Writing the History: la storia del Leicester City

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Leicester City Football Club
Anno di fondazione: 1884
Nickname: the Foxes
Stadio: King Power Stadium
Capacità: 32.000

Che bello che era Filbert Street. Anzi, di più: in assoluto il mio stadio preferito di Premier League, forse a pari merito con The Dell. Poi un giorno di primavera lo hanno demolito, rimpiazzandolo con uno stadio come tanti, fotocopia architettonica di Pride Park, St.Mary’s, Ricoh Arena e una marea di altri stadi inglesi, come se oltre alla storia del football gli scozzesi non avessero contribuito a quella degli stadi con quel genio assoluto di nome Archibald Leitch, che sebbene non fosse il firmatario del progetto Filbert Street, da lassù avrà sicuramente scosso la testa.
Filbert Street era la casa del Leicester City Football Club, East Midlands, dignitosa classe operaia mai andata realmente in Paradiso. A Leicester ci si arriva facilmente via aereo dall’aeroporto internazionale delle East Midlands, situato a Castle Donington. Si dà il caso che gli appassionati di motori abbiano sentito parlare di tale località, fino ad oggi l’attrazione più conosciuta del Leicestershire. Diciamo che tale aeroporto tornerà utile anche per escursioni calcistiche europee….
Leicester, calcio o non calcio, è però la città del rugby. I Leicester Tigers sono una delle principali squadre d’Europa, con una bacheca che fa rabbrividire anche chi, come il sottoscritto, di rugby non capisce nulla e non distingue una mischia da una touche. E a rugby si giocava, eccome se si giocava, anche nel tardo 1800, quando ormai il calcio esisteva già da anni e aveva fatto proseliti in tutto il Paese.
Oddio, qualche realtà amatoriale qua e là, a Leicester, la si trovava, frutto soprattutto della passione di alcuni studenti locali, della Wyggeston e della Mill House School su tutti. Nell’anno del Signore 1884, proprio alcuni ex alunni della Wyggeston fondarono un nuovo club, in un giardino dall’altra parte della strada, una strada che portava (e porta) il nome di Fosse Road South. Piccola digressione: la strada traeva origine da una via romana, che da Exeter, passando per Bath, Cirencester e Leicester, portava a Lincoln ( i romani torneranno clamorosamente alla fine di questa storia, o almeno un discendente di essi). Nome del neonato club: Leicester Fosse.
Fosse significa colloquialmente moat/ditch, ovverosia fosso o fossato. Non esattamente un nome da scolpire nell’Olimpo del calcio, ma gli alunni avevano fondato il club, non si poteva pretendere per forza altrettanta inventiva nel nome. Il paradosso? A Fosse Road giocheranno una e una sola partita, mentre il nome se lo porteranno dietro fino al 1919, quando a un illuminato venne l’idea di chiamare l’ambaradan “City”, scontato ma quantomeno più gradevole all’udito (al tempo Leicester era appena stata innalzata allo status di città).
L’inizio fu la solita girandola tra leghe più o meno regionali, tra cui la principale fu la Midland League, un passo sotto la Football League in cui il club ebbe il permesso di entrare nel 1894. Prima però, nel 1891, l’approdo a Filbert Street. La leggenda narra che il merito fu di una dama, Miss Westland, la quale un giorno passeggiando con lo zio nei pressi di Walnut Street ritenne che il prato ivi presente fosse appropriato per il Leicester. Quali legami la dama intrattenesse con il club non è dato sapersi, ma la sua idea fu approvata, e per più di un secolo quella divenne la dimora della squadra, che all’epoca sfoggiava una divisa stile Tottenham (passerà al blu a partire dal 1899 e non lo lascerà più).
Pellegrinaggio concluso, dopo aver cambiato cinque stadi in pochi anni. Se i primi vennero scartati in quanto non recintabili (con conseguenza di spettatori non soggetti al pagamento dell’ingresso), Belgrave Ground sembrava poter diventare la casa per gli anni a venire. Un bell’impianto, talmente bello che il potente Lecester Rugby Club lo comprò e diede il benservito ai cugini calciofili. Ecco il perchè l’idea di Miss Westland fu così importante…
Torniamo al club. Come se non bastasse il nome Fosse, all’epoca il club era soprannominato Fossils. Praticamente, i Fossili che giocavano nel Leicester Fossato. Urca. Fortuna volle, e tutti coloro che transiteranno in futuro dalle parti di Leicester ne saranno e sono grati, che il passaggio a Filbert Street ebbe come effetto anche un cambio nel nickname, che divenne, per l’appunto, the Filberts. Nome che piaceva come no. Il giornale locale, il Mercury, propose the Royal Knuts, perchè Filbert è il nome appunto di una nut, la nocciola. Scartato. In clamoroso aiuto vennero i vicini di casa e mai troppo amati abitanti di Nottingham, che tramite il locale Post proposero termini associati alla caccia, pratica diffusa nelle verdi colline del Leicestershire: hunters, tanners, e così via. Il resto è storia, ovvero il perchè da quel momento in poi (siamo negli anni ’40) verranno conosciuti come Foxes. Dal 1948/49 fa la comparsa nello stemma sociale la volpe, dove tuttora campeggia.
Sul campo non è che si stesse scrivendo la storia. Il club fece il glorioso esordio in First Division nel 1908/09. Seh, glorioso anche no. Immediata retrocessione, condita da una bastonata (12-0) presa dall’odiato Forest (“Oh Nottingham, is full of s**t“), ad oggi la peggior sconfitta nella storia del Leicester e dubito verrà mai superata. Andò meglio nel decennio 1925-1935, quando l’ormai divenuto City riuscì a restare consecuitivamente in massima divisione (nel 1928/29 riuscì perfino a giungere secondo, un punto dietro allo Sheffield Wednesday), prima di una serie di quelle che in Inghilterra chiamano yo-yo seasons, ovvero annate in cui, diciamo così, si va un po’ su, un po’ giù. Quando la guerra in Europa finì, il Leicester stagnava in Division Two, con una finale di FA Cup persa nel 1949 contro l Wolverhampton, che da lì a poco avrebbe dominato il calcio inglese, e senza grandi prospettive. Almeno fino all’arrivo di Matt Gillies.
Gillies, scozzese, era, come spesso accade, un ex giocatore del club, chiamato a risolleva le sorti dalla panchina. Diventerà uno dei manager più importanti della storia del City, se non altro perchè regalò alle Foxes il primo trofeo (League Cup 1964), la prima apparizione in Europa (Coppa delle Coppe 1961/62, partecipandovi in quanto finalisti di FA Cup contro il Tottenham del Double) e una serie di grandi giocatori, da Frank McLintock a Gordon Banks fino a Peter Shilton, ed è curioso che i due più forti portieri della storia del calcio inglese abbiano giocato entrambi nel Leicester City (Shilton a Leicester vi è pure nato) – e nello Stoke City.
E poi the Ice Kings, ovvero la versione 1962/63, ad oggi (ancora per pochissimo…) la miglior edizione del Leicester City di sempre, o quantomeno a pari merito di quella della stagione 1928/29 che giunse seconda. Con Banks, McLintock, Dave Gibson, Ken Keyworth, il capitano Colin Appleton le Foxes sfiorarono il double, perdendo la finale di FA Cup e arrivando quarti in campionato, non prima però di 18 partite consecutive senza perdere, la maggior parte delle quali giocate nell’inverno più freddo che Leicester ricordi e in un Filbert Street ridotto a una lastra di ghiaccio. The Ice Kings, appunto.
Gillies si dimise nel Novembre del 1968 (andrà poi ad allenare il Nottingham Forest, casi strani della vita), e il club retrocesse quasi inevitabilmente. Nonostante tutto raggiunse la terza finale di FA Cup del decennio, la quinta finale di coppa se si contano le due di Coppa di Lega (una vinta, una persa nel 1965 contro il Chelsea), anche in questo caso uscendo alla fine sconfitto per 0-1 dal Manchester City. Fine dell’epoca d’oro di Gillies, e se per questo anche ultima finale di FA Cup ad oggi. Un record invidiabile: quattro finali, quattro sconfitte.
Un clamoroso quanto inaspettato sussulto nel 1971. Il Leicester City, in linea con la tendenza yo-yo, vinse la Division Two. Poichè l’Arsenal, campione in carica, era impegnato in Europa, la Football Association invitò le Foxes per disputare la Charity Shield contro il Liverpool vincitore della coppa. Risultato? 1-0 Leicester City, tra lo stupore di tutti. Goal di Steve Whitworth, 7 presenze in Nazionale da Coalville, Leicestershire, se mai ci fossero dubbi su cosa si facesse nella contea per racimolare qualche spicciolo e mandare avanti la baracca. Fino al 1978 fu, sospiro di sollievo, Division One.
E arriviamo agli anni ’80. Cosa resterà di questi anni ’80? A Leicester nulla, a parte l’esordio di un local boy di nome Gary Lineker, che però farà le fortune di Everton e Tottenham, persino di Barcellona, e non delle Foxes. Come sempre furono up & down years, ma questo ormai è superfluo persino scriverlo. Per risalire, e siamo nel 1991, la panchina venne affidata a Brian Little, che con i Quaccheri del Darlington aveva fatto miracoli (la battuta è uscita involontariamente, giuro). Con il Leicester ci mise un po’ più del previsto, ma ottenne quanto richiesto. Perse la finale playoff del 1992 (Backburn Rovers), quella del 1993 (Swindon Town, dopo aver rimontato dallo 0-3) ma finalmente vinse quella del 1994, 2-1 contro i rivali del Derby County: finalmente, Premier League.
Little salutò direzione Aston Villa, e ovviamente il Leicester retrocesse. Mark McGhee venne spesato, e al suo posto fu nominato manager un altro artefice di miracoli in Conference. Calcisticamente da Wycombe, Buckinghamshire, passando brevemente per Norwich, ma col cuore da Kilrea, Irlanda del Nord, Martin Hugh Michael O’Neill. E oltre alla Premier, riconquistata subito, con il nordirlandese arrivarono tre finali di Coppa di Lega, di cui due vinte; era il Leicester di Emile Heskey, Tim Flowers, Muzzy Izzet, Robbie Savage, Neil Lennon, e provate a dirmi che un po’ di nostalgia non vi è venuta leggendo certi nomi.
Il nome di O’Neill, come quello di Bocca di Rosa, passava di bocca in bocca: non c’era nessuno che non lo volesse. A differenza della contro-eroina di De Andrè, però, O’Neill non si lasciava convincere facilmente: rifiutò un’allettante offerta del Leeds (che avrebbe fatto faville nei primi anni 2000, giungendo anche a una semifinale di Champions) pur di restare a Leicester. A farlo cedere fu solo il suo cuore gaelico: quando chiamò The Celtic Football Club, dire “no” fu impossibile. A sostituirlo fu Peter Taylor, proveniente dal Gillingham e, prima ancora, dalla Nazionale under-21.
A Leicester il nome di Taylor evoca spettri, che hanno nomi e cognomi ben precisi: Ade Akinbiyi, nigeriano dal goal facile a Wolverhampton ma ritrovatosi ben presto con le polveri bagnate, Dennis Wise, nemmeno male, se non fosse che aveva 34 anni e che venne sospeso in seguito per aver aggredito un compagno, e così via per un totale di 21 milioni di sterline sperperate sul mercato. A Taylor succedette David Bassett, ma il club, alla sua ultima stagione a Filbert Street, conobbe nuovamente l’onta della retrocessione
Il nuovissimo Walkers Stadium (la Walkers è ditta produttrice di patatine nonchè sponsor all’epoca sulle maglie) venne così inaugurato in seconda serie. Piccolo particolare: la costruzione dello stadio, in qualche modo, andava finanziata, e i milioni spesi a caso nelle stagioni precedenti non aiutarono. Risultato: club in amministrazione controllata. Va anche detto che sfortuna volle che proprio in quell’anno ci fu il caos-ITV, televisione che finì essa stessa in guai finanziari avendo però, in precedenza, promesso ai club di Football League tonnellate di sterline, come se la gente all’improvviso fosse interessata al derbyssimo Plymouth-Exeter (che a noi interessa, sia chiaro e strachiaro).
La mazzata fu tale che il Leicester sprofondò. Finanziariamente il club fu salvato dall’imprenditore serbo Milan Mandaric, un girovago amante delle società di calcio che poi sarà anche proprietario di Portsmouth e Sheffield Wednesday, ma calcisticamente il declino fu inesorabile, fino alla drammatica stagione 2007/08. Tre manager si succedettero in rapida serie sulla panchina Foxes: Martin Allen, i cui rapporti con Mandaric andarono a sud ben presto fu rimpiazzato da Gary Megson, che però non resistette al richiamo del Bolton e lasciò dopo poche settimane la panchina a Ian Holloway. Holloway, che per quanto mi riguarda dovrebbe allenare il Real Madrid e dotato di ironia contagiosa quanto irresistibile, non fu però in grado di salvare il club dalla retrocessione, per la prima volta nella propria storia, in terza divisione.
A questo punto serviva una sterzata. Un nome e un cognome: Nigel Pearson. Ironia della sorte, Pearson la stagione precedente allenava il Southampton, la cui vittoria all’ultima giornata condannò proprio il City alla retrocessione. La campagna fu un successo: 23 partite senza perdere, Matty Fryatt capocannoniere con 32 reti e promozione agguantata con 96 punti. A questo punto a Pearson quasi riuscì il back-to-back, perdendo la semifinale dei playoff di Championship la stagione successiva, prima di giungere alla conclusione che il mare dell’East Riding of Yorkshire gli aggradasse di più delle colline del Leicestershire. Via Pearson direzione Hull, dentro Paulo Sousa.
L’attuale allenatore della Fiorentina durò la bellezza di 9 partite, sostituito da Sven Goran Eriksson, sulla cui carriera non devo dirvi nulla che già non sapete. Nelle more il club passò in mano a Vichai Srivaddhanaprabha, tycoon thailandese proprietario della King Power, società leader nel duty-free. Eriksson non fece faville, un onesto decimo posto prima della rescissione di contratto. Siamo nel Novembre 2011, e sulla panchina torna Pearson. Che il Leicester sia destinato a grandi cose lo dice il proprietario, e il campo lo conferma. Nel 2012/13 solo il finale più pazzesco di sempre priva le Foxes della promozione: Anthony Knockaert sbaglia il rigore che condannerebbe il Watford e spedirebbe in finale di playoff i suoi, e sul contropiede seguente gli Hornets trovano il goal. Il video di tutto ciò fece il giro del Mondo, comprensibilmente. The beautiful game.
Da mazzate del genere è difficile rialzarsi, ma la stagione successiva si rivelò un trionfo. Promozione diretta e mai in discussione, con i goal di David Nugent e di un ex operaio di Sheffield, Jamie Vardy, acquistato direttamente dal Fleetwood con il qualche aveva vinto la Conference. Diede un piccolo ma apprezzato contributo anche uno sconosciuto franco-algerino di nome Riyad Mahrez. E poi Wes Morgan, Kasper Schmeichel, Danny Drinkwater, Andy King, nomi da ricordare.
Il ritorno in Premier League è storia recente, compresa la grande fuga, The Great Escape, che la stagione 2014/15 ha permesso al Leicester di salvarsi, nonostante gran parte del campionato passato in fondo alla classifica. Ancora una volta un miracolo di Pearson, venerato dai tifosi e praticamente intoccabile. O forse no? Pearson, complice anche una brutta vicenda riguardante il figlio-giocatore e festini a luci rosse, è stato spesato: la porta è da quella parte. Srivaddhanaprabha è sommerso da critiche provenienti da ogni dove: tifosi, stampa, ex giocatori come Gary Lineker. Nella vita ci vuole culo, poco da fare, ammesso che il thailandese non sia un veggente. Per motivi oscuri viene scelto Claudio Ranieri, un romano, come quelli che tracciarono Fosse Road, un gentiluomo del calcio reduce però da un’esperienza orribile sulla panchina della Nazionale greca.
E a questo punto, la storia diventa leggenda. Sul titolo 2015/16 del Leicester City si è già scritto tanto, ma si scriverà ancora per anni. E’ un caso unico, un’eccezione. Ma l’eccezione che conferma la regola. Potete amare il baseball, il basket, il rugby. Ma se questo gioco che si pratica con i piedi e per i quali andiamo pazzi è stato ribattezzato The Beautiful Game, una ragione c’è.

