We only sing when we’re fishing! La storia del Grimsby Town

Grimsby_Town_logo

Grimsby Town Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Mariners
Stadio: Blundell Park, Cleethorpes
Capacità: 9.546

Pescherecci, gabbiani, magazzini, docks. L’odore del pesce appena pescato, l’odore del pesce lavorato, magari affumicato, specialità locale certificata dall’Unione Europea. E poi ancora gabbiani, che volano intorno ai pescherecci mentre questi rientrano in porto. Non ci sono molte alternative a Grimsby, da sempre. E d’altronde siamo nella capitale della pesca inglese, 70% della produzione nazionale, alla foce dell’Humber, il freddo Mare del Nord che si estende di fronte: cosa aspettarsi di diverso? C’è la Dock Tower, che garantiva l’energia idraulica per aprire i cancelli dei docks, appunto. Garantiva, perchè dal 1892 la torre rimane solo come simbolo, e si erge maestosa con i suoi mattoncini rossi sul porto, e la sua sagoma, in lontananza, dà un senso di sicurezza alla città. 87.000 abitanti che tra pesce e gabbiani hanno una passione a cui dedicarsi al Sabato: il Grimsby Town Football Club, l’orgoglio cittadino, nello stemma il peschereccio stilizzato e i pesci. Le radici non si rinnegano, mai. E perchè farlo poi? C’è solo da esserne fieri di quel retaggio marinesco. La casa è Blundell Park e Blundell Park, per la verità, non sorge a Grimsby, ma nella vicina Cleethorpes, motivo per cui gli avversari rivolgono ai Grimbarians, con ironia, la frase: “you play away every saturday“. Ma poco importa.

grimsby-docks-1040x387Qui motivi di cui essere orgogliosi ce ne sono, Cleethorpes o no. Innanzitutto, con buona pace di Lincoln City, Scunthorpe United etc, i mariners (questo il nickname della squadra, ma c’erano dubbi?) sono la squadra più vincente del Lincolnshire; da qui sono anche transitati grandi nomi, su tutti tal Bill Shankly di cui avrete sentito parlare; da qui un anno sono scesi due volte a Wembley, ritornando nel nord con due trofei in valigia; ma soprattutto sono l’unica squadra della contea ad aver disputato la massima serie del campionato inglese. Scusate se è poco. Tutto ciò ha un inizio, ovviamente. 1878, piena epoca vittoriana, il calcio si sta diffondendo a macchia d’olio e arriva anche sulla costa dell’Humberside. Vi arriva una sera di tarda estate del 1878, quando al Wellington Arms di Freeman Street un raduno di cittadini interessati a quel che diventerà the beautiful game da vita al Grimsby Pelham. A quel raduno vi partecipò anche una rappresentanza del Worsley Cricket Club, preoccupati per l’inverno alle porte che significava niente cricket, e il calcio sembrava essere un divertente diversivo. Perchè Pelham? Pelham era il nome della famiglia che spadroneggiava in zona in quanto a terreni e proprietà, anche noti, anzi soprattutto noti come Conti di Yarborough. Conti o non Conti, il nome non ebbe successo, e come dice la Fanzine dei tifosi (COD almighty, per chi fosse interessato) “realising that “We are Pelham” would be a very silly chant indeed, the club discards its original suffix and adopts the name Grimsby Town“. Era il 1879. Humour del nord-est, ma evidentemente il nome nobiliare non piaceva a una città di pescatori che si alzavano in piena notte e Dio solo sa quando – e se – tornavano a casa.

