Una gita a Portsmouth

[Riceviamo e pubblichiamo un racconto inviatoci da Stefano Galligani]

La partita doveva essere un’altra.

Da tempo ci eravamo ripromessi una ”zingarata” nella vecchia, cara Inghilterra alla ricerca di atmosfere ed emozioni perdute ed oggi sempre più difficili da rivivere.

Un rapido consulto tra noi ed il parere dell’amico Matthew Bazell ci portano a decidere per Portsmouth, per lo storico Fratton Park e per la partita casalinga contro il Wimbledon. Due squadre che per i frequentatori ed appassionati del calcio inglese non hanno bisogno di presentazioni. Due tifoserie che noi di Lucca United, sostenitori convinti di un maggior coinvolgimento dei tifosi nelle vicende del calcio attraverso l’azionariato popolare, sentiamo particolarmente vicine.

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Nella nostra ricerca di un calcio ancora genuino, lontano dalle devastazioni del calcio moderno, questa sarebbe stata la partita perfetta. Sarebbe stata. Perché il maledetto calcio di Sky ci attendeva al varco per punire la nostra ribellione e la nostra caparbietà nel gridare che un altro calcio è possibile.

Circa tre settimane prima della partenza ci accingiamo a comprare i biglietti per il match e scopriamo che la partita è stata spostata alla domenica pomeriggio. Fregati. Il nostro aereo riparte da Londra alle 13 di domenica, ed è già pagato, così come il treno per Londra. Deve essere Portsmouth, per forza. Dobbiamo trovare una qualche altra partita nelle vicinanze. Esclusa la Premier League perché quel calcio non ci interessa, spostiamo la nostra attenzione sulla Championship e sulla League 1 e 2. Plymouth sarebbe il top ma gioca a York, altre ricerche sono infruttuose ed allora vediamo cosa offre la National League South…Trovato! C’è una squadra che sabato gioca in casa, è il Gosport Borough FC il cui miglior risultato nella propria storia è appunto la National League South. Il calcio professionistico lo ha conosciuto solo nelle amichevoli estive (Portsmouth in primis of course). Lo stadio si chiama Privett Park ed ha un ampio bar aperto prima, durante e dopo le partite. Si serve una buona ale. Aggiudicato.

Portsmouth ci accoglie un venerdì sera, non piove ma tira un discreto venticello. Scendiamo a Fratton (il nostro albergo è a due passi da Fratton Park) e dopo aver attraversato la sopraelevata e percorso 100 metri siamo tutti d’accordo: qui il tempo si è fermato, dai negozietti che incontriamo lungo il cammino alle abitazioni del quartiere sembra di essere tornati agli anni ’80 ,’90. Ai tempi della 6.57 crew… Troppo bello. Se non fosse per il Macdonald’s ed il KFC accanto al nostro hotel potremmo giurare di essere tornati ad epoche storiche ben piu’ gloriose..in tutti i sensi. Lasciati i bagagli ci facciamo consigliare un pub nelle vicinanze. Seicento metri e ..bingo. Entriamo e ..scordatevi i pubs di Londra tutti fighettini che mandano in brodo di giuggiole i turisti globalizzati/griffati/omologati. Lo Sheperd’s Crook sembra più un vecchio bar dei nostri tempi andati. Diviso in tre sale , vede la prima stanza occupata da un ampio tavolo da biliardo sul quale si affrontano due stagionati avventori rinforzati da un paio di ragazzotti. Un caminetto spento serve a dare una qualche illusione di tepore ad un cane sdraiato lì davanti su una coperta. Lo stesso cane che un’ora più’ tardi riaccompagna a casa uno dei due vecchietti , stralunato dalle numerose Stella Artois bevute.. Come si faccia ad ubriacarsi con quella birra è un mistero che non scopriremo mai. Noi ci accomodiamo nella seconda stanza, dove si trova il bancone e vecchi divani in pelle che hanno tutta l’aria di aver visto l’Inghilterra vincere il suo unico mondiale. Le pareti sono tappezzate di foto del Portsmouth Fc di tutte le epoche e non possono mancare i ricordi della FA CUP vinta ad Wembley nel 2008 contro il Cardiff. Poco prima di mezzanotte suona la mitica campanella che avverte che si può’ fare un ultimo ordine prima della chiusura, cosa che riporta alla memoria una lunga estate trascorsa in Inghilterra nel 1981..gli anni di Brian Clough, Trevor Francis e le due coppe dei campioni appena vinte.. Il calcio dei magnati russi o degli imprenditori asiatici era pura fantascienza…

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Ci congediamo facendoci consigliare un posto dove poter fare una “traditional english breakfast “ il mattino seguente. Sugli schermi del locale notiamo distrattamente immagini dello Stade de France con la gente in campo ma siamo troppo presi dalle nostre emozioni per soffermarci a riflettere. Poco dopo in hotel, accendiamo la tv e capiamo fin troppo bene cosa sia appena accaduto a Parigi…Sgomenti, increduli, ma ancora più nostalgici di altre epoche e momenti storici di cui fortunatamente siamo stati testimoni.

