La formula del successo

È uscito il libro di Alex Ferguson, My Autobiography.
Non l’ho acquistato e non so neppure se lo acquisterò. Ho sentito qualche commento, ho letto qualche intervista ed alcune critiche. Diciamo che presumo di sapere che cosa ci troverei dentro. Non sono alla ricerca di aneddoti e magari ce ne saranno, né desidero descrizioni caratteriali di giocatori più o meno famosi. Non voglio sapere di come sia riuscito ad acquistare Cristiano Ronaldo, pochi minuti prima dell’offerta di Arsène Wenger, né come abbia calciato uno scarpino in faccia a Beckham.
Ciò al quale sono interessato è il segreto di tante vittorie, di una carriera costellata di successi e di come tutto ciò sia potuto accadere. Ed a tal proposito mi è bastata, in realtà non è bastata per nulla, un’intervista rilasciata dallo stesso Ferguson a Charlie Rose sul network americano PBS.
L’intervista avviene a seguito di un viaggio di Ferguson negli Stati Uniti dove è stato chiamato nientemeno che dalla Harvard Business School, dove ha tenuto alcune lezioni sul “segreto del suo successo”. Anche gli economisti di Harvard sono rimasti impressionati dalla carriera di Ferguson e ne hanno voluto fare un corso di studio.

Esiste un modo per razionalizzare la vittoria?
Ferguson ha elencato, durante l’intervista, alcune idee fondamentali che ha seguito nella sua carriera di allenatore.

Con il Manchester United Alex Ferguson ha vinto tutto.

Con il Manchester United Alex Ferguson ha vinto tutto.

1. Scegliere sempre giocatori con coraggio, che dimostrano energia e desiderio, giocatori che vogliono la palla, che vogliono battere le punizioni, che non sono intimiditi dall’avversario. Guardando i video della altre squadre gli osservatori cercano il coraggio come dote naturale, genetica, che secondo Ferguson è difficile da insegnare.
2. Mantenere un livello di qualità alto perché è questo che vogliono allo United. Ciò deve avvenire, a dispetto di club che spendevano molto, anche senza doversi svenare. Per arrivare a questo livello il punto 3 è fondamentale.
3. Pazientare nella realizzazione del programma, quella pazienza che il club ha avuto, in particolare Martin Edwards e Bobby Charlton, quando Ferguson ha sviluppato il gruppo di giovani: Beckham, Giggs, Scholes, Butts, i due Neville. Li hanno aspettati per quasi cinque anni, poi hanno esordito quasi tutti insieme. Fare esordire un giovane lo lega strettamente al club.
4. Creare un clima di odio o amore? O forse di paura e amore? In effetti c’è un fattore pura, ma quello che Ferguson chiedeva ai suoi giocatori era rispetto, lui voleva rispetto. Rispetto per il club, per il manager, per le sue decisioni, per la formazione scelta. Certo quando perdeva la pazienza non lo nascondeva affatto, ma il giorno dopo era un altro giorno. Mai tenere il cruccio.
5. Saper gestire un gruppo di milionari. Sviluppare i giocatori, ma svilupparne anche il carattere. In campo devono giocare per tutte le cose che sono state loro insegnate. La mentalità vincente = giocare sempre per vincere. La determinazione = mai arrendersi. Come gestire le sconfitte = rialzandosi per la partita successiva. Creare un gruppo di persone che sono te stesso. (Ecco perché cacciava coloro che non lo rappresentavano più).

Alla fine ad Harvard se ne sono usciti, con la sua collaborazione, con addirittura una formula, la cosiddetta Fergie Formula.
a. creare un club, non una squadra, con solide fondamenta nel settore giovanile; quando arrivò allo United non c’era un settore giovanile;
b. b. appena un giocatore cala di rendimento deve essere sostituito, meglio se da un giovane, ecco che il settore giovanile diventa fondamentale;
c. acquistare giovani intorno ai 23-24 anni, in modo che giochino per il club negli anni migliori (che possa durare quindi per 6-7-8 anni);
d. avere continuità manageriale, il sistema deve trasmettersi uguale dalla prima squadra alle squadre giovanili; quante volte un giovane è entrato in squadra ed ha fatto subito bene perché conosceva il sistema di gioco;
e. gestire la squadra con la mente e non con il cuore, non avendo remore nel liberarsi delle stelle cadenti;
f. mantenere standard di rendimento sempre elevati, soprattutto in allenamento, altrimenti le deficienze si manifestano in partita;
g. giocare per vincere ogni partita;
h. mai perdere il controllo dello spogliatoio, la parola del manager è legge;
i. negli ultimi 15 minuti di partita, se in svantaggio, attaccare senza paura, anche rischiando; si sta comunque perdendo la partita;
j. avere il potere dell’osservazione, essere presenti a tutti gli allenamenti, ad ogni partitella, le prove sono tutte sul campo;
k. avere strutture all’avanguardia, stadio, campi di allenamento, strutture mediche, laboratori, incluso un settore di scienza dello sport.
Non male direi, tutti parametri condivisibili, logici, ma non sempre applicati da altri club che vogliono il successo.

In aggiunta, come corollari, Ferguson ha anche parlato di giocatori firmati giovanissimi, a 12-13 anni, come Giggs, Beckham, ad esempio. Per ottenere le loro firme è importante conoscere le famiglie e soprattutto capire che sono le madri dei ragazzi la chiave per firmarli, molto più dei padri, che a volte vedono se stessi nei loro figli e complicano la situazione.

Le caratteristiche che Ferguson cercava in questi ragazzi? Scegliere coloro che quando perdono diventano intrattabili, coloro che amano la competizione, coloro che hanno un senso della missione, non giocano solo per se stessi, ma per qualcosa di più grande, hanno quindi una forte etica di squadra, coloro che comunque e sempre credono nella squadra e negli undici che vanno in campo.

In questo elemento, la formazione, entra l’aspetto psicologico. Spiegare sempre individualmente perché alcuni di loro non giocheranno e, se possibile, informarli di quando giocheranno la prossima volta.

Una bella intervista, qualche segreto, ma non tutti, tante cose interessanti.
Addirittura una formula per il successo.

E così, solo per scherzare, ho messo giù anch’io una banale formula, per vedere chi vincerà la Premier, e dopo sole otto partite, ho già la classifica finale, anzi ho solo i punti delle presunte top six, magari si infilano anche il Southampton o l’Everton. Comunque ecco qui le proiezioni, con un minimo di forchetta:

Arsenal 84 (+/- 6)
Liverpool 76 (+/- 5)
Man City 73 (+/- 3)
Chelsea 72 (+/- 9)
Tottenham 70 (+/- 6)
Man Utd 66 (+/- 13)

Conto di fare una proiezione dopo una quindicina di partite ed una dopo altre dieci-dodici gare. Ovviamente più ci si avvicina alla fine e più le proiezioni saranno vicine alla classifica finale e quindi avranno meno significato.

L'acquisto di Ozil ha lanciato l'Arsenal in testa alla Premier League.

L’acquisto di Ozil ha lanciato l’Arsenal in testa alla Premier League.

Buona Premier League a tutti!

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La storia dei club: Swansea City

Swansea City Association Football Club
Anno di fondazione: 1912
Nickname: the Swans, the Jacks
Stadio: Liberty Stadium
Capacità: 20.750

Altro giro, altra storia, dopo un po’ di pausa. E per la prima volta oltrepassiamo i confini inglesi e, pagato il pedaggio (sì, esiste il pedaggio per entrare in Galles, ma non viceversa) andiamo a Swansea (forse il nome di città più bello che esista, anche se non significa “mare dei cigni” ma pare derivi dal vichingo), Abertawe in gallese, Galles meridionale. Da qui provengono personaggi come Dylan Thomas, poeta che si dice ispirò il nome d’arte a tal Robert Zimmermann, Catherine Zeta-Jones, notevole rappresentante del genere femminile, o John Charles, mitico attaccante di Leeds United e Juventus. Soprannominata Copperopolis per l’attività legata al rame, la città, 169.000 abitanti, la seconda del Galles, si affaccia sull’omonima baia ed è attraversata dal fiume Tawe che le fornisce il nome in lingua locale (Abertawe vuol dire “Foce del Tawe”). A Swansea ha sede lo Swansea City AFC, la squadra di calcio locale che è al centro del nostro post. Nel rugby è invece sede degli Ospreys, la squadra più titolata di Celtic League (ora Pro-12), che prende il proprio nome dall’uccello raffigurato nel simbolo cittadino: no, non un cigno, ma un osprey (il falco pescatore).

Swansea/Abertawe

A Swansea ha sede da 101 anni lo Swansea City A.F.C. (Association Football Club) come detto. Per un movimento come quello britannico, 101 anni sono relativamente “pochi”. Perchè il calcio prese piede così tardi in questa zona del Galles meridionale? Perchè Swansea era (ed è) una rugby-town: qui la religione è quella della palla ovale, e gli interessi si concentravano su quest’attività piuttosto che sul football. Ci provarono con lo Swansea Villa, ma non funzionò. Nel 1909 alcuni “fuoriusciti” del rugby diedero vita a un campionato amatoriale, la Swansea & District League. Mancava un senior team, che arrivò da lì a tre anni. Fu quindi col 1912, quando lo Swansea Town vide la luce, che il calcio entrò a far parte costantemente della vita cittadina. Primo presidente Mr J.W. Thorpe, primo impianto un terreno su cui erano soliti giocare i ragazzi e bambini di Swansea, di proprietà della Swansea Gaslight Co. e in cui cresceva copiosa un’erba di nome Vicia, detta volgarmente vecchia e in inglese vetch: Vetch Field, che rimarrà per anni la casa dello Swansea. Divisa presa in prestito dallo Swansea Rugby, che indossava completi interamente bianchi: il bianco diventerà così, e resterà fino ad oggi il colore del club, che, in quella sua prima stagione, si iscrisse alla Second Division della Southern League.

In quella prima stagione arrivò la prima Welsh Cup, ma lo Swansea Town fece parlare di sè la Nazione calcistica quando, nella FA Cup 1914/15, sconfisse a Vetch Field il Blackburn Rovers, che detta così suona cosa normale ma se aggiungiamo che il Blackburn era un club di Football League ed era campione d’Inghilterra in carica prende tutt’altro significato. Partita epica, con i gallesi in dieci per buona parte della gara e con il rigorista del Blackburn, tal Bradshaw, che sbagliò un rigore, quando fin lì ne aveva infilati 36! (Balotelli who?) consecutivi. Appena dopo la fine del primo conflitto mondiale lo Swansea conquistò la promozione nella First Division della Southern League, fatto di notevole importanza visto che gli permise in questo modo di diventare membro fondatore, nel 1920, della nuova Division Three della Football League, che assorbì i club della Southern League. La promozione non fu conquistata sul campo: molti club della Southern League navigavano finanziariamente in brutte acque, e optarono per uscire dalla lega, che si trovò così costretta a riunire le restanti squadre in un’unica divisione abolendo la second division. E lo Swansea ne approfittò nel migliore dei modi.

Dopo le prime stagioni in Division Three che videro il club assestarsi nelle prime posizioni (quinti, decimi, terzi, terzi) nel 1925 i bianchi gallesi vinsero il campionato, sconfiggendo l’Exeter City all’ultima giornata ed avendo così la meglio sul Plymouth Argyle, ironia della sorte i grandi rivali dell’Exeter. La prima stagione in Division Two, dove lo Swans rimase per tutto il periodo tra le due guerre, non venne ricordata però per le prestazioni (buone) in campionato, ma per il raggiungimento della semifinale di FA Cup. Un’impresa, che vide lo Swansea eliminare nel percorso Exeter City (again..), Watford, Blackpool, Stoke, Millwall, Arsenal per poi arrendersi al Bolton Wanderers a White Hart Lane (i Trotters vinceranno la coppa). Anni questi che videro gli Swans sempre nella metà bassa della classifica, senza altre grosse emozioni; anni però che vengono ricordati per la presenza in campo di Wilfred Milne, difensore e recordman di presenze per il club con 586 partite giocate. Un inglese, che seppe entrare nel cuore dei tifosi gallesi. Miilne si ritirerà nel 1937, due anni dopo le competizione vennero sospese non prima però che i gallesi stabilissero un piccolo e inutile record: la maggior distanza coperta in partite consecutive, da Plymouth il Venerdì Santo a Newcastle il Sabato di Pasqua. Altro che trasferte europee al Giovedì…. Alla ripresa del football giocato, lo Swansea Town retrocesse in Division Three.

