Dixie

Ci sono giocatori che legano il loro nome indissolubilmente a quello di un club.
Magari oggi un po’ meno, ma qualche caso lo troviamo ancora. John Terry, Ryan Giggs (o Scholes o Neville), Steven Gerrard, ad esempio.
O Alan Shearer, che seppur non abbia giocato sempre nel Newcastle, è associabile ai Magpies più che al Blackburn, con cui però avrebbe vinto un titolo irripetibile.
Andando indietro nel tempo, i casi si sprecano. E figurarsi se spostiamo le lancette del nostro orologio indietro non solo di anni, ma di decenni. Per ogni squadra ci sono almeno due nomi di leggende. Calciatori che hanno regalato gioie ai tifosi, che hanno sudato e lottato per una maglia. E che magari si sono meritati una statua, onore riservato a pochi, grandi immortali.
Questa storia parla di uno di loro.
Parla di un eroe romantico, pulito ed elegante, che in un giorno di marzo muore tra le braccia della sua sposa, senza più la sua gamba destra, quella che lo rese ciò che era.
Se i trovatori esistessero ancora, canterebbero le avventure dei calciatori, i cavalieri di oggi. Su di lui, però, avrebbero composto la moderna Chanson de Roland.
Siamo a Birkenhead, città situata sulla sponda opposta del fiume Mersey rispetto a Liverpool. 313 di Laird Street, una delle vie principali della città. 22 Gennaio 1907, la data in cui vide la luce del Mondo per la prima volta.
Proprio per la scuola locale, la Laird Street School, questo ragazzotto, nipote di un ferroviere, iniziò a giocare a calcio.
Un’idea meravigliosa, specie nel Merseyside, che ha da sempre un rapporto privilegiato con the beautiful game. Un’idea meravigliosa, poi, se sei uno che al pallone dà del tu, senza timori reverenziali.
Il calcio, peraltro, piaceva anche a suo padre, William Sr., e in particolare gli garbava una squadra: l’Everton Football Club. Nel 1915, William Sr. portò suo figlio, per la prima volta, a Goodison Park. Aveva 8 anni, e quell’Everton si sarebbe apprestato, da lì a poco, a vincere il titolo.
Questa storia dell’Everton, di cui ovviamente il ragazzo si innamorò, tornerà utile più tardi.
Per il momento restiamo a Birkenhead, con le sue case basse e di mattoni rossi.
Come detto, il ragazzo sviluppò un rapporto d’amore con la palla da calcio. Talento innato. Un giorno lo notano gli scout del Tranmere Rovers, la squadra locale. A 16 anni, con la benedizione dei genitori, entra a far parte del club.
Prenton Park non era esattamente Wembley, che aprì i battenti lo stesso anno in cui il ragazzo firmò per i Rovers, il 1923. Una delle stand, ancora oggi, si chiama the Cowshed. La stalla.
Ma il nostro, nonostante tutto, si seppe ritagliare il suo spazio di gloria anche da questo palcoscenico di periferia. Per forza, segnava a raffica ed era poco più che un adolescente! 27 goal in 30 partite recitano gli annali, tutti concentrati nella seconda stagione. Media: un goal a partita (la prima vide 3 presenze e zero reti).
Rimase al Tranmere due sole stagioni, perchè poi il destino gli aveva affidato un altro compito: scrivere la storia dell’Everton.
Molti club chiesero informazioni. Arsenal, Newcastle, tutti con un grande svantaggio: non essere l’Everton. Perchè quando il segretario-manager dei Toffees, Mr. McIntosh, chiese di vedere Dixie, lui per la gioia corse 4 kilometri che lo separavano dal luogo dell’incontro.
Già, Dixie. Lui per la verità non ha mai amato questo soprannome, preferiva Bill, diminutivo di William.
Però al Tranmere qualcuno pensò che questo ragazzo del Merseyside assomigliasse, per tratti somatici, ad uno del Sud degli States. E uno del sud degli States è, per forza, “Dixie”, perchè abitante al di sotto della linea Mason-Dixon. Appunto.
Torniamo ai fatti, perchè qui svoltò la carriera. Per 3.000 sterline, Dixie passò all’Everton. Un accordo in essere col Tranmere presupponeva che il 10% della cifra sarebbe spettato a lui. Ma invece che 300 pounds, se ne vide recapitare solo 30. Chiamò il suo manager, Bert Cooke, e gli disse: “e il resto?”. “Senti, Bill, è il massimo che la lega ci permette di darti”. Furioso, si rivolse allora a John McKenna, presidente della Football Association. Che per tutta risposta gli comunicò, laconico: “mi dispiace che tu abbia firmato, e questo è quanto”.
Avidità? Per nulla. Quelle 30 sterline Bill le diede in consegna ai genitori, che a loro volta le donarono all’ospedale di Birkenhead.
L’Everton, l’amato Everton, e qui, a Goodison Park, Dixie scriverà la leggenda dei Toffees e del calcio inglese.
Arrivò a campionato in corso, in tempo per segnare 2 reti in 7 partite. La prima stagione completa fu il 1925/26: 32 centri in 38 incontri. E poi a seguire 21 reti in 27 partite. Fino al 1927/28.
Qui bisogna fermarsi. Perchè quella fu la più grande stagione che un attaccante inglese abbia mai giocato. Un numero di goals che è persino imbarazzante da scrivere: SESSANTA. Sei-zero. L’Everton, ovviamente, vinse il titolo, il terzo della sua storia, e Bill, da Birkenhead, a 21 anni divenne semplicemente the greatest goal-scorer of England. Il più grande e il più famoso attaccante d’Albione.
Segnava in tutti i modi, specialmente di testa, ma non per questo rispecchiava per forza i canoni del tipico centravanti inglese. Anzi. Eddie Hapgood, terzino dell’Arsenal, lo descrisse così: “un mago con la sfera ai piedi, ma letale di testa, forte come un toro, era impossibile togliergli palla, giocava in modo pulito, era un grande sportivo ed uno che non si dava mai per vinto. Era anche uno duro e tosto, non solo perché era grande e grosso, ma perché amava spesso allargarsi sulle fasce, portandosi dietro il centro-mediano e, assai di frequente, riusciva a saltarlo, complicando assai le cose per la difesa.” Oggi diremmo “un attaccante completo”.
Nella stagione post-record segnò 26 volte, 23 in quella successiva. Due stagioni, queste, costellate di piccoli problemi che gli fecero saltare diversi match. Forse anche per questo successe quel che successe in quel maledetto 1929/30.
Senza avversità, non sarebbe la romantica storia, la chanson de geste che tanto abbiamo decantato in apertura. Come in ogni racconto che si rispetti, l’eroe deve superare almeno una difficoltà per realizzarsi.
Dixie aveva vinto, Dixie vincerà, ma prima dovette assistere, quasi inerme, alla retrocessione dell’Everton. Del suo Everton. L’eroe a questo punto si erge sugli altri e, da solo, risolve la situazione. A suon di reti riporterà immediamente i Toffees in First Division e, da neopromossi, vinceranno anche il campionato successivo. Ovviamente con Dixie protagonista.
Chiuderà l’esperienza all’Everton con due titoli, due Charity Shield, una FA Cup (1933, con goal nel 3-0 in finale contro il City). 349 goal in 399 partite, 377 in 431 se si contano tutte le competizioni.
Giocò ancora, dopo i Toffees. Dapprima al Notts County, poi allo Sligo Rovers in Irlanda e infine all’Hurst, oggi Ashton United.
Chiusa la carriera, aprì un pub, il Dublin Packet, a Chester. E fece anche altri lavori, umili, se è giusto chiamarli così. Come si conviene ad un eroe buono, mai ammonito in carriera.
All’Everton, guadagnava 8 sterline a settimana d’inverno, 6 d’estate. “When i was playing i couldn’t afford a pair of boots“, dirà a George Best. Ma non ne fece mai un motivo di lamento.
Un giorno gli chiesero se il record di 60 goal in campionato sarebbe mai stato battuto. “Certo”, rispose, “ma solo un uomo ce la farà. Ed è quello che cammina sull’acqua”.
Il calcio gli mancava, ma la salute problematica lo tenne spesso lontano da Goodison Park. Nel Novembre del 1976 gli amputarono la gamba destra in seguito ad una trombosi. Un duro colpo.
Forse sentendo avvicinarsi l’inesorabile fine, Dixie decise il 1 Marzo del 1980 di tornare a Goodison, perchè gli mancavano i suoi tifosi, il suo Everton. Non una partita come le altre, ma il Merseyside Derby. Everton-Liverpool.
Il destino è lo scrittore più grande, assurdo, imprevedibile che esista. Perchè Dixie, leggenda dell’Everton, morirà lì, a Goodison Park, pochi istanti dopo il fischio finale di un derby contro il Liverpool.
Un vecchio cavaliere che torna per un’ultima volta sul campo di battaglia, persa (vinse il Liverpool, 2-1) e lì saluta per sempre la vita.
O meglio ancora un amante che muore guardando negli occhi la sua amata, che lo vede spegnersi a sua volta. La tragedia romantica, sublimata.
Siamo certi che, se avesse potuto scegliere, Dixie avrebbe scelto così. E forse per questo, quel giorno, insistette per andare a Goodison, o almeno, è in quache modo bello pensare che sia così.
Il ricordo più suggestivo, tra i tanti, venne da un “nemico”, Bill Shankly. Nemico, tra virgolette s’intende, perchè il grande allenatore scozzese plasmò il suo Liverpool anche in funzione anti-Everton, che d’altronde fino agli anni ’60 dominava la scena nel Merseyside. “Ci sono due squadre a Liverpool. Il Liverpool e il Liverpool riserve”. Uno spirito che mantenne anche il giorno del funerale, quando disse “lo so che è un’occasione triste, ma son sicuro che Dixie sarebbe estasiato nel sapere che anche da morto riesce a radunare più gente che l’Everton il Sabato pomeriggio”.
Una caduta di stile pensò qualcuno, un omaggio sincero crediamo noi, condito da quell’ironia tipica dell’uomo da Glenbuck. Ma Shankly disse anche “He belongs to the company of the supremely great, like Beethoven, Shakespeare and Rembrandt“. Tre artisti, in tre diverse categorie. Come dire: la quarta, quella del calcio, è appannaggio di Dixie.
Oggi, una statua ne commemora le gesta fuori Goodison Park. C’è scritto “the most lethal header in the history of the game“, giusto per rimarcare la specialità della casa; oltre al record, imbattibile, di 60 goal in un campionato, e al ricordo della morte avvenuta in quel luogo.
Dopo il funerale in Laird Street, la strada che lo vide nascere e crescere, le ceneri vennero deposte sul prato di Goodison Park. Perchè, onestamente, nessun altro luogo avrebbe potuto ospitarle. E quale migliore conclusione della storia, a cui abbiamo volutamente dato un’impronta quasi mitica, pensare che, ancora oggi, lo spirito leggendario di Dixie aleggi su Goodison, a infondere coraggio e passione ai giocatori che, negli anni, indossarono e indosseranno la casacca blu dei Toffees?
Decisamente sì, ci piace pensare che sia così.

