The Hairdryer treatment and the mind games

A brevissima distanza dal primo pezzo, vi proponiamo un altro articolo del nostro Giovanni Genero, che entrerà a far parte ufficialmente della squadra del blog con il semplice compito di emozionarci raccontandoci storie, curiosità e pillole di football inglese viste con gli occhi di un innamorato. Al centro dell’articolo odierno non poteva che esserci Sir Alex Ferguson, il personaggio del momento per tutto quanto ha saputo regalare al calcio inglese e mondiale. Ve lo presentiamo, volutamente, con pochissime foto per farvelo leggere tutto d’un fiato, come merita. Buona lettura.

Sir Alex Ferguson e i suoi ragazzi…da qui nacque la leggenda

Facciamo un po’ d’ordine, anche se c’è così tanta carne al fuoco che qualcosa di sbagliato la si scrive comunque.

Sir Alex Ferguson ha sempre avuto bisogno di un manager rivale o di una squadra rivale. Ha sempre usato la rivalità come leva per caricare i suoi. Negli anni una squadra che i giocatori dello United sono stati sempre spinti ad odiare, letteralmente, è stato il Liverpool. Anche quando il Liverpool era come classifica e come talento lontano dallo United, Ferguson usava la rivalità per tenere in tiro i suoi. Disse subito, nel 1986, il nostro obiettivo è “Knock Liverpool off their fucking perch” ed eseguì.

Poi nel tempo ci sono state altre squadre che hanno occupato il posto di rivale di turno, come Leeds, Arsenal, Newcastle, Chelsea, Manchester City. Ed i manager ad esse collegati, Wenger, Keegan, Mourinho, Mancini. Con alcuni la rivalità è stata molto virulenta, con altri più estemporanea. Benitez e Wenger sono certamente tra i più detestati. Con Mourinho, visto che ha anche molto spesso perso, si è rassegnato a condividere bottiglie di vino.

La cosa, il creare stimoli tramite una rivalità, non è necessariamente negativa, né un segno di debolezza o una carenza. Anzi per un giocatore avere un obiettivo è importante, avere un nemico da abbattere ha un senso psicologico. Segna la direzione da seguire. Esalta, crea una missione, crea quel senso di noi contro il mondo che ispira molto. Che poi i suoi famosi ‘mind games’ con gli altri manager funzionino oppure no è magari solo una leggenda. Lo scorso anno fu lo United a bruciare il vantaggio ed il City a vincere il titolo. La famosa sfuriata di Kevin Keegan è portata ad esempio di come Ferguson sia entrato nella mente di Keegan e la cosa sia costata il titolo al Newcastle.

Alex Ferguson, scozzese, laburista, figlio di un operaio dei cantieri navali, è certamente un cultore del sacrificio, della fatica e del trarre anche il minimo vantaggio da tutte le circostanze. Ha un senso della squadra che trascende l’importanza del singolo giocatore. Nei 26 anni allo United ha acquistato 104 giocatori, in media quattro a stagione, rinnovando continuamente la squadra. Anche questo è un segreto del successo. Il rinnovamento porta sangue fresco, porta giocatori con voglia di vincere e tiene sulla corda quelli che sono già presenti. Nessuno ha garanzia del posto in squadra. E si danno solo contratti annuali agli ultratrentenni.

Il suo rapporto con i giocatori è, secondo me, triplice.

Uno. Li difende a spada tratta in pubblico (episodio Eric Cantona su tutti), è loro padre e mentore. Cristiano Ronaldo lo nomina ancora come colui che gli ha insegnato davvero a giocare a calcio. Come colui che lo ha fatto diventare il grandissimo giocatore che è adesso. Dalla sua partenza da Manchester oserei dire che CR7 non è migliorato tanto quanto è migliorato negli anni ad Old Trafford.

Due. Li castiga, punisce, zittisce, asciuga loro i capelli con le sue sfuriate a due dita dalla faccia, durante gli intervalli delle partite (quante volte uno spento United nel primo tempo, ha poi rimontato e vinto partite che sembravano perse con dei secondi tempi indiavolati!). E’ il famoso trattamento asciugacapelli. Intervallo partita Brasile-Inghilterra, quarto di finale dei mondiali Corea-Giappone 2002, Shizuoka. Paul Scholes: “Siamo rientrati in spogliatoio e ci aspettavamo da Sven-Goran Eriksson un po’ di Winston Churchill ed invece tutto quello che ci diede fu Iain Duncan Smith.” Scholes era abituato ad altri discorsi. Non basta essere Al Pacino in Any Given Sunday e soprattutto non serve esserlo ogni sabato, ma lo stimolo è talvolta necessario, l’atmosfera di tensione ci deve essere.

Tre. Li spedisce verso altri lidi quando vede cali di prestazioni, comportamenti dannosi per la squadra (dentro e fuori dal campo), quando legge o ascolta dichiarazioni che mettono in dubbio l’unità del club, la direzione in cui si sta andando o la reputazione dei compagni e soprattutto quando non lo ubbidiscono. In questi casi il taglio è netto. Gli esempi sono numerosi: David Beckham (che si prese pure uno scarpino in faccia) su tutti. Ma le rotture con Roy Keane (suo generale in campo per tanti anni), Ruud van Nistelroy, Norman Whiteside, Jaap Stam, Gordon Strachan, Paul McGrath, Paul Ince, Dwight Yorke e Gabriel Heinze sono lì a testimoniare un modus operandi inequivocabile. Non che li cacci alla leggera, perché poi deve sostituirli, ma forse accade che li cacci quando hanno dato tutto, quando sono spremuti. Ci sono poi quelli che a Manchester non hanno proprio funzionato come Diego Forlan e Juan Sebastian Veron. Ma si possono contare sulle dita di una mano.

Sono metodi che non tutti condividono, ma che indubbiamente hanno avuto successo, molto successo. Ovviamente combinati a questi metodi ci sono altri due elementi: la scelta dei giocatori e l’abilità di inserirli in un sistema di gioco che prevede l’attacco come componente principale, sia in casa che fuori. Attacco è un eufemismo, in quanto spesso si tratta di veri e propri assedi fatti di passaggi veloci e precisi, di verticalizzazioni, di pochi cross, di molto movimento degli uomini liberi, di recuperi difensivi continui e di attaccanti che lavorano moltissimo, di centrocampisti che pressano. La battaglia di centrocampo è cruciale, anche se Ferguson non è mai stato un grande tattico. A lui basta semplicemente attaccare sempre.

Non ci sono solo le urla. Scovare talenti e farli rendere è stata una delle caratteristiche chiave di questi 26 anni di Ferguson allo United.

Aberdeen Pubs

Ma ci fu un Ferguson prima di Manchester. Dopo una discreta carriera come giocatore (317 partite, 170 gol) in giro per varie squadre scozzesi tra cui il Glasgow Rangers, Ferguson divenne manager del St. Mirren a soli 32 anni. Fu l’unica squadra che lo licenziò, dopo quattro anni. La disoccupazione durò poco, in quanto Ferguson aveva già il posto pronto sulla panchina dell’Aberdeen. Qui si fece davvero le ossa come manager. In otto anni portò l’Aberdeen al titolo per ben tre volte ed alla clamorosa vittoria nella Coppa delle Coppe contro il Real Madrid, l’undici maggio di trent’anni fa. Nel curriculum anche quattro coppe di Scozia ed una coppa di lega scozzese.
I metodi – terrore, intimidazione, inseguimento dei giocatori beoni per i locali di Aberdeen, le ronde notturne, le urla in spogliatoio – lo fecero subito diventare noto con il soprannome di Furious Fergie.

Ad Aberdeen crea la mentalità dell’assedio. I giornali elogiano solo le due squadre di Glasgow? Bene, noi ad Aberdeen li accoglieremo con le forche. Pittodrie diventa una fortezza inespugnabile. Le trasferte, invece, spedizioni punitive: un manipolo di soldati in territorio nemico che vendono cara la pelle.

