L’uomo che inventò il Sistema. E l’Arsenal

Diceva Bill Shankly che un club è formato da una santa trinità: l’allenatore, i giocatori e i tifosi. I dirigenti? Quelli servono solo a firmare gli assegni. Sottoscrivendo questa massima del grande manager del Liverpool, ci accingiamo a parlare di una delle tre componenti della trinità di un club che entrava negli anni ’20 senza grossi successi da esibire al Mondo, con alle spalle un trasferimento da una zona all’altra di Londra e che diventerà invece la squadra più vincente della capitale del regno, proprio grazie a quel manager, the man who made Arsenal. Da Kiveton Park, Yorkshire: Herbert Chapman.

Figlio di un minatore (e non che le alternative fossero molte, in quello Yorkshire), decise che invece di riempirsi i polmoni di polvere avrebbe provato a progettarle, ‘ste benedette miniere, e si iscrisse in quella che sarà la futura University of Sheffield al corso di ingegneria mineraria. Coltivava però anche un’altra passione, sinceramente più divertente: il football. Journeyman, cambiò più squadre che paia di scarpe, non verrà mai ricordato per le gesta da calciatore e concluse la carriera in quel di Northampton, non dopo però aver giocato per un club di Southern League del nord di Londra: il Tottenham Hotspur. Ma guarda un po’ il destino…

A Northampton cominciò la carriera di allenatore. Così come le miniere preferiva progettarle che lavorarci, così il calcio preferirà gestirlo, inventarlo, anzi di più: rivoluzionarlo. Un passo alla volta. A Northampton, ma non solo lì, la tattica non era esattamente all’ordine del giorno: per dire, Chapman racconterà di come era normale trovare due ali sulla stessa fascia, stile partita di calcetto con gli amici. Questa la situazione al suo arrivo. Ecco, in pochi anni da questo si passerà alle parole di Fleming, nazionale inglese in forza allo Swindon Town, che disperato dopo una sconfitta si rivolse a Herbert così: “you have something more than a team: you have a machine“. La genialità. Chapman aveva intuito che esisteva una cosa magnifica chiamata contropiede: lasciamoli attaccare, noi – organizzati difensivamente – li colpiamo di rimessa. Bingo. Vincerà un campionato di Southern League nel 1909, negli altri si posizionerà sempre nei primi tre posti. He had a dream: la Football League. Sfiga, l’unione tra le due leghe è a undici anni dall’essere realizzata, anche se Chapman propose già allora il sistema che poi verrà utilizzato dal 1920 in poi. Nel 1912 lo chiama il Leeds City, natio Yorkshire, ma soprattutto Second Division della Football League. Goodbye Northampton.

A Leeds non riuscirà mai a conquistare la promozione, che frettolosamente promise, anche se i risultati furono comunque ottimi – prese in mano una squadra che fronteggiava una rielezione in FL e la portò a pochi punti dalla prima divisione. Poi scoppiò la guerra, e Chapman decise di aiutare il suo Paese dirigendo una fabbrica di munizioni. Ecco, pensando che andrà a rendere grandi i Gunners la cosa può anche far sorridere, ma qui siamo sempre nell’ambito destino che si diverte. Tornerà a Leeds a fine ostilità ma si dimetterà improvvisamente. Motivazioni? Nessuna, apparentemente. Poco tempo dopo però scoppiò uno scandalo finanziario che coinvolse il club, il cui rifiuto di aprire i registri fiscali alle autorità venne considerata come prova di colpevolezza. Squalificati a vita in cinque, tra cui Chapman. Herbert dopo le dimissioni era andato a Selby, ovviamente Yorkshire, a lavorare in un’industria di carbone, e quando la squalifica lo colpì era già lontano dal calcio e in testa l’idea che i campi non li avrebbe più rivisti maturò in quel momento. Tra le altre cose, poco tempo dopo perse anche il lavoro a Selby, visto che la compagnia venne ceduta e a lui dissero grazie e arrivederci.

Manager dell’Huddersfield

A salvarlo arrivò però Ambrose Langley, manager dell’Huddersfield Town ed amico di uno dei – tanti, dieci – fratelli di Chapman che gli offrì un posto da assistente allenatore e soprattutto l’appoggio del club nel ricorso contro la squalifica, ricorso che vincerà. Il destino gli sorrise e un mese dopo, quando Langley dovette essere sostituito, Chapman venne nominato manager. Tatticamente riprese le idee di Northampton, aggiungiamo però un aspetto non ancora trattato: la scelta accurata dei giocatori sul mercato, giocatori che potessero essere adatti al suo sistema (con la s minuscola, quello con la S arriverà…). Creò dal nulla uno scouting, con osservatori che gironzolavano per i campi d’Albione a preparare resoconti da sottoporre all’attenzione del manager, e segnatevi anche questa alla voce “idee geniali”. Terzo posto alla prima stagione ma con una FA Cup in saccoccia, poi due titoli in back-to-back. Difesa e contropiede, tre trofei vinti con i Terriers, e basterebbe già per consegnarlo alla storia. Che poi l’Huddersfield vincerà anche il terzo campionato di fila, ma ormai Chapman aveva spedito le sue labbra indirizzo nuovo, più a sud.