Come forse avete notato, non abbiamo mai citato il cognome di Dixie. Perchè è superfluo, perchè gli eroi non hanno un cognome. E perchè, soprattutto, difficilmente rivedremo un altro così.
William Ralph “Dixie” Dean, 1907-1980.

Dixie_Dean_Monument

Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

Alan Shearer – seconda parte

Seconda parte del post dedicato ad Alan Shearer

NEWCASTLE UNITED
“When I was a young boy I wanted to play for Newcastle United, I wanted to wear the number nine shirt and I wanted to score goals at St James’ Park. I’ve lived my dream and I realise how lucky I’ve been to have done that”

Shearer arrivò, anzi tornò, a Newcastle, una città sicuramente cambiata da quando l’aveva lasciata, ma con quello spirito operaio indelebile che ne permeava l’aria. E soprattutto, con quell’amore incondizionato per i Magpies. Una città che vive di calcio, che poi è il veicolo prediletto per trasmettere a tutti la fiera appartenenza geordie. Una città che riempie uno stadio da 52.000 posti da anni, sebbene non si vinca niente, niente, dal 1955. Fategli notare questo, a un geordie: vi dirà che le vittorie contano, ma fino a un certo punto. Vi dirà che quei fottuti londoners, o mancunians dall’orribile accento vinceranno pure, ma non sanno un cazzo di cosa sia lo spirito di St James Park, il suo ruggito in quelle giornate in cui la pioggia fitta e fredda ricorda a tutti che siamo nel Nord dell’Inghilterra. Il tutto sorseggiando una pinta, cosa tipicamente inglese ma che a Newcastle ha un sapore comunque diverso. Ecco, ora date a quest’ambiente il miglior giocatore inglese dell’epoca, che era, soprattutto, un figlio di Newcastle, e potete immaginare cosa ne venne fuori. La città impazzì, letteralmente. Al mercato non si parlava d’altro, persino la maestra – che sanguina black & white, ovviamente – tirò fuori l’argomento e a quel punto gli alunni capirono che si trattava di qualcosa di grosso. Il Newcastle ne veniva da un secondo posto, e con Shearer davanti si sentiva legittimato a sognare. Keegan venne sostituito a stagione in corso da Dalglish, che con Alan aveva vinto, miracolosamente, a Blackburn: ma fu nuovamente secondo posto. Medaglia d’argento, a volte di bronzo. La carriera di Shearer è anche questa. Due finali di FA Cup consecutive: 1998, 1999. Entrambe 2-0, ma per gli altri, quelli sbagliati. Londoners, mancunians. Eppure Alan il suo compito lo svolgeva, 1997/98 a parte, quando segnò solo 2 goal in una stagione segnata dagli infortuni. Ma per il resto la pioggia di goal faceva da contraltare metaforico alla pioggia di Newcastle. Segnava anche quando in panchina c’era Ruud Gullit, forse il manager più odiato da Shearer, quello che gli dirà in faccia: “sei il giocatore più sopravvalutato che abbia mai visto!”. Ruud, un elegante papavero nero, anzi, un “cervo che esce di foresta” per dirla alla Boskov, non tollerava che quello sgraziato attaccante non solo fosse il suo attaccante, ma gli facesse pure da capitano. Troppo poco orange. Un giorno lo tolse dall’undici titolare nel derby contro il Sunderland, i Magpies persero e a Ruud venne indicata la porta. Ma Shearer segnerà soprattutto quando arriverà a sedersi sulla panchina un sir d’altri tempi, che poi Sir lo era davvero: Bobby Robson. Un binomio che a Newcastle ha portato zero titoli, ma che ha scaldato migliaia di cuori. E non solo a Newcastle. Bobby, uomo del nord anche lui, County Durham, fu l’esatto contrario di Gullit per Shearer. I due trascinarono il Newcastle a un passo dalla gloria europea, raggiugendo la semifinale di Coppa UEFA del 2004. Persero contro l’Olympique Marseille, perchè sostanzialmente non c’era antidoto a Didier Drogba. No, nemmeno i 52.000 di St James Park. In Champions, invece, non andrà mai oltre i gironi Alan. Anzi, sbaglierà un rigore nel preliminare contro il Partizan. Era il 2003. Robson venne licenziato ad Agosto 2004, e Shearer dal canto suo decise che quella sarebbe stata la sua ultima stagione. Provò a coronarla con un trofeo, ma si arrese nelle semifinali di FA Cup e nei quarti di UEFA, dove però Alan segnò undici goal. Troppi, per uno che voleva mollare tutto, pensò Graeme Souness, il nuovo manager: lo convinse a continuare. Entrò anche nel coaching staff, ma ovviamente la sua preoccupazione principale rimaneva segnare. Anche perchè all’orizzonte c’erano i 200 goal in maglia Magpies di Jackie Milburn, ineffabile figlio del Northumberland che dal Newcastle se ne andò nel 1957 lasciando in eredità il record di goal segnati. Ci volle un’altra stagione a Shearer per superare il record di Milburn. Quel giorno, il 4 Febbraio 2006, festeggiarono tutti: la maestra, gli alunni, i disoccupati, che da queste parti abbondano e sono il lascito della de-industrializzazione. Shearer arriverà a 206 goal con la maglia bianco-nera, 206 scatti di lui con il braccio alzato, il sorriso beffardo e l’orgoglio di segnare per la sua gente che traspare negli occhi. Un infortunio lo mise fuori causa per le ultime tre partite stagionali, e per il resto di questa vita, almeno. The end of the line. Shearer si chiamò fuori. Gli dedicarono un enorme banner al di fuori di St James Park: thanks for 10 great years, con una foto di lui, ovviamente con il braccio alzato e il sorriso beffardo. Più grande del “Angel of the North”, famosa scultura locale, sicuramente più bello, e ci perdonerà Antony Gormley. Lo chiameranno ancora una volta a St James Park, quando il Newcastle stava sprofondando verso la seconda serie. Shearer accettò di fare il manager perchè “It’s a club I love and I don’t want them to go down“. Ma non bastò il suo amore, e i Magpies finirono in Championship. L’ultimo ricordo di Shearer a Newcastle sarebbe questo, ma facciamo finta di nulla. Fanno tutti finta di nulla, perchè è giusto così. Ora fa l’analista TV sulla BBC, e si dedica alla sua fondazione benefica. Il giorno del ritiro uno striscione recitava: “non sei solo il figlio di un lavoratore del metallo di Gosforth, sei una leggenda”. Bellissimo: come se essere il figlio della Newcastle proletaria fosse già di per se un merito, a cui lui aveva aggiunto solo 206 goal, quelli che lo innalzarono a leggenda. Ma anche senza quei goal, lui sarebbe comunque stato “a sheet metal worker’s son from Gosforth“. Lo spirito geordie, che lui incarnava alla perfezione.