Una gita a Portsmouth

[Riceviamo e pubblichiamo un racconto inviatoci da Stefano Galligani]

La partita doveva essere un’altra.

Da tempo ci eravamo ripromessi una ”zingarata” nella vecchia, cara Inghilterra alla ricerca di atmosfere ed emozioni perdute ed oggi sempre più difficili da rivivere.

Un rapido consulto tra noi ed il parere dell’amico Matthew Bazell ci portano a decidere per Portsmouth, per lo storico Fratton Park e per la partita casalinga contro il Wimbledon. Due squadre che per i frequentatori ed appassionati del calcio inglese non hanno bisogno di presentazioni. Due tifoserie che noi di Lucca United, sostenitori convinti di un maggior coinvolgimento dei tifosi nelle vicende del calcio attraverso l’azionariato popolare, sentiamo particolarmente vicine.

gosport 14 novembre 1

Nella nostra ricerca di un calcio ancora genuino, lontano dalle devastazioni del calcio moderno, questa sarebbe stata la partita perfetta. Sarebbe stata. Perché il maledetto calcio di Sky ci attendeva al varco per punire la nostra ribellione e la nostra caparbietà nel gridare che un altro calcio è possibile.

Circa tre settimane prima della partenza ci accingiamo a comprare i biglietti per il match e scopriamo che la partita è stata spostata alla domenica pomeriggio. Fregati. Il nostro aereo riparte da Londra alle 13 di domenica, ed è già pagato, così come il treno per Londra. Deve essere Portsmouth, per forza. Dobbiamo trovare una qualche altra partita nelle vicinanze. Esclusa la Premier League perché quel calcio non ci interessa, spostiamo la nostra attenzione sulla Championship e sulla League 1 e 2. Plymouth sarebbe il top ma gioca a York, altre ricerche sono infruttuose ed allora vediamo cosa offre la National League South…Trovato! C’è una squadra che sabato gioca in casa, è il Gosport Borough FC il cui miglior risultato nella propria storia è appunto la National League South. Il calcio professionistico lo ha conosciuto solo nelle amichevoli estive (Portsmouth in primis of course). Lo stadio si chiama Privett Park ed ha un ampio bar aperto prima, durante e dopo le partite. Si serve una buona ale. Aggiudicato.

Portsmouth ci accoglie un venerdì sera, non piove ma tira un discreto venticello. Scendiamo a Fratton (il nostro albergo è a due passi da Fratton Park) e dopo aver attraversato la sopraelevata e percorso 100 metri siamo tutti d’accordo: qui il tempo si è fermato, dai negozietti che incontriamo lungo il cammino alle abitazioni del quartiere sembra di essere tornati agli anni ’80 ,’90. Ai tempi della 6.57 crew… Troppo bello. Se non fosse per il Macdonald’s ed il KFC accanto al nostro hotel potremmo giurare di essere tornati ad epoche storiche ben piu’ gloriose..in tutti i sensi. Lasciati i bagagli ci facciamo consigliare un pub nelle vicinanze. Seicento metri e ..bingo. Entriamo e ..scordatevi i pubs di Londra tutti fighettini che mandano in brodo di giuggiole i turisti globalizzati/griffati/omologati. Lo Sheperd’s Crook sembra più un vecchio bar dei nostri tempi andati. Diviso in tre sale , vede la prima stanza occupata da un ampio tavolo da biliardo sul quale si affrontano due stagionati avventori rinforzati da un paio di ragazzotti. Un caminetto spento serve a dare una qualche illusione di tepore ad un cane sdraiato lì davanti su una coperta. Lo stesso cane che un’ora più’ tardi riaccompagna a casa uno dei due vecchietti , stralunato dalle numerose Stella Artois bevute.. Come si faccia ad ubriacarsi con quella birra è un mistero che non scopriremo mai. Noi ci accomodiamo nella seconda stanza, dove si trova il bancone e vecchi divani in pelle che hanno tutta l’aria di aver visto l’Inghilterra vincere il suo unico mondiale. Le pareti sono tappezzate di foto del Portsmouth Fc di tutte le epoche e non possono mancare i ricordi della FA CUP vinta ad Wembley nel 2008 contro il Cardiff. Poco prima di mezzanotte suona la mitica campanella che avverte che si può’ fare un ultimo ordine prima della chiusura, cosa che riporta alla memoria una lunga estate trascorsa in Inghilterra nel 1981..gli anni di Brian Clough, Trevor Francis e le due coppe dei campioni appena vinte.. Il calcio dei magnati russi o degli imprenditori asiatici era pura fantascienza…

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Ci congediamo facendoci consigliare un posto dove poter fare una “traditional english breakfast “ il mattino seguente. Sugli schermi del locale notiamo distrattamente immagini dello Stade de France con la gente in campo ma siamo troppo presi dalle nostre emozioni per soffermarci a riflettere. Poco dopo in hotel, accendiamo la tv e capiamo fin troppo bene cosa sia appena accaduto a Parigi…Sgomenti, increduli, ma ancora più nostalgici di altre epoche e momenti storici di cui fortunatamente siamo stati testimoni.

