Alan Shearer – prima parte

“You never get fed up scoring goals”

Ci sono storie difficili da raccontare, perchè ci coinvolgono emotivamente. Per esempio narrare le gesta del tuo idolo, di quello che sarà sempre il tuo unico idolo. Ci proveremo, senza assicurarvi nulla. Si dà il caso però che questo signore qui sia l’idolo di parecchi appassionati di calcio inglese e no, per cui in molti si riconosceranno in questo sentimento, in molti capiranno. Alan Shearer, sì, lui. Quello che alzava il braccio destro per esultare, come se le esultanze stravaganti non fossero mai esistite e il calcio fosse ancora quello degli anni ’30. Quello che, a prima vista, sembrava uno che aveva cominciato a giocare a calcio mercoledì scorso con gli amici. Poi però segnava da tutte le posizioni, in tutti i modi: di rapina, al volo, di testa, da trenta metri, e allora ti ricredevi, ti meravigliavi, ti innamoravi. Un attaccante “vecchio stile” come ci suggerisce il nostro amico Roberto Gotta. Niente tatuaggi, niente avventure alla Gascoigne, niente di niente; anche in campo: pulito, essenziale, micidiale, non sempre aggraziato, ma micidiale. Niente giochetti di gambe, niente dribbling spettacolari. Solo goal, come se piovesse.

GLI INIZI
“I didn’t watch cartoons. I was too busy playing football”

Alan Shearer nasce a Gosforth, Newcastle-upon-Tyne, il 13 Agosto 1970 da Alan e Anne Shearer, classe operaia del nord dell’Inghilterra, e a Newcastle non è che ci fossero molte alternative, a Gosforth poi, quartiere povero della città, non ne parliamo. Il padre, fiero operaio del nord-est, vorrebbe indirizzare il figlio verso lo sport dei ricchi: il golf! Per fortuna Alan la pensa diversamente e fa cambiare idea anche al padre: a lui piace il calcio, che peraltro è da sempre orgogliosamente lo sport degli operai. A Newcastle, poi, the Beautiful Game è una religione, tanto che, forse ve ne sarete accorti, nonostante una squadra sì famosa e con qualche trofeo ma non tra le più vincenti, il St James Park è il terzo stadio di club per capienza sul suolo d’Albione, ed era il secondo prima che venisse costruito l’Emirates. Ovviamente il nostro viene a contatto con questo mondo, e la passione per le maglie bianco-nere del Newcastle United crescerà in lui di pari passo alla statura e al talento, che iniziò ben presto a mettere in mostra. Ribadiamo meglio il concetto, visto che viviamo un mondo di leccaculo che, appena arrivano in una squadra, dichiarano “tifo X fin da bambino”: Shearer, che avrebbe avuto vita facile a dichiarare “tifo Newcastle” visto che lì è nato e sarebbe stato comunque difficile non credergli, un magpie lo è sempre stato, al punto di fare la fila fuori da St James Park il giorno della presentazione di Kevin Keegan e farsi immortalare con quello che, ironia della sorte, un giorno sarà il suo allenatore. All’epoca Alan aveva 12 anni; un anno dopo sarebbe stato notato da un osservatore mentre giocava nella rappresentativa giovanile locale, il Wallsend Boys Club. Al Wallsend Alan arrivò dopo una brillante carriera scolastica. Brillante sui campi da gioco, ovviamente. Il giovine Shearer venne anche selezionato per giocare nel Newcastle City Schools team, la squadra che univa i migliori talenti scolastici della zona, con i quali prese parte a un torneo a St James Park, il primo assaggio di un campio che imparerà a conoscere, e bene. Torniamo all’osservatore che lo notò giocare con il Wallsend. Mr Jack Hixon, classe 1921, già ferroviere, suggeriva talenti del Nord-Est a diverse squadre: principalmente Burnley, ma anche Ipswich Town, Sunderland, e…Southampton. Mr Hixon è deceduto pochi anni fa, all’età di 88 anni, e Alan Shearer non ha tardato a rendere omaggio a quello che è diventato negli anni suo amico e mentore: “Jack was a lovely man and totally dedicated. We were very close and he will be sadly missed”. Nei due anni successivi, infatti, Hixon prese il ragazzo sotto la sua ala protettrice, si guadagnò la fiducia dei genitori – il vero duro compito del talent scout – e lo portò così a svolgere una serie di provini per squadre pro; West Brom, Manchester City, lo stesso Newcastle (si dice che i tecnici dei Magpies lo videro giocare solo in porta, per questo lo scartarono; e li pagavano pure…) e soprattutto Southampton: Aprile 1986, Alan mette gli scarpini in valigia e va nell’Hampshire, a miglia di distanza dalla sua Newcastle.