INGHILTERRA
“No money in the world can buy a white England shirt”

Shearer ha sempre amato la maglia della Nazionale, e ne andava orgoglioso di indossarla. E come la indossava, poi. A partire da quel record con l’under-21, 13 goal in 11 partite, quando a Southampton gli facevano fare la seconda punta e segnava con il contagocce. Nel Febbraio 1992, poi, l’esordio, quello vero. Inghilterra-Francia, a Wembley e con goal, ma questo lo abbiamo già detto. La Nazionale fallì la qualificazione a USA 94 anche (ma non solo) perchè Alan rimase a lungo fuori per infortunio. La consacrazione con i Tre Leoni arrivò, e fu indubbiamente Euro 96. Gli Europei casalinghi, che avrebbero dovuto riportare un trofeo sul suolo d’Albione. Shearer prese molto sul serio l’obbiettivo: goal contro la Svizzera, poi contro la Scozia, poi doppietta ai Paesi Bassi. Nei quarti contro la Spagna non segnò, ma l’Inghilterra vinse ai rigori e dalle 12 yards Shearer fu implacabile. Fu semifinale, contro la Germania. Quelli che vincono sempre, stando a Lineker, di cui Shearer in Nazionale fu l’erede designato. Vinsero anche quella volta, ai rigori, dopo che Kuntz pareggiò quasi immediatamente il goal iniziale inglese. Goal ovviamente di Alan, che non vinse nulla nemmeno con la Nazionale, ma se non altro questo è destino comune se sei nato nel lembo di terra che va da Dover al Northumberland e non ti chiami Bobby Moore, Geoff Hurst o Bobby Charlton. Della Nazionale divenne capitano, in vista delle qualificazioni per Francia 98. Si infortunò nella stagione pre-Mondiale ma tornò in tempo per la fase finale. Agli ottavi (nel girone Shearer segnò un solo goal) l’Argentina, altra rivale storica. Anche stavolta Shearer segnò, dal dischetto, ma gli argentini pareggiarono. Un suo gomito alto, e l’uso improprio dei gomiti è sempre stata un’accusa rivoltagli da avversari e detrattori vari, su Carlos Roa fece anche annullare il goal vittoria di Sol Campbell, e l’Inghilterra venne immancabilmente sconfitta ai rigori. Niente da fare, non era destino. Nemmeno all’Europeo del 2000, dove il solito braccio si alzò contro la Germania per una vittoria storica, ma la Nazionale venne comunque eliminata nella fase a gironi. Quello, inutile, contro la Romania fu l’ultimo goal per Shearer con la maglia bianca che lui amava. A 30 anni si ritirò dal calcio internazionale, dopo 63 caps e 30 goal, nemmeno così tanti. I caps, non i goal, che ne sono una ovvia diretta conseguenza.

Attaccanti così non ne nascono più, in Inghilterra, e dire che ne sono un prodotto tipico. Sgraziati, fisici, addirittura goffi alle volte. O almeno, nascere ne nascono, ma difficilmente hanno il talento per arrivare in Nazionale. E invece Alan Shearer da Gosforth ha segnato la storia di questo sport. Uno che, se gli avessero messo una maglia anni ’60 addosso, di quelle senza scritte nè sponsor, e scattato una foto in bianco e nero, l’avremmo tutti confuso con un giocatore di quel periodo. Goal, braccio alzato, sorriso beffardo. 379 volte ha ripetuto quel gesto, ma non ci stancavamo mai.

Alan Shearer – prima parte

“You never get fed up scoring goals”

Ci sono storie difficili da raccontare, perchè ci coinvolgono emotivamente. Per esempio narrare le gesta del tuo idolo, di quello che sarà sempre il tuo unico idolo. Ci proveremo, senza assicurarvi nulla. Si dà il caso però che questo signore qui sia l’idolo di parecchi appassionati di calcio inglese e no, per cui in molti si riconosceranno in questo sentimento, in molti capiranno. Alan Shearer, sì, lui. Quello che alzava il braccio destro per esultare, come se le esultanze stravaganti non fossero mai esistite e il calcio fosse ancora quello degli anni ’30. Quello che, a prima vista, sembrava uno che aveva cominciato a giocare a calcio mercoledì scorso con gli amici. Poi però segnava da tutte le posizioni, in tutti i modi: di rapina, al volo, di testa, da trenta metri, e allora ti ricredevi, ti meravigliavi, ti innamoravi. Un attaccante “vecchio stile” come ci suggerisce il nostro amico Roberto Gotta. Niente tatuaggi, niente avventure alla Gascoigne, niente di niente; anche in campo: pulito, essenziale, micidiale, non sempre aggraziato, ma micidiale. Niente giochetti di gambe, niente dribbling spettacolari. Solo goal, come se piovesse.

GLI INIZI
“I didn’t watch cartoons. I was too busy playing football”

Alan Shearer nasce a Gosforth, Newcastle-upon-Tyne, il 13 Agosto 1970 da Alan e Anne Shearer, classe operaia del nord dell’Inghilterra, e a Newcastle non è che ci fossero molte alternative, a Gosforth poi, quartiere povero della città, non ne parliamo. Il padre, fiero operaio del nord-est, vorrebbe indirizzare il figlio verso lo sport dei ricchi: il golf! Per fortuna Alan la pensa diversamente e fa cambiare idea anche al padre: a lui piace il calcio, che peraltro è da sempre orgogliosamente lo sport degli operai. A Newcastle, poi, the Beautiful Game è una religione, tanto che, forse ve ne sarete accorti, nonostante una squadra sì famosa e con qualche trofeo ma non tra le più vincenti, il St James Park è il terzo stadio di club per capienza sul suolo d’Albione, ed era il secondo prima che venisse costruito l’Emirates. Ovviamente il nostro viene a contatto con questo mondo, e la passione per le maglie bianco-nere del Newcastle United crescerà in lui di pari passo alla statura e al talento, che iniziò ben presto a mettere in mostra. Ribadiamo meglio il concetto, visto che viviamo un mondo di leccaculo che, appena arrivano in una squadra, dichiarano “tifo X fin da bambino”: Shearer, che avrebbe avuto vita facile a dichiarare “tifo Newcastle” visto che lì è nato e sarebbe stato comunque difficile non credergli, un magpie lo è sempre stato, al punto di fare la fila fuori da St James Park il giorno della presentazione di Kevin Keegan e farsi immortalare con quello che, ironia della sorte, un giorno sarà il suo allenatore. All’epoca Alan aveva 12 anni; un anno dopo sarebbe stato notato da un osservatore mentre giocava nella rappresentativa giovanile locale, il Wallsend Boys Club. Al Wallsend Alan arrivò dopo una brillante carriera scolastica. Brillante sui campi da gioco, ovviamente. Il giovine Shearer venne anche selezionato per giocare nel Newcastle City Schools team, la squadra che univa i migliori talenti scolastici della zona, con i quali prese parte a un torneo a St James Park, il primo assaggio di un campio che imparerà a conoscere, e bene. Torniamo all’osservatore che lo notò giocare con il Wallsend. Mr Jack Hixon, classe 1921, già ferroviere, suggeriva talenti del Nord-Est a diverse squadre: principalmente Burnley, ma anche Ipswich Town, Sunderland, e…Southampton. Mr Hixon è deceduto pochi anni fa, all’età di 88 anni, e Alan Shearer non ha tardato a rendere omaggio a quello che è diventato negli anni suo amico e mentore: “Jack was a lovely man and totally dedicated. We were very close and he will be sadly missed”. Nei due anni successivi, infatti, Hixon prese il ragazzo sotto la sua ala protettrice, si guadagnò la fiducia dei genitori – il vero duro compito del talent scout – e lo portò così a svolgere una serie di provini per squadre pro; West Brom, Manchester City, lo stesso Newcastle (si dice che i tecnici dei Magpies lo videro giocare solo in porta, per questo lo scartarono; e li pagavano pure…) e soprattutto Southampton: Aprile 1986, Alan mette gli scarpini in valigia e va nell’Hampshire, a miglia di distanza dalla sua Newcastle.