Con Billy McCandless alla guida lo Swansea Town tornò quasi subito al secondo piano, vincendo nel 1949 la Third Division South (all’epoca era divisa in due): il club rimarrà in Second ininterrottamente fino al 1965. E incredibilmente in tutto questo tempo, solo una volta sembrò in grado di competere per la promozione, nel 1955/56: fino ad Aprile i gallesi rimasero nel gruppo di testa, per poi crollare miseramente e finire decimi. Ancora una volta fu la coppa a regalare soddisfazioni ai tifosi: nel 1964 fu di nuovo semifinale, sconfitta contro il Preston North End a Villa Park dopo essere passati in vantaggio. Ma quella rincorsa di FA Cup è ricordata soprattutto per una partita: Liverpool-Swansea Town, 29 Febbraio 1964, Anfield. I leader della classifica di Division One contro una squadra che lottava nei bassifondi della Division Two. Half-time, 2-0 Swans. Negli spogliatoi Bill Shankly scuote i suoi, che rientrano in campo e attaccano a testa bassa. Accorciano le distanze e, a nove minuti dalla fine, rigore per i Reds. Calcia Moran, uno specialista: Dwyer, il portiere dei gallesi, para. Come nel 1914. Swansea Town in paradiso, e non succedeva spesso. Piccola eccezione la Welsh Cup, vinta in diverse occasioni.

Il 1965 segnò, come detto, un punto di rottura nella storia dello Swansea perchè il club ritornò in Division Three. Cominciò un decennio abbondante di sali-scendi, ma non tra secondo e terzo livello, ma tra terzo e quarto, conosciuto per la prima volta nel 1969. Quell’anno lo Swansea Town divenne Swansea City. Perchè? Perchè, come già accaduto nel caso dello Stoke City che abbiamo incontrato, si celebrò così lo status di city che venne concesso alla città di Swansea in quell’anno. Ma ci volle come detto un decennio per celebrare al meglio, sempre che ci fosse qualcosa da celebrare: fu solo nel 1979 infatti che si uscì dal pantano delle Division Three/Four, dopo peraltro aver dovuto chiedere la ri-elezione in Football League in seguito al 22esimo posto del 1975. Bad times, che i cigni si lasciarono alle spalle alla grande, però, visto quello che sarebbe successo negli anni successivi. La prima mossa fu la scelta del nuovo manager: al posto del dimissionario Harry Griffiths, l’ex giocatore del Liverpool John Toshack, che divenne manager (ma restava anche giocatore) a soli 28 anni. Era il 1977. La cosa curiosa è che Griffiths si dimise in quanto, a suo modo di vedere, lo Swansea non avrebbe potuto far meglio con lui alla guida. Rimase comunque nel club, come assistente di Toshack, fino alla morte che sopraggiunse nell’Aprile del 1978 con il club lanciato verso la terza divisione.

L’anno successivo, come preannunciato, i Jacks ottennero anche la promozione in Second, da cui mancavano da quindici anni. Il goal promozione venne segnato dal manager, Toshack stesso, sul campo del Chesterfield. Un anno di consolidamento fu il preludio al trionfo, che per i tifosi dello Swansea ha una data e un luogo ben precisi: 2 Maggio 1981, Preston. Quel giorno infatti arrivò la vittoria che serviva per assicurarsi la promozione nell’elite del calcio inglese: 3-1 e tutti a casa, festanti e ubriachi, di gioia e non solo. Quel giorno lo Swans stabilì un primato che verrà presto eguagliato dal Wimbledon: dal quarto al primo gradone della piramide in soli quattro stagioni. I ragazzi di Toshack ci presero talmente gusto che rischiarono addirittura di fare il botto, quello clamoroso: primo posto in prima divisione, scalpi di quelli importanti come Liverpool, Tottenham, Arsenal, Manchester United, e a Vetch Field si sognava. Un piccolo calo di forma fece scivolare i Jacks in sesta posizione, che rimane però, ad oggi, il miglior piazzamento di sempre della squadra gallese. Difficilmente eguagliabile, nonostante la squadra attuale non sia da buttare. Ma come spesso accade a realtà medio piccole che si trovano di colpo al vertice, i problemi erano dietro l’angolo. E non erano problemi di vertigini…

Due parole su quella squadra è bene spenderle. Capitano Colin Irwin, academy del Liverpool, firmato per 340.000 sterline e nominato contemporaneamente capitano. Poi Ray Kennedy, anch’egli ex Liverpool, i local boy Robbie James e Jeremy Charles, i due jugoslavi Džemal Hadžiabdić e Ante Rajkovic, entrambi difensori, gli unici due stranieri della squadra (qualcuno farà notare che anche i due inglesi erano stranieri…qui il campanilismo è sempre vivo). Torniamo ai problemi: nel giro di due stagioni lo Swansea tornò in Division Three, e sebbene sia riduttivo dare la colpa di tutto ciò ai guai finanziari, questi contribuirono notevolmente alla rapida discesa del club. Toshack venne licenziato, ma cosa ben peggiore i creditori erano in tribunale a chiedere la liquidazione della società. L’alta corte decise in tal senso, e nel Dicembre del 1985 lo Swansea era sull’orlo della sparizione: fu solo l’intervento di Doug Sharpe  – con un gruppo di dirigenti – che tenne in vita il club anche se, impossibilitato a acquistare giocatori, questi retrocesse in Division Four. Nel giro di otto anni, lo Swansea dalla Division Four arrivò in First, per poi tornare al quarto piano, dove rimase due stagioni prima di risalire, vincendo i playoff inaugurali (vennero introdotti, per l’appunto, nel 1988).

Rimasero, i Jacks, per otto anni al terzo livello, che cambiò nome diventando Second Division ma che rimase terzo livello. Una partecipazione ai playoff, una vittoria in Football League Trophy, nel 1994, ai rigori contro l’Huddersfield Town, nel primo viaggio a Wembley della storia del club. Questo periodo di relativa stabilità (dalla guerra in poi, il più lungo periodo nella stessa divisione) si interruppe nel 1996, con la retrocessione in Third Division, la vecchia Division Four. Quattro anni caotici (playoff, ventesimo posto, playoff, primo posto) e il ritorno al terzo livello, ritorno che durò una sola stagione prima della nuova retrocessione. Nel contempo il club passò di mano per la cifra record di….una sterlina: a rilevarlo fu Mike Lewis, che lo passò a sua volta a un consorzio australiano, già proprietario dei Brisbane Lions, guidato da Tony Petty. Le proteste dei tifosi montarono, visto che questi sostenevano l’altra cordata, quella guidata dall’ex giocatore Mel Nurse, e visto che gli australiani non si fecero amare dai membri del club rivoluzionando la squadra. Nurse e soci riuscirono ad acquistare il club nel Gennaio 2002, una stagione che si concluse sui bassifondi della Third Division. But the worst had yet to come…e la stagione successiva fu la peggiore nella storia degli Swans, con la retrocessione in Conference evitata solo all’ultima giornata, alle spese del solito Exeter City il cui vicepresidente era, i casi del destino, Mike Lewis.

Sulla panchina dei gallesi arrivò un…gallese, Kenny Jackett, che dopo una prima stagione di consolidamente ottenne la promozione al termine del 2005/05, l’ultima stagione a Vetch Field visto che da lì a poco la squadra si sarebbe spostata al Liberty Stadium (ne ha parlato QUI Cristian). Jackett rimase in carica in tempo per un altro Football League Trophy (2-1 al Carlisle United), per poi lasciare il club in mano allo spagnolo Roberto Martinez che nella sua seconda stagione in sella al club vinse la League One. Le ottime prestazioni in seconda serie attirarono su Martinez le mire di club di Premier: la spuntò il Wigan Athletic, e lo Swansea dovette cercare un nuovo manager, che venne individuato in Paulo Sousa, l’ex campione di Juve e Borussia Dortmund. Tuttavia anche il portoghese lasciò ben presto il club per accasarsi al Leicester, e fu quindi la volta di un nordirlandese, ex allenatore dell’academy del Chelsea: Brendan Rodgers. Sotto la sua guida i Jacks ottennero, via playoffs, la promozione, storica, in Premier, e impressionarono nella prima stagione tra i grandi, tanto che Rodgers finì niente meno che al Liverpool. Il resto è storia recentissima: nell’anno del centenario gli Swans, guidati da Michael Laudrup, hanno alzato il loro primo trofeo che conta, la Coppa di Lega, nella finale di Wembley contro il Bradford City.

Chiudiamo con la solita analisi di maglie e simbolo. Le maglie son presto analizzate: lo Swansea ha sempre indossato la maglia bianca, talvolta con pantaloncini neri o con risvolti arancioni (anni 50-60) o rossi. Questi ultimi in particolare sono associati anche allo stemma, che cambiò colore da nero a rosso all’inizio del nuovo secolo in virtù del fatto che il consiglio cittadino cambiò il proprio colore proprio in rosso. Il nuovo colore durò poco e nel 2002, con il cambio di proprietà Nurse, il nero venne ripristinato. Il cigno comparve per la prima volta nel 1970, e venne col passare degli anni integrato con altri simboli: il mare, sullo sfondo, e il castello di Henry de Beaumont. Questo nuovo stemma, che fece capolino negli anni ’80, venne ridisegnato nel 1992 e poi nel 1995 fino a quando, nel 1998, fece la sua comparsa il cigno che ancora oggi conosciamo. Il cigno come detto è legato al nome “Swans”, visto che la città ha come simbolo il falco pescatore. Swans, uno dei due nickname: l’altro è Jacks…perchè? Tutto ha origine da un cane, Jack, un eroe cittadino che negli anni ’30 salvò diverse persone dal mare in tempesta. Swansea Jack, labrador nero, ha “donato” il suo nome agli abitanti della città e, per estensione, anche alla squadra, ed è ricordato con un monumento e un pub che, sul lungomare, porta proprio il nome “Swansea Jack”.

Record

  • Maggior numero di spettatori: 32.786 (v Arsenal, FA Cup, 17 Febbraio 1968)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Wilfred Milne, 586
  • Maggior numero di reti in campionato: Ivor Allchurch, 166

Trofei

  • League Cup: 2012/13
  • Football League Trophy: 1993/94, 2005/06

Alla prossima puntata, dove andremo a conoscere un club con in bacheca due titoli e una FA Cup: il Burnley

Around the football grounds – A trip to Tottenham

Un po’ meno puntuali del solito, complici il caldo e le sempre troppo brevi ferie estive, ripartiamo dalla tappa gallese per far ritorno nella capitale inglese, in uno dei suoi quartieri meno conosciuti dal punto turistico, ma molto ben conosciuto dal punto di vista calcistico. Stiamo parlando di Tottenham, quartiere all’interno del Borough di Haringey e situato nel nord della città, al confine sostanzialmente tra l’Inner London e l’Outer London (i due enormi distretti in cui si suddivide sostanzialmente tutto il conglomerato londinese). Non è un quartiere ricco, tutt’altro: l’immigrazione e la disoccupazione la fanno da padroni, turisticamente c’è ben poco e la rivolta “popolare” londinese del 2011 ha trovato qui il suo culmine e il suo cuore. Questo tuttavia non ci ferma, perchè a Tottenham ha sede il Tottenham Hotspur Football Club, una delle squadre storiche delle capitale londinese.