L’Arsenal nel 1925 cercava un manager. I soldi c’erano e non erano un problema per Sir Henry Norris, lo stadio era appena sorto in quel di Highbury, quel che mancava erano i trofei, l’argenteria, quella che fa ricordare il tuo nome ai posteri. Il club mise un annuncio di lavoro sull’Athletic News: cercasi manager, astenersi perditempo, please (altri tempi, ma altri per davvero. Immaginatevi oggi un Zamparini qualunque…). Chapman, che era legato al natio Yorkshire e tutto quello che volete ma a cui l’idea di vivere e lavorare a Londra schifo non faceva visto che arrivava insieme a 2.000 sterline annue, rispose. Treno direzione Islington e firma sul contratto: era ufficialmente un Gunner. Diventerà THE Gunner.

Dal 2-3-5 al WM

Dal 2-3-5 al WM

Piccola parentesi, ma fondamentale. Nel Giugno del 1925 venne modificata dalla IFAB la regola del fuorigioco, portando da tre a due (portiere compreso) i giocatori necessari tra l’attaccante e la porta affinchè questo fosse in gioco: questo per favorire lo spettacolo e aumentare il numero di goal. Vince chi sa adattarsi, dicono. Chapman (con il contributo del suo nuovo capitano, Charlie Buchan) capì che senza un adattamento difensivo la squadra sarebbe stata sepolta dai goal – e in effetti ne buscarono 7 dal Newcastle. Oh, all’epoca vigeva il mitologico 2-3-5, ricordiamolo. Cosa fece in concreto Chapman? Abbassò il centrale di centrocampo sulla linea dei difensori, togliendogli i compiti di regia e allargando i due difensori originali; contestualmente portò due dei cinque attaccanti sulla linea della trequarti diremmo oggi, comunque, davanti ai due mediani rimasti. Nasceva il WM, il Sistema, il Metodo, chiamatelo come preferite. Fu l’ennesima trovata geniale di Herbert Chapman, quella che lo consegnò alla storia del calcio.

Chapman lo rese vincente anche perchè applicò questa nuova concezione al suo stile di difesa e contropiede. Due massime: 1) puoi attaccare quanto vuoi, ma non vuol dire che segnerai. L’occasione migliore per segnare è quando recuperi palla in difesa, perchè la squadra avversaria è sbilanciata e la puoi sorprendere; 2) ogni squadra che entra sul terreno di gioco ha un punto garantito; se non subisco goal, mal che vada mi prendo un punto. Geniale e veramente rivoluzionario, questo sì. Va detto che la fortuna del WM dipendeva in larga parte dalla qualità dei giocatori, perchè sostanzialmente con i due difensori larghi a marcare le ali avversarie e il centrale a uomo sul centravanti la chiave divennero i duelli individuali. Non a caso l’Arsenal di Chapman impiegherà cinque stagioni per vincere il primo trofeo, la FA Cup del 1930 (contro l’Huddersfield Town, e sempre il destino che si diverte…), dopo numerosi lifting di mercato effettuati. Ecco, però non si fermerà più, nemmeno dopo l’improvvisa morte del manager, nel 1934, a seguito di complicazioni per una polmonite. Chapman, convalescente da un brutto raffreddore, non volle perdersi un match della squadra riserve dell’Arsenal, solo che il freddo di Gennaio gli fu fatale. E’ sepolto a Hendon, dove risiedeva.

FA Cup 1930

Questo il profilo di Chapman, ciò che lo rende una leggenda del gioco. Tattiche innovative, scouting, addirittura la preparazione fisica affidata a specialisti, i numeri sulle maglie, l’intuizione di una competizione europea per club vent’anni prima che questa nascesse, l’essere stato il primo manager professionista della Nazionale (sebbene solo per un tour Europeo). Tutto molto bello e visionario per certi aspetti, e che influenzerà club in Inghilterra e in Europa. Però è the man who made Arsenal, e questo non può essere dovuto solo alle tattiche. Certo, i trofei: quelli aiutano, visto che prima di lui non si era vinto nulla e si tende a ricordare chi vince, non chi perde. Ma lo spirito soprattutto. Fece rinominare la stazione della metro di Gillespie Road in Arsenal, perchè “chi ha mai sentito parlare di Gillespie Road? Qui intorno è tutto Arsenal!”. Un giorno si alzò e decise che la maglia rossa era troppo banale: Liverpool, Forest…via l’all-red: fece aggiungere le maniche bianche, che ancora oggi sono l’Arsenal . Ma soprattutto si presentò così: “I am going to make this the greatest club in the world”. Herbert Chapman, l’ingegnere che rivoluzionò il calcio. Ora siede nel Pantheon di questo gioco che ci fa impazzire, insieme a pochi eletti; ma la sua casa rimarrà sempre e solo una.