L’indomani siamo pronti per scoprire Portsmouth, non prima di aver rigorosamente rispettato il rito della English breakfast in un locale degno del pub della sera precedente. Inizia a piovere ed a tirar vento in ossequio alla stagione. Il kway di Lucca United si mostra un ottimo rimedio contro la pioggia ed il vento. Test superato. Facciamo un salto a Fratton Park (purtroppo chiuso e sprangato) per toccarne i muri ed una rapida quanto fruttuosa (per le casse del club, meno per il nostro portafoglio) incursione nello store del Pompey. Qualche souvenir va pure comprato. Il nostro amico Matthew ci ha raggiunto da Londra assieme a Kevin e ci aspetta alla stazione di Portsmouth Harbour, un abbraccio, pacche sulle spalle e ci facciamo guidare alla scoperta della zona. Ci aggiorniamo sui fatti calcistici delle nostre squadre ( Matt tifa Arsenal, Kevin Aston Villa ) e poi ci sediamo in un caffè a fare ancora due chiacchere. Alle 13 ci salutiamo e ci diamo appuntamento per un paio di pinte post partita ( ottime ! ) in un pub nella zona del porto. Andiamo a scoprire il Gosport Borough FC.

Un piccolo traghetto parte accanto alla stazione di Portsmouth Harbour ed è solo questione di imbarco/sbarco. In due/tre minuti siamo sull’altra sponda e c’è solo da trovare Privett Park. Non così scontato perché a piedi è lontano ed l’autista dell’autobus sembra avere solo una vaga idea di dove si trovi.. forse è nuovo della zona. Dopo una decina di minuti siamo a destino. Ora parlare di stadio può far sorridere i più, diciamo impianto sportivo dove due comode tribune coperte ( una storica e l’altra più recente da 300 posti tutti a sedere ) sono sufficienti per ospitare gli appassionati locali che oggi sono presenti in 387 unità ( come da prassi nel secondo tempo lo speaker comunica all’altoparlante il numero ufficiale dei paganti) Diciamo in tutto poco più di 400 spettatori tra cui tre pazzi italiani ( probabilmente i primi visti da queste parti dal 1936, data di fondazione del club ). Avevamo annunciato la settimana prima la nostra visita e già l’addetto al tornello ci saluta e ci fa entrare quali graditi ospiti. L’ingresso sarebbe costato 13 sterline che abbiamo risparmiato ed investito nell’acquisto del match program ( giornalino dettagliatissimo e ricco di informazioni sul club ) e soprattutto in un numero di pinte che non ricordiamo molto bene . Siamo accolti da Mark Hook ,presidente del club e da Alex Spike, il direttore generale ,al Gosport dal 2006. Dopo avergli spiegato che tifiamo Lucchese, che siamo fondatori di LUCCA UNITED , azionariato popolare, facciamo dono di un gagliardetto della nostra amata Lucchese e di due sciarpe di Lucca United. Riceviamo in cambio le loro sciarpe ed un bel libro sui primi 70 anni del club . Espletate le formalità di rito, il presidente ci accompagna a visitare gli uffici, la zona hospitality che puo’ accogliere fino a 16 persone durante la partita ( soprattutto gli sponsors che sono numerosi ) , il locale dove si trova il merchandising , ci presenta ad altri dirigenti. Ci informa sul budget annuale, sulle numerose squadre giovanili , sulle ambizioni di un club che vorrebbe un giorno “fare la storia “ ed arrivare nel calcio professionistico. Un piccolo club molto ben strutturato ed organizzato con una comunità locale pronta a dare una mano attraverso tanti sponsors e contributi volontari. E siamo a due passi da Portsmouth, squadra per la quale ovviamente tutti ( o quasi ) tifano .Nel 2013 il Gosport è arrivato a Wembley ( sì’ avete capito bene ). Ha giocato la finale della FA Trophy ( trofeo della serie D ) contro il Cambridge che allora era nei dilettanti. 19mila spettatori, 4 a zero per il Cambridge e tutti a casa felici e contenti. Con i soldi dell’incasso il Gosport ha costruito nuovi uffici e migliorato il proprio impianto. Ogni paragone con il calcio italico ci pare fuori luogo e superfluo.

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La partita sta per iniziare, qualcuno del nostro ristretto gruppo preferisce accomodarsi nell’ampio bar posto alle spalle di una delle due porte e seguire la partita dalle ampie finestre che si affacciano sul campo, con una pinta ( talvolta due ! ) a portata di mano . Noi ci accomodiamo nella tribuna principale sorseggiando una calda e piccante zuppa acquistata al chiosco posto accanto alla tribuna. Piove e tira un gran vento ma noi resistiamo fino alla fine. Un manipolo di giovani tifosi rinforzati da qualche adulto sostiene calorosamente la squadra con il supporto di un tamburo ed una tromba in un clima rilassato e festoso. La partita è una partita di serie D, senza infamia e senza lode. Non troverà grande menzione negli annali del calcio. La risolve su rigore l’eroe di casa, Justin Bennet ,al quattordicesimo goal in campionato e goleador storico del club. Una leggenda da queste parti. L’avversario? Vi interessa proprio ? Il Weston Super Mare, squadra del Somerset.

La partita finisce, ci congediamo rapidamente salutando alcuni giovani tifosi con i quali avevamo stretto amicizia. Piove ancora e ci affrettiamo a raggiungere la fermata del bus, il traghetto e Matthew che ci aspetta per una pinta. Alla quale ne seguiranno altre. Molte altre. In un fiume di sensazioni, ricordi, emozioni che, se permettete, teniamo per noi. Irriducibili naviganti nel calcio che fu. Archeologi dei tempi andati di quando, come scrive Matt nel suo libro , il football era ancora the people’s game, il gioco del popolo. Come a Gosport e dintorni..

La storia dei club: Plymouth Argyle

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Plymouth Argyle Football Club
Anno di fondazione: 1886
Nickname: the Pilgrims
Stadio: Home Park, Plymouth
Capacità: 17.669

Quando madrenatura ha creato questa parte di terra, crediamo avesse già in mente cosa farne: un porto. Una spettacolare baia alla foce dei fiumi Tamar e Plym su cui 3.000 anni fa venne fondata una piccola comunità, specializzatasi poi negli scambi commerciali con il resto d’Europa, come era inevitabile. Questa città veniva chiamata Sutton (Sutona) e così rimase fino al 1200 circa. Intorno al 1230 comparve la nuova denominazione: Plymmue. Ovvero, Plymouth. Quel che non cambierà mai sarà la vocazione marinaresca della città, che era, è e resterà prima di tutto un porto, come detto. Ad oggi, il più grande porto militare dell’Europa occidentale, l’HMNB (Her Majesty’s Naval Base) Devonport. In passato, il porto da cui nel 1620 salparono alla volta del nuovo mondo i puritani, perseguitati da quella Chiesa d’Inghilterra che intendevano riformare. Arrivarono sulla costa nordamericana su una nave chiamata Mayflower e vi fondarono il secondo insediamento inglese dopo Jamestown, Virginia, a cui diedero il nome di Plymouth. Passeranno alla storia come Padri Pellegrini e il puritanesimo sarà uno degli ingredienti base della cultura dei futuri Stati Uniti d’America. E “il porto di Plymouth” è anche il titolo di un dipinto di Norman Wilkinson che il costruttore del Titanic, Thomas Andrews, fissò in silenzio nella sala fumatori mentre affondava con la sua nave, che pure era partita da Southampton. Ah, last but not least, mayor di Plymouth fu nel 1581 un celebre personaggio nativo di un villaggio vicino, ovviamente navigatore: Sir Francis Drake.

Sì, ok, la navigazione, il porto, tutto molto bello, ma qui parliamo di football e dubitiamo che Sir Drake si interessasse all’arte pedatoria, anche perchè svantaggiato dal piccolo dettaglio di essere nato 300 anni prima del nostro amato sport. Plymouth, Devon(shire). La città detiene un curioso primato nell’ambito calcistico inglese: è, con i suoi 261.000 abitanti, la più grande a non aver mai visto la massima serie. Il Plymouth Argyle ha sempre vissuto un’onesta esistenza in Football League, e prima ancora in Southern League. Il club venne fondato nel 1886 da due studenti nativi della Cornovaglia, William Pethybridge e Francis Grose, che, giunti a Plymouth dopo aver giocato a calcio al college, si ritrovarono senza squadra: da lì l’idea di fondarne una, visto che l’unica esistente all’epoca, il Plymouth FC, non li accettò tra le proprie fila.  Venne scelto il nome di Argyle Football Club, che rimase tale fino al 1903. Strano nome, Argyle. Intorno a questo punto si addensa qualche nube. Sappiamo dalla documentazione che la scelta venne fatta “by local application”, il che potrebbe essere connesso ad una strada, Argyle Terrace, anche se nessuno dei membri fondatori risiedeva lì. Ma la scelta potrebbe essere stata, semplicemente, casuale. Citando l’ottimo Greens on Screen, nessuno dopo sei anni si ricordava l’origine del nome “because it was just plucked out of the air and chosen because it was suitably up-market for the club members social standing, as was middle-class Argyle Terrace”. Meno probabile che fosse richiamo all’Argyll & Sutherland Highlanders, un reggimento dell’esercito la cui squadra calcistica era molto forte all’epoca. Suggestivo, un mito che si diffuse intorno agli anni ’30, ma i periodi temporali non coincidono: nel 1886, la squadra del reggimento non era ancora famosa, così come non stazionava in zona il reggimento stesso. La vera particolarità risiede nel fatto che, a differenza di molte altre squadre, il Plymouth Argyle ha mantenuto nel nome attuale la denominazione originale.

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“The visit of Plymouth Argyle will be best remembered by the outstanding personality and genius of Moses Russell. His effective style, precise judgement, accurate and timely clearances, powerful kicking and no less useful work with his head…one of the most wonderful backs and one of the brainiest players ever seen on the football field”. Piccolo salto temporale, nel mezzo del quale il club vinse anche una Southern League (1912/13). A parlare così non è un qualche quotidiano del sud-est dell’Inghilterra, la cui squadra locale aveva affrontato il Plymouth. Parole e musica appartengono allo Standard of Buenos Aires. Buenos Aires? Sì. Nel 1924 i Pilgrims (Pellegrini, soprannome scontato) imitarono i loro antenati e salparono attraverso l’Atlantico, solo che invece che nel New England si diressero verso il Sud America, Uruguay e Argentina, a porto della nave Avon. Un’avventura. Sei anni prima del vittorioso mondiale del 1930, gli uruguaiani caddero per 4-0 sotto i colpi di Bob Smith (doppietta), Jimmy Logan e Jack Leslie. Erano previste anche una serie di amichevoli contro club argentini, tra cui quella celebre contro il Boca. Un glorioso 1-1, con tanto di invasione di campo all’1-0 Xeneizes. Partita sospesa, tutti negli spogliatoi. Rientrati in campo, rigore per i Pilgrims: Patsy Corcoran, timoroso per la sua incolumità, decide di sbagliarlo. La notizia giunge all’orecchio di Moses Russell, il capitano, meno timoroso: quando il gioco riprende (c’era stata una nuova invasione, ‘sti argentini…), Russell spinge via Corcoran e calcia in rete il rigore. 1-1, tutti a Plymouth.

