Un Groundhopper a Londra – In giro per stadi con London Football

Con immenso piacere ospitiamo sulle nostre pagine Gianni Galleri, di London Football (QUI la pagina Facebook, QUI il sito), che condivide con noi la passione per il calcio inglese e, in questo caso specifico, la sua esperienza da groundhopper londinese. Sperando di collaborare nuovamente in futuro, buona lettura! Chiudete gli occhi e immaginate il Tube, gli autobus a due piani, e tutto ciò che è Londra….

Un Groundhopper a Londra – In giro per stadi con London Football

«E poi voglio assolutamente vedere alcuni stadi di non League». «Che sarebbe, la nostra Eccellenza?» «Beh, più o meno Promozione e Prima Categoria, anche se la piramide della FA è diversa dalla nostra». Lo sguardo dell’amico di turno traboccherà di un misto di compatimento e ironia. E’ il duro mestiere del groundhopper. Noi lo sappiamo, sono loro che non ci capiscono.

Comincia così il mio viaggio a Londra dell’agosto 2013. Fra la perplessità degli amici e una ragazza che mi aspetta a Londra e che, indaffarata com’è, mi lascerà un sacco di ore per girarmi le periferie più sperdute in cerca di ground da ammirare e da fotografare. Un viaggio che mi porterà a visitare 13 stadi per un totale di 16 squadre, dalla Premier, fino alla Isthmian Division One. Ma andiamo con ordine.

Il sud e l’ovest

Afc Wimbledon, Kingstonian, Tooting & Mitcham United, Corinthian Casuals, Crystal Palace e Dulwich Hamlet

Da quando ho aperto il sito e la pagina facebook di London Football ho avuto il piacere di conoscere moltissima gente interessante. Uno di questi è Gary, responsabile della comunicazione dei Corinthian Casuals, gloriosa squadra dal pedigree e dalle imprese degne di un Real Madrid o di un Benfica.

Insomma, Gary mi invita a vedere i Pink & Chocolate. La partita è in trasferta, per la precisione a Mitcham, nella casa del Tooting & Mitcham United. L’incontro inizia alle due e io mi prendo tutto il tempo necessario per fare qualche giretto. Prendo il treno alla stazione di Brentford e da lì mi dirigo a Clapam Junction. Coincidenza verso Sud e scendo a Norbiton. I più esperti hanno già capito. Sto per andare al Prato del Re. L’ormai famoso Kingsmeadow, casa dell’AFC Wimbledon.

Arrivo nella bella zona e decido di farmi a piedi il pezzo che mi divide dallo stadio. Percorro una grande arteria piuttosto trafficata, quando all’improvviso me lo ritrovo sulla destra.

Già l’entrata è uno spettacolo con la cancellata ad annunciare l’impianto. Mi dirigo verso la Club House per chiedere se qualcuno mi fa visitare lo stadio. Davanti a una pinta di sidro provo a fare due chiacchiere, ma più che tifosi, sembrano normali bariste impegnate a pulire. Cerco qualcun altro, ma con il mio inglese traballante riesco solo a farmi trattare male da una signora bionda.

Sto quasi per rinunciare quando mi viene un’idea. Andiamo da quelli del Kingstonian che con i Dons dividono l’impianto (prima erano i proprietari, adesso sono affittuari – NdR l’impianto è passato dal Kingstonian alla famiglia Khoslas, per poi passare ai Dons che, peraltro, lo affittano al Kingstonian per una cifra inferiore di quella pagata ai Khoslas).

Sorpresa delle sorprese, trovo un signore e un ragazzo gentilissimi che senza problemi mi guidano dentro per fare due foto. Prima andiamo sul terreno di gioco e poi, con mio sommo piacere, negli spogliatoi. Mi invitano a rimanere per l’incontro pomeridiano, ma non c’è tempo. Ringrazio i miei amici e me ne vado verso Mitcham. Gary mi aspetta là, e ha con sé il mio pass della Isthmian League. Per una volta sono un ospite di riguardo.

Il KNK Stadium, casa dei Terrors, è una struttura ben al di sopra delle aspettive. Dalle nostre parti potrebbe fare tranquillamente una serie C1. Un’enorme tribuna coperta e 3 terraces circondano il campo. La partita è poco favorevole all’amico Gary, i bianco-neri asfaltano gli ospiti con un netto 5-1. La mia prima partita di non League si conclude con un’altra birra nella club house dove il numero 10 locale viene premiato come migliore in campo. Fra gli applausi delle due tifoserie.

