Dixie

Ci sono giocatori che legano il loro nome indissolubilmente a quello di un club.
Magari oggi un po’ meno, ma qualche caso lo troviamo ancora. John Terry, Ryan Giggs (o Scholes o Neville), Steven Gerrard, ad esempio.
O Alan Shearer, che seppur non abbia giocato sempre nel Newcastle, è associabile ai Magpies più che al Blackburn, con cui però avrebbe vinto un titolo irripetibile.
Andando indietro nel tempo, i casi si sprecano. E figurarsi se spostiamo le lancette del nostro orologio indietro non solo di anni, ma di decenni. Per ogni squadra ci sono almeno due nomi di leggende. Calciatori che hanno regalato gioie ai tifosi, che hanno sudato e lottato per una maglia. E che magari si sono meritati una statua, onore riservato a pochi, grandi immortali.
Questa storia parla di uno di loro.
Parla di un eroe romantico, pulito ed elegante, che in un giorno di marzo muore tra le braccia della sua sposa, senza più la sua gamba destra, quella che lo rese ciò che era.
Se i trovatori esistessero ancora, canterebbero le avventure dei calciatori, i cavalieri di oggi. Su di lui, però, avrebbero composto la moderna Chanson de Roland.
Siamo a Birkenhead, città situata sulla sponda opposta del fiume Mersey rispetto a Liverpool. 313 di Laird Street, una delle vie principali della città. 22 Gennaio 1907, la data in cui vide la luce del Mondo per la prima volta.
Proprio per la scuola locale, la Laird Street School, questo ragazzotto, nipote di un ferroviere, iniziò a giocare a calcio.
Un’idea meravigliosa, specie nel Merseyside, che ha da sempre un rapporto privilegiato con the beautiful game. Un’idea meravigliosa, poi, se sei uno che al pallone dà del tu, senza timori reverenziali.
Il calcio, peraltro, piaceva anche a suo padre, William Sr., e in particolare gli garbava una squadra: l’Everton Football Club. Nel 1915, William Sr. portò suo figlio, per la prima volta, a Goodison Park. Aveva 8 anni, e quell’Everton si sarebbe apprestato, da lì a poco, a vincere il titolo.
Questa storia dell’Everton, di cui ovviamente il ragazzo si innamorò, tornerà utile più tardi.
Per il momento restiamo a Birkenhead, con le sue case basse e di mattoni rossi.
Come detto, il ragazzo sviluppò un rapporto d’amore con la palla da calcio. Talento innato. Un giorno lo notano gli scout del Tranmere Rovers, la squadra locale. A 16 anni, con la benedizione dei genitori, entra a far parte del club.
Prenton Park non era esattamente Wembley, che aprì i battenti lo stesso anno in cui il ragazzo firmò per i Rovers, il 1923. Una delle stand, ancora oggi, si chiama the Cowshed. La stalla.
Ma il nostro, nonostante tutto, si seppe ritagliare il suo spazio di gloria anche da questo palcoscenico di periferia. Per forza, segnava a raffica ed era poco più che un adolescente! 27 goal in 30 partite recitano gli annali, tutti concentrati nella seconda stagione. Media: un goal a partita (la prima vide 3 presenze e zero reti).
Rimase al Tranmere due sole stagioni, perchè poi il destino gli aveva affidato un altro compito: scrivere la storia dell’Everton.
Molti club chiesero informazioni. Arsenal, Newcastle, tutti con un grande svantaggio: non essere l’Everton. Perchè quando il segretario-manager dei Toffees, Mr. McIntosh, chiese di vedere Dixie, lui per la gioia corse 4 kilometri che lo separavano dal luogo dell’incontro.
Già, Dixie. Lui per la verità non ha mai amato questo soprannome, preferiva Bill, diminutivo di William.
Però al Tranmere qualcuno pensò che questo ragazzo del Merseyside assomigliasse, per tratti somatici, ad uno del Sud degli States. E uno del sud degli States è, per forza, “Dixie”, perchè abitante al di sotto della linea Mason-Dixon. Appunto.
Torniamo ai fatti, perchè qui svoltò la carriera. Per 3.000 sterline, Dixie passò all’Everton. Un accordo in essere col Tranmere presupponeva che il 10% della cifra sarebbe spettato a lui. Ma invece che 300 pounds, se ne vide recapitare solo 30. Chiamò il suo manager, Bert Cooke, e gli disse: “e il resto?”. “Senti, Bill, è il massimo che la lega ci permette di darti”. Furioso, si rivolse allora a John McKenna, presidente della Football Association. Che per tutta risposta gli comunicò, laconico: “mi dispiace che tu abbia firmato, e questo è quanto”.
Avidità? Per nulla. Quelle 30 sterline Bill le diede in consegna ai genitori, che a loro volta le donarono all’ospedale di Birkenhead.
L’Everton, l’amato Everton, e qui, a Goodison Park, Dixie scriverà la leggenda dei Toffees e del calcio inglese.
Arrivò a campionato in corso, in tempo per segnare 2 reti in 7 partite. La prima stagione completa fu il 1925/26: 32 centri in 38 incontri. E poi a seguire 21 reti in 27 partite. Fino al 1927/28.
Qui bisogna fermarsi. Perchè quella fu la più grande stagione che un attaccante inglese abbia mai giocato. Un numero di goals che è persino imbarazzante da scrivere: SESSANTA. Sei-zero. L’Everton, ovviamente, vinse il titolo, il terzo della sua storia, e Bill, da Birkenhead, a 21 anni divenne semplicemente the greatest goal-scorer of England. Il più grande e il più famoso attaccante d’Albione.
Segnava in tutti i modi, specialmente di testa, ma non per questo rispecchiava per forza i canoni del tipico centravanti inglese. Anzi. Eddie Hapgood, terzino dell’Arsenal, lo descrisse così: “un mago con la sfera ai piedi, ma letale di testa, forte come un toro, era impossibile togliergli palla, giocava in modo pulito, era un grande sportivo ed uno che non si dava mai per vinto. Era anche uno duro e tosto, non solo perché era grande e grosso, ma perché amava spesso allargarsi sulle fasce, portandosi dietro il centro-mediano e, assai di frequente, riusciva a saltarlo, complicando assai le cose per la difesa.” Oggi diremmo “un attaccante completo”.
Nella stagione post-record segnò 26 volte, 23 in quella successiva. Due stagioni, queste, costellate di piccoli problemi che gli fecero saltare diversi match. Forse anche per questo successe quel che successe in quel maledetto 1929/30.
Senza avversità, non sarebbe la romantica storia, la chanson de geste che tanto abbiamo decantato in apertura. Come in ogni racconto che si rispetti, l’eroe deve superare almeno una difficoltà per realizzarsi.
Dixie aveva vinto, Dixie vincerà, ma prima dovette assistere, quasi inerme, alla retrocessione dell’Everton. Del suo Everton. L’eroe a questo punto si erge sugli altri e, da solo, risolve la situazione. A suon di reti riporterà immediamente i Toffees in First Division e, da neopromossi, vinceranno anche il campionato successivo. Ovviamente con Dixie protagonista.
Chiuderà l’esperienza all’Everton con due titoli, due Charity Shield, una FA Cup (1933, con goal nel 3-0 in finale contro il City). 349 goal in 399 partite, 377 in 431 se si contano tutte le competizioni.
Giocò ancora, dopo i Toffees. Dapprima al Notts County, poi allo Sligo Rovers in Irlanda e infine all’Hurst, oggi Ashton United.
Chiusa la carriera, aprì un pub, il Dublin Packet, a Chester. E fece anche altri lavori, umili, se è giusto chiamarli così. Come si conviene ad un eroe buono, mai ammonito in carriera.
All’Everton, guadagnava 8 sterline a settimana d’inverno, 6 d’estate. “When i was playing i couldn’t afford a pair of boots“, dirà a George Best. Ma non ne fece mai un motivo di lamento.
Un giorno gli chiesero se il record di 60 goal in campionato sarebbe mai stato battuto. “Certo”, rispose, “ma solo un uomo ce la farà. Ed è quello che cammina sull’acqua”.
Il calcio gli mancava, ma la salute problematica lo tenne spesso lontano da Goodison Park. Nel Novembre del 1976 gli amputarono la gamba destra in seguito ad una trombosi. Un duro colpo.
Forse sentendo avvicinarsi l’inesorabile fine, Dixie decise il 1 Marzo del 1980 di tornare a Goodison, perchè gli mancavano i suoi tifosi, il suo Everton. Non una partita come le altre, ma il Merseyside Derby. Everton-Liverpool.
Il destino è lo scrittore più grande, assurdo, imprevedibile che esista. Perchè Dixie, leggenda dell’Everton, morirà lì, a Goodison Park, pochi istanti dopo il fischio finale di un derby contro il Liverpool.
Un vecchio cavaliere che torna per un’ultima volta sul campo di battaglia, persa (vinse il Liverpool, 2-1) e lì saluta per sempre la vita.
O meglio ancora un amante che muore guardando negli occhi la sua amata, che lo vede spegnersi a sua volta. La tragedia romantica, sublimata.
Siamo certi che, se avesse potuto scegliere, Dixie avrebbe scelto così. E forse per questo, quel giorno, insistette per andare a Goodison, o almeno, è in quache modo bello pensare che sia così.
Il ricordo più suggestivo, tra i tanti, venne da un “nemico”, Bill Shankly. Nemico, tra virgolette s’intende, perchè il grande allenatore scozzese plasmò il suo Liverpool anche in funzione anti-Everton, che d’altronde fino agli anni ’60 dominava la scena nel Merseyside. “Ci sono due squadre a Liverpool. Il Liverpool e il Liverpool riserve”. Uno spirito che mantenne anche il giorno del funerale, quando disse “lo so che è un’occasione triste, ma son sicuro che Dixie sarebbe estasiato nel sapere che anche da morto riesce a radunare più gente che l’Everton il Sabato pomeriggio”.
Una caduta di stile pensò qualcuno, un omaggio sincero crediamo noi, condito da quell’ironia tipica dell’uomo da Glenbuck. Ma Shankly disse anche “He belongs to the company of the supremely great, like Beethoven, Shakespeare and Rembrandt“. Tre artisti, in tre diverse categorie. Come dire: la quarta, quella del calcio, è appannaggio di Dixie.
Oggi, una statua ne commemora le gesta fuori Goodison Park. C’è scritto “the most lethal header in the history of the game“, giusto per rimarcare la specialità della casa; oltre al record, imbattibile, di 60 goal in un campionato, e al ricordo della morte avvenuta in quel luogo.
Dopo il funerale in Laird Street, la strada che lo vide nascere e crescere, le ceneri vennero deposte sul prato di Goodison Park. Perchè, onestamente, nessun altro luogo avrebbe potuto ospitarle. E quale migliore conclusione della storia, a cui abbiamo volutamente dato un’impronta quasi mitica, pensare che, ancora oggi, lo spirito leggendario di Dixie aleggi su Goodison, a infondere coraggio e passione ai giocatori che, negli anni, indossarono e indosseranno la casacca blu dei Toffees?
Decisamente sì, ci piace pensare che sia così.