Clee Park, Cleethorpes. Il primo campo, situato tra la strada per Grimsby e il mare. Cleethorpes entrava da subito nel destino del club, semplicemente perchè disponeva di terreni usufruibili ai fini sportivi. Da Clee Park il Grimsby Town se ne andò nel 1889 quando il contratto d’affitto scadde, e passò una decina d’anni a Grimsby, ad Abbey Park, gli unici della sua storia, prima di tornare a Cleethorpes: Blundell Park stavolta, e non se ne andrà mai più. Poche miglie di distanza da Clee Park e soprattutto dal mare, anche perchè il Grimsby Town con uno stadio nell’entroterra non sarebbe degno di quel simbolo cucito al petto. Dal punto di vista sportivo si tentò l’ingresso in Football League, ripiegando poi sulla Football Alliance; quando questa venne inglobata da The League, il Grimsby si trovò ad essere un membro fondatore della Second Division. Era il 1892. Qualche anno prima il Preston North End, sì, quel Preston North End, era arrivato sulla costa a giocare una partita di FA Cup e a Clee Park, in quella che fu l’ultima partita per l’impianto, si presentarono in 8.000! Ben oltre le aspettative del club, che evidentemente era già entrato nel cuore della città. Il Grimsby nel giro di poco tempo si ritrovò anche in Division One, ad inizio ‘900: momento magico che non durò a lungo, e da lì a qualche anno dovette chiedere la ri-elezione in Football League perchè la stagione l’aveva chiusa dalla parte sbagliata della classifica di Division Two. Ri-elezione negata e fu Midland League. Oddio, niente drammi: i fishermen, come erano chiamati all’epoca – ed è un peccato non sia più quello il nickname – vinsero in carrozza il campionato e la Football League li riaccolse a braccia aperte. A Grimsby, come ad Hull, si giocava anche a Natale: erano gli unici col permesso ufficiale della Federazione, perchè la pesca non dava possibilità di riposarsi e il Boxing Day i pescherecci erano già al largo delle coste inglesi; col tempo il pesce si è cominciato a importarlo e i pescherecci sono rimasti ormeggiati in porto, e la tradizione è sparita. Altri tempi.GrimsbyUn po’ di altalena tra Division Two, One e occasionalmente Three (north), poi improvvisamente il quinto posto nella massima serie, il miglior risultato di sempre, nel 1935; e prima della sciagurata invasione tedesca della Polonia con tutto ciò che ne seguì, due-semifinali-due di FA Cup, 1936 contro l’Arsenal a Leeds Road e 1939, contro il Wolverhampton. In campo bomber Pat Glover, implacabile gallese che segnerà 180 reti con il club, sugli spalti nella semifinale del 1939 ad Old Trafford 76.962 spettatori, che resta tuttoggi un record per il Theater of Dreams. Come dicono da queste parti, “74 years later Manchester United are increasingly desperate to stick in a few extra seats and end their embarrassment”. Il Grimsby Town perderà entrambe quelle semifinali e il treno per la storia non ripasserà più. Anzi, la guerra terminò e due stagioni dopo i Mariners dissero addio alla First Division, in cui non faranno mai più ritorno. Finirono anche in Division Three e lì li prese in consegna William “Bill” Shankly, che spenderà sempre parole di entusiastico elogio per quella squadra nonostante l’obbiettivo promozione fallì sempre, anche di poco – tipo 3 punti dagli odiati cugini del Lincoln City: “pound for pound, and class for class, the best football team I have seen in England since the war. In the league they were in they played football nobody else could play. Everything was measured, planned and perfected and you could not wish to see more entertaining football”. Se ne andrà nel 1954 a Workington, per avvicinarsi alla sua Scozia e per lasciare una dirigenza che non sembrava disposta ad assecondarlo.