Ma il nostro giro a sud non è ancora finito. Il giorno seguente, dopo una mattinata trascorsa al British Museum, convinco la mia ragazza – che spesso mi accompagna, appassionata di calcio com’è – ad andare a Selhurst Park, casa del Crystal Palace.

Anche stavolta dobbiamo prendere il treno. La fermata ha lo stesso nome dello stadio, Selhurst. Prendiamo una stradina stretta, una via residenziale fino alla fine, ed eccoci a poche centinaia di metri dallo stadio. La prima impressione è che sembra molto più grande di come ce lo aspettavamo. La tribuna spicca altissima tra le case. Gli giriamo intorno, arriviamo allo shop. Vorrei comprarmi la seconda maglia, ma hanno solo la prima che sembra la brutta copia di quella del Barcellona.

Alla reception chiediamo di visitare l’interno dello stadio e un vigilantes ci accompagna dentro. C’è un forte odore di erba tagliata che dà quasi fastidio, ma appena voltato l’angolo ci troviamo dentro, sommersi da un’enorme quantità di rosso e blu. Il nostro accompagnatore è sinceramente stupito che degli italiani vogliano visitare questo stadio, ci dà qualche informazione di servizio e poi ci accompagna fino alle panchine, dove con mio grande piacere mi siedo e scatto diverse foto. C’è una rete che ci divide dal campo. Il vigilantes ci chiede di fare attenzione, perché è elettrificata: sembra che le volpi di notte entrino in campo e danneggino il manto.

Uscendo dallo stadio mi divido dalla mia ragazza. Lei tornerà in zona Brentford con il treno, io farò il giro con la metro. Lei lo sa, ma fa finta di niente. Sa che mi fermerò da qualche altra parte, ma se ne torna volentieri a casa.

Arrivando a Selhurst station, siamo passati di fronte a Dulwich East. Il passo è breve. Ci vuole una visita allo stadio degli Hamlet. Il campo è veramente a pochi passi dalla fermata e da lontano spicca il suo famoso “frontone” con le iniziali DHFC. C’è da rendere omaggio alla squadra di EFS. E’ tutto aperto e io mi faccio una passeggiata in solitaria. Visito campo e club house (vuota). Faccio una serie di foto e mi incammino verso la stazione. Sono le 18.35, se mi sbrigo posso attraversare tutta Londra e andare a vedere il nuovo stadio del Barnet, dall’altro capo della Jubilee. Ma ne parleremo un’altra volta.

Champion Hill

Nord-Ovest

Barnet, Wealdstone, Harrow, Hendon, North Greenford United e Wembley Fc.

Da Dulwich ad Canons Park ci vuole un’oretta di metro. Fortunatamente con me ho un gran bel libro: British Corner di Simone Galeotti. Una piccola perla che parla di storie di calcio britannico, scritte veramente bene. Mi ritrovo quasi a piangere mentre leggo del Manchester United e del disastro di Monaco e a emozionarmi per le due squadre di Dundee. Arrivo alla fermata dello stadio del Barnet che il sole sta tramontando. Già di per sé è un quadro romantico.

Ma non rende abbastanza l’idea. C’è bisogno di sforzare un attimo l’immaginazione e creare un ambiente idilliaco dove un campo sportivo corre dietro all’altro, in una distesa verde di prati, all’inglese. La luce arancione dà un senso di calore e rilassatezza. Mi tolgo le scarpe e passeggio sull’erba andando incontro all’alveare.

The Hive è il più nuovo degli stadi delle squadre professionistiche di Londra (anche se Barnet è uscito dalla Football League, rimane ancora professionista). La sua adozione ha portato più di qualche polemica, ma il colpo d’occhio e la location ripagano lo stanco tifoso che arriva a vedere la partita. Entro nello shop e cerco una maglia, anche dell’anno prima. Ma oltre a non essere bellissime, hanno prezzi un po’ altini. Mi accontento di una spilla. La vera sorpresa è la club house. Ha una finestra enorme che affaccia direttamente sul campo. Mi prendo una London Pride e mi rilasso al sole.

Purtroppo è già tempo di ripartire, mi aspettano per cena. Rifaccio la strada all’indietro quando, in uno dei campi che compongono il complesso del centro sportivo, mi becco Qpr-Barnet, giovanili femminili. Prima il piacere e poi il dovere. C’è sempre tempo per il calcio.