Le notizie dei trionfi non faticano a passare i Borders. A metà degli anni Ottanta Arsenal e Tottenaham lo vogliono come allenatore. Lui rifiuta. Aveva già rifiutato Glasgow Rangers e Wolves. Sembra che anche il Liverpool fosse ad un certo punto interessato a Ferguson. Ma poi la scelta cadde su Kenny Dalglish. David Pleat finì agli Spurs e George Graham ad Higbury. Immagino che Ferguson volesse comunque una squadra del nord dell’Inghilterra. Quando nel novembre 1986 il Manchester United licenziò Ron Atkinson, Ferguson fu scelto per prenderne il posto.

Una delle prime mosse di Ferguson, era in carica da poco più di un anno, fu quella di acquistare il portiere Jim Leighton proprio dall’Aberdeen, dove, anche con Ferguson, aveva collezionato ben 300 presenze. Ma quando Leighton non lo convinse nella finale della FA Cup del 1990 (3-3 con il Crystal Palace) non esitò a relegarlo in panchina per il replay, che lo United poi vinse grazie alle parate del sostituto, tale Les Sealey. Per Leighton è la fine del rapporto con Ferguson. Non credo che i due scozzesi si siano parlati per almeno vent’anni. Forse non si parlano ancora. A Ferguson sarà anche dispiaciuto sbatterlo in panchina, ma non credo che riesca a comprendere il fatto che il giocatore, dopo la giusta incavolatura, non reagisca impegnandosi di più per riprendersi il posto in squadra. Leighton giocherà ancora una sola volta per il Manchester United! È solo un esempio, ma Ferguson è questo. La prestazione, la scelta degli undici da mandare in campo, la pressione sugli uomini viene prima di tutto. È la mentalità dell’assedio. Sono tutti sotto assedio, inclusi gli arbitri.

Negli anni credo che Ferguson abbia saputo anche adattarsi allo star system, gestire Cristiano Ronaldo o Juan Sebastian Veron non è la stessa cosa che gestire Steve Bruce o Denis Irwin. Ma la scarpa in faccia a Beckham potrebbe anche suggerire il contrario.

Il “panchinamento” di Wayne Rooney nella sfida di ritorno con il Real Madrid nella Champions League di quest’anno la dice lunga su chi comanda in quello spogliatoio. Per altri motivi comportamentali mi segnalano alcuni colleghi che Rooney ha già pronto il biglietto di sola andata per Parigi fin da agosto. Coleen ne sarà felice. Ora vedremo se resterà vista la partenza di Ferguson. Ma è quello che è successo a Roma ed Juventus dove Totti e Del Piero hanno fatto per anni il bello ed il cattivo tempo a scapito della squadra non succede a Manchester. Gli allenatori perdono credibilità e la squadra vive nell’incertezza. Ora se a Manchester tratterranno Rooney controvoglia o per fargli fare la prima donna cominceranno già a fare il contrario di quella che è stata la filosofia di Ferguson.

Ora non è che Ferguson ha vinto così tanto perché urlava in spogliatoio all’intervallo. Sarebbe riduttivo ed ingiusto. Alla fine i risultati arrivano per il lavoro a tavolino, per la scelta dei giocatori, per il sistema di gioco, per la prestanza atletica, per la preparazione tecnica e tattica, per il talento.

E parlando di talento non è possibile non citare quello che in tutti questi anni è stato un po’ il simbolo del gioco e del cuore dello United, il gallese Ryan Giggs. Giggs ha incarnato quello che Ferguson voleva, un’ala che vola, crossa, che salta l’uomo, che sa segnare, che recupera in difesa, che è capace di controllare avversari pericolosi a centrocampo, sacrificandosi a fare addirittura il terzino se le circostanze lo richiedono. Memorabile un suo gol nel replay della semifinale 1999 di FA Cup contro l’Arsenal. Ho esultato anch’io. In piedi. Era il 90esimo, lo United in dieci e correvano tutti come dei matti.
E poi tutti gli altri, impossibile citarli tutti.

Patience and the Fergie Fledglings

Inizio Anni Novanta. Mark Robins, attuale manager dell’Huddersfield Town, si scaldò alla meglio, faceva freddo cane a Nottingham quella domenica pomeriggio, era il 7 gennaio 1990. Mark Hughes fece una fuga sulla destra (o forse era sulla sinistra, le immagini sono un po’ sfuocate, forse addirittura capovolte), crossò, Robins era lì ad aspettare la palla e ad infilare il gol vincente dell’1-0. United che passa il turno di FA Cup e Ferguson salva la panchina. Lo United veniva da tre anni mediocri, un undicesimo posto, un secondo posto ed un altro undicesimo posto in campionato e da tre eliminazioni in FA Cup e da quattro in Coppa di Lega. Nel momento in cui Robins segna lo United è quindicesimo (finirà la stagione al tredicesimo posto a cinque punti dalla retrocessione) e con Ferguson non ha mai giocato in Europa. Veniva inoltre, nel breve periodo, da una striscia di otto partite (quattro pareggi e quattro sconfitte) in cui aveva segnato la bellezza di tre gol. Aveva chiuso la decade davvero male. Non vinceva il titolo da 23 anni. Dopo la vittoria sul Forest, lo United ne perse altre due, vinse in FA Cup sull’Hereford (che non è più in Football League, ma allora lo era ed era pure una delle squadre delle confezioni del Subbuteo, maglia bianca, pantaloncini neri, infilato nella scatola con Hibernian e Rangers, chissà perchè) poi vinse e perse in campionato ma continuò a vincere in coppa, arrivando alla semifinale contro l’Oldham (3-3). Nel replay un altro gol di Robins salvò nuovamente la panchina di Ferguson. Poi le due finali con il Crystal Palace dove successe un po’ di tutto, ma alla fine lo United uscì vincitore. E Ferguson si salvò nuovamente.

Questa la leggenda. Almeno tre volte sull’orlo del licenziamento.

L’allora proprietario Martin Edwards (anche lui era sull’orlo di qualcosa, di vendere il club, ma non lo fece) ha sempre veementemente negato che avesse intenzione di licenziare Ferguson. D’altra parte il board of directors aveva rinnovato il contratto di Ferguson fino alla stagione 1992-93 dimostrandogli grandissima fiducia e mostrando grandissima pazienza.
La pazienza iniziale fu ampiamente ripagata.

Lo aiutano, oltre alla rocambolesca vittoria nelle FA Cup 1990, la comparsa dei Fergie Fledglings. Chi sono? Sono una classica alliteration! In realtà sono quel gruppo di giovani giocatori che, in due diverse ondate, rimpolparono e ringiovanirono la squadra dall’interno. Se i primi (fine Anni Ottanta) non furono effettivamente molto utili e sono rimasti praticamente sconosciuti (Lee Martin, Tony Gill, David Wilson, Russell Beardsmore, Mark Robins e Deiniol Graham) ed ebbero bisogno di aggiunte esterne quali l’ottimo Lee Sharpe ed l’italiano Giuliano Maiorana, i secondi (inizio Anni Novanta) contribuirono profondamente ai successi della squadra e formarono quell’ossatura che ancora oggi si intravede. I loro nomi sono invece noti a tutti: Beckham, Giggs, Scholes, Nicky Butt ed i fratelli Gary e Phil Neville. Le parole di Alan Hansen: “You’ll never win anything with kids” risuonano ancora. Quello United infatti vinse “soltanto” il Double.

Un paio di osservazioni. La scelta del board fu giusta, la pazienza pagò. Avevano creduto in lui quando lo avevano scelto ed hanno continuato a farlo. Troppi club oggi non hanno pazienza. E, nonostante la fortuna di vincere quella FA Cup (andando a guardare partita per partita accaddero davvero alcuni miracoli) è indubbio che i risultati sarebbero venuti. Non si vince il campionato inglese per tredici volte perché si è avuto un colpo di fortuna all’inizio. Attualizzando alla NFL. Non si vincono tre Super Bowl, cinque AFC, dieci titoli divisionali e 151 partite in 13 anni perché un giorno nevica ed il tuo QB mette la palla in pancia.

