Una tappa a Bermondsey, SE16, London

Torniamo a parlare del Fisher, squadra che abbiamo a cuore da tempo per diverse ragioni. Una realtà un tempo importante (Conference) sprofondata nel sottobosco del calcio inglese, senza più uno stadio, totalmente gestita dai tifosi. Per quanto riguarda lo stadio dovremmo esserci, il ritorno a Bermondsey è cosa fatta (al momento dividono lo stadio con il Dulwich Hamlet, Champion Hill). Per la risalita, si vedrà. Ma il Fisher esiste ancora, portato avanti dalla passione dei suoi tifosi e dei suoi giocatori.
Questi due video ci consentono di tuffarci in questa realtà, lontana dai riflettori e dai soldi della Premier League. Calcio vero, sano, genuino.

Diamo il giusto merito ai ragazzi di Copa90, per l’eccellente lavoro che svolgono.

The cross-border derby

Torna a collaborare con noi Jacopo Ghirardon e lo fa con un pezzo sul derby Wrexham-Chester, che si è giocato oggi (per la cronaca, 2-0 Chester). Buona Lettura!

 

Il weekend calcistico che a breve inizierà propone due dei derby più famosi all’interno del panorama calcistico Inglese: uno è il “derby d’Inghilterra”, tra le due squadre più famose e probabilmente conosciute anche nel resto del mondo, ossia Liverpool contro Manchester United, e uno locale, ossia uno dei tanti derby di Londra, tra Tottenham ed Arsenal, anche se questo è il North London Derby, una rivalità pazzesca seconda probabilmente soltanto a West Ham-Millwall. Si giocherà poi un terzo derby in questo weekend, ai più sconosciuto, ma in realtà una delle rivalità più forti e sentite dell’intero panorama calcistico britannico, relativamente alle categorie minori. Britannico, non Inglese, perché le squadre in questione, pur partecipando allo stesso campionato (la Skrill Premier, per i nostalgici la Conference National), appartengono a due paesi diversi: il Wrexham è infatti una delle 6 squadre Gallesi che gioca in Inghilterra, mentre Chester è l’ultima città prima del confine col paese del Dragone, con buona pace del Regno Unito che, almeno a livello calcistico, non ha poi tutta questa importanza.

Chester

La storia dei due club. Come vedremo, la storia dei due clubs presenta diversi avvenimenti in comune. Cominciamo dalla squadra che giocherà in casa questo derby, chiamato appunto per la posizione geografica particolare “cross border derby”. Il Wrexham è uno dei club britannici più antichi della storia, visto che è stato fondato nel 1864, con la prima partita giocata al Denbigh County Cricket Club contro i Prince of Wales Fire Brigade. Curiosità della gara è che verrà giocata in un terreno che poi sarà lo stesso su cui verrà costruito il Racecourse Grounds, attuale stadio del Wrexham dal 1872: sono in corso ricerche per capire se lo stadio è stato utilizzato anche prima, il che renderebbe i Dragoons il club più antico al mondo a giocare da sempre nel suo stadio di appartenenza. Nel 1877 il Racecourse ospita la prima gara internazionale, contro la Scozia, mentre l’anno dopo il Wrexham partecipa alla prima competizione ufficiale, ossia la prima edizione della FAW Cup, in cui batteranno in finale il Druids di Cefn Mawr (il club più antico del Galles, fondato nel 1861, che per altro nello scorso anno ha esordito in Europa League dopo aver ottenuto la finale di Coppa del Galles) per 1-0. Nel 1883 l’esordio in FA Cup, dove il Wrexham cede all’Oswestry Town (altra squadra che in Galles sta avendo molta fortuna negli ultimi anni, sotto il nome di The New Saints). Nel 1890 il Wrexham venne invitato a partecipare alla Combination, la categoria subito successiva alla Football League. Nel 1894 la squadra retrocede in Welsh League (che fino al 1992 sarà parte della piramide inglese, prima di diventare separata con l’affiliazione alla UEFA). Il Club risale nel 1900 in Combination, e nel 1921 ottiene la promozione nella Football League, esattamente nel neonata Third Division North, step 3 del calcio Inglese. Nel 1933 sfiorano la promozione in Second Division, ma perdono il duello con l’Hull City nel finale della stagione. Il club vivacchia nella categoria per 30 anni, ottenendo il quarto turno di FA Cup contro il Machester United, che si impone davanti agli oltre 35mila spettatori del Racecourse per 0-4. Gli anni ’60 sono quelli dello yo-yo tra Third e Fourth division, mentre gli anni ’70 danno nuovo splendore ai Dragoons, che grazie alla possibilità di competere in Welsh Cup, intraprendono diverse cavalcate Europee emozionanti. Nel 1972 l’esordio in Coppe Coppe, dove eliminano il Zurigo prima di essere eliminato per la regola dei goal in trasferta contro l’Hajduk Spalato. Nel 1973 arrivano fino ai quarti di finale di FA Cup, perdendo contro il Burnley. L’anno successivo rivincono la Coppa del Galles, e tornano in Coppa delle Coppe dove si arrendono ai quarti contro l’Anderlecht. Nel 1979, finalmente, la tanto sospirata promozione in Second Division, a coronare un decennio di grandi successi per i Gallesi. L’inizio degli anni ’80 è drammatico, con una doppia retrocessione in Fourth Division. Ci si deve ancora aggrappare alla gloria Europea, che torna nel 1984 quando il Wrexham viene eliminato dalla Roma negli ottavi della Coppa delle Coppe, a cui il Wrexham parteciperà ancora nel 1986 e nel 1991, con l’eliminazione subita dal Manchester United. Ma questa stagione, che vede i Dragoni impegnati nella lotta per non retrocedere nella Conference, vede uno dei cupset in FA Cup più famosi di sempre, il 2-1 inflitto all’Arsenal al terzo turno, che consegna alla leggenda il club Gallese. Gli anni ’90 portano alla promozione nella Third Division, mentre gli anni 2000 sono quelli più travagliati della storia dei Dragoni, che nel 2004 entrano in amministrazione controllata, con il presidente Alex Hamilton che porta il club sull’orlo del fallimento. Nel 2005 il club, nonostante la vittoria nel Football League Trophy, retrocede in League 2, e solo con l’intervento di Neil Dickens viene scongiurato il fallimento. La stagione è difficile, e la salvezza viene ottenuta solamente all’ultima giornata, con lo “spareggio” contro il Boston United vinto per 3-1 davanti a quasi 30mila spettatori. La retrocessione arriverà la stagione dopo, mettendo fine a 87 anni consecutivi di permanenza nella Football League. Nel 2011 finiscono gli incubi a livello economico, col Wrexham Supporters Trust che compra il club e sana tutti i debiti. La stagione 2012-13 vede il trionfo nell’FA Trophy, ma la sconfitta nella finale playoff nel derby contro il Newport County.

Fondato nel 1885 con la fusione di Chester Rovers e Old Kings Scholars, il Chester City nel 1890 ottiene l’iscrizione alla Combination, giocando inizialmente le sue partite al The Old Showgrounds, spostandosi definitivamente a Sealand Road nel 1906. Il club vincerà la Combination nel 1910, unico risultato di rilievo fino al 1931 quando la squadra ottiene la promozione in Football League, ai danni del Nelson FC. Nel 1933 la vittoria nella FAW Cup: visto la posizione esattamente al confine col Galles, il club poteva partecipare alla Coppa del Galles. In finale viene battuto, neanche a dirlo, il Wrexham, dando di fatto inizio alla forte rivalità tra i due clubs. Di fatto per 40 anni il Chester resta senza successi di rilievo, rimanendo l’unico club all’interno della Football League a non aver mai ottenuto una promozione. L’incantesimo si rompe nel 1974, quando la squadra allenata da Ken Roberts ottiene la promozione ai danni del Lincoln City alla Third Division. La stagione fu anche quella della clamorosa semifinale di League Cup, dove vennero eliminati per 5-4 dall’Aston Villa, dopo aver eliminato giganti come Leeds United o Newcastle United nei turni precedenti. Gli anni successivi sono di consolidamento, con il Chester che ottiene ottime deep runs in FA Cup e lanciano un giovane Ian Rush verso il calcio che conta. Il Club resta in Third Division (che diventerà nel contempo Second Division con la nascita della Premier League) fino al 1994, quando tornano in Third Division. La stagione 1995 vede la sconfitta contro lo Swansea nella finale playoff. Intanto nel 1992 viene costruito il nuovo stadio, il Deva Stadium, che ha la caratteristica di trovarsi esattamente al centro del confine tra Galles e Inghilterra: tre tribune si trovano in territorio Gallese, quella centrale e più capiente in quello Inglese. Curioso pure il nome dello stadio, che riprende il nome del Castrum Romano Deva Victrix, antico nome della città di Chester appunto. Nel 1998 il club entra in amministrazione controllata, visto anche le enormi spese per la costruzione del nuovo stadio, e nonostante l’acquisizione del club da parte dell’Americano Terry Smith, scendono in Conference nel 2000 dopo 69 anni di militanza consecutiva in Football League. Nel 2003 questi problemi sembrano superati, e il club torna in Football League vincendo la Conference alla penultima giornata con un 1-0 allo Scarborough. Curiosamente, è l’unico campionato vinto nella storia del Chester City FC. La stagione 2008-09 è quella del ritorno in Conference, perdendo all’ultima giornata a Darlington per 2-1. La retrocessione è drammatica, e lo spettro del fallimento torna più vivo che prima, e l’iscrizione al campionato viene garantito solamente alla seconda giornata, quando il Chester City 2009 LTD riesce ad iscrivere con l’aiuto della FA il club alla Conference, nonostante 25 punti di penalizzazione. Ma l’agonia continua, e dopo una stagione ovviamente iper complicata, il club a Febbraio si trova ancora a -3 punti, e i giocatori, dopo numerosi mesi senza ricevere stipendio, entrano in sciopero: la neonata società non riesce a gestire la situazione ed è costretta a chiudere, a campionato in corso, il 10 Marzo 2010. La società tenta un colpo di coda, cercando di iscirvere, a campionato praticamente concluso, il club alla Welsh Premier League, cosa che però viene respinta dal board del campionato Gallese. I tifosi presero in mano la situazione, e nell’estate successiva rifondano il Chester FC, vecchio nome del club nelle sue origini. Ottengono dalla FA l’autorizzazione a partecipare alla Norhern Premier League Division 1, step 8 del calcio Inglese, e l’entusiasmo sale, con la prima gara in assoluto, l’amichevole contro l’Aberystwyth Town, che segna il nuovo inizio dell’ultracentenario club. La stagione è un successo, con la promozione ai danni dello Skemersdale Town ottenuta all’ultima giornata. La stagione successiva in Northern Premier League è un vero trionfo, con 100 punti realizzati ai danni di squadre prestigiose come Northwich o FC United of Manchester. Nell’ultima stagione arriva la promozione in Confernce National, con il trionfo in Conference North, strapazzando tutti i record: 107 punti totalizzati, 103 goal segnati, differenza reti di +74.