Mentre stavo alla stazione di Canons Park, lontano, sfocato dalla distanza l’ho visto: l’Arco. La storia del calcio era distante solo pochi chilometri. Wembley mi chiamava. Ovvio che il giorno dopo ho organizzato la mia mattinata per visitare lo stadio degli stadi. Partenza come al solito da Northfields: Piccadilly Line fino ad Acton Town e da lì cambio di ramo e, sempre la stessa linea, ma in direzione Uxbridge, fermata Ruislip, zona 6. L’obiettivo è lo stadio del Wealdstone, omaggio all’amico Marco Parmigiani. Devo dire però che ultimamente le Stones sono anche entrate nel mio cuore, soprattutto grazie all’acquisto di uno dei miei giocatori preferiti: Glen Little, il Pirlo della Conference.

La zona è meravigliosa. Calma. Ricca. Verde. La passeggiata verso l’impianto è un piacere. Arrivo al Grosvenor Vale in un caldo e assolato mattino. Non c’è nessuno con l’esclusione di una persona che si allena al tiro con l’arco. Scatto qualche foto, faccio il giro e arrivo dall’altra parte del campo. Mi prometto di venire a vedere una partita.

Mentre cammino cerco un pub, ma la zona è assolutamente residenziale e non c’è niente. Mi convinco, sono nell’estrema periferia ovest, non mi ricapiterà: devo fare il giro completo. Prossima tappa Earlsmead Stadium, casa dell’Harrow Borough e, per quest’anno, dell’Hendon. Paradossalmente la zona sembra ancora più ricca e immacolata. Anche questo stadio purtroppo è vuoto, ma a differenza di quello delle Stones, isolato e pacifico, questo sorge fra le villette e non si vede praticamente niente. C’è un signore che pulisce gli spogliatoi, ma forse parla meno inglese di me e dopo un paio di tentativi ci rinuncio e riprendo a camminare. Non troppo lontano gioca il North Greenford United.

Quello che mi trovo davanti quando giro l’angolo dell’ultima via abitata è un immenso parco che corre in salita, con un prato che dopo qualche centinaio di metri diventa bosco. Il campo è pieno di gente che corre e più in là c’è un’insegna, accanto a un baracchino di legno. E’ una società sportiva gaelica, o qualcosa del genere. Cinquanta metri più in là, in mezzo a due ali di alberi, c’è un cancello e sopra un cartello. Siamo arrivati.

Stavolta è tutto aperto; mi siedo sulla stand dietro la porta e scatto qualche foto. Inutile dirlo il manto è meraviglioso e anche la club house sembra carina. Purtroppo non c’è nessuno e devo accontentarmi, rimanendo con la sete.

Prima di andare a Wembley vero e proprio, proprio perché mi trovo a passarci davanti, visito anche lo stadio del Wembley FC. Devo premettere che è una squadra che mi sta molto antipatica, una trovata pubblicitaria (hanno preso vecchi giocatori e hanno uno sponsor importante – ma vale solo per la FA Cup, ndr) e in più un amico mi aveva messo in guardia. Insomma riesco a malapena a fare due foto da fuori e scappo verso il più famoso Wembley Stadium.

Non mi dilungherò troppo sullo stadio degli stadi. In molti ne hanno parlato prima e meglio di come potrei fare, però vi garantisco che l’emozione di scendere dalla metro, percorrere quella scalinata e trovarsi di fronte quell’arco è una cosa per cui vale la pena andare a Londra. Fidatevi.

Est e Sud-Est

Dagenham and Redbridge, Charlton Athletic, Welling United e Erith and Belvedere.

Se a Londra dici Est, nel calcio, la gente capisce solo West Ham. I più appassionati possono anche immaginarsi Leyton Orient, ma nessuno – o solo un groundhopper – penserà al Dagenham and Redbridge. Dopo una colazione con una vecchia amica che non vedevo da anni, parto da Liverpool Street, verso Hornchurch, fermata Dagenham East. Appena scendo prendo a sinistra, oltrepasso la caserma della polizia e cammino sulla via principale finché non trovo il cartello che mi indica Victoria Road.

Il primo impatto è molto buono. Lo stadio ha un bell’ingresso, c’è un bel parcheggio con lo shop in mezzo. Tuttavia una volta entrato nella club house mi ritrovo di fronte due signore piuttosto cafone che a malapena alzano la testa dai loro affari. Mi servono una pinta di sidro, ma di visitare lo stadio o di aprirmi lo shop non se ne parla nemmeno.