Memorie di un viaggio lontano...

Memorie di un viaggio lontano…

Tornati in patria, i Pilgrims, entrati nel frattempo nella neonata Third Division (South) della Football League, giunsero per sei stagioni consecutive (dal 1921/22 al 1926/27) secondi. Probabilmente un record, che alla sesta occasione avrà fatto uscire qualche improperio in stretto accento scozzese al manager Bob Jack. Jack, da Alloa, scozzese come tanti a quell’epoca, dopo esserne stato giocatore fu anche manager (o meglio, secretary-manager per gli standard del periodo) del Plymouth per “soli” 27 anni (suo figlio David, che sarà il primo giocatore nella storia a segnare a Wembley, cominciò la carriera nel club). Giusto per dire: le sue ceneri vennero sparse sul terreno di gioco di Home Park, e questo chiude praticamente ogni discussione sull’importanza che ebbe per l’Argyle, e viceversa. Già, Home Park. Dal 1901 sede delle gioie (rare) e dei dolori dei tifosi del Plymouth, oggi un moderno gioiellino da 17.000 posti a sedere. The Theatre of Greens, un azzardato rimando a impianti mancuniani, e un richiamo alle tradizionali divise verdi della squadra di casa. Divise verdi che da sempre contraddistinguono il club, figlie di un’eco di cultura celtica e insulare che in Devon è da sempre forte (e in fondatori, come detto, erano originari della Cornovaglia, terra di celti e tradizioni celtiche), e mai abbandonate, nonostante in Inghilterra si ritenga il verde colore sfortunato da indossare: il Plymouth rimane così una delle poche squadre d’Albione ad adottare tale colore.

Finalmente, nel 1930, la promozione in Division Two. 20.000 nipoti dei Padri Pellegrini affollarono in quella stagione Home Park, segno di un’affezione alla squadra che non verrà mai meno, nonostante i tanti (troppi) tempi bui che ridurranno in seguito le presenze sugli spalti. Jack si dimise nel 1937, ma per una ventina d’anni, anche se di mezzo vi sarà la guerra, i Pilgrims mantennero senza grossi affanni la seconda divisione. Almeno fino al 1950, quando cominciò il decennio che vide l’Argyle due volte retrocesso e due volte promosso, facendo lo yo-yo tra seconda e terza divisione, i due campionati da sempre più “amati” dal Plymouth perchè se è vero che il club non conoscerà mai la massima serie, è anche vero che in quarta divisione ci arriverà solo recentemente, nel 1995. Sono gli anni del bomber Wilf Carter, secondo solo allo scozzese Sammy Black nella classifica dei marcatori all-time in verde.

Il Plymouth Argyle 1935. A centro, Robert

Il Plymouth Argyle 1935. A centro, Robert “Bobby” Jack

Gli anni ’60 non diedero solo una scossa al mondo, le notti della Swingin’ London e i Beatles, ma regalarono due momenti indimenticabili anche al Plymouth. Il primo, più banale, il raggiungimento della semifinale di coppa di Lega, dove persero contro il Leicester City. Eh vabbè, capita, ma si può sempre riprovare. Ma provate a battere questa, che sarebbe il secondo “momento di gloria” del decennio. Primavera del 1963, i Beatles rilasciano il loro primo album, “Please Please me”, in U.K, a Birmingham, Alabama, un pastore nero di nome Martin Luther King è promotore di una campagna anti-segregazione non violenta (verrà incarcerato) e la Jugoslavia si proclama uno stato socialista con presidente a vita il generale Tito. Siamo in Polonia. Il Plymouth Argyle vi era stato invitato per giocare una partita, che avrebbe dovuto scaldare il pubblico prima di una gara di ciclismo. Un aperitivo calcistico. Solo che i Pilgrims si trovarono di fronte 100.000 spettatori, la metà degli abitanti di Plymouth! Il più grande pubblico ad aver mai assistito a una partita dell’Argyle. In Polonia….

Se i 100.000 polacchi sono difficili da dimenticare, veder giocare dal vivo il più grande di sempre non deve essere proprio brutto. Facciamo un nuovo salto temporale al 1973. Questa volta siamo a Home Park, e in amichevole arriva il Santos. Suggestivo, specie perchè in quel Santos gioca un certo Edson Arantes do Nascimento, noto anche come Pelè. Incredibilmente, vincono i Pilgrims, all’epoca club di terza divisione: 3-2, con reti di Mike Dowling, Derek Richard (nativo di Plymouth) e Jimmy Hinche, i quali poterono dire per il resto della loro vita di essere stati nello stesso tabellino marcatori di Pelè, che quel giorno segnò su rigore. Per il resto, gli anni ’70 furono segnati nuovamente da una promozione-retrocessione, dai goal di Billy Rafferty e Paul Mariner (visto anche all’Arsenal, tornerà nella costa sud come allenatore) e dall’esordio di un ragazzo di Broadwindsor, Dorset, tale Kevin Hodges che giocherà più di 600 partite con la maglia verde sulle spalle, un record. Ah, e da un’altra semifinale di coppa di Lega, dove i Pilgrims si scontrarono questa volta con il Manchester City (terza contro prima divisione): l’1-1 di Home Park venne facilmente convertito in 2-0 a Maine Road dai Citizens di Summerbee, Lee, Bell, Law e Marsh, una squadra fortissima che non vinse un tubo, tra parentesi.

PELE scores from the penalty spot against Plymouth's Melia Aleksic to make the score 3-1 to Plymouth Argyle

PELE scores from the penalty spot against Plymouth’s Melia Aleksic to make the score 3-1 to Plymouth Argyle

Fino al 1986 il club trascorse una tranquilla decade in Division Three, con un’unica eccezione, il fatidico 1984. L’anno della cavalcata in FA Cup, con doppio prestigioso successo su West Bromwich e Derby County (andò a vincere a Baseball Ground) prima di arrendersi al Watford in una semifinale tiratissima (0-1) giocata a Villa Park. Rimane l’avanzamento maggiore in coppa avuto dal club nella sua storia, con qualche rimpianto. L’anno seguente arrivò sulla panchina della squadra, guidata in attacco dal biondo Tommy Tynan, uno firmato da Bill Shankly ai tempi del Liverpool in quanto vincitore di un contest organizzato dal Liverpool Echo, Dave Smith, che fece quello che era richiesto fare a un allenatore dei Pilgrims fino a quel momento: conquistare la promozione dalla terza serie, il massimo alloro della storia del club, ripetutamente conseguito in diverse epoche (sad but true, di coppe manco l’ombra). Forse stanchi di conquistare sempre e solo promozioni da Division Three a Division Two, i Pilgrims ebbero la non brillante idea di inaugurare la quarta serie, che comunque, per farli sentire a casa, era stata nel frattempo rinominata Third Division a causa della nascita della Premier. Neil Warnock riuscì nella promozione immediata, ma il ritorno nei bassifondi era solo rimandato. Ah, nel mezzo, la colossale rissa in quel di Chesterfield, passata alla storia come Battaglia di Saltergate.

A cambiare le cose fu un altro scozzese, come Jack e Smith. Paul Sturrock. Detto Luggy, dallo scozzese lugs, orecchie, di cui in effetti è superdotato, in pochi anni prese i Pilgrims dai bassifondi della quarta divisione e li portò in Championship, sebbene non festeggiò la seconda promozione (in tre anni) perchè chiamato nel frattempo dal Southampton. Tornerà, e a dire il vero non ebbe molta fortuna dopo l’abbandono del club, ma verrà sollevato dall’incarico inutilmente, perchè in quella stagione, cominciata male, la squadra retrocederà. A succedergli fu Bobby Williamson, che inaugurò le prime di sei stagioni consecutive in Championship, dove tra gli altri sederono sulla panchina dell’Argyle Tony “TheNeverRelegatedManager” Pulis e l’inarrivabile Ian Holloway (a proposito di personaggi, il Plymouth è anche l’unico club allenato in carriera da Peter Shilton, dal 1992 al 1995 in qualità di player-manager, leggenda fino a prova contraria della Nazionale, un po’ meno della panchina). Come appena accennato, dopo sei stagioni la nuova retrocessione, a cui ne farà immediatamente seguito un’altra che portarono i Pilgrims dove sono oggi, ovvero in League 2. In questo percorso all’inverso non fu certo d’aiuto la sottrazione di 10 punti comminata dalla Football League a causa dei problemi economici del club, che era finito in amministrazione controllata e che si ritrovò così in ultima posizione. La retrocessione poi, beffa delle beffe, fu praticamente sancita sul campo dell’Exeter, in un derby del Devon, insieme a quella con il Torquay la rivalità più sentita per i tifosi dei Pilgrims (“We hate Exeter, say we hate Exeter…”).

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Chissà cosa riserva il destino al Plymouth, terra di viaggiatori, discendenti da gente che ha solcato l’Atlantico verso mondi sconosciuti. E comunque, quelli erano certamente viaggi più facili di una trasferta a Carlisle un mercoledì sera di dicembre…

(Credits: Wikipedia, Greens On Screen, The Beautiful History)

Record

  • Maggior numero di presenze in campionato: Kevin Hodges, 530
  • Maggior numero di reti in campionato: Sammy Black, 176
  • Maggior numero di spettatori: 43.596 v Aston Villa (Second Division, 10 Ottobre 1936)

La storia dei club: Bradford City

bradford292-242512_478x359Bradford City Association Football Club
Anno di fondazione: 1903
Nickname: the Bantams
Stadio: Valley Parade, Bradford, West Yorkshire
Capacità: 25.136

Bradford, West Yorkshire. Bradford è una di quelle città in cui nessuno va. 300.000 anime, un tempo operai dell’industria, oggi perlopiù riconvertiti, spesso con il fantasma della disoccupazione che aleggia minaccioso, come troppe volte accade in questa parte dell’Inghilterra un tempo ricchissima, moltissimi immigrati in cerca di fortuna e di pioggia, che qui, come altrove in Albione, non manca mai.
Bradford è, dunque, per pochi eletti. Ma chi ama il calcio, conoscerà certamente la squadra locale. Una squadra che di recente è balzata agli onori delle cronache per due cavalcate entusiasmanti, in League Cup e in FA Cup, con una finale disputata e tanti riflettori accesi su una realtà finita nel dimenticatoio della League Two.
Una squadra unica nel panorama calcistico inglese, poichè a vestire il claret & amber, diciamo un giallo-ambra e granata, c’è solo lei.
E i più attenti (o, verosimilmente, coloro che stanno invecchiando, come il sottoscritto) si ricorderanno di un Bradford City per due stagioni in Premier League, con un italiano in campo (Benny Carbone) e una salvezza, nella stagione 1999/2000, raggiunta all’ultima giornata e battendo il Liverpool, con un goal di David Wetherall entrato in quel momento nella ristretta cerchia degli eroi claret & amber.