Il Cross Border Derby. 12 Miglia separano le due città, ma come abbiamo visto c’è di mezzo pure un confine che a livello calcistico conta eccome. La rivalità tra i due club è pazzesca, con ripetuti scontri tra entrambe le fazione, per altro ben note per le loro azioni violente specialmente negli anni ’80, portano sempre un numero elevatissimo di forze dell’ordine per garantire il regolare svolgimento della partita ed evitare che le due tifoserie entrino in contatto. Il primo derby si giocò nella FA Cup del 1888, quando il Wrexham si impose per 2-3 a Faulkner Street, vecchio stadio del Chester. Complessivamente ci sono stati 145 incontri tra le due squadre, con 65 vittorie per i Reds, 49 per il Chester e 30 pareggi. 26 di queste sfide si sono svolte nella FAW Cup, mentre 9 nella FA Cup. Il derby di oggi sarà il primo tra le due squadre dopo essere stati acquistati dai propri tifosi. Basterà questo per calmare gli animi? Non si sa, comunque sia, this is the Cross Border Derby!

Il più grande calciatore che non avete mai visto

Il titolo non è originale: ci ha ispirato un libro scritto da Paul McGuigan (sì, il bassista degli Oasis) e Paolo Hewitt (“The greatest footballer you never saw”, lo trovate facilmente su amazon); in realtà abbiamo tralasciato un pezzo di tale titolo. Rimediamo. Il più grande calciatore che non avete mai visto: la storia di Robin Friday.

robin-friday-167316975Robin Friday è, per diversi motivi, una leggenda. Non lo ricorderete mai per aver alzato una coppa, nè per aver segnato un romantico goal al Liverpool ad Anfield, ma è una leggenda, e la leggenda risiede nel fatto di non essere stato. O meglio, non essere voluto essere. Perchè Friday è Il giocatore anni ’70 per eccellenza: Stan Bowles, George Best, Charlie George, chi più chi meno, ce l’avevano fatta, e ce li ricordiamo, oltre che per le vicende extra-calcistiche, anche per il talento. Ma Friday no, Friday è rimasto sommerso nel sottobosco della storia del calcio, come un musicista che suona benissimo, ma che lo fa nella metropolitana invece che alla Royal Albert Hall, perchè semplicemente certi palcoscenici li rifiuta, più che non essere adatti lui. Un comportamente ingestibile, abitudini non certo da calciatore professionista lo terranno sempre lontano dalla First Division. Capelli fluenti, basette, il look della superstar c’era; poi sul campo un controllo palla che viene ricordato ancora adesso (“absolutely fabulous” lo definirà il dottore del Cardiff, Leslie Hamilton), capacità di dribbling fuori dal comune, la lucida pazzia del fuoriclasse. E un duro, non una fighetta: “When he was in the line-up you’d have a centre-forward and a centre-half; not only would he be up there running them ragged, but when it broke down he’d be the first person to start tackling back” dice di lui Phil Dwyer, difensore gallese. Si ritirò a 25 anni e morirà a 38 anni, nel 1990, nella sua Londra, dopo aver giocato sole cinque stagioni tra i pro, a Reading e Cardiff, lasciando ai posteri un’eredità di aneddoti e storie al limite del clamoroso.

Robin Friday nasce ad Acton, ovest di Londra, il 27 Luglio 1952. Sua madre, Sheila, era figlia di un ex giocatore del Brentford, squadra che il padre portò Robin (e il gemello) a vedere quando questi aveva due anni. Il calcio piaceva al piccolo Robin, che lo praticava col fratello e il padre al parco, nei tranquilli pomeriggi westlondinesi. Un talento in divenire, tanto che all’età di 12 anni venne aggregato alle giovanili del Crystal Palace che rimase strabiliato dalle doti tecniche del nostro; passò poi al QPR e infine al Chelsea, il tutto nell’arco di un anno. Perchè? Perchè la sua indisciplinatezza, tattica e comportamentale, fece sì che i club si stancassero presto di lui. A 14 anni cominciò a giocare col fratello e il padre in una squadra amatoriale locale, a 16 era già una star…dei furti. Cominciava così a manifestarsi sinistramente quell’inclinazione alla vita sregolata che lo caratterizzerà nell’arco della sua, sfortunata e breve, esistenza. Si trovò un lavoro, dapprima come autista per un supermercato, in seguito come lavavetri, ma la passione per i furti era tanta, e inevitabilmente lo portò a fare un viaggio in prigione, da dove tuttavia venne rilasciato per cause di salute (soffriva di asma). Un secondo viaggio nelle prigioni di sua Maestà si rilevo decisivo: divenne la star della squadra “locale” di football (support your local team, ma questi erano prison games), il che gli permise di fare alcune apparizioni “premio” nell’academy del Reading.

Uscito di prigione…si sposò, a 17 anni, con una ragazza di colore da cui ebbe anche un figlio, una scelta che in anni in cui la multirazzialità era vista come un problema gli causò anche un’aggressione in un pub, peraltro luogo di culto per Robin. La svolta calcistica avvenne da lì a poco, mentre fuori dal campo, nonostante il matrimonio, il consumo di alcol e droghe continuava, di pari passo alla passione per le donne. Un amico, che giocava nel Walthamstow Avenue, gli chiese di accompagnarlo all’allenamento, suggerendo a Robin di fare un provino per il club: il provino andò talmente bene che lo stesso giorno Friday firmò il contrattio. Il Walthamstow militava in Isthmian League, semi-professionismo, tant’è che gran parte dei giocatori lavorava come asfaltatore: Robin si unì a loro anche in ambito lavorativo. Giocò il finale della stagione 1971 nel nord-est di Londra per poi firmare, in estate, con l’Hayes, altro club di Isthmian posizionato però più vicino alla sua amata Acton, passando dalle 10 sterline a settimana percepite dal Walthamstow alle 30 che gli offrì il club westlondinese.

E nell”Hayes la carriera di Friday svoltò definitivamente. Un infortunio sul lavoro quasi gli costò la vita, tanto che la prima stagione con l’Hayes venne inevitabilmente accorciata dal fatto; ritornò solo nell’Ottobre 1972, in tempo però per scrivere la sua, personale, leggenda. Ad esempio, in un’occasione, l’Hayes cominciò una partita in 10 perchè….Friday era al pub! Al pub vicino al campo a bere, come un qualsiasi tifoso. Ma l’aneddoto, già per così divertente, ha dell’incredibile se si pensa che Friday, quando decise finalmente di presentarsi al campo, ubriaco fradicio, nei minuti finali segnò il goal partita. Dicevamo della svolta. Il 9 Dicembre 1972 quella magnifica competizione che risponde al nome di Football Association Challenge Cup mise di fronte l’Hayes a un club pro, di Fourth Division, il Reading. All’Elm Park, lo stadio dell’epoca del Reading, la partita terminò 0-0; i Royals vinceranno 1-0 al replay. Il manager, Charlie Hurley, rimase impressionato dalle qualità di quel ragazzo. Tornò diverse volte ad Hayes per osservare direttamente Friday, e benchè le informazioni circa il background del nostro non fossero proprio lusinghiere, Hurley decise che un tale talento non poteva sfuggirgli. Nel frattempo Friday giocò la prima parte della stagione successiva (1973/74) nell’Enfield, prima di tornare brevemente all’Hayes e poi, ne Gennaio del 1974, diventare ufficialmente un giocatore del Reading (nel frattempo anche il Watford tentò di approciare il ragazzo, ma la parola di westlondinese era già stata data ai Royals).