Come forse avete notato, non abbiamo mai citato il cognome di Dixie. Perchè è superfluo, perchè gli eroi non hanno un cognome. E perchè, soprattutto, difficilmente rivedremo un altro così.
William Ralph “Dixie” Dean, 1907-1980.

Dixie_Dean_Monument

La storia del Newcastle United

indexNewcastle United Football Club
Anno di fondazione: 1892
Nickname: the Magpies
Stadio: St James’ Park, Newcastle-upon-Tyne
Capacità: 52.404

Il post dedicato a St James’ Park: CLICCA QUI
I post dedicati ad Alan Shearer: QUI e QUI

“Ma che diavolo di lingua parlano questi?”. La domanda, forse legittima per un italiano speduto in terra d’Albione, testimonia però una scarsa confidenza di chi l’ha posta con la fonetica delle persone che abitano un angolo d’Inghilterra a suo modo unico, lassù, a nord, poco al di sotto del vallo di Adriano, a due passi dalla Scozia. Quelle persone che comunemente chiamiamo, chiamano e si autodefiniscono Geordie. E che parlano con un accento tutto loro, come spesso capita nelle varie zone d’Inghilterra, quando maledici la tua prof d’inglese che ti insegnava le pronunce come se avessi dovuto parlare tutta la vita con la Regina, e non con degli scousers, o appunto dei geordies.
Appurato che gli abitanti di questa parte del nord-est d’Inghilterra vengono chiamati così, resta da capire, letteralmente, cos’è un “geordie”? Come sempre, aleggia un alone di mistero sulla vicenda. Quel che sembra certo è il legame con il nome George. La motivazione che ci piace di più è legata alle lampade da miniera, quelle inventate da George Stephenson, che i locali preferivano alle omologhe di Sir Humphrey Davy. E ci piace perchè la miniera è il palcoscenico in cui per anni la vita di questa gente del nord è andata in scena, tra stenti e sudore, e nelle quali è maturato quel senso di appartenenza e di fiero orgoglio caratteristico di queste parti.

E c’è un posto in particolare in cui questo orgoglio geordie si manifesta regolarmente, da più di un secolo. Un posto chiamato St James’ Park, Newcastle-upon-Tyne, the Toon (ovvero town nella pronuncia locale), la città principale della zona, nelle cui panoramiche vedrete sempre un ponte, perchè beh, non c’è molto altro da offrire all’obiettivo della fotocamera. St James’ Park. 52.404 posti, spesso esauriti, il terzo stadio più grande della Premier, il quarto d’Inghilterra se si tiene conto di Wembley. E la casa del Newcastle United praticamente da sempre, avendolo ricevuto in eredità dalle due squadre che contribuirono alla nascita del club, il Newcastle West End e l’East End. Newcastle East End sarà anche la prima denominazione del club, visto che il West End venne sciolto e assorbito dall’East End stesso, stadio incluso, lasciando nella città una sola squadra di rilievo. Nel Dicembre di quello stesso anno, cadute le differenze tra East e West End, si decise pertanto che il club necessitasse di un nuovo nome; con scelta saggia e frequente quanto si trattava di fusioni tra società, si optò per Newcastle United Football Club.

St-James-Park-006Non fu subito Football League, che arrivò però nella stagione 1893/94; e sarebbe arrivata subito, se non fosse che i dirigenti rifiutarono l’invito per la Second Division, accettandolo peraltro la stagione seguente (il motivo del rifiuto era la scarsa prospettiva di incasso a fronte delle spese per le trasferte, costi che invece erano contenuti in Northern League). Dopo le prime non esaltanti stagioni, sul campo e sugli spalti dove di rado si raggiungevano numeri quantomeno discreti, a Newcastle però si accorsero che, in questo giochino tanto bello, a cavallo dei due secoli dominavano…gli scozzesi, praticamente i loro vicini di casa. Con una squadra formata prevalentemente da scozzesi (Howie, McWilliam, Lawrence, McCombie), i Magpies (soprannome standard per qualsiasi squadra bianconera inglese che si rispetti) dominarono il decennio 1900-1910: tre titoli e cinque finali di FA Cup, di cui però quattro perse e solo nel 1910, finalmente, vinta (contro il Barnsley). Il bis, sfiorato nuovamente l’anno successivo, arrivò solo 14 anni dopo, sconfiggendo in finale l’Aston Villa con reti di Harris e Seymour, quando ormai la gara sembrava destinata al replay.

La squadra vincitrice dell’FA Cup nel 1924 conquistò, due stagioni dopo, il titolo, ad oggi l’ultimo campionato vinto dal Newcastle. Al solido nucleo già presente si unì, nemmeno a dirlo, uno scozzese, proveniente dall’Airdrieonians e rispondente al nome di Hughie Gallacher, che segnerà 143 goals in 174 partite con i Magpies prima di emigrare a sud, al Chelsea. Gallacher fu uno degli ultimi alfieri del grande Newcastle, perchè da lì a poco un inesorabile declino vedrà lo United precipitare in seconda serie. Prima però l’ultimo squillo di gloria, un’altra finale di FA Cup, vinta, 2-1, contro l’Arsenal. 1932, e ai posteri quella partita si consegnerà come the over the line final, perchè il pareggio del Newcastle scaturì da un cross di Richardson con la palla visibilmente oltre la linea di fondo. Ma come detto, fu l’ultimo acuto: alla fine della stagione 1933/34, dopo 35 lunghi anni di massima serie, i Magpies si ritrovarono in Second, dove molti anni prima la loro storia era cominciata. Manager di quell’edizione del Newcastle era Andy Cunningham, un nome che dice poco a prima vista, ma trattasi del primo player-manager della storia della First Division inglese.

"Wor Jackie"

“Wor Jackie”

A differenza del Paese che si leccava le ferite di una sanguinosa vittoria, il Newcastle uscì dal periodo bellico rinvigorito. La promozione tardò due stagioni ad arrivare, ma la squadra che venne costruita fu tra le migliori che si potessero auspicare. Deus ex machina dell’operazione il grande Stan Seymour, già giocatore del club come visto e, a tratti, anche allenatore. Un nucleo di local lads (Jackie Milburn, detto Wor Jackie, espressione geordie che significa “il nostro Jackie”, secondo cannoniere nella storia del club, e poi Bobby Cowell, Ernie Taylor) e tante star, tra le quali il cileno Jorge “George” Robledo (e suo fratello Eduardo -Ted- che però fu meno brillante), lo scozzese Bobby Mitchell (detto Bobby Dazzler, espressione colloquiale del nord indicante tipo tosto, cool, speciale), gli inglesi Joe Harvey (il capitano) e Len Shackleton. Pochi giri di parole: gli anni cinquanta videro questo Newcastle vincere tre volte l’FA Cup. Nel 1950/51 a soccombere fu il Blackpool, 2-0 sotto i colpi di Milburn; nel 1952 la vittima fu l’Arsenal, su cui i Magpies si imposero grazie a una rete di George Robledo; e infine nel 1955 fu la volta del Manchester City, sconfitto per 3-1 grazie al solito Milburn, a Mitchell e ad Hannah.

Ma il sognò durò un decennio. Nel 1961, nuova retrocessione. Manager Charlie Mitten, ex giocatore del Manchester United e…dell’Independiente de Santa Fe. Piccolo excursus. Come dell’Independiente de Santa Fe? Mitten fu uno di quei giocatori che, durante il tour in Sudamerica del Manchester United nel 1950 – un autentico successo di pubblico – , disse “ah sì? Noi riempiamo gli stadi e voi ci pagate solo 12 sterline a settimana? E io gioco per questi”. La Colombia non era soggetta all’autorità della FIFA, e Mitten firmò, per 5.000 sterline più una paga settimanale di 40 bigliettoni. The Bogotà Bandit venne soprannominato, ma dopo sola una stagione tornò in patria, smise di giocare e incominciò ad allenare. Non con grandi risultati. Per sostituirlo sulla panchina venne chiamato il capitano della grande squadra del dopoguerra: Joe Harvey. Harvey nel 1965 conquistò la promozione, nel 1968 qualificò per la prima volta la squadra alle competizioni europee e, all’esordio nella Coppa delle Fiere (antenata della fu Coppa UEFA) vinse subito il trofeo. La squadra di Pop Robson, Bobby Moncur, Frank Clark e del centravanti gallese Wyn Davies, che nel 1971 cedette la maglia numero 9 ad un altro attaccante, destinato a entrare nel cuore della Toon Army: Malcolm Macdonald, Supermac (un attento lettore di Nick Hornby lo conoscerà bene).