BIGteam-photo-1910-11-postcard.jpgIl primo eroe, quello originale, era uno scozzese (ma dai?!), tale James Whyte, editore del giornale locale, il Bradford Observer. Sull’importanza degli scozzesi per lo sviluppo del football ci sarebbe da aprire una parentesi gigante. Restiamo alla nostra storia. Le idee semplici sono, spesso, le più geniali e riuscite. Mr. Whyte ebbe l’illuminazione in una notte, e pose alla cittadinanza, ma soprattutto ai dirigenti della lega, una domanda banale, ma quantomai consona al periodo: perchè non creare una squadra di Football League a Bradford? D’altronde era il 1903, tardi per gli standard calcistici britannici, e Bradford era una città vivace e produttiva.

Naturalmente a Bradford operavano già alcuni club, ma nessuno di questi partecipava alla Football League. Mr Whyte incontrò i dirigenti della lega nello stadio del Manningham FC (una squadra, a discapito del nome, di rugby): Valley Parade. Vi dice qualcosa il nome? Lo sospettavamo. Lo scozzese convinse anche il club a cambiare sport: basta rugby, benvenuto calcio. La lega approvò e accettò la squadra, che nel frattempo cambiò nome in Bradford City AFC, tra le sue fila. Piccola parentesi. Bradford ha avuto una squadra così tardi rispetto al resto dello Yorkshire (la patria del calcio, così, giusto per ricordarlo) perchè questa particolare area, nell’ovest, era dedita perlopiù al rugby; ed è il motivo per cui la Football League accettò immediatamente il club, pensando che ciò avrebbe promosso il movimento della pedata in un territorio prima ostile. Dal Manningham FC la neonata squadra ereditò anche i colori, il già citato e unico claret & amber. L’origine di questi colori è sconosciuta, e il Manningham li usava già dal 1884. La leggenda più divertente vuole che essi siano un richiamo alla birra e al vino, una goliardata dei dirigenti del club insomma: ma QUI potete trovare tutte le altre ipotesi

Valley Parade prima....

Valley Parade prima….

Torniamo alla trama della nostra storia. La decisione della Football League creò un uniquum nel panorama calcistico inglese (il Chelsea, due anni dopo, fu solo un postumo imitatore): il Bradford City, prima ancora di giocare una sola partita o persino di avere una rosa di giocatori, era già nella lega. Nel 1907/08, pochi anni dopo la fondazione, vinse la Division Two, preparandosi così a disputare il primo campionato di massima serie. E gli anni immediatamente successivi rappresentano tuttora l’apice della storia del club. A dire il vero il primo anno finì con una salvezza all’ultima giornata, grazie a una vittoria contro il Manchester United con goal di Frank O’Rourke (toh, uno scozzese, e due), un momento che culminò due anni più tardi con un altro goal solitario, di Jimmy Speirs (morirà durante la prima guerra mondiale, al fronte), ad Old Trafford: Bradford City 1-0 Newcastle United, ed FA Cup in bacheca. Un trionfo (l’unico, ad oggi) che avvenne solo al replay, perchè al Crystal Palace di Londra finì 0-0, con buona pace dei tifosi dello Yorkshire che viaggiarono verso la capitale con 11 treni speciali, ma che poterono festeggiare solo quattro giorni dopo (vi immaginate oggi i replay delle finali? Già vogliono eliminare i replay in generale….). Peraltro, il City detiene ancora oggi il record di clean sheets consecutivi in coppa, undici, ma questa è altra storia.

Nel frattempo, a rendere vivaci gli uggiosi sabati di Bradford giunse…il derby! La promozione del Bradford Park Avenue (così chiamato dal nome dello stadio, e per differenziarsi dai restanti club) nella massima serie (1914) diede il via ad una serie di derby, peraltro già iniziata due anni prima in coppa, che a sorpresa vedono negli annali in vantaggio il Park Avenue (23 a 22). Sperando di rivedere presto il derby a livello competitivo (ovviamente in coppa, a meno di clamorosi miracoli – o tonfi che non ci auguriamo), vale la pena citare qualche episodio. Nel 1937, con entrambe le squadre in Division Two, il Park Avenue si salvò, davanti proprio al City; prima ancora, nel 1927 (Third Division North), sempre il Park Avenue stese 5-0 il City sulla strada verso la promozione e la vittoria del campionato, con il titolo che rimase a Bradford la stagione successiva, quando furono i cugini a trionfare. L’ultimo incontro venne disputato nel 1969, con il City promosso e il Park Avenue desolatamente in fondo alla FL, dalla quale venne escluso l’anno seguente prima di fallire, definitivamente, nel 1974. Significativo il fatto che nel giro di pochi anni da zero club in Football League la città arrivò ad averne due (il Park Avenue venne fondato nel 1907): oltre al rugby, c’era spazio anche per il calcio.

...e oggi

…e oggi

Tornando alla storia del club, il primo dopoguerra segnò il ritorno del City in Division Two, non prima però del meraviglioso quarto turno di FA Cup del 1920, a Bristol contro il City. Meraviglioso non tanto per il risultato (una sconfitta), quanto perchè tale sconfitta venne dai più attribuita alla visita che la squadra fece alla “Fry’s chocolate works”, la cui fabbrica distava poche miglia dalla città: si, esatto avete capito bene, la storia vuole che la debacle sia stata figlia di una leggendaria scorpacciata di cioccolato. Cioccolato o no, anni molto bui attendevano il City. Innanzitutto, i risultati: retrocessione nel 1922 (a braccetto con i cugini cittadini, e fino al 1999 la massima serie rimarrà un lontano ricordo), retrocessione in Third Division nel 1927. Poi le grane economiche, risolte solo grazie all’intervento dei tifosi e le loro donazioni. Già, i tifosi. Gli scarsi risultati, uniti anche all’emergere di un’altra squadra nella zona (l’Huddersfield Town), svuotarono poco a poco gli spalti del Valley Parade. In questa grigia situazione, l’alternarsi di manager (tra cui l’ex giocatore O’Rourke, che guidò i Bantams – il soprannome Bantams, galletti, deriva dai colori del club, associati appunto ai mattutini animali da cortile – in due occasioni diverse, salvo poi sbattere definitivamente la porta nel 1930) non servì a riportare il club nella massima serie, solo sfiorata: la luce in fondo al tunnel era lontanissima dall’esser veduta.

48 anni. 48 lunghissimi anni. Tanto passò da quando il Bradford City giocò l’ultima volta in seconda divisione fino alla successiva. Mezzo secolo speso tra Division Three e, quando venne istituita, Division Four, tra pochissimi alti (rare promozioni tra quarta e terza serie) e moltissimi bassi (per tre volte, nel 1949, 1963 e 1966 il City dovette chiedere la ri-elezione in Football League). Insomma, anni bui, molto bui. La rotta cambiò, finalmente, nella stagione 1981/82, quando alla guida del club venne chiamato l’ex difensore della Nazionale Roy McFarland. Grazie anche ai goal di un nordirlandese di nome Bobby Campbell, casualmente diventato leader all-time di goal segnati per il club, il City giunse secondo nel campionato di quarta divisione, guadagnandosi così la promozione. McFarland abbandonò poco dopo in direzione Baseball Ground, Derby, e venne rimpiazzato da Trevor Cherry, un uomo particolarmente legato al West Yorkshire: nato ad Huddersfield, giocò per i Terriers, il Leeds United e, appunto, il Bradford City, di cui fu player-manager fino al 1985 e manager fino al 1987. Sotto la sua guida, nel 1985, i claret & amber ritrovarono la Division Two dopo, come visto, tantissimo tempo. Ma ad un prezzo carissimo.

Bradford City Football Club Fire Disaster 11 May 1985 Fifty six people die

Bradford City Football Club
Fire Disaster 11 May 1985
Fifty six people die

A Valley Parade si giocava l’ultimo incontro della stagione che incoronò il City come campione di Division Three. Di fronte un altro City, il Lincoln. Era l’11 Maggio 1985, 11.076 spettatori si recarono all’impianto per assistere alla partita, ma soprattutto alla premiazione della squadra avvenuta nel pre-gara, alla quale venne consegnato il trofeo di campioni. Al 40′ circa del primo tempo si nota del fumo provenire dal settore G. L’arbitro sospende la partita, e la polizia inizia l’evacuazione dello stadio. Valley Parade, come molti altri stadi inglesi, aveva ancora impalcature in legno, e un tetto in cui al legno si aggiungevano sostanze incendiabili come catrame e bitume. Da una sigaretta gettata, il passo verso il disastro fu breve. In quattro minuti la stand era bruciata, con il tetto crollato sugli spettatori e il fumo nero a rendere difficoltosa la fuga dei fortunati sopravvissuti. Niente estintori, che erano stati rimossi per paura di atti vandalici. Il risultato furono 56 morti, triste anticipazione di un altro disastro, che quattro anni dopo, per motivi completamente diversi, avrebbe però contribuito a cambiare la concezione di stadio in Inghilterra. Ovviamente, il City si vide costretto a emigrare per un anno e mezzo (Leeds Road, Elland Road, l’Odsal Stadium di Bradford, impianto di rugby) e a modernizzare forzatamente Valley Parade. Cosa che, parentesi, fece anche il Lincoln City, sfortunato co-partecipe di quella tragedia (due tifosi degli Imps persero la vita): nell’anno immediatamente successivo, Sincil Bank venne sviluppato in modo da annullare il rischio incendi.

E dire che quella gloriosa campagna avrebbe davvero meritato un finale diverso. Il ritorno dopo tantissimi anni in una Division ritenuta più consona alla città, il coronamento degli sforzi che due anni prima, nel 1983, portarono l’ex presidente Heginbotham di nuovo alla guida di un economicamente disastrato club (fu necessaria la cessione di Campbell, poi rientrato, al Derby County). E invece il disastro che oscurò il tutto e segnò per sempre la storia del club, della città e, perchè no, del calcio inglese.