Panoramica del borough di Haringey

LA STORIA

131 anni di storia per il Tottenham e solo 3 gli impianti in cui i tifosi hanno potuto assistere alle gesta dei loro eroi. All’inizio, nel 1882, il primo terreno di gioco fu ai Tottenham Marshes, vastissimo parco pubblico del borough di Haringey. I soldi erano pochissimi (si narra ancora oggi che le prime riunioni del club avvennero sotto un lampione) e i giocatori costruirono da soli i pali con i quali si realizzavano le porte, dipinti di bianco e blu che venivano custoditi alla stazione di Northumberland Park e che ogni volta venivano trasportati al campo attraversando la linea ferroviaria Great Estern (con relativo pericolo). I primi problemi si crearono per due motivi: da una parte il costante aumento del pubblico che assisteva alle partite, dall’altra le tensioni progressive tra le squadre che cercavano di giocare sui campi migliori dei Marshes. In questo campo, tra l’altro, ebbe inizio la rivalità con l’Arsenal (allora il Royal Arsenal), con il primo match disputato sospeso per oscurità sul 2-1 per gli Spurs. I Marshes, oggi ancora esistenti sottoforma di parco semi-naturale acquatico (unico nel suo genere nella Greater London), furono abbandonati nel 1888 con il trasferimento al vicino Northumberland Park, che può essere considerato il primo vero “stadio” della storia Spurs.

Uno scorcio degli attuali Marshes

Qui, per la prima volta, fu richiesto un prezzo d’ingresso per assistere alle partite, anche per rientrare dalle spese di affitto del terreno (17 sterline all’anno), ma, prudentemente, il club decise di non costruire alcuna stand per i primi anni per cercare di capire se la mossa di spostarsi era stata giusta o meno. Gli anni senza stand furono 6 e la prima fu subito distrutta da una bufera di vento; tuttavia lo spostamento fu un successo con il pubblico che andava aumentando di anno in anno, specie con l’avvento del professionismo. Il record fu raggiunto nell’aprile del 1899 con ben 14mila persone ad assistere alla sfida con il Woolwich Arsenal: durante il match collassò il tetto di un tea-bar sul quale erano assiepati numerosi tifosi generando, fortunatamente, solo ferite lievi alle numerose persone coinvolte. Ma questo fu il segnale che il Northumberland Park non era più grado di ospitare il club, aprendo, di fatto, la caccia ad un nuovo terreno di gioco.

Mappa del quartiere attorno al 1900, in prossimità dello spostamento verso White Hart Lane

Nel quartiere girava voce da diverso tempo della messa in vendita di un terreno abbandonato, sul quale giaceva la Beckwith’s Nursery, dietro il White Hart Inn sulla Tottenham High Road. Pensando di fare un buon affare a livello immobiliare, la famiglia Charrington, proprietaria di un noto birrificio, acquistò il tutto con l’obiettivo di renderlo una zona residenziale; tuttavia il gene degli affari era ben presente nel DNA del proprietario del White Hart Inn, che, avendo già avuto esperienza nella zona di Millwall, fece balenare l’idea di utilizzare quel sito come home field al Tottenham per incrementare il suo giro d’affari. Il club colse immediatamente la palla al balzo ed approcciò, con il supporto della comunità locale, i Charrington, strappando un accordo molto favorevole, che prevedeva come clausola il garantire almeno 1000 persone ai match del first team e 500 a quelli delle riserve.

La Red House e la zona di White Hart Lane…prima di White Hart Lane

Essendosi spostati proprio per contenere i numerosi tifosi che seguivano le partite, non fu un problema soddisfare queste condizioni e l’adattamento a campo di calcio potè cominciare. Il board tuttavia non se la sentì di investire subito pesantemente nel creare uno stadio e preferì andarci cautamente: come stand fu trasferita la stand di legno presente al Northumberland Park (in grado di fornire una copertura a 2500 persone) e gli unici lavori effettuati furono quelli necessari per poter permettere lo svolgimento delle partite. In sospeso rimase anche il nome dello stadio, con la decisione di chiamarlo High Road Ground che suscitò molte polemiche (molti infatti avrebbero preferito Percy Park, dal vero nome di Harry Hotspur, cioè Henry Percy).

La posizione di White Hart Lane all’inizio della sua storia

L’opening day avvenne il 4 settembre 1899 con l’amichevole contro il Notts County, vinta 4-1. In 5000 videro l’apertura dell’impianto, generando un ritorno al botteghino di circa 115 sterline, un’enormità per l’epoca. Il 9 settembre il primo match ufficiale, con il QPR che venne sconfitto per 1-0 di fronte a 11 mila tifosi nella prima partita di Southern League, che al termine della stagione vedrà trionfare proprio gli Spurs. Per i primi due anni non vi furono miglioramenti dell’impianto, ma la vittoria della FA Cup nel 1901 (ultimo successo di una squadra di non-league) diede i fondi necessari per creare circa 32mila posti in piedi e per sistemare la main stand, in grado di ospitare circa 500 persone. Per massimizzare lo spazio, furono sistemati posti per gli spettatori anche a pochissimi passi dalle linee laterali, creando uno scenario suggestivo, ma pericoloso: passò poco tempo infatti dalla prima invasione di campo, che avvenne nel 1904 con gli Spurs sotto di 1 gol in una partita di coppa. Questo portò a togliere i posti vicino alle linee laterali non solo qui, ma in tutti gli stadi d’inghilterra. Il 1905 rappresentò l’anno della svolta: la fulgida situazione finanziaria, assieme ad una raccolta fondi, permise al club di acquistare definitivamente il terreno su cui sorgeva lo stadio e, con l’aiuto dei Charrington fu acquistato pure il lembo di terra dietro la Paxton Road End (o Edmonton goal) per ampliare nuovamente la capienza dell’impianto. La spesa totale fu di 11.500 sterline, delle quali 8.900 per la proprietà del campo e le restanti 2600 per l’espansione dello stesso.

White Hart Lane nella zona Park Lane/Shelf side, 1903

Sistemata la questione relativa agli spazi ed avendo ormai una solida base di fans, venne finalmente il momento di investire nello stadio. E una società stabile, con progetti ambiziosi, a chi poteva affidarsi per la costruzione di una main stand se non al re dell’epoca degli architetti? Così avvenne e Archibald Leitch progettò la West Stand che venne inaugurata l’11 settembre 1909 contro il Manchester United, nella prima stagione in First Division della storia degli Spurs. In grado di ospitare 5.300 spettatori seduti e 6.000 nel paddock antistante, la stand fu realizzata in maniera simile, ma molto più grande rispetto a quelle già costruite per il Fulham (che abbiamo già trattato) e per il Chelsea, entrambe nel 1905; in più nella parte centrale dela tribuna, sul tetto, era presente un classico gable triangolare in stile Tudor sulla cui sommità, alla fine della stagione, venne posto l’ormai iconico galletto appoggiato su un palla. La statuetta fu realizzata, per 35 sterline, da W. J. Scott, un lavoratore locale del rame su Euston Road ed ex giocatore amatoriale degli Spurs, che volle omaggiare il fondatore del club. Harry Hotspur infatti vestiva abitualmente gli speroni così come sistemati sempre con gli speroni erano, all’epoca, i galletti da combattimento e da qui nacque la scelta per la statuetta.

Il cockerel originale

Un altro modesto ritocco fu quello di abbattere la modesta stand presente sul lato Est per permettere la costruzione di un ampio terracing, con la capienza dello stadio alzata a ben 50mila persone. Gli anni che portarono alla I° guerra mondiale non riservarono novità a quello che nel frattempo divenne ufficialmente “White Hart Lane”, dal nome della stazione più vicina all’impianto; durante la Grande Guerra invece il terreno fu usato per addestrare i soldati all’utilizzo dei fucili e fino al 1919 non riprese l’attività calcistica. Quando tutto tornò alla normalità, il Tottenham ebbe una sgradita sorpresa: si ritrovò infatti usurpato del suo posto in First Division a beneficio dell’Arsenal e dovette ripartire dalla Division Two (altro episodio che contribuì al nascere della storica rivalità); questo comunque non fermò il club che si riprese alla grande sul campo e decise di continuare ad espandere il suo stadio. Con i fondi che arrivarono dalla seconda vittoria in FA Cup nel 1921 furono innanzitutto creati gli uffici del Club nella Red House, un ex-ristorante al 748 di Tottenham High Road (di fronte al White Hart Pub, attaccato all’ingresso di White Hart Lane); successivamente furono coperte la Paxton Road End e la Park Lane End nel 1923, portando a circa 30mila i posti coperti, secondi solo a Goodison Park.

Panoramica dell’impianto, datata 1923 con la West Stand in primo piano

L’ingresso all’impianto negli anni ’20

I progetti, nemmeno a dirlo, vennero da Archibald Leitch, che fu incaricato anche di progettare una nuova stand, la East. Non fu una cosa immediata, considerando anche la politica del club che prevedeva di ampliare l’impianto solo dopo i successi sul campo: la retrocessione e la scarsa fortuna nelle coppe furono la costante per gli Spurs sul finire degli anni 20 e l’inizio degli anni 30, ma nonostante questo il board decise di procedere comunque, specie con i successi sia sul campo, sia fuori dell’Arsenal (Highbury stava iniziando a scrivere la sua leggenda) e dopo aver ospitato per la prima volta nel proprio stadio la nazionale inglese.

Il disegno del progetto di Leitch

L’anno chiave fu il 1934 e l’opera venne realizzata grazie anche alla Barclays Bank che finanziò la somma necessaria. Fu uno degli ultimi grandi lavori di Leitch, una double-decker stand mascherata da three-tier stand, con la parte inferiore dedicata esclusivamente ai posti in piedi. Per costruirla furono demolite alcune case della zona a spese del club (che si occupò di risistemare anche i residenti) e ne emerse una stand magnifica, dominante su tutte le altre anche per la sua imponente altezza. Apparentemente l’unità dell’impianto sembrava persa, ma il genio di Leitch volle che la balconata inferiore fosse realizzata in maniera identica ed alla stessa altezza di quelle delle altre stand proprio per mantenere l’unità interna, cosa che riuscì perfettamente. Sulla balconata superiore invece Leitch mise il proprio marchio di fabbrica mentre sul tetto, in maniera del tutto simile a quanto fu realizzato ad Ibrox in Scozia, fu posta un’appendice contenente la sala stampa, detta “The Crow’s Nest”).

La costruzione della East Stand

I posti a sedere erano 5.100, tutti nella upper-tier; nella lower-tier vi trovavano spazio 11mila posti in piedi coperti mentre nel paddock altre 8 mila persone potevano assistere ai match senza però essere coperti dalle intemperie. La partita inaugurale fu contro l’Aston Villa il 22 settembre 1934, una sconfitta che aprì una stagione pessima, culminata nel titolo all’Arsenal (impegnato anche nella costruzione della storica East Stand di Highbury) e nella retrocessione degli Spurs. Il Tottenham fu salvato dai debiti dall’amore dei tifosi, che nonostante gli scarsi risultati continuarono ad affluire in massa a White Hart Lane fino a stabilire il record di ogni epoca nel 1938, quando 75.038 persone assistettero alla sfida contro il Sunderland.

Splendida immagine d’epoca con il dettaglio sulla East Stand

Arrivò poi la seconda guerra mondiale e White Hart Lane venne risparmiato dalle bombe, che invece non risparmiarono Highbury, costringendo l’Arsenal ad un esilio forzato qui. Ma durò poco, perchè il proseguire del conflitto costrinse ad utilizzare la East Stand come obitorio/cimitero e le altre stand come punto di raccolta per ricevere le maschere anti-gas. La ripresa calcistica vide lo stadio ospitare alcuni match pre-olimpici (la rinascita dello sport moderno, Londra 1948), un match della nazonale inglese nel 1949 e le semifinali di FA Cup nel 1950 e nel 1952. Il primo problema post-guerra relativo all’impianto fu il campo di gioco, che peggiorò rapidamente fino a diventare un terreno totalmente fangoso nel 1952, additato inoltre come causa del fallimento della caccia al titolo del celeberrimo “push and run” team. Nell’estate del 1953 fu risolto il problema e durante gli scavi furono portate alla luce le fondamenta della vecchia nursery, un pozzo ed un impianto idrico, che, per necessità, dovettero essere rimossi.