Friday firmò un contratto da amatore, mantenendo quindi il suo lavoro extra-calcistico, e si allenava con le riserve del Reading. Vero, aveva segnato più di un goal ogni due partite per l’Hayes, e ok, era stato espulso sette volte, ma in quel momento un lavoratore della Londra ovest con il vizio dell’alcool e delle droghe, firmava per un club pro e se non ci trovate un pizzico di romanticismo, anche malinconico per via della vita extracalcistica, in tutto ciò non sapremmo in cosa potreste trovarlo. Era in fondo l’occasione per il riscatto personale sulla vita, che peraltro contibuì lui stesso a complicarsi, ma tutti hanno diritto a una seconda chance, no? Il Reading in quel Gennaio del ’74 ne veniva da un periodaccio: due vittorie in quattordici partite; Friday invece ridicolizzava gli avversari nelle partite delle riserve. Hurley fu così in qualche modo costretto a dare una chance al ragazzo. Con Friday in campo i Royals si trasformarono, la stampa locale gridò al miracolo (il Reading Evening Post divenne il suo tifoso per eccellenza), i tifosi impazzivano per quel George Best di quarta divisione e Hurley salvò la panchina. Segnò alcuni goal che, nei ricordi di chi li vide, sono semplicemente “incredibili”, il frutto della mente e dei piedi di un genio del calcio.

Friday impressionò in campo tanto quanto fece perdere le staffe ai gestori dei pub locali. Il suo amore per l’alcool lo portò a imbattersi in diverse controversie e a vedersi bandito da molti locali. Ma l’apice della carriera da bevitore in quella prima stagione nel Berkshire lo raggiunse una sera quando, con tutti i pub chiusi, si presentò in un night (the Churchill’s, il peggiore della città, ma non ditelo a Winston), cappotto lungo e stivali. Entrò nel club, prese posto in mezzo alla pista da ballo, si tolse il cappotto rivelando che sotto era…nudo. Danzò così, con solo indosso gli stivali, tutta la notte. Inventò anche una danza che chiamò “the elephant” e che non vi consigliamo di fare al gran ballo: girava all’infuori le tasche dei pantaloni, si abbassava la cerniera tirando fuori l’attributo maschile, ed ecco che le tasche diventavano le orecchie dell’elefante, e come immaginerete il pene ne era la proboscide. Ma non finiva qui: per placare l’abitudine del nostro di assumere LSD allietato da dischi heavy metal al massimo volume (causando le proteste dei vicini per i quali va, postuma, tutta la nostra comprensione), Hurley obbligò Friday a trasferisi nello stesso condiminio in cui abitava l’ex custode di Elm Park. L’uomo, 80 anni suonati e una pensione da godersi in santa pace, ebbe la vecchiaia rovinata da quella decisione, e immaginiamo maledì Hurley e Friday per il resto della vita quando si trovava a fronteggiare vicini incazzati, ragazze infuriate e musica a tutto volume.

Il Reading però, grazie alle eccellenti prestazioni di Friday, terminò la stagione in sesta posizione, e diventava difficile per il manager dire a Friday di calmarsi, quando questi faceva la differenza sul campo. Insomma, veniva bene o male tollerato tutto, secondo il dettame machiavellico de “il fine giustifica i mezzi” (frase peraltro mai pronunciata dall’autore de il Principe), anche se c’è da dire che Friday nutriva e nutrì per sempre un rispetto per Hurley che probabilmente non nutrì per nessun’altro. Sheffield United e Arsenal si interessarono al ragazzo ma non se ne fece mai nulla. Forse alle orecchie degli scouts (e di Bertie Mee, che si interessò personalmente a Friday) giunse la notizia che, al ritorno da una trasferta, Friday fece fermare il bus per andare al bagno e, quando si accorse di essere vicino a un cimitero, rubò alcune decorazioni da una tomba (sic) per metterle vicino al presidente (!) che dormiva beato nel retro dell’autobus. Un macabro scherzo nella mente di Friday, che fece infuriare Hurley. O forse ai suddetti scouts giunse la novella che raccontava di come Friday, una sera, si presentò nel bar dell’hotel in cui soggiornava la squadra accompagnato non da un cane, nemmeno da un gattino, ma da un cigno, che trovò nei paraggi. Però, e ci risiamo, segnò quella stagione (1974/75) 18 goals, che gli valsero il premio di giocatore dell’anno del club, trascinando fuori la squadra dalle zone basse della classifica quando vi precipitò a causa dell’assenza di Friday (ebbe problemi respiratori causati da un virus): una sera lo trovarono in mutande a bere nel bar dell’albergo, ma cosa gli dite a uno così?

La stagione successiva (1975/76), se possibile, fu migliore. Fu la migliore nella carriera di Friday, una stagione in cui segnò 22 goal (21 in campionato) e che culminò con la promozione del Reading in Third Division. L’apice si ebbe il 31 Marzo del ’76, quando a Elm Park si presentò il Tranmere terzo in classifica e dunque in lotta promozione come i Royals; arbitro Clive Thomas, esperto fischietto internazionale adatto al big-match promozione. Una giornata che Thomas non dimenticherà mai. Diciamo subito che il Reading vinse 5-0, ma qui ci interessa quello che accadde sul 2-0. Un goal che nessuno di quelli presenti dimenticherà mai. Nemmeno Thomas, che prima di indicare il centrocampo si mise le mani in testa dall’incredulità. Autore del goal? Ovviamente Friday. “It was the sheer ferocity of the shot on the volley…over his shoulder. If it hadn’t gone into the top corner of the net it would have broken the goalpost. Even up against the likes of Pelé and Cruyff, that rates as the best goal I have ever seen” ricorderà anni dopo Thomas. Incredibilmente Friday fuori dal campo stette lontano dai guai per tutta la stagione, cacciandosi nei pasticci una sola volta, a Newport fuori da un locale, quando venne arrestato per linguaggio osceno, accusa che poi cadde. Certo, rubò anche un servizio di bicchieri da vino per il suo capitano, Gordon Cumming, il quale a una cena disse “che belli, mi piacerebbe averne di simili”: Friday lo prese alla lettera e glieli procurò.

Le grane cominciarono una volta archiviata la promozione, in primo luogo quando il Reading offrì ai propri giocatori salari inferiori rispetto alle promesse. Friday presentò immediatamente la richiesta di trasferimento, lamentando la mancanza di ambizione del club, ma va detto che più o meno tutti i suoi compagni protestarono. La questione finì lì, ma Robin trovò comunque il modo di consolarsi, sposandosi per la seconda volta, dopo aver divorziato dalla prima moglie. Il matrimonio di Friday e di Liza Deimel (studentessa di Reading) fu esilarante, almeno stando alle parole della sposa stessa che lo definì “the most hilarious thing ever“. Innanzitutto l’abbigliamento di Friday: abito di velluto marrone (!), maglietta tigrata (!!) e stivali di serpente (!!!), non esattamente lo smoking ma look che perfettamente si addiceva al personaggio. Poi gli invitati: 200, tra cui molti amici londinesi, che festeggiarono la coppia ubriacandosi, assumendo svariati tipi di droghe e facendo a cazzotti, finendo per rubare gli stessi regali di nozze, tra cui un cospicuo quantitativo di cannabis. “I have been to a few weddings“, disse Rod Lewington, storico amico di Robin, “but never one like that“, e immaginiamo di dovergli credere. Quando la squadra si ritrovò per il precampionato, Friday era palesemente e imbarazzantemente fuori forma. Hurley dirà anni dopo: “deve aver festeggiato troppo la promozione”. Tuttavia riprese almeno parzialmente la condizione della stagione precedente, sebbene nuovamente, dopo due settimane di assenza causa influenza, si ripresentò in condizioni inquietanti. Hurley cercò in tutti i modi, venuto a conoscenza dell’abuso di droghe del suo ragazzo, di salvarlo; all’ennesimo allenamento saltato, dietro le proteste, giustificate, del resto della squadra, il manager però si arrese, e si disse pronto a lasciarlo partire.

Le cose stavano comunque precipitando. Oltre agli allenamenti saltati Friday sembrava sempre più stralunato, al punto che durante una partita si avvicinò al pubblico per chiedere quale fosse il risultato della partita stessa. O dopo una brutta prestazione a Mansfield, in cui venne sostituito e, in preda alla furia per quanto espresso sul campo da lui e dalla squadra, ebbe l’idea di defecare nel bel mezzo del bagno dei padroni di casa. No, era ingestibile ormai per il Reading, ma sembrava ancora attrarre folle di ammiratori, scouts, manager avversari che ne parlavano entusiasticamente, almeno in pubblico visto che concretamente l’unica offerta che pervenne al Reading fu da parte del Cardiff City, squadra all’epoca (oddio, anche tuttoggi) di seconda divisione. 28.000 sterline, che il Reading accettò. Friday al contrario non voleva saperne di trasferirsi in Galles, troppo lontano dalla sua Londra disse, ma quando Hurley gli fece notare che o andava a Cardiff o sarebbe stato rilasciato, prese la via per il Galles. Friday cominciò la sua avventura a Cardiff venendo arrestato. Un colpo da maestro, e d’altronde quale modo migliore per presentarsi? Fece la tratta Reading-Cardiff in treno, ma senza biglietto valido, la British Transport Police lo portò con se in caserma, e se non fu lì che firmò il contratto poco mancò, visto che lo stesso manager dei Bluebirds Jimmy Andrews andò a farlo rilasciare e lo portò con se a Ninian Park.