Dopo la fallimentare prima esperienza a est, provo a rifarmi con una bella passeggiata nel Sud Est. Siamo ormai all’ultimo giorno. Fra ventiquattro ore dovrò essere a Stansted per tornarmene in Italia; il corpo, ma soprattutto la mente mostrano i primi segni di stanchezza. La scusa è una gita a Greenwich con ragazza annessa: galeone, università, osservatorio. La realtà si chiama The Valley. La casa del Charlton Athletic.

Si arriva con un autobus, un cheeseburger a un fast food a 100 metri dallo stadio e via. Prima tappa allo shop. L’ho puntata da due mesi: la away di quest’anno dev’essere mia. Investo 42,50 pound in una meravigliosa casacca da trasferta, e faccio conto tondo con 2,50 sterline per la spilletta. Purtroppo lo stadio è chiuso e non c’è nessuno che può farci entrare. Ma ci fermiamo di fronte alla statua di Sam Bartram e scattiamo qualche foto da lì. L’impressione, anche dall’esterno, è ottima e si respira un’aria di quartiere popolare che emoziona e infiamma.

L’ultimo stadio del nostro lungo viaggio ci serve per chiudere il cerchio (in attesa del Vicarage Road, troppo lontano per ora) degli stadi dalla Premier alla Conference. L’obiettivo è Park View Road. Da Charlton non è lontano, ma neanche così vicino come sembra sulla cartina. Ci mettiamo mezz’ora di autobus, e quando arriviamo la struttura non è che ci esalti particolarmente. Intanto è chiusa la club house e lo shop neanche si vede; e la parte dell’Erith & Belvedere, che con le Wings (il Welling United) divide la struttura, non è proprio accessibile. Almeno possiamo avvicinarci al terreno di gioco e scattare qualche foto, ma niente di più.

Il rientro a casa serve solo per fermarsi da Lilywhites e spendere le ultime sterle per prendere quella maglia dei Rangers in offerta che mi guarda da quando sono arrivato a Londra.

Gianni Galleri

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Biglietti…

Capita spesso che, osservando i termini della ricerca, notiamo che alcuni di voi cercano informazioni sui biglietti per le partite. Per quanto questo blog sia dedicato principalmente alla storia del calcio inglese, agli stadi, all’atmosfera etc, ad aspetti dunque non concernenti, salvo casi eccezionali, l’attualità (per la quale, senza alcun tipo di problema, consigliamo altri blog “amici”), abbiamo un po’ di esperienza di partite viste dal vivo per cui, per qualsiasi domanda/richiesta/informazione non esitate a contattarci, qui sul blog, su Facebook, su Twitter. Siamo a vostra disposizione con enorme piacere.

L’importante è, negli stadi inglesi, rispettare le regole (rispettare le regole! Per chi è abituato al nostro Paese sembra strano..). Per cui se volete tifare Manchester United a White Hart Lane o a Carrow Road o ad Anfield o dove volete NON andate nei settori di casa, che infatti sono “Home supporters only“. E’ bene saperlo prima per evitare che succeda come ai tifosi del Napoli a Stamford Bridge che, esultando al goal della loro squadra al di fuori del settore ospiti, si sono visti gentilmente accompagnati all’uscita dagli steward. Semplici regole ma da rispettare (lo stesso vale per i pub intorno allo stadio: mai entrare con la sciarpa della squadra avversaria!). Che poi sembra scontato e banale dirlo, ma a noi in prima persona è capitato di assistere a italiani che sono andati a Old Trafford….con la sciarpa del Manchester City (!!!) per cui non ci stupiamo più di nulla.

P.S. e stasera, Inghilterra-Italia…

Come nasce un amore, cronaca di una passione in Blue

Come nasce un amore? Come si diventa schiavi di una passione tanto grande quanto difficilmente comprensibile da chi non la vive?

Difficile da dire, difficile da capire, quasi impossibile da spiegare.

Eppure tutti noi viviamo di passioni, più o meno razionali. Di certo, nella categoria delle meno razionali, rientrano le passioni legate al calcio. E ancora meno razionale, se possibile, è la passione che ci lega ad alcune squadre di altri paesi, squadre magari viste solo in televisione, di cui ci si innamora apparentemente (per gli altri) senza alcun motivo. Ma sappiamo tutti che i motivi ci sono, sono reali, sono profondi e importanti, anche se agli occhi di qualcuno possiamo sembrare strani, o addirittura pazzi.