L’angolo tra la West Stand e la South Stand nei primi anni 50

Il passo seguente fu l’installazione dei riflettori ai quattro angoli, con i piloni di poco inferiori in altezza alla East Stand; pochi anni dopo tuttavia, nel 1957, furono montati due riflettori aggiunti sui due gable, costringendo il club a togliere lo storico Cockerel dalla West Stand. L’esilio, per fortuna, durò pochissimo, con il simbolo del club che tornò l’anno successivo sul gable della East Stand. I primi anni 60 videro un ulteriore miglioramento dei riflettori, sempre più moderni e potenti mentre nelle estati del 62 e del 63 le file più interne dei terraces furono trasformate in posti a sedere, che divennero 16.100 (su una capienza di 60mila).

Panoramica negli anni 60

Altri piccoli upgrades vennero fatti con l’aggiunta dei corners sulla West Stand: nel 1968 fu realizzato il corner su Paxton Road, nel 1972 quello sull’altro lato. Come risultato furono aggiunti un totale di 2.100 posti a sedere, ma fu un successo davvero effimero perchè lasciava comunque indietro, rispetto ad altri impianti, White Hart Lane e perchè pochi anni dopo, nel 1975, fu emanato il Safety of Sports Ground Act, che permise di rilevare come la West Stand fosse sostanzialmente un pericolo per la sicurezza dei tifosi. Ciò rappresentò una sorta di spartiacque non solo nella storia dell’impianto, ma anche in quella del club per via delle numerose peripezie che presero vita dal tentativo di modernizzare lo stadio.

Anni 70: WHL a colori

Il primo pomo della discordia fu proprio la storica West Stand, la cui ricostruzione divenne realtà all’inizio degli anni 80′ dopo accese discussioni e persino un cambio di guida ai vertici del club. L’obiettivo era quello di modernizzare lo stadio senza distruggere le casse del club (un errore che fu quasi fatale al Chelsea, ad esempio) e Wale, da lungo tempo chairman degli Spurs, era fedele all’approccio “vinci e costruisci”, motto di casa sin dagli albori. Nel front-office del club tuttavia iniziava a diventare influente anche Chris Horrie Richardson, nonostante l’età non più florida (75 anni). In barba alle finanze Richardson spinse molto per l’approvazione dei progetti relativi alla stand ed alla fine ebbe la meglio tanto che portò alle dimissioni di Wale poco dopo l’approvazione dei lavori, ed alla sua ascesa a chairman l’anno successivo. Nel novembre 1980 cominciò quindi la demolizione dell’amatissima West Stand, con i problemi che non tardarono ad arrivare perchè Richardson decise di cambiare il progetto in corso d’opera per poter realizzare più executive boxes possibili. Il disegno originario, sostanzialmente identico a quello della John Ireland Stand al Molineux, prevedeva una double-tier stand con una singola fila di boxes nel middle-tier, per un totale di 36; Richardson non li riteneva sufficienti e respinse una nuova bozza dell’architetto (Ernest Atherden, l’ideatore di Old Trafford) per aggiungerne circa 14 mediante un’estensione della tribuna agli angoli. Pretese ed ottenne una doppia fila di boxes, per un totale di 72 (record, ai tempi) con i costi di realizzazione che semplicemente lievitarono a dismisura. Addirittura questa modifica andò a inficiare i futuri upgrades, perchè la nuova West Stand dovette essere alzata tanto da risultare la stand più alta di tutto l’impianto: eventuali ricostruzioni delle altre tribune avrebbero dovuto adeguarsi a ciò, andando quindi incontro a prezzi maggiori. L’ultima beffa fu l’allungamento del cantiere, con il Tottenham che si ritrovo uno stadio a 3 stands per una stagione e mezza. Finalmente tuttavia, il 6 febbraio 1982 ci fu l’inaugurazione ufficiale nella gara contro i Wolves. E vennero a galla i numerosi dubbi sollevati dai detrattori del progetto, che in questa nuova stand futuristica, piena di vetro e senza segni visibili del club, non ritrovavano niente dello spirito dello stadio ispirato da Archibald Leitch ed in più la vedevano come un’intrusa nell’architettura del quartiere. Inizialmente, sulla carta, i risultati apparivano buoni: la capacità manteneva comunque quasi 50mila spettatori (48.200 per la precisione) con 17.600 posti a sedere, una media di 35mila persone si presentavano regolarmente ai botteghini (circa 10mila in più dei vicini rivali) e sul campo arrivarono due FA Cup consecutive con una finale sfiorata di Coppa delle Coppe.

L’entrata a WHL dopo la costruzione della nuova West Stand

Purtroppo però non è tutto oro quel che luccica: furono venduti solamente due/terzi dei boxes e la sponsorizzazione ipotizzata da Richardson per sovvenzionare il tutto non arrivò mai; le finanze, pochi mesi dopo l’apertura, mostravano un buco di 5.5 milioni di sterline (il costo totale della stand fu di 6 milioni di sterline anzichè i 3.5 preventivati), record in Inghilterra. Fu necessario un cambio di proprietà per far risorgere gli Spurs, con Irving Scholar e Paul Bobroff a rivoluzionare totalmente il front office ed a portare un nuovo periodo florido a Tottenham, tanto da far pensare a sistemare la East Stand. Siamo a metà degli anni 80 però, un periodo che per il calcio inglese fu tutt’altro che facile: il calo degli spettatori conseguente al divieto di bere alcolici sugli spalti come conseguenza dei disastri di Luton e dell’Heysel e i lavori che il club dovette fare per sistemare l’impianto dopo i fatti di Bradford imposero un ridimensionamento dei piani di grandezza per White Hart Lane, che vide anche la capienza di alcuni settori notevolmente ridotta (la East Side, la Shelf, passò da 11mila a circa 5.500 a causa delle poche uscite di sicurezza presenti).

Panoramica di WHL nel 1987

Fortunatamente questo non fermò il board che si trovò di fronte sostanzialmente a 3 strade per la East Stand: la prima prevedeva il continuare lungo la via tracciata da Atherden con la West Stand, la seconda il tamponare la situazione facendo tutti i lavori richiesti senza rivoluzionare il tutto oppure una semplice ristrutturazione. Considerando i costi e i benefici il club decise di optare per la terza strada, commettendo però un clamoroso errore nel calcolo dei costi e scatenando una guerra con i propri fans. Cerchiamo di procedere con ordine, perchè le cose si fanno davvero complicate. Il progetto di ristrutturazione originale comprendeva innanzitutto il rifacimento del tetto con inclusi nuovi riflettori e una nuova postazione tv; in più la parte superiore della stand prevedeva la sistemazione di posti a sedere e, soprattutto l’installazione di più di 30 executive boxes. I noccioli della questione furono due: innanzitutto il piano fu concepito senza pensare sul lungo termine, realizzando una struttura sostanzialmente impossibile da pensare intatta in caso di rifacimento di White Hart Lane, ma soprattutto la parte relativa ai boxes fu pensata in gran segreto, senza parlarne con nessuno in pubblico. Questo ovviamente scatenò le ire dei fans, affezionati allo Shelf terrace (negli anni 80 alla stregua della Kop per intenderci) tanto da scatenare un contenzioso che bloccò i lavori subito dopo che emerse il vero progetto della stand. Il ritardo (da aprile a giugno) causò il rinvio, a sei ore dallo svolgimento, dell’esordio casalingo nella stagione 1988-89 (il debutto di Paul Gascoigne) contro il Coventry per inagibilità dell’impianto, con il tetto che non fu demolito ma lasciato in sede. Vi ricordate la sua descrizione, con la sala stampa sulla sua sommità? Ebbene, le varie norme di sicurezza imposero la sua chiusura alcuni anni prima, ma questo non impedì a Paul Gascoigne di salirci abitualmente sopra per sparare ai piccioni fino al giorno in cui Gazza cadde, rimanendo miracolosamente illeso nonostante un volo descritto di 4-5 metri. La “guerra” terminò nel marzo del 1989, con l’accordo tra il club e l’associazione LOTS (Left on the Shelf): via libera ai 36 boxes, ma con 3000 posti in piedi per permettere la sopravvivenza dello Shelf. E fu così che i lavori, nel maggio 1989, poterono iniziare sotto la supersione di John Lelliott (chiamato a rimpiazzare i Wimpey) per terminare nell’ottobre del medesimo anno: la riapertura vide arrivare a White Hart Lane l’Arsenal, con gli Spurs che prevalsero 2-1 realizzando anche il record d’incasso, consolazione pensando agli oltre 8 milioni di sterline spesi per un progetto che inizialmente avrebbe dovuto costarne poco meno di 5. Il grosso del lifting riguardò soprattutto la copertura, un’enorme tetto di 145 metri di lunghezza supportato da 4 enormi pali più grandi e spessi dei 6 presenti in precedenza (realizzarlo senza le colonne sarebbe costato altri 2 milioni di sterline); poche invece furono le differenze per i posti a sedere e le facilities mentre ci guadagnarono parecchio gli abbonati dei terraces, le vere e proprie star della stand che avevano a loro disposizione ingressi riservati e lounges per il prepartita. Un altro, enorme, colpo al cuore arrivò durante l’estate 1989, quando sulla West stand comparve una replica del galletto di Leitch, che, mentre era in stand-by per il rifacimento della East Stand fu “mutilato”: venne infatti aperta la palla sulla quale poggiava, pensando di trovarvi una capsula del tempo di immenso valore. Fu invece rinvenuto solamente un handbook del 1909 e, per rimediare, fu creata nella replica una vera e propria capsula del tempo. Con il danno arrivò anche la beffa, visto che sulla nuova East Stand non trovò posto il galletto originale, bensì una replica con quello di Leitch conservato nella lounge per i boxholders. Uno schiaffo ai tifosi.

La facciata della East Stand nel 1993

Gli anni 90, come sapete tutti, significarono l’avvento del Taylor Report e per il club arrivarono nuove, importanti, decisioni da prendere. Sulle spalle il peso dei soldi sprecati con il rifacimento delle due stand sul lato lungo all’interno di una situazione finanziaria non proprio florida e la deadline per l’adeguamento che a grandi passi si avvicinava. Stavolta però le cose vennero fatte per bene e non vi fu una semplice trasformazione dei terraces in seater: la modernizzazione passò attraverso diverse fasi, la prima delle quali ebbe inizio nel 1992. Questa prima fase servì principalmente al club per guadagnare tempo senza tuttavia perdere troppi spettatori al botteghino: quasi 3 mila posti a sedere furono installati nella parte bassa della East Stand mentre poco più di 4 mila nella parte bassa di Park Lane, con la capienza che fu ridotta a circa 33.500 spettatori.

La South Stand nel 1993

Il tempo in più servì al nuovo architetto assunto dal club, Igal Yawetz (amico di Terry Venables, l’allora manager) per progettare la costruzione di un nuovo tetto sulla Paxton Road (la North Stand), realizzato alla stessa altezza delle altre stand ma senza il double-tier, lasciando spazio ad un’ulteriore espansione della stand. Quando tutto sembrava andare per il meglio ecco la sgradita sopresa: nella East Stand il legno fu infettato dai funghi, causando seri problemi di stabilità della struttura. Servirono ben 500mila sterline per rimediare e, contemporaneamente, spari l’ultimo terrace rimasto, quello che ospitava lo Shelf. Non ci furono eccezioni e a nulla servirono le proteste, arrivarono anche qui i posti a sedere e per fortuna che ancora oggi questa zona vive ancora. E così, nell’agosto del 1994, White Hart Lane fu presentato al mondo in versione all-seater, nonostante le fasi della riqualificazione non fossero ancora completate: la fase 4 terminò nel 1995 con la South Stand rifatta a nuovo al prezzo di 9 milioni di sterline in maniera tale da essere pari in altezza alle altre tre stand mentre la fase 5 portò alla sistemazione della North Stand con la realizzazione dell’attuale stand, completata nel 1998 (con il posizionamento anche del secondo maxischermo, dopo che il primo fu incorporato con la nuova South Stand).

