendall, che tornò così all’Everton (Harvey rimase in qualità di assistente), senza però riuscire a far rivivere quella decade magnifica che furono gli anni ’80, e lasciando mestamente nel Dicembre del 1993 con la squadra a metà classifica. Ecco, quel 1993/94: una stagione tribolata, che verrà ricordata per “the Great Escape“. Kendall venne sostituito da Mike Walker, autore del miracolo Norwich (terzo in campionato, brillante in Coppa UEFA), il cui ingaggio costò al club del Merseyside una multa di 75.000 sterline per trattative non esattamente correttissime nei confronti dei Canaries. Walker si trovò una squadra che pian piano sprofondò sull’orlo della retrocessione, fatto che sembrava inevitabile quando, nell’ultima partita della stagione, partita che l’Everton doveva vincere, il Wimbledon passò in vantaggio per 2-0 a Goodison; con i tifosi già in lacrime, i Toffees buttarono il cuore in campo e l’errore di Hans Segers, che ogni tifoso dell’Everton ringrazierà a vita, diede il 3-2 definitivo (goal di Stuart) e la matematica salvezza. Walker fu, però, licenziato, e sostituito dall’ex giocatore Joe Royle, che aveva precedentemente allenato l’Oldham Athletic.

La notte di Rotterdam: Coppa delle Coppe 1985

Joe Royle, il cui regno a Goodison durò dal 1994 al 1997, è l’ultimo manager ad aver portato un trofeo nella bacheca dei Toffees, l’FA Cup del 1995 (1-0 al Manchester United) a cui va aggiunta la Charity Shield dello stesso anno. Royle portò all’Everton anche un attaccante scozzese, Duncan Ferguson, che diventerà un vero idolo dei tifosi, sebbene non segnasse quanto Dean, non avesse la classe di Harvey o l’eleganza di Lineker, ma la cui tempra, la cui dedizione alla causa e l’amore per la maglia furono elementi sufficienti a far sì che sia ricordato con affetto dai fans, anche perchè la sua immagine è legata a un periodo non esattamente vincente, e in questi periodi avere uno come Duncan in squadra non poteva che essere manna dal cielo. Royle si dimise nel Marzo del 1997, e la stagione venne portata a termine dal capitano Dave Watson, che tuttavia rifiutò il lavoro quando gli venne offerto permanentemente; si optò allora per il redivivo Kendall, al suo terzo spell a Goodison Park. Un disastro. L’Everton si salvò all’ultima giornata e solo in virtù della differenza reti (a farne le spese, il Bolton), e Kendall venne licenziato. Venne nominato manager Walter Smith, ex allenatore dei Glasgow Rangers, ma le cose non migliorarono, sebbene il periodo di Smith alla guida del club durò quattro anni, fino al 2002 quando, con l’Everton in piena zona retrocessione il club, in difficoltà finanziarie, si rivolse a un giovane manager scozzese, in carica al Preston North End: David Moyes. Moyes, che come presentazione ebbe il colpo di genio di definire il club “the people’s club”, definizione che fu ben presto adottata come nickname non ufficiale dell’Everton, è a tutt’oggi il manager dei Toffees, che ha riportato a una posizione stabile in Premier League (tra cui il quarto posto nel 2005), ad una finale di FA Cup nel 2009 e nell’Europa che conta, tra cui la Champions League 2005/06 (sebbene la corsa si arrestò subito, ai preliminari contro il Villarreal). Non solo: nel 2002/03 Moyes lanciò anche in prima squadra uno dei talenti più cristallini del calcio inglese, quel Wayne Rooney, da sempre tifoso Toffees (e non sono solo parole di circostanza, basta vedere cos’ha regalato al figlio nel 2011), che nel 2002/03 incantò l’Inghilterra con un magnifico goal all’Arsenal, che peraltro inflisse ai Gunners la prima sconfitta in un anno prima di essere ceduto al Manchester United. Moyes ha recentemente dichiarato, a tal proposito, che a suo parere Rooney concluderà la carriera all’Everton. Vedremo se avrà ragione, nel frattempo i Toffees sono sicuramente in mani più che sicure, ed a parere nostro Moyes raccoglie meno consensi nel mondo del calcio di quanto dovrebbe.