SOUTHAMPTON (1986-1992)
“the making of me”

Shearer arriva a Southampton, come detto, nell’Aprile del 1986, all’età di quindici anni, quasi sedici per la verità, ed entra come si conviene a un ragazzo di quell’età nel settore giovanile dei Saints. La scelta fu dettata, oltre come possiamo immaginare dall’interesse mostrato dal Southampton nei suoi confronti, dall’ottimo feeling che il giovane Shearer intuì ci fosse col coaching staff (Dave Merrington, il coach, era nativo di Newcastle anch’egli), oltre che dal fatto che altri ragazzi del North-East avevano firmato per i Saints. La prima stagione di Shearer nella giovanili del Southampton fu corredata da una marea di goal, tant’è che Merrington provò a suggerirlo già allora alla prima squadra, rendendosi conto che, oltre al talento, quel ragazzo aveva in se una maturità straordinaria per essere un teenager (qualità che gli riconoscevano in tanti, per la verità). Shearer non venne aggregato in quella sua prima stagione alla prima squadra, ma poco male, ci sarebbe stato tempo, e già dalla stagione successiva Alan cominciava a fare la spola tra squadra giovanile e squadra riserve. Finchè arrivo il 26 Marzo 1988: quel giorno Alan si aggregò al Southampton e cominciò la partita a Stamford Bridge contro il Chelsea dalla panchina, salvo subentrare e fare così il suo esordio ufficiale nel calcio che conta. Cominciava una storia lunga 18 anni, una storia che già da subito si fece interessante, facendo presagire che non ci si trovava di fronte al solito giovane di belle speranze e nulla più. 9 Aprile 1988, Southampton-Arsenal, come scenografia il magnifico e insostituibile The Dell. Shearer è nell’undici iniziale. Cinque minuti e arriva il primo goal di tanti, tantissimi che seguiranno; goal che a fine partita saranno tre, e a 17 anni e 240 giorni Alan diventa così il più giovane giocatore di sempre a portarsi a casa il pallone della partita, spazzando via dal libro dei record Mr Jimmy Greaves, il principe inglese del goal. Quella stagione Shearer giocò solo altre tre partite, senza segnare, ma le notizie arrivarono fuori dal campo. Firmò il suo primo contatto professionista e una sera in un pub conobbe Lainya, che sarebbe diventata la compagna di una vita; proprio a casa dei genitori della ragazza, Shearer si trasferì in quella sua seconda stagione nella costa sud. La terza stagione a Southampton fu nuovamente fatta di apparizioni col contagocce in prima squadra, per un totale di dieci partite e zero goal. Non esattamente una stagione da ricordare, che però non offuscò l’attenzione che i tecnici dei Saints riponevano sul ragazzo, tant’è che il 1989/90 si aprì con Shearer in pianta stabile in prima squadra. Stagione più fortunata, con 26 presenze e 3 goal, bottino magro giustificato dal tipo di gioco richiesto a Shearer, che sostanzialmente fungeva da centravanti di manovra, al centro dell’attacco  e con il compito di favorire gli inserimenti dei due esterni, uno dei quali rispondente al nome di Matthew Le Tissier. Stessi compiti, più o meno, che dovette svolgere anche nell’anno successivo, 36 presenze e 4 goal, e il premio di giocatore dell’anno per i tifosi. Ora, rispettiamo le decisioni dell’allenatore, ma non intuire e valorizzare la vena realizzativa di Shearer non depone molto a favore di Chris Nicholl, manager fino a quella stagione (venne sostituito da Ian Branfoot). Shearer venne convocato nella Nazionale under-21 che prese parte al torneo di Tolone, e qui sì che le qualità vennero sfruttate appieno: 7 goal in 4 partite ne fecero il miglior giocatore del torneo. A quel punto anche a Southampton si accorsero che quel geordie aveva il goal nel sangue, e finalmente ne liberarono la vena realizzatrice: 13 goal nella stagione 1991/92 e la chiamata in Nazionale maggiore. Esordio, goal: dubitavate? Contro la Francia perdipiù e per lui, inglese e fiero di esserlo, non ci sarebbe potuta essere vittima migliore. Il telefono dell’ufficio di Branfoot iniziò a squillare sempre più di frequente. Dall’altra parte del telefono manager di altre squadre interessati a quel ragazzo di 22 anni. Anche Alex Ferguson, anzi specialmente Alex Ferguson, la cui voce divenne famigliare a Branfoot, in quell’estate “the most popular manager in England” ma non per meriti sul campo. La cessione divenne inevitabile, visto che quel dannato telefono continuava a squillare. Soldi e giocatori: “we are in the driving seat“, decidiamo noi. Nuovo squillo: Jack Walker, milionario presidente del Blackburn Rovers, deciso a riportare la squadra agli antichi fasti. 3.6 milioni di sterline e David Speedie. Impossibile dire no, anche se Speedie nell’Hampshire non voleva andarci. Andarono a trovarlo a casa per convincerlo. Shearer invece lo convinsero facilmente: 300.000 sterline all’anno il figlio di un operaio di una fonderia che tornava a casa con le mani nere e segnate non le rifiuta. Era fatta: Alan Shearer andava nel Lancashire per il trasferimento più costoso del calcio inglese. Non aver potuto godere della coppia Shearer-Le Tissier rimane uno dei rimpianti più grandi in quel di Southampton, e non solo.