SOUTHAMPTON (1986-1992)
“the making of me”

Shearer arriva a Southampton, come detto, nell’Aprile del 1986, all’età di quindici anni, quasi sedici per la verità, ed entra come si conviene a un ragazzo di quell’età nel settore giovanile dei Saints. La scelta fu dettata, oltre come possiamo immaginare dall’interesse mostrato dal Southampton nei suoi confronti, dall’ottimo feeling che il giovane Shearer intuì ci fosse col coaching staff (Dave Merrington, il coach, era nativo di Newcastle anch’egli), oltre che dal fatto che altri ragazzi del North-East avevano firmato per i Saints. La prima stagione di Shearer nella giovanili del Southampton fu corredata da una marea di goal, tant’è che Merrington provò a suggerirlo già allora alla prima squadra, rendendosi conto che, oltre al talento, quel ragazzo aveva in se una maturità straordinaria per essere un teenager (qualità che gli riconoscevano in tanti, per la verità). Shearer non venne aggregato in quella sua prima stagione alla prima squadra, ma poco male, ci sarebbe stato tempo, e già dalla stagione successiva Alan cominciava a fare la spola tra squadra giovanile e squadra riserve. Finchè arrivo il 26 Marzo 1988: quel giorno Alan si aggregò al Southampton e cominciò la partita a Stamford Bridge contro il Chelsea dalla panchina, salvo subentrare e fare così il suo esordio ufficiale nel calcio che conta. Cominciava una storia lunga 18 anni, una storia che già da subito si fece interessante, facendo presagire che non ci si trovava di fronte al solito giovane di belle speranze e nulla più. 9 Aprile 1988, Southampton-Arsenal, come scenografia il magnifico e insostituibile The Dell. Shearer è nell’undici iniziale. Cinque minuti e arriva il primo goal di tanti, tantissimi che seguiranno; goal che a fine partita saranno tre, e a 17 anni e 240 giorni Alan diventa così il più giovane giocatore di sempre a portarsi a casa il pallone della partita, spazzando via dal libro dei record Mr Jimmy Greaves, il principe inglese del goal. Quella stagione Shearer giocò solo altre tre partite, senza segnare, ma le notizie arrivarono fuori dal campo. Firmò il suo primo contatto professionista e una sera in un pub conobbe Lainya, che sarebbe diventata la compagna di una vita; proprio a casa dei genitori della ragazza, Shearer si trasferì in quella sua seconda stagione nella costa sud. La terza stagione a Southampton fu nuovamente fatta di apparizioni col contagocce in prima squadra, per un totale di dieci partite e zero goal. Non esattamente una stagione da ricordare, che però non offuscò l’attenzione che i tecnici dei Saints riponevano sul ragazzo, tant’è che il 1989/90 si aprì con Shearer in pianta stabile in prima squadra. Stagione più fortunata, con 26 presenze e 3 goal, bottino magro giustificato dal tipo di gioco richiesto a Shearer, che sostanzialmente fungeva da centravanti di manovra, al centro dell’attacco  e con il compito di favorire gli inserimenti dei due esterni, uno dei quali rispondente al nome di Matthew Le Tissier. Stessi compiti, più o meno, che dovette svolgere anche nell’anno successivo, 36 presenze e 4 goal, e il premio di giocatore dell’anno per i tifosi. Ora, rispettiamo le decisioni dell’allenatore, ma non intuire e valorizzare la vena realizzativa di Shearer non depone molto a favore di Chris Nicholl, manager fino a quella stagione (venne sostituito da Ian Branfoot). Shearer venne convocato nella Nazionale under-21 che prese parte al torneo di Tolone, e qui sì che le qualità vennero sfruttate appieno: 7 goal in 4 partite ne fecero il miglior giocatore del torneo. A quel punto anche a Southampton si accorsero che quel geordie aveva il goal nel sangue, e finalmente ne liberarono la vena realizzatrice: 13 goal nella stagione 1991/92 e la chiamata in Nazionale maggiore. Esordio, goal: dubitavate? Contro la Francia perdipiù e per lui, inglese e fiero di esserlo, non ci sarebbe potuta essere vittima migliore. Il telefono dell’ufficio di Branfoot iniziò a squillare sempre più di frequente. Dall’altra parte del telefono manager di altre squadre interessati a quel ragazzo di 22 anni. Anche Alex Ferguson, anzi specialmente Alex Ferguson, la cui voce divenne famigliare a Branfoot, in quell’estate “the most popular manager in England” ma non per meriti sul campo. La cessione divenne inevitabile, visto che quel dannato telefono continuava a squillare. Soldi e giocatori: “we are in the driving seat“, decidiamo noi. Nuovo squillo: Jack Walker, milionario presidente del Blackburn Rovers, deciso a riportare la squadra agli antichi fasti. 3.6 milioni di sterline e David Speedie. Impossibile dire no, anche se Speedie nell’Hampshire non voleva andarci. Andarono a trovarlo a casa per convincerlo. Shearer invece lo convinsero facilmente: 300.000 sterline all’anno il figlio di un operaio di una fonderia che tornava a casa con le mani nere e segnate non le rifiuta. Era fatta: Alan Shearer andava nel Lancashire per il trasferimento più costoso del calcio inglese. Non aver potuto godere della coppia Shearer-Le Tissier rimane uno dei rimpianti più grandi in quel di Southampton, e non solo.

BLACKBURN ROVERS (1992-1996)
“Football’s not just about scoring goals – it’s about winning”