L’ultimo di tanti talenti dell’Everton: il local boy Wayne Rooney

Cosa rimane in sospeso? Colori sociali e stemma, visto che del nickname abbiamo detto. La storia dei colori sociali, e quindi delle maglie, dell’Everton è piuttosto confusa. La prima divisa fu a righe verticali bianco-blu, a cui fece seguito una maglia nera con banda diagonale rossa che fu causa del nickname “black watch”, primo nick della squadra. Fu poi la volta di divisa rosa e bianca, a quadrati bianco-blu stile Bristol Rovers, nuovamente rosa, azzurra e bianca, salmone, rossa e, dal 1895 al 1901, totalmente azzurra. Finalmente, nel 1901, venne introdotto il blu che distinguerà da quel punto in poi l’Everton, associato a pantaloncini bianchi. La storia dello stemma della squadra, che raffigura la Prince Rupert’s Tower (situata nel cuore del distretto di Everton) parte invece dalla stagione 1937/38, quando il segretario Theo Kelly la riprodusse con l’intenzione di farne appunto il club crest. L’idea di Kelly vide incredibilmente la luce…40 anni dopo, quando nel 1978 venne introdotto sulla maglia lo stemma raffigurante la torre, le corone di alloro segno di vittoria e il motto latino “nil satis nis optimum” (lo stemma Kelly lo usava sulla cravatta, la sua e quella del proprietario). In precedenza, infatti, erano comparse, sporadicamente, solo le lettere “EFC”. Lo stemma ideato da Kelly, con poche modifiche, è ancora oggi utilizzato dalla squadra.

Salutiamo l’Everton con le parole di un suo giocatore, Alan Ball: “Once Everton has touched you, nothing will be the same”.

Trofei

  • First Division: 1890–91, 1914–15, 1927–28, 1931–32, 1938–39, 1962–63, 1969–70, 1984–85, 1986–87
  • F.A. Cup: 1906, 1933, 1966, 1984, 1995
  • Charity Shield: 1928, 1932, 1963, 1970, 1984, 1985, 1986 (shared), 1987, 1995
  • Coppa delle Coppe: 1984/85

Records

  • Maggior numero di spettatori: 78.299 v Liverpool (First Division, 18 September 1948)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Neville Southall, 578
  • Maggior numero di goal in campionato: Dixie Dean, 349

Viaggio nella Liverpool del calcio: introduzione

E così siamo arrivati a Liverpool, che calcisticamente è la città più vincente dell’Inghilterra con 27 titoli d’Inghilterra, 12 F.A. Cup, 10 League Cup, 9 trofei Europei e 24 Charity/Community Shield (Londra non viene solitamente considerata a causa dell’abbondante numero di squadre). Facile dunque pensare che questo viaggio sarà più lungo dei precedenti, sia nelle sue due tappe a Goodison Park e ad Anfield Road, sia in questa introduzione, che si soffermerà, oltre che sulle caratteristiche generali della città (sì, lo sappiamo, la domanda è “entro quante righe parleranno dei Beatles?”) anche specificatamente sul Merseyside derby, senza che questo comporti però troppa dispersione di tempo e spazio che preferiamo dedicare alle singole squadre.

Liverpool è una città e metropolitan borough nella contea del Merseyside (Mersey è il fiume che la attraversa, più precisamente l’estuario del fiume), ovest dell’Inghilterra, appena sopra al Galles. Conta una popolazione di 466.400 abitanti, ma la Liverpool City Region, ovvero l’unione tra la città e la moltitudine di città e cittadine intorno ad essa, arriva ai 2 milioni di persone. Il motivo è presto detto: Liverpool, con la sua posizione che ne fa un porto perfetto, è stata uno dei cuori pulsanti di quella che fu la rivoluzione industriale, e in precedenza anche del commercio via mare verso le colonie, compresa la triste pratica del commercio degli schiavi. E proprio durante l’industrializzazione (Liverpool e Manchester sono state le prime due città nella storia collegate da una ferrovia, 1830, poi Manchester decise di farsi il porto sui canali e i rapporti tra le due città divennero un tantino tesi, ma questa è altra storia) la popolazione della città crebbe a dismisura, il tutto favorito anche dall’immigrazione dalla vicina Irlanda durante la Grande Carestia (1845-1852), tanto che nel 1851 gli irlandesi costituivano il 25% della popolazione. Una popolazione mista, dato che non furono solo gli irlandesi a trovar casa a Liverpool, ma da tutta Europa gente arrivava in città in cerca di occupazione, tant’è che ancora oggi molte chiese sono lì a testimoniare la multietnicità della città (Deutsche Kirche Liverpool, Greek Orthodox Church of St Nicholas, Gustav Adolfus Kyrka, Princes Road Synagogue, St. Peter’s Roman Catholic Church), che tra l’altro proprio in questo senso vanta il primato di prima comunità africana del Regno Unito e di prima Chinatown d’Europa. Popolazione, quella di Liverpool, che ha un nome: Scousers, termine con cui qualsiasi inglese si riferirà all’abitante di Liverpool (e del Merseyside più in generale) al posto dell’ufficiale “Liverpludians”.