BLACKBURN ROVERS (1992-1996)
“Football’s not just about scoring goals – it’s about winning”

Kenny Dalglish si ritrovò per le mani il miglior attaccante inglese degli ultimi ventanni (e forse oltre…) che però, sfiga, si ruppe il legamento anteriore destro a Dicembre. Il biglietto da visita recitava comunque 16 goal nelle 21 partite disputate, roba da farsi crescere i baffi – che King Kenny non ha – e leccarseli. La seconda stagione ‘sto geordie, che sembrava un attaccante preso dagli anni ’50 e catapultato nel futuro ed esultava col braccio alzato, gli segnò 31 goal in 40 partite (la Premier era ancora a 22 squadre), vincendo il premio di Giocatore dell’anno per i giornalisti. In tutto ciò il Blackburn terminò secondo in classifica e a quel punto King Kenny bussò alla porta di Walker per dirgli: “manca poco”. Già, manca poco. Poco? Poco. Solo che quel poco significava convincere Walker a sborsare altre sterline, anche se i soldi non erano una preoccupazione per un uomo da 600 milioni di sterline di patrimonio. Dalglish, con sterline di Walker al seguito, andò nell’East Anglia, a Norwich, e tornò a Blackburn con Chris Sutton. S.A.S, Shearer and Sutton, lo stesso acronimo delle forze speciali del Regno Unito. 34, tre-quattro, goal per Alan, 15 per Sutton, e poi quell’ultima giornata di campionato, una delle più elettrizzanti. Blackburn sconfitto a Liverpool, Manchester United impegnato al Boleyn Ground e fermo sull’1-1, che sarà anche il risultato finale. Festa grande nel Lancashire. Chiesero ad Alan Shearer: “come festeggerai il titolo?” Risposta: “dipingendo lo steccato”. Con il Rovers disputò anche una UEFA e una Champions League, senza grosse soddisfazioni, anzi. Continuava a segnare ma era chiaro che quello era un evento da once in a lifetime, e quel titolo rimarrà infatti l’unico della carriera di Alan Shearer e l’ultimo nella storia del Blackburn Rovers. La stagione 1995/96 alzò quel dannato braccio destro, la cui visione era l’incubo dei difensori d’Oltremanica, 31 volte in 35 partite, ma al Blackburn aveva fatto tutto ciò che poteva fare. La storia l’aveva scritta, e che storia. Mezza Europa lo voleva, anche perchè di mezzo ci furono gli Europei 96, di cui parleremo a parte. In Inghilterra Ferguson, che se l’era già visto soffiare da sotto il naso nel ’92 ed è uno che tendenzialmente odia perdere, era disposto a follie per lui. Follie. Il Blackburn accettò l’offerta dello United, e anche quella di un altro club inglese: il Newcastle United. 15 milioni di sterline, quindici. Newcastle, la città natale di Alan certo, ma Shearer, pressato da Fergie, stava per crollare: con quattro anni di ritardo sarebbe stato un Red Devil. Manager del Newcastle era Kevin Keegan, lo stesso per cui Alan da ragazzo faceva la fila per un autografo. Gli chiese un ultimo incontro faccia a faccia: o ti convinco, oppure ok, vai pure ad Old Trafford. Da una parte i trofei, la gloria, un manager che si intuiva stesse vergando pagine di storia del calcio. Dall’altra la città natale, l’idolo del ragazzetto Shearer, e poco altro da offrire. Incredibilmente, lo convinse. Scelse l’opzione B, aggiungendo il tocco romantico ad una vicenda calcistica straordinaria. Con i Magpies non vincerà nulla, ci andò vicino, certo, ma le bacheche non tollerano i “quasi”, eppure la sua immagine rimarrà indelebilmente legata alla maglia bianconera. Inevitabilmente. Un Don Chisciotte Geordie che combatterà a suon di goal quei mulini a vento mancuniani che aveva rifiutato. Non poteva vincere, ma per certi versi vincerà lo stesso.