La prima partita con la casacca dei gallesi la disputò da lì a poco, 1 Gennaio 1977 (il trasferimento avvenne il 30 Dicembre). Ovviamente Robin preparò la partita a modo suo, passando tutta la notte precedente al pub. A Ninian Park quel giorno arrivava il Fulham, niente di particolare direte voi, se non fosse che a marcare Friday ci sarebbe stato niente di meno che Bobby Moore, la leggenda per eccellenza del calcio inglese, a fine carriera certo ma pur sempre Bobby Moore. Friday venne impressionato da tutto ciò? Dire di no è riduttivo. Non solo segnò due goal in faccia a Moore, ma celebrò l’eroe calcistico nazionale, l’uomo che alzò il tanto agognato trofeo di campioni del Mondo a Wembley…strizzandogli i testicoli, che nel favoloso mondo di Friday immaginiamo essere un gesto di grande affetto e stima. Imbattibile. Ma fu un lampo nel buio. Due fattori causarono l’inizio della fine: il pessimo rapporto con Jimmy Andrews, il manager, che Friday considerava nè più nè meno che un coglione, e la lontananza da Londra. Sul primo punto basta dire questo: un giorno Robin si presentò nell’ufficio di Hurley a Elm Park e, chiamandolo “boss” (cosa che non fece mai con Andrews) chiese di tornare al Reading, sentendosi rispondere che, sebbene la volontà non mancasse, economicamente il club non poteva permettersi di riacquistarlo. Sulla lontananza invece gli aneddoti si sprecano. Spariva dopo le partite per poi presentarsi solo alla vigilia di quella successiva; diceva di abitare a Bristol ma, quando Andrews si presentava presso l’abitazione per controllarlo, non lo trovava mai; e, e questo è un capolavoro, faceva i tragitti Cardiff-Londra in treno senza pagare il biglietto. Di nuovo? Non proprio. Appena salito sul treno, aspettava che qualcuno andasse in bagno; avvicinandosi alla porta urlava “ticket please”, fingendosi il controllore, e quando la persona gli passava il biglietto da sotto la porta, Friday se lo intascava per usarlo lui. Un genio.

Alla firma del contratto col Cardiff e Andrews

Uno dei picchi della carriera di Friday, il top tra abilità calcistiche e comportamenti sopra le righe, occorse il 16 Aprile del 1977, con un Cardiff City in piena lotta retrocessione che ospitava il Luton Town. Fin dasubito tra Robin e il portiere degli Hatters, Milija Aleksic, volarono parole grosse come si suol dire, al punto che Friday arrivò a entrare duramente in tackle sul portiere. Quando si avvicinò per chiedere scusa, Aleksic rifiutò di stringergli la mano, una dichiarazione di guerra alla persona sbagliata come si accorse ben presto. Robin riconquistò immediatamente palla dopo la punizione, si presentò solo davanti ad Aleksic, lo mise a sedere e infilò il pallone in rete, salutando il tutto con il gesto delle dita a “V”, segno di insulto nei paesi anglosassoni. Il fatto in questione è famoso perchè venne immortalato in uno scatto (quello che apre il nostro pezzo), che il gruppo dei Super Furry Animals utilizzò per la copertina di un album dall’eloquente titolo “the man don’t give a fuck”, una sintesi estrema della personalità di Friday.

La stagione 1977/78 si aprì con Friday in ospedale a Londra, e i motivi del ricovero non furono mai chiari. Robin disse di aver sofferto di epatite, ma gli esami effettuati dal club smentirono tale spiegazione. Fattostà che perse quasi 13 kili, e in tali condizioni si presentò nell’Ottobre del ’77 a Cardiff, dove tra l’altro Andrews lo convinse finalmente a trasferirsi. Il 29 Ottobre il Cardiff City era in scena a Brighton, in quella che si rivelerà essere la penultima partita nella carriera di Friday. Durante la partita, come spesso gli succedeva, Friday si trovò più volte a muso duro con un avversario, in questo caso Mark Lawrenson. Quando il difensore dei seagulls tentò un tackle in scivolata su Robin, questi lo colpì violentemente con un calcio in faccia, cosa che naturalmente gli costò l’espulsione diretta e tre giornate di squalifica. Rientrando negli spogliatoi, vuole la leggenda, Friday defecò nuovamente (altro vizio che evidentemente non perse), questa volta direttamente nella borsa di Lawrenson. Andrews perse la pazienza, lamentò il comportamente di Friday a mezzo stampa e lo mise in lista trasferimenti: non era più disposto a tollerare comportamente simili. Gli concesse un’ultima apparizione il 10 Dicembre di quell’anno, poi improvvisamente Friday, che stava attraversando una nuova crisi coniugale che lo porterà al secondo divorzio (e dopo aver avuto il secondo figlio), si presentò nell’ufficio del manager annunciando il proprio ritiro. A 25 anni, si disse stufo di essere circondato da persone che gli dicevano cosa fare della propria vita (come se le avesse mai ascoltate), e appese gli scarpini al chiodo tra lo stupore di tutti.

Tornò a Londra, la sua Londra, e tornò a lavorare come asfaltatore e come decoratore. Una vita che più gli si addiceva secondo lui, una vita in cui poteva bere senza dover rendere conto a manager, tifosi, stampa, in cui l’assunzione di droghe riguardava lui stesso e basta. Provò ad allenarsi col Brentford, ma non se ne fece nulla. No, Robin non voleva tornare in quel mondo, nemmeno quando il nuovo manager del Reading, Maurice Evans, gli presentò una petizione firmata da 3.000 tifosi che chiedevano il ritorno di Friday a Elm Park. Anzi, Friday sbuffò in faccia a Evans un “ho la metà dei tuoi anni e ho vissuto due volte più di te”, modo carino per rifiutare l’offerta. Acton era casa sua, troppi anni vi era rimasto lontano e non voleva più saperne di lasciarla. Si sposò, di nuovo con esiti sfortunati, una terza volta, e tornò a conoscere il sole a rettangoli delle carceri cittadine quando si travestì da poliziotto, andando in giro a sequestrare droga che poi avrebbe consumato lui. Morì a soli 38 anni, nella solitudine di un appartamento di Acton, per un arresto cardiaco dovuto ad una overdose. Era il 22 Dicembre 1990.

Tributo postumo a Robin

Il calcio inglese perdeva quel giorno uno dei suoi più grandi talenti inespressi. Un carattere ingestibile che andava di pari passo a una classe sopraffina, abitudini da rockstar che poco si addicevano a un calciatore professionista furono le cause del suo insuccesso. Ma come detto in apertura più che dire che “non è stato”, Friday “non è voluto essere”. Aveva, inutile nasconderlo, il talento per giocare in First Division, anzi aveva più talento della maggior parte dei giocatori di First Division. Sarebbe bastato cambiare, ma lui non volle. Rimase sempre il ragazzo di Acton che rubava autoradio, perchè quello era il suo mondo. Si ritirò a 25 anni per andare ad asfaltare strade, il che dice praticamente tutto. Anche se non fosse stata First Division un club che avrebbe tollerato le sue “bizzarrie” e le sue abitudini lo avrebbe trovato facilmente, come dimostrano le offerte di Reading, che lo avrebbe riaccolto a braccia aperte, e Brentford. Ma non volle. Ed è questo che rende Friday un’icona romantica del calcio inglese, perchè come detto altri, al contrario suo ce la fecero, magari avevano più talento certo, ma ce la fecero. Lui no, non riuscì mai ad abbadonare il suo stile di vita, i suoi scherzi al limite del grossolano, le sue bizzarre trovate. Partì dal calcio amatoriale e arrivò ai pro, ma si fermò di colpo. In quattro stagioni entrò nella storia del Reading (“player of the millenium”), fece un’apparizione fugace in quel di Cardiff e poi decise che era ora di finirla lì, e solo chi è consapevolmente pazzo può prendere una tale decisione. Non a caso disse, in una delle rare occasioni in cui parlò pubblicamente “On the pitch I hate all opponents. I don’t give a damn about anyone. People think I’m mad, a lunatic. I am a winner“. Robin Friday, the best footballer you never saw. Ma chi lo vide, non lo dimenticherà facilmente.

Da Merton a Milton Keynes. La vicenda del Wimbledon F.C. e la partita dell’anno

Una delle cose che abbiamo sottolineato maggiormente nel nostro viaggio londinese è il legame imprescindibile tra squadra e comunità, con i club spesso figli della stessa (pensiamo al Fulham nato dai fedeli di una chiesa, etc) o comunque sviluppatisi in essa. Il legame è talmente forte che, di recente, quando il Chelsea ha paventato un trasferimento dall’altra parte del Tamigi, nel luogo ora occupato dalla Battersea Power Station (quella di Animals dei Pink Floyd), solo poche miglia in linea d’aria da Stamford Bridge, molti hanno storto il naso; e basti pensare alle polemiche sull’Olympic Stadium, con il Leyton Orient che accusa il West Ham, interessatissimo e più o meno vicino al trasferimento, di invadere il suo territorio di influenza. Succede quindi raramente che un club abbandoni il suo luogo di origine. L’Arsenal, nato a Woolwich e trasferitosi poi nel nord di Londra, è un caso più unico che raro; ma in quel caso, sebbene in un’altra zona, la base rimaneva comunque a Londra. Invece qui siamo di fronte a un furto di identità, di storia, e del posto in Football League che non è nemmeno poco, con un’intera comunità nel sud di Londra privata della propria squadra. Parliamo naturalmente del Milton Keynes Dons, e del club che subì tutto questo, il Wimbledon; per la prima volta dal 2003, quando successe il fattaccio, il 2 Dicembre in FA Cup l’MK Dons incontrerà l’AFC Wimbledon, la squadra che i tifosi dei Wombles fondarono quando la loro gli venne portata via. Per molti aspetti, la partita della stagione.