Ma da queste parti non c’è spazio per affezionarsi a personaggi di quella levatura. Qui si amano i John McDermott, terzino capitato quasi casualmente a Grimsby nel 1987 e rimastovi per venti stagioni consecutive, disputando qualcosa come 754 partite con la maglia bianconera indosso. SetteCinqueQuattro. Qui si impazzisce per le sfide contro Lincoln City e Scunthorpe, odiatissimi rivali al pari dell’Hull City, diversa contea ma stessa vocazione marinara, e non fatevi ingannare dalla recente ascesa dei Tigers perchè, qui, the Humberside team è e sempre sarà il Grimsby Town. Qui si adora Alan Buckley, lui sì il Manager con la maiuscola, altro che Shankly o Lawrie McMenemy, uno che se ne andrà da Grimsby in tempo per vincere una FA Cup a Southampton. Alan Buckley, colui che guidò due volte i mariners nel tempio di Wembley e ne tornò vincitore: era il 1997/98, quel Grimsby Town vinse Football League Trophy e finale dei playoff di Division Two. In 35.000 scesero a Londra, andata e ritorno e ancora andata e ritorno. La pesca poteva aspettare e aspetterà, c’era da celebrare il Grimbarians Pride, l’orgoglio di appartanere a questa città, quelli che da decenni vivono all’ombra della Dock Tower a guardare il mare, perchè anche se si pesca decisamente meno che un tempo una qualche eredità genetica deve essere rimasta visto che ancora oggi si scruta l’orizzonte in cerca di presagi, come se si dovesse partire il giorno seguente. Il più recente viaggio a Wembley, in FA Trophy, non è andato altrettanto bene, ma le sciarpe bianconere ancora quel giorno sventolavano fiere e festose, intonando il “we only sing when we’re fishing” che è coro di genialità pura. Per non parlare del pesce gonfiabile, Harry Haddock, vero must per ogni tifoso Grimsby che si rispetti.

43-wembley244-484147_478x359Già, bianconere. E con il simbolo, il peschereccio e i tre pesci; fino agli anni ’70 c’erano tre pescherecci, ma la sostanza non cambia, è ancora la comunità che si esprime tramite la squadra. Ma il bianco-nero non fu sempre il colore del club. Al principio fu il bianco-blu, righe sottili e orizzontali: i colori della famiglia Pelham. Via il nome, via i colori: si passa al chocolate & blue, e per il marrone si impazziva a quei tempi per motivi che sinceramente ci sfuggono: pare fossero i colori della locale abbazia. Tant’è che da lì a poco via anche il cioccolato e l’azzuro: maglia completamente rosa salmone, e qualche spiritosone si azzarderà a ipotizzare che fosse un omaggio alla locale industria del pesce affumicato. Pare che invece fosse un cambio dettato solo dalla ricerca della fortuna, e il salmone era un altro colore in voga all’epoca: da questo punto di vista, per fortuna i tempi sono cambiati. Prima che nel 1911 le attuali divise vedessero la luce, comparve anche il rosso che sarà destinato a rimanere come “terzo” colore (calzettoni e risvolti), solo che comparve su una maglia totalmente bianca. Come detto finalmente nel 1911 arrivò il bianco-nero e non abbandonò mai più i mariners.

E degli sponsor non ne parliamo? Direte voi giustamente, perchè parlare degli sponsor? Perchè ci dicono molto del club e della città, se ancora non si fosse capito. Il primo marchio a comparire sulle maglie bianconere fu la Findus, nel 1979. Sì, quella dei bastoncini, che in UK ha ovviamente sede a Grimsby e che oggi sponsorizza la tribuna principale di Blundell Park. Su questo mondo c’è chi ha il season-ticket per la Findus Stand. Il gruppo svedese è anche proprietario della Young’s, l’attuale sponsor, che naturalmente si occupa di pesce surgelato: 3.000 dipendenti, giusto per mettere in chiaro le cose, praticamente 1/3 della capacità di Blundell Park. Sede sociale? Dai, non scherziamo.