Ci vediamo qui, per la seconda parte.

Around the football grounds – A trip to Blackburn

Primo post anche per questa rubrica, che vi porterà periodicamente a scoprire gli stadi inglesi, dai più moderni ai più vecchi, da quelli in uso a quelli vivi ormai solamente nei ricordi della gente e nelle fotografie/video dell’epoca, dai mastodontici impianti della Premier League ai campi di periferia delle serie inferiori. Perchè? Perchè in Inghilterra, a differenza di molti altri paesi europei, lo stadio è intimamente legato alla squadra ed alle sue vicende; lo stadio identifica la squadra e ne è il cuore pulsante. Ogni impianto ha la sua storia, le sue peculiarità, le sue vicissitudini che vengono tramandate di tifoso in tifoso e per gli amanti del calcio inglese, ogni stadio sa di autentico mito, anche quello all’apparenza più piccolo e brutto. Comincia quindi questo nostro viaggio, che si spera vi possa piacere e, perchè no, far sognare un po’ ad occhi aperti.

La prima tappa ci porta a Blackburn, cittadina di 105.000 abitanti nel Lancashire, nel nord-ovest del Regno Unito, dove si trova Ewood Park, l’impianto sede delle partite del Blackburn Rovers.

LA STORIA

Si tratta di uno degli impianti più vecchi dell’intera Premier League (il terzo per l’esattezza, dopo Craven Cottage e Stamford Bridge), aperto nel lontanissimo 1882, ormai due secoli orsono su un terreno dove già esisteva una sorta di impianto sportivo, denominato Ewood Bridge. Non fu da subito la casa dei Rovers, lo divenne a partire dal 1890 con la partita Blackburn Rovers – Accrington e da allora non è più stato abbandonato. All’epoca la concezione del posto a sedere era ben diversa da quella attuale ed infatti i seggiolini erano pochissimi: quasi tutti gli spettatori assistevano agli eventi in piedi, con numeri totali da capogiro rispetto a quelli che può contenere l’impianto attuale. Il primo vero intervento per renderlo più simile ad uno stadio come lo concepiamo attualmente avvenne nel 1903, con la copertura del Darwen End, il settore situato dietro una delle due porte, capace allora di contenere circa 12mila spettatori. Pochi anni dopo, con il chairman Laurence Cotton, inizia la costruzione del Nuttal Street Stand, dal nome della strada adiacente alla tribuna sulla base di un progetto di un importante architetto dell’epoca, già noto per aver contribuito alla costruzione di altre gradinate, Archibald Leitch (segnatevi il nome, perchè nel nostro viaggio lo ritroveremo molto spesso). La nuova ala dello stadio fu inaugurata il 1 gennaio 1907, con il Preston North End come avversario e la capacità dello stadio fu ulteriormente incrementata nel 1913, con la costruzione della tribuna opposta denominata Riverside Stand: Ewood Park poteva allora ospitare quasi 71 mila tifosi, anche se con soli 7000 posti a sedere. L’impianto inizia a prendere la forma definitiva poco prima degli anni 30, quando viene sistemato il settore opposto al Darwen End, denominato allora Blackburn End, e contemporaneamente viene coperta la Riverside Stand: il tutto rimane immutato per la gran parte sino agli anni 80, salvo l’importante aggiunta, nel 1958, dell’impianto di illuminazione inaugurato in un’amichevole con il Werder Brema.