L’indomani siamo pronti per scoprire Portsmouth, non prima di aver rigorosamente rispettato il rito della English breakfast in un locale degno del pub della sera precedente. Inizia a piovere ed a tirar vento in ossequio alla stagione. Il kway di Lucca United si mostra un ottimo rimedio contro la pioggia ed il vento. Test superato. Facciamo un salto a Fratton Park (purtroppo chiuso e sprangato) per toccarne i muri ed una rapida quanto fruttuosa (per le casse del club, meno per il nostro portafoglio) incursione nello store del Pompey. Qualche souvenir va pure comprato. Il nostro amico Matthew ci ha raggiunto da Londra assieme a Kevin e ci aspetta alla stazione di Portsmouth Harbour, un abbraccio, pacche sulle spalle e ci facciamo guidare alla scoperta della zona. Ci aggiorniamo sui fatti calcistici delle nostre squadre ( Matt tifa Arsenal, Kevin Aston Villa ) e poi ci sediamo in un caffè a fare ancora due chiacchere. Alle 13 ci salutiamo e ci diamo appuntamento per un paio di pinte post partita ( ottime ! ) in un pub nella zona del porto. Andiamo a scoprire il Gosport Borough FC.

Un piccolo traghetto parte accanto alla stazione di Portsmouth Harbour ed è solo questione di imbarco/sbarco. In due/tre minuti siamo sull’altra sponda e c’è solo da trovare Privett Park. Non così scontato perché a piedi è lontano ed l’autista dell’autobus sembra avere solo una vaga idea di dove si trovi.. forse è nuovo della zona. Dopo una decina di minuti siamo a destino. Ora parlare di stadio può far sorridere i più, diciamo impianto sportivo dove due comode tribune coperte ( una storica e l’altra più recente da 300 posti tutti a sedere ) sono sufficienti per ospitare gli appassionati locali che oggi sono presenti in 387 unità ( come da prassi nel secondo tempo lo speaker comunica all’altoparlante il numero ufficiale dei paganti) Diciamo in tutto poco più di 400 spettatori tra cui tre pazzi italiani ( probabilmente i primi visti da queste parti dal 1936, data di fondazione del club ). Avevamo annunciato la settimana prima la nostra visita e già l’addetto al tornello ci saluta e ci fa entrare quali graditi ospiti. L’ingresso sarebbe costato 13 sterline che abbiamo risparmiato ed investito nell’acquisto del match program ( giornalino dettagliatissimo e ricco di informazioni sul club ) e soprattutto in un numero di pinte che non ricordiamo molto bene . Siamo accolti da Mark Hook ,presidente del club e da Alex Spike, il direttore generale ,al Gosport dal 2006. Dopo avergli spiegato che tifiamo Lucchese, che siamo fondatori di LUCCA UNITED , azionariato popolare, facciamo dono di un gagliardetto della nostra amata Lucchese e di due sciarpe di Lucca United. Riceviamo in cambio le loro sciarpe ed un bel libro sui primi 70 anni del club . Espletate le formalità di rito, il presidente ci accompagna a visitare gli uffici, la zona hospitality che puo’ accogliere fino a 16 persone durante la partita ( soprattutto gli sponsors che sono numerosi ) , il locale dove si trova il merchandising , ci presenta ad altri dirigenti. Ci informa sul budget annuale, sulle numerose squadre giovanili , sulle ambizioni di un club che vorrebbe un giorno “fare la storia “ ed arrivare nel calcio professionistico. Un piccolo club molto ben strutturato ed organizzato con una comunità locale pronta a dare una mano attraverso tanti sponsors e contributi volontari. E siamo a due passi da Portsmouth, squadra per la quale ovviamente tutti ( o quasi ) tifano .Nel 2013 il Gosport è arrivato a Wembley ( sì’ avete capito bene ). Ha giocato la finale della FA Trophy ( trofeo della serie D ) contro il Cambridge che allora era nei dilettanti. 19mila spettatori, 4 a zero per il Cambridge e tutti a casa felici e contenti. Con i soldi dell’incasso il Gosport ha costruito nuovi uffici e migliorato il proprio impianto. Ogni paragone con il calcio italico ci pare fuori luogo e superfluo.

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La partita sta per iniziare, qualcuno del nostro ristretto gruppo preferisce accomodarsi nell’ampio bar posto alle spalle di una delle due porte e seguire la partita dalle ampie finestre che si affacciano sul campo, con una pinta ( talvolta due ! ) a portata di mano . Noi ci accomodiamo nella tribuna principale sorseggiando una calda e piccante zuppa acquistata al chiosco posto accanto alla tribuna. Piove e tira un gran vento ma noi resistiamo fino alla fine. Un manipolo di giovani tifosi rinforzati da qualche adulto sostiene calorosamente la squadra con il supporto di un tamburo ed una tromba in un clima rilassato e festoso. La partita è una partita di serie D, senza infamia e senza lode. Non troverà grande menzione negli annali del calcio. La risolve su rigore l’eroe di casa, Justin Bennet ,al quattordicesimo goal in campionato e goleador storico del club. Una leggenda da queste parti. L’avversario? Vi interessa proprio ? Il Weston Super Mare, squadra del Somerset.

La partita finisce, ci congediamo rapidamente salutando alcuni giovani tifosi con i quali avevamo stretto amicizia. Piove ancora e ci affrettiamo a raggiungere la fermata del bus, il traghetto e Matthew che ci aspetta per una pinta. Alla quale ne seguiranno altre. Molte altre. In un fiume di sensazioni, ricordi, emozioni che, se permettete, teniamo per noi. Irriducibili naviganti nel calcio che fu. Archeologi dei tempi andati di quando, come scrive Matt nel suo libro , il football era ancora the people’s game, il gioco del popolo. Come a Gosport e dintorni..