Vincitori della Coppa delle Fiere

Vincitori della Coppa delle Fiere

Ma con Supermac non si vinse nulla. La finale di FA Cup del 1974 vide trionfare nettamente il Liverpool di Shankly, alla sua ultima partita sulla panchina dei Reds; e nel 1975 Harvey, dopo più di un decennio alla guida del club, venne licenziato. Infine, nel 1976 Macdonald portò la maglia numero 9 ad Highbury tra le polemiche. Un ultimo sussulto venne dalla stagione 1976/77, quando a Natale i Magpies, guidati da Gordon Lee, erano in lotta per il primato in classifica. A Gennaio Lee cedette però al corteggiamento dell’Everton, lasciando la panchina a Richard Dinnis, che concluse comunque la stagione al quinto posto. Ma il crollo arrivò nella successiva; una campagna disastrosa vide ripiombare il Newcastle negli inferi della Second Division (l’ultimo posto fu evitato solo per la tremenda differenza reti del Leicester). Gli anni ’70 finivano, e il decennio che seguì fu, diciamo così, particolare per i Magpies. Non tanto per i risultati, anche se nel 1982 ci fu il ritorno in First Division, quanto per i giocatori che si alternarono con la casacca bianco-nera (che è così dal 1894, dopo un primo biennio di maglia rossa). Star che avevano scollinato il picco della loro carriera, ma non per questo meno efficaci, come Kevin Keegan e Terry McDermott; e tanti giovani lanciati, nativi del Tyne & Wear o del Northumberland, di cui tre destinati a entrare nella storia del calcio inglese: Peter Beardsley, Chris Waddle e Paul Gazza Gascoigne.

Ma questi talenti non fecero la gloria del Newcastle, anzi: le cessioni di Beardsley (Liverpool), Waddle e Gascoigne (entrambi finiti al Tottenham) furono l’apice di un momento di crisi societaria e sportiva che nel giro di poche stagioni portò i Magpies sprofondare sul fondo della Second Division (1991/92). Casi del destino, quello fu l’inizio della rinascita. La società, dopo lunghe battaglie tra gli azionisti, passò nelle mani di Sir John Hall, imprenditore di Ashington, figlio di un minatore come si conviene da queste parti, che come prima decisione affidò la panchina a Kevin Keegan, alla sua prima esperienza alla guida di un club. I risultati che seguirono dimostrarono la validità della scelta, e il fatto che il concetto di “esperienza” vale come il 2 a briscola. Promozione nella neonata Premier League, qualificazione UEFA, Robert Lee, Andy Cole, l’ammodernamento di St James’ Park. Tutto meraviglioso, come non lo sembrava da anni, poi Keegan cedette nell’estate del 1995 Andy Cole al Manchester United ed ecco i fantasmi del passato a tornare cupi sui cieli di Newcastle. Ma i fantasmi furono spazzati via. Alla partenza del futuro Calypso Boy fecero seguito gli arrivi di Faustino Asprilla, del prolifico attaccante del QPR Les Ferdinand e del sempre meraviglioso David Ginola, chioma bionda e classe sopraffina. Secondo posto finale. Il miglior risultato in decenni di storia.

Unico e inimitabile Alan

Unico e inimitabile Alan

Nel frattempo nel sud dell’Inghilterra prima e nel Lancashire poi un giovane attaccante, nativo proprio di Newcastle, regalava gioie ai tifosi e speranze alla Nazionale inglese, impegnata nel 1996 nell’Europeo casalingo. Anche ai membri della Toon Army che avessero mai osato sognare di averlo nella propria squadra sembrò incredibile, nel 1996, vederlo arrivare a St James’ Park. Il nome sarebbe superfluo, perchè sarà colui che spazzerà via Jackie Milburn dai libri di storia, e che nella mente di tutti gli appassionati di calcio legherà il suo nome a quello del club per cui tifava da piccolo; ma l’arrivo di Alan Shearer sembrava davvero poter riaprire le porte del paradiso. E invece fu nuovamente secondo posto, una stagione iniziata da Keegan e conclusa da Dalglish, dopo che King Kevin si dimise adducendo come motivazione “sento di aver portato il club al massimo livello possibile”. Il Newcastle di Dalglish lasciò due ricordi indelebili, la vittoria in Champions League contro il Barça e la finale di FA Cup del 1998, persa però contro l’Arsenal; l’ex Liverpool lasciò il posto a Ruud Gullit, in tempo per un’altra FA Cup persa (stavolta contro il Manchester United) e un rapporto mai nato con Alan Shearer, una delle ragioni per cui l’olandese si dimise all’inizio della stagione 1999/2000 la panchina di St James’ Park.

Ecco, a questo punto entra in gioco un altro personaggio chiave nella storia recente dei Magpies. Un uomo anch’egli del nord, County Durham, un girovago del calcio che ha vinto ovunque sia stato, da Ipswich a Barcelona passando per Oporto ed Eindhoven: Sir Bobby Robson. Le cinque stagioni di Robson alla guida del Newcastle videro i bianconeri giungere, dopo due stagioni che potremmo definire di assestamento, quarti, terzi e quinti in campionato, e ad una semifinale di Coppa UEFA persa nel 2004 contro l’Olympique Marseille. Trofei nemmeno l’ombra, ma quella squadra, con Shearer, Robert, il compianto Speed fu l’ultima a competere ad alti livelli. Progressivamente il giocattolo si sgretolò, Robson venne licenziato, Souness subentrò senza lasciare il segno, Shearer al termine della stagione 2005/06 appese gli scarpini al chiodo, e per il Newcastle da lì a pochi anni fu nuovamente retrocessione. E’ storia recente, con il ritorno sfortunato di Shearer nelle vesti di manager, che fece peraltro seguito a quello di Keegan, ma anche con la promozione centrata al primo tentativo, dominando la Championship, fino all’arrivo di Pardew. E questa non è storia recente, ma recentissima.

0,,10278~8947108,00Salutiamo Newcastle. Newcastle e le sue maglie bianco nere, talmente significative che i due colori campeggiano nello stemma che ricalca, per il restante, quello cittadino. Newcastle e il suo cielo grigio, i ragazzi che schiamazzano per strada con il loro accento tipico. Newcastle e Seymour, Milburn, Gallacher e Shearer. Newcastle e St James’ Park, che si staglia all’orizzonte, mentre ti allontani nella pioggia di novembre.

Una tappa a Bermondsey, SE16, London

Torniamo a parlare del Fisher, squadra che abbiamo a cuore da tempo per diverse ragioni. Una realtà un tempo importante (Conference) sprofondata nel sottobosco del calcio inglese, senza più uno stadio, totalmente gestita dai tifosi. Per quanto riguarda lo stadio dovremmo esserci, il ritorno a Bermondsey è cosa fatta (al momento dividono lo stadio con il Dulwich Hamlet, Champion Hill). Per la risalita, si vedrà. Ma il Fisher esiste ancora, portato avanti dalla passione dei suoi tifosi e dei suoi giocatori.
Questi due video ci consentono di tuffarci in questa realtà, lontana dai riflettori e dai soldi della Premier League. Calcio vero, sano, genuino.

Diamo il giusto merito ai ragazzi di Copa90, per l’eccellente lavoro che svolgono.

Il papavero della discordia

In Flanders fields the poppies blow
      Between the crosses, row on row,
   That mark our place; and in the sky
   The larks, still bravely singing, fly
Scarce heard amid the guns below.

“In Flanders Fields” di John McCrae è la poesia da cui deriva l’usanza del papavero come simbolo dei caduti di guerra, il papavero rosso che cresce sul luogo in cui un soldato è caduto. Ho sempre ammirato i britannici, tra i tanti motivi, per uno in particolare: il rispetto della tradizione e della memoria collettiva. L’appuntare un papavero all’occhiello in ricordo di chi ha perso la vita per difendere il Commonwealth, un gesto tanto semplice quanto carico di significato; il Remembrance Day, così denso di pathos, di commozione collettiva, con il veterano di turno che, anche sui campi da calcio della Premier e della Football League, depone una corona di papaveri a centrocampo, in un mix di applausi e di silenzio tombale che in Paesi meno civili (e l’elenco è da considerarsi lungo) si sognano.

Oggi mi è capitato di leggere su un sito italiano di prim’ordine (addirittura) una storia che in realtà già conoscevo, sia perchè letta sui media inglesi sia perchè trattasi di un deja vu. Protagonista James McClean, ex-Sunderland ora al Wigan. Una vicenda che concentra in se più di mezzo secolo di storia del Regno Unito, e di una città in particolare che dei Troubles che sconvolsero l’Irlanda del Nord fu il simbolo: Londonderry per la corona e i suoi seguaci, Derry per chi sogna la Repubblica d’Irlanda. McClean è un cattolico, nativo proprio di Derry, tecnicamente britannico, calcisticamente irlandese per una precisa volontà, non dettata da opportunismo (del tipo, gioco nell’Eire perchè – ahinoi – l’Irlanda del Nord fa cagare) ma da profondi sentimenti politici e religiosi. Sabato, nel match contro il Bolton, ha rifiutato di indossare il papavero sulla maglia, come già aveva fatto ai tempi del Sunderland. 30 Gennaio 1972. A Derry, marcia di indipendentisti. Il Primo Battaglione dei paracadutisti di Sua Maestà ha la non felice idea di aprire il fuoco sulla folla (e, pochi mesi dopo, il Capitano Derek Wilford venne premiato con l’Order of the British Empire dalla Regina Elisabetta): 13 morti. Sunday Bloody Sunday, canteranno gli irlandesi U2 ricordando quella Domenica destinata a segnare la storia. Per la città di Derry e per la sua forte comunità cattolico-indipendentista, una ferita che non si ricucirà probabilmente mai (rimanendo in ambito calcistico, basterà ricordare che la squadra locale, il Derry City, gioca nel campionato irlandese), nonostante ultimamente le cose siano migliorate e ci si dia la mano più spesso che in precedenza.