William McGregor e la nascita della Football League

Ci sono momenti in cui si scrive la storia, quella con la S maiuscola perchè influirà in modo decisivo sulla vita delle generazioni successive. Generalmente, non si è consapevoli di farlo, a meno rari casi di lucida follia visionaria: un Churchill, quando promise “lacrime sudore e sangue” ai suoi compatrioti, immaginiamo sapesse di vergare a voce pagine di storia dell’umanità. Onestamente ci riesce difficile invece immaginare che sapesse cosa avrebbe lasciato ai posteri tal William McGregor, per gli amici Willy, per tutti il padre della Football League, a sua volta madre dei campionati di calcio per club. Oh, il Willy non cominciò esattamente col calcio. Arrivò a Birmingham da Braco, Pertishire, 515 sperdute anime nella Scozia centrale, bella e tutto ma non esattamente un posto di villeggiatura, a una delle città principali della rivoluzione industriale, neanche questa confusa mai con Sharm-el-Sheik ma con qualche cristiano in più rispetto alla natia contea, molto fumo in più ma soprattutto decisamente molte palanche in più. Qui mise in piedi un’attività di drappiere, ovvero commercio di tessuti, nel sobborgo di Aston, il che qualcosina dovrebbe lasciarvi immaginare sulle future relazioni calcistiche del nostro. Ecco, il calcio. La Scozia centrale era selvaggia e inospitale ma l’arte del football arrivò anche a Braco e qui, un giorno, il buon McGregor restò entusiasta di fronte a quelle partite ottocentesche che ci tramandono i racconti del tempo, gente col cappello in testa e i baffoni e porte senza traversa. Mise la passione per l’arte pedatoria in valigia con i vestiti e la traslocò con tutto il resto a Birmingham. Anno di grazia 1870. Qui venne a contatto con altri scozzesi, che nel frattempo avevano dato vita a una squadra locale, il Calthorpe di cui Willy divenne ben presto sostenitore e rivenditore ufficiale di maglie presso il suo negozio, immaginiamo procurandosi i tessuti necessari che in fondo era il suo vero lavoro. L’ormai mitica a questo punto drapperia divenne così una specie di bar sport, ritrovo per distinti signori appassionati di calcio che avrebbero anche cristonato dietro alle scelte dell’allenatore, se non fosse per il piccolo intoppo che all’epoca non esisteva l’allenatore. Quisquiglie.

La svolta della nostra storia è il 1877. In un modo o nell’altro, il nome William McGregor divenne famoso nell’ambiente, specie nei dintorni di Aston. Tre anni prima nella cara vecchia Handsworth quattro ragazzotti stufi delle pause invernali dettate dal cricket avevano preso carta e penna e fondato l’Aston Villa Football Club. Quando ci fu bisogno di dirigenti, i quattro andarono a bussare alla porta del negozio di McGregor che, vuoi per la vicinanza del nuovo club con, guess what, ovviamente la drapperia, vuoi per la forte componente scozzese – again – disse “yes“, entrando a far parte del comitato del club. Oddio, comitato. Willy si trovò anche ad arbitrare alcune partite, il che denota da un lato il romanticismo degli albori (immaginatevi vedere oggi una cosa del genere, un dirigente ad arbitrare, roba da Scherzi a parte), dall’altro l’evidente malattia di McGregor verso questo giochino che a noi piace, ma che a lui tanto schifo evidentemente non faceva. Ora, la passione conta ma fino a un certo punto, ovvero il momento in cui entra in gioco l’abilità. E il nostro si dimostrò incredibilmente abile nell’arte di far di conto, il che lo porterà a scalare posizioni all’interno del club, fino a diventarne presidente e poi membro permanente della dirigenza. Nel 1880, l’Aston Villa di McGregor vinse l’FA Cup. Il calcio però si trovò giocoforza di fronte a un bivio in quegli anni, un bivio chiamato professionismo. Da un lato i club del nord, più ricchi, che facevano ampio ricorso a mezzucci più o meno nascosti per pagare i giocatori e che spingevano per il professionismo, visto che l’FA non li prendeva bene i tentativi di aggirare le regole e ci andava giù di multe, dall’altro i club del sud, strenui oppositori di tutto ciò in nome del calcio amatoriale che, fino ad allora, era appunto la regola. Quando alcuni club del Lancashire minacciarono la creazione di una loro British Football Association in una sorta di guerra di secessione versione anglocalcistica, a Londra la questione venne posta con forza e lo stesso William partecipò all’incontro, perorando la causa del nord. Era il 20 Luglio 1885, il nord vinse anche questa versione della guerra, il professionismo divenne legale e agli occhi dei dirigenti si pose il successivo problema: come rendere il calcio fonte di profitto.