Da qui è transitato anche un italiano, Ivano Bonetti, passato in poco meno di una stagione da idolo dei tifosi a ritrovarsi con uno zigomo fratturato da un piatto tiratogli dal manager Brian Laws, che come potete intuire non fu felicissimo della prestazione dell’Ivano nostro in un Luton Town – Grimsby. Fece scalpore quel trasferimento, perchè qui non si è abituati a giocatori stranieri, figuriamoci se arrivavano dalla Serie A italiana e avevano collezionato presenze in Nazionale. Impensabile. Nel 2001 l’ultimo, grande sussulto di gloria. League Cup, Anfield. Grimsby in seconda divisione, Liverpool beh, il Liverpool, reduce da una stagione in cui vinse praticamente ogni coppa disputata. Partita ai supplementari, segna McAllister su rigore ma il Town la pareggia e l’away end, stracolma di tifosi giunti dall’Humberside, esplode al goal di Jevons. Esplode. Giornata Indimenticabile, che stona con l’attualità. Oggi infatti fa male vedere i mariners in non-league. Avevano già rischiato il crollo nel 2009 e lo evitarono al pelo, salvo poi salutare la Football League la stagione successiva e si ritrovarsi dopo un secolo in Conference National. Ma il pubblico non abbandona il Grimsby, anzi arriva a Cleethorpes numeroso specie per un incontro di vertice, o un Lincolnshire Derby, come quello disputato di recente contro lo Scunthorpe in FA Cup o come quelli contro gli Imps, impaludati come il Town in non-league. I quasi 4.000 di Blundell Park rappresentano d’altronde la seconda media spettatori di non-league, dietro solo al Luton Town. Away every saturday? Anche no. Sono sempre tutti lì. Con quello sguardo fisso a scrutare l’orizzonte, lasciatogli in eredità dagli avi pescatori, in cerca tra le onde di qualche segno premonitore per il loro Grimsby Town.

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He made the people happy

La storia del calcio celebra troppo poco spesso gli allenatori. Certo, si parla del Milan di Sacchi/Capello o dell’Inter di Herrera, ma se c’è da spendere una parola in più la si spende con maggior voglia, solitamente, per Johan Crujff piuttosto che per Rinus Michels, o per Michel Platini piuttosto che per il Trap nazionale, e sono altresì certo che i più distratti non ricordano il nome del CT del Brasile 1970, ma si ricordano benissimo di Pelè, Rivelino, Tostao, Gerson, Jairzinho. Il post di oggi invece vuole invece celebrare, in breve e senza velleità di onniscienza, la figura di un allenatore, l’uomo che diede il via al dominio del Liverpool sul calcio inglese (ed europeo) anni ’70 e ’80: Bill Shankly.

Bill Shankly giocatore, al Preston North End

William “Bill” Shankly nasce a Glenbuck, Scozia, il 2 Settembre 1913, nono di dieci figli. La passione per il calcio gli viene probabilmente trasmessa (a lui e ai suoi 4 fratelli maschi) dal ramo materno della famiglia: uno zio, Robert, giocò nei Rangers e nel Portsmouth – di cui fu anche presidente – mentre un altro zio di nome William militò (e vedremo subito come questa sia una coincidenza con il nipote) nel Preston North End e nel Carlisle Utd. E proprio da Carlisle, cittadina di 72.000 abitanti della Cumbria, nemmeno troppo casualmente la contea inglese più vicina all’Ayrshire dove nacque Shankly, cominciò la carriera professionistica del giovane Bill. Una stagione in maglia rossoblu, 16 presenze, e il passaggio per 500£ al glorioso Preston North End, allora militante in Second Division, subito promosso in First Division con il 21enne Shankly in campo. Con i Lilywhites Shankly disputò anche due finale di F.A. Cup, nel 1937 contro il Sunderland perdendola, e nel 1938 contro l’Huddersfield portando a casa il trofeo. Giocò anche 4 partite con la maglia della Nazionale scozzese, esordendo tra l’altro a Wembley nel match vinto per 1-0 contro l’Inghilterra.