Ferguson era destinato al successo. La vittoria sostenuta e continuata ha un fondamento solido. Anche se il primo titolo o la prima coppa ha un elemento di casualità o di fortuna.

Se c’è una critica che alcuni gli fanno è quella di non aver dominato in Europa. Ora pensiamo alla regular season della NFL come al campionato inglese ed invece pensiamo alla Champions League come ai playoffs della NFL. Quante volte la squadra con il miglior record della regular season vince il Super Bowl? Poche.

Ebbene, vincere la Champions League è la stessa cosa. Lo United ne ha vinte due, anche in modo fortunoso se vogliamo, ma vincere la Champions League è dannatamente difficile perché come nei playoff della NFL basta perdere uno scontro diretto (su 180 minuti, ma sempre diretto) e si è fuori. Neppure il Barcellona strepitoso di questi anni ha vinto sempre la Champions League, sebbene abbia dominato in Spagna quasi ogni anno.

Lo stesso accade pure per la FA Cup vinta dallo United di Ferguson “solo” cinque volte a fronte dei tredici campionati. Nonostante il minor numero di partite e la qualità degli avversari, certamente peggiore di quelli della Champions League, vincere la FA Cup è difficile, ha aspetti degni di una lotteria.

Ha comunque vinto anche una Coppa delle Coppe (due con quella con l’Aberdeen), una Coppa Intercontinentale, una FIFA Club World Cup ed una Supercoppa Europea. Critica quindi che io respingo al mittente.

Retirement

Nessuno lo avrebbe mai licenziato. Recentemente Tom Osborne (mitico coach e poi AD di Nebraska) ha annunciato che si sarebbe dimesso a fine stagione. “Non voglio diventare uno di quei personaggi decrepiti che vanno in giro per l’università e che nessuno ha il coraggio di mandare via!”

Ferguson se ne è andato quando ha deciso lui. E lo ha fatto con un annuncio a sorpresa. Anni fa aveva annunciato un primo ritiro, con un paio di anni di anticipo, e ne aveva pagato le conseguenze. Aveva perso di credibilità, i giocatori sapevano che se ne sarebbe andato ed avevano un po’ mollato. Questa volta ha fatto diversamente, ha detto fino alla scorsa settimana che sarebbe rimasto.
Ci sono stati, in effetti, due segni che mi avevano fatto sospettare qualcosa, anche se dirlo adesso è facile e non del tutto credibile. Un po’ come quando Benedetto XVI visitò la tomba di Celestino V e vi lasciò sopra la stola. Perché mai lo avrà fatto?
A fine partita contro il Villa, appena vinto il campionato, più che festeggiare la vittoria andando in giro ad abbracciare i suoi giocatori come era solito fare, sembrava quasi che salutasse, che ringraziasse. Poi l’altro giorno ha detto che il club è sano ed avrà altri dieci anni di successi. Parlava come se non fosse lui al centro della cosa, senza quel senso di urgenza suo tipico, senza quell’arroganza. Parlava in modo tranquillo. Ma del senno di poi…

Ritiro a sorpresa, ma ampiamente ragionato. Ferguson conosce bene la linea rossa.

Partiamo da Herbert Chapman (Huddersfield Town/Arsenal), poi Sir Matt Busby (Manchester United), poi Bill Shankly (Huddersfield Town/Liverpool), Bob Paisley, Joe Fagan, Kenny Dalglish e il mito della Boot Room (Liverpool), Brian Clough (Nottingham Forest), George Graham ed Arsene Wenger (Arsenal), Jose Mourinho (Chelsea). Alcuni nomi stonano, lo si nota immediatamente. Mancano poi Tommy Docherty e Jock Stein, due altri scozzesi di ferro. In effetti di scozzesi, incluso Sir Alex, ce ne sono ben sette. Li ha superati tutti. Non ha nessuno davanti a sé. Ha completato la sua opera.

Le tre Coppe dei campioni di Paisley sono forse l’unico traguardo che Ferguson avrebbe voluto raggiungere prima del ritiro. Paisley resta l’unico ad essere salito tre volte sul trono europeo. Ieri con il Barcellona ed il Real Madrid, oggi con la rapida ascesa delle tedesche, credo che Ferguson abbia capito che vincere la terza Champions League avrebbe potuto essere un’impresa impossibile. Ed ha deciso di conseguenza.

Scherzando diceva: “Sono troppo vecchio per ritirarmi”. Faceva parte della strategia. Dopo l’errato annuncio che aveva minato la sua credibilità. Poi aveva detto che se ne sarebbe andato solo per motivi di salute. In effetti deve operarsi all’anca in estate, ma non credo che l’operazione gli avrebbe impedito di continuare. Spero sinceramente non ci sia dell’altro da un punto di vista medico.

Quindi è una sorpresa calcolata, ma potrebbe esserci qualche altro motivo.
O più semplicemente anche lui sente il peso degli anni, come tutti.

Alla fine Ferguson ha indicato al board il suo successore e questi hanno dato l’ok. Il boss è ancora lui. Gli aveva raccomandato di aspettare l’opportunità giusta e David Moyes così ha fatto, rifiutando un paio di panchine importanti. Quando è arrivata l’offerta dell’Everton, Ferguson lo ha consigliato: “Questa volta accetta”. Moyes è scozzese e laburista. Per il momento le similitudini finiscono qui.
Ma è Moyes davvero pronto? L’Everton di questi dieci anni è stata una buona scuola. Il Manchester United trova conforto nella stabilità che Moyes ha avuto nel suo rapporto con i blues, ma la qualità? Moyes sa valutare i talenti?

Gli hanno dato un contratto di sei anni. Ovviamente credono in lui. È altrettanto ovvio che rimpiazzare Sir Alex Ferguson sulla panchina del Manchester United è virtualmente e pure praticamente impossibile.

Io tifo per il Liverpool dai tempi di Paisley. Ho cercato di essere il più obiettivo possibile.

D’altra parte come scrive Philip Roth “Writing turns you into somebody who’s always wrong. The illusion that you may get it right someday is the perversity that draws you on.”

L’ultima immagine sul campo di Sir Alex. Chapeau, Sir

Around the football grounds – A trip to Reading

Con il nuovo appuntamento della nostra rubrica fissa (anche se non con cadenza ben precisa a causa degli impegni personali) andiamo nel Sud dell’Inghilterra, nella contea del Berkshire, dove, a metà strada tra Londra e Swindon si trova la città di Reading, che nasce alla confluenza tra il fiume Kennet ed il Tamigi. 144.000 le anime di questa cittadina, che rappresenta un punto focale della nazione in quanto ospita le sedi e gli uffici di molte multinazionali presenti in terra inglese. E qui, dal 1871, è attivo il Reading Football Club, che attualmente milita in Premier League (ancora per poco, molto probabilmente).

Uno scorcio di Reading

LA STORIA

Come molti club inglesi, anche il Reading all’inizio cambiò diversi terreni di gioco in breve tempo prima di trovare la sua casa definitiva. Un’abitudine tipica dell’epoca, dovuta principalmente al fatto che lo sport era agli albori e la popolarità in crescendo fino ad arrivare alla vera e propria esplosione. La storia degli stadi del Reading comincia al King’s Meadow Recreation Ground, un’area ricavata all’interno dell’omonimo parco che ospitò i primi match della squadra, principalmente amichevoli e partite di coppa locali.Quest’area, parte della proprietà della Reading Abbey nel medioevo e, successivamente passata alla Corona con la dissoluzione dei monasteri, fu acquistata dalla città nel 1869 e successivamente data in concessione alla squadra (che non fu formata da privati, ma durante un’assemblea cittadina pubblica), che la utilizzò sino al 1877.