Tutti questi motivi sono alla base della scelta di McClean, che ha pure scritto una lettera al suo presidente Whelan per motivare la sua scelta, semmai ce ne fosse stato bisogno, e per ribadire che lui rispetta i caduti, solo non se la sente di fare un gesto contrario ai suoi sentimenti e a quelli della sua comunità (“Please understand, Mr Whelan, that when you come from Creggan like myself or the Bogside, Brandywell or the majority of places in Derry, every person still lives in the shadow of one of the darkest days in Ireland’s history”). Più o meno contestualmente, l’opinione pubblica inglese si è scagliata contro McClean, ricordandogli più o meno esplicitamente che, gli piaccia o meno, lui è un cittadino britannico, e un britannico ha il dovere di ricordare i propri caduti. Per non parlare delle minacce di morte.

Ho letto la lettera di McClean, e la trovo perfettamente condivisibile. Non ho particolari simpatie per la causa dell’unificazione irlandese, anzi sono un convinto sostenitore del Regno Unito, per quanto possa esserlo un italiano. Ma la scelta di difendere le proprie idee anche a costo di gesti impopolari è quantomeno da rispettare. La Premier è popolata da giocatori stranieri che nemmeno sanno cosa significhi il papavero sulla maglia, se Dio vuole c’è chi lo sa e, con la propria coscienza, decide in tutta libertà. La parola chiave, qui, è proprio questa: libertà. Un’altra cosa che apprezzo del Regno Unito, i cui soldati son caduti anche per difendere la libertà di ognuno di noi, la libertà di manifestare il proprio pensiero senza paura di ritorsioni in un Mondo che, per un certo periodo del Novecento, ha messo in discussione tutto ciò. Credo che James McClean, con il suo gesto contro tutto e tutti (sarebbe stato semplice mettere una maglietta col papavero, come si indossa qualsiasi sponsor al giorno d’oggi senza batter ciglio) ma fedele alla propria coscienza (e rispettoso della legge), abbia semplicemente usufruito di una grande conquista di tutti noi, una conquista che in passato ha richiesto anche di essere difesa con il sangue di chi, oggi, viene commemorato per questo: la libertà. E proprio per questo, alla fine è risultato essere più rispettoso seguendo la propria coscienza.

Around the football grounds – A trip to Kingston upon Hull

Altro giro, altra città, altro stadio. Lasciamo Manchester e dirigiamo il nostro veicolo immaginario verso la parte est dell’Inghillterra. La nostra meta si trova nello Yorkshire, più precisamente nell’East Riding of Yorkshire, alla confluenza del fiume Hull con l’estuario dell’Humber. Arriviamo quindi a Kingston Upon Hull, cittadina di 260mila abitanti che agli storici è sicuramente nota per l’Hull Blitz del 1941, culmine della strategia di bombardamenti tedecsca che aveva già preso di mira la città nell’anno precedente per la presenza di una serie di obiettivi importanti ai fini del sostentamento della campagna di guerra inglese. Ai tempi nostri, in Inghilterra soprattutto, la città è emersa per l’assegnazione del City of Culture 2017, manifestazione nata pochi anni fa Oltremanica per celebrare la vittoria di Liverpool come città europea della cultura 2008: per 1 anno intero quindi Kingston Upon Hull sarà fulcro di iniziative e manifestazioni culturali. Venendo a quanto invece ci riguarda, qui trova casa l’Hull City AFC, che quest’anno non solo ha militato in Premier League, ma ha anche raggiunto la finale di FA Cup (perdendola in modo rocambolesco) e l’accesso all’Europa League.

Panoramica aerea del centro di Kingston Upon Hull

LA STORIA

Formatosi nel 1904, l’Hull City annovera nella sua storia ultracentenaria diversi stadi e, come per tante altre squadre, uno di questi, anche se non il più bello, è rimasto nel cuore e nell’immaginario dei tifosi e dei nostalgici dei tempi passati (Boothferry Park).

Scorcio del The Boulevard negli anni 2000, prima della demolizione

Al momento della nascita del club, fu stipulato un contratto triennale di affitto per l’impianto più importante della città, il Boulevard Ground, sino a quel momento utilizzato esclusivamente dalla squadra locale di rugby. Il contratto, al prezzo di 100 sterline annue, garantiva la possibilità di giocare lì le partite casalinghe, lasciando tuttavia alla squadra di rugby il campo qualora vi fossero state gare da giocare nella medesima giornata. E così effettivamente accadde già a partire dalla prima stagione in una partita di Coppa, con l’Hull City che dovette fare armi e bagagli ed andare a disputare il match in trasferta. Un’altra decisione controversa ci fu nel marzo 1905, quando la Northern Union (la Rugby League attuale) squalificò il Boulevard per le intemperanze dei tifosi durante un incontro di Rugby: il divieto fu esteso anche alle partite di calcio per tutta la durata della chiusura forzata ed in aggiunta la stessa Union intimò a tutte le squadre della lega di non condividere il terreno di gioco con le squadre di calcio. In un clima del genere fu quindi naturale per l’Hull cercare soluzioni alternative, abbandonando il Boulevard nonostante le buone possibilità offerte da questo impianto (all’epoca la stand più importante era la Threepenny Stand, chiusa nel 1985 per ragioni di sicurezza). Il Boulevard, che sarà nel corso del 900 uno dei simboli sportivi della città, (utilizzato non solo per il rugby, ma anche per le corse dei cani e come speedway), fu demolito nel 2010.

Rarissima immagine d’epoca di tifosi al Boulevard

Non fu difficile trovare una nuova sistemazione, ma era difficile trovare qualcosa su cui il club potesse costruire una solida base. Inizialmente un paio di partite furono giocate nella zona di Dairycoates (che ad inizio 900 ospitò un team amatoriale che si faceva chiamare Hull City), poi 17 partite furono giocate sul campo dell’Hull Crickey Club, nella zona di Anlaby Road. Finalmente, nel 1906, l’Hull fu in grado di spostarsi in uno spazio adeguato immediatamente adiacente al campo da Cricket. L’impianto, come spesso accadde in quegli anni, fu ribattezzato, dal nome della strada, Anlaby Road ed il 24 marzo del medesimo anno ci fu l’incontro inaugurale contro il Blackpool, al quale assistettero circa 2000 persone assiepate nell’unica stand coperta presente (2-2 il risultato finale). Ogni tanto comunque ci furono partite disputate ancora al Boulevard per via del contratto pre-esistente al divieto della Rugby Union: l’accordo tra la società calcistica e quella di rugby aveva una durata di 3 anni e non era stato stracciato. Di conseguenza, per non mandare del tutto a vuoto i soldi dell’affitto, fu necessario disputare là qualche match. Ma non appena il contratto si estinse, l’Hull potè concentrare tutti i suoi sforzi nel rendere Anlaby Road la propria casa.

La location di Anlaby Road all’epoca

All’inizio della stagione 1907-08 fu ampliata la main stand, in grado di contenere ora circa 8mila spettatori; in più furono sistemati anche dei terraces portando la capienza totale a circa 16mila persone. Si cercò di coprire anche le sezioni Nord ed Est lottando contro il terribile vento proveniente proprio da Nord-Est e che più volte mise a dura prova il lavoro dell’uomo. Il giorno di Pasquetta 1914 scoppiò un incendio all’interno della Main Stand, che venne distrutta (e grazie al pronto intervento dei vigili del fuoco si salvò la North Stand): la causa non fu mai determinata, ma in città si fecero le ipotesi più disparate, da una realistica sigaretta dimenticata accesa ad un improbabile incendio doloso causato dal movimento delle Suffragette (il movimento politico che nacque in Inghilterra per far ottenere il diritto di voto alle donne). Durante l’estate la stand fu ricostruita grazie alla generosità di un dirigente dell’Hull, Bob Mungall: fu eretta un tribuna moderna, in acciaio e mattoni, che andava direttamente a confinare con l’adiacente campo di cricket. Negli anni 20 il maggior intervento sull’impianto fu la realizzazione della copertura sui 3 terraces esistenti mentre nel marzo 1930 si registrò la più alta affluenza allo stadio: 32.930 spettatori assistettero al quarto di finale di FA Cup che portò l’Hull in semifinale. Il destino di Anlaby Road tuttavia era segnato: le limitate vie d’ingresso all’impianto, l’impossibilità di effettuare un ampliamento significativo e i progetti cittadini di utilizzare l’area in un progetto di riqualificazione ferroviaria portarono l’Hull a guardarsi attorno e ad acquistare un vecchio campo da golf nei pressi di Boothferry Road. Problemi finanziari e la successiva II° guerra mondiale ritardarono lo siluppo del nuovo impianto (i dettagli li vedremo successivamente) e pertanto l’Hull rimase qui: da segnalare il 21 aprile 1934 la sconfitta 1-0 contro il Preston North End, che fece infuriare i tifosi a tal punto da portare ad una chiusura per 15 giorni dello stadio. Il pieno coinvolgimento dell’Inghilterra nella guerra bloccò le partite nel 1941, terminando di fatto l’utilizzo dell’impianto da parte della prima squadra dell’Hull (il contratto scadde nel 1943): alla ripresa della vita normale avvenne l’agognato trasferimento a Boothferry Park, ma Anlaby Road non morì subito. Infatti, nonostante la demolizione di tutte le stand (a cui si arrivò per gli ingenti danni causati dai bombardamenti tedeschi), il terreno fu utilizzato non solo da una squadra amatori della città, ma anche dalle giovanili dell’Hull. L’ultimo match fu giocato il 20 aprile 1965 e due giorni dopo l’impianto fu demolito per far spazio, come ideato 30 anni prima, alla rete ferroviaria. Tuttavia la storia non avrà fine.