E quello che vi voglio raccontare oggi è una passione sconfinata per un Paese, un campionato, una città ed una squadra. Il Paese, come credo abbiate capito, è l’Inghilterra, il campionato è la Premier League, la città è Londra e la squadra, a differenza di chi di solito scrive di qui, non è il Tottenham, bensì il Chelsea. Vi voglio raccontare di questa passione perché forse spingerà alcuni tifosi, come è successo a me nell’ultimo periodo, a guardare con occhi diversi il campionato italiano, le polemiche arbitrali, i veleni. Spero che aiuterà qualcuno ad allontanarsi da tutto ciò che non fa bene al movimento calcio e a vedere quanto può essere bello uno sport sano, giocato senza esasperare rivalità inutilmente, con stadi sempre pieni e con una cornice di pubblico fantastica.

Voglio parlarvi di un amore con una città nato presto, molto presto. La mia prima visita a Londra, complice un nonno con una casa lì, è stata quando avevo appena pochi mesi. Da allora ce ne sono state tante, almeno a l’anno, e ad oggi si potrebbero quantificare in una trentina più o meno. Andando avanti in me cresceva la passione per la Lazio, e per il suo stile un po’ inglese. Anche questo era retaggio del nonno, che mi portava allo stadio fin da quando era piccolo. E proprio dal nonno viene l’amore per quella squadra di Londra. Tutti lo sappiamo, la città e grande, e ci sono più squadre di quante se ne possano ricordare. Ma la sua scelta, e quindi di seguito la mia, è caduta sui blues, una squadra che per tanti anni è stata avara di successi in patria, che per tanti anni sembrava l’eterna incompiuta, che era finita addirittura in seconda divisione. La squadra piano piano cominciò a risalire la china, cominciò ad avere tra le sue fila diversi campioni, anche italiani, come Zola, Vialli di Matteo, ricominciò a divertire, vincendo anche FA cup, Coppa di Lega e Coppa delle Coppe. In quel periodo, sei o sette anni prima dell’avvento del ricchissimo Roman Abramovič, anche io, come mio nonno cominciai ad avvicinarmi a questo club ricco di storia.

Che dire, i Blues sono unici, quando giocano te ne accorgi in città, vedi ovunque una sciarpa blu, una maglia di Drogba, ogni tanto qualcuno con una bellissima maglietta della Umbro con “ZOLA” sulle spalle. Dietro ogni angolo potresti sentire cantare “Blue is the colour”. Dovunque tu sia ti puoi sentire parte integrante di un tifo “sano”, “vero” e “verace”. Se anche non sei tifoso, se non stai andando allo stadio, basta finire in mezzo a quei capannelli di tifosi, anche per caso, per provare quelle emozioni che sono proprie del tifare la squadra del cuore, dello stare allo stadio e del vivere la propria passione, quando in realtà a volte non sei neanche vicino ad un impianto e magari non sai neanche che ci sia una partita.

E se vi racconto tutto questo è perché io lo vivo quotidianamente. Sia quando sono a Londra che quando sono a Roma, se gioca il Chelsea è come se giocasse la mia Lazio. Non sono mai riuscito, a differenza di mio nonno, ad andare a vedere i Blues allo stadio. Di sicuro è sul taccuino delle cose da fare, voglio finalmente trovarmi di fronte ad un modo diverso di vivere lo stadio, voglio trovarmi a 2 metri dal campo senza controlli assurdi e perquisizioni inutili, voglio respirare le atmosfere di un calcio diverso dal solito calcio avvelenato nostrano. E se ognuno dei nostri tifosi potesse andare a vedere una sola partita, se ognuno potesse vedere i tifosi entrare ed uscire ordinatamente, le due tifoserie (quasi) sempre rispettose, a volte anche i tifosi delle due squadre che bevono birra nello stesso pub pacificamente, forse riusciremmo ad arrivare ad un calcio migliore, ad un tifo migliore, senza l’uso della violenza che ha caratterizzato il cambiamento culturale anglosassone.

Around the football grounds – A trip to Wigan

La seconda tappa del nostro viaggio alla scoperta degli stadi inglesi, in particolare di quelli della Premier League per ora, ci porta nella cittadina di Wigan, all’interno della zona conosciuta come “Greater Manchester”, dove risiedono 81.203 anime. Ci troviamo ancora nel nord-ovest inglese e qui si trova il DW Stadium, sede delle partite interne della squadra locale, il Wigan Athletic.