La storia dei club: Plymouth Argyle

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Plymouth Argyle Football Club
Anno di fondazione: 1886
Nickname: the Pilgrims
Stadio: Home Park, Plymouth
Capacità: 17.669

Quando madrenatura ha creato questa parte di terra, crediamo avesse già in mente cosa farne: un porto. Una spettacolare baia alla foce dei fiumi Tamar e Plym su cui 3.000 anni fa venne fondata una piccola comunità, specializzatasi poi negli scambi commerciali con il resto d’Europa, come era inevitabile. Questa città veniva chiamata Sutton (Sutona) e così rimase fino al 1200 circa. Intorno al 1230 comparve la nuova denominazione: Plymmue. Ovvero, Plymouth. Quel che non cambierà mai sarà la vocazione marinaresca della città, che era, è e resterà prima di tutto un porto, come detto. Ad oggi, il più grande porto militare dell’Europa occidentale, l’HMNB (Her Majesty’s Naval Base) Devonport. In passato, il porto da cui nel 1620 salparono alla volta del nuovo mondo i puritani, perseguitati da quella Chiesa d’Inghilterra che intendevano riformare. Arrivarono sulla costa nordamericana su una nave chiamata Mayflower e vi fondarono il secondo insediamento inglese dopo Jamestown, Virginia, a cui diedero il nome di Plymouth. Passeranno alla storia come Padri Pellegrini e il puritanesimo sarà uno degli ingredienti base della cultura dei futuri Stati Uniti d’America. E “il porto di Plymouth” è anche il titolo di un dipinto di Norman Wilkinson che il costruttore del Titanic, Thomas Andrews, fissò in silenzio nella sala fumatori mentre affondava con la sua nave, che pure era partita da Southampton. Ah, last but not least, mayor di Plymouth fu nel 1581 un celebre personaggio nativo di un villaggio vicino, ovviamente navigatore: Sir Francis Drake.

Sì, ok, la navigazione, il porto, tutto molto bello, ma qui parliamo di football e dubitiamo che Sir Drake si interessasse all’arte pedatoria, anche perchè svantaggiato dal piccolo dettaglio di essere nato 300 anni prima del nostro amato sport. Plymouth, Devon(shire). La città detiene un curioso primato nell’ambito calcistico inglese: è, con i suoi 261.000 abitanti, la più grande a non aver mai visto la massima serie. Il Plymouth Argyle ha sempre vissuto un’onesta esistenza in Football League, e prima ancora in Southern League. Il club venne fondato nel 1886 da due studenti nativi della Cornovaglia, William Pethybridge e Francis Grose, che, giunti a Plymouth dopo aver giocato a calcio al college, si ritrovarono senza squadra: da lì l’idea di fondarne una, visto che l’unica esistente all’epoca, il Plymouth FC, non li accettò tra le proprie fila.  Venne scelto il nome di Argyle Football Club, che rimase tale fino al 1903. Strano nome, Argyle. Intorno a questo punto si addensa qualche nube. Sappiamo dalla documentazione che la scelta venne fatta “by local application”, il che potrebbe essere connesso ad una strada, Argyle Terrace, anche se nessuno dei membri fondatori risiedeva lì. Ma la scelta potrebbe essere stata, semplicemente, casuale. Citando l’ottimo Greens on Screen, nessuno dopo sei anni si ricordava l’origine del nome “because it was just plucked out of the air and chosen because it was suitably up-market for the club members social standing, as was middle-class Argyle Terrace”. Meno probabile che fosse richiamo all’Argyll & Sutherland Highlanders, un reggimento dell’esercito la cui squadra calcistica era molto forte all’epoca. Suggestivo, un mito che si diffuse intorno agli anni ’30, ma i periodi temporali non coincidono: nel 1886, la squadra del reggimento non era ancora famosa, così come non stazionava in zona il reggimento stesso. La vera particolarità risiede nel fatto che, a differenza di molte altre squadre, il Plymouth Argyle ha mantenuto nel nome attuale la denominazione originale.

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“The visit of Plymouth Argyle will be best remembered by the outstanding personality and genius of Moses Russell. His effective style, precise judgement, accurate and timely clearances, powerful kicking and no less useful work with his head…one of the most wonderful backs and one of the brainiest players ever seen on the football field”. Piccolo salto temporale, nel mezzo del quale il club vinse anche una Southern League (1912/13). A parlare così non è un qualche quotidiano del sud-est dell’Inghilterra, la cui squadra locale aveva affrontato il Plymouth. Parole e musica appartengono allo Standard of Buenos Aires. Buenos Aires? Sì. Nel 1924 i Pilgrims (Pellegrini, soprannome scontato) imitarono i loro antenati e salparono attraverso l’Atlantico, solo che invece che nel New England si diressero verso il Sud America, Uruguay e Argentina, a porto della nave Avon. Un’avventura. Sei anni prima del vittorioso mondiale del 1930, gli uruguaiani caddero per 4-0 sotto i colpi di Bob Smith (doppietta), Jimmy Logan e Jack Leslie. Erano previste anche una serie di amichevoli contro club argentini, tra cui quella celebre contro il Boca. Un glorioso 1-1, con tanto di invasione di campo all’1-0 Xeneizes. Partita sospesa, tutti negli spogliatoi. Rientrati in campo, rigore per i Pilgrims: Patsy Corcoran, timoroso per la sua incolumità, decide di sbagliarlo. La notizia giunge all’orecchio di Moses Russell, il capitano, meno timoroso: quando il gioco riprende (c’era stata una nuova invasione, ‘sti argentini…), Russell spinge via Corcoran e calcia in rete il rigore. 1-1, tutti a Plymouth.