Ewood Park agli albori della sua storia

Negli eighties alcuni eventi (un piccolo incendio nel Nuttal Street Stand) e la presa di coscienza sulla sicurezza portarono al rinnovamento delle tue tribune: per la Nuttal Street Stand si trattò di un ammodernamento, mentre la Riverside Stand fu rasa al suolo e ricostruita sostituendo per gran parte il legno di cui era fatta grazie al prezioso contributo dell’industriale Jack Walker, amico del presidente di allora Bill Fox, che fornì i materiali necessari alla realizzazione del progetto, nato dopo l’incendio allo stadio del Bradford City. E lo stesso Jack Walker, negli anni 90, acquistò il club con l’intento anche di trasformare del tutto Ewood Park: tra il 1992 e il 1994 lo stadio viene completamente stravolto, facendo nascere l’Ewood Park attuale, un piccolo gioiellino all’interno del Lancashire.

L’IMPIANTO ATTUALE

Attualmente Ewood Park può ospitare 31.367 spettatori, ed assieme vediamo qualche dettaglio sugli attuali settori.

L’attuale Ewood Park

THE JACK WALKER STAND

Nata dal rifacimento del Nuttal Street Stand negli anni 90, la tribuna prende il nome dal leggendario presidente Jack Walker, padrone del club tra il 1991 e il 2000, anno della sua morte. A lui è dedicata la stand più importante dell’impianto, giustamente visto che si tratta della persona che ha costruito la squadra in grado di vincere la Premier League nel 1994-95, ultima e unica outsider a riuscirci. All’interno della stand troviamo gli executive box, le media room, le sale dell’hospitality e gli spogliatoi per le squadre; la capienza è di 11 mila posti, ovviamente tutti a sedere e rigorosamente coperti, vicinissimi al campo in grado di garantire una visuale fantastica da ogni punto.

Jack Walker Stand

THE RONNIE CLAYTON BLACKBURN END

Anche questa parte dello stadio è stata rifatta sostanzialmente da zero negli anni 90, nel corso della ricostruzione voluta da Jack Walter ed attualmente consta di 8000 posti a sedere coperti divisi in due anelli: il superiore è dedicato alle famiglie, quello inferiore è la sede dei tifosi più hardcore della squadra. A separare i due anelli abbiamo un’altra serie di hospitality box e all’interno di questo settore si trova anche la boardroom originariamente compresa nella Nuttall Street Stand, smontata e ricostruita qui. I nomi del settore sono due: quello storico, Blackburn End, nasce dal fatto che dietro il settore c’è proprio la cittadina di Blackburn e non a caso i tifosi locali ne han fatto la loro casa; il secondo è quello di Ronnie Clayton, storica bandiera del club tra gli anni 50 e 60, con più di 600 presenze con il club e 35 con la nazionale. La dedica del settore a lui è recentissima, avvenuta con una breve cerimonia nell’agosto del 2011 alla fine del primo tempo della prima partita della stagione 2011/12 della Premier League. Al di fuori del settore si può inoltre trovare ed ammirare la statua dedicata all’ex presidente Jack Walker, nonchè l’immancabile megastore della squadra, luogo dove ogni fan della squadra almeno una volta l’anno fa una visita per procurarsi la maglia della squadra, rigorosamente originale.

La statua di Jack Walker che vi accoglie al Ronnie Clayton Blackburn End

THE RIVERSIDE STAND

Si tratta della parte più vecchia (e anche contestata) di Ewood Park: è un’unico rettilineo che può ospitare circa 4000 mila spettatori la cui struttura originaria nasce dal rifacimento a cui abbiamo accennato precedentemente, avvenuto negli anni 80. A disturbare parzialmente la visuale ci sono, nella più classica delle tradizioni inglesi, i pali di sostegno della copertura, soprattutto per gli spettatori delle ultime file. Sul lato confinante con il Darwen End si trova anche il jumbotron che aggiorna gli spettatori su risultati, formazioni e tutto quanto ci possa essere di contorno ad una partita. Il settore inoltre è quello che in futuro dovrebbe venir rinnovato, anche se non vi sono piani precisi e definiti, ma solo l’idea di aggiungere circa 9000 mila posti portando la capienza totale dello stadio a 40 mila.