LA STORIA

Il DW Stadium è uno degli impianti giovani della Premier league, creato totalmente da zero nel 1999 e conviene, prima di andare alla sua scoperta, fare un passo indietro e scovare quale fosse il vecchio stadio di questa giovane società (per gli standard inglesi, l’anno di fondazione del Wigan è il 1932). Troviamo quindi che la vecchia casa dei Latics (questo il soprannome del Wigan) era Springfield Park, stadio ultracentenario costruito nel 1897 e demolito nel 1999 per far posto, come purtroppo è consuetudine (come avremo modo di vedere assieme in uno degli ultimi viaggi che faremo in Premier League), ad un complesso residenziale. Springfield Park non fu costruito per il calcio: era infatti un impianto polifunzionale ed all’epoca, a Wigan, il calcio sostanzialmente non esisteva. Furono infatti corse ciclistiche, ippica ed atletica le attività principali nei primi anni dell’esistenza dell’impianto, come potete facilmente desumere anche dalla mappa del 1900 qui riportata.

Mappa della struttura originale di Springfield Park

Per quanto riguarda il nostro amato sport, la prima squadra ad utilizzare l’impianto fu il Wigan County Football Club in un match ufficiale contro il Burton Swifts. Non essendo il calcio una tradizione in quest’area della Greater Manchester, i club di calcio ebbero vita breve e nel giro di una decina d’anni furono ben 3 le squadre di Wigan nate e successivamente defunte o emigrate in altri impianti cittadini (come il Robin Park), con il risultato che lo stadio fu utilizzato per molte altre attività e il football ritornò protagonista solamente dopo la prima grande guerra. E qui iniziò il primo vero e proprio sviluppo dell’impianto in senso calcistico: furono rifatte le tribune, con la costruzione della Main Stand e della Popular Side Stand; fu eretta una gradinata dietro una delle porte, la Shevington End Stand e furono rifatti gli spogliatoi. Sul finire degli anni 20 vennero raggiunti i 30.443 spettatori in una gara di FA Cup contro lo Sheffield Wedsneday, un’attendance raddoppiata rispetto allo standard della Football League (record 15.500 spettatori): erano i gloriosi anni del Wigan Borough, il primo vero club calcistico della città. Con il fallimento del Borough nei primi anni 30, nel 1932 nacque finalmente il Wigan Athletic, la squadra che attualmente milita in Premier League. Springfield Park fu da subito la casa della squadra e piano piano vennero fatti diversi miglioramenti per migliorare l’impianto: curioso però è ciò che avvenne nel febbraio 1936, durante Wigan-Altrincham: arbitraggio non favorevole alla squadra di casa, pubblico che invade il campo a caccia dell’arbitro e i 22 in campo lo circondano e lo difendono dal pubblico. Il match poi terminerà regolarmente. Negli anni post seconda guerra mondiale molteplici furono i progetti di rinnovamento che non videro mai la luce, salvo il rifacimento completo della Main Stand nel corso della stagione 1952-53 a causa di un incendio che la rase completamente al suolo. Ovviamente lo stadio è ben lontano dagli standard di altri impianti dell’epoca, come potete ben vedere dalle foto sottostanti: l’aspetto è proprio quello di un campo di periferia, come effettivamente era in realtà dato che il Wigan non era altro che una squadra di dilettanti.

Con il passare degli anni furono aggiunti l’impianto di illuminazione nel 1966 e fu nuovamente aumentata la capienza (a 45 mila spettatori) con l’avvento della Northern Premier League; fu inoltre tentato di abolire, negli anni 70 e senza successo, una clausola risalente all’anno di fondazione del Wigan Athletic, fondamentale per la concessione dell’impianto al team: quella di non usare mai l’impianto per le corse dei levrieri inglesi. Il football “professionistico” approda a Wigan nel 1978, con la promozione della squadra in quarta serie, e per l’occasione l’impianto venne sottoposto a diversi lifting, tra i quali, rilevante fu la creazione di un vero e proprio settore ospiti all’italiana, fino ad allora inesistente (e non necessario): un obbrobrio che resisterà fino alla demolizione dello stadio. Negli anni 80, con l’arrivo dei decreti sicurezza, la capienza fu drasticamente ridotta (a circa 11 mila posti) e iniziano a circolare i primi progetti per un nuovo impianto: fu Bill Kenyon, l’allora proprietario, a provarci per due volte, entrambe senza successo prima di vendere il club a metà anni 90, con la città completamente disamorata del calcio (fu registrata un’affluenza di circa 1200 persone in una gara, minimo storico). Nel mentre anche il Rugby iniziò a giocare a Springfield Park. Il 1994 segnò una svolta importante per Wigan: al timone arriva infatti Dave Whelan e iniziano a maturare i progetti di grandezza. Springfield Park viene ammodernato e in città viene aperto il primo store dei Latics, il Wigan inizia la scalata alle alte sfere del calcio inglese e soprattutto i piani per un nuovo impianto si trasformano in realtà nel 1998, quando il terreno di Springfield Park viene venduto: nel maggio 1999 viene disputata l’ultima partita di calcio, Wigan-Manchester City, playoff di League 2, che terminò 1-1 con le reti di Barlow (dopo 19 secondi) per il Wigan e Dickov per il City (sì, è proprio il City che attualmente domina la Premier League). E nonostante l’apparente non interesse della città per il calcio, il giorno dell’ultima partita si scatenò la caccia al ricordo che porto alla semi-distruzione dell’impianto per via dei vari pezzi e cimeli che venivano portati via. Tra giugno e luglio 1999 lo stadio venne demolito mentre il JJB stadium è pronto a fare il suo esordio.