Kenny Dalglish si ritrovò per le mani il miglior attaccante inglese degli ultimi ventanni (e forse oltre…) che però, sfiga, si ruppe il legamento anteriore destro a Dicembre. Il biglietto da visita recitava comunque 16 goal nelle 21 partite disputate, roba da farsi crescere i baffi – che King Kenny non ha – e leccarseli. La seconda stagione ‘sto geordie, che sembrava un attaccante preso dagli anni ’50 e catapultato nel futuro ed esultava col braccio alzato, gli segnò 31 goal in 40 partite (la Premier era ancora a 22 squadre), vincendo il premio di Giocatore dell’anno per i giornalisti. In tutto ciò il Blackburn terminò secondo in classifica e a quel punto King Kenny bussò alla porta di Walker per dirgli: “manca poco”. Già, manca poco. Poco? Poco. Solo che quel poco significava convincere Walker a sborsare altre sterline, anche se i soldi non erano una preoccupazione per un uomo da 600 milioni di sterline di patrimonio. Dalglish, con sterline di Walker al seguito, andò nell’East Anglia, a Norwich, e tornò a Blackburn con Chris Sutton. S.A.S, Shearer and Sutton, lo stesso acronimo delle forze speciali del Regno Unito. 34, tre-quattro, goal per Alan, 15 per Sutton, e poi quell’ultima giornata di campionato, una delle più elettrizzanti. Blackburn sconfitto a Liverpool, Manchester United impegnato al Boleyn Ground e fermo sull’1-1, che sarà anche il risultato finale. Festa grande nel Lancashire. Chiesero ad Alan Shearer: “come festeggerai il titolo?” Risposta: “dipingendo lo steccato”. Con il Rovers disputò anche una UEFA e una Champions League, senza grosse soddisfazioni, anzi. Continuava a segnare ma era chiaro che quello era un evento da once in a lifetime, e quel titolo rimarrà infatti l’unico della carriera di Alan Shearer e l’ultimo nella storia del Blackburn Rovers. La stagione 1995/96 alzò quel dannato braccio destro, la cui visione era l’incubo dei difensori d’Oltremanica, 31 volte in 35 partite, ma al Blackburn aveva fatto tutto ciò che poteva fare. La storia l’aveva scritta, e che storia. Mezza Europa lo voleva, anche perchè di mezzo ci furono gli Europei 96, di cui parleremo a parte. In Inghilterra Ferguson, che se l’era già visto soffiare da sotto il naso nel ’92 ed è uno che tendenzialmente odia perdere, era disposto a follie per lui. Follie. Il Blackburn accettò l’offerta dello United, e anche quella di un altro club inglese: il Newcastle United. 15 milioni di sterline, quindici. Newcastle, la città natale di Alan certo, ma Shearer, pressato da Fergie, stava per crollare: con quattro anni di ritardo sarebbe stato un Red Devil. Manager del Newcastle era Kevin Keegan, lo stesso per cui Alan da ragazzo faceva la fila per un autografo. Gli chiese un ultimo incontro faccia a faccia: o ti convinco, oppure ok, vai pure ad Old Trafford. Da una parte i trofei, la gloria, un manager che si intuiva stesse vergando pagine di storia del calcio. Dall’altra la città natale, l’idolo del ragazzetto Shearer, e poco altro da offrire. Incredibilmente, lo convinse. Scelse l’opzione B, aggiungendo il tocco romantico ad una vicenda calcistica straordinaria. Con i Magpies non vincerà nulla, ci andò vicino, certo, ma le bacheche non tollerano i “quasi”, eppure la sua immagine rimarrà indelebilmente legata alla maglia bianconera. Inevitabilmente. Un Don Chisciotte Geordie che combatterà a suon di goal quei mulini a vento mancuniani che aveva rifiutato. Non poteva vincere, ma per certi versi vincerà lo stesso.

Ci vediamo qui, per la seconda parte.

Marsh, Bowles e la maglia numero 10 del QPR

“Hey, Jim, dici che quel ragazzo che abbiamo preso dal Carlisle saprà rimpiazzare Rod? Insomma, Rod è Rod….” “prendi la sciarpa e andiamo Brian, e prega che gli altri tifosi non la pensino come te, se no questo Stanley lo bruciamo prima ancora che metta il piede in campo. E ‘un’ottima promessa, come on”. Un dialogo, inventato, del Settembre 1971. Uno era partito, l’altro era appena arrivato…

Stan & Rod, e la loro maglia

Ci sono tre livelli che rendono bella una maglia da calcio: il primo livello vale per quasi tutte le maglie, ed è la storia che esse rappresentano: a meno di squadre recentissime, una maglia è un’onorevole portatrice di storia. Il secondo livello è la bellezza estetica nel vero senso della parola, perchè è inutile nasconderlo ci sono maglie più belle delle altre. Il terzo livello, l’ultimo, è dato da chi la indossa, perchè una maglia in se rimane un capo d’abbigliamento se non la si contestualizza col campo da gioco, e quindi con il calciatore che la indossa. La maglia numero 10 del Queens Park Rangers riteniamo soddisfi tutti e tre i requisiti: una maglia con la sua storia (e la storia del QPR l’abbiamo vista), una maglia stupenda esteticamente, unica; e nella sua variante col numero 10 sul retro, indossata da due grandi giocatori, che se la passarono come il testimone di una staffetta, e che pertanto fan sì che la nostra superi l’esame dei tre livelli. I due giocatori sono ovviamente Rod e Stanley, Rodney Marsh e Stanley Bowles, per ogni tifosi del QPR i due sacri portatori del verbo del football a Loftus Road, sul cui manto erboso spiegarono calcio e non solo.

Il primo in ordine cronologico a indossare quella maglia così affascinante a strisce orrizzontali blu e bianche fu Marsh. Marsh, ribattezzato dal padre Rodney in onore della HMS Rodney su cui babbo Marsh prestò servizio, è nato ad Hatfield, 30 mila anime nel cuore dell’Hertfordshire, l’11 Ottobre 1944. La carriera calcistica di Marsh comincia a Londra, nel Fulham, non esattamente una delle 10 cose più gradite al tifoso QPR; e la carriera di Marsh a Craven Cottage è riassumibile così: iniziata come grande promessa, conclusa tra le riserve. Nel mezzo, i sintomi di quel genio calcistico unito a sregolatezza che rendono tuttora Marsh difficilmente classificabile con una parola; e l’infortunio – gravissimo – all’orecchio sinistro, che da quel momento…smise di funzionare, provocando la parziale sordità di Rodney. Fattostà che, nel Marzo 1966, Alec Stock, che all’epoca dirigeva le operazioni dalla panchina per il QPR (che era in Third Division), con un guizzo degno del grande manager che fu lo portò a giocare nel vicino Loftus Road per 15.000 sterline. Bum. Stock intuì benissimo che quel ragazzo di 22 anni sarebbe stata la chiave per il successo, e gli concedette la libertà di giocare il suo calcio, fedele alla linea che un genio ingabbiato in schemi e assurdità varie è più dannoso che utile alla causa. E che calcio, giocava Rod: tocchi eleganti e spettacolari, genialità allo stato puro, tanto da far sembrare ai festanti spettatori (che, diciamoci la verità, fino a quel momento non è che avessero avuto molte cose per cui strabuzzare gli occhi) di poter risolvere la partita in ogni momento, anche quando la palla non era tra i suoi piedi.

Nella sua prima stagione al QPR, gli Hoops vinsero Third Division e Coppa di Lega, la finale della quale fu la lectio magistralis di Marsh; prestazione sontuosa con goal da tramandare ai nipotini. L’anno successivo la promozione in First Division riaprì le porte della massima serie a Rod (in cui aveva già giocato col Fulham), dove tuttavia non riuscì a impressionare, vuoi per gli infortuni vuoi per l’inadeguatezza del resto della squadra. Ed ecco che l’etichetta di “gran giocatore, ma da divisioni inferiori” gli venne appiccicata: un clown, un intrattenitore di folle buono forse per giocare contro il Carlisle, cosa che per l’appunto prontamente avvenne l’anno successivo. Nonostante militasse in Division Two, Alf Ramsey gli diede – finalmente – una chance con la Nazionale, per la quale Rod giocherà 9 partite in totale segnando un goal. Troppo poco, per uno col suo talento. Qualcuno che credeva ancora che Marsh potesse far la differenza anche in First Division era Malcolm Allison, manager di un Manchester City in piena corsa per il titolo quando acquistò Marsh nel Marzo del 1972: l’arrivo di Rod però coincise con un quarto posto finale, e molti si chiedono se quello stile difficile da inserire in uno schema pre-esistente non abbia influito negativamente sulle sorti di quella stagione dei Citiziens. Ma questa è altra storia, perchè dopo 211 partite e 106 goal Marsh aveva lasciato Loftus Road (concluderà la carriera nei Tampa Bay Rowdies, dopo un breve ritorno al Fulham).

Marsh (centro) decide la finale di Coppa di Lega

Si trattava, a questo punto, di sostituirlo. E sostituire un genio è sempre difficile, specie poi se ti chiami Queens Park Rangers e giochi in Second Division, non esattamente il Real Club de Madrid. Facciamo un passo indietro. Collyhurst, guarda caso Manchester, 24 Dicembre 1948. Mamma Bowles dava alla luce Stanley. Il pargolo crebbe con la passione per il beautiful game e la palla tra i piedi, entrando a far parte delle giovanili del Manchester City. Guarda caso, parte seconda. Con i Citiziens esordì anche, 1967, Coppa di Lega: due reti rifilate al Leicester e lampi di talento cristallino. Era una versione del Manchester City (che in quella stagione vinse il titolo) che poteva contare su gente del calibro di Colin Bell e Mike Summerbee, per cui come facilmente intuibile lo spazio era quel che era per il giovane Stanley, il quale dal canto suo manifestava già preoccupanti segni di sregolatezza che lo portarono presto a scontrarsi col manager, quel Malcolm Allison di cui sopra. Goodbye Manchester. Venne ceduto al Bury, squadra peraltro non lontana dalla natia Collyhurst, dove fece la miseria di cinque-partite-cinque prima di venir ceduto al Crewe Alexandra, Fourth Division. Quando le cose sembravano precipitare, ecco che Stanley iniziò a palesarsi per quello che era: un giocatore spettacolare. Le buone prestazioni all’Alexandra Stadium attirarono sul giocatore l’interesse di numerosi club: alla fine della fiera finì nel nord-ovest, in Cumbria, al Carlisle United.