Il Riverside Stand, la parte storica dello stadio

THE WEC GROUP DARWEN END

Il vecchio e il nuovo caratterizzano il nome di questo settore: il Wec group infatti è uno degli sponsor della squadra, proseguendo nella tradizione moderna (orrenda) di rinominare stadi o settori a seconda di chi paga; Darwen End invece è il nome originale, derivante dal fatto che a circa un miglio di distanza, dietro la tribuna, si trova l’omonima cittadina. Anche questo settore, e l’area retrostante, sono stati ampiamente rivisti negli anni 90, portandolo alla forma attuale con circa 8000 posti a sedere e una struttura simile al Blackburn End. Qui circa 4000 posti, nell’anello superiore, sono dedicati al settore ospiti, gli altri al pubblico locale con altre hospitality suite e soprattutto la sede della Rovers Radio. Al di fuori del settore troviamo inoltre il Blackburn Rovers Indoor Centre, struttura dedicata alla promozione del calcio giocato ed allenato per i giovani.

Il Darwen End visto dalla Jack Walker Stand

L’ATMOSFERA

Non essendoci stato personalmente, come in molti stadi che vi presenterò nel corso dell’avventura sul blog, qui troverete una sorta di riassunto e video dei fans durante i match ad Ewood Park. I tifosi dei Rovers sono descritti come passionali, fedeli al club, ma non in grado di creare quell’atmosfera elettrizzante che si respira e si percepisce anche attraverso la tv in molti stadi d’oltremanica; lo stadio comunque è sempre abbastanza pieno, con un discreto colpo d’occhio (la scorsa stagione le partite dei Rovers hanno portato ad Ewood Park 25 mila persone in media).  Le partite più calde sono quelle con le squadre rivali, tra cui la più acerrima è quella con il Burnley (potete apprezzare l’atmosfera nel video sottostante), in quello che è conosciuto come l’East Lancashire Derby, una delle rivalità più storiche della nazione.

Altre rivalità importanti, nelle quali si può apprezzare un’ottima atmosfera allo stadio, sono quelle con il Bolton, il Manchester United ed il Preston; in generale tuttavia Ewood Park è conosciuto tra i tifosi come una trasferta che chiunque può fare e questo, personalmente, lo apprezzo tantissimo. Leggendo le testimonianze in rete gran parte dei tifosi che, da neutrali o ospiti, arrivano ad Ewood Park, riconoscono una buona ospitalità ai locali ma una scarsa capacità canora e un’atmosfera abbastanza piatta. Tuttavia, nell’ultimo periodo, i tifosi dei Rovers sono saliti alla ribalta per le pesanti contestazioni, vocali e tramite gesti plateali (non violenti, ovviamente) verso il manager Steve Kean, che viene invitato ad andarsene in ogni modo: cori, sit-in di protesta, striscioni ed addirittura un aereo affittato per 90 minuti fatto sorvolare su Ewood Park durante una partita con lo striscione Steve Kean vattene attaccato in coda (come nelle nostre località balneari, per intenderci).  Una protesta che ha decisamente toccato vette davvero fantasiose.

CURIOSITA’ E NUMERI

Il campo di Ewood Park è leggermente rialzato rispetto al fondo del terreno, con i giocatori che ogni volta per battere rimesse laterali e corner si trovano a dover fare una sorta di scalino.

Nella sua storia Ewood Park è stato anche un impianto multifunzionale, soprattutto all’inizio della sua vita quando ha ospitato gare di atletica ed anche le corse dei levrieri inglesi. Più recentemente è stato sede della finale degli Europei femminili di calcio del 2005 nonchè di numerose partite dell’under 21 inglese. Nell’ormai lontano 2002, infine, ha avuto anche l’onore di ospitare gli All Blacks in un test match di rugby in terra inglese.

Capacità: 31.367 posti a sedere

Misure del campo: 115 x 76 metri

Record attendance: 62.522 (1929 – Fa Cup)

Record attendance attuale: 30.895 (1995 Premier League – vs Liverpool)

FONTI
Football ground guide
Groundhopping
Wikipedia
Blackburn Rovers official site