Ad interrompere la carriera agonistica di Shankly fu la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale lo sport passò in comprensibile secondo, se non terzo piano: Bill giocò durante la guerra per numerose squadre a livello amatoriale (Bolton, Arsenal, Liverpool, Northampton, Luton Town, Cardiff City, ed in Scozia per il Partick Thistle), ma quando la guerra finì e il professionismo tornò in vigore Shankly, a 33 anni compiuti, dovette riconoscere la vittoria dell’età sulla voglia di giocare e appese le scarpe al chiodo. Era il 1949, e Shankly rimase per poco disoccupato: il Carlisle United infatti, la sua prima squadra da giocatore, gli offrì la posizione di manager, dando il via alla sua seconda vita sportiva, che, come vedremo, fu colma di successi. Ecco, adesso chi si aspetta il giovane manager rampante che in pochi anni scalò le vette del calcio inglese rimarrà deluso. La carriera al Carlisle finisce dopo 2 stagioni, che videro sì un netto miglioramento della situazione del club, passato dal 15esimo al 3 posto in Division 3 North, ma anche le dimissioni di Shankly, che accusò la dirigenza dei Cumbrians & blue di non voler investire denaro nel club, insomma, di non avere ambizioni.

Shankly con la F.A. Cup del 1974

La seconda tappa della carriera da manager di Shankly fu il Grimsby Town. La squadra era reduce dalla seconda retrocessione in pochi anni e si trovava nell’ormai nota Division 3 North; si trattava di una squadra vecchia, ma il nucleo che la costituiva rimaneva quello che giocò in Second Division, argomentazione che Shankly fece sua nel tentativo di convincere i suoi giocatori che potevano ancora fare molto. E in effetti sembrò essere così, perchè nella prima stagione alla guida della squadra questa fallì, sfiorandola, la promozione, ma giocò un calcio molto bello tanto che Shankly nella sua autobiografia scrisse non senza una punta di autocelebrazione “Pound for pound, and class for class, the best football team I have seen in England since the war. In the league they were in they played football nobody else could play“. Il pubblico sembrava gradire, dato che Blundell Park superava le 20.000 presenze a partita, ma l’avventura, anche questa volta, terminò bruscamente: dopo una seconda stagione altalenante e con la squadra ormai da rifondare, Shankly si dimise, portando come ragione di ciò la mancanza di ambizione della dirigenza. Ancora una volta. Era il 1954, e il Liverpool nel frattempo stava precipitando in Second Division.

Una sola stagione al Workington (1954/1955), conclusasi all’ottavo posto della ormai stracitata Division 3 North, fu il preludio al passaggio all’Huddersfield Town, dove Shankly divenne assistente dell’allora manager Andy Beattie, reduce da un deludente dodicesimo posto in First Division (la squadra ne veniva infatti da un terzo posto). Shankly rimase all’ombra di Beattie per una sola stagione, culminata con la disastrosa retrocessione dei Terriers in Second Division. Divenuto manager, Shankly non riuscì nelle tre stagioni successive a riportare l’Huddersfield nella massima divisione, dovendosi accontentare di tre piazzamenti a metà classifica e del lancio tra i professionisti di un giovane calciatore, scozzese come lui di nome Denis Law; Shankly si oppose più volte alla cessione di Law, affermando come il ragazzo avrebbe potuto valere da lì a poco 100.000 sterline. Sbagliò inizialmente, perchè Law venne ceduto al Manchester City (Shankly ormai era già a Liverpool) per 55.000 sterline, ma successivamente passò al Manchester United per 115.000, un trasferimento che vide compiuta la profezia di Shankly (e rese immortale Law, ma questa è altra storia che magari tratteremo).