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

E il City tornò in Division Three nel giro di poche annate. Non prima però di aver fatto anche i playoff promozione, nel 1988, sconfitti dal Middlesbrough a un passo dalla massima serie. Ma poi le star di quella squadra se ne andarono (Stuart McCall e John Hendrie, manco a dirlo due scozzesi), il presidente Heginbotham lasciò per motivi di salute e l’oblio era nuovamente lì ad accogliere le bellissime e uniche divise del club. Il vento del cambiamento sopraggiunse solo con l’avvento del neopresidente Geoffrey Richmond, nel 1994, e si concretizzò nel 1996 con la promozione in Division one, che causa nascita della Premier League era nel frattempo divenuta la seconda serie del calcio inglese. Artefice di quella promozione il manager Chris Kamara, un ex marinaio della Royal Navy originario della Sierra Leone e con una discreta carriera da giocatore alle spalle. Oddio, Richmond si sbarazzò ben presto di Kamara, come già aveva fatto con Frank Stapleton e Lennie Lawrence, e mise la squadra nelle mani del suo attaccante principale fino alla stagione precedente: Paul Jewell. Jewell aveva appeso gli scarpini al mitologico chiodo da pochi mesi, ma già dall’estate successiva (fu nominato manager a Gennaio 1998) venne investito di una grossa responsabilità: portare i Bantams in Premier League. Solo tale obbiettivo giustificava infatti i soldi messi a disposizione da Richmond, e che finirono al Port Vale per Lee Mills (£ 1.000.000, verrà poi prestato al Manchester City – erano anni in cui il Bradford prestava giocatori ai Citizens…vaglielo a spiegare ai giovanotti di oggi!), all’Arsenal per Isaiah Rankin (£ 1.300.000, ma si rivelò un flop) e all’Oxford United per Dean Windass (£ 950.000). A parametro zero rientrò, proveniente dai Rangers, McCall, il capitano.

Con i goal di Mills, Peter Beagrie e Robbie Blake il 9 Maggio 1999 al Molineux di Wolverhampton il City, dopo 78 anni di attesa, tornò nella massima serie del calcio inglese. Jewell aggiunse alla rosa il già citato David Wetherall (Yorkshire born and bread, da Sheffield a Bradford passando per Leeds) e due giocatori over-30, Neil Redfearn e Dean Saunders. Specificare l’età non è superfluo, poichè quel Bradford City divenne noto come…the Dad’s Army, l’esercito dei papà (Dad’s Army era il nome di una nota sitcom inglese anni ’70). Saunders, che regalò la vittoria 1-0 all’esordio contro il Middlesbrough, festeggiò il goal simulando di essere un vecchietto con il bastone. Una stagione che si aprì con un vittoria per 1-0 e si concluse con una vittoria per 1-0, la famosissima partita (almeno a Bradford) contro il Liverpool, che sancì un’insperata e inattesa salvezza. Tanto inattesa che Rodney Marsh, dagli studi di sky sport, dichiarò che era talmente sicuro della retrocessione dei Bantams che, in caso di salvezza, si sarebbe tagliato i suoi leggendari capelli. Cosa che in effetti gli toccò fare, davanti a un divertito Valley Parade.

Jewell accettò la corte dello Sheffield Wednesday appena retrocesso e lasciò i Bantams nelle mani di Chris Hutchings, già suo assistente. Il quale godette di un budget ancora più sostanzioso del predecessore per completare la rosa, alla quale aggiunse David Hopkin, Ashley Ward e l’italiano Benito Carbone, l’uomo che con le sue finte disorientava sia gli avversari che i compagni, almeno a detta di quella leggenda di nome Vujadin Boskov da Novi Sad. I soldi vennero destinati anche a Valley Parade, che venne ulteriolmente migliorato. “My six weeks of madness“, così descriverà il presidente Richmond l’estate 2000. Anche perchè i soldi non portarono risultati: Hutchings verrà sollevato dall’incarico, ma la squadra, sotto la guida di Jim Jefferies, terminò lo stesso il campionato con la miseria di 26 punti. La retrocessione venne accompagnata dai guai finanziari, in parte dovuti alla “follia” di Richmond, in parte al fallimento di ITV Digital, che possedeva i diritte per la Football League: il City venne nuovamente posto in amministrazione, fino a che non venne rilevato da Julian Rhodes e Gordon Gibb (quest’ultimo lasciò poi il club, mentre Rhodes è tutt’ora il proprietario insieme a Mark Lawn).

Ma sul campo, il club sprofondò, dopo 25 anni, nella serie più bassa del calcio professionistico. I cambi di manager, da Bryan Robson a Colin Todd agli ex Wetherall e McCall, non servirono sostanzialmente a nulla. Almeno fino all’arrivo, nel 2011, di Phil Parkinson, proveniente dal Charlton ma che aveva raccolto i frutti migliori al Colchester United, nel 2006. Parky non solo è riuscito a uscire dalle sabbie mobili della League Two, ma ha portato il Bradford City all’attenzione del mondo calcistico con due eccezionali cavalcate in coppa: la finale della League Cup 2012, persa sì contro lo Swansea ma con gli scalpi di Aston Villa e soprattutto Arsenal in mano, e i quarti di FA Cup del 2015, quando è stato il Reading a mettere fine al sogno. Due imprese che han fatto parlare del e di Bradford persino i giornali italiani, con la solita retorica qualunquista e un po’ approssimativa di chi approccia realtà sconosciute nel tentativo di cavalcare un’onda. Ben più significativo il fatto che il Bradford City abbia un supporter club italiano, portato avanti dall’entusiasmo di Simone e Giuseppe, a cui auguriamo di vedere presto il Bradford City in palcoscenici migliori della League 1.

Parky

Parky

Trofei

  • FA Cup: 1910

Records

  • Maggior numero di spettatori: 39.146 v Aston Villa (FA Cup Fourth Round, 11 Marzo 1911)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ces Podd, 502
  • Maggior numero di goal in campionato: Bobby Campbell, 121