Il benvenuto, alla fine dei suoi giorni, a Boothferry Park

Tornando invece sulla nostra rotta, nel dopo-guerra ci fu il trasferimento del club a Boothferry Park. A voler essere precisi però dobbiamo sottolineare che l’Hull riprese ad essere una società calcistica nel 1944 e, per una stagione, nell’attesa degli ultimi ritocchi al nuovo stadio, tornò nella sua prima casa, al Boulevard. La storia di Boothferry Park è travagliata ed inizia precisamente nel 1929, quando, come accennato in precedenza, ci fu l’acquisto di un terreno tra Boothferry Road e North Road, non lontano dalla location di Anlaby Road, che in passato era stato sede di un golf club cittadino. L’acquisto, realizzato con l’aiuto della FA, non venne comunque sfruttato fino al 1932, a causa dei problemi finanziari del club uniti agli scarsi risultati sul campo. Quando i lavori ebbero inizio, con la realizzazione dei terraces e il livellamento del terreno, la situazione non era ancora rosea ed infatti poco tempo dopo non solo furono interrotti, ma caddero nel dimenticatoio rischiando, nel 1939, di essere del tutto abbandonati. Questo perchè in città nacque l’idea di realizzare non solamente uno stadio per il calcio in tale luogo, ma una zona polifunzionale per lo sport: l’Hull si mise a disposizione, ma non arrivarono offerte interessanti. Si decise quindi di proseguire nel progetto originale ed un importante contributo arrivò nuovamente dalla FA, che mise in campo più di 6mila sterline per permettere al club di terminare i lavori e rendere agibile l’impianto per la stagione 1940-41. A complicare i piani arrivò la Seconda Guerra Mondiale che da una parte causò la sospensione di qualsivoglia attività sportiva, dall’altra costrinse gli eserciti ad utilizzare ogni spazio utile per radunarsi, addestrarsi e prepararsi alle battaglie. Boothferry Park fu scelto come base per la Home Guard (il corpo britannico, formato perlopiù da volontari e non abili al servizio militare, da utilizzare come estrema difesa in caso di invasione nazionale) e come officina per i carri-armati. Subito dopo la guerra furono 2 i principali problemi da affrontare per l’Hull: il primo riguardava il terreno, devastato dalla permanenza dei carri; il secondo invece era a carico delle materie prime; erano enormi infatti, nell’immediato dopoguerra, le difficoltà per procurasi i materiali necessari a costruire un impianto adeguato al club. Gli ostacoli non furono superati in tempo e pertanto l’Hull dovette emigrare per un anno al vecchio Bouleveard; la svolta tuttavia arrivò pochissimo dopo, con l’arrivo in società di Harrold Needler, affarista locale che diede la spinta necessaria all’apertura del nuovo impianto ed al successivo trasloco.

Boothferry Park, anni 50

L’inaugurazione avvenne il 31 agosto 1946, all’inizio della stagione calcistica 1946-47 nel match casalingo contro il Lincoln City. Vi fu una cerimonia d’apertura in grande stile, con le squadre condotte in campo dal veterano di guerra e ufficiale di polizia locale JT Brooke in sella al suo cavallo bianco. Il simbolico taglio del nastro lo diede il sindaco e la partita, disputata davanti a 25.000 spettatori, sotto un diluvio torrenziale, finì 0-0. Non era comunque tutto rose e fiori: al momento dell’apertura il club aveva ricevuto il permesso di edificare solamente una stand, la West, sempre nell’ambito della penuria di materie prime e della necessità di dar la priorità ad altre ricostruzioni in città. Gli altri 3 settori erano costituiti da terraces e tra questi solo una piccola parte del settore Nord potè essere coperto grazie al riciclo di materiali usati nel vecchio club di golf, dal quale furono riciclati persino i tornelli per permettere l’ingresso al pubblico. Il campo, in condizioni abbastanza pessime, fu reso giocabile grazie all’intervento di volontari che nelle settimane antecedenti il match lo ripulirono da tutte le erbacce che nel frattempo vi si erano formate:sostanzialmente tutta la città si mobilitò per la squadra di calcio in un territorio da sempre considerato rugby-friendly. Nella mente di Needler Boothferry Park sarebbe dovuto andare incontro ad una progressiva espansione per trasformarsi in uno stadio da 80mila posti a sedere divisi su due anelli e circondato da facilities all’avanguardia: i primi anni la risposta dei tifosi diede ragione ai suoi sogni di grandezza, con un’affluenza media alle partite decisamente elevata ed in crescita costante (il picco fu raggiunto nel febbraio 1949 in una partita di coppa contro il Manchester United, con 55.019 spettatori) e si iniziò a mettere in pratica i buoni propositi. Il primo step fu l’espansione della North Stand, con l’aggiunta di circa 3000 posti nel secondo anello; il secondo fu l’inaugurazione, il 6 gennaio 1951, della Boothferry Park Halt, la stazone ferroviaria dell’impianto situata dietro l’East terrace (la prima a servire in maniera dedicata uno stadio); il terzo la copertura di tutta la zona est nell’aprile del medesimo anno (che avrebbe dovuto essere il preludio per il completo rifacimento di tutta la tribuna) per proseguire, nel 1953, con il posizionamento di un impianto di illuminazione sulle due stand principali (inaugurato il 19 gennaio in amichevole contro il Dundee). La bellezza dell’impianto spinse qui anche il rugby, con diversi derby cittadini giocati in questa sede, capaci di attrarre quasi 30mila spettatori, e con una serie di test match tra australiani e neo-zelandesi; la parentesi rugbystica fu comunque chiusa dalla Football League, che, similmente a quanto fece la Northern Union ad inizio Novecento, vietò la condivisione dello stesso impianto tra squadre di calcio e di rugby.

Il più grande giorno di Boothferry Park, FA Cup nel 1950

I grandi piani ebbero tuttavia un brusco stop dovuto ai pessimi risultati della squadra, che nel 1956 precipitò in terza divisione perdendo prestigio e, soprattutto, pubblico. L’owner non si diede per vinto e reinvestì nuovi capitali: 200mila sterline furono spese per sistemare l’impianto (circa 2 milioni odierni); in particolare fu realizzata un’area per lo sport indoor dietro la South Terrace (nota come Bunkers Hill) con un adiacente campo di allenamento esterno, e, nel 1964 fu sostituito l’impianto d’illuminazione. Data la velocità del progresso tecnologico, il vecchio sistema, seppur precoce rispetto al resto del paese, era già stato superato e quindi fuorono edificati 6 nuovi piloni utilizzati per la prima volta nell’ottobre del medesimo anno contro il Barnsley, ridicolizzato per 7-0. Nel 1965 fu il turno di rimpiazzare la South Terrace: al suo posto fu eretta una two-tier stand classica con posti a sedere in alto e terrace in basso; quest’ultima zona, in memoria della vecchia tribuna, rimase nota come Bunkers Hill. Furono spese 130mila sterline per dare alla città l’impianto più all’avanguardia al di fuori della Division One e, almeno inizialmente, il pubblico non solo tornò allo stadio, ma trascino anche la squadra alla promozione. Fu il periodo di maggior splendore per Boothferry Park, utilizzato anche per gli spareggi di Fa Cup e per alcune amichevoli internazionali; tuttavia la fortuna sparì così come era venuta, l’Hull tornò nelle serie inferiori e gli spettatori si allontarono nuovamente dirottandosi sul rugby, che a Kingston Upon Hull era ormai diventato lo sport cittadino.

Altra immagine d’epoca dello stadio

La famiglia Needler tentò alcune disperate manovre per evitare il disastro finanziario e realizzare ulteriori miglioramenti, ma il successo fu scarso. Fu tentato, in maniera simile a quanto fece il Crystal Palace, di vendere parte del terreno del parcheggio per permettere la costruzione di un supermarket all’inizio degli anni 80, includendo, come clausola, la costruzione di una nuova North Stand al passo coi tempi. La comunità bocciò l’idea su tutta la linea e l’ammodernamento di Boothferry Park cadde sostanzialmente nel dimenticatoio (il supermercato fu comunque realizzato, lasciando la North Stand ad un misero terrace). L’incendio di Bradford portò alla chiusura temporanea della East stand, con la capacità dell’impianto ridotta da 33 a 15 mila spettatori e la necessità di utilizzare 500mila sterline per effettuare i lavori necessari alla riapertura, avvenuta per tempo nel 1986. Assieme a questi lavori di messa in sicurezza, trovarono posto la sostituzione delle gradinate nella South Stand e la costruzione di executive boxes sul fondo della Main Stand. Non fu fatto nient’altro non solo per la mancanza di fondi, ma anche per i pessimi risultati sul campo: all’inizio degli anni 90′ la squadra navigava tra la terza e la seconda divisione, con più campionati nell’ultima divisione professionistica inglese. Questo, dal punto di vista dell’impianto, permise di non dover per forza rispettare i dettami del Taylor report in tempi stretti, lasciando Boothferry Park sostanzialmente immutato, salvo per i regolari lavori di manutenzione. Le uniche modifiche che furono fatte in quel periodo riguardarono principalmente il terreno di gioco, che fu completamente rifatto e dotato di un moderno sistema di drenaggio; lavori minori invece nella West Stand, con la realizzazione di altri “corporate boxes”.