Era il 1970/71, quell’anno i Cumbrians finiranno quarti e Bowles (33 partite e 12 reti) divenne nuovamente un uomo mercato. Quello stile di gioco geniale e a tratti irriverente, che a Carlisle era stato ulteriormente sviluppato lasciando ampia libertà al giocatore, quell’atteggiamento ribelle si incastravano perfettamente in una realtà: il QPR. La necessità di sostituire Marsh, unita all’innamoramento calcistico che colpì il presidente, Gregory, portarono Bowles a Loftus Road per 112.000 sterline. Per Marsh gli Hoops ne avevano incassati 200.000 di pounds, solo che Rod andava a giocarsi il titolo a Manchester, Bowles arrivava da Carlisle. Era il Settembre 1971, e la gente si ricorderà più facilmente di George Best per via di Matt Busby, Bobby Charlton e Denis Law, ma c’era anche Stan the Man in quella categoria, eccome se c’era. Primo aneddoto divertente: la maglia numero 10 del QPR era piuttosto temuta dai giocatori, che non volevano indossarla visto i trascorsi sulle spalle di Marsh: la classica maglia “pesante”. Bowles dal canto suo arrivò e la indossò senza problemi tra lo stupore dei compagni, stupore che accrebbe quando, dopo avergli fatto notare a chi appartenne, si sentirono rispondere un “Marsh who? Vengo dal nord, non l’ho mai sentito nominare”. Geniale, no? Londra poi non era proprio la quieta Carlisle, dove la distrazione più grande era il pub dietro casa; ma nella città Bowles si ambientò alla perfezione, scommesse (vizio che si radicò in Stan, portandolo spesso a problemi economici ripianati da anticipi di stipendi e premi vari concessi da Gregory, il cui amore non svanì) e vita mondana che ne fecero uno dei preferiti dai tabloid (dal suo sito ufficiale “Away from football, Stan was increasingly finding himself occupying the front pages of the tabloids“). Poi al Sabato a dipingere calcio sul campo, come se nulla fosse.

A ognuno la propria passione: Bowles con la modella Jenny Clarke, 1976

L’episodio più famoso associato a Bowles è, senza ombra di dubbio, l’incidente di Roker Park. Qui la storia si confonde alla leggenda, come accade solo ai miti. Il Sunderland ospitava il QPR pochi giorni dopo aver trionfato in FA Cup; la coppa era lì, in bella mostra, con 43mila mackems (gli abitanti di Sunderland) festanti che la osservavano compiaciuti. Con un colpo da maestro e conscio di star scrivendo, a modo suo, la storia di questo sport, Bowles pensò bene di…colpirla con una pallonata! Fu l’apoteosi del personaggio Bowles, irriverente sul campo e fuori, solo che i mackems di cui sopra non la presero benissimo: la partita si risolse con un’invasione di campo dopo che Bowles, con la stessa precisione palesata nel colpire la coppa, infilò per due volte la porta dei padroni di casa. Sebbene le versioni siano contrastanti, Bowles sostiene che tra i giocatori del QPR, annoiati da quel pre-partita e dal dover veder festeggiare gli avversari, era nata una scommessa (toh, ma guarda) su chi avrebbe centrato per primo il trofeo. Segnate più 100 sterline per Bowles. Poi in campo, e qui ci sarebbe da far parlare le immagini: una classe sopraffina, inserita in un contesto favorevole, quel QPR di metà anni ’70 che sfiorò, nel 1976, il titolo, resero Stanley mito. Se ne accorse anche il buon Sir Alf, che lo convocò, nel 1974, in Nazionale, ma come si addice a un genio il rapporto con i tre leoni fu problematico, e si risolse in sole cinque partite disputate. Bowles non vinse nulla da protagonista, ma importa? Il nostro l’occasione l’avrebbe anche avuta. 1980, Bowles era passato al Nottingham Forest di Brian Clough che stava stupendo il Mondo. Vigilia della finale di Coppa dei Campioni, Bowles litiga col genio di Middlesbrough quando intuisce che finirà in panchina. Niente di che, solo che la finale si disputava a Madrid e a Madrid bisognava andarci, ed ecco la genialata: Bowles non si presenta all’aeroporto! Il Forest entrò nella leggenda per la seconda coppa di fila, Stan entrò nella leggenda per aver lasciato la squadra con sole quattro riserve (invece di cinque). La storia scritta a modo suo, dicevamo. Finirà la carriera a Londra, prima al Leyton Orient e poi al Brentford.

I giocatori come Marsh e Bowles in Inghilterra li chiamano mavericks. Geniali, una spanna sopra gli altri, fanno innamorare le folle, segnano spesso la storia e il costume di un’epoca. E nel nostro caso, finiscono dritti nella storia di una squadra. Il QPR non avrà più due giocatori come Marsh e Bowles, apparsi a Loftus Road come miraggi in rapida successione, prima uno, e subito dopo l’altro. Il rimpianto è forse uno solo: non averne sfruttato appieno il talento costruendo squadre vincenti attorno a loro, il cui periodo fruttò solo una Coppa di Lega (ma quel secondo posto del 1976 rimane, con tutto il rispetto per il Liverpool campione, la Favola incompiuta per eccellenza). E dal loro punto di vista, sicuramente i due non raggiunsero il livello che ci si aspetterebbe da giocatori dotati del loro talento. Ma forse è giusto così, perchè la storia di due vincenti si concilierebbe poco con quella del QPR: meglio la loro, di storia, belli da vedere come gli Hoops nelle loro splendide maglie, che attraggono le simpatie dei neutrali proprio come la loro squadra (nel solito Fever Pitch Hornby mostrerà ammirazione per il QPR di Bowles), ma che, proprio come la squadra, non verranno ricordati per gli allori. Pazienza, perchè i vecchi tifosi possono comunque raccontare con i lucciconi agli occhi alle nuove leve di quei due campioni in maglia Hoops, e tramandare il mito di Rod e Stan alle nuove generazioni. Stan the Man e Rod Marsh rimarranno per sempre lì, nella storia, e niente li cancellerà.

Jordan Rhodes, la rivelazione dell’anno

Siamo stati dubbiosi a lungo: lo dedichiamo o no un post a Jordan Rhodes? Non perchè sia un argomento di scarso interesse o perchè ci faccia ribrezzo l’Huddersfield, squadra d’appartenenza del giocatore, che anzi è bello vedere di nuovo almeno nella Championship, ma perchè sarebbe un precedente, e dovremmo ogni volta che un giocatore fa una stagione strabiliante parlarne. Però allo stesso tempo ci siamo risposti che una stagione da 40 goals complessivi meritasse almeno qualche riga, prima che, chissà, tutti ne riparlino un giorno, quando Rhodes segnerà al Manchester United (glielo auguriamo, per inciso). Per cui sì, glielo dedichiamo.

Rhodes con il premio di Player of the Year

Jordan Luke Rhodes nasce a Oldham, vicino a Manchester, il 5 Febbraio 1990. Il padre, Andrew “Andy” Rhodes, portiere, giocava infatti per i Latics in quel periodo, in uno dei momenti migliori nella storia della squadra, tant’è che prese parte lui stesso alla finale di Coppa di Lega del 1990, persa dall’Oldham 0-1 contro il Nottingham Forest. Nello stesso anno però Andy si trasferì, famiglia al seguito, in Scozia, a giocare nel Dunfermline, esperienza a cui fece seguito il St Johnstone (dal 1992 al 1995) e l’Airdrieonians, con due parentesi inglesi in prestito, prima al Bolton e poi allo Scarborough (dove chiuse la carriera). Inglese di nascita, Jordan è cresciuto però in Scozia, dove iniziò anche a giocare a calcio, seguendo le orme del padre come portiere al Carneyhill, piccola società dell’omonima cittadina vicino a Dunfermline. Ma, come il passato del padre, anche il futuro di Jordan sarà in Inghilterra.