Memorie di un viaggio lontano...

Memorie di un viaggio lontano…

Tornati in patria, i Pilgrims, entrati nel frattempo nella neonata Third Division (South) della Football League, giunsero per sei stagioni consecutive (dal 1921/22 al 1926/27) secondi. Probabilmente un record, che alla sesta occasione avrà fatto uscire qualche improperio in stretto accento scozzese al manager Bob Jack. Jack, da Alloa, scozzese come tanti a quell’epoca, dopo esserne stato giocatore fu anche manager (o meglio, secretary-manager per gli standard del periodo) del Plymouth per “soli” 27 anni (suo figlio David, che sarà il primo giocatore nella storia a segnare a Wembley, cominciò la carriera nel club). Giusto per dire: le sue ceneri vennero sparse sul terreno di gioco di Home Park, e questo chiude praticamente ogni discussione sull’importanza che ebbe per l’Argyle, e viceversa. Già, Home Park. Dal 1901 sede delle gioie (rare) e dei dolori dei tifosi del Plymouth, oggi un moderno gioiellino da 17.000 posti a sedere. The Theatre of Greens, un azzardato rimando a impianti mancuniani, e un richiamo alle tradizionali divise verdi della squadra di casa. Divise verdi che da sempre contraddistinguono il club, figlie di un’eco di cultura celtica e insulare che in Devon è da sempre forte (e in fondatori, come detto, erano originari della Cornovaglia, terra di celti e tradizioni celtiche), e mai abbandonate, nonostante in Inghilterra si ritenga il verde colore sfortunato da indossare: il Plymouth rimane così una delle poche squadre d’Albione ad adottare tale colore.

Finalmente, nel 1930, la promozione in Division Two. 20.000 nipoti dei Padri Pellegrini affollarono in quella stagione Home Park, segno di un’affezione alla squadra che non verrà mai meno, nonostante i tanti (troppi) tempi bui che ridurranno in seguito le presenze sugli spalti. Jack si dimise nel 1937, ma per una ventina d’anni, anche se di mezzo vi sarà la guerra, i Pilgrims mantennero senza grossi affanni la seconda divisione. Almeno fino al 1950, quando cominciò il decennio che vide l’Argyle due volte retrocesso e due volte promosso, facendo lo yo-yo tra seconda e terza divisione, i due campionati da sempre più “amati” dal Plymouth perchè se è vero che il club non conoscerà mai la massima serie, è anche vero che in quarta divisione ci arriverà solo recentemente, nel 1995. Sono gli anni del bomber Wilf Carter, secondo solo allo scozzese Sammy Black nella classifica dei marcatori all-time in verde.

Il Plymouth Argyle 1935. A centro, Robert

Il Plymouth Argyle 1935. A centro, Robert “Bobby” Jack

Gli anni ’60 non diedero solo una scossa al mondo, le notti della Swingin’ London e i Beatles, ma regalarono due momenti indimenticabili anche al Plymouth. Il primo, più banale, il raggiungimento della semifinale di coppa di Lega, dove persero contro il Leicester City. Eh vabbè, capita, ma si può sempre riprovare. Ma provate a battere questa, che sarebbe il secondo “momento di gloria” del decennio. Primavera del 1963, i Beatles rilasciano il loro primo album, “Please Please me”, in U.K, a Birmingham, Alabama, un pastore nero di nome Martin Luther King è promotore di una campagna anti-segregazione non violenta (verrà incarcerato) e la Jugoslavia si proclama uno stato socialista con presidente a vita il generale Tito. Siamo in Polonia. Il Plymouth Argyle vi era stato invitato per giocare una partita, che avrebbe dovuto scaldare il pubblico prima di una gara di ciclismo. Un aperitivo calcistico. Solo che i Pilgrims si trovarono di fronte 100.000 spettatori, la metà degli abitanti di Plymouth! Il più grande pubblico ad aver mai assistito a una partita dell’Argyle. In Polonia….

Se i 100.000 polacchi sono difficili da dimenticare, veder giocare dal vivo il più grande di sempre non deve essere proprio brutto. Facciamo un nuovo salto temporale al 1973. Questa volta siamo a Home Park, e in amichevole arriva il Santos. Suggestivo, specie perchè in quel Santos gioca un certo Edson Arantes do Nascimento, noto anche come Pelè. Incredibilmente, vincono i Pilgrims, all’epoca club di terza divisione: 3-2, con reti di Mike Dowling, Derek Richard (nativo di Plymouth) e Jimmy Hinche, i quali poterono dire per il resto della loro vita di essere stati nello stesso tabellino marcatori di Pelè, che quel giorno segnò su rigore. Per il resto, gli anni ’70 furono segnati nuovamente da una promozione-retrocessione, dai goal di Billy Rafferty e Paul Mariner (visto anche all’Arsenal, tornerà nella costa sud come allenatore) e dall’esordio di un ragazzo di Broadwindsor, Dorset, tale Kevin Hodges che giocherà più di 600 partite con la maglia verde sulle spalle, un record. Ah, e da un’altra semifinale di coppa di Lega, dove i Pilgrims si scontrarono questa volta con il Manchester City (terza contro prima divisione): l’1-1 di Home Park venne facilmente convertito in 2-0 a Maine Road dai Citizens di Summerbee, Lee, Bell, Law e Marsh, una squadra fortissima che non vinse un tubo, tra parentesi.