I Fab Four, orgoglio scouse

Lo scouse è un piatto tipico, uno stufato di carne (agnello o mucca) che ancora oggi scoprirete essere molto popolare in quel di Liverpool. Da lì, scousers, appunto. E per estensione è diventato “scouse” tutto ciò che riguarda la città, compreso il dialetto e l’accento (ma non solo la città, tutto il Merseyside); accento molto marcato, influenzato anche dall’immigrazione irlandese, una forte connotazione maggiore nella parte nord della città, mentre la parte sud ha una parlata più morbida all’udito. Accento con cui crediamo avesse abbastanza famigliarità John Winston Lennon (origini irlandesi, got it?), nato sotto le bombe tedesche nel 1940 in Oxford Street e il cui incontro con James Paul McCartney è da annoverare tra quelli che han cambiato il corso della storia. Cosa nacque da quell’incontro di due menti geniale lo sapete tutti, ed è dunque lecito dire che, per quanto a noi interessi l’aspetto football, Liverpool tramite quattro suoi figli abbia cambiato la storia della musica. Collegare i Beatles (grande passione del sottoscritto) al calcio non è cosa immediata e forse nemmeno interessante, e nessuno saprà mai per che squadra tifasse il barbiere in Penny Lane sotto quel suburban sky. Due parole, specie su McCartney, che ci introdurranno all’argomento derby, spendiamole però, l’unico dei quattro Beatles che sappiamo avere una passione per il calcio. McCartney dichiara: “Here’s the deal: my father was born in Everton, my family are officially Evertonians, so if it comes down to a derby match or an FA Cup final between the two, I would have to support Everton. But after a concert at Wembley Arena I got a bit of a friendship with Kenny Dalglish, who had been to the gig and I thought ‘You know what? I am just going to support them both because it’s all Liverpool.””. The friendly derby lo chiamano, per l’appunto, forse non per le motivazioni di Paul, ma comunque sempre amichevole. Vediamo perchè.

La vicinanza tra Anfield e Goodison

Friendly derby (ora è più comune la connotazione geografica di Merseyside derby) perchè non è raro a Liverpool trovare famiglie “miste”, con un fratello Red e l’altro Toffee. Friendly perchè, durante la finale di Coppa di Lega del 1984 i tifosi di entrambe, mischiati in tribuna, intonarono all’unisono i cori “Merseyside!” e “are you watching Manchester?” (rivalità mai assopita). Friendly perchè i due stadi sono separati solo dallo Stanley Park. Friendly perchè nei primi 30 anni del ‘900 le due squadre avevano un solo programme, in comune, cosa impensabile ora. Friendly perchè ancora di recente vedi l’immagine commovente di due bambini nelle rispettive maglie commemorare Hillsborough, friendly perchè ad Anfield viene trasmesso il tema di Z-Cars su cui l’Everton entra in campo per commemorare un piccolo Evertonian scomparso, Rhys Jones. E così via. Sfatiamo anche un mito, quello sulla connotazione religiosa delle due tifoserie: non è assolutamente dimostrabile che l’Everton sia squadra cattolicheggiante e il Liverpool protestante (addirittura c’è chi sostiene l’opposto, a dimostrazione di quanto questa sia una semplice credenza o comunque un fattore non radicato e connotativo). Ora, detto ciò, abbiamo esaltato lo spirito friendly del derby del Merseyside, bene anche dire che negli ultimi anni è la partita che produce il maggior numero di sanzioni disciplinari, testimonianza di quanto i giocatori sentano il match, influenzati come ovvio dai propri sostenitori (i giocatori non sono tifosi, e anche se lo fossero bene ricordare che i Steven Gerrard, i Michael Owen, i Jamie Carragher etc. sono tutti nati e cresciuti tifosi…dell’Everton); negli anni ’80 inoltre i danni degli hooligans del Liverpool all’Heysel causarono l’esclusione delle squadre inglesi dalle competizioni europee per tutto il resto degli anni ’80, anni che videro un super Everton rimanere così confinato in patria tra il malumore dei tifosi Toffees.

Un’immagine di una bellezza senza confini

Nel computo totale dei match il Liverpool è in vantaggio: su 218 partite, 88 sono state vinte dai Reds, 66 dai Toffees e 64 terminate in parità. Il record di reti segnate spetta a Ian Rush, leggenda del Liverpool, con 25, mentre a 18 c’è un’altra leggenda, questa volta dell’Everton, “Dixie” Dean. E a proposito di record, ci sono record che il derby del Merseyside può vantare rispetto a tutti gli altri derby d’Inghilterra, tra i quali la più lunga striscia di imbattibilità (14 partite, detenuto dall’Everton) e la più lunga striscia d’imbattibilità casalinga (sempre 14, ma questa volta del Liverpool). Qualche statistica un po’ confusa, ma giusto per introdurre l’argomento, visto che stiamo parlando forse del derby più “nobile” del calcio inglese, da una parte la leggenda Reds, Shankly, Paisley, Keegan, Dalglish, You’ll never walk alone e la Kop etc., dall’altra l’Everton, la squadra che ha disputato più campionati di massima serie nella storia (109) e che comunque uno o due trofei li ha vinti, checcè ne dica Caressa in FIFA12 (scusate l’excursus da videogiocatore, sassolino che volevo togliermi). Dunque, quello che abbiamo capito è che ci troviamo di fronte a due giganti del football: andiamone pertanto a parlare nel dettaglio, partendo dall’Everton.

P.S. il viaggio è a Liverpool, ma l’occasione è ghiotta per attraversare l’estuario del Mersey e andare anche a Birkenhead, sede del Tranmere Rovers, che tratteremo nella terza tappa del viaggio