Panoramica aerea degli anni 80

A metà degli anni 90′ la situazione di Boothferry Park era sostanzialmente disperata: alcune sezioni dello stadio cadevano letteralmente a pezzi, in particolare la East Stand a causa del pessimo stato della copertura. Nel 1996 furono fatti alcuni lavori di salvataggio per permettere la riapertura della stand, chiusa nuovamente nel 1999 per l’impossibilità a rispettare i dettami del Taylor Report. In mezzo a tutte queste disavventure, furono fisiologiche le prime discussioni riguardo alla possibilità di costruire un nuovo impianto, ma tutto moriva sul nascere per un semplice motivo: la mancanza di fondi. Qualche spiraglio venne aperto dalla cessione del club nel 1997, ma fu una cessione monca in quanto venne ceduto solamente il club e non l’impianto, creando non pochi problemi di convivenza tra i proprietari, con il culmine raggiunto dal paventato divieto di giocare a Boothferry Park nell’estate del 2000. Tuttavia l’Hull non si allontanò mai da lì, anzi, grazie all’aiuto della Football Trust, si riuscì a riaprire l’East Stand e a mettere in sicurezza diverse altre aree dell’impianto. La svolta avvenne l’anno successivo con l’aiuto decisivo della città di Kingston Upon Hull, che dopo aver rimediato fondi dalla vendita di alcune aziende alla Kingston Communications, lanciò il progetto del nuovo stadio. Per Boothferry Park fu il tramonto definitivo, con l’ultima partita giocata che vide i Tigers battuti 1-0 dal Darlington nel dicembre 2002. E a quell’epoca, com’era lo stadio?

Dall’alto l’impianto negli ultimi anni di vita

All’epoca la sensazione era quella di un impianto decadente, mai completato, mai arrivato allo splendore che si pensava potesse raggiungere. Alla memoria rimanevano soprattutto i 6 enormi riflettori visibili da ogni dove, il resto si cercava di dimenticarlo alla svelta. La main stand, dall’esterno, colpiva soprattutto per i colori sgargianti, per la spartanità delle insegne e per il nickname “Fer Ark”, derivante dal fatto che nell’insegna sulla West Stand le uniche lettere illuminate erano proprio quelle del nickname. All’interno vi erano 2.838 posti a sedere dipinti di rosso e nero con pannelli di cemento e un piccolo paddock (standing area, meglio conosciuta e ricordata come “The Well”, il pozzo) a separare le prime file dal campo. La copertura è rimasta in pieno stile anni 70, con la presenza di un piccolo gable centrale per posizionare le telecamere mentre giusto al di sopra del tunnel di ingresso al campo si trovava una targa in metallo con la scritta Hull City in giallo/nero, donata al club dalle Ferrovie Britanniche.

La West Stand

Spostandoci verso il lato nord, troviamo la North Stand, o, meglio, il rimasuglio di una North Stand. Era infatti un piccolo terrace ricavato sul retro del supermercato di cui prima vi avevamo accennato; le dimensioni ricordano più le tribune di una non league che quelle di un club professionistico e l’elemento più particolare consiste nella facciata esterna, costituita appunto dal negozio di alimentari nell’angolo e dal nome dello stadio sul resto della facciata, come potete ben vedere dall’immagine sottostante.

La facciata della North Stand

Sul lato est, la disastrata East Stand vide progressivamente ridursi la sua capienza, addirittura inferiore a quella della North Stand nei periodi peggiori, perlomeno nella sezione coperta. Ai lati della sezione coperta, che occupa meno della metà della lunghezza del campo, troviamo due vasti terraces a far da raccordo con la North e la South Stand. La sezione coperta ricalca quella della West Stand, con una copertura decisamente datata se pensiamo che qui si giocava sul finire degli anni 90.

La East Stand

Dulcis in fundo abbiamo la parte più moderna dell’impianto, la South Stand, inaugurata nel 1996 e costituita da due anelli: il primo, quello più sopraelevato e sistemato appunto nel 1996, dedicato ai posti a sedere; il secondo, più in basso, altro non è che il vecchio terrace messo in sicurezza. La struttura della stand è sicuramente più moderna rispetto a quella della East e della West, sebbene rimangano i piloni di sostegno a ostruire la visione per molti spettatori. I seggiolini furono completamente ridipinti negli ultimi anni a costituire la scritta H.C.A.F.C in nero su sfondo giallo; il fiore all’occhiello di tutto lo stadio era il terreno di gioco, pioneristico in certi aspetti visto che fu tra i primi a sperimentare l’utilizzo di erba naturale mista ad erba sintetica, esperimento che valse nel 1994 il premio di miglior terreno di gioco per quell’anno.

La South Stand

Con tutte le sue vicissitudini, Boothferry Park non poteva avere una fine tranquilla. Dopo l’ultima partita, nel 2001, l’impianto rimase abbandonato e incurato sino al gennaio 2008, quando iniziò la demolizione. Tutto facile? Macchè, si procedette per gradi, con la West Stand per iniziare lasciando lì i terraces della North, East e South Stand che nel periodo successivo furono teatro di atti di vandalismo ripetuti. Finalmente nel gennaio 2010 il lavoro proseguì, per terminare l’anno successivo con lo smaltimento dei 6 enormi riflettori, lasciando definitivamente lo spazio ad una riqualificazione del sito tramite la costruzione di un complesso residenziale (sotto potete osservare uno dei video fatti durante la demolizione…sono sempre immagini molto tristi).

L’IMPIANTO ATTUALE

Come già accennato durante l’escursus su Boothferry Park, l’idea di costruire uno stadio moderno si era fatta strada nella città di Kingston Upon Hull sin dagli anni 90′. I buoni propositi però si scontravano con due fattori: il primo la cronica mancanza di fondi a livello cittadino, il secondo i pessimi risultati dell’Hull City con le relative difficoltà economiche non solo del club calcistico, ma anche dei principali club di rugby della città, anch’essi vogliosi di giocare in un impianto moderno. L’evento che fece muovere tutti gli ingranaggi arrivò all’inizio del 2000, grazie alla vendita delle quote della Kingston Communication possedute dal concilio cittadino: questo permise di dare il là alla costruzione di un nuovo impianto. A capo del progetto fu posto John Topliss, che si vide dare carta bianca: assieme al team di consulenti della Drivers Jonas, analizzò almeno una dozzina di luoghi cittadini prima di decidere il luogo ideale per edificare lo stadio. La scelta alla fine cadde su un luogo che già conoscete, in zona Anlaby Road: si trattava del “The Circle”, l’impianto cittadino di cricket che un secolo prima vide il suo prato calcato anche dall’Hull City. La scelta fu motivata da una serie di fattori, tra cui decisivi furono la facilità a raggiungere il sito, la proprietà di esso da parte della città, l’isolamento dalle aree residenziale e l’esistenza di altri siti sportivi nei dintorni. Così stanti le cose, fu elaborato il complesso progetto dalla Arup Associates (che tra i suoi lavori può annoverare l’Etihad Stadium, di cui vi abbiamo già parlato, e l’Allianz Arena), che dovette tener conto della volontà cittadina di inserire nel complesso aree sportive utilizzabili dalla popolazione e della capienza stabilita di 25-30 mila spettatori. Il disegno iniziale venne poi utilizzato e rielaborato dalla Miller Partnership, studio di architetti che coordinò successivamente la costruzione vera e propria dell’impianto. La burocrazia concluse il suo lavoro nella seconda metà del 2001, permettendo alla ditta costruttrice di dare il via al cantiere. In soli 14 mesi lo stadio fu realizzato, riuscendo anche, incredibile a dirsi, a rimanere nei costi stabiliti all’inizio (44 milioni di sterline); l’inaugurazione avvenne il 18 dicembre 2002, con l’Hull City vittorioso 1-0 in amichevole contro il Sunderland grazie al gol realizzato da Steve Melton.

Panoramica del KC Stadium

Andando finalmente a vedere la struttura del KC Stadium (così denominato dalla Kingston Communications), dall’alto ne si può apprezzare innanzitutto la forma, cioè quella di un bowl asimmetrico per la presenza di una stand, la West, nettamente più grande delle altre. Tuttavia questo non rovina l’armoniosità e la bellezza dell’impianto grazie ai particolari accorgimenti utilizzati nella costruzione: la copertura della North e della South stand piano piano si alza per venire poi sovrastata dalla copertura a falce di luna della West Stand, sostenuta a sua volta da funi d’acciaio ancorate alla struttura della stand stessa. La visione d’insieme rende del tutto particolare la forma del KC Stadium, dandogli un tocco di personalità in più rispetto ad alcuni stadi di nuova generazione che sembrano usciti da una fotocopiatrice. La capienza non è da top stadium: sono circa 25 mila i posti a sedere, dimensioni adeguate per un bacino d’utenza non enorme come quello di Kingston Upon Hull, città che solo recentemente ha conosciuto la Premier League. Non sono comunque pochi i rumors legati ad un’espansione dello stadio, voluta fortemente dal vulcanico proprietario del team, Assem Allad, salito recentemente alla ribalta per il tentativo di cambiare il nome del club: vedremo queste possibilità addentrandoci nella consueta descrizione di ogni stand.