Fino a quel giorno il calcio era sostanzialmente una serie di amichevoli che suscitavano discreto interesse sì, ma che ora si trovavano a competere con la FA Cup e le coppe locali alle quali i club davano, con l’introduzione del professionismo, la precedenza. Cosa comportò tutto ciò? Facile. Molti club si trovavano improvvisamente ad attraversare lunghi periodi senza partite da disputare per mancanza di avversari, impegnati su altri fronti. Questa fu la molla che fece scattare nella testa del nostro drappiere l’ideona: ci mettiamo d’accordo, che so, dieci-dodici club ad inizio stagione, buttiamo giù un calendario di partite casalinghe e in trasferta alternate e a fine anno vediamo chi fa più punti. Eh? Che ne dite ragazzi? Banalmente, avvenne questo; il tono della lettera era un po’ diverso, e la trovate in fondo al post nella sua versione originale, che storicamente non avrà la stessa importanza ma per noi ha il valore della dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti o la Stele di Rosetta. L’ispirazione pare gli fosse venuta dal County Cricket Championship, se vogliamo credere alle sue parole; altri citano la lega di baseball USA o le regole proposte per un campionato di college football statunitense, la cui eco giunse in Inghilterra nel 1887. Torniamo alla lettera. McGregor propose anche una data, 23 Marzo 1888, il giorno prima della finale di FA Cup a Londra, Preston North End vs West Bromwich Albion, nemmeno troppo casualmente due dei club a cui McGregor indirizzò la lettera. Gli altri: Blackburn Rovers, Bolton Wanderers e….Aston Villa, perchè da vero gentleman Willy si mise almeno apparentemente in una posizione terza rispetto al suo club. Direte voi giustamente: ne mancano sette! McGregor, con mossa di grandissima saggezza, scelse (perchè di fatto li scelse lui) solo cinque club compreso il suo, lasciando aperta la porta per una decisione collegiale con la frase “and would like to hear what other clubs you would suggest“. Sti benedetti other clubs li conosciamo tutti oggi: Accrington, Burnley, Derby County, Everton, Notts County, Stoke, Wolverhampton Wanderers. Lunga gloria.

Il 17 Aprile successivo, a Manchester, vennero messi a punto i dettagli, nome compreso. The Football League non era la scelta di McGregor, che avrebbe preferito “Association Football Union”, cassato senza attenuanti in quanto troppo similare al Rugby. Non vennero invece stabiliti immediatamente i punti da attribuire in caso di vittoria, cosa che si fece (e che rimarrà per moltissimi anni, 2 per ogni vittora, 1 per il pareggio) solo a stagione iniziata, e per loro fortuna che non esisteva un equivalente del Processo del Lunedì che in questa cosa ci avrebbe sguazzato discretamente. Tutto era pronto. Alea iacta est, avrebbe a questo punto detto Caio Giulio Cesare, perchè la creazione della Football League scatenò la reazione degli altri club esclusi. Iniziarono a proliferare leghe su leghe nel tentativo di imitare quella di McGregor (ne divenne, scelta quasi scontata, presidente) che, sebbene partorita con ancora intenti amichevoli (ci dividiamo i guadagni e così via) divenne una grandissima fonte di guadagno per i club, perchè il pubblico si entusiasmò alla formula quasi immediatamente. Dicevamo, le leghe rivali. Queste ebbero spesso vita breve, e alcune vennero assorbite dalla stessa Football League (è il caso della Football Alliance – 1889 -, che divenne sostanzialmente la Division Two nel 1892); in altri sopravvivono tuttoggi, come la Southern League (1894), declassata però a lega dilettantistica che ha dovuto negli anni fare i conti con la sorella maggiore (la creazione della Division Three). Altrove invece l’idea di McGregor servì alla creazione di campionati nazionali, come per la Scozia, che nel 1890 diede vita alla propria Scottish Football League, nonostante McGregor avesse lasciato aperta la porta ai club della sua Scozia (il nome English League venne bocciato anche per questo motivo) Ah, dimenticavamo. L’avventura della Football League cominciò benino: il primo campionato, 1888-89, regalò ai posteri la leggenda degli Invincibles del Preston North End. Spazio per altre leghe? Seh, ciao.

Oh, McGregor trovò anche il tempo per divenire membro permanente della Football Association, restare presidente della Football League fino al 1894 e divenirne membro a vita l’anno seguente, non mancano mai a un incontro finchè glielo permetterà la salute, mai, anche standosene in silenzio in disparte, alzando lo sguardo quel tanto che bastava per far capire cosa pensasse. E ci sarebbe anche da parlare di baseball in questa storia. Il baseball? Sissignori, in tutto ciò questo distinto signore scozzese dalla folta barba provò anche a dar vita a un movimento britannico della palla con le cuciture ma, data la scarsa inclinazione dei britannici a giocare sport non inventati da loro, l’impresa fallì.

Morirà a Birmingham nel 1911, e oggi una statua a Villa Park ne celebra l’importanza per il nostro amato sport. Ah. Nonostante tutti gli impegni calcistici di una certa importanza, la sua drapperia la porterà avanti con tenacia e orgoglio fino alla fine dei giorni. Thank you, Willy.