Lawrie Sanchez, Dave Beasant e l’FA Cup

Tracciamo il background che fece da scenario alla vicenda. Milton Keynes (Buckinghamshire) è una new town, creata dal governo negli anni ’60 per dare risposta alla richiesta di case che ormai la capitale non poteva più soddisfare; fu scelta tale zona poichè equidistante da Londra, Birmingham, Oxford, Leicester. Si creò in quel modo una nuova comunità che oggi conta 195.000 abitanti, nemmeno pochi. E che tuttavia non possedeva una squadra di calcio professionistica, come è abbastanza naturale visto che prima esistevano nella zona solo town (le principali Bletchley, Wolverton e Stony Stratford). Nel corso degli anni si tentò a più riprese di dotare la città di una sua squadra, purtroppo non partendo dal basso, ma trasferendo una squadra già esistente a Milton Keynes (a dir la verità in questi tentativi l’iniziativa era sempre presa dalla dirigenza del club, e solo nel 2003 sarà presa dalla città di Milton Keynes). Il primo tentativo venne fatto con il Charlton Athletic (1973), quando una delle tante liti tra il club e il borough di Greenwich fece paventare alla dirigenza il trasferimento; la cosa però si risolse con l’approvazione da parte del council borough dei piani di sviluppo di The Valley e tutto finì lì. Si provò nuovamente nel 1979, questa volta con il Wimbledon, club tradizionalmente di non-league ma nell’anno precedente promosso in Football League (e destinato a una rapida scalata). Il proprietario dei Dons, Ron Noades, vedeva in Plough Lane e in generale nel “bacino d’utenza” del club una limitazione per future ambizioni; comprò la squadra di Southern League di MK, il Milton Keynes City, e fu chiaro a tutti che l’obbiettivo era quello di trasferire armi e bagagli più a nord con una fusione tra le due squadre (tre membri della dirigenza del Wimbledon entrarono nel Milton Keynes City), asserendo che la città forniva maggiori possibilità di sviluppo rispetto al borough originario di Merton. Fortunatamente l’idea sfumò, quando Noades si convinse che il suo ottimismo non avrebbe avuto un riscontro nella realtà: “I couldn’t really see us getting any bigger gates than what Northampton Town were currently getting at that time” dirà nel 2001. L’ultimo tentativo venne fatto con il Luton Town nel 1983. Luton (Bedfordshire) non dista molto da MK (25 miglia), e nell’idea del club, che considerava Kenilworth Road stadio senza futuro (che però ad oggi è fortunatamente ancora la casa degli Hatters), la new town sarebbe stata ideale per un nuovo impianto, con tanto di cambio di nome in MK Hatters. Questo abominio fu duramente e ovviamente ostacolato dai tifosi del Luton, le cui proteste portarono al passo indietro da parte della dirigenza. Tutto questo fino al 2003, quando….

Questo il punto di vista di Milton Keynes, vediamo quello del Wimbledon. Il Wimbledon dal 1977 scalò rapidamente la piramide del calcio inglese, arrivando in First Division nel 1986/87. La Crazy Gang, l’FA Cup del 1988 sono tutte storie note. E proprio dopo l’FA Cup del 1988, il borough di Merton approvò la costruzione di un nuovo impianto da 20.000 posti che avrebbe sostituito nel giro di qualche anno Plough Lane, la casa dei Dons (o Wombles); purtroppo il nuovo consiglio eletto, a maggioranza laburista, bocciò il progetto nel 1990, e al posto dello stadio venne costruito un parcheggio. Un tempismo terribile, visto che nel 1991 il Rapporto Taylor obbligò tutti i club a ristrutturare i propri stadi per adattarli alle nuove norme di sicurezza post-Hillsborough: il Wimbledon non poteva in quel momento affrontare la spesa (c’è anche un’intricata storia riguardante una clausola posta su Plough Lane da parte del borough) e fu costretto ad abbandonare la sua casa originale per trasferirsi a Selhurst Park, stadio del Crystal Palace ironicamente di proprietà, in quel periodo, di Noades, l’ex chairman dei Dons. Il trasferimento, che avrebbe dovuto essere temporaneo, fu la pietra tombale sul club. Il borough di Merton e il club non riuscirono mai a trovare un punto di intesa su un nuovo impianto, il Wimbledon a Selhurst Park attirava un esiguo numero di spettatori, sradicato com’era dalla sua comunità locale (una decina di km nella Londra del calcio fanno tutta la differenza del Mondo) e in tale desolazione l’ipotesi di trasferire la squadra prese corpo e infine si concretizzò. Si parlò addirittura di Dublino, meta preferita del proprietario, Hammam, ma la Football Association of Ireland si oppose (giustamente), mentre la Premier League aveva già dato parere positivo; altre opzioni vennero scartate (Gatwick, Basingstoke, Cardiff), altre non andarono a buon fine, come il tentativo di acquistare Selhurst Park. Una situazione complessa, ingarbugliata, senza via d’uscita. Il club retrocesse al termine della stagione 1999/2000.

Plough Lane

In questa situazione si inserì il Milton Keynes Stadium Consortium. Il consorzio in questione era presieduto da Pete Winkelman e supportato da Asda (supermercati) e IKEA (svedesi con la passione di farti costruire le cose), e avrebbe dovuto riqualificare un’intera area cittadina con la costruzione di uno stadio da 30.000 posti, un ipermercato, uno store IKEA, hotel e roba varia. Il problema di questo affare (perchè tale era, un gigantesco affare come è nelle logiche imprenditoriali, che quasi sempre non coincidono con le logiche del calcio) era che il club più importante a livello locale, il già citato Miton Keynes City, giocava in Spartan South Midlands, ottavo livello della piramide, ed era difficile immaginare che uno stadio così grande fosse funzionale a un match contro l’Arlesey Town di turno. Insomma, quello stadio, con la riqualificazione e il giro d’affari seguente, necessitava di una squadra pro: niente squadra, niente costruzioni. Il consiglio cittadino approvò il progetto dicendosi pronto a ricevere una squadra già esistente. “it could be Southend or Blackpool, I suppose” ebbe a dire il leader del consiglio cittadino Miles, un modo carino per dire “non ce ne frega nulla da dove provenga, basta avere ‘sta benedetta squadra”. Il progetto di Winkelman, che secondo i detrattori operò ben conscio che quello stadio non sarebbe servito al Milton Keynes City (peraltro fallito nel 2003, l’anno del trasferimento del Wimbledon) ma ad ospitare una squadra pro trasferendola, vide la luce.

Lo stadio dell’MK Dons

Il consorzio contattò diversi club: Luton Town, Crystal Palace, Barnet, Queens Park Rangers, Wimbledon, ricevendo da tutti un secco “no”. Il più possibilista sembrò essere Charles Koppel, presidente del Wimbledon (i proprietari erano norvegesi), tanto che, quando nel Giugno 2001 il consorzio di Winkelman si presentò nuovamente a bussare alla porta del club, Koppel, ormai alla guida solitaria, disse di sì. Apriti cielo. La Football Association e la Football League disgustate intimarono Winkelman e Koppel di desistere dal tentativo, e specialmente la lega affermò che “franchised football would be disastrous“, e che qualsiasi club di Milton Keynes avrebbe dovuto scalare la piramide per guadagnarsi lo status di league-club. Si sarebbero presto rimangiate tutto, con la consueta tecnica del lavarsene le mani, anche se ufficialmente continuarono entrambe a dirsi contrarie allo spostamente del club. Quando il Wimbledon di Koppel fece appello contro la decisione, la Football Association costituì un arbitrato, di cui facevano parte il vicepresidente dell’Arsenal e dell’FA David Dein, Douglas Craig, controverso presidente dello York City e Charles Hollander, Queen’s counsel: i tre stabilirono che il rifiuto non seguì la procedura di legge, riaprendo alla possibilità del trasferimento. La FA a questo punto istituì una commissione speciale composta da Raj Parker, Alan Turvey, presidente della Isthmian (Ryman) League e Steve Stride, dirigente dell’Aston Villa. Nemmeno a dirlo, la commissione votò favorevolmente (2 voti a 1, Turvey fu contrario) per il trasferimento del Wimbledon a Milton Keynes. Era il 28 Maggio 2002.

I tifosi del Wimbledon reagirono alla decisione (umiliante, senza precedenti) fondando un loro club, l’AFC Wimbledon. Una tristemente famosa nota della commissione recitava: “Resurrecting the club from its ashes is, with respect to those supporters who would rather that happened so they could go back to the position the club started in 113 years ago, not in the wider interests of football“. Terrificante, umiliante, uno schiaffo ulteriore dopo lo scippo della squadra. Il resto lo sapete, con il trasferimento avvenuto definitivamente nel Settembre del 2003, mentre dell’AFC Wimbledon e della sua resurrezione abbiamo parlato in parte QUI. Il Milton Keynes Dons (questo il nome scelto dalla squadra) gioca invece in League One, avendo ereditato la posizione dal Wimbledon, e nel famoso stadio, inaugurato alla fine nel 2007 (precedenteme disputava le partite interne al National Hockey Stadium); dopo aver ereditato lo stemma del Wimbledon, su opposizione del College of Arms il club l’ha dapprima modificato, infine del tutto cambiato, mentre come colore è stato scelto il bianco al posto del giallo-blu del Wimbledon (che invece è stato ripreso dall’AFC). I due club, dopo dure dispute, sono anche giunti ad un accordo sulla storia, che il Milton Keynes Dons, dopo essersi presentato come erede della crazy gang, fa ora partire dal 2004; i trofei del Wimbledon invece sono diventati propretà del borough di Merton. In sospeso rimane la questione del nome, con una campagna promossa dal Wimbledon Guardian e sostenuta dal borough di Merton, nonchè dai due Member of Parliament del collegio di Merton, tesa a far rimuovere il “Dons” dal nome della squadra di Milton Keynes. Le parti, nonostante diversi incontri, non hanno tuttavia raggiunto un accordo sulla questione.