Approda nelle giovanili del Barnsley nel 2005 ma, quando il padre viene assunto dall’Ipswich Town come allenatore dei portieri lo stesso anno, il figlio lo segue nell’East Anglia, acquistato dai Tractor Boys per 5.000 sterline. Nel frattempo gli viene consigliato di provare a giocare in attacco (nonostante il padre, come dichiarato di recente, l’avrebbe voluto vedere in porta), decisione a posteriori saggia; così quando inizia a giocare per la squadra under-16, inizia nello stesso momento a segnare a raffica, tant’è che nella sua prima stagione passa dall’under-16 alla squadra riserve, segnando nel mentre più di quaranta goals e attirando l’attenzione della Nazionale inglese under-17, alla quale dovette però rinunciare a causa di un infortunio. E furono proprio gli infortuni a segnare la seconda stagione nell’Ipswich, stagione che non lo vide mai in campo come invece era immaginabile per un talento di quel calibro. Il debutto tra i grandi era dunque rimandato.

Viene, a inizio della stagione 2007/2008 (10 Ottobre), prestato un mese all’Oxford United, in quel momento in Conference. Con gli U’s gioca 4 partite di campionato, non andando mai a segno; segna invece una doppietta in FA Cup, partita vinta dall’Oxford 2-1 contro il Merthyr Tydfil. Prima del termine naturale del prestito l’Ipswich richiama Rhodes alla base, in quanto necessitava di lui per una partita di FA Youth Cup (competizione molto importante, la più importante a livello giovanile), causando così la reazione dell’Oxford, che evidentemente credeva molto nel giocatore e avrebbe volentieri prolungato il prestito. “It’s a shame but Ipswich have asked for him back so all we can do is thank him for his efforts here“, dichiarò il manager degli U’s, Jim Smith, il quale aggiunse “Jordan is a player with a bright future ahead of him“. Profetico.

Viene aggregato alla prima squadra, collezionando un totale di 8 presenze e segnando il suo primo goal in campionato, il 9 Aprile 2008 contro il Cardiff City. Ma evidentemente non bastava quel goal per convincere lo staff dell’Ipswich, che a Settembre del 2008 lo manda nuovamente in prestito, questa volta in League Two al Rochdale, sempre per un mese. Con il Dale gioca 5 partite e segna 2 goal; torna all’Ipswich, dove però non c’è ancora spazio per lui. Così la squadra lo rimanda in prestito in League Two, questa volta al Brentford, un’esperienza che doveva essere originariamente mensile ma che viene estesa quasi subito al termine della stagione. E finalmente Rhodes ha l’opportunità di giocare con continuità: i Bees sono la squadra più forte del campionato (che vinceranno) e Jordan contribuisce alla promozione con 7 goals in 14 partite, tra cui una tripletta contro lo Shrewsbury che lo fa diventare il più giovane autore di un hat-trick nella storia del club. Un infortunio al dito del piede lo costringe al rientro anticipato all’Ipswich e chiude la sua stagione.

Due indizi fanno una prova si dice; noi lo modifichiamo con tre stagioni fanno una prova, la prova che all’Ipswich poco credevano nel ragazzo, forse per i tanti infortuni, o forse per ragioni squisitamente tecniche (la storia è piena di talenti bocciati in prima istanza da qualche club poi pentitosi). Fattostà che, quando il manager dell’Huddersfield Lee Clark bussa alla porta dell’Ipswich, questi rispondono ok: Rhodes diventa così un Terrier. Clark ci aveva visto giusto: 23 goal totali la prima stagione, 22 la seconda, 40 nell’ultima, magnifica annata culminata nella promozione del club dello Yorkshire, giocando rispettivamente 45, 37, 40 partite in campionato, segno che gli infortuni lo hanno lasciato tranquillo. Ovviamente è proprio quest’ultima stagione ad aver portato Rhodes all’attenzione di tutti, da addetti ai lavori ad appassionati: 36 goals in campionato, di cui 5 in una partita (contro il Wycombe) e 4 in un’altra (Sheffield Wednesday), 6 triplette finali, il titolo di Giocatore dell’Anno della League One e la convocazione in Nazionale.

Proprio la Nazionale è argomento interessante, visto che, già a livello under-21, Rhodes ha optato per giocare nella Scozia (seguendo il percorso di un mito come Denis Law, giocatore dell’Huddersfield e della Scozia), per la quale è convocabile grazie agli almeno 5 anni di scuola fatti nel Paese di Braveheart e delle cornamuse. 8 presenze e 8 goals totali con l’Under sono stati il preludio, insieme alla strepitosa forma mostrata all’Huddersfield, alla convocazione in Nazionale maggiore, con la quale ha debuttato l’11 Novembre 2011 contro Cipro, subentrando nei minuti finali. Se a prima vista può sembrare una scelta di comodo (reputando magari irraggiungibile la Nazionale inglese), Rhodes ha invece detto di sentirsi pienamente scozzese, nonostante sia per origini famigliari e di nascita inglese a tutti gli effetti. “It was never in doubt I would be sticking with Scotland. I’m Scottish through and through. I had all the jerseys as a kid and grew up watching Scotland“.

Ora le voci di mercato, come inevitabile che sia, si susseguono. Già a Gennaio alcune società, West Ham su tutte, hanno mostrato interesse per il 22enne di Oldham; l’Huddersfield, ovviamente, ha rifiutato qualsiasi avances, impegnato com’era nella corsa promozione. Quest’estate sarà sicuramente più calda, e due squadre, Celtic (squadra del cuore di Rhodes) e Fulham hanno mostrato interesse. Sarà difficile per l’Huddersfield trattenere Rhodes, nonostante il diretto interessato non sembri molto interessato alle voci di mercato. “You guys can make up the stories or whatever they might be, rumours or whatever. They don’t tend to affect my mindset” ha dichiarato al Daily Mail poco prima della finale di playoff contro lo Sheffield United. Sicuramente la sua attenzione, prima che al mercato, è rivolta alle Olimpiadi: Rhodes è stato infatti incluso nella pre-selezione del Team GB, e ai primi di Luglio sapremo se farà parte della squadra olimpica britannica.

Ma che giocatore è Jordan Rhodes? Attaccante di buona stazza (1.88 m, o se preferite 6 piedi e 2 pollici), trae la sua forza da un mix di caratteristiche. Usiamo parole trovate in rete: “He is not a fox-in-the-box, he is not a big target man and he is not a speed merchant who can dribble past the whole team. He is a very decent mixture of all those attributes“. Ma soprattutto, e questo è il tratto distintivo di un attaccante, possiede l’innato e non-insegnabile fiuto per il goal, il feeling con il pallone, il capire sempre dove questo vada a finire, oltre a una capacità di finalizzare notevole, unita alla freddezza. La capacità di far salire la squadra è invece il suo punto debole, visto che, spalle alla porta, perde del tutto la sua efficacia, per cui ben si integrerebbe con attaccanti più “fisici” e magari meno goleador. Come lo ha definito Mark Wotte, attuale dirigente della FA scozzese, “he is the best goalscorer in the UK“. E vedremo se lo confermerà.

The greatest player who (n)ever lived

Verso le 3 del pomeriggio del 6 Febbraio 1958, all’aeroporto Riem di Monaco di Baviera, il volo 609 della British European Airways sta per effettuare il suo terzo tentativo di decollo. La pista è fangosa e i primi due tentativi sono falliti a causa di un problema al carburatore. Mentre comincia leggermente a nevicare, dalla stazione si consiglia di annullare il volo per fare dei controlli al motore ma il capitano James Thain è di diverso avviso. E’ convinto che il problema non sia particolarmente grave è che una soluzione di emergenza basterà, causando come unico inconveniente il fatto che l’aereo decollerà solo nell’ultimo tratto della pista.

Bisogna aspettare qualche minuto, innumerevoli schizzi di fango lanciati dall’aereoplano in disperata accelerazione e l’urlo del capitano Thain stesso (“Christ, we won’t make it!”) per capire che non sarà così. L’aereo non riesce a decollare prima della fine della pista, distrugge la recinzione dell’aeroporto e si schianta violentemente contro l’abitazione di una famiglia di sei persone. Delle 44 persone a bordo di quell’aereo, solo 21 sopravviveranno. Tra questi, il futuro sir Bobby Charlton.