Su questo terreno, più di un secolo fa, il Reading disputò la sua prima partita

Dall’anno successivo vi fu il trasferimento al Reading Cricket Ground (motivato soprattutto dal fatto che il pubblico spesso era talmente vicino ai giocatori da disturbare l’azione nell’altro impianto), altra area aperta vicinissima a quella di King’s Meadow. La permanenza durò comunque poco, perchè già nel 1882 vi fu un nuovo trasferimento: un cambio proficuo, perchè si riuscì ad avere il primo enclosed ground, il Coley Park. Siamo nell’area sud-ovesta della città e qui il club restò 7 anni, continuando però a giocare solamente amichevoli, coppe locali e le partite di FA Cup, competizione alla quale il Reading iniziò a partecipare.

Un disegno di Coley Park due secoli prima dell’avvento del Reading

L’ulteriore cambiò fu chiesto dall’allora sindaco W.B. Monck, che impedì al club di continuare ad utilizzare il Coley Park, motivando la decisione con problemi di ordine pubblico causati dalla rumorosità dei tifosi, che ormai iniziavano ad essere un numero consistente. Si abbandonò quindi l’area che ad oggi è il Coley Recreation Ground e nel 1889 si tornò nella zona di King’s Meadow, stavolta però dall’altro lato del fiume per utilizzare come stadio il Caversham Cricket Ground. Una soluzione però logisticamente complessa: da Reading si poteva giungere al campo solamente tramite il traghetto ed il terreno era spesso invaso dall’acqua data la vicinanza alle sponde del Tamigi. Nel 1894 e nel 1895 due eventi importanti nella storia del club fecero da presupposto per un ulteriore trasferimento: nel 1894 il Reading, assieme ad altri club (tra cui il Millwall ed il Luton Town), fondò la Southern League e l’anno successivo fece il salto nel professionismo. In città abbondavano i terreni ideali per la costruzione di uno stadio e ne furono offerti diversi al club, tra cui il Palmer Park (attualmente sede di un impianto di atletica) e Oxford Road (dove sorse invece una pista per le corse dei cani, popolarissime in Inghilterra all’epoca), ma la scelta cadde su un ex-cimitero nella parte ovest della città, offerto dal consigliere E.J.S. Jesse. Il club decise di prenderlo in affitto a 100 sterline l’anno (non aveva i fondi per comprarlo in toto per 3000 sterline), con i fondi che inizialmente arrivarono da donazioni private e dai tifosi stessi. L’unica particolare condizione imposta dal proprietario del terreno fu l’assoluto divieto di vendita dei liquori all’interno dell’impianto.

Una delle prime immagini esistenti di Elm Park, nel 1913

All’arrivo del Reading Elm Park era piuttosto isolato, con poche case attorno e con di fronte il Berkshire County Cricket Ground, ma la situazione non era così tragica perchè Jesse possedeva anche i terreni circostanti, che iniziano a brulicare di persone per la costruzione di nuove case. Più case = più pubblico potenziale e quindi la società si impegno a fondò nel progetto: furono spese 800 sterline per sistemare il campo di gioco, sistemare i terraces ed erigere le recinzioni; altre 500 sterline furono impiegate nella costruzione di una piccola Main Stand in legno sul lato adiacente a Norfolk Road e si riuscì a completare il tutto per l’apertura del 5 settembre 1896. L’avversario scelto fu una squadra amatoriale proveniente dall’Holloway College di Londra, chiamata Mr. A. Roston Bourke’s London XI, una scelta talmente curiosa che valse al Reading una multa di 5 sterline ed una sospensione temporanea dalle partite perchè non era un team affiliato alla FA. Non fu l’unica cosa particolare di quell’opening day, perchè a completare il tutto arrivò anche un tremendo temporale che iniziò in concomitanza della cerimonia inaugurale. La pioggia fu talmente torrenziale che il campo si tramutò subito in un acquitrino, con i giornalisti completamente inzuppati visti i posti scoperti ed in piedi a loro riservati; la partita si giocò comunque, prima di venire interrotta nel secondo tempo sul 7-1 per il Reading in un’atmosfera surreale che vide pronunciare all’apertura dello stadio le seguenti parole: “Elm Park non è secondo a nessun impianto del Regno”.

La Main Stand di Elm Park pre-chiusura. Purtroppo immagini storiche ce ne sono pochissime

Come auspicato, negli anni successivi all’inaugurazione di Elm Park la zona circostante lo stadio iniziò a prendere vita con un brulicare di nuove case e strade che resero più facile la permanenza del club in questa sede, anche se nel 1908, durante l’annuale meeting dirigenziale, fu proposto di spostarsi in un nuovo terreno vicino alla Reading Railway Station. La proposta fu bocciata in gran parte perchè la società costruttrice dei binari e della stazione mise i bastoni tra le ruote sin da subito e quindi si rimase definitivamente ad Elm Park, che venne ampliato mediante la costruzione di un angusto terrace coperto a L  tra la Main Stand fino a Town End, per terminare dietro alla porta. Negli stessi anni, tra il 1910-1920, fu coperta la South Bank (opposta alla Main Stand) che, assieme alla tribuna principale, portava l’impianto ad avere quasi 10mila posti coperti; furono inoltre ricavati altri 2.500 posti spostando le recinzioni tra la South Bank e il campo ed infine gli uffici del club furono trasferiti dal centro città alla Main Stand.

La Town End

Nel 1920 il club entrò nella Football League e nel 1925 la copertura della Town End fu profondamente danneggiata dal vento e, durante la stessa bufera, anche la Main Stand subì danni seri. Il club, al tempo in Seconda Divisione, decise di non sistemare la copertura della Town End e di ricostruire da zero la Main Stand. L’incarico fu affidato agli Humphrey’s, ditta specializzata nella costruzione di stand i cui lavori potevano essere ammirati in molti impianti del Sud Inglese in quegli anni, e l’apertura, ritardata a causa dello sciopero generale che scosse l’Inghilterra nel maggio 1926, fu fatta il 13 novembre 1926. Furono gli anni migliori per questo impianto, che videro anche l’affluenza più alta di tutti i tempi all’inizio del 1927, con 33.042 spettatori presenti per la sfida di FA Cup contro il Brentford che lanciò i Biscuitmen (il vecchio nickname della squadra, dovuto alla fabbrica di biscotti che caratterizzava la città) in semifinale, il più alto traguardo mai raggiunto in FA Cup. La nuova Stand, situata su Norfolk Road, era una classica single tier stand completamente coperta con la presenza di soli posti in piedi. Non mancavano i tradizionali piloni a sorreggere la copertura, col difetto di limitare parzialmente la visuale a buona parte del pubblico. Nonostante la squadra non riuscisse ad entrare nell’elite del panorama calcistico inglese, continuarono i miglioramenti ad Elm Park, in particolare nel 1936 fu rifatta la copertura della parte centrale della South Bank (che nel frattempo era stata estesa con altri terrace scoperti verso le due end del campo) e successivamente (tra gli anni 40-50 e 50-60) il tetto fu portato anche verso la Town End (East Stand) prima e, successivamente, verso la Tilehurst End (West Stand). Nel 1954 arrivarono anche i riflettori, inaugurati in amichevole contro il Racing Club de Paris in diretta nazionale grazie alla BBC; vennero piazzati inizialmente subito dietro le porte e ai lati delle coperture, ma alcuni anni dopo, nel 1969, furono rimpiazzati dai classici corner pylons. Nel 1959 avvenne un curioso episodio durante una match contro lo York City: uno degli avversari esplose un tiro che centrò in pieno il riflettore, facendolo letteralmente in mille pezzi che caddero tutti addosso ad uno sfortunato poliziotto di stanza lì sotto.