PELE scores from the penalty spot against Plymouth's Melia Aleksic to make the score 3-1 to Plymouth Argyle

PELE scores from the penalty spot against Plymouth’s Melia Aleksic to make the score 3-1 to Plymouth Argyle

Fino al 1986 il club trascorse una tranquilla decade in Division Three, con un’unica eccezione, il fatidico 1984. L’anno della cavalcata in FA Cup, con doppio prestigioso successo su West Bromwich e Derby County (andò a vincere a Baseball Ground) prima di arrendersi al Watford in una semifinale tiratissima (0-1) giocata a Villa Park. Rimane l’avanzamento maggiore in coppa avuto dal club nella sua storia, con qualche rimpianto. L’anno seguente arrivò sulla panchina della squadra, guidata in attacco dal biondo Tommy Tynan, uno firmato da Bill Shankly ai tempi del Liverpool in quanto vincitore di un contest organizzato dal Liverpool Echo, Dave Smith, che fece quello che era richiesto fare a un allenatore dei Pilgrims fino a quel momento: conquistare la promozione dalla terza serie, il massimo alloro della storia del club, ripetutamente conseguito in diverse epoche (sad but true, di coppe manco l’ombra). Forse stanchi di conquistare sempre e solo promozioni da Division Three a Division Two, i Pilgrims ebbero la non brillante idea di inaugurare la quarta serie, che comunque, per farli sentire a casa, era stata nel frattempo rinominata Third Division a causa della nascita della Premier. Neil Warnock riuscì nella promozione immediata, ma il ritorno nei bassifondi era solo rimandato. Ah, nel mezzo, la colossale rissa in quel di Chesterfield, passata alla storia come Battaglia di Saltergate.

A cambiare le cose fu un altro scozzese, come Jack e Smith. Paul Sturrock. Detto Luggy, dallo scozzese lugs, orecchie, di cui in effetti è superdotato, in pochi anni prese i Pilgrims dai bassifondi della quarta divisione e li portò in Championship, sebbene non festeggiò la seconda promozione (in tre anni) perchè chiamato nel frattempo dal Southampton. Tornerà, e a dire il vero non ebbe molta fortuna dopo l’abbandono del club, ma verrà sollevato dall’incarico inutilmente, perchè in quella stagione, cominciata male, la squadra retrocederà. A succedergli fu Bobby Williamson, che inaugurò le prime di sei stagioni consecutive in Championship, dove tra gli altri sederono sulla panchina dell’Argyle Tony “TheNeverRelegatedManager” Pulis e l’inarrivabile Ian Holloway (a proposito di personaggi, il Plymouth è anche l’unico club allenato in carriera da Peter Shilton, dal 1992 al 1995 in qualità di player-manager, leggenda fino a prova contraria della Nazionale, un po’ meno della panchina). Come appena accennato, dopo sei stagioni la nuova retrocessione, a cui ne farà immediatamente seguito un’altra che portarono i Pilgrims dove sono oggi, ovvero in League 2. In questo percorso all’inverso non fu certo d’aiuto la sottrazione di 10 punti comminata dalla Football League a causa dei problemi economici del club, che era finito in amministrazione controllata e che si ritrovò così in ultima posizione. La retrocessione poi, beffa delle beffe, fu praticamente sancita sul campo dell’Exeter, in un derby del Devon, insieme a quella con il Torquay la rivalità più sentita per i tifosi dei Pilgrims (“We hate Exeter, say we hate Exeter…”).

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Chissà cosa riserva il destino al Plymouth, terra di viaggiatori, discendenti da gente che ha solcato l’Atlantico verso mondi sconosciuti. E comunque, quelli erano certamente viaggi più facili di una trasferta a Carlisle un mercoledì sera di dicembre…

(Credits: Wikipedia, Greens On Screen, The Beautiful History)

Record

  • Maggior numero di presenze in campionato: Kevin Hodges, 530
  • Maggior numero di reti in campionato: Sammy Black, 176
  • Maggior numero di spettatori: 43.596 v Aston Villa (Second Division, 10 Ottobre 1936)

La storia dei club: Bradford City

bradford292-242512_478x359Bradford City Association Football Club
Anno di fondazione: 1903
Nickname: the Bantams
Stadio: Valley Parade, Bradford, West Yorkshire
Capacità: 25.136

Bradford, West Yorkshire. Bradford è una di quelle città in cui nessuno va. 300.000 anime, un tempo operai dell’industria, oggi perlopiù riconvertiti, spesso con il fantasma della disoccupazione che aleggia minaccioso, come troppe volte accade in questa parte dell’Inghilterra un tempo ricchissima, moltissimi immigrati in cerca di fortuna e di pioggia, che qui, come altrove in Albione, non manca mai.
Bradford è, dunque, per pochi eletti. Ma chi ama il calcio, conoscerà certamente la squadra locale. Una squadra che di recente è balzata agli onori delle cronache per due cavalcate entusiasmanti, in League Cup e in FA Cup, con una finale disputata e tanti riflettori accesi su una realtà finita nel dimenticatoio della League Two.
Una squadra unica nel panorama calcistico inglese, poichè a vestire il claret & amber, diciamo un giallo-ambra e granata, c’è solo lei.
E i più attenti (o, verosimilmente, coloro che stanno invecchiando, come il sottoscritto) si ricorderanno di un Bradford City per due stagioni in Premier League, con un italiano in campo (Benny Carbone) e una salvezza, nella stagione 1999/2000, raggiunta all’ultima giornata e battendo il Liverpool, con un goal di David Wetherall entrato in quel momento nella ristretta cerchia degli eroi claret & amber.