Un monumento del calcio. McGregor

Happy Birthday, Football Association. E grazie di tutto

THE Football Association. L’unica, la sola. Senza specifiche nazionali. Quelle spetteranno a chi verrà dopo: al tempo non ce n’era bisogno, d’altronde perchè aggiungerci “english”? Era scontato. E’ scontato, ancora oggi, che il calcio sia inglese più della Regina, e guai a far notare agli inglesi che in Brasile, per dire, giocherebbero anche discretamente bene e non da ieri. No, no: il football è il loro sport. Qualche motivo per affermare ciò ce l’avrebbero pure. Grazie, direte voi: l’hanno inventato. Ma non solo: lo hanno codificato. Il grande merito della Football Association è questo, ed è un merito mica da poco.

26 Ottobre 1863, Londra, Great Queen Street. Freemasons’ Tavern. Il calcio era nato da non molto tempo ma stava spopolando. Piccolo problema: ognuno lo giocava secondo le proprie regole. Sheffield Rules, Cambridge Rules (1848, le più antiche del Mondo), fino alle regole di ogni singola scuola disseminata per il Paese. Non se ne veniva a capo, bisognava uniformare il gioco creandone uno standard valido per tutti. Era quello che frullava nella testa di Ebenezer Cobb Morley, già giocatore, appassionato e strenuo sostenitore della standardizzazione del gioco, che si battè con i mezzi dell’epoca (ovvero: una bella lettera a un giornale) affinchè la sua proposta venisse quantomeno presa in considerazione. Era il 1862, e un anno dopo riuscirà nel suo intento, con il meeting della Freemasons’ Tavern. Sarà anche il primo segretario della F.A. e il secondo presidente, ma questa è altra storia. Sarà soprattutto, anzi è soprattutto, uno dei padri del calcio. E scusate se è poco.

The Laws of the Game. Le originali

Barnes, Civil Service, Crusaders, Forest of Leytonstone (futuri Wanderers), N.N. (No Names) Club (Kilburn), Crystal Palace (non quello attuale), Blackheath, Kensington School, Perceval House (Blackheath), Surbiton e la Blackheath Proprietary School. Quest’elenco che forse poco vi dirà, eccezion fatta per i Wanderers che domineranno l’FA Cup nelle sue prime edizioni, ma questo era il mix di club e scuole che si presentò a quel meeting. Nel frattempo Cobb Morley, preso da quella che definiremmo una disease for the game ante-litteram, meeting dopo meeting (un totale di cinque, e andranno avanti fino a Dicembre di quell’anno) abbozzò le regole del gioco nella sua casetta di Barnes: ancora oggi quei quaderni con le prime regole del football scritte a mano sono conservati al National Football Museum di Manchester (prima Preston). Già, le regole. I meeting fondamentalmente servivano a questo: selezionare quali regole tra le tante in uso codificare e standardizzare. Le discussioni erano accese: il primo tesoriere della F.A. nonchè rappresentante del Blackheath, Francis Maule Campbell, abbandonò stizzito l’ultimo incontro e ritirò la sua squadra dalla neonata associazione perchè venne tolta la regola secondo la quale un giocatore avrebbe potuto…correre con la palla in mano (sic).

Alla fine si arrivò a una decisione definitiva. Il 5 Dicembre 1863 le Laws of the Game vennero pubblicate sul Bell’s Life in London. Eccole qui:

  • The maximum length of the ground shall be 200 yards (183 m), the maximum breadth shall be 100 yards (91 m), the length and breadth shall be marked off with flags; and the goal shall be defined by two upright posts, eight yards (7.3 m) apart, without any tape or bar across them.
  • A toss for goals shall take place, and the game shall be commenced by a place kick from the centre of the ground by the side losing the toss for goals; the other side shall not approach within 10 yards (9.1 m) of the ball until it is kicked off.
  • After a goal is won, the losing side shall be entitled to kick off, and the two sides shall change goals after each goal is won.
  • A goal shall be won when the ball passes between the goal-posts or over the space between the goal-posts (at whatever height), not being thrown, knocked on, or carried.
  • When the ball is in touch, the first player who touches it shall throw it from the point on the boundary line where it left the ground in a direction at right angles with the boundary line, and the ball shall not be in play until it has touched the ground.
  • When a player has kicked the ball, any one of the same side who is nearer to the opponent’s goal line is out of play, and may not touch the ball himself, nor in any way whatever prevent any other player from doing so, until he is in play; but no player is out of play when the ball is kicked off from behind the goal line.
  • In case the ball goes behind the goal line, if a player on the side to whom the goal belongs first touches the ball, one of his side shall be entitled to a free kick from the goal line at the point opposite the place where the ball shall be touched. If a player of the opposite side first touches the ball, one of his side shall be entitled to a free kick at the goal only from a point 15 yards (14 m) outside the goal line, opposite the place where the ball is touched, the opposing side standing within their goal line until he has had his kick.
  • If a player makes a fair catch, he shall be entitled to a free kick, providing he claims it by making a mark with his heel at once; and in order to take such kick he may go back as far as he pleases, and no player on the opposite side shall advance beyond his mark until he has kicked.
  • No player shall run with the ball.
  • Neither tripping nor hacking shall be allowed, and no player shall use his hands to hold or push his adversary.
  • A player shall not be allowed to throw the ball or pass it to another with his hands.
  • No player shall be allowed to take the ball from the ground with his hands under any pretence whatever while it is in play.
  • No player shall be allowed to wear projecting nails, iron plates, or gutta-percha on the soles or heels of his boots