Dixie

Ci sono giocatori che legano il loro nome indissolubilmente a quello di un club.
Magari oggi un po’ meno, ma qualche caso lo troviamo ancora. John Terry, Ryan Giggs (o Scholes o Neville), Steven Gerrard, ad esempio.
O Alan Shearer, che seppur non abbia giocato sempre nel Newcastle, è associabile ai Magpies più che al Blackburn, con cui però avrebbe vinto un titolo irripetibile.
Andando indietro nel tempo, i casi si sprecano. E figurarsi se spostiamo le lancette del nostro orologio indietro non solo di anni, ma di decenni. Per ogni squadra ci sono almeno due nomi di leggende. Calciatori che hanno regalato gioie ai tifosi, che hanno sudato e lottato per una maglia. E che magari si sono meritati una statua, onore riservato a pochi, grandi immortali.
Questa storia parla di uno di loro.
Parla di un eroe romantico, pulito ed elegante, che in un giorno di marzo muore tra le braccia della sua sposa, senza più la sua gamba destra, quella che lo rese ciò che era.
Se i trovatori esistessero ancora, canterebbero le avventure dei calciatori, i cavalieri di oggi. Su di lui, però, avrebbero composto la moderna Chanson de Roland.
Siamo a Birkenhead, città situata sulla sponda opposta del fiume Mersey rispetto a Liverpool. 313 di Laird Street, una delle vie principali della città. 22 Gennaio 1907, la data in cui vide la luce del Mondo per la prima volta.
Proprio per la scuola locale, la Laird Street School, questo ragazzotto, nipote di un ferroviere, iniziò a giocare a calcio.
Un’idea meravigliosa, specie nel Merseyside, che ha da sempre un rapporto privilegiato con the beautiful game. Un’idea meravigliosa, poi, se sei uno che al pallone dà del tu, senza timori reverenziali.
Il calcio, peraltro, piaceva anche a suo padre, William Sr., e in particolare gli garbava una squadra: l’Everton Football Club. Nel 1915, William Sr. portò suo figlio, per la prima volta, a Goodison Park. Aveva 8 anni, e quell’Everton si sarebbe apprestato, da lì a poco, a vincere il titolo.
Questa storia dell’Everton, di cui ovviamente il ragazzo si innamorò, tornerà utile più tardi.
Per il momento restiamo a Birkenhead, con le sue case basse e di mattoni rossi.
Come detto, il ragazzo sviluppò un rapporto d’amore con la palla da calcio. Talento innato. Un giorno lo notano gli scout del Tranmere Rovers, la squadra locale. A 16 anni, con la benedizione dei genitori, entra a far parte del club.
Prenton Park non era esattamente Wembley, che aprì i battenti lo stesso anno in cui il ragazzo firmò per i Rovers, il 1923. Una delle stand, ancora oggi, si chiama the Cowshed. La stalla.
Ma il nostro, nonostante tutto, si seppe ritagliare il suo spazio di gloria anche da questo palcoscenico di periferia. Per forza, segnava a raffica ed era poco più che un adolescente! 27 goal in 30 partite recitano gli annali, tutti concentrati nella seconda stagione. Media: un goal a partita (la prima vide 3 presenze e zero reti).
Rimase al Tranmere due sole stagioni, perchè poi il destino gli aveva affidato un altro compito: scrivere la storia dell’Everton.
Molti club chiesero informazioni. Arsenal, Newcastle, tutti con un grande svantaggio: non essere l’Everton. Perchè quando il segretario-manager dei Toffees, Mr. McIntosh, chiese di vedere Dixie, lui per la gioia corse 4 kilometri che lo separavano dal luogo dell’incontro.
Già, Dixie. Lui per la verità non ha mai amato questo soprannome, preferiva Bill, diminutivo di William.
Però al Tranmere qualcuno pensò che questo ragazzo del Merseyside assomigliasse, per tratti somatici, ad uno del Sud degli States. E uno del sud degli States è, per forza, “Dixie”, perchè abitante al di sotto della linea Mason-Dixon. Appunto.
Torniamo ai fatti, perchè qui svoltò la carriera. Per 3.000 sterline, Dixie passò all’Everton. Un accordo in essere col Tranmere presupponeva che il 10% della cifra sarebbe spettato a lui. Ma invece che 300 pounds, se ne vide recapitare solo 30. Chiamò il suo manager, Bert Cooke, e gli disse: “e il resto?”. “Senti, Bill, è il massimo che la lega ci permette di darti”. Furioso, si rivolse allora a John McKenna, presidente della Football Association. Che per tutta risposta gli comunicò, laconico: “mi dispiace che tu abbia firmato, e questo è quanto”.
Avidità? Per nulla. Quelle 30 sterline Bill le diede in consegna ai genitori, che a loro volta le donarono all’ospedale di Birkenhead.
L’Everton, l’amato Everton, e qui, a Goodison Park, Dixie scriverà la leggenda dei Toffees e del calcio inglese.
Arrivò a campionato in corso, in tempo per segnare 2 reti in 7 partite. La prima stagione completa fu il 1925/26: 32 centri in 38 incontri. E poi a seguire 21 reti in 27 partite. Fino al 1927/28.
Qui bisogna fermarsi. Perchè quella fu la più grande stagione che un attaccante inglese abbia mai giocato. Un numero di goals che è persino imbarazzante da scrivere: SESSANTA. Sei-zero. L’Everton, ovviamente, vinse il titolo, il terzo della sua storia, e Bill, da Birkenhead, a 21 anni divenne semplicemente the greatest goal-scorer of England. Il più grande e il più famoso attaccante d’Albione.
Segnava in tutti i modi, specialmente di testa, ma non per questo rispecchiava per forza i canoni del tipico centravanti inglese. Anzi. Eddie Hapgood, terzino dell’Arsenal, lo descrisse così: “un mago con la sfera ai piedi, ma letale di testa, forte come un toro, era impossibile togliergli palla, giocava in modo pulito, era un grande sportivo ed uno che non si dava mai per vinto. Era anche uno duro e tosto, non solo perché era grande e grosso, ma perché amava spesso allargarsi sulle fasce, portandosi dietro il centro-mediano e, assai di frequente, riusciva a saltarlo, complicando assai le cose per la difesa.” Oggi diremmo “un attaccante completo”.
Nella stagione post-record segnò 26 volte, 23 in quella successiva. Due stagioni, queste, costellate di piccoli problemi che gli fecero saltare diversi match. Forse anche per questo successe quel che successe in quel maledetto 1929/30.
Senza avversità, non sarebbe la romantica storia, la chanson de geste che tanto abbiamo decantato in apertura. Come in ogni racconto che si rispetti, l’eroe deve superare almeno una difficoltà per realizzarsi.
Dixie aveva vinto, Dixie vincerà, ma prima dovette assistere, quasi inerme, alla retrocessione dell’Everton. Del suo Everton. L’eroe a questo punto si erge sugli altri e, da solo, risolve la situazione. A suon di reti riporterà immediamente i Toffees in First Division e, da neopromossi, vinceranno anche il campionato successivo. Ovviamente con Dixie protagonista.
Chiuderà l’esperienza all’Everton con due titoli, due Charity Shield, una FA Cup (1933, con goal nel 3-0 in finale contro il City). 349 goal in 399 partite, 377 in 431 se si contano tutte le competizioni.
Giocò ancora, dopo i Toffees. Dapprima al Notts County, poi allo Sligo Rovers in Irlanda e infine all’Hurst, oggi Ashton United.
Chiusa la carriera, aprì un pub, il Dublin Packet, a Chester. E fece anche altri lavori, umili, se è giusto chiamarli così. Come si conviene ad un eroe buono, mai ammonito in carriera.
All’Everton, guadagnava 8 sterline a settimana d’inverno, 6 d’estate. “When i was playing i couldn’t afford a pair of boots“, dirà a George Best. Ma non ne fece mai un motivo di lamento.
Un giorno gli chiesero se il record di 60 goal in campionato sarebbe mai stato battuto. “Certo”, rispose, “ma solo un uomo ce la farà. Ed è quello che cammina sull’acqua”.
Il calcio gli mancava, ma la salute problematica lo tenne spesso lontano da Goodison Park. Nel Novembre del 1976 gli amputarono la gamba destra in seguito ad una trombosi. Un duro colpo.
Forse sentendo avvicinarsi l’inesorabile fine, Dixie decise il 1 Marzo del 1980 di tornare a Goodison, perchè gli mancavano i suoi tifosi, il suo Everton. Non una partita come le altre, ma il Merseyside Derby. Everton-Liverpool.
Il destino è lo scrittore più grande, assurdo, imprevedibile che esista. Perchè Dixie, leggenda dell’Everton, morirà lì, a Goodison Park, pochi istanti dopo il fischio finale di un derby contro il Liverpool.
Un vecchio cavaliere che torna per un’ultima volta sul campo di battaglia, persa (vinse il Liverpool, 2-1) e lì saluta per sempre la vita.
O meglio ancora un amante che muore guardando negli occhi la sua amata, che lo vede spegnersi a sua volta. La tragedia romantica, sublimata.
Siamo certi che, se avesse potuto scegliere, Dixie avrebbe scelto così. E forse per questo, quel giorno, insistette per andare a Goodison, o almeno, è in quache modo bello pensare che sia così.
Il ricordo più suggestivo, tra i tanti, venne da un “nemico”, Bill Shankly. Nemico, tra virgolette s’intende, perchè il grande allenatore scozzese plasmò il suo Liverpool anche in funzione anti-Everton, che d’altronde fino agli anni ’60 dominava la scena nel Merseyside. “Ci sono due squadre a Liverpool. Il Liverpool e il Liverpool riserve”. Uno spirito che mantenne anche il giorno del funerale, quando disse “lo so che è un’occasione triste, ma son sicuro che Dixie sarebbe estasiato nel sapere che anche da morto riesce a radunare più gente che l’Everton il Sabato pomeriggio”.
Una caduta di stile pensò qualcuno, un omaggio sincero crediamo noi, condito da quell’ironia tipica dell’uomo da Glenbuck. Ma Shankly disse anche “He belongs to the company of the supremely great, like Beethoven, Shakespeare and Rembrandt“. Tre artisti, in tre diverse categorie. Come dire: la quarta, quella del calcio, è appannaggio di Dixie.
Oggi, una statua ne commemora le gesta fuori Goodison Park. C’è scritto “the most lethal header in the history of the game“, giusto per rimarcare la specialità della casa; oltre al record, imbattibile, di 60 goal in un campionato, e al ricordo della morte avvenuta in quel luogo.
Dopo il funerale in Laird Street, la strada che lo vide nascere e crescere, le ceneri vennero deposte sul prato di Goodison Park. Perchè, onestamente, nessun altro luogo avrebbe potuto ospitarle. E quale migliore conclusione della storia, a cui abbiamo volutamente dato un’impronta quasi mitica, pensare che, ancora oggi, lo spirito leggendario di Dixie aleggi su Goodison, a infondere coraggio e passione ai giocatori che, negli anni, indossarono e indosseranno la casacca blu dei Toffees?
Decisamente sì, ci piace pensare che sia così.

Come forse avete notato, non abbiamo mai citato il cognome di Dixie. Perchè è superfluo, perchè gli eroi non hanno un cognome. E perchè, soprattutto, difficilmente rivedremo un altro così.
William Ralph “Dixie” Dean, 1907-1980.

Dixie_Dean_Monument

La storia del Newcastle United

indexNewcastle United Football Club
Anno di fondazione: 1892
Nickname: the Magpies
Stadio: St James’ Park, Newcastle-upon-Tyne
Capacità: 52.404

Il post dedicato a St James’ Park: CLICCA QUI
I post dedicati ad Alan Shearer: QUI e QUI

“Ma che diavolo di lingua parlano questi?”. La domanda, forse legittima per un italiano speduto in terra d’Albione, testimonia però una scarsa confidenza di chi l’ha posta con la fonetica delle persone che abitano un angolo d’Inghilterra a suo modo unico, lassù, a nord, poco al di sotto del vallo di Adriano, a due passi dalla Scozia. Quelle persone che comunemente chiamiamo, chiamano e si autodefiniscono Geordie. E che parlano con un accento tutto loro, come spesso capita nelle varie zone d’Inghilterra, quando maledici la tua prof d’inglese che ti insegnava le pronunce come se avessi dovuto parlare tutta la vita con la Regina, e non con degli scousers, o appunto dei geordies.
Appurato che gli abitanti di questa parte del nord-est d’Inghilterra vengono chiamati così, resta da capire, letteralmente, cos’è un “geordie”? Come sempre, aleggia un alone di mistero sulla vicenda. Quel che sembra certo è il legame con il nome George. La motivazione che ci piace di più è legata alle lampade da miniera, quelle inventate da George Stephenson, che i locali preferivano alle omologhe di Sir Humphrey Davy. E ci piace perchè la miniera è il palcoscenico in cui per anni la vita di questa gente del nord è andata in scena, tra stenti e sudore, e nelle quali è maturato quel senso di appartenenza e di fiero orgoglio caratteristico di queste parti.

E c’è un posto in particolare in cui questo orgoglio geordie si manifesta regolarmente, da più di un secolo. Un posto chiamato St James’ Park, Newcastle-upon-Tyne, the Toon (ovvero town nella pronuncia locale), la città principale della zona, nelle cui panoramiche vedrete sempre un ponte, perchè beh, non c’è molto altro da offrire all’obiettivo della fotocamera. St James’ Park. 52.404 posti, spesso esauriti, il terzo stadio più grande della Premier, il quarto d’Inghilterra se si tiene conto di Wembley. E la casa del Newcastle United praticamente da sempre, avendolo ricevuto in eredità dalle due squadre che contribuirono alla nascita del club, il Newcastle West End e l’East End. Newcastle East End sarà anche la prima denominazione del club, visto che il West End venne sciolto e assorbito dall’East End stesso, stadio incluso, lasciando nella città una sola squadra di rilievo. Nel Dicembre di quello stesso anno, cadute le differenze tra East e West End, si decise pertanto che il club necessitasse di un nuovo nome; con scelta saggia e frequente quanto si trattava di fusioni tra società, si optò per Newcastle United Football Club.

St-James-Park-006Non fu subito Football League, che arrivò però nella stagione 1893/94; e sarebbe arrivata subito, se non fosse che i dirigenti rifiutarono l’invito per la Second Division, accettandolo peraltro la stagione seguente (il motivo del rifiuto era la scarsa prospettiva di incasso a fronte delle spese per le trasferte, costi che invece erano contenuti in Northern League). Dopo le prime non esaltanti stagioni, sul campo e sugli spalti dove di rado si raggiungevano numeri quantomeno discreti, a Newcastle però si accorsero che, in questo giochino tanto bello, a cavallo dei due secoli dominavano…gli scozzesi, praticamente i loro vicini di casa. Con una squadra formata prevalentemente da scozzesi (Howie, McWilliam, Lawrence, McCombie), i Magpies (soprannome standard per qualsiasi squadra bianconera inglese che si rispetti) dominarono il decennio 1900-1910: tre titoli e cinque finali di FA Cup, di cui però quattro perse e solo nel 1910, finalmente, vinta (contro il Barnsley). Il bis, sfiorato nuovamente l’anno successivo, arrivò solo 14 anni dopo, sconfiggendo in finale l’Aston Villa con reti di Harris e Seymour, quando ormai la gara sembrava destinata al replay.