BIGteam-photo-1910-11-postcard.jpgIl primo eroe, quello originale, era uno scozzese (ma dai?!), tale James Whyte, editore del giornale locale, il Bradford Observer. Sull’importanza degli scozzesi per lo sviluppo del football ci sarebbe da aprire una parentesi gigante. Restiamo alla nostra storia. Le idee semplici sono, spesso, le più geniali e riuscite. Mr. Whyte ebbe l’illuminazione in una notte, e pose alla cittadinanza, ma soprattutto ai dirigenti della lega, una domanda banale, ma quantomai consona al periodo: perchè non creare una squadra di Football League a Bradford? D’altronde era il 1903, tardi per gli standard calcistici britannici, e Bradford era una città vivace e produttiva.

Naturalmente a Bradford operavano già alcuni club, ma nessuno di questi partecipava alla Football League. Mr Whyte incontrò i dirigenti della lega nello stadio del Manningham FC (una squadra, a discapito del nome, di rugby): Valley Parade. Vi dice qualcosa il nome? Lo sospettavamo. Lo scozzese convinse anche il club a cambiare sport: basta rugby, benvenuto calcio. La lega approvò e accettò la squadra, che nel frattempo cambiò nome in Bradford City AFC, tra le sue fila. Piccola parentesi. Bradford ha avuto una squadra così tardi rispetto al resto dello Yorkshire (la patria del calcio, così, giusto per ricordarlo) perchè questa particolare area, nell’ovest, era dedita perlopiù al rugby; ed è il motivo per cui la Football League accettò immediatamente il club, pensando che ciò avrebbe promosso il movimento della pedata in un territorio prima ostile. Dal Manningham FC la neonata squadra ereditò anche i colori, il già citato e unico claret & amber. L’origine di questi colori è sconosciuta, e il Manningham li usava già dal 1884. La leggenda più divertente vuole che essi siano un richiamo alla birra e al vino, una goliardata dei dirigenti del club insomma: ma QUI potete trovare tutte le altre ipotesi

Valley Parade prima....

Valley Parade prima….

Torniamo alla trama della nostra storia. La decisione della Football League creò un uniquum nel panorama calcistico inglese (il Chelsea, due anni dopo, fu solo un postumo imitatore): il Bradford City, prima ancora di giocare una sola partita o persino di avere una rosa di giocatori, era già nella lega. Nel 1907/08, pochi anni dopo la fondazione, vinse la Division Two, preparandosi così a disputare il primo campionato di massima serie. E gli anni immediatamente successivi rappresentano tuttora l’apice della storia del club. A dire il vero il primo anno finì con una salvezza all’ultima giornata, grazie a una vittoria contro il Manchester United con goal di Frank O’Rourke (toh, uno scozzese, e due), un momento che culminò due anni più tardi con un altro goal solitario, di Jimmy Speirs (morirà durante la prima guerra mondiale, al fronte), ad Old Trafford: Bradford City 1-0 Newcastle United, ed FA Cup in bacheca. Un trionfo (l’unico, ad oggi) che avvenne solo al replay, perchè al Crystal Palace di Londra finì 0-0, con buona pace dei tifosi dello Yorkshire che viaggiarono verso la capitale con 11 treni speciali, ma che poterono festeggiare solo quattro giorni dopo (vi immaginate oggi i replay delle finali? Già vogliono eliminare i replay in generale….). Peraltro, il City detiene ancora oggi il record di clean sheets consecutivi in coppa, undici, ma questa è altra storia.

Nel frattempo, a rendere vivaci gli uggiosi sabati di Bradford giunse…il derby! La promozione del Bradford Park Avenue (così chiamato dal nome dello stadio, e per differenziarsi dai restanti club) nella massima serie (1914) diede il via ad una serie di derby, peraltro già iniziata due anni prima in coppa, che a sorpresa vedono negli annali in vantaggio il Park Avenue (23 a 22). Sperando di rivedere presto il derby a livello competitivo (ovviamente in coppa, a meno di clamorosi miracoli – o tonfi che non ci auguriamo), vale la pena citare qualche episodio. Nel 1937, con entrambe le squadre in Division Two, il Park Avenue si salvò, davanti proprio al City; prima ancora, nel 1927 (Third Division North), sempre il Park Avenue stese 5-0 il City sulla strada verso la promozione e la vittoria del campionato, con il titolo che rimase a Bradford la stagione successiva, quando furono i cugini a trionfare. L’ultimo incontro venne disputato nel 1969, con il City promosso e il Park Avenue desolatamente in fondo alla FL, dalla quale venne escluso l’anno seguente prima di fallire, definitivamente, nel 1974. Significativo il fatto che nel giro di pochi anni da zero club in Football League la città arrivò ad averne due (il Park Avenue venne fondato nel 1907): oltre al rugby, c’era spazio anche per il calcio.