Alcune fanno sorridere. La lunghezza del campo, 183 metri, degna di Holly & Benji; l’assenza della traversa, con il goal valido per TUTTA l’altezza tra i due pali; l’assenza del portiere; mancavano anche i passaggi in avanti, era previsto il “fair catch”, che oggi rimane in altri sport (pensate al football americano, ad esempio) e così via. Tuttavia queste regole non vennero accettate ovunque, e altri regolamenti come le Sheffield Rules continuarono a trovare terreno fertile. Non solo, ma anche a livello britannico le differenze si facevano sentire, tra Irlanda (al tempo non esisteva ancora Eire e Ulster, ma l’isola era tutta britannica) e Scozia, tra Galles e Inghilterra, cosa che porterà qualche anno dopo alla creazione dell’Internation Board, che ancora oggi regola il giochino che tanto ci piace (ed è ancora dominata dalle federazioni britanniche, o quantomeno, il loro peso è rilevante).

Ebenezer Cobb Morley

Comunque, il nuovo gioco così regolato iniziò il suo cammino, destinato a essere lunghissimo. Charles Alcock, già capitano del Wanderers, divenne nel 1870 segretario e tesoriere della F.A. e si accinse a scrivere la storia di questo sport. Quando gli balenò in testa l’idea di una competizione che, attenendosi alle nuove regole, avrebbe coinvolto tutti i club inglesi, era chiaro che la storia stava diventando leggenda. Questa competizione, che vide la luce nel 1871, prese il nome di Football Association Challenge Cup, per gli inglesi comunemente F.A. Cup, per tutti il trofeo più antico del Mondo. Un torneo in cui giocare secondo regole standard, secondo Le Regole, quelle con la R maiuscola. Certo, rimaneva da dirimere la questione con quelli di Sheffield, che continuavano a giocare a calcio come gli pareva a loro. Era il 1877, e vennero così organizzati una serie di incontri tra club delle due aree (Londra e Sheffield) usando, alternandole, le regole degli uni e degli altri: alla fine un certo numero di regole sheffieldiane vennero accolte dalla F.A. e la scaramuccia si concluse. Va detto per completezza che già in precedenza alcune regole di Sheffield vennero adottate anche a sud, e d’altronde come biasimarli: se la codificazione la dobbiamo a Londra, è la Steel City che ci ha regalato alcune innovazioni fondamentali. Esempi? La traversa, l’arbitro, il calcio d’angolo. Scusate se è poco…

Quest’anno la Football Association come 150 anni, e questo è un post per, brevemente, celebrarne l’importanza, perchè standardizzare, regolare un gioco è, capirete tutti, un passaggio essenziale. Ci spingiamo però a qualche riflessione. La prima è che il calcio era ed è tuttora uno sport in evoluzione. Come notate dalle prime regole prodotte in quel lontano 1863, moltissimo è cambiato. La flessibilità mentale è fondamentale, come ad esempio fu fondamentale per il comitato della Football Association che capì e fece sue alcune innovazioni prodotte in quel di Sheffield, vero e proprio laboratorio del football e non è un caso che il club più antico del Mondo venga da lì. E così il calcio venne regolamentato ma già pochi anni dopo era stravolto, e si pensi all’introduzione del portiere (1871) che agli occhi dei contemporanei crediamo apparisse come una rivoluzione: questo perchè si capì che sarebbe stato più funzionale così, ed è solo un esempio. Certo, oggi è difficile pensare a stravolgimenti del genere, ma un atteggiamento ottuso verso ipotesi di novità non è nello spirito di chi ha pensato questo gioco, a parer nostro.

La seconda riflessione è provare a calarci nell’epoca in questione. Immaginate scuole, dopolavori, tutti immersi nell’arte nuova del football, ognuno con le proprie regole. Immaginate le partite: campi enormi, giocatori che usano le mani, nessuna traversa, nessuna rete, niente arbitri. E immaginate questi studenti o lavoratori che viaggiando per l’Inghilterra trasmettevano il sapere, la conoscenza del gioco. Si creava una intreccio di saperi diversi, un passaggio da una città all’altra, una continua contaminazione: era, insomma, un gioco in netta evoluzione. Regolamentarlo fu quindi un passaggio non rinviabile e, sebbene la creazione della Football Association non bloccò l’evoluzione del gioco, certamente la portò entro binari ben precisi, creando un soggetto con tutti, bene o male, furono costretti a interagire e prendere come riferimento.

Ed è questo il motivo per cui il 26 Ottobre 2013 è stato significativo celebrare il 150enario di quel primo meeting alla Freemasons’ Tavern, perchè probabilmente avremmo lo stesso, oggi, il calcio che piace a noi, ma, in assenza di controprove, dobbiamo essere grati a quegli uomini che ne scrissero le regole nel lontano 1863, nonostante alcune di esse ci facciano sorridere lette oggi. Visionari, a cui dobbiamo the Beautiful Game. E, ancora una volta, scusate se è poco.