L’ingresso alla South Bank

Gli anni 70 (gli anni di Robin Friday) videro numerosi piccoli miglioramenti alla struttura, ma senza grossi cambiamenti strutturali, con l’impianto che rimase tale e quale a molti anni orsono: la main stand e la South Bank coperte, le due End completamente scoperte e dotate solamente di posti in piedi (una descrizione dettagliata la trovate sotto). Le cause? Da una parte l’andamento del team, che non riusciva mai a fare il salto di qualità verso la categoria più nobile del calcio inglese, dall’altra anche problemi societari che culminarono nel famoso episodio del 1983 che rischiò di far sparire per sempre il club e che tuttavia portò all’insediamento di Roger Smee alla presidenza del club, che portò nuova linfa in termini di risultati in un periodo nel quale nemmeno 4 mila spettatori venivano regolarmente ad Elm Park. Questi però furono anche gli anni delle note tragedie che colpirono il calcio inglese e il Safety of Sports Ground Act ridusse la capacità totale dell’impianto a 6000 posti dagli oltre 27 mila previsti date le scarsissime condizioni di sicurezza presenti: lo spettacolare inizio della stagione 1985-86 portò comunque il club a lavorare celermente per migliorare le condizioni generali riuscendo a riportare inizialmente a 13mila persone la capienza e, in seguito, a ben 20 mila, con 2.300 posti a sedere nella main stand. Sostanzialmente furono fatti lavori per migliorare la sicurezza delle divisorie e dei terraces, furono aggiunte nuove uscite di emergenza, rifatti gli uffici con materiali ignifughi e aggiunti, per la prima volta gli executive boxes sul fondo della main stand, per un costo totale di 160mila sterline. L’unico vero intoppo per questi lavori riguardò il campo di gioco, quando il responsabile del terreno, per sbaglio, lo trattò con del pesticida puro, non diluito: il risultato fu un campo marrone, morto e le apparenze furono salvate da una bellissima vernice verde.

La caratteristica stand asimmetrica di Elm Park

Nonostante gli abbellimenti, l’idea di una relocation era già ampiamente nella testa del proprietario, con una zona già identificata, quella di Smallmead, nella parte sud della città, vicino all’arteria stradale M4 e con il supporto di tutto il concilio cittadino. Purtroppo però non fecero i conti con la scarsità dei fondi disponibili e la difficoltà a reperire le necessarie risorse. La svolta arrivò con il Taylor Report, che diede la mazzata definitiva ad Elm Park. In base alle nuove regole fu calcolato che la capienza massima all-seater dello stadio avrebbe dovuto essere di 12mila posti; il problema fu che all’epoca vi erano solamente 2.417 seggiolini nell’impianto e con 600mila sterline di debiti, la situazione non era delle più rosee. Smee uscì di scena e, per la fortuna dei tifosi Royals, entrò in campo John Madejski, imprenditore editoriale ricchissimo che entrò nel club più per amor cittadino che per passione. Il suo ingresso diede nuova linfa in tutti i sensi al club, sia sul piano sportivo, sia sul piano finanziario e fu proprio il successo sul campo a spingere definitivamente verso la costruzione di una nuova casa: con i Royals promossi in Championship, l’adeguamento verso un all-seater era obbligatorio entro 3 anni, pena il divieto totale di giocare ad Elm Park e l’obbligo ad emigrare (altro che deroghe…). Fu così che nacquero i primi veri progetti di un nuovo stadio da 25mila posti ed iniziò il countdown per Elm Park che ebbe termine il 3 maggio 1998 contro il Norwich City. Per la cronaca il Norwich vinse 1-0 e chiuse per sempre questo storico impianto dopo 102 anni di vita.

Elm Park in una splendida fotografia aerea

Vediamolo quindi Elm Park al termine del suo lungo viaggio, con il suo campo leggermente rialzato rispetto alle tribune (e rialzato di circa 6 piedi rispetto al livello della strada, il che spiega gli scalini dagli spogliatoi al terreno in un impianto senza sotterranei). La Main Stand, su Norfolk Road, mantenne il suo aspetto quasi intatto dal 1926 alla demolizione tranne che per i seggiolini a sostituire il vecchio terrace. Si tratta dell’unica zona con posti a sedere ed è caratterizzata dal blu e bianco, i colori sociali dei Royals, con un pizzico di rosso per quanto riguarda i seggiolini centrali, quelli riservati alle autorità. All’esterno una facciata piuttosto ordinaria, anche se appariva molto più imponente della stand vista da dentro. Di fronte troviamo la South Stand, conosciuta come Tilehurst Terrace, una meravigliosa tribuna vecchio stile del calcio inglese. La particolarità risiedeva nella differente altezza della copertura della parte centrale rispetto a quella laterale, un fatto pressochè unico nel panorama britannico e dovuto ai diversi tempi e modi di costruzione della stand e delle sue coperture. Sul tetto centrale spiccava un orologio e fuori dalla stand si trovava un campo da calcetto adibito a parcheggio più il Supporter’s Club. Le due end, entrambe scoperte e praticamente immodificate anch’esse dal 1926, rappresentavano la parte più vecchia dell’impianto e non erano simmetriche tra loro, con la Tilehurst End (situata sul lato West) più profonda e alta dell’opposta Town End (dove trovavano posto i tifosi ospiti). Entrambe erano caratterizzate dalle barriere protettive blu e dai segnali gialli ad indicare le uscite. Simon Inglis, autore di uno dei migliori libri dedicato agli stadi inglesi, descriveva Elm Park come il meno interessante tra tutti gli impianti della Football Association e, con sua gioia, ebbe fine al termine della stagione 1997-98. Al suo posto adesso troviamo un complesso residenziale la cui realizzazione contribuì alla costruzione (grazie ai soldi ricavati dalla vendita del terreno) della nuova casa e, a differenza degli altri impianti, fu l’unico sulla cui terra si edificò.

L’ultima partita ad Elm Park

L’IMPIANTO ATTUALE

L’arrivo di Madejski e i buoni risultati ottenuti a metà degli anni 90 portarono il club a rivelare nel 1995 i progetti per il nuovo stadio grazie ad una partnership tra diverse imprese: Over Arup (principalmente ingegneria), Alan Cotterell Practice (architettura, azienda già coinvolta nel Molineux di Wolverhampton) e Dirvers Jonas (azienda di project managing, già coinvolta a Middlesbrough, ma anche Sunderland e Stoke). Come detto, l’area scelta fu quella di Smallmead, nella zona sud della città, ma prima di poter pensare al cantiere, fu necessario innanzitutto acquistare e bonificare l’intera area, per un costo totale di circa 10 milioni di sterline (per un terreno di circa 26 ettari); successivamente, per reperire i fondi mancanti, alcune parti della zona vennero vendute per le attività commerciali e qualcosa fu racimolato anche dalla vendita di Elm Park. Ulteriori condizioni per l’inizio dei lavori furono la promessa della costruzione del raccordo autostradale A33 (che collega direttamente alla M4) nei pressi del nuovo impianto e la co-abitazione, per quanto riguardava le partite casalinghe, con i London Irish di rugby. Finalmente, trovati i fondi e soddisfatte le condizioni, i lavori partirono e lo stadio fu completato in tempo per l’inizio della stagione 1998-1999, con il Reading in division two (assieme a Wigan, Man City, Stoke e Fulham, per darvi un’idea) e l’inaugurazione del nuovo stadio avvenne il 22 agosto 1998, con la vittoria per 3-0 sul Luton Town e il primo gol ufficiale siglato da Grant Brebner.

Il cantiere del Madejski…all’inizio!