...e oggi

…e oggi

Tornando alla storia del club, il primo dopoguerra segnò il ritorno del City in Division Two, non prima però del meraviglioso quarto turno di FA Cup del 1920, a Bristol contro il City. Meraviglioso non tanto per il risultato (una sconfitta), quanto perchè tale sconfitta venne dai più attribuita alla visita che la squadra fece alla “Fry’s chocolate works”, la cui fabbrica distava poche miglia dalla città: si, esatto avete capito bene, la storia vuole che la debacle sia stata figlia di una leggendaria scorpacciata di cioccolato. Cioccolato o no, anni molto bui attendevano il City. Innanzitutto, i risultati: retrocessione nel 1922 (a braccetto con i cugini cittadini, e fino al 1999 la massima serie rimarrà un lontano ricordo), retrocessione in Third Division nel 1927. Poi le grane economiche, risolte solo grazie all’intervento dei tifosi e le loro donazioni. Già, i tifosi. Gli scarsi risultati, uniti anche all’emergere di un’altra squadra nella zona (l’Huddersfield Town), svuotarono poco a poco gli spalti del Valley Parade. In questa grigia situazione, l’alternarsi di manager (tra cui l’ex giocatore O’Rourke, che guidò i Bantams – il soprannome Bantams, galletti, deriva dai colori del club, associati appunto ai mattutini animali da cortile – in due occasioni diverse, salvo poi sbattere definitivamente la porta nel 1930) non servì a riportare il club nella massima serie, solo sfiorata: la luce in fondo al tunnel era lontanissima dall’esser veduta.

48 anni. 48 lunghissimi anni. Tanto passò da quando il Bradford City giocò l’ultima volta in seconda divisione fino alla successiva. Mezzo secolo speso tra Division Three e, quando venne istituita, Division Four, tra pochissimi alti (rare promozioni tra quarta e terza serie) e moltissimi bassi (per tre volte, nel 1949, 1963 e 1966 il City dovette chiedere la ri-elezione in Football League). Insomma, anni bui, molto bui. La rotta cambiò, finalmente, nella stagione 1981/82, quando alla guida del club venne chiamato l’ex difensore della Nazionale Roy McFarland. Grazie anche ai goal di un nordirlandese di nome Bobby Campbell, casualmente diventato leader all-time di goal segnati per il club, il City giunse secondo nel campionato di quarta divisione, guadagnandosi così la promozione. McFarland abbandonò poco dopo in direzione Baseball Ground, Derby, e venne rimpiazzato da Trevor Cherry, un uomo particolarmente legato al West Yorkshire: nato ad Huddersfield, giocò per i Terriers, il Leeds United e, appunto, il Bradford City, di cui fu player-manager fino al 1985 e manager fino al 1987. Sotto la sua guida, nel 1985, i claret & amber ritrovarono la Division Two dopo, come visto, tantissimo tempo. Ma ad un prezzo carissimo.

Bradford City Football Club Fire Disaster 11 May 1985 Fifty six people die

Bradford City Football Club
Fire Disaster 11 May 1985
Fifty six people die

A Valley Parade si giocava l’ultimo incontro della stagione che incoronò il City come campione di Division Three. Di fronte un altro City, il Lincoln. Era l’11 Maggio 1985, 11.076 spettatori si recarono all’impianto per assistere alla partita, ma soprattutto alla premiazione della squadra avvenuta nel pre-gara, alla quale venne consegnato il trofeo di campioni. Al 40′ circa del primo tempo si nota del fumo provenire dal settore G. L’arbitro sospende la partita, e la polizia inizia l’evacuazione dello stadio. Valley Parade, come molti altri stadi inglesi, aveva ancora impalcature in legno, e un tetto in cui al legno si aggiungevano sostanze incendiabili come catrame e bitume. Da una sigaretta gettata, il passo verso il disastro fu breve. In quattro minuti la stand era bruciata, con il tetto crollato sugli spettatori e il fumo nero a rendere difficoltosa la fuga dei fortunati sopravvissuti. Niente estintori, che erano stati rimossi per paura di atti vandalici. Il risultato furono 56 morti, triste anticipazione di un altro disastro, che quattro anni dopo, per motivi completamente diversi, avrebbe però contribuito a cambiare la concezione di stadio in Inghilterra. Ovviamente, il City si vide costretto a emigrare per un anno e mezzo (Leeds Road, Elland Road, l’Odsal Stadium di Bradford, impianto di rugby) e a modernizzare forzatamente Valley Parade. Cosa che, parentesi, fece anche il Lincoln City, sfortunato co-partecipe di quella tragedia (due tifosi degli Imps persero la vita): nell’anno immediatamente successivo, Sincil Bank venne sviluppato in modo da annullare il rischio incendi.

E dire che quella gloriosa campagna avrebbe davvero meritato un finale diverso. Il ritorno dopo tantissimi anni in una Division ritenuta più consona alla città, il coronamento degli sforzi che due anni prima, nel 1983, portarono l’ex presidente Heginbotham di nuovo alla guida di un economicamente disastrato club (fu necessaria la cessione di Campbell, poi rientrato, al Derby County). E invece il disastro che oscurò il tutto e segnò per sempre la storia del club, della città e, perchè no, del calcio inglese.