Footballshire: il calcio nelle contee inglesi. Sesta puntata

Isle of Wight

Sulla Isle of Wight andiamo volentieri anche se, ve lo preannunciamo, non ci sono molti club, anzi. Comunque, 46esima contea come popolazione, 46esima come superficie: in entrambi i casi, terz’ultima. L’isola entrò a far parte pienamente del Regno d’Inghilterra nel 1293, quando venne venduta dall’ultimo suo signore normanno a Edoardo I; prima era infatti solo un territorio sì nell’influenza inglese (il Lord of the Isle of Wight fu in fondo una creazione del neonato regno), ma con una sua autonomia. Geograficamente siamo di fronte all’Hampshire, separato dall’isola dal canale di Solent; storicamente anzi l’isola fece parte dell’Hampshire, almeno fino al 1890 quando ne venne amministrativamente separata, conservandone però in comune il Luogotenente del Regno. Questo non ne faceva una ceremonial county, e infatti lo diventò solamente nel 1974. Luogo di turismo (il paesaggio è meraviglioso), luogo di soggiorno per diversi “grandi” (Dickens, Marconi, la Regina Vittoria) luogo di fossili, uno dei maggiori per quanto riguarda i dinosauri in Europa, luogo del celeberrimo Festival del 1970, che rimane a oggi il più grande evento musicale della storia. Insomma, sull’Isola di Wight una tappa va fatta. E poi, “è per noi l’isola di chi canta hippi hippi pi” (questa citazione dei Dik Dik andava fatta).

Calcisticamente, invece, offre pochino. La squadra principale è il Newport, la county-town, che ha dominato in lungo e in largo le competizioni isolane (38 volte vincitore della locale Senior Gold Cup, oltre a 10 Hampshire Senior Cup) ma che attualmente milita al nono gradino della piramide, in Wessex Premier League. Un livello più in basso, e per l’occasione facciamo l’eccezione di scendere al livello 10, troviamo il Cowes Sports e l’East Cowes Victoria Athletic. Entrambe militano in Wessex League Division One. La locale Football Association è a sua volta affiliata a quella dell’Hampshire.

Kent

Il Kent, Cantium in latino, decima contea come superficie e sesta come popolazione è una delle contee più “nominate” d’Inghilterra, nel senso che bene o male tutti la conoscono. “The garden of England”, e questo spiega molto meglio di qualsiasi altra cosa una delle peculiarità di questa zona, la cui county-town è Maidstone. Altre due peculiarità? Le celeberrime scogliere di Dover, le bianche scogliere che chiunque giunga via mare in England non può che ammirare, e soprattutto Canterbury, la cui importanza risiede nel fatto di ospitare colui che, facendo le veci del sovrano, guida la Church of England ma che, anche prima dello scisma di Enrico VIII, era il centro della cristianità inglese essendo qui sorta la prima diocesi. Da qui si intuisce che il Kent ha nel turismo una fonte di ricchezza, tra le altre ovviamente (la vicinanza con la City riveste sempre la sua discreta importanza) che hanno rimpiazzato man mano quelle del passato, dall’agricoltura fino alle miniere; l’industria rimane un fattore nel nord della contea, in prossimità dell’estuario del Thames. Le 17 constituencies hanno tutte eletto MPs del partito Tory.

Ok tutto bello, contea famosa, popolosa, vicina a Londra….che esprime però una e una sola squadra professionista: il Gillingham, che peraltro fa ben poco per nascondere ciò. Un bacino d’utenza vergine per le squadre londinesi, in pratica. Le cose migliorano scendendo di categoria. In Conference Premier troviamo ad esempio il Dartford, e fino all’anno scorso anche l’Ebbsfleet United che però ora è sceso a far compagnia al Dover Athletic e al Tonbridge Angels. Al livello 7-8 le squadre giocano, come del resto tutte quelle del sud-est, in Isthmian League. Nella divisione Premier della lega troviamo il Maidstone United (che ha un notevole seguito per essere squadra di non-league, tra le prime in quanto a media spettatori) e il Margate; più sotto invece, e precisamente nella divisione South della Isthmian, Whitstable Town, Herne Bay, Hythe Town, Favesham Town, Folkestone Invicta, Ramsgate e Sittingbourne. Fa eccezione il Chatham Town, che gioca nella Isthmian North. Fino all’anno scorso il livello 9 era rappresentato dalla Kent Premier League, che da quest’anno si chiama Southern East Counties League (la Kent League rimane come decimo step). Qui troviamo Ashford United, Beckenham Town, Canterbury City, Corinthian FC (squadra fondata nel 1972 da un milionario per…far giocare i figli! Motorino? Macchinina? No papà, squadra di calcio), Deal Town, Holmesdale, Sevenoaks Town, Tunbridge Wells (visti a Wembley di recente, finale di FA Vase), Woodstock Sports. Salutiamo il Kent.