L’IMPIANTO ATTUALE

Il famoso cockerel all’inizio della via di accesso allo stadio

Come abbiamo visto, White Hart Lane nella attuale configurazione viene terminato nel 1998 e dall’alto conserva il fascino di uno stadio inglese prettamente old-style. Niente forme particolari, niente discrepanze architettoniche; le uniche cose che si possono notare sono le diversità delle coperture delle varie stand (in particolare la East e la West), la curvatura della West Stand e l’inserimento dell’impianto in un contesto abitato di stretta periferia, con pochissimi spazi aperti (e pochissimi parcheggi). L’accesso avviene perlopiù a piedi dalle fermate dei bus o dalla fermata della metro esterna londinese nel quartiere, quest’ultima da prendersi o a Liverpool Station oppure, più spesso a Seven Sisters. Gli angoli dello stadio sono completamente chiusi e l’impressione è quella di uno stadio che è fatto e che respira calcio al 100%. Il campo di gioco, tra i più belli di tutta la Premier League, è mantenuto tale dallo Stadium Grow Lighting, un sistema caratterizzato da numerose luci che fungono da sorgenti di calore in grado di controllare numerosissimi aspetti del terreno e di garantire la crescita dell’erba in ogni stagione dell’anno. Curiosità è il fatto che sul campo potrebbe giocare chiunque: il Tottenham infatti permette l’affitto dell’impianto, con l’utilizzo per 180 minuti del campo, degli spogliatoi delle squadre e di tutto quanto serve per disputare una partita, con annessa la registrazione in DVD dell’evento, acqua e bevande all’half-time, catering nelle hospitality lounges ed arbitri senior ufficiali abilitati dalla FA e dalla UEFA. La capacità attuale, ben lontana dai record del passato, è di 36.240 posti a sedere, tutti, nemmeno a dirlo, al coperto. E come da nostra tradizione, andiamo alla scoperta stand per stand di questo stadio.

White Hart Lane dall’alto

WEST STAND

L’ingresso alla West Stand

La stand principale di White Hart Lane (in grado di ospitare poco meno di 7mila spettatori) è senza dubbio anche la più imponente dall’esterno; rappresenta innanzitutto l’ingresso principale all’impianto, che avviene tramite una cancellata di ferro situata su una traversa di Tottenham High Road (la Bill Nicholson way), quasi nascosta se non fosse per le due strutture che portano verso lo stadio, cioè la Red House con il suo orologio ed il suo cockerel (ancora oggi utilizzata per alcuni uffici) e il White Hart Inn, sostanzialmente il pub dove nacque White Hart Lane. Colpisce immediatamente, dall’esterno, la facciata interamente di vetrate e la sensazione di trovarsi al chiuso per l’assenza di spazi aperti tipici di uno stadio di calcio. Andando all’interno la stand non differisce molto dalla descrizione che vi abbiamo fatto parlandovi della sua costruzione: una classica double-tier stand con l’upper e la lower-tier separate tra loro da una doppia fila di executive boxes. Nessun sostegno alla copertura, nessuna discontinuità nel raccordo con le due stand del lato corto, salvo per l’asimmetria dei posti a sedere, dovuta alle diverse epoche di realizzazione e alla travagliata storia dietro ogni singola opera realizzata qui. I seggiolini sono tutti blu, senza scritte o altri fronzoli; qui, al centro del campo, c’è il tunnel che, stranamente, non si inserisce tra i due dugout, ma alla sinistra di essi: le “panchine”, perfettamente inserite nel contesto della lower-tier, sono infatti vicinissime. In alto, sempre al centro, sulla copertura trova posto una replica del cockerel con sotto, disegnata sulla copertura con i colori sociali, la sigla del club. Nella pancia, oltre agli spogliatoi, ci sono tutte le strutture dedicate all’hospitality ed ai media; negli angoli inoltre trovano spesso posto gli studi da bordocampo delle tv ed infine tornando all’esterno, l’armonia della struttura viene interrotta dall’appendice centrale, una sorta di hall che conduce nel cuore della West Stand.

La West Stand…vista dalla Stand opposta

La replica del cockerel sulla West Stand

NORTH STAND

L’arrivo a White Hart Lane con la North Stand sullo sfondo

Costruita in due fasi, è sostanzialmente la parte più recente dell’impianto, in grado di ospitare più di 10mila spettatori. Dall’esterno, arrivando dalla stazione del treno, è la prima stand che potete scorgere dalla strada con la sua facciata bianco pallida spuntante dalle strutture attorno. La strada di accesso è Paxton Road e da fuori non ci sono grosse particolarità da segnalarvi. Qui si trovano i box office e, di fronte, un piccolo store provvisorio (White Hart Lane ha la particolarità di non avere un megastore incluso nella struttura, bensì tanti piccoli official store dislocati nei dintorni ed uno più grosso in prossimità del corner tra West e South stand). Dal campo la stand appare ben diversa dopo la ristrutturazione: è scomparsa infatti la copertura trasparente provvisoria posta dietro i posti a sedere ed ora abbiamo un’altra double-tier stand classica, intervallata da una singola fila di executive boxes. La copertura continua, senza interruzioni, con quella della East e della West Stand, ma l’enorme particolarità è rappresentata dal Jumbotron, che sostanzialmente non è “appeso” ad essa, ma inserito al suo interno. L’effetto scenico è notevole e questo ha permesso al club di guadagnare qualche posto a sedere in più senza limitare la visibilità e/o il confort (una soluzione simile a quella adottata al Santiago Bernabeu di Madrid). La copertura, speculare a quella della South Stand, si caratterizza per la struttura di sostegno che si vede soprattutto dall’esterno.

La North Stand

EAST STAND

La caratteristica facciata della East Stand

Opposta alla West, è la Stand che più di tutte è amata/odiata a Tottenham. Odiata perchè la sua ristrutturazione ha rappresentato uno dei punti più bassi per il club nel rapporto coi tifosi, amata perchè oggettivamente è impossibile non volerle bene per il suo essere così old-style al giorno d’oggi. L’accesso è da Worcester Avenue e subito si rimane colpiti dalla facciata in mattoni completamente diversa dalle altre con la regolarità della costruzione interrotta dai finestroni con i serramenti blu che ormai sono tra le feature di White Hart Lane. All’inizio della stand, da entrambi i lati, campeggia sul muro la scritta East Stand. Worcester Avenue non è certamente una via spaziosa, è una via chiusa sul lato opposto e trasmette anch’essa una sensazione old-style così come gli accessi veri e propri alla stand, strettissimi e col profumo di antico (io stesso ho faticato a passarci), quasi nascosti all’interno dei mattoni dipinti di blu nella parte bassa della stand. Salvo siate fortunati possessori od ospiti di un box (ed allora potrete ammirare anche l’originale cockerel presente ai tempi di Leitch, esposto qui), l’ingresso vi conduce in un ambiente molto spartano, ben diverso dagli interni ampi e moderni non solo di un Emirates Stadium, ma anche di uno Stamford Bridge per fare il paragone con uno stadio non certo nuovissimo. Dal campo possiamo invece ammirare una two-tier stand abbastanza classica, anche se vi è l’illusione che possa sembrare una three-tier stand con una piccolissima middle-tier; le due sezioni sono separate fra loro da una fila singola di executive boxes e spiccano le due colonne di sostegno della copertura. Originariamente queste erano quattro, ma i lavori di ammodernamento delle due end hanno reso possibile la rimozione delle due colonne più laterali, limitando notevolmente i posti con la restricted view. Sui boxes è stato fatto un tentativo, poco riuscito, di omaggiare Leitch riproducendo il suo famoso leit-motiv strutturale (che sostanzialmente non si nota) mentre sulla copertura, come sulla West Stand, campeggia una replica del cockerel con sotto la crest del club nei colori sociali. I seggiolini, molto stretti e ravvicinati tra loro (questa stand è in grado di ospitare più di 10mila persone) sono dipinti tutti in blu, ad eccezione di quelli della lower-tier che alternano bianco e blu a formare la sigla del club col simbolo ai lati; l’illusione della three-tier stand è data soprattutto dall’area centrale, che sembra separata da tutte le altre: questa era l’area dove trovavano posto, una volta, i supporters più caldi, il cosiddetto Shelf, che adesso trovano posto quasi all’angolo con la South Stand. Infine, quasi sospesa dalla copertura, troviamo la struttura dedicata alle riprese tv, che da White Hart Lane (come lo erano da Highbury) appaiono totalmente diverse per l’angolazione da quanto si è di solito abituati a vedere.

La East Stand (e potete scorgere anche la FA Cup…)

SOUTH STAND

L’esterno della South Stand

Siamo su Park Lane, l’ultima via che racchiude lo stadio e qui vi trovano posto sia i supporters ospiti (in particolare nell’angolo superiore con la West Stand, per un totale di quasi 2.900 posti), sia i tifosi più vocali degli Spurs. Dall’esterno ce la troviamo di fronte a delle semplici case vittoriane, senza barriere, tornelli o recinti elettrici di sorta; la facciata non è anonima, su una struttura semplice di mattoni poggia un’ulteriore struttura che fa da attacco e sostegno alla copertura; è ben visibile la scritta South Stand così come sono ben segnalati gli accessi per la tifoseria ospite e per la tifoseria locale. Dal campo vediamo invece una stand del tutto simile alla sua opposta, ma con due enormi particolarità. La prima sull’angolo nord-est, dove in alto si può ammirare una sorta di piccolo balcone quasi schiacciato sul tetto: secondo molti il vecchio cockerel andrebbe esposto qui, potendo essere visto da tutto lo stadio; l’altra feature caratteristica è invece sull’angolo sud-ovest, dove, adesa alla copertura, spicca una struttura ottagonale che somiglia sostanzialmente ad una navicella spaziale. Qui gli Spurs hanno sistemato il centro di controllo dell’impianto, uno stratagemma che è servito soprattutto a risparmiare spazio utile a guadagnare qualche posto in più, vista la capienza non eccezionale di White Hart Lane. E l’angolo sud-ovest è l’unico veramente armonioso, in termini di continuità, di tutto l’impianto visto che gli altri spesso vengono brutalmente interrotti dalle differenze di costruzione delle stand.

La South Stand con le sue particolari struttura: la balconata a sinistra, il control-center a destra

IL FUTURO

Un’idea per la futura home stand simil-Kop circolata nei primi disegni

Considerando la relativa ridotta capienza di White Hart Lane, le ambizioni della società e le numerosi voci che sono circolate negli anni, è d’obbligo dare uno sguardo a quale potrà essere il futuro per White Hart Lane. L’ipotesi più conservativa, cioè quella di espandere l’attuale stadio mediante una nuova sistemazione della East Stand, è stata da tempo abbandonata in favore di una parola che mette paura e speranze allo stesso tempo: relocation e nuovo stadio. Molti sono stati i rumors riguardanti il Tottenham e lo Stadio Olimpico, un’associazione che avrebbe provocato una rivolta popolare o comunque un forte astio da parte dei tifosi, che vedrebbero completamente spostata la squadra dalla sua zona, ma alla fine, come sapete, l’affaire Stadio Olimpico sembra essere stato risolto in favore del West Ham per la gioia di tutti i tifosi Spurs. Tutti gli sforzi quindi sono andati concentrandosi su un unico progetto, il Northumberland Development Project, che dovrebbe riqualificare completamente la zona a nord di White Hart Lane con un’enorme area commerciale e soprattutto un nuovo stadio che possa ospitare tra le 55-60 mila persone da costruirsi sostanzialmente attaccato all’attuale (dietro alla Nord Stand, mantenendo per 3/4 le attuali vie entro le quali è racchiuso), per poi demolire quest’ultimo. Usiamo il condizionale perchè il progetto, seppur partito con la costruzione dell’area shopping (il primo esercizio commerciale in realizzazione è un supermercato della famosa catena Sainsbury), è comunque in alto mare. Al momento in cui vi scriviamo non esistono veri e propri progetti pubblici che ci permettano di illustrarvi nei dettagli i cambiamenti, ma esistono semplicemente screens e disegni. E, ad aggiungere un ulteriore tocco di mistero sulla situazione, un mese fa è trapelata la notizia che al vertice del progetto c’è stato un cambio della guardia, con l’impresa di Populous che ha ricevuto l’onore di proporre nuove idee e dare così maggior scelta al club. Per chi non conoscesse questa impresa, si tratta di un’associazione che ha moltissima esperienza nella progettazione di impianti sportivi moderni ed annovera tra le sue opere alcune autentiche perle (pensate al Da Luz di Lisbona, al nuovo Wembley, alla Kazan Arena, alla Friends Arena di Stoccolma per restare in ambito calcistico) ed alcuni flop che preoccupano non poco i tifosi Spurs (l’Emirates Stadium, bellissimo ma privo di personalità; lo stadio dei MK Dons, o il Sun-Life Stadium di Miami per sconfinare in terra straniera). La situazione quindi è ancora in divenire, ci sono i fondi, ci sono le idee ma manca ancora un serio progetto definitivo che possa prendere il via. Nel frattempo, lunga vita a White Hart Lane.