Finisce così la storia (perlomeno la prima parte) di una delle squadre più forti dell’epoca (erano di ritorno da un vittorioso quarto di finale di European Cup, l’antenata della Champions League) e tra le più affascinanti dell’intera storia del football britannico. Parliamo dei Busby Babes, i ragazzi terribili del Manchester United  di fine anni 50, reclutati, allenati e fatti crescere sin da giovanissimi da sir Matt Busby. Una storia fantastica e triste allo stesso tempo, che lascerà lo United con grandi successi (raccolti anche successivamente all’incidente) ed enormi rimpianti. Ma non è dei Busby Babes di cui voglio parlarvi (anche se lo meriterebbero), ma del migliore tra i “kids” scomparsi in quel disastro aereo. Il migliore di tutti i tempi, secondo qualcuno. Duncan Edwards.

I “Busby Babes” del ’57. Duncan è il primo dopo il portiere. Notare anche Bill Foulkes in sesta posizione.

Quando si valuta un giocatore di epoche lontane, in mancanza di consistente materiale video, e’ sempre difficile separare la leggenda dalla realtà. Se poi questo giocatore è tragicamente morto alla tenera età di 21 anni, dopo aver già mostrato al mondo qualità pazzesche, ecco che i ricordi possono essere influenzati dal dolore o dall’affetto di chi li rievoca. E’ con scetticismo che per la prima volta mi avvicinai al mito di Edwards ed è ovvio che nessun giudizio generale potrà mai essere preso. Ma qualsiasi testimonianza sia riuscito a recuperare su di lui dice la stessa identica cosa: il migliore. Period.

Dice Bobby Charlton: “Chiedetemi chi è il miglior giocatore che abbia mai visto. Chiedetemi chi è il miglior giocatore con cui abbia mai giocato. Chiedetemi chi è il miglior giocatore contro cui abbia mai giocato. La risposta è sempre la stessa: Duncan Edwards. Non chiedetemi quanto grande sarebbe diventato, sfida la mia immaginazione. E ricordatevi che io giocato non solo con George Best e Dennis Law, ma anche con Bobby Moore. E contro Pele’. Erano tutti grandiosi, ma Duncan era il migliore”.

Matt Busby e Duncan Edwards, 1957.

Duncan nasce verso la fine del 1936 a Dudley, nel Worcestershire. Comincia a giocare a calcio nelle squadre della sua scuola, della selezione scolastica di Dudley e della contea. La sua altra passione è la Morris Dancing (tipica danza folk Britannica), disciplina in cui eccelle. A 11 anni è costretto a scegliere tra rappresentare l’Inghilterra nel torneo scolastico di calcio o la sua contea in quello di Morris Dancing. Con qualche titubanza (sic), sceglie la prima.

Jack O’Brien, scout dello United, lo vede giocare e manda un messaggio a Busby:”Ho appena visto un ragazzetto di 11 anni che un giorno giocherà per la nazionale inglese”. Non sappiamo se O’Brien fosse sempre così profetico, ma di sicuro in quella occasione ci prese in pieno. E non dovette aspettare neanche molto, visto che Duncan farà il suo debutto con la maglia inglese a soli 18 anni e 183 giorni, un record che rimarrà intatto fino al debutto, in tempi più recenti, di Michael Owen. Leggenda vuole che, in seguito alle mirabolanti prestazioni di Duncan nel torneo nazionale scolastico, dirigenti dello United si siano precipitati a casa sua poco dopo la mezzanotte del suo 16simo compleanno, per fargli firmare un contratto professionistico il prima possibile. La storia è tutt’ora incerta e forse poco rilevante, quel che c’è di sicuro è che Edwards farà il suo debutto in Prima divisione (l’antenata dell’odierna Premier League) a soli 16 anni e 184 giorni, e poco dopo conquisterà un posto da titolare in squadra.

Generalmente indicato come “gigante”, “colosso” o “roccia”, Edwards era in realtà poco più alto di 1 metro e 80 (comunque alto per l’epoca) ma aveva una costituzione fisica imponente e incredibilmente definita per un ragazzino di quella età. Quello che tutti sembrano ricordare con ammirazione era la capacità di Edwards di giocare più o meno in qualsiasi posizione del campo con uguale naturalezza. Spesso considerato un centrocampista difensivo, Duncan ha giocato da centrale di difesa, terzino, mezz’ala, ala e in caso di necessità per qualche partita anche centravanti. Don Revie, la star del Manchester City, ricorda di quando lo vide giocare per la prima volta come compagno in nazionale: “Non senti parlare spesso ex-giocatori di grandezza perché è una cosa rara, ma è esattamente quello che vidi in Edwards la prima volta che lo guardai giocare. L’allenatore lo provò in vari ruoli e lui raggiunse lo stesso livello di eccellenza da mezz’ala, mediano, terzino, ala, centravanti”.

Stanley Matthews, Duncan Edwards e Billy Wright

Dice ancora Bobby Charlton: “La maggior parte dei giocatori è molto forte in un aspetto del gioco. Nel gioco aereo, a calciare col destro o col sinistro, possono avere visione di gioco o corsa. Ma Duncan aveva tutto questo. Era fortissimo fisicamente, nel tackle, poteva passare la palla anche a lunga distanza e segnare gol. Era davvero più bravo di tutti noi in tutti gli aspetti del gioco”. E secondo il suo coach Busby “Più importante l’occasione, migliore era la prestazione”. Come nel ‘56, quando giocando per l’Inghilterra contro una Germania campione del mondo, con il risultato fermo sullo 0-0 e 25 minuti da giocare, in seguito a un calcio d’angolo Duncan prende palla al limite della propria area e corre verso la porta avversaria. Ne fa fuori tre o quattro e insacca con una bomba da 30 metri. Il giorno dopo non si parlava d’altro.

Jimmy Murphy fu il mentore di Edwards, lo allenò nelle giovanili e ne seguì la crescita. Un giorno, prima di una importante partita giovanile contro il Chelsea, Murphy era preoccupato che il gioco di squadra non fosse abbastanza valorizzato, oscurato dal talento di Duncan. E disse quindi nello spogliatoio: ”Voglio che sviluppiate il vostro gioco. Quando ricevete palla, non datela immediatamente a Duncan, cercate varie opzioni”. Circa 45 minuti piu’ tardi Murphy si ritrova nello stesso spogliatoio, inaspettatamente in svantaggio. “Ricordate che vi avevo detto di non dare sempre la palla a Duncan? Beh, scordatevelo. Dategli il fottuto pallone ogni volta che ne avete l’occasione”. Lo fecero, e lo United vinse agevolmente.

Qualche anno più tardi Murphy è allenatore del Galles e si trovava ad affrontare Edwards da avversario, con la maglia della nazionale inglese. Nel prepartita, si mette alla lavagna e comincia ad nominare uno ad uno i giocatori inglesi elencandone i punti di forza e quelli deboli. Ne nomina dieci, ma non Edwards. Reg Davies, gallese seconda punta del Newcastle, alza la mano e chiede “E Duncan Edwards?”. “Stacci semplicemente lontano figliolo, non c’e’ niente che io possa dire che possa aiutarci granche’”.

Questo è quello che ci rimane di Edwards. Ricordi, aneddoti, leggende. Una statua nel centro di Dudley.

In seguito all’incidente, Edwards lotterà per qualche giorno nell’ospedale di Monaco, sospeso tra la vita e la morte. Nonostante le pesanti ferite e tra lo stupore dei medici, c’era ancora la speranza che potesse farcela. Non sarà cosi’, e l’Inghilterra e il mondo perderanno non solo un ragazzo di 21 anni ma anche uno dei più grandi giocatori dell’epoca. Qualcuno, come l’attaccante della Stella Rossa di Belgrado Dragoslav Sekularac, pensava fosse già il migliore del mondo. In molti sono sicuri lo sarebbe diventato.  Quel che è certo è che, a 21 appena compiuti, Duncan Edwards aveva già disputato 151 presenze per lo United e 18 per la nazionale Inglese lasciando più o meno tutti a bocca aperta. Duncan Edwards rimarrà quindi per sempre non solo uno dei più limpidi talenti prodotti dal calcio inglese, ma sicuramente il suo più grande rimpianto.