Come nome, fu scelto il semplice Madejski Stadium, dal cognome del presidente del club che fortemente ha voluto la sua realizzazione, senza ulteriori accordi di sponsorizzazione (e d’altra parte all’epoca non era facile trovare uno sponsor per uno stadio di Division Two!); il terreno di gioco è stato realizzato col rivoluzionario Desso System, per un costo di 750mila sterline: si tratta di un mix tra fibre artificiali ed erba naturale, con quelle artificiali che vengono inserite circa 20 centimetri in profondità per rinforzare l’erba e fornire non solo un ottimo drenaggio, ma anche una superficie ideale per giocare. Un sistema che oggi è usato spessissimo (e, con il solito ritardo, ha fatto capolino anche in Italia), ma che il Reading ebbe l’idea di utilizzare sin dagli albori, anticipando i tempi . L’impianto, visto dall’alto, non è squadrato, ma è una sorta di bowl senza angoli aperti, realizzato per garantire a tutti la miglior visibilità possibile senza essere troppo lontani dal campo. Non è quindi un bowl molto esteso, vista anche la limitata capienza a poco più di 24 mila spettatori, ed è inserito in una zona che tuttavia è ancora in via di sviluppo nonostante le promesse di 20 anni fa. All’interno c’è tutto il necessario per il comfort dei tifosi, ma all’esterno mancano i pub ed i collegamenti non sono semplicissimi per chi proviene dal centro città (distante circa 3 miglia). Altro particolare rilevante, osservando lo stadio nel suo insieme, è la leggera curvatura della copertura sulla West Stand, la main e più ampia con i suoi 2 anelli; infine non si possono non notare, all’esterno, delle strutture metalliche sormontate da dischi cilindrici: non sono altro che artifizi per smaltire il gas naturale prodotto dal terreno sottostante, visto che il Madejski è stato costruito su una palude famosa per la sua produzione di gas. E ora, come solito, vediamo nel dettaglio le varie stand.

Immagine aerea del Madejski Stadium

WEST STAND

Come accennato, si tratta della stand più ampia e l’unica a 2 anelli, separati tra loro da una singola fila di executive boxes. Particolare il fatto che l’upper tier non sovrasti il lower tier, una caratteristica infrequente negli impianti inglesi, dove solitamente predominano le cantilever stands (a mensola, sostanzialmente). Al centro, a livello del campo ovviamente, troviamo il tunnel di ingresso e le due panchine; nell’upper tier, distinti dal resto dei seggiolini blu, c’è una sezione di seggiolini rossi dedicata alle autorità. Tra l’ultima fila della stand e la copertura lo spazio non è chiuso, ma rimane aperto per favorire il passaggio di luce ed aria verso il campo, tranne però nella parte centrale dove troviamo una chiusura ed il rimando al sito del club. Andando all’esterno, è impossibile non notare l’albergo adiacente alla stand, il Millennium Reading Hotel, un 4-stelle deluxe aperto sin dall’inaugurazione del Madejski con ben 200 stanze ed un’infinità di servizi. Non vi sono però, come accade ad esempio ad Upton Park, camere con vista sul campo di gioco. Tra l’albergo e la stand troviamo infine gli uffici del club e tutte le strutture utili per il ricevimento degli ospiti.

La West Stand

NORTH STAND

La facciata della North Stand

Si tratta della stand destinata completamente ai tifosi di casa, collegata alla West ed alla East mediante due corners molto arrotondati senza soluzioni di discontinuità. Quasi 5 mila sono i tifosi che può ospitare e, oltre per il fatto che è una single-tier stand, differisce dalla West anche per lo spazio tra l’ultima fila e la copertura, che qui (come negli altri settori) è molto più ampio. All’esterno troviamo il megastore della squadra ed un centro conferenze da più di mille posti (una stanza da 700 persone e quattro da 100 posti). A metà partita per gli spettatori è possibile uscire per fumare (assieme a quelli della West Stand) attraverso un percorso segnalato che raccoglie i fumatori in un’area apposita dalla quale poi è possibile riaccedere alla tribuna, mediante un voucher consegnato dagli steward: si tratta di un servizio per certi versi unico in Inghilterra, dove allo stadio è vietatissimo fumare.

E la stand dall’interno

EAST STAND

La East stand, quella più in predicato di espansione

Opposta alla Main Stand, può ospitare più di 7500 spettatori su un’unica tier; vedendola da lontano si nota la scritta Madejski Stadium realizzata con seggiolini bianchi in contrasto con i restanti blu.Dentro la stand inoltre trovano sede un music-bar, il Jazz Cafè, e addirittura una radio, Reading 107, che trasmette nella zona cittadina. Su questa stand circolano da tempo molti rumors per un’eventuale espansione dello stadio: effettivamente i progetti sono stati depositati e nei programmi del club c’è la realizzazione di un anello addizionale che andrebbe a coinvolgere anche la North e la South Stand, portando la capienza a ben 38 mila spettatori. Inizialmente sembrava che i lavori dovessero partire già nel 2008, frenati però dalla caduta in Championship del team dopo le prime 2 stagioni di Premier; quest’anno è stata fatta un’ulteriore spinta in tal senso, ma la retrocessione matematicamente acquisita dovrebbe frenare nuovamente i piani del club.

Il progetto di espansione del Madejski stadium, che dopo la stagione dovrebbe tornare in naftalina

SOUTH STAND

Costruita in maniera del tutto speculare alla North Stand, la South è destinata principalmente ai tifosi ospiti, per un totale di circa 2500 posti a sedere sui 4000 circa disponibili per chi viene in trasferta. Nei match dei London Irish questa stand viene tradizionalmente lasciata chiusa (così recitavano gli accordi originari tra i club), eccezion fatta, dal 2008-2009, per i match più importanti ed in grado di attirare più pubblico. Nell’angolo che conduce all’East Stand, appeso alla copertura, troviamo l’unico megaschermo dell’impianto, la cui non visione da parte degli spettatori che qui vi siedono rappresenta l’unico limite di visibilità in tutto il Madejski Stadium.

La South Stand col suo megaschermo

L’ATMOSFERA

Il popolo del Reading non è conosciuto come uno dei più caldi d’Inghilterra tra le mura del proprio stadio, ma non si può definire di certo un pubblico non fedele. Il bacino di utenza del club non è gigantesco, ma, tralasciando i 3 anni trascorsi in Premier League (2006-07, 2007-08 ed il corrente), si può notare come anche in Championship almeno 19 mila spettatori in media erano presenti al Madejski Stadium. Numeri non da poco, che in Premier decollano sfiorando l’esaurito ad ogni singola partita casalinga. L’atmosfera all’interno dello stadio non è male, anche se viene rovinata da alcuni particolari che purtroppo stanno prendendo piede in tantissimi stadi inglesi: in primo luogo la musica dopo il gol, in secondo luogo la presenza di un tamburo nella North Stand che serve per aiutare a creare rumore e a ritmare i cori: una presenza più europea che inglese, dove questi ausili di solito non vengono mai utilizzati. La parte più vocale dei tifosi è situata nella East Stand, non distante dal settore ospiti con il quale ci sono sempre i classici cori di sfottò reciproco e sfide vocali.

Per riconoscere la grande fedeltà dei supporters il club ha deciso di far diventare i tifosi stessi membri ufficiali, con il numero 13 a loro destinato (e sulle maglie si può acquistare con il nome Reading Fans); è stato inoltre creato un organo di supporto per i fans, il Supporters’ Trust at Reading, che si occupa di avvicinare il club alla gente, di organizzare le trasferte e di coordinare tutta una serie di attività legate all’essere Reading Fans. Il tutto, ovviamente, no profit ed all’insegna del tifo corretto. Nonostante l’apparente compostezza, anche il Reading ha le sue rivalità feroci e storiche, la principale con l’Aldershot, squadra che purtroppo è fallita nel 1992. La presenza dell’Aldershot Town, erede dell’Aldershot, ha tenuto viva la fiammella della rivalità, che tuttavia tende a sopirsi parecchio date le enormi differenze di categoria tra le due squadre (il Reading giocherà in Championship l’anno prossimo mentre l’Aldershot Town tornerà tra i semi-professionisti). Altre partite molto sentite sono quelle contro l’Oxford United e lo Swindon Town, con una curiosità: quando le tre squadre si trovano nella medesima serie, si disputa una sorta di competizione non ufficiale, il Didcot Triangle (le tre città sono ai vertici di un triangolo con al centro Didcot geograficamente). L’ultima edizione è stata nel 2001, con il Reading che ha centrato l’en-plein; nell’immediato futuro sarà comunque difficile vedere una nuova edizione di questa “coppa”. Rispetto all’Aldershot sono comunque rivalità meno sentite (soprattutto da parte degli altri due teams), anche se con lo Swindon si parla dell’M4 derby, termine che comunque storicamente ha da sempre indicato la partita tra Swindon Town e Bristol City.