Della vicenda come detto in apertura parliamo perchè il calendario della FA Cup ha voluto che, il 2 Dicembre 2012, si giochi in quel di Milton Keynes la partita tra Milton Keynes Dons e AFC Wimbledon, il primo incontro tra i due club dopo i fatti narrati. Una partita che catalizzerà le attenzioni di tutta l’Inghilterra calcistica e non solo. I tifosi dell’AFC Wimbledon (club ancora oggi di proprietà degli stessi) hanno deciso di non partecipare al match. Come biasimarli: si troveranno di fronte coloro i quali hanno usurpato il loro club e la sua storia. E’ interessante al proposito QUESTO  articolo di un anno fa:
“When my club AFC Wimbledon won their game against Basingstoke in the fourth qualifying round of the FA Cup and went into the draw for the first round proper, I was again faced by comment by my friends about the prospect of a match against Milton Keynes Dons. Frankly I can’t think of anything worse. I never want to see it happen. “But it would be so good to beat them,” my mates say, imagining that I, a Dons Trust founder member and former season-ticket holder, would treat the game as the ultimate derby. No. A derby game is between neighbours, rivals, possibly even enemies. It’s like a golf match or ten-pin bowling evening against the annoying bloke next door, or those idiots in finance, or your smug brother-in-law. You’d love it if you win; conversely you’d have to grit your teeth in the face of taunting if you lose. But essentially, you acknowledge the right of your rivals to exist. And life is more interesting with them around. You hate them, but would miss them if you went. Well, that’s not the case with Milton Keynes (…) So, for those fans and journalists who try to persuade me and my fellow Wimbledon fans that such a game would be one of the matches of the season, I can only say: Please don’t”.

Per quanto ci riguarda, abbiamo chiesto all’amico della pagina Show me a way to Plough Lane, pagina dedicata all’AFC Wimbledon, un’opinione:
“Io credo che sia un match innaturale; un match che non si sarebbe mai dovuto giocare per il semplice fatto che per meri interessi economici, quali tra gli altri la costruzione di uno stadio e la necessità di avere un club professionistico, un club è stato sradicato dal suo luogo di origine e di vita per 113 anni, come una qualunque franchigia di un qualsiasi sport americano, uccidendo di fatto una società calcistica. Capisco perfettamente coloro i quali tra i tifosi dell’AFC Wimbledon si rifiuteranno di seguire la squadra in questa trasferta. Sarebbe un modo di legittimare l’esistenza stessa di un tale club, nato in una maniera che nulla ha a che fare con il modo di concepire lo sport in Inghilterra e in Europa. Se fossi però un tifoso dell’AFC Wimbledon – e non posso dire di esserlo, non avendo il loro vissuto alle spalle – forse (dico forse) mi convincerei in ultimo ad andare. E se vogliamo trovare per forza un dato positivo, è positivo che a distanza di dieci anni questa partita ribadisca davanti a tutto il mondo calcistico l’ingiustizia che i tifosi dell’AFCW furono costretti a subire a causa di una decisione avallata dalla Commissione istituita dalla FA; ed è positivo che un club bollato dalla stessa Commissione come “not in wider interests of football” sia arrivato a sfidare, risalendo passo dopo passo, coloro i quali provocarono la morte del Wimbledon FC”.

Questo ci porta a una riflessione. Non sarà una partita tra due squadre soltanto, ma una partita tra due filosofie e concezioni del calcio. Da una parte una mera questione d’affari, perchè se non mettiamo in dubbio che gli 8.000 che in media al Sabato si recano allo Stadium:mk (questo il nome dell’impianto) per sostenere l’MK Dons lo facciano in buona fede (alla fine loro non ne possono nulla, anche se troviamo difficile innamorarsi di un club in queste circostanze), quel club nasce da una gigantesca operazione economica, figlio del mondo degli affari e di una cultura dello sport delle franchigie che certamente si adatta allo sport americano, ma non inglese o più in generale europeo; dall’altra invece un club fondato dai tifosi, che si son visti privati della squadra espressione del loro quartiere e han deciso di rifondarla partendo dal basso, scalando la piramide e tornando con le loro forze in Football League. Il “support your local team” portato all’estremo, il calcio dei tifosi contro quello plastificato, che non suscita entusiasmo semplicemente perchè non ci si può innamorare di un prodotto artificiale, le cui maglie non odorano di storia e di gesta passate, soprattutto se tale prodotto non è frutto di un’iniziativa spontanea ma è importato. Il Chelsea o il Liverpool vennero fondati per riempire uno stadio vuoto, è vero, ma nel corso degli anni hanno scalato le posizioni per propri meriti: non hanno acquistato la loro posizione in Football League da un altro club, e soprattutto vennero FONDATI, non importati più o meno forzatamente, sradicando dal suo luogo d’origine un club preesistente. Ed è straordinario pensare che, durante la stagione 2002/03, l’ultima del Wimbledon F.C. ormai col destino già segnato, e con l’AFC Wimbledon già in vita, la media spettatori fosse più alta per i secondi, sebbene fossero i primi a giocare tra i professionisti. Ed è questo il vero insegnamento che questa storia fornisce: che il calcio inglese non solo è il calcio legato alla comunità, ma che questa ne è la vera forza. Han provato a uccidere il Wimbledon, e non ci sono riusciti, perchè i suoi tifosi non si sono arresi alle logiche del calcio moderno. Quando la comunità di Merton si è vista privata della sua squadra, l’ha rifondata, partendo dal calcio più amatoriale che esista, genuina testimonianza del legame che non scomparirà mai tra quartiere e club; se invece un giorno il Milton Keynes sparisse dal calcio che conta, quasi nessuno se ne accorgerebbe.

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Le rivalità del South Devon

Jacopo Ghirardon, che avrete imparato a conoscere per il pezzo sul Truro City di qualche tempo fa, ci regala un’altra perla e ci porta nel mondo del South Devon, contea occidentale dell’Inghilterra sede di tre squadre di calcio, l’Exeter City, il Plymouth Argyle e il Torquay United che quest’anno parteciperanno alla League Two e che sono divise da una fiera e sentita rivalità.

Poche regioni inglesi sono famose come il Devon: un nome che evoca terre un po’ selvagge e austere, all’apparenza, ma con una grande storia, cultura e tradizione, specie nelle 3 città principali. Perché il Devon, forzando un po’ il paragone, è come la Scozia: a sud ci sono le grandi città e il principale motore economico e culturale della contea, mentre a nord i paesi sono piccoli, la natura selvaggia e le tradizioni, miste tra il britannico e il celtico (l’influenza Cornica a ovest e Gallese a nord del canale di Bristol) si fanno sentire. Dartmoor ed Exmoor, i due parchi naturali principali (tra i più grandi dell’intera nazione), come le Highlands scozzesi, insomma. Come si intuisce da questa introduzione, il Devon è una regione molto orgogliosa, dove esiste grande rivalità di campanile tra le città principali. Exeter, Torquay e Plymouth, tre città racchiuse in una specie di triangolo distanti al massimo 50 km l’una dalle altre, si contendono il South Devon Derby, una delle rivalità locali più sentite di tutta l’Inghilterra. Tre località con una storia completamente diversa, sia dal punto di vista culturale, che da quello calcistico, che per la prima volta dopo moltissimi anni si ritrovano nello stesso campionato, quello di League 2 iniziato lo scorso sabato. Riassumendo, in maniera sommaria, Exeter si può definire il centro culturale e storico della regione, una delle città più ad ovest fondata dagli antichi romani, Torquay la piccola e graziosa località balneare, che negli ultimi anni si è saputa trasformare diventando il principale centro della British Riviera, località un po’ pittoresca e un po’ posh apprezzata ormai non solo nel Regno Unito. E poi c’è Plymouth, il grande porto industriale, uno dei più grandi della nazione; da li parte il Tamar Bridge, quello che divide il Devon dalla Cornovaglia: terre di confine, insomma.

La bandiera del Devon

Il calcio, in queste zone, arriva un po’ più tardi che nel resto del paese: è il 1886 quando a Plymouth viene fondato l’Argyle FC, nome piuttosto curioso su cui esistono varie versioni: la più in voga è quella che la squadra si chiami cosi in onore degli Argyll and Sutherland Highlanders, un reggimento militare che possedeva all’epoca una forte squadra di calcio. Un’altra possibilità sia che la squadra sia stata fondata in un pub di Plymouth chiamato Argyle Tavern. Non ci sono dubbi invece sulla provenienza del nickname della squadra, ossia Pilgrims: nel 1620 i membri di una setta religiosa partirono da Plymouth con la Mayflower, la barca rappresentata nel logo societario della squadra, per colonizzare il nuovo mondo e in particolare il Massachusetts. Nel 1903, con l’iscrizione alla Southern League, la squadra assunse la denominazione attuale. Il calcio ad Exeter mosse i primi passi nel 1890, con la fondazione dell’Exeter United, squadra che prese il nome da una società attiva nel cricket, e il St.Sidwell’s United, che invece prese il nome dalla strada su cui era stata fondata. Nel 1903 le società decisero di unirsi nell’Exeter City, giocando a St.James Park, vecchio stadio dello United e tuttora stadio dell’Exeter. Nel 1914 la squadra andò in tournee in Sudamerica, affrontando, nella loro prima partita della storia, la leggendaria Seleçao brasiliana, che si aggiudicò il match per 2-0. A Torquay la prima squadra, chiamata Torquay Town, venne fondata nel 1899, anche se iniziò ad essere attiva a livello di campionati solo nel 1910. Nel 1921 avvenne la fusione tra Torquay Town e Babbacombe (una piccola località sempre nell’area di Torbay), dando vita al Torquay United e venendo iscritti alla neonata Football League Third Division, unendo i propri destini a quelli delle altre due squadre della contea con il quale il Torquay voleva primeggiare, ossia Plymouth ed Exeter: nasce qua il mito del South Devon Derby.