L’ultima a Springfield Park

L’idea concreta del JJB Stadium era nata nel 1997 e i lavori iniziarono immediatamente dopo l’approvazione del progetto, con la partita inaugurale che venne giocata il 4 agosto del 1999, un’amichevole tra il Wigan e i vicini del Manchester United, reduci dallo storico treble (e il taglio ufficiale del nastro fu fatto da Sir Alex Ferguson); pochi giorni dopo ci fu la prima partita ufficiale, Wigan – Scunthorpe United di division 2, che terminò con la vittoria dei Latics per 3-0. L’impianto è multifunzionale, la sua costruzione infatti avvenne in partnership con la squadra di rugby dell’Orrell R.U.F.C. e successivamente anche i Wigan Warriors iniziarono a giocare le partite casalinghe in questo stadio. Il nome dello stadio fu uno dei primi ad essere associato ad una sorta di sponsor o attività commerciale: JJB infatti è la catena di negozi di articoli sportivi della quale Dave Whelan, il presidente, era proprietario; da 2 anni a questa parte il nome è cambiato e si è trasformato in DW Stadium, dove la sigla DW ricorda la nuova attività commerciale intrapresa da Whelan, che dopo aver venduto la JJB si è buttato a capofitto nel fitness utilizzando le sue iniziali come marchio della compagnia. Non certo il nome ideale per uno stadio. Essendo recentissimo, non ci sono stati cambiamenti nella struttura.

L’IMPIANTO ATTUALE

Ideatore della struttura è l’architetto Alfred McAlpine, autore, in ambito sportivo, del Galpharm Stadium di Huddersfield (club in League One). Con questo impianto McAlpine sembra provare a migliorare il design dello stadio progettato alcuni anni orsono e vi riesce ottenendo un risultato migliore dal punto di vista calcistico, ma anche estetico secondo la mia modesta (e ignorante in architettura) opinione. Attualmente i posti a sedere sono 25.133, tutti a sedere e tutti coperti; 4, come nella più classica delle strutture, sono le stand denominate, con scarsissima fantasia, con i 4 punti cardinali, anche se la West e la East Stand sono meglio conosciute rispettivamente come Springfield Stand e Boston Stand.Tutte hanno un’altezza quasi uguale, i 4 angoli sono aperti, i posti coperti con un tetto in acciaio e la struttura alla base è prefabbricata.

Splendida visuale dall’alto del DW Stadium

SPRINGFIELD STAND

Si tratta della stand principale dello stadio, quella con l’ingresso ufficiale allo stadio e dove si trovano i migliori servizi come le executive lounges e i ristoranti. Vi sono anche gli spogliatoi nella pancia della tribuna, tutte le strutture necessarie ai media per i post-partita e, dal 2009, il club shop ufficiale che affianca quello presente in città. A dire il vero, comunque,  i servizi sono inferiori a quelli di altri impianti ben più datati: non è certamente stato concepita come una tribuna da Premier League. Il tetto è sormonato da una sorta di piccola arcata sostenuta da pali di acciaio a creare un discreto effetto scenico; la capienza è di circa 6100 posti a sedere e, come in tutto lo stadio, i seggiolini sono un’alternanza di rosso e blu: rosso che è il colore dei Wigan Warriors, blu quello del Wigan Athletic (per entrambe l’altro colore del team è il bianco). Ovviamente il nome ricorda lo storico Springfield Park.