Uno dei possibili rendering del nuovo stadio

L’ATMOSFERA

Parlare dell’atmosfera che si vive durante un match a White Hart Lane è quanto di più facile ci possa essere per chi vi scrive essendo uno degli stadi in cui ho avuto la fortuna di poter assistere a 2 match degli Spurs. Sin dal momento in cui si scende alla stazione e ci si incammina verso l’impianto si percepisce la passione dei tifosi Spurs che sciamano verso i pub, gli store e lo stadio. Inutile dirvi che i biglietti vanno a ruba e l’esaurito è quasi la norma, con l’attendance media che viaggia oltre le 36mila persone a partita, sostanzialmente il 99% della capienza. Dentro l’atmosfera è sempre molto calda a partire dal fischio d’inizio fino a fine partita. ll coro di battaglia è il famosissimo “Oh when the Spurs”, che viene più volte intonato nel pre-game e nel corso delle partite, sia con il Tottenham avanti nel punteggio, sia quando la squadra è in difficoltà. I decibel sono sempre molto alti ed anche se non c’è molta fantasia nei cori, non se ne sente davvero il bisogno. L’avvicinamento al fischio d’inizio è scandito inoltre dal “Glory Glory Tottenham Hotspur” che parte dagli altoparlanti, cantato dai tifosi ma senza raggiungere le vette di altri inni più belli e coinvolgenti. Le zone “più vive” dal punto di vista vocale sono la Park Lane (la parte della South Stand dedicata ai tifosi di casa) e lo Shelf Side (la parte della East Stand verso la South, a memoria della zona più calda negli anni 70); spesso i tifosi che siedono qui intonano cori lanciandosi a vicenda e facendo una sorta di gara vocale, aumentando notevolmente l’atmosfera. Inoltre, nella storia, il Tottenham è una squadra molto legata alla tradizione ebraica e i fans si sono auto-definiti “Yid”, lanciando il relativo coro (Yiddo ripetuto più volte) spessissimo durante le partite e suscitando polemiche a non finire perchè qualcuno riesce a pensare ad un coro offensivo quando invece i tifosi del Tottenham sono orgogliosissimi della loro tradizione. Questo comunque fa sì che i tifosi del Tottenham siano conosciuti come la Yid Army e rappresentano una delle tifoserie più appassionate dell’intero panorama britannico, sempre presenti in numero consistente anche in trasferta.

Ovviamente la rivalità maggiore è quella con l’Arsenal, che trae profonde origini dalla storia e dalla vicinanza dei due club. Il North London Derby (per la cui storia vi rimandiamo ad un futuro post sul blog, data la sua importanza) è sentitissimo e la rivalità spesso sfocia anche in episodi che col calcio hanno poco a che fare; tuttavia dentro l’impianto si respira un’aria unica, che ricorda da vicino un calcio che non c’è più, con cori costanti per 90 minuti da una parte e dall’altra, resi ancor più speciali dall’intimità che crea un impianto piccolo ed attaccato al campo come White Hart Lane (potete vedere due esempi nei video sopra linkati). Tuttavia quella con l’Arsenal non è l’unica sfida importante da queste parti; anche le partite contro il Chelsea e, soprattutto, contro il West Ham sono sempre molto delicate e cariche di atmosfera ed emozioni.

CURIOSITA’ E NUMERI

Soprannominato “The Lane”, lo stadio è stato utilizzato, soprattutto in passato per diverse partite della nazionale inglese (le prime negli anni 30, l’ultima nel 2001 con la sconfitta contro l’Olanda per 2-0) e dell’Under 21.

Per quanto riguarda gli altri sport, qui trovò casa per due stagioni (1995 e 1996) la squadra di football americano dei London Monarchs che, per ovviare allo spazio ridotto richiesto da questo sport, usufruirono di uno speciale permesso per giocare su un campo da 93 yards. Molto risalto ebbe anche l’incontro di pugilato svoltosi nel 1991 tra Chris Eubank e Michael Watson per il titolo dei Pesi Superwelter, conclusosi con la vittoria di Eubank contornata però da un drammatico finale, con Watson che sfiorò la morte dopo essere collassato sul ring al 12esimo round: per lui iniziò un’odissea con 40 giorni di coma, 6 operazioni cerebrali, una degenza ospedaliera di oltre un anno e 6 anni di sedia a rotelle prima di poter tornare, in maniera miracolosa, alla vita di tutti i giorni. Fu un episodio che rivoluzionò completamente la boxe e l’assistenza medica ad un evento sportivo (all’epoca non vi erano medici o paramedici all’incontro) in Inghilterra e non può non portare alla memoria l’altra tragedia recentemente sfiorata, quando Fabrice Muamba (e chi vi scrive, purtroppo, vi assistette dal vivo dalle prime file della West Stand) collassò in campo durante i quarti di finale di FA Cup tra gli Spurs ed il Bolton, nel marzo 2012, venendo salvato dalla pronta assistenza medica.

Capacità: 36.230

Misure del campo: 100 x 67 metri

Record attendance: 75.038 (1938 – FA Cup vs Sunderland)

Record attendance attuale: 36.240 (2011 – Premier League vs Arsenal)

FONTI

Wikipedia

Tottenham Hotspur official site

Spurs mad

Groundhopping

Ians Blog

Tottenham Summerhill

– Simon Inglis: Football Grounds of Britain (1997 – Collins Willow)

Un Groundhopper a Londra – In giro per stadi con London Football

Con immenso piacere ospitiamo sulle nostre pagine Gianni Galleri, di London Football (QUI la pagina Facebook, QUI il sito), che condivide con noi la passione per il calcio inglese e, in questo caso specifico, la sua esperienza da groundhopper londinese. Sperando di collaborare nuovamente in futuro, buona lettura! Chiudete gli occhi e immaginate il Tube, gli autobus a due piani, e tutto ciò che è Londra….

Un Groundhopper a Londra – In giro per stadi con London Football

«E poi voglio assolutamente vedere alcuni stadi di non League». «Che sarebbe, la nostra Eccellenza?» «Beh, più o meno Promozione e Prima Categoria, anche se la piramide della FA è diversa dalla nostra». Lo sguardo dell’amico di turno traboccherà di un misto di compatimento e ironia. E’ il duro mestiere del groundhopper. Noi lo sappiamo, sono loro che non ci capiscono.

Comincia così il mio viaggio a Londra dell’agosto 2013. Fra la perplessità degli amici e una ragazza che mi aspetta a Londra e che, indaffarata com’è, mi lascerà un sacco di ore per girarmi le periferie più sperdute in cerca di ground da ammirare e da fotografare. Un viaggio che mi porterà a visitare 13 stadi per un totale di 16 squadre, dalla Premier, fino alla Isthmian Division One. Ma andiamo con ordine.

Il sud e l’ovest

Afc Wimbledon, Kingstonian, Tooting & Mitcham United, Corinthian Casuals, Crystal Palace e Dulwich Hamlet

Da quando ho aperto il sito e la pagina facebook di London Football ho avuto il piacere di conoscere moltissima gente interessante. Uno di questi è Gary, responsabile della comunicazione dei Corinthian Casuals, gloriosa squadra dal pedigree e dalle imprese degne di un Real Madrid o di un Benfica.

Insomma, Gary mi invita a vedere i Pink & Chocolate. La partita è in trasferta, per la precisione a Mitcham, nella casa del Tooting & Mitcham United. L’incontro inizia alle due e io mi prendo tutto il tempo necessario per fare qualche giretto. Prendo il treno alla stazione di Brentford e da lì mi dirigo a Clapam Junction. Coincidenza verso Sud e scendo a Norbiton. I più esperti hanno già capito. Sto per andare al Prato del Re. L’ormai famoso Kingsmeadow, casa dell’AFC Wimbledon.

Arrivo nella bella zona e decido di farmi a piedi il pezzo che mi divide dallo stadio. Percorro una grande arteria piuttosto trafficata, quando all’improvviso me lo ritrovo sulla destra.

Già l’entrata è uno spettacolo con la cancellata ad annunciare l’impianto. Mi dirigo verso la Club House per chiedere se qualcuno mi fa visitare lo stadio. Davanti a una pinta di sidro provo a fare due chiacchiere, ma più che tifosi, sembrano normali bariste impegnate a pulire. Cerco qualcun altro, ma con il mio inglese traballante riesco solo a farmi trattare male da una signora bionda.

Sto quasi per rinunciare quando mi viene un’idea. Andiamo da quelli del Kingstonian che con i Dons dividono l’impianto (prima erano i proprietari, adesso sono affittuari – NdR l’impianto è passato dal Kingstonian alla famiglia Khoslas, per poi passare ai Dons che, peraltro, lo affittano al Kingstonian per una cifra inferiore di quella pagata ai Khoslas).

Sorpresa delle sorprese, trovo un signore e un ragazzo gentilissimi che senza problemi mi guidano dentro per fare due foto. Prima andiamo sul terreno di gioco e poi, con mio sommo piacere, negli spogliatoi. Mi invitano a rimanere per l’incontro pomeridiano, ma non c’è tempo. Ringrazio i miei amici e me ne vado verso Mitcham. Gary mi aspetta là, e ha con sé il mio pass della Isthmian League. Per una volta sono un ospite di riguardo.

Il KNK Stadium, casa dei Terrors, è una struttura ben al di sopra delle aspettive. Dalle nostre parti potrebbe fare tranquillamente una serie C1. Un’enorme tribuna coperta e 3 terraces circondano il campo. La partita è poco favorevole all’amico Gary, i bianco-neri asfaltano gli ospiti con un netto 5-1. La mia prima partita di non League si conclude con un’altra birra nella club house dove il numero 10 locale viene premiato come migliore in campo. Fra gli applausi delle due tifoserie.

Ma il nostro giro a sud non è ancora finito. Il giorno seguente, dopo una mattinata trascorsa al British Museum, convinco la mia ragazza – che spesso mi accompagna, appassionata di calcio com’è – ad andare a Selhurst Park, casa del Crystal Palace.

Anche stavolta dobbiamo prendere il treno. La fermata ha lo stesso nome dello stadio, Selhurst. Prendiamo una stradina stretta, una via residenziale fino alla fine, ed eccoci a poche centinaia di metri dallo stadio. La prima impressione è che sembra molto più grande di come ce lo aspettavamo. La tribuna spicca altissima tra le case. Gli giriamo intorno, arriviamo allo shop. Vorrei comprarmi la seconda maglia, ma hanno solo la prima che sembra la brutta copia di quella del Barcellona.

Alla reception chiediamo di visitare l’interno dello stadio e un vigilantes ci accompagna dentro. C’è un forte odore di erba tagliata che dà quasi fastidio, ma appena voltato l’angolo ci troviamo dentro, sommersi da un’enorme quantità di rosso e blu. Il nostro accompagnatore è sinceramente stupito che degli italiani vogliano visitare questo stadio, ci dà qualche informazione di servizio e poi ci accompagna fino alle panchine, dove con mio grande piacere mi siedo e scatto diverse foto. C’è una rete che ci divide dal campo. Il vigilantes ci chiede di fare attenzione, perché è elettrificata: sembra che le volpi di notte entrino in campo e danneggino il manto.

Uscendo dallo stadio mi divido dalla mia ragazza. Lei tornerà in zona Brentford con il treno, io farò il giro con la metro. Lei lo sa, ma fa finta di niente. Sa che mi fermerò da qualche altra parte, ma se ne torna volentieri a casa.