Shankly's Gates, Anfield

Si arriva così alla stagione 1959/1960. L’allora presidente del Liverpool Thomas Valentine Williams aveva già, in passato, messo Shankly in cima alle preferenze, preferendogli tuttavia altre soluzioni. Ma dopo una disastrosa sconfitta in F.A. Cup contro il Worcester City (Gennaio 1959) e le dimissioni di Phil Taylor nel Novembre dello stesso anno, sembrava giunto il momento per un “uomo nuovo” in grado di guidare la squadra fuori dal pantano in cui era finita, e di ristrutturarla sotto tutti gli aspetti: quell’uomo venne individuato appunto in Shankly. Al suo arrivo ad Anfield trovò una situazione disastrosa. Campi di allenamento fatiscenti, squadra povera di talento, mancanza di cultura tattica: basterebbero queste tre cose per capire la rivoluzione che Shankly portò nel Merseyside. Trasformò la struttura di allenamento di Melwood in una forza per la squadra, potenziando i programmi di fitness, di dieta, introducendo nuove tecniche di allenamento e trasportando la squadra da Anfield al campo di allenamento in bus con lo scopo di cementare lo spirito di squadra; rilasciò 24 giocatori, e creò la mitologica Boot Room ad Anfield, trasformando un magazzino in una sala destinata alle riunioni tattiche sue e del suo team di collaboratori, che comprendeva Reuben Bennett, Joe Fagan e Bob Paisley (un nome che dovrebbe evocare qualcosa..).

Sarebbe dispersivo elencare qui stagione per stagione la carriera di Shankly al Liverpool. Basterà ricordare i primi acquisti, l’attaccante Ian St John dal Motherwell (scusate, ma non resisto: la famigerata frase “Jesus saves, but St John scores from the rebound” rimane la mia preferita) e il centrocampista Ron Yates dal Dundee United, che contribuirono alla risalita dei Reds in First Division (1961/1962), a cui si aggiunsero una volta raggiunto l’obbiettivo Willie Stevenson dai Rangers (terzo acquisto da una squadra scozzese) e Peter Thompson dal Preston North End per una cifra intorno alle 40.000 sterline. La squadra, potenziata nell’organico e nella struttura di base, vinse il titolo del 1964, partecipando così alla Coppa dei Campioni l’anno successivo, dove dovette arrendersi all’Inter di Herrera (3-1 Reds ad Anfield, 3-0 interista a Milano, la partita di  When the Saints go marching in diffusa a tutto volume nello stadio). La delusione europea fu mitigata dalla conquista della prima F.A. Cup della storia del Liverpool, contro il Leeds. Il 1965/1966 vide nuovamente i Reds sul tetto d’Inghilterra, ma nuovamente sconfitti in Europa: la finale di Coppa delle Coppe venne infatti persa contro i tedeschi del Borussia Dortmund per 2-1 all’Hampden Park di Glasgow.

La celebre foto di Shankly sotto il Kop

La fine degli anni ’60 coincise con la fine del primo ciclo targato Shankly. La squadra venne ringiovanita, con gli addii di Hunt, St John, Yeates, Lawrence e gli acquisti di Heighway, Clemence, Toshack e soprattutto di Kevin Keegan. Nasceva il secondo grande Liverpool, che vinse il titolo nel 1973 e soprattutto riuscì finalmente a mettere in bacheca il primo di tanti trofei europei: la Coppa UEFA, vinta contro il Borussia Monchengladbach (3-0 ad Anfield, 0-2 per il Borussia al ritorno). L’F.A. Cup 1974 è l’ultimo trofeo targato Shankly, che nel Luglio di quell’anno decise che era ormai giunto il tempo di dedicare tempo alla famiglia. A 61 anni, il manager rassegnò le dimissioni, venendo sostituito alla guida del club da quel Bob Paisley suo storico collaboratore. Tuttavia non fu facile staccare con il calcio per Shankly. Si pentì delle dimissioni, iniziò a frequentare nuovamente, ma stavolta da privato cittadino (non gli fu mai offerto il ruolo di dirigente del club) Anfield e Melwood, di cui era padrone assoluto riconosciuto; la dirigenza non gradì, e gli vietò l’ingresso negli impianti, timorosa che la sua costante presenza, e ingombrante in certi sensi, togliesse credibilità al nuovo manager, anche perchè dicono le fonti che venisse chiamato ancora da tutti “boss”, mentre Paisley doveva accontentarsi di un poco consono al suo ruolo “Bob”.

Un infarto si portò via Bill Shankly il 29 Settembre 1981, lasciando il Mondo del calcio nella più totale disperazione: tra i vari episodi mi piace citare John Toshack, ex giocatore di