Altra panoramica

THE WEST STAND (CRANSWICK PLC)

L’ingresso

E’ la main stand dell’impianto, l’unica disposta su due livelli, con la parte inferiore che può ospitare circa 6mila spettatori e la superiore 5 mila, per un totale di 11mila persone. Tra i due anelli troviamo una fila, che copre tutta la lunghezza del campo, di 28 executive boxes, destinati ovviamente agli sponsor ed ai tifosi più facoltosi. L’aspetto dall’interno della upper-tier ricalca la copertura a falce di luna, con gli estremi più sottili e la parte centrale più ampia; in questa zona inoltre troviamo i seggiolini colorati a disegnare, da lontano, il logo KC in nero su sfondo bianco. La lower-tier invece è classica, lineare, con al centro il tunnel di ingresso agli spogliatoi e, poco distanti, le due “panchine” per le squadre. In alto troviamo la zona stampa e il coordinamento tv dello stadio (tenuto sotto controllo da ben 57 telecamere a circuito chiuso); nella pancia ovviamente gli spogliatoi e tutte le strutture gestionali del club e dei media, impossibile inoltre non citare tutte le aree adibite ad eventi e conferenze, tra cui l’area matrimoni per un giorno nuziale da veri tifosi. All’esterno invece la West Stand è l’ingresso principale dell’impianto, con la presenza di quattro colonne decorative gialle e blu (i colori del consiglio cittadino); sulla porta troviamo in alto il nome della società di comunicazioni circondato su 3 lati dai simboli del club di football, del club di rugby e del concilio cittadino. Ultima curiosità relativa al nome della stand, che come da tradizione recente è preso da un’azienda che cerca di farsi pubblicità: in questo caso si tratta di un’azienda locale molto conosciuta in UK, produttrice di cibo e di prodotti per animali, la Cranswick plc.

La stand dall’interno

THE NORTH STAND (SMITH & NEPHEW)

L’esterno della North Stand

Alla sinistra della Main Stand, senza soluzione di continuità, troviamo la North Stand, conosciuta anche come la Smith & Nephew Stand, dal nome della multinazionale produttrice di accessori medici che sponsorizza l’Hull. La struttura, come detto, è a single-tier ed è in grado di ospitare circa 4mila spettatori (e solitamente qui trovano posto i tifosi ospiti). A differenza della copertura, che tende a salire verso l’alto avvicinandosi alla main stand, i seggiolini sono tutti sullo stesso piano, in maniera perfettamente simmetrica ed in perfetta continuità con la lower-tier della West Stand; sono dipinti in maniera tale da realizzare la scritta Hull in bianco su sfondo nero. In alto, spostato sulla sinistra guardando la stand dal campo, troviamo il tabellone elettronico, che in realtà è un enorme schermo a LED installato nel 2007 a sostituzione del vecchio scoreboard. All’esterno la stand non mostra segni particolari, tuttavia da qui si accede alle strutture che assieme al KC compongono il complesso polifunzionale: troviamo infatti a poca distanza dalla North Stand la Airco Arena, palazzetto multiuso da 1500 posti, due campi in astroturf ideali per essere utilizzati sia per il football, sia per l’hockey, palestra, bar ed addirittura una biblioteca.

La North Stand dall’interno

THE EAST STAND (IDEAL STANDARD COMMUNITY)

L’esterno della East Stand

Opposta alla Main Stand, la East Stand si raccorda alla North ed alla South grazie a due corners che impediscono il formarsi di buchi nei posti a sedere. La struttura è semplice e ricalca pari pari quella della Lower-Tier della stand opposta, per una capienza totale di circa 6 mila spettatori. I seggiolini, uniformemente colorati in nero, sono particolari solo nella parte centrale, dove vengono dipinti in maniera tale da realizzare una corona, simbolo della città che è inserito anche nel crest del club. Il nome attuale invece nasce da una notissima (anche in Italia) azienda che produce materiali per i bagni. Negli ultimi tempi attorno a questa stand gravitano parecchi rumors per un eventuale ampliamento dello stadio: si tratterebbe di aggiungere un secondo anello in maniera del tutto simile alla stand opposta, guadagnando altri 4.500 posti a sedere e portando a quasi 30mila la capienza dell’impianto; al momento però ogni discorso è fermo per l’opposizione del concilio cittadino, ma con Assed Allam nulla è da escludere, nemmeno un acquisto completo dell’impianto per disporne a piacimento. Qui infine cogliamo l’occasione per parlare anche del terreno di gioco, tra i migliori d’Inghilterra, realizzato con un 3% di fibre artificiali a rinforzare l’erba naturale. Lo spazio verde è talmente ampio da poter ospitare senza grossi problemi anche gli eventi di natura rugbystica; al di sotto si trova l’impianto di riscaldamento del terreno, in grado di mantenere l’erba a circa 9° C anche quando la temperatura ambiente è qualche grado al di sotto dello zero (22 miglia la lunghezza totale del sistema di riscaldamento). Automatico, ovviamente, il sistema di irrigazione così come ben studiato è anche il sistema di drenaggio dell’acqua.

La East Stand dall’interno

THE SOUTH STAND (MKM)

Panoramica dall’interno

Sponsorizzata dalla più grande azienda indipendente inglese di materiali per l’edilizia, la South Stand è del tutto speculare alla North Stand, capienza inclusa (4mila spettatori circa). L’unica differenza risiede nella scritta composta sui seggiolini, o, meglio, nei colori utilizzati visto che qui si utilizza l’arancio del football team anzichè il bianco del rugby team. All’angolo con la East Stand troviamo inoltre uno dei due riflettori (l’altro è situato all’angolo tra la East e la North), con una particolare struttura di sostegno ad arco a circoscriverlo. All’esterno l’unica cosa degna di nota che troviamo sono i parcheggi, decisamente ampi ed in grado di ospitare circa 1800 veicoli, nonchè la via di accesso pedonale allo stadio, in grado di portare i tifosi all’impianto lontano dal traffico della città.

La South Stand

L’ATMOSFERA

Come purtroppo accade troppo spesso nell’epoca recente del calcio inglese, anche per l’Hull City il passaggio da Boothferry Park al KC Stadium ha fatto registrare un calo dell’atmosfera e del calore dei tifosi. Tuttavia il KC Stadium, assieme soprattutto agli ottimi risultati della squadra, ha contribuito ad aumentare le presenze allo stadio che, negli anni di Premier League, hanno riempito praticamente tutti i posti a sedere. E il pubblico dell’Hull è stato decisamente fedele anche negli anni di Championship, con una media sempre maggiore a 17 mila presenze durante le stagioni in purgatorio, numeri che rendono l’idea di quanto i tifosi vogliano bene al loro team. Il colpo d’occhio al KC è sempre interessante, sia per l’impianto che rimane comunque decisamente raccolto, sia per i colori sociali del club, che rendono i sabati molto colorati. All’interno l’atmosfera, per i tempi attuali, è abbastanza buona, con un pubblico vivo, capace di scaldarsi e di cercare di dare quel qualcosa in più alla squadra nei momenti topici. Tra i cori preferiti, senz’altro è da citare il “mauled by the tigers”, parafrasabile in “sbranato dalle tigri”, cantato a squarciagola in situazioni dove la squadra sta veleggiando verso la vittoria ed accompagnato dal movimento delle mani a mimare le zampe della tigre all’attacco. Viene utilizzato soprattutto in trasferta, dove le tifoserie inglesi danno il meglio di sè, essendo minore la presenza di pubblico occasionale e/o turistico.

Per quanto riguarda l’entrance music, che rende indimenticabili alcuni stadi o alcuni club, l’Hull non si distingue per avere un vero e proprio inno, ma ad ogni partita utilizza una playlist sempre differente nel pre-match sino ad arrivare ad alcune canzoni fisse negli istanti immediatamente precedenti l’ingresso in campo delle squadre e l’inizio della partita. Tra queste ultime troviamo la famosissima e molto utilizzata “Eye of the tiger” (colonna sonora immortale di Rocky III), “Ready to Go” dei Republica (anche questa molto famosa in ambito pop-dance) e, soprattutto “Can’t help falling in love” di Elvis, questa cantata a squarciagola anche dal pubblico poco prima del fischio d’inizio. A livello di rivalità, la più sentita è sicuramente quella con il Leeds United, ma assolutamente da non dimenticare anche quella con il Grimsby Town e lo Scunthorpe United. I match disputati con queste ultime due squadre costituiscono l’Humber derby, dal nome del fiume che accomuna i tre club: il primo match fu disputato nel 1905, l’ultimo, coinvolgente l’Hull ovviamente, nel 2011 in Championship, con il trionfo dei Tigers per 5-1 in casa dei rivali dello Scuntorphe.

CURIOSITA’ E NUMERI

A livello calcistico, il KC Stadium non ha mai visto la nazionale maggiore calcare il terreno di gioco, ma qui ha giocato spesso l’Under 21 realizzando anche alcuni sold-out (memorabile quello contro l’Olanda nel 2004 con più di 25mila spettatori presenti). Più fortuna con il rugby: oltre ad ospitare le gare interne della squadra cittadina, l’impianto ha visto numerosi incontri coinvolgenti non solo la nazionale inglese, ma anche gli All-Blacks. Per gli altri sport, annoveriamo un paio di esibizioni di cricket tra lo Yorkshire County Cricket Club e il Lashings World XI (una sorta di all-star team nato con lo scopo di promuovere il cricket a livello mondiale). Infine, come tutti gli impianti moderni, sono numerosi i concerti che hanno avuto luogo qui, tra cui Elton John, Bon Jovi e gli Who.

Capacità: 25.400

Misure del campo: 104 x 71 metri

Record attendance: 55.019 (1949 – FA Cup vs Manchester United)

Record attendance attuale: 25.030 (2010 – Premier League vs Liverpool)

 

FONTI

Football ground guide

Hull City Mad

Wikipedia

Hull City Official Site

Kc Stadium Site

Groundhopping

Tims 92 blog

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

 

Non league football (e non-league day): Northamptonshire

Sabato 6 settembre si celebra il non-league day. La pausa del calcio di alto livello causa Nazionali lascia spazio alle squadre della porta accanto, e invece di farsi miglia in treno per andare a vedere il Tottenham o il Manchester United gli appassionati sono invitati a svoltare l’angolo e recarsi al campo vicino a casa per sostenere il proprio local team. A nostro modo celebriamo il non-league day con una rassegna sulle quattro squadre principali di non-league aventi sede nel Northamptonshire (contea scelta assolutamente a caso, per chi se lo chiedesse): Brackley Town, Corby Town, Kettering Town e Daventry Town (nel Northamptonshire devono avere una particolare predilezione per il suffisso “Town”, basti pensare alla squadra di Northampton).