Plainmoor, la graziosissima casa del Torquay United

Nonostante l’iscrizione, però, il Torquay debbe aspettare il 1927 per poter partecipare alla Third Division, categoria nella quale il Plymouth arrivò sempre tra le prime 4 squadre nei primi dieci anni, ottenendo però mai il titolo che avrebbe permesso la promozione in Second Division. Solo nel 1930 l’Argyle riuscirà a spezzare la maledizione e ad essere promosso, lasciando dietro i rivali locali Exeter e Torquay, praticamente fino a qualche anno fa: infatti l’Argyle si stabilizzerà sempre tra Division 3 e Division 2 (dove trascorrà la maggior parte delle proprie stagioni, equivalente delle attuali League One e Championship, senza ottenere però mai la promozione in First Division/Premier: attualmente Plymouth è la più grande città inglese (258.000 abitanti, ndr) a non aver mai visto la principale divisione del calcio Inglese. Parallelamente, Exeter e Torquay non andarono mai oltre la terza serie, anche se l’Exeter, al contrario del Torquay, ebbe una serie più ampia di successi, tra cui una deep run in FA Cup nel 1980 conclusasi al sesto turno ed il titolo della fourth division (League Two) nel 1990. Il Torquay trascorse invece la maggior parte delle proprie stagioni nell’ultima divisione del calcio professionistico inglese, trovando li la propria dimensione e aumentando di fatto la rivalità contro l’Exeter, mentre il Plymouth, ormai stabile in cateogorie superiori, estese la propria rivalità alle due squadre di Bristol, City e Rovers, con il quale si contese il Western Countries derbies.

L’inizio degli anni 2000 segnano una svolta negativa per tutte le due squadre del Devon “minori”, ossia Exeter e Torquay: nel 2003 l’Exeter infatti viene travolto da una crisi economica, emersa dopo varie stagioni di cattiva gestione, che comportano alla retrocessione in Conference dopo un disperato duello con un’altra squadra che all’epoca navigava in pessime acque, lo Swansea City. Fu la prima retrocessione dalla Football League dopo 83 anni ininterrotti all’interno delle prime quattro serie del calcio inglese, una mazzata per molte squadre, che spesso pagano oltremondo la retrocessione da League 2 a Conference, dove gli introiti sono ovviamente minori. Ad Exeter però si mosse il pubblico, e nel 2004 il Supporters’ Trust completò l’acquisto del club: il primo esempio di club comprato dai propri tifosi nella storia. Nonostante le difficoltà, ovvie per una iniziativa all’epoca considerata quasi un azzardo, ci furono due eventi che permisero di superare la crisi ai nuovi proprietari: nel 2005 l’Exeter fu protagonista di una grande FA Cup, dove arrivò al terzo turno a sfidare il Manchester United: ad Old Trafford, spinta da quasi 10mila tifosi, l’Exeter strappò un clamoroso pareggio che costrinse i Red Devils il replay a St.James Park; qui però si spense il sogno dei Grecians, battuti 2-0 con goal di Scholes e Cristiano Ronaldo. Precedentemente, per il centenario del club, una rappresentativa venne inviata dalla federazione Brasiliana, quasi per contraccambiare quanto successo nel 1914. Entrambe le occasioni portarono molti soldi nelle casse del club, che potè stabilizzarsi nella categoria per cercare di tornare in League 2: nel 2006-07, però, il sogno venne spezzato dal Morecambe che vinse 1-2 nella finale playoff. Proprio nel 2007, il Torquay United, dopo una stagione fallimentare, retrocesse in Conference, creando i presupposti per la rinascita del Devon Derby per eccellenza: infatti ai nastri di partenza della stagione 2007-08 entrambe le squadre si presentavano come favorite per la promozione: a fine stagione, arriveranno terze e quarte, garantendosi l’accesso alla semifinale playoff, dove le squadre si troveranno contro: una battaglia senza precedenti, un mors tua vita mea d’altri tempi: all’andata a St.James Park il Torquay si impose 1-2, mettendo una seria ipoteca sul passaggio del turno. Nonstante ciò, il sabato successivo furono oltre 3000 i tifosi che si mossero da Exeter per invadere il piccolo Plainmoor (7.000 spettatori in tutto), ovviamente gremito: dopo l’1-0 dell’intervallo per i Gulls sembrava tutto finito, invece quattro goal nel finale diedero il biglietto per Wembley all’Exeter City, e una enorme delusione al Torquay. Delusione che divenne disperazione due settimane dopo: infatti l’Exeter battè il Cambridge e tornò in League 2, mentre il Torquay, con il morale sotto i tacchi, si presentò a Wembley per la finale del Trophy contro l’Ebbsfleet: ovviamente, anche qua il Torquay perse (1-0): una stagione da buttare, insomma. La stagione successiva, però, il Torquay si riprese, e riuscì a tornare nella Football League, vincendo il playoff contro il Cambridge United nella finale di Wembley.

St James Park che si intravede nel mezzo di Exeter

Sulle ali dell’entusiasmo della promozione, l’Exeter arrivò seconda nella prima stagione dopo il grande ritorno in League Two, garantendosi la promozione in League One per la stagione 2009/10. Stagione, quella, che sancì l’inizio della crisi per il Plymouth Argyle: affogato dai debiti, i Pilgrims iniziarono a prendere una bruttissima piega, e venne retrocesso in League One, dove avrebbero affrontato per la prima volta dopo quasi 40 anni l’Exeter City, dando i presupposti per il ritorno del derby del Devon tra le due città principali: arriviamo dunque alla stagione scorsa, quando le squadre si ritrovano in League One: sarebbe potuto arrivarci pure il Torquay, ma la sconfitta nel playoff di League Two contro lo Stevenage costò la promozione ai Gulls. Ma il destino volle unire le tre squadre, e cosi, nella scorsa stagione, Exeter e Plymouth retrocessero in League Two, mentre il Torquay fallì ancora nei playoff (questa volta in semifinale contro il Cheltenham). Non fu una semplice retrocessione quella del Plymouth, che entrò in amministrazione rischiando addirittura una pilotata retrocessione in Conference South, che avrebbe portato in soli 3 anni l’Argyle da il dominio nella zona dell’intero South West ad un potenziale derby contro i “cugini” del Truro City (in Cornovaglia la squadra nettamente più tifata tra le “grandi” è appunto l’Argyke): cosa che per fortuna non avvenne, e ad inizio estate le cose si sono sistemate per l’Argyle. Arriviamo dunque ai giorni nostri, quando tutte e tre le squadre sono tra le candidiate alla promozione. Non ci mettiamo nei panni della cittadina di Newton Abbot, che sostanzialmente si trova al centro del triangolo formato dalle tre città: in caso di derby “importanti”, la non si può stare tranquilli, visto la fiera rivalità tra tre città e squadre un po’ periferiche nella storia del grande calcio inglese ma con coraggio e orgoglio da vendere. Perchè in questa stagione non c’è solo in palio una promozione, ma il dominio su una regione.

Jacopo Ghirardon (twitter: @Ghirarz)

Marco dell’ormai noto Londra Calcistica è stato nei tre stadi. Potete trovare i suoi racconti qui:

http://londracalcistica.blogspot.co.uk/2012/07/exeter-city-football-club.html
http://londracalcistica.blogspot.co.uk/2012/07/plymouth-argyle-football-club.html
http://londracalcistica.blogspot.co.uk/2012/07/torquay-football-club.html

Le piccole differenze (parte II)

Su Inghilterra-Italia c’è poco da dire, la Nazionale italiana ha dominato i Tre Leoni dal primo all’ultimo minuto e ha meritatamente passato il turno. Ci preme rimarcare una cosa sulla partita di ieri, con il rischio di passare da anti-italiani, rischio che corriamo molto volentieri visto che si parla di una cosa, il rispetto dell’avversario, che deve trascendere sempre dalla partigineria.
Volevamo fare un paragone tra le due telecronache ufficiali, quella della Rai (Rai 1, con la tremenda coppia Gentili-Dossena, in studio nomi del calibro di Marco Mazzocchi, Francesco Pannofino (!), Ivan Zazzaroni – stimato giudice di Ballando con le stelle -, Paola Ferrari etc.) e quella della BBC (che nel suo team vanta gente come Alan Shearer, Gary Lineker etc.). Non intendiamo discutere della marea di errori commessi, nuovamente, dalla coppia Rai (esilaranti, ieri, le pronunce dei calciatori inglesi, oltre al capolavoro, tra i tanti, “Buffon con i pugni” quando il portiere aveva chiaramente trattenuto la palla), ma appunto del rispetto dell’avversario, che riassumiamo con queste due frasi (ringraziamo il nostro amico Davide, il quale ce le ha portate a conoscenza).

BBC, appena Diamanti segna il rigore: “e il senso di giustizia del calcio è rispettato”
Rai, Dossena al 66′, o giù di lì: “gli inglesi si stan cagando sotto”*

Piccole cose, piccole differenze. Eppure siamo sicuri che, a parti invertite (con l’Inghilterra che vince ai rigori, dopo aver dominato) si sarebbe parlato, parallelamente ai processi alla squadra (quelli non mancano mai) di “fortuna dell’avversario” e altre amenità simili. Se essere esterofili significa amare l’equilibrio nei giudizi sì, lo ammettiamo: siamo esterofili. Ma forse ci piace solo il rispetto, e l’onestà intellettuale, e quella sobrietà che si accompagna sempre alla qualità delle telecronache, qualità a cui non siamo più abituati da anni.