La squadra vincitrice dell’FA Cup nel 1924 conquistò, due stagioni dopo, il titolo, ad oggi l’ultimo campionato vinto dal Newcastle. Al solido nucleo già presente si unì, nemmeno a dirlo, uno scozzese, proveniente dall’Airdrieonians e rispondente al nome di Hughie Gallacher, che segnerà 143 goals in 174 partite con i Magpies prima di emigrare a sud, al Chelsea. Gallacher fu uno degli ultimi alfieri del grande Newcastle, perchè da lì a poco un inesorabile declino vedrà lo United precipitare in seconda serie. Prima però l’ultimo squillo di gloria, un’altra finale di FA Cup, vinta, 2-1, contro l’Arsenal. 1932, e ai posteri quella partita si consegnerà come the over the line final, perchè il pareggio del Newcastle scaturì da un cross di Richardson con la palla visibilmente oltre la linea di fondo. Ma come detto, fu l’ultimo acuto: alla fine della stagione 1933/34, dopo 35 lunghi anni di massima serie, i Magpies si ritrovarono in Second, dove molti anni prima la loro storia era cominciata. Manager di quell’edizione del Newcastle era Andy Cunningham, un nome che dice poco a prima vista, ma trattasi del primo player-manager della storia della First Division inglese.

"Wor Jackie"

“Wor Jackie”

A differenza del Paese che si leccava le ferite di una sanguinosa vittoria, il Newcastle uscì dal periodo bellico rinvigorito. La promozione tardò due stagioni ad arrivare, ma la squadra che venne costruita fu tra le migliori che si potessero auspicare. Deus ex machina dell’operazione il grande Stan Seymour, già giocatore del club come visto e, a tratti, anche allenatore. Un nucleo di local lads (Jackie Milburn, detto Wor Jackie, espressione geordie che significa “il nostro Jackie”, secondo cannoniere nella storia del club, e poi Bobby Cowell, Ernie Taylor) e tante star, tra le quali il cileno Jorge “George” Robledo (e suo fratello Eduardo -Ted- che però fu meno brillante), lo scozzese Bobby Mitchell (detto Bobby Dazzler, espressione colloquiale del nord indicante tipo tosto, cool, speciale), gli inglesi Joe Harvey (il capitano) e Len Shackleton. Pochi giri di parole: gli anni cinquanta videro questo Newcastle vincere tre volte l’FA Cup. Nel 1950/51 a soccombere fu il Blackpool, 2-0 sotto i colpi di Milburn; nel 1952 la vittima fu l’Arsenal, su cui i Magpies si imposero grazie a una rete di George Robledo; e infine nel 1955 fu la volta del Manchester City, sconfitto per 3-1 grazie al solito Milburn, a Mitchell e ad Hannah.

Ma il sognò durò un decennio. Nel 1961, nuova retrocessione. Manager Charlie Mitten, ex giocatore del Manchester United e…dell’Independiente de Santa Fe. Piccolo excursus. Come dell’Independiente de Santa Fe? Mitten fu uno di quei giocatori che, durante il tour in Sudamerica del Manchester United nel 1950 – un autentico successo di pubblico – , disse “ah sì? Noi riempiamo gli stadi e voi ci pagate solo 12 sterline a settimana? E io gioco per questi”. La Colombia non era soggetta all’autorità della FIFA, e Mitten firmò, per 5.000 sterline più una paga settimanale di 40 bigliettoni. The Bogotà Bandit venne soprannominato, ma dopo sola una stagione tornò in patria, smise di giocare e incominciò ad allenare. Non con grandi risultati. Per sostituirlo sulla panchina venne chiamato il capitano della grande squadra del dopoguerra: Joe Harvey. Harvey nel 1965 conquistò la promozione, nel 1968 qualificò per la prima volta la squadra alle competizioni europee e, all’esordio nella Coppa delle Fiere (antenata della fu Coppa UEFA) vinse subito il trofeo. La squadra di Pop Robson, Bobby Moncur, Frank Clark e del centravanti gallese Wyn Davies, che nel 1971 cedette la maglia numero 9 ad un altro attaccante, destinato a entrare nel cuore della Toon Army: Malcolm Macdonald, Supermac (un attento lettore di Nick Hornby lo conoscerà bene).

Vincitori della Coppa delle Fiere

Vincitori della Coppa delle Fiere

Ma con Supermac non si vinse nulla. La finale di FA Cup del 1974 vide trionfare nettamente il Liverpool di Shankly, alla sua ultima partita sulla panchina dei Reds; e nel 1975 Harvey, dopo più di un decennio alla guida del club, venne licenziato. Infine, nel 1976 Macdonald portò la maglia numero 9 ad Highbury tra le polemiche. Un ultimo sussulto venne dalla stagione 1976/77, quando a Natale i Magpies, guidati da Gordon Lee, erano in lotta per il primato in classifica. A Gennaio Lee cedette però al corteggiamento dell’Everton, lasciando la panchina a Richard Dinnis, che concluse comunque la stagione al quinto posto. Ma il crollo arrivò nella successiva; una campagna disastrosa vide ripiombare il Newcastle negli inferi della Second Division (l’ultimo posto fu evitato solo per la tremenda differenza reti del Leicester). Gli anni ’70 finivano, e il decennio che seguì fu, diciamo così, particolare per i Magpies. Non tanto per i risultati, anche se nel 1982 ci fu il ritorno in First Division, quanto per i giocatori che si alternarono con la casacca bianco-nera (che è così dal 1894, dopo un primo biennio di maglia rossa). Star che avevano scollinato il picco della loro carriera, ma non per questo meno efficaci, come Kevin Keegan e Terry McDermott; e tanti giovani lanciati, nativi del Tyne & Wear o del Northumberland, di cui tre destinati a entrare nella storia del calcio inglese: Peter Beardsley, Chris Waddle e Paul Gazza Gascoigne.

Ma questi talenti non fecero la gloria del Newcastle, anzi: le cessioni di Beardsley (Liverpool), Waddle e Gascoigne (entrambi finiti al Tottenham) furono l’apice di un momento di crisi societaria e sportiva che nel giro di poche stagioni portò i Magpies sprofondare sul fondo della Second Division (1991/92). Casi del destino, quello fu l’inizio della rinascita. La società, dopo lunghe battaglie tra gli azionisti, passò nelle mani di Sir John Hall, imprenditore di Ashington, figlio di un minatore come si conviene da queste parti, che come prima decisione affidò la panchina a Kevin Keegan, alla sua prima esperienza alla guida di un club. I risultati che seguirono dimostrarono la validità della scelta, e il fatto che il concetto di “esperienza” vale come il 2 a briscola. Promozione nella neonata Premier League, qualificazione UEFA, Robert Lee, Andy Cole, l’ammodernamento di St James’ Park. Tutto meraviglioso, come non lo sembrava da anni, poi Keegan cedette nell’estate del 1995 Andy Cole al Manchester United ed ecco i fantasmi del passato a tornare cupi sui cieli di Newcastle. Ma i fantasmi furono spazzati via. Alla partenza del futuro Calypso Boy fecero seguito gli arrivi di Faustino Asprilla, del prolifico attaccante del QPR Les Ferdinand e del sempre meraviglioso David Ginola, chioma bionda e classe sopraffina. Secondo posto finale. Il miglior risultato in decenni di storia.

Unico e inimitabile Alan

Unico e inimitabile Alan

Nel frattempo nel sud dell’Inghilterra prima e nel Lancashire poi un giovane attaccante, nativo proprio di Newcastle, regalava gioie ai tifosi e speranze alla Nazionale inglese, impegnata nel 1996 nell’Europeo casalingo. Anche ai membri della Toon Army che avessero mai osato sognare di averlo nella propria squadra sembrò incredibile, nel 1996, vederlo arrivare a St James’ Park. Il nome sarebbe superfluo, perchè sarà colui che spazzerà via Jackie Milburn dai libri di storia, e che nella mente di tutti gli appassionati di calcio legherà il suo nome a quello del club per cui tifava da piccolo; ma l’arrivo di Alan Shearer sembrava davvero poter riaprire le porte del paradiso. E invece fu nuovamente secondo posto, una stagione iniziata da Keegan e conclusa da Dalglish, dopo che King Kevin si dimise adducendo come motivazione “sento di aver portato il club al massimo livello possibile”. Il Newcastle di Dalglish lasciò due ricordi indelebili, la vittoria in Champions League contro il Barça e la finale di FA Cup del 1998, persa però contro l’Arsenal; l’ex Liverpool lasciò il posto a Ruud Gullit, in tempo per un’altra FA Cup persa (stavolta contro il Manchester United) e un rapporto mai nato con Alan Shearer, una delle ragioni per cui l’olandese si dimise all’inizio della stagione 1999/2000 la panchina di St James’ Park.

Ecco, a questo punto entra in gioco un altro personaggio chiave nella storia recente dei Magpies. Un uomo anch’egli del nord, County Durham, un girovago del calcio che ha vinto ovunque sia stato, da Ipswich a Barcelona passando per Oporto ed Eindhoven: Sir Bobby Robson. Le cinque stagioni di Robson alla guida del Newcastle videro i bianconeri giungere, dopo due stagioni che potremmo definire di assestamento, quarti, terzi e quinti in campionato, e ad una semifinale di Coppa UEFA persa nel 2004 contro l’Olympique Marseille. Trofei nemmeno l’ombra, ma quella squadra, con Shearer, Robert, il compianto Speed fu l’ultima a competere ad alti livelli. Progressivamente il giocattolo si sgretolò, Robson venne licenziato, Souness subentrò senza lasciare il segno, Shearer al termine della stagione 2005/06 appese gli scarpini al chiodo, e per il Newcastle da lì a pochi anni fu nuovamente retrocessione. E’ storia recente, con il ritorno sfortunato di Shearer nelle vesti di manager, che fece peraltro seguito a quello di Keegan, ma anche con la promozione centrata al primo tentativo, dominando la Championship, fino all’arrivo di Pardew. E questa non è storia recente, ma recentissima.

0,,10278~8947108,00Salutiamo Newcastle. Newcastle e le sue maglie bianco nere, talmente significative che i due colori campeggiano nello stemma che ricalca, per il restante, quello cittadino. Newcastle e il suo cielo grigio, i ragazzi che schiamazzano per strada con il loro accento tipico. Newcastle e Seymour, Milburn, Gallacher e Shearer. Newcastle e St James’ Park, che si staglia all’orizzonte, mentre ti allontani nella pioggia di novembre.