Arrivando a Selhurst station, siamo passati di fronte a Dulwich East. Il passo è breve. Ci vuole una visita allo stadio degli Hamlet. Il campo è veramente a pochi passi dalla fermata e da lontano spicca il suo famoso “frontone” con le iniziali DHFC. C’è da rendere omaggio alla squadra di EFS. E’ tutto aperto e io mi faccio una passeggiata in solitaria. Visito campo e club house (vuota). Faccio una serie di foto e mi incammino verso la stazione. Sono le 18.35, se mi sbrigo posso attraversare tutta Londra e andare a vedere il nuovo stadio del Barnet, dall’altro capo della Jubilee. Ma ne parleremo un’altra volta.

Champion Hill

Nord-Ovest

Barnet, Wealdstone, Harrow, Hendon, North Greenford United e Wembley Fc.

Da Dulwich ad Canons Park ci vuole un’oretta di metro. Fortunatamente con me ho un gran bel libro: British Corner di Simone Galeotti. Una piccola perla che parla di storie di calcio britannico, scritte veramente bene. Mi ritrovo quasi a piangere mentre leggo del Manchester United e del disastro di Monaco e a emozionarmi per le due squadre di Dundee. Arrivo alla fermata dello stadio del Barnet che il sole sta tramontando. Già di per sé è un quadro romantico.

Ma non rende abbastanza l’idea. C’è bisogno di sforzare un attimo l’immaginazione e creare un ambiente idilliaco dove un campo sportivo corre dietro all’altro, in una distesa verde di prati, all’inglese. La luce arancione dà un senso di calore e rilassatezza. Mi tolgo le scarpe e passeggio sull’erba andando incontro all’alveare.

The Hive è il più nuovo degli stadi delle squadre professionistiche di Londra (anche se Barnet è uscito dalla Football League, rimane ancora professionista). La sua adozione ha portato più di qualche polemica, ma il colpo d’occhio e la location ripagano lo stanco tifoso che arriva a vedere la partita. Entro nello shop e cerco una maglia, anche dell’anno prima. Ma oltre a non essere bellissime, hanno prezzi un po’ altini. Mi accontento di una spilla. La vera sorpresa è la club house. Ha una finestra enorme che affaccia direttamente sul campo. Mi prendo una London Pride e mi rilasso al sole.

Purtroppo è già tempo di ripartire, mi aspettano per cena. Rifaccio la strada all’indietro quando, in uno dei campi che compongono il complesso del centro sportivo, mi becco Qpr-Barnet, giovanili femminili. Prima il piacere e poi il dovere. C’è sempre tempo per il calcio.

Mentre stavo alla stazione di Canons Park, lontano, sfocato dalla distanza l’ho visto: l’Arco. La storia del calcio era distante solo pochi chilometri. Wembley mi chiamava. Ovvio che il giorno dopo ho organizzato la mia mattinata per visitare lo stadio degli stadi. Partenza come al solito da Northfields: Piccadilly Line fino ad Acton Town e da lì cambio di ramo e, sempre la stessa linea, ma in direzione Uxbridge, fermata Ruislip, zona 6. L’obiettivo è lo stadio del Wealdstone, omaggio all’amico Marco Parmigiani. Devo dire però che ultimamente le Stones sono anche entrate nel mio cuore, soprattutto grazie all’acquisto di uno dei miei giocatori preferiti: Glen Little, il Pirlo della Conference.

La zona è meravigliosa. Calma. Ricca. Verde. La passeggiata verso l’impianto è un piacere. Arrivo al Grosvenor Vale in un caldo e assolato mattino. Non c’è nessuno con l’esclusione di una persona che si allena al tiro con l’arco. Scatto qualche foto, faccio il giro e arrivo dall’altra parte del campo. Mi prometto di venire a vedere una partita.

Mentre cammino cerco un pub, ma la zona è assolutamente residenziale e non c’è niente. Mi convinco, sono nell’estrema periferia ovest, non mi ricapiterà: devo fare il giro completo. Prossima tappa Earlsmead Stadium, casa dell’Harrow Borough e, per quest’anno, dell’Hendon. Paradossalmente la zona sembra ancora più ricca e immacolata. Anche questo stadio purtroppo è vuoto, ma a differenza di quello delle Stones, isolato e pacifico, questo sorge fra le villette e non si vede praticamente niente. C’è un signore che pulisce gli spogliatoi, ma forse parla meno inglese di me e dopo un paio di tentativi ci rinuncio e riprendo a camminare. Non troppo lontano gioca il North Greenford United.

Quello che mi trovo davanti quando giro l’angolo dell’ultima via abitata è un immenso parco che corre in salita, con un prato che dopo qualche centinaio di metri diventa bosco. Il campo è pieno di gente che corre e più in là c’è un’insegna, accanto a un baracchino di legno. E’ una società sportiva gaelica, o qualcosa del genere. Cinquanta metri più in là, in mezzo a due ali di alberi, c’è un cancello e sopra un cartello. Siamo arrivati.

Stavolta è tutto aperto; mi siedo sulla stand dietro la porta e scatto qualche foto. Inutile dirlo il manto è meraviglioso e anche la club house sembra carina. Purtroppo non c’è nessuno e devo accontentarmi, rimanendo con la sete.

Prima di andare a Wembley vero e proprio, proprio perché mi trovo a passarci davanti, visito anche lo stadio del Wembley FC. Devo premettere che è una squadra che mi sta molto antipatica, una trovata pubblicitaria (hanno preso vecchi giocatori e hanno uno sponsor importante – ma vale solo per la FA Cup, ndr) e in più un amico mi aveva messo in guardia. Insomma riesco a malapena a fare due foto da fuori e scappo verso il più famoso Wembley Stadium.

Non mi dilungherò troppo sullo stadio degli stadi. In molti ne hanno parlato prima e meglio di come potrei fare, però vi garantisco che l’emozione di scendere dalla metro, percorrere quella scalinata e trovarsi di fronte quell’arco è una cosa per cui vale la pena andare a Londra. Fidatevi.

Est e Sud-Est

Dagenham and Redbridge, Charlton Athletic, Welling United e Erith and Belvedere.

Se a Londra dici Est, nel calcio, la gente capisce solo West Ham. I più appassionati possono anche immaginarsi Leyton Orient, ma nessuno – o solo un groundhopper – penserà al Dagenham and Redbridge. Dopo una colazione con una vecchia amica che non vedevo da anni, parto da Liverpool Street, verso Hornchurch, fermata Dagenham East. Appena scendo prendo a sinistra, oltrepasso la caserma della polizia e cammino sulla via principale finché non trovo il cartello che mi indica Victoria Road.

Il primo impatto è molto buono. Lo stadio ha un bell’ingresso, c’è un bel parcheggio con lo shop in mezzo. Tuttavia una volta entrato nella club house mi ritrovo di fronte due signore piuttosto cafone che a malapena alzano la testa dai loro affari. Mi servono una pinta di sidro, ma di visitare lo stadio o di aprirmi lo shop non se ne parla nemmeno.

Dopo la fallimentare prima esperienza a est, provo a rifarmi con una bella passeggiata nel Sud Est. Siamo ormai all’ultimo giorno. Fra ventiquattro ore dovrò essere a Stansted per tornarmene in Italia; il corpo, ma soprattutto la mente mostrano i primi segni di stanchezza. La scusa è una gita a Greenwich con ragazza annessa: galeone, università, osservatorio. La realtà si chiama The Valley. La casa del Charlton Athletic.

Si arriva con un autobus, un cheeseburger a un fast food a 100 metri dallo stadio e via. Prima tappa allo shop. L’ho puntata da due mesi: la away di quest’anno dev’essere mia. Investo 42,50 pound in una meravigliosa casacca da trasferta, e faccio conto tondo con 2,50 sterline per la spilletta. Purtroppo lo stadio è chiuso e non c’è nessuno che può farci entrare. Ma ci fermiamo di fronte alla statua di Sam Bartram e scattiamo qualche foto da lì. L’impressione, anche dall’esterno, è ottima e si respira un’aria di quartiere popolare che emoziona e infiamma.

L’ultimo stadio del nostro lungo viaggio ci serve per chiudere il cerchio (in attesa del Vicarage Road, troppo lontano per ora) degli stadi dalla Premier alla Conference. L’obiettivo è Park View Road. Da Charlton non è lontano, ma neanche così vicino come sembra sulla cartina. Ci mettiamo mezz’ora di autobus, e quando arriviamo la struttura non è che ci esalti particolarmente. Intanto è chiusa la club house e lo shop neanche si vede; e la parte dell’Erith & Belvedere, che con le Wings (il Welling United) divide la struttura, non è proprio accessibile. Almeno possiamo avvicinarci al terreno di gioco e scattare qualche foto, ma niente di più.

Il rientro a casa serve solo per fermarsi da Lilywhites e spendere le ultime sterle per prendere quella maglia dei Rangers in offerta che mi guarda da quando sono arrivato a Londra.

Gianni Galleri

Footballshire: il calcio nelle contee inglesi. Quinta puntata

Greater Manchester

Contea nata con il Local Government Act del 1972 e istituita ufficialmente nel 1974, comprende dieci borghi metropolitani (Bolton, Bury, Oldham, Rochdale, Stockport, Tameside, Trafford, Wigan) e due città (Manchester e Salford), prima di quella data facenti parte per la stragrande maggioranza del Lancashire e in misura minore Cheshire e West Yorkshire; era conosciuta, questa zona, come SELNEC (South East Lancashire North East Cheshire) prima della creazione della contea. E’ la 39esima contea come superficie, ma la terza come popolazione che supera abbondantemente i 2 miliioni. La contea comprende alcuni dei maggiori centri industriali della storia inglese, prima fra tutte proprio Manchester che forse della rivoluzione è stata la capitale, specialmente nel settore tessile che fu uno dei settori chiave di quella trasformazione radicale del mondo. Qui non troviamo quei paesaggi che spesso abbiamo nominato, quelle verde colline inglesi: qui troviamo un paesaggio industriale in parte riconvertito dall’epoca post-industriale che viviamo, ed ecco che città come Manchester vedono sorgere edifici nati con usi ben diversi da quelli a cui sono stati destinati oggi. Nativi del Greater Manchester sono tra gli altri i fratelli Gallagher, l’ex PM David Lloyd-George, il “nostro” Simone Perrotta, il famosissimo cronista John Motson, calciatori come Stan Bowles, Nobby Stiles, Paul Scholes, i Neville, il tennista Fred Perry. La contea è divisa in 27 distretti elettorali, dove il Labour Party domina.

Calcisticamente questa è una delle zone più vincenti d’Inghilterra, visto che tra le squadre principali spicca quel Manchester United (QUI) che il Mondo ha imparato a conoscere, da Matt Busby fino a Alex Ferguson; ultimamente anche i cugini del Manchester City (QUI) hanno riassaporato la vittoria, ma considerarli come parvenue è ingiusto nei confronti di una squadra con una storia notevole. In Championship troviamo due squadre dal recentissimo passato in Premier: Bolton Wanderers e Wigan Athletic, e se i primi sono tra le squadre storiche del calcio inglese, i secondi sono venuti recentemente alla ribalta, ma quanto basta per mettere in bacheca una FA Cup. In League 1 al momento troviamo l’Oldham Athletic (uno dei club fondatori della Premier League), mentre in League 2 Bury e Rochdale. In Conference National c’è solo l’Hyde, protagonista di una scalata negli ultimi anni, dopo il crollo dello Stockport County, che dalla Football League si trova ora in Conference North a far compagnia ad Altrincham e Stalybridge Celtic. In Northern Premier League Premier Ashton United, Droylsden, Trafford e l’ormai celebre FC United of Manchester che abbiamo trattato QUI. Un gradino più sotto, nella Division One North della Northern Premier, Curzon Ashton, Mossley, Radcliffe Borough, Ramsbottom United, Salford City. Chiudiamo con il livello 9, che vede i club della contea disputare la North West Counties League Premier: Abbey Hey, Ashton Athletic, Atherton Laburnum Rovers, Maine Road (club che come si intuisce è fondato da tifosi del Manchester City), Stockport Sports, West Didsbury & Chorlton, Wigan Robin Park. La coppa di contea è la Manchester Senior Cup, vinta nelle ultime tre edizioni dal Manchester United riserve; ma i club disputano anche, oltre alla Manchester Premier Cup, le coppe di contea a cui appartenevano prima della creazione del Greater Manchester, ovvero Lancashire Senior Cup e Cheshire Senior Cup.