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

E il City tornò in Division Three nel giro di poche annate. Non prima però di aver fatto anche i playoff promozione, nel 1988, sconfitti dal Middlesbrough a un passo dalla massima serie. Ma poi le star di quella squadra se ne andarono (Stuart McCall e John Hendrie, manco a dirlo due scozzesi), il presidente Heginbotham lasciò per motivi di salute e l’oblio era nuovamente lì ad accogliere le bellissime e uniche divise del club. Il vento del cambiamento sopraggiunse solo con l’avvento del neopresidente Geoffrey Richmond, nel 1994, e si concretizzò nel 1996 con la promozione in Division one, che causa nascita della Premier League era nel frattempo divenuta la seconda serie del calcio inglese. Artefice di quella promozione il manager Chris Kamara, un ex marinaio della Royal Navy originario della Sierra Leone e con una discreta carriera da giocatore alle spalle. Oddio, Richmond si sbarazzò ben presto di Kamara, come già aveva fatto con Frank Stapleton e Lennie Lawrence, e mise la squadra nelle mani del suo attaccante principale fino alla stagione precedente: Paul Jewell. Jewell aveva appeso gli scarpini al mitologico chiodo da pochi mesi, ma già dall’estate successiva (fu nominato manager a Gennaio 1998) venne investito di una grossa responsabilità: portare i Bantams in Premier League. Solo tale obbiettivo giustificava infatti i soldi messi a disposizione da Richmond, e che finirono al Port Vale per Lee Mills (£ 1.000.000, verrà poi prestato al Manchester City – erano anni in cui il Bradford prestava giocatori ai Citizens…vaglielo a spiegare ai giovanotti di oggi!), all’Arsenal per Isaiah Rankin (£ 1.300.000, ma si rivelò un flop) e all’Oxford United per Dean Windass (£ 950.000). A parametro zero rientrò, proveniente dai Rangers, McCall, il capitano.

Con i goal di Mills, Peter Beagrie e Robbie Blake il 9 Maggio 1999 al Molineux di Wolverhampton il City, dopo 78 anni di attesa, tornò nella massima serie del calcio inglese. Jewell aggiunse alla rosa il già citato David Wetherall (Yorkshire born and bread, da Sheffield a Bradford passando per Leeds) e due giocatori over-30, Neil Redfearn e Dean Saunders. Specificare l’età non è superfluo, poichè quel Bradford City divenne noto come…the Dad’s Army, l’esercito dei papà (Dad’s Army era il nome di una nota sitcom inglese anni ’70). Saunders, che regalò la vittoria 1-0 all’esordio contro il Middlesbrough, festeggiò il goal simulando di essere un vecchietto con il bastone. Una stagione che si aprì con un vittoria per 1-0 e si concluse con una vittoria per 1-0, la famosissima partita (almeno a Bradford) contro il Liverpool, che sancì un’insperata e inattesa salvezza. Tanto inattesa che Rodney Marsh, dagli studi di sky sport, dichiarò che era talmente sicuro della retrocessione dei Bantams che, in caso di salvezza, si sarebbe tagliato i suoi leggendari capelli. Cosa che in effetti gli toccò fare, davanti a un divertito Valley Parade.

Jewell accettò la corte dello Sheffield Wednesday appena retrocesso e lasciò i Bantams nelle mani di Chris Hutchings, già suo assistente. Il quale godette di un budget ancora più sostanzioso del predecessore per completare la rosa, alla quale aggiunse David Hopkin, Ashley Ward e l’italiano Benito Carbone, l’uomo che con le sue finte disorientava sia gli avversari che i compagni, almeno a detta di quella leggenda di nome Vujadin Boskov da Novi Sad. I soldi vennero destinati anche a Valley Parade, che venne ulteriolmente migliorato. “My six weeks of madness“, così descriverà il presidente Richmond l’estate 2000. Anche perchè i soldi non portarono risultati: Hutchings verrà sollevato dall’incarico, ma la squadra, sotto la guida di Jim Jefferies, terminò lo stesso il campionato con la miseria di 26 punti. La retrocessione venne accompagnata dai guai finanziari, in parte dovuti alla “follia” di Richmond, in parte al fallimento di ITV Digital, che possedeva i diritte per la Football League: il City venne nuovamente posto in amministrazione, fino a che non venne rilevato da Julian Rhodes e Gordon Gibb (quest’ultimo lasciò poi il club, mentre Rhodes è tutt’ora il proprietario insieme a Mark Lawn).

Ma sul campo, il club sprofondò, dopo 25 anni, nella serie più bassa del calcio professionistico. I cambi di manager, da Bryan Robson a Colin Todd agli ex Wetherall e McCall, non servirono sostanzialmente a nulla. Almeno fino all’arrivo, nel 2011, di Phil Parkinson, proveniente dal Charlton ma che aveva raccolto i frutti migliori al Colchester United, nel 2006. Parky non solo è riuscito a uscire dalle sabbie mobili della League Two, ma ha portato il Bradford City all’attenzione del mondo calcistico con due eccezionali cavalcate in coppa: la finale della League Cup 2012, persa sì contro lo Swansea ma con gli scalpi di Aston Villa e soprattutto Arsenal in mano, e i quarti di FA Cup del 2015, quando è stato il Reading a mettere fine al sogno. Due imprese che han fatto parlare del e di Bradford persino i giornali italiani, con la solita retorica qualunquista e un po’ approssimativa di chi approccia realtà sconosciute nel tentativo di cavalcare un’onda. Ben più significativo il fatto che il Bradford City abbia un supporter club italiano, portato avanti dall’entusiasmo di Simone e Giuseppe, a cui auguriamo di vedere presto il Bradford City in palcoscenici migliori della League 1.

Parky

Parky

Trofei

  • FA Cup: 1910

Records

  • Maggior numero di spettatori: 39.146 v Aston Villa (FA Cup Fourth Round, 11 Marzo 1911)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ces Podd, 502
  • Maggior numero di goal in campionato: Bobby Campbell, 121