CURIOSITA’ E NUMERI

Al Madejski stadium spesso è andata in scena la nazionale Under 21 inglese (il primo incontro è datato 1999), così come l’Under 20, che ha avuto qui uno dei suoi momenti memorabili con la vittoria contro la Germania alcuni anni orsono grazie al gol del local boy Nathan Tyson (attualmente al Derby County). Passando ad altri sport, come accennato nell’articolo, qui si disputano le partite dei London Irish di rugby dal 2000, sempre abbastanza frequentate. L’impianto è talmente funzionale al rugby che moltissimi fans lo reputano uno dei migliori stadi dove guardare una partita di rugby (e non solo visto che alcuni anni fa ESPN lo ha votato come miglior mid-sized stadium in Europa) ed è stato utilizzato anche per la World Cup del 2000, con gli All Blacks che hanno letteralmente distrutto le Isole Cook. Ovviamente, infine, qui si sono tenuti anche molti concerti all’aperto con ospiti del calibro di Elton John e dei Red Hot Chili Peppers.

Capacità: 24.161

Misure del campo: 105 x 68 metri

Record attendance: 33.042 (1927 – FA Cup vs Brentford)

Record attendance attuale: 24.184 (2012 – Premier League vs Everton)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

Reading FC official site

Reading fan site

Groundhopping

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Blogger on the road: Giovanni Genero a Sunderland

Non vi posso nascondere la soddisfazione nel poter ospitare su queste pagine il racconto della prima esperienza in uno stadio di Premier League di un amico e di un grandissimo sportivo quale è Giovanni Genero, appassionato di tutto, ma in particolare appassionato di sport americani e di calcio inglese, del quale è innamorato sin da bambino. Tifosissimo del Liverpool, è dotato di una capacità di racconto e di coinvolgimento unica e mi auguro che il racconto della sua esperienza, la prima in Premier League nonostante lavori da anni in UK, vi possa piacere così come a me, che starei ore ed ore ad ascoltarlo raccontare storie, aneddoti ed esperienze. Se posso lanciarmi in paragoni con altri sport, Joe per me rappresenta il Federico Buffa del baseball e del calcio Inglese ed è quindi con tanto orgoglio che vi presento il suo racconto. Buona lettura.

THE TYNE-WEAR DERBY

IMG_9781

Il nostro amico Joe, il primo da sinistra, con i suoi compagni di avventura

Pete è di Newcastle, un vero geordie. L’ho conosciuto almeno quindici anni fa. Abbiamo lavorato insieme per dieci giorni ed abbiamo parlato, tra le altre cose, ovviamente, di calcio. Io ero già, da parecchi anni, malato di Liverpool. Poi non ci siamo più visti.
Una delle prime domande: per quale squadra tifi? Udinese. Così tutti pensano che la città si chiami Udinese. Ehi, tu vieni da Udinese? No, vengo da Udine. Udine? Huh?

Pete tifa Sunderland. Non esiste nel calcio inglese la Sunderlandese. O la Sunderlandina. E neppure la Pro Sunderland. Ci sono invece appellativi come City, Town, United, Wednesday, Rovers. Il Sunderland è SAFC. Sunderland Athletic Football Club. Più semplicemente Sunderland. Siamo nel 1973. “Papà, portami a vedere il Sunderland!” Ed il padre, tifoso, come tutta la famiglia delle magpies (le gazze ladre) bianconere, dopo essersi chiesto che figlio mai avesse allevato, una serpe in grembo, portò Pete a Roker Park.

La destinazione dei nostri amici

La destinazione dei nostri amici

ROKER PARK

Roker Park era uno stadio inglese situato nell’omonimo quartiere di Sunderland. Fu lo stadio dei Black Cats per un secolo esatto, dal 1897 al 1997. Alla fine dei suoi giorni poteva contenere poco più di ventiduemila spettatori, la maggior parte in piedi. Negli anni d’oro e delle folle incontrollate raggiunse un giorno una folla (e folle) record di 75,118 persone (partita di FA Cup contro il Derby County). Dopo il disastro dell’Heysel e l’incendio di Valley Parade, ma soprattutto dopo la tragedia di Hillsborough, le leggi inglesi (sulla spinta legislativa decisiva del Taylor Report) sugli stadi e la loro architettura e sulla sicurezza dei tifosi di calcio cambiarono drasticamente ed anche Roker Park
divenne obsoleto. E la recentemente scomparsa Margaret Thatcher ebbe una grande influenza sulle scelte future che il calcio avrebbe dovuto fare.

Ma riavvolgendo il rotolo del tempo scopriamo che il Sunderland campione inglese per tre volte in quattro anni (1891-92, 1892-1893 e 1894-95) trionfava su un terreno di gioco piazzato in Newcastle Road. Che orrore! Ora sappiamo benissimo che Newcastle e Sunderland sono due città confinanti e quindi per forza geografica logicamente rivali, ma giocare proprio in Newcastle Road? E così i proprietari della squadra acquistarono un terreno nuovo e costruirono, in meno di un anno, Roker Park. Portarono il terreno di gioco dall’Irlanda. L’erba irlandese resistette per ben 38 anni. Lo stadio fu inaugurato dal sesto marchese di Londonderry ed il Sunderland battè in amichevole il Liverpool per 1-0. E nel 1901-02 il Sunderland fu campione d’Inghilterra per la quarta volta. Nel 1913 la capienza raggiunse 50,000 ed il Sunderland vinse il suo quinto titolo. Nel 1929 Roker Park
poteva contenere 60,000 tifosi. Nel 1936 fu ricostruita la Clock Stand che era lunga 114 metri. Le folle ormai raggiungevano spesso 70,000 persone. E nel 1935-36 i biancorossi furono campioni per la sesta e, per il momento, ultima volta. Mentre nel 1937 vinsero la loro prima FA Cup.

Una bomba cadde a centrocampo durante la Seconda Guerra Mondiale. Davvero!

Nel 1952 fu il secondo stadio inglese (dopo Highbury) ad avere l’illuminazione artificiale. I piloni, provvisori all’inizio – questa è terra di minatori e le cose bisogna guadagnarsele e meritarsele – furono sostituiti da quelli definitivi solo a fine stagione quando avere l’illuminazione artificiale si rivelò un successo. Nel 1966 lo stadio fu rinnovato per la Coppa del Mondo. Altre migliorie negli Anni Settanta. Poi con la retrocessione del Sunderland fino alla Terza Divisione e con il Taylor Report del 1990 la capacità e le fortune dello stadio subirono drastiche riduzioni. E quindi prima di puntare a ritornare e a rimanere nella neonata Premier League al Sunderland serviva ovviamente uno stadio nuovo. Il proprietario Bob Murray andò alla ricerca di un terreno. Per la sua costruzione fu scelta un’area che – ed in Northumberland non è certo una sorpresa – era il sito di una ex-miniera di carbone. Nel frattempo l’ultima stagione al Roker Park segna – nello stesso tempo – la prima in Premier League per il Sunderland e la retrocessione. Ultima partita: una vittoria per 3-0 contro l’Everton.