Brackley Town Football Club
Anno di fondazione: 1890
Nickname: the Saints
Stadio: St. James ParkCapacità: 3.500

Il Brackley Town si sta godendo le stagioni migliori della sua storia, essendo giunto in Conference North e rimanendovi per la terza stagione consecutiva. The Saints, i santi, vennero fondati nel 1890 e tra l’indifferenza generale passarono la stragrande maggioranza della propria storia in leghe minori: Oxfordshire Senior Football League, e poi dopo la Seconda Guerra Mondiale North Bucks & District League. Brackley, 13mila abitanti nel sud della contea, se siete appassionati di Formula 1 potreste già conoscerla: qui ha sede la scuderia Mercedes. E qui aveva sede una di quelle manifatture di Stato (workhouses) introdotte con le Poor Laws del 1834, così, per fare un po’ di storia socio-economica del Regno, che non guasta mai. Torniamo al Town. Nel 1977, trasferiti armi e bagagli al St James Park (l’impianto attuale), i Saints approdarono in Hellenic League, passando poi alla United Counties League nel 1983. Vinsero la Division One al primo tentantivo, ottenendo così la promozione in Premier, dove tuttavia faticarono ad ambientarsi, usando un eufemismo. Nel 1994, dopo tre ultimi posti consecutivi, il ritorno in Hellenic League. Finalmente nel 1997 l’esordio in Southern League, dopo aver vinto la Hellenic. A guastare i festeggiamenti giunsero i soliti problemi economici, che ciclicamente affliggono il 90% delle squadre di non-league: il Brackley Town venne salvato per un soffio dall’estinzione, dovendo però rinunciare alla Southern League, e facendo ritorno in Hellenic. La data di svolta è il 2004, quando i Saints rivinsero l’Hellenic, conquistando la promozione in Southern League Division One. Da quel momento è stato un susseguirsi di promozioni: 2007 in Southern Premier, 2012 in Conference, il tutto intervallato da ottime stagioni, spesso finite ad un istante dalla gloria (nel 2006 persero all’ultimo minuto la finale playoff contro l’Hemel Hempestead, ad esempio).

Corby Town Football Club
Anno di fondazione: 1948
Nickname: the Steelmen
Stadio: Steel Park, Corby
Capacità: 3.893

Corby, cittadina di 60mila abitanti, la città inglese con il più elevato tasso di crescita demografica degli ultimi anni. Conosciuta anche come “Little Scotland”, perchè qui arrivavano gli immigrati scozzesi a lavorare nell’industria dell’acciaio, che fino agli anni ’70 era l’anima stessa della città. Lo si capisce da tanti piccoli particolari, ma per quel che interessa a noi lo si capisce dal nickname della squadra cittadina, il Corby Town Football Club, per gli affezionati “the Steelmen”. Appunto. E lo stadio in cui giocano? Ovviamente Steel Park, ma non poteva essere altrimenti. Fondato tardi, nel 1948, il Corby Town raccolse l’eredità che gli lasciò lo Stewarts & Lloyds FC, squadra dell’omonima azienda di…indovinate un po’? Acciaio, naturalmente. Di base a Occupation Road (rimarrà fino al 1985 la casa degli Steelmen), il Corby Town iniziò la sua vita in United Counties League, di cui vinse il titolo due volte nel giro di pochi anni. L’exploit gli valse, in un’epoca di promozioni bloccate, l’ammissione alla Midland League, passando poi dopo cinque stagioni in Southern League. Essendo una delle leghe principali di non-league, il Corby provò in diverse occasioni a chiedere l’ammissione alla Football League, vedendo tuttavia i propri tentativi sempre respinti. E così la Southern League rimarrà per decenni la casa del Corby, in un’altalena tra Premier Division e Division One; nel frattempo un nuovo impianto, chiamato The Triangle, venne inaugurato nel 1985. L’epopea in Southern terminò, finalmente, nel 2009, quando fu archiviata una storica promozione in Conference (North), anche se dall’anno scorso la Southern League è tornata a essere la dimora prediletta degli Steelmen, retrocessi dopo quattro stagioni. E’ cambiato anche lo stadio, che adesso è appunto Steel Park, un impianto da quasi 4mila spettatori tra posti in piedi e posti a sedere. Una curiosità, per finire: nello stemma è rappresentata, dal 2008, una statua ammirabile nel centro di Corby. A chi è dedicata la statua? Non scherziamo…ovviamente ai lavoratori dell’acciaio. Welcome to Corby.

Kettering Town Football Club
Anno di fondazione: 1872
Nickname: the Poppies
Stadio: Latimer Park, Burton Latimer
Capacità: 2.100

La squadra che ha segnato più goal nella storia della FA Cup? La prima squadra ad aver messo uno sponsor sulle proprie maglie? La risposta a queste domande è una sola: il Kettering Town. In effetti parlare dei Poppies qui è quasi riduttivo: sono una squadra di non-league dalla grande storia. Fondato nel 1872, il Kettering Town è stato recentemente agli onori della cronaca per aver rischiato il fallimento dopo 141 anni di storia, salvato solo grazie all’intervento dei tifosi, dei Poppies ma non solo loro. Gioca in Southern League Division One, in uno stadio che non è il suo e in una città che non è Kettering (51mila abitanti), ma la vicina Burton Latimer. Nella speranza di un veloce ritorno a casa, la storia del Kettering Town racconta ben altro. Passati al professionismo nel 1891, i rossi di Kettering fecero della Midland League, come si conviene ad ogni club della zona, il palcoscenico principale su cui cominciare la propria avventura, vincendola nel 1896 e nel 1900. Da qui, dopo un passaggio in United Counties League (o, all’epoca, Northants League), l’ingresso in Southern League, in cui rimarranno per anni salvo una parentesi in Birmingham League nel secondo dopoguerra. E proprio in Southern League i Poppies scrissero pagine della loro storia. Innanzitutto la vinsero tre volte, due delle quali guidati in panchina da Tommy Lawton (sì, la star di Chelsea e Notts County), nel 1957, e da Ron Atkinson (sì, quello che allenò il Manchester United, il WBA, l’Aston Villa etc..) nel 1973. Poi, nel 1976, per la precisione il 24 gennaio, divennero in una partita contro il Bath City la prima squadra inglese con uno sponsor sulle maglie, la Kettering Tyres. L’idea? Del manager (e chief executive) Derek Dougan (sì, quello coi baffoni e con la maglia dei Wolves). Piccolo problema: la trovata non piacque alla Football Association, che multò di 1.000 sterline il club salvo, un anno più tardi, legalizzare gli sponsor sulle maglie. Ah! Nel 1979, non dopo aver cercato l’ammissione alla Football League (fallita, nel 1974, per soli cinque voti) i Poppies divennero membri fondatori della Alliance Premier League, che si trasformerà poi in Football Conference: fino al 2000/01, il regno del Kettering, che giungerà secondo ben quattro volte. Ma il nuovo millennio è stato avaro di fortune in campionato, tra retrocessioni, brevi ritorni (vennero anche ripescati nella neonata Conference North) fino al disastro economico e sportivo attuale, l’abbandono del secolare impianto di Rockingham Road e l’adattamento alla Southern League Division One, punto più basso dopo decenni.
La FA Cup, oltre al record di goal, ha regalato qualche altra soddisfazione al club, che ha raggiunto gli ottavi nel 1901, ma in epoca moderna il quarto turno nel 1988/89 e il terzo turno nel 1991/92. Meno soddisfazioni ha regalato, invece, Wembley, sul cui leggendario prato il Kettering ha perso due volte la finale di FA Trophy, nel 1979 (contro lo Stafford Rangers) e nel 2000 contro il Kingstonian.

Daventry Town Football Club
Anno di fondazione: 1886
Nickname: the Purple Army
Stadio: Communications Ground, Daventry
Capacità: 3.000

Il Daventry Town è club antico, ma dal recente successo. Fondato nel 1886, gran parte della storia della Purple Army si perde nelle tenebre della Northampton League. Nel 1987 fa capolino in Northants Combination, di cui vince la Division One e la Premier in back-to-back, tant’è che nel 1990 il club è ammesso alla United Counties League. Qui comincia un’altalena tra le due divisioni che compongono la lega, tra promozioni, retrocessioni, promozioni rese vane dalle condizioni dello stadio (The Hollow, lo stadio, non raggiungeva i requisiti richiesti, e il nuovo Elderstubbs non era ancora pronto). Nel 2005/06 a complicare le cose sopraggiunse un improvviso quanto catastrofico incendio della clubhouse e degli spogliatoi del nuovo impianto, e solo l’intervento di uno sponsor, la Go Mobile, salvò il club e le relative finanze (l’impianto è stato ora ribattezzato Communications Ground). L’intervento della Go Mobile coincise, nemmeno troppo casualmente, con la rapida ascesa del club, che vinse, anzì stravinse la UCL Division One nel 2008, e vincendo la Premier (con relativa promozione in Southern League) nel 2010. Qui ha allenato anche Mark Kinsella, senza grosse fortune, nel 2011; e qui, nella stagione appena conclusa, hanno potuto celebrare il raggiungimento, prima volta nella storia, del primo turno di FA Cup.
Piccola curiosità, infine. A Daventry aveva sede anche un altro club, il Daventry United, fallito nel 2012. Il manager dello United, Darran Foster, venne dapprima assunto al Town come assistente di Kinsella, divenendone poi il successore, attualmente in carica.