* in realtà non ha usato il termine “cagando addosso”, ovviamente. Ma rendeva bene l’idea di una telecronaca improntata sul mettere in risalto il terrore dell’avversario

P.S. vorremmo simbolicamente dare il premio “tweet” dell’anno al bellissimo, autoironico, divertente tweet di @VisitEngland: England lose on penalties. For more on our culture and traditions go to http://www.visitengland.com  😉
Unici

Jordan Rhodes, la rivelazione dell’anno

Siamo stati dubbiosi a lungo: lo dedichiamo o no un post a Jordan Rhodes? Non perchè sia un argomento di scarso interesse o perchè ci faccia ribrezzo l’Huddersfield, squadra d’appartenenza del giocatore, che anzi è bello vedere di nuovo almeno nella Championship, ma perchè sarebbe un precedente, e dovremmo ogni volta che un giocatore fa una stagione strabiliante parlarne. Però allo stesso tempo ci siamo risposti che una stagione da 40 goals complessivi meritasse almeno qualche riga, prima che, chissà, tutti ne riparlino un giorno, quando Rhodes segnerà al Manchester United (glielo auguriamo, per inciso). Per cui sì, glielo dedichiamo.

Rhodes con il premio di Player of the Year

Jordan Luke Rhodes nasce a Oldham, vicino a Manchester, il 5 Febbraio 1990. Il padre, Andrew “Andy” Rhodes, portiere, giocava infatti per i Latics in quel periodo, in uno dei momenti migliori nella storia della squadra, tant’è che prese parte lui stesso alla finale di Coppa di Lega del 1990, persa dall’Oldham 0-1 contro il Nottingham Forest. Nello stesso anno però Andy si trasferì, famiglia al seguito, in Scozia, a giocare nel Dunfermline, esperienza a cui fece seguito il St Johnstone (dal 1992 al 1995) e l’Airdrieonians, con due parentesi inglesi in prestito, prima al Bolton e poi allo Scarborough (dove chiuse la carriera). Inglese di nascita, Jordan è cresciuto però in Scozia, dove iniziò anche a giocare a calcio, seguendo le orme del padre come portiere al Carneyhill, piccola società dell’omonima cittadina vicino a Dunfermline. Ma, come il passato del padre, anche il futuro di Jordan sarà in Inghilterra.

Approda nelle giovanili del Barnsley nel 2005 ma, quando il padre viene assunto dall’Ipswich Town come allenatore dei portieri lo stesso anno, il figlio lo segue nell’East Anglia, acquistato dai Tractor Boys per 5.000 sterline. Nel frattempo gli viene consigliato di provare a giocare in attacco (nonostante il padre, come dichiarato di recente, l’avrebbe voluto vedere in porta), decisione a posteriori saggia; così quando inizia a giocare per la squadra under-16, inizia nello stesso momento a segnare a raffica, tant’è che nella sua prima stagione passa dall’under-16 alla squadra riserve, segnando nel mentre più di quaranta goals e attirando l’attenzione della Nazionale inglese under-17, alla quale dovette però rinunciare a causa di un infortunio. E furono proprio gli infortuni a segnare la seconda stagione nell’Ipswich, stagione che non lo vide mai in campo come invece era immaginabile per un talento di quel calibro. Il debutto tra i grandi era dunque rimandato.

Viene, a inizio della stagione 2007/2008 (10 Ottobre), prestato un mese all’Oxford United, in quel momento in Conference. Con gli U’s gioca 4 partite di campionato, non andando mai a segno; segna invece una doppietta in FA Cup, partita vinta dall’Oxford 2-1 contro il Merthyr Tydfil. Prima del termine naturale del prestito l’Ipswich richiama Rhodes alla base, in quanto necessitava di lui per una partita di FA Youth Cup (competizione molto importante, la più importante a livello giovanile), causando così la reazione dell’Oxford, che evidentemente credeva molto nel giocatore e avrebbe volentieri prolungato il prestito. “It’s a shame but Ipswich have asked for him back so all we can do is thank him for his efforts here“, dichiarò il manager degli U’s, Jim Smith, il quale aggiunse “Jordan is a player with a bright future ahead of him“. Profetico.

Viene aggregato alla prima squadra, collezionando un totale di 8 presenze e segnando il suo primo goal in campionato, il 9 Aprile 2008 contro il Cardiff City. Ma evidentemente non bastava quel goal per convincere lo staff dell’Ipswich, che a Settembre del 2008 lo manda nuovamente in prestito, questa volta in League Two al Rochdale, sempre per un mese. Con il Dale gioca 5 partite e segna 2 goal; torna all’Ipswich, dove però non c’è ancora spazio per lui. Così la squadra lo rimanda in prestito in League Two, questa volta al Brentford, un’esperienza che doveva essere originariamente mensile ma che viene estesa quasi subito al termine della stagione. E finalmente Rhodes ha l’opportunità di giocare con continuità: i Bees sono la squadra più forte del campionato (che vinceranno) e Jordan contribuisce alla promozione con 7 goals in 14 partite, tra cui una tripletta contro lo Shrewsbury che lo fa diventare il più giovane autore di un hat-trick nella storia del club. Un infortunio al dito del piede lo costringe al rientro anticipato all’Ipswich e chiude la sua stagione.

Due indizi fanno una prova si dice; noi lo modifichiamo con tre stagioni fanno una prova, la prova che all’Ipswich poco credevano nel ragazzo, forse per i tanti infortuni, o forse per ragioni squisitamente tecniche (la storia è piena di talenti bocciati in prima istanza da qualche club poi pentitosi). Fattostà che, quando il manager dell’Huddersfield Lee Clark bussa alla porta dell’Ipswich, questi rispondono ok: Rhodes diventa così un Terrier. Clark ci aveva visto giusto: 23 goal totali la prima stagione, 22 la seconda, 40 nell’ultima, magnifica annata culminata nella promozione del club dello Yorkshire, giocando rispettivamente 45, 37, 40 partite in campionato, segno che gli infortuni lo hanno lasciato tranquillo. Ovviamente è proprio quest’ultima stagione ad aver portato Rhodes all’attenzione di tutti, da addetti ai lavori ad appassionati: 36 goals in campionato, di cui 5 in una partita (contro il Wycombe) e 4 in un’altra (Sheffield Wednesday), 6 triplette finali, il titolo di Giocatore dell’Anno della League One e la convocazione in Nazionale.

Proprio la Nazionale è argomento interessante, visto che, già a livello under-21, Rhodes ha optato per giocare nella Scozia (seguendo il percorso di un mito come Denis Law, giocatore dell’Huddersfield e della Scozia), per la quale è convocabile grazie agli almeno 5 anni di scuola fatti nel Paese di Braveheart e delle cornamuse. 8 presenze e 8 goals totali con l’Under sono stati il preludio, insieme alla strepitosa forma mostrata all’Huddersfield, alla convocazione in Nazionale maggiore, con la quale ha debuttato l’11 Novembre 2011 contro Cipro, subentrando nei minuti finali. Se a prima vista può sembrare una scelta di comodo (reputando magari irraggiungibile la Nazionale inglese), Rhodes ha invece detto di sentirsi pienamente scozzese, nonostante sia per origini famigliari e di nascita inglese a tutti gli effetti. “It was never in doubt I would be sticking with Scotland. I’m Scottish through and through. I had all the jerseys as a kid and grew up watching Scotland“.

Ora le voci di mercato, come inevitabile che sia, si susseguono. Già a Gennaio alcune società, West Ham su tutte, hanno mostrato interesse per il 22enne di Oldham; l’Huddersfield, ovviamente, ha rifiutato qualsiasi avances, impegnato com’era nella corsa promozione. Quest’estate sarà sicuramente più calda, e due squadre, Celtic (squadra del cuore di Rhodes) e Fulham hanno mostrato interesse. Sarà difficile per l’Huddersfield trattenere Rhodes, nonostante il diretto interessato non sembri molto interessato alle voci di mercato. “You guys can make up the stories or whatever they might be, rumours or whatever. They don’t tend to affect my mindset” ha dichiarato al Daily Mail poco prima della finale di playoff contro lo Sheffield United. Sicuramente la sua attenzione, prima che al mercato, è rivolta alle Olimpiadi: Rhodes è stato infatti incluso nella pre-selezione del Team GB, e ai primi di Luglio sapremo se farà parte della squadra olimpica britannica.

Ma che giocatore è Jordan Rhodes? Attaccante di buona stazza (1.88 m, o se preferite 6 piedi e 2 pollici), trae la sua forza da un mix di caratteristiche. Usiamo parole trovate in rete: “He is not a fox-in-the-box, he is not a big target man and he is not a speed merchant who can dribble past the whole team. He is a very decent mixture of all those attributes“. Ma soprattutto, e questo è il tratto distintivo di un attaccante, possiede l’innato e non-insegnabile fiuto per il goal, il feeling con il pallone, il capire sempre dove questo vada a finire, oltre a una capacità di finalizzare notevole, unita alla freddezza. La capacità di far salire la squadra è invece il suo punto debole, visto che, spalle alla porta, perde del tutto la sua efficacia, per cui ben si integrerebbe con attaccanti più “fisici” e magari meno goleador. Come lo ha definito Mark Wotte, attuale dirigente della FA scozzese, “he is the best goalscorer in the UK“. E vedremo se lo confermerà.