Greater London

Di Londra stiamo parlando abbondantemente con i nostri viaggi londinesi, con la mappa delle squadre etc. pertanto la saltiamo, ma non per ignorarla, ma perchè approfondiremo il discorso circa la Capitale – e non è detto che in futuro non si possa fare un lavoro simile con, ad esempio, Manchester

Hampshire

Torniamo a sud. Hampshire, la nona contea come superficie e quinta come popolazione. Lla county town è Winchester, nome che forse non evocherà nulla ma che è stata l’unica altra capitale d’Inghilterra oltre a Londra, durante il primo periodo dopo la conquista normanna. Storia, dunque. A proposito di storia, il nome deriva da Hamtunscir: Hamtun altro non era che l’attuale Southampton, ed ecco introdotta una delle principali città della contea; l’altra, come saprete, è Portsmouth. La contea vive in un relativo benessere economico: il livello di occupazione nelle città di Southampton e Portsmouth è tra i più alti del Regno, e a livello di contea i numeri dicono più o meno lo stesso. L’industria è prevalentemente hi-tech, mentre il settore pubblico assorbe il 25% degli occupati. Da non sottovalutare poi l’importanza delle due città principali come porti: Southampton commerciale, Portsmouth militare (uno dei principa li della Royal Navy). Da Southampton poi, come tutti ben sanno, salpò il Titanic, ma questa è altra storia. Tra i nativi della contea Re Enrico III (nato a Winchester, of course), la famosa scrittrice Jane Austen e Benny Hill, che tutti ricorderanno nel suo show di humour molto british. L’Hampshire è suddiviso in 18 constituencies che, come spesso accade nel sud, sono dominate da Tory e LibDem.

Calcisticamente una rivalità fortissima separa Southampton e Portsmouth, solo che al momento le due squadre sono separate anche dall’opposto destino: la prima è tornata in Premier e sta mostrando un ottimo calcio, la seconda è sprofondata a causa dei guai finanziari in League Two addirittura. Sono gli unici due league-club della contea, visto che l’Aldershot Town è retrocesso l’ultima stagione e si trova ora in Conference Premier. Più nutrita la pattuglia in Conference South: il rinnovato Farnborough, l’Eastleigh, il Basingstoke Town, l’Havant & Waterlooville e da quest’anno il Gosport Borough, promosso dalla Southern Premier tramite playoffs. Southern Premier League che come squadre della contea ospita l’AFC Totton e il Bashley FC, entrambe accumunate da…il cervo presente nel simbolo. Al livello 8 invece una sola squadra: il Fleet Town, che gioca in Southern League Div. One South&West. Sono invece moltissime le squadre al livello 9, la maggior parte delle quali si trova in Wessex League Premier: Alresford Town, Fawley, Fareham Town, Brockenhurst (il cui stemma consiste in un semplice tasso, senza sigle o altro), Blackfield & Langley, gli attuali campioni della WL (non promossi in quanto non han fatto richiesta), Folland Sports (club fondato da lavoratori della ditta aeronautica Folland di Hamble-le-Rice), Winchester City, Totton & Eling, AFC Portchester, Sholing, Romsey Town, Moneyfields (squadra di Portsmouth), Lymington Town, Horndean. Quattordici squadre, praticamente più di metà campionato. Le altre tre squadre del livello 9 giocano invece in Combined Counties Premier, e sono Alton Town, Cove e Hartley Wintney. Il torneo di contea è l’Hampshire Senior Cup, vinta nell’ultima edizione dall’Alresford Town.

Herefordshire

Rieccoci in una di quelle contee spesso dimenticate. L’Herefordshire, 26esima come area ma 45esima come popolazione, una delle contee più piccole da questo punto di vista. Separata da Worcester nel 1998, la contea ha preso anche lo status di ceremonial county con il Lieutenant Act del 1997. Per cui eccola qui, e trovare qualcosa da dire in breve su una contea con meno abitanti di Portsmouth è difficile. La città principale è Hereford, 58mila anime, ma è anche l’unica città: il resto della contea è fatto di piccoli paesi da 10mila abitanti nelle migliori delle ipotesi. Disoccupazione altina (10%), industrie private pochine, il maggior impiego lo si trova nel servizi pubblici e in quel che rimane dell’agricoltura. E qui entra in gioco il vero orgoglio di contea: la razza bovina Hereford. La si trova ovunque: dalla bandiera di contea (vedere a lato) fino al simbolo della squadra principale, l’Hereford Town, che ne ha usato per anni un esemplare come mascotte a bordo campo (si tratta di una razza docile e mansueta, come si conviene a una tranquilla contea come questa). La contea è suddivisa in due soli distretti elettorali, entrambi dominati da conservatori e liberali: il Labour è staccatissimo, più vicino allo United Kingdom Indipendent Party che agli altri due partiti maggiori.

Abbiamo già introdotto l’Hereford Town, attualmente in Conference Premier ma con un passato di Football League (negli anni ’70 arrivò anche in seconda serie). L’unica altra squadra nei primi nove livelli è il Westfields, che gioca in Midland Alliance e anch’essa ha sede nella città di Hereford. Il Westfields è anche la squadra che si è aggiudicata le ultime due edizioni della Herefordshire Senior Cup.

Hertfordshire

Chiudiamo questa puntata con una contea subito a nord di Londra. 36esima come superficie, 13esima come popolazione, l’Hertfordshire ha visto crescere la sua popolazione in stretto rapporto con la capitale, come altre contee già viste. Le città principali sono Watford, Stevenage, St Albans, Hemel Hempstead. A Borehamwood hanno sede invece studi cinematografici e televisivi, gli Elstree Film Studios: qui sono stati girati film famosissimi come i primi tre Star Wars (episodi IV, V, VI), ed era di casa un tale Staley Kubrick; per quanto riguarda la TV vengono qui registrati programmi come il Grande Fratello, Chi vuol essere milionario?, e la famosa (in UK) soap East Enders. Per il resto dominano industria e soprattutto servizi. La contea è anche situata in una posizione strategica dal punto di vista dei collegamenti stradali e ferroviari, in quanto le strade che da Londra partono verso nord devono attraversare gioco forza l’Hertfordshire. Nativi della contea sono il cantante dei Duran Duran Simon Le Bon, calciatori come Gareth Southgate e Jack Wilshere, l’arbitro Graham Poll, il pilota Lewis Hamilton. La contea è divisa in undici constituencies e anche qui i Tories la fanno da padroni.

Nel calcio, la squadra principale è il Watford, che ha conosciuto la Premier League in anni recenti e l’ha sfiorata l’anno scorso. Interessante è invece il caso dello Stevenage, che ha scalato la piramide negli ultimi anni (ma potremmo dire negli ultimi vent’anni) giungendo in League One, e facendo incetta di trofei (due FA Trophy e una Herts Senior Cup sul finire del 2000). Scendendo fino al livello 6, in Conference South troviamo Bishop’s Stortford e Boreham Wood, rigorosamente staccato a differenza della città (che però anch’essa aveva il nome staccato). Un livello più in basso Hitchin Town, St Albans City e Hemel Hempstead Town (nickname: The Tudors! Si narra che Enrico VIII visse qui con Anna Bolena), tutte e tre in Southern Premier League. Al livello 8 le cose si complicano, visto che le squadre si dividono tra Southern League e Isthmian League. Nella prima troviamo Potters Bar Town e Royston Town (Division One Central), in Isthmian Division One North Ware e Cheshunt. Concludiamo con il livello 9. Qui principalmente le squadre giocano in Spartan South Midlands Premier, con alcune eccezioni. In SSM Premier Hoddesdon, Leverstock Green (club di Hemel Hempstead), Oxhey Jets, St Margaretsbury, Tring Athletic (ne abbiamo parlato QUI), Hatfield Town, Hertford Town, Berkhamsted, Colney Heath, Harefield United. Le eccezioni sono invece Sawbridgeworth Town e l’FC Romania (club le cui origini sono evidenti, fondato da immigrati rumeni): queste due squadre giocano in Essex Senior League.

Non league football: Tooting & Mitcham United

Torniamo con il calcio di non-league, torniamo con un club londinese, per la precisione del borough di Merton, sud-ovest della capitale britannica: il Tooting & Mitcham United

imagesTooting & Mitcham United Football Club
Anno di fondazione: 1932
Nickname: the Terrors
Stadio: Imperial Fields, Morden
Capacità: 3.500 (612 a sedere)

Come suggerisce il nome, l’origine del club avviene tramite l’unione di due squadre preesistenti: il Tooting (1887) e il Mitcham Wanderers (1912). L’unione venne dettata da una constatazione della realtà: le due squadre, vicine, si facevano troppa concorrenza nell’area. Meglio dunque unire le forze, e nel 1932, dopo due anni di discussioni, nacque l’attuale club. L’incontro avvenne in un pub, più precisamente al Forester Arms di Mitcham Road, in quel di Tooting: il gestore del pub, mister John Beard, divenne il presidente del nuovo club, che prese il nome di Tooting & Mitcham FC. Il suffisso United verrà aggiunto solo qualche stagione dopo. La prima divisa del club consisteva in una maglia interamente bianca, e solo negli anni ’50 comparirà la tenuta a strisce bianco-nere che ancora oggi caratterizza il club. Le partite venivano giocate all’impianto di Sandy Lane, che fino al 2002 sarà la casa della squadra.

La storia del Tooting & Mitcham è fatta, in ben dieci occasioni, dal raggiungimento del primo turno di FA Cup. Nel 1959, giunti al terzo turno, i Terrors vennero sorteggiati contro il Forest: a Sandy Lane si portarono addirittura sul 2-0, prima di venire raggiunti sul 2-2 e poi sconfitti, a Nottingham nel replay, davanti a più di 40.000 spettatori. Nel periodo che va dagli anni ’40 a fine anni ’50 vennero messe in bacheca tre London Senior Cup, cinque Surrey Senior Cup (alle quali nel corso degli anni se ne aggiungeranno altre quattro), due titoli di Athenian League e due di Isthmian League. Furono indubbiamente gli anni d’oro dei Terrors.

Nel 1961 un local boy, di ruolo portiere, fece l’esordio per il club: Alex Stepney, che passerà poi al Millwall fino ad arrivare a vestire le maglie di Chelsea e Manchester United, oltre a quella della Nazionale inglese, e ad alzare una Coppa dei Campioni. Anche Dario Gradi, mitologico manager del Crewe Alexandra, giocò per un breve periodo nel Tooting & Mitcham. La metà degli anni ’70 segnò un nuovo periodo d’oro del club che, oltre alle coppe locali (tre Surrey Senior Cup) stabilì i propri record di avanzamento in due trofei: FA Cup e FA Trophy. Nella Coppa per eccellenza, i Terrors giunsero al quarto turno, dopo aver eliminato Romford, Leatherhead e Swindon Town (al replay), per poi perdere contro il Bradford City a Valley Parade. In FA Trophy la corsa si arrestò invece ai quarti di finale.

La collocazione del club

La collocazione del club

Ultimamente i Terrors sono tornati a far parlare di loro, con la vittoria dell’Isthmian Division Two nel 2000/01 e con la promozione in Isthmian Premier nel 2008 (sconfitto il Cray Wanderers nella decisiva partita), a cui vanno aggiunte una Surrey Senior e due London Senior consecutive, nel 2006/07 e 2007/08. Dal 2002 la squadra gioca a Imperial Fields Stadium (KNK Stadium), dopo l’abbandono di Sandy Lane a causa delle carenti condizioni della struttura e i pericoli d’incendio per un impianto totalmente in legno.

Trofei

  • Athenian League: 1949–50, 1954–55
  • Isthmian League: 1957–58, 1959–60
  • Surrey Senior Cup: 1937–38, 1943–44, 1944–45, 1952–53, 1959–60, 1975–76, 1976–77, 1977–78, 2006–07
  • London Senior Cup: 1942–43, 1958–59, 1959–60, 2006–07, 2007–08

Sito ufficiale