E poi, quasi improvvisamente, Pete è seduto al mio fianco in ufficio. Siamo oggi colleghi di lavoro. La conversazione riprende naturale, come se non fosse mai stata interrotta da oltre quindici anni di pausa. E la promessa-sogno di andare insieme a vedere il Sunderland arriva quasi ovvia.

STADIUM OF LIGHT

Panoramica dall'interno dello Stadium of Light

Panoramica dall’interno dello Stadium of Light

Lo Stadium of Light si trova lungo la linea della metropolitana che serve sia Newcastle che
Sunderland. È l’unico stadio della Premier League che si può vedere ad occhio nudo dalle tribune di un altro stadio, il St James’ Park di Newcastle. I due stadi non sono vicini quanto Craven Cottage e Stamford Bridge, ma la rivalità tra le due squadre è molto più intensa di quella tra Chelsea e Fulham.
Due le stazioni della metropolitana che fanno meta allo stadio, Stadium of Light e St. Peter’s. Utilizziamo quest’ultima e risaliamo una strada ingombra di bancarelle e caravan che cucinano hamburger.

Lo Stadium of Light è, come la legge prescrive, uno stadio con solo posti a sedere, quasi 49,000, che lo piazza al quinto posto per capacità di tutti gli stadi inglesi. Il suo nome non viene dal famoso Estádio da Luz di Lisbona, ma dalla lampada del minatore, tributo all’industria che ha segnato il passato, la prosperità e la crisi di questa regione dell’Inghilterra nord-orientale. Una Davy Lamp si trova davanti all’ufficio biglietti fuori dallo stadio. Le miniere di carbone. La file di case di mattoni rossi che ci conducono allo stadio “profumano” di carbone, sono state costruite con i fondi dei sindacati dei lavoratori del carbone. Poi arrivò la Thatcher, ma quella è un’altra storia…

La bellezza dello stadio, un catino bianco e rosso, è che è stato predisposto per essere ingrandito e per raggiungere la capacità di ben 63,000 spettatori. È stato costruito dalla stessa impresa edile che ha costruito l’Amsterdam Arena e per tale ragione è stato inaugurato il 6 agosto 1997 con un’amichevole tra Sunderland ed Ajax. Costo finale della struttura: £23,000,000.

L'accoglienza allo Stadium of Light

L’accoglienza allo Stadium of Light

Fuori dallo stadio ci accoglie la statua bronzea del manager Bob Stokoe mentre corre ad abbracciare il portiere Jimmy Montgomery che ha appena salvato con le sue parate la vittoria per 1-0 nella finale della FA Cup del 1973, in quello che rimane il più recente successo del club. La vittoria fu storica perché il Sunderland, allora in seconda divisione, battè il grande Leeds United di Don Revie. Stokoe, da giocatore, aveva vinto la FA Cup nel 1955 giocando per i rivali del Newcastle e battendo per 1-0 il Manchester City in cui militava lo stesso Revie.

Lo stadio è molto raccolto, nonostante i quasi 50,000 posti, con il campo vicinissimo alle tribune, come in tutti gli stadi inglesi. I tifosi caldi del Sunderland, quelli che cantano, siedono (anche se spesso restano in piedi per lunghi periodi) nella South Stand. I tifosi ospiti sono appollaiati in cima alla North Stand, la tribuna più alta. La polizia, non numerosissima, e gli steward, girati sempre verso il pubblico, li controllano con discrezione. La North Stand inoltre incorpora sulle poltroncine lo slogan “Ha’way The Lads”. La East Stand ha invece lo stemma del Sunderland. La tribuna principale è la West Stand. Sotto la tribuna, l’accogliente bar dei VIP serve, tra l’altro, la
friulana Birra Moretti ed a fianco del bancone campeggia una foto che ricorda il divertente episodio di Pepe Reina incerto su cosa parare tra il pallone o il palloncino rosso che è volato fino nell’area piccola. La palla (quella vera) finirà in rete ed il Sunderland batterà il Liverpool per 1-0. Contro lo stesso Liverpool, lo Stadium of Light ha anche segnato il record di pubblico, 48,353 spettatori, il 13 aprile 2002.

Istanti pre-partita

Istanti pre-partita

La partita a cui assistiamo, scelta con cura, ma con le costrizioni di mille impegni lavorativi e familiari, durante le vacanze di Natale, è Sunderland-Everton. Al tempo della scelta pareva quasi una sfida insipida. Il Sunderland sarà a metà classifica, l’Everton poco sopra, invece… non solo l’Everton è in lotta per un posto in Champions League ed il Sunderland è in piena bagarre per non retrocedere, ma qualcosa di clamoroso è successo nelle ultime due settimane. Il Sunderland ha licenziato il manager Martin O’Neill ed ha nominato come sostituto l’italiano Paolo Di Canio. E Di Canio nella sua seconda partita in carica ha espugnato (con un netto 3-0) nientemeno che St. James’ Park, la casa dei rivali del Newcastle. Non serve dire che è diventato un instant hero. E la partita che abbiamo scelto è semplicemente il suo debutto casalingo. Lo stadio è praticamente esaurito. L’atmosfera è elettrica.

Con noi c’è anche un nostro caro amico e collega nigeriano, Fure. D’altra parte lo sponsor sulle maglie del Sunderland dice INVEST IN AFRICA. Siamo seduti ad una decina di metri dalle panchine. Il Sunderland entra in campo nella classica maglia a strisce verticali bianche e rosse, pantaloncini neri e l’Everton nell’altrettanto classica casacca blu e pantaloncini bianchi. Sessegnon segna il decisivo gol dell’1-0 davanti ai nostri occhi proprio allo scadere di un combattuto e ben giocato primo tempo. Festeggiamo travolti dalla passione dei tifosi che ci circondano. I ragazzini dietro a me parlano in continuazione di calcio, conoscono centinaia di giocatori, ne discutono le caratteristiche tecniche, sono delle piccole enciclopedie. Magari a scuola non andranno troppo bene, ma se la materia fosse “football” avrebbero una bella A+. I due signori anziani che li affiancano seguono la squadra con il cuore in mano. Ogni giocatore è loro “son”. ‘Come on! Jimmy son. Come on! Danny son’. ‘Linesman, you’ve got to keep up with the play!’ è l’offesa più grave
che sento in novanta minuti, quando il segnalinee fatica un pochino su un fuorigioco dubbio. Nel secondo tempo il Sunderland retrocede pericolosamente, pur senza scadere nel catenaccio. Il capellone Fellaini domina il gioco aereo, ma i blues non creano davvero nessuna grande occasione per pareggiare. Il canto ripetuto PaoloDiCanio-PaoloDiCanio-PaoloDiCanio sull’aria della Donna è mobile del Rigoletto risuona in continuazione. Non c’è un direttore, ma il coro non perde una nota. Danny Rose è l’idolo della curva. Ha il suo canto personale. Si respira calcio inglese, nulla da fare. La Premier League ha qualcosa di speciale. Il momento più drammatico a pochi minuti dalla fine quando su un lungo passaggio all’indietro un po’ sbilenco, Mignolet, il portiere belga del Sunderland, deve tuffarsi all’indietro per salvare una possibile clamorosa autorete. È però un’infrazione, e quindi punizione a due nel rettangolo. Ventuno uomini affollano l’area di rigore. La furiosa baraonda che segue non porta a nulla. Il Sunderland sopravvive e porta a casa tre punti preziosissimi nella corsa alla salvezza.

Sullo sfondo, Paolo di Canio

Sullo sfondo, Paolo di Canio

E’ grande festa con Pete e Fure. Riusciamo anche a scendere sul terreno di gioco. Tocchiamo l’erba che – sofferente – sopravvive grazie ad uno sofisticato sistema di illuminazione. Nel tardo pomeriggio risaliamo verso Newcastle, e ci perdiamo in una serie di ottimi pub e locali che costeggiano il fiume Tyne.

Go Black Cats!