Lancashire

Così come ogni volta che vedete una rosa bianca dovete associarla allo Yorkshire e quindi agli York, ogni volta che vedete la rosa rossa sapete che si parla di Lancaster, e quindi di Lancashire; poi siccome questi avrebbero vinto la scaramuccia passata alla storia come “guerra delle due rose”, la rosa rossa la si associa all’Inghilterra più facilmente che quella bianca. Quisquiglie. Il Lancashire è la 17esima contea come superficie e l’ottava per popolazione, nonostante abbia perso negli anni alcune cittadine come Manchester e Liverpool, ed è la contea che ha partorito e cullato la rivoluzione industriale più di ogni altra; ancora oggi, in piena epoca post-industriale, il settore secondario rappresenta una buona parte dell’indotto. A proposito di indotto: il Ducato di Lancashire è uno dei due ducati reali ancora presenti, e il titolo spetta al sovrano (l’altro è il Ducato di Cornovaglia, titolo che spetta all’erede al trono Prince of Wales), che ne è quindi proprietario dei vari possedimenti che lo compongono e usufruisce dei relativi profitti (regolarmente tassati). Le città principali, situate quasi sullo stesso livello, sono da ovest verso est Blackpool, Preston, Blackburn, Burnley; Lancaster è invece una cittadina nel nord della contea, che, comunque, non ha perso i suoi contatti con Liverpool e Manchester.

Quello che abbiamo detto della rivoluzione industriale potremmo applicarlo al calcio: quattro fondatrici della Football League (cinque col Bolton, all’epoca Lancashire) provengono dalla contea, oltre che i primi campioni d’Inghilterra: Blackburn Rovers, Burnley, Preston North End e Accrington, che non esiste più ma che è ora rappresentato dall’Accrington Stanley. Lo stesso museo del football era a Preston, prima del trasferimento a Manchester (peccato, aggiungiamo). A queste aggiungiamo il Blackpool, che qualcosa da dire ce l’avrebbe pure, Fleetwood Town e Morecambe e completiamo così le squadre pro della contea. Scendendo in non-league, e saltando la Conference che non ha l’onore di ospitare squadre lancastrians, arriviamo in Northern Premier League Premier Division e qui troviamo Chorley (adoro il loro stemma, lo confesso), AFC Fylde, Skelmersdale. Un gradino più in basso, in Division One North, Bamber Bridge, Burscough, Clitheroe, Lancaster City, Padiham. Chiudiamo con la North West Counties Premier, livello 9. Qui competono AFC Blackpool (la squadra del “gabbiano urlante”, simbolo particolare anche questo), Bacup & Rossendale Borough, Barnoldswick Town, Colne, Squires Gate (altra squadra di Blackpool). La Lancashire F.A., che ospita ancora squadre non più geograficamente nella contea, organizza la solita Senior Cup, la cui ultima finale è stata…Manchester United-Manchester City.

Leicestershire

Leicestershire lalala Leicestershire lalala. Il coro è ancora nelle mie orecchie. A cantarlo tifosi del Leicester City, ma su questo torneremo più tardi. Contea media, sia come superficie (28esima) sia come popolazione (21esima), ha formalmente perso Leicester diventata amministrativamente indipendente, come in altri casi già incontrati. Classica contea delle Midlands: dolci colline, fiumi, ampi spazi aperti, terreno fertile per la nascita e lo sviluppo della caccia alla volpe, vecchio passatempo inglese per fortuna messo al bando, ma che ha lasciato alla contea in eredità il simbolo, la volpe, che ricorre anche nelle sue componenti sportive (cricket e calcio) ma non nella bandiera. Comunque, tutti voi conoscete almeno una cosa del Leicestershire: magari siete stati studenti estivi a Loughborough, ma soprattutto avrete sentito tutti parlare di Donington Park, circuito che ancora oggi vede in pista il motomondiale. Più difficile invece che abbiate una Triumph ma, nel caso, sappiate che la vostra è una moto di Hinckley, Leicestershire. Tra le persone famose nate nella contea, tra i vari Gary Lineker o la band dei Kasabian, tal Joseph Merrick, vissiuto nella seconda metà dell’ottocento e universalmente conosciuto come “The Elephant Man” il cui caso ha ispirato un famosissimo film.

Calcisticamente domina una squadra, il Leicester City, di cui ovviamente parleremo in altra sede come per tutte le altre squadre fin qui incontrate, qualora non l’avessimo ancora fatto. Poi saremmo dovuti scendere in Southern Premier, ma con estrema malinconia la squadra che avremmo incontrato, l’Hinckley United, è stata dissolta dall’High Court lo scorso ottobre. Passiamo quindi alla Northern Premier, dove incontriamo il Barwell in Premier division (livello 7) e, un gradino sotto (division South), Loughborough Dynamo e Coalville Town. Al livello 9 in United Counties Premier gioca l’Harborough Town, unica eccezione rispetto alla norma che vede le squadre del Leicestershire giocare in Midland Alliance. Qui vi troviamo Kirby Muxloe, Loughborough University, Heather St John’s, Shepshed Dynamo, Quorn FC, che col suo stemma che rappresenta una scena di caccia alla volpe chiude idealmente il nostro viaggio nel Leicestershire.