L’ingresso della Springfield Stand

NORTH STAND

5418 i posti a sedere della tribuna posta dietro la porta rivolta a nord, con la struttura che ricalca pari pari quella della Springfield Stand, ma senza l’arco sul tetto ad abbellire il tutto. Con i seggiolini, prima del 2009, veniva composta la scritta JJB in bianco mentre adesso, dopo il cambio di denominazione, la scritta che si forma è, ovviamente, DW. In questo settore vengono messi i tifosi ospiti, anche se in partite di scarso richiamo (il che succedeva quando il Wigan non era ancora in Premier) può darsi che il settore resti chiuso e gli spettatori ospiti messi da qualche altra parte dello stadio. Leggendo in rete, ci sono alcune testimonianze di come i settori inferiori della stand siano nettamente meglio a quelli superiori per quanto riguarda la visibilità. Qui inoltre si trova la sala conferenze e ricevimenti della struttura, che funge anche da luogo dove si possono celebrare persino i matrimoni.

Una bella visuale del settore

 BOSTON STAND

Originariamente conosciuta come la East Stand, questa tribuna porta dal 2009 il nome di Billy Boston, storico giocatore del Wigan Rugby a cavallo tra gli anni 50 e 60. La scelta della East Stand da dedicare a lui nasce dal fatto che qui, durante le partite di rugby, prendono posto i fan più fedeli dei Wigan Warriors. Si tratta della parte più capiente dell’impianto, con ben 8238 posti a sedere, e nella parte più alta troviamo anche l’immancabile tabellone elettronico che aggiorna sui risultati dagli altri campi. Con i seggiolini, come potete vedere nell’immagine sottostante, viene composto il nome della città; come la Springfield Stand, inoltre, il tutto è sormontato da un arco d’acciaio.

La Boston Stand

 SOUTH STAND

L’ultima stand è quella dove prendono posto i tifosi più accaniti del Wigan, con una struttura del tutto speculare a quella della North Stand con la differenza che qui, al posto della sala ricevimenti, abbiamo una palestra a far da contorno. 5412 i posti a sedere ed anche qui abbiamo la scritta DW che si legge a stadio vuoto dagli altri settori.

La South Stand

L’ATMOSFERA

L’atmosfera non è certamente il punto forte di questo stadio, bello a vedersi da fuori, ma descritto da più parti come insignificante e povero di atmosfera una volta entrati. Merito di una città che paga la vicinanza a grandi centri (soprattutto Manchester) e di una squadra che per quanto sia amata, non è mai entrata nel cuore della città. Da tenere in considerazione inoltre anche la grande tradizione rugbystica di Wigan, senza ombra di dubbio lo sport principale in città. Dall’ingresso in Premier comunque le presenze allo stadio sono aumentate decisamente, anche se questo è sempre lo stadio più vuoto della massima serie calcistica inglese, con 16.812 spettatori di media nell’ultima stagione. Davvero scarso il supporto vocale del proprio pubblico alla squadra, spesso e volentieri si sentono solamente i tifosi ospiti ed anche i commenti dei tifosi neutrali rendono bene l’idea di quanto la tradizione calcistica non abiti a Wigan. I fans comunque vengono visti come leali, amichevoli e appassionati competenti e qualche volta sanno pure cantare.

La rivalità più storica della squadra e dei tifosi è quella con il Chorley FC, club dilettantistico del Lancashire che ha giocato almeno 6 volte a stagione contro i Latics fino al 1978, anno di ingresso del Wigan nella Football League. Da allora la rivalità maggiore, sul campo e sugli spalti, è quella con il Bolton e match sempre interessanti dal punto di vista del clima vengono disputati contro il Preston North End e l’Oldham Athletic. Come accennato già in precedenza, una grossa rivalità in città c’è con il rugby e con le grandi squadre dei dintorni che sostanzialmente rubano spettatori ai Latics

CURIOSITA’ E NUMERI

Il terreno di gioco è considerato tra i migliori del paese, dotato di un avanzato sistema di irrigazione e riscaldamento sotterraneo per evitare disagi durante l’inverno (sottotitolo personale: impara Italia, impara) e costituito per il 98% da erba naturale e per il 2% da sostanze sintetiche che aiutano a conferire stabilità al terreno di gioco.

Oltre alle partite dei Warriors, a livello rugbystico qui si sono giocate sfide molto significative del Tri-Nations organizzato dalla Rugby League (Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda) nonchè alcune amichevoli comprendenti sempre le nazioni dell’emisfero australe opposte alla Gran Bretagna.

Capacità’: 25.133 posti a sedere

Misure del campo: 110 x 60 metri

Record attendance: 25.133 (2008  Premier League – Vs Manchester United)

Record attendance at Springfield Park: 27.526 (1956 – FA Cup)

FONTI
Football ground guide
Groundhopping
Wikipedia
Springfield Park memorial site
Wigan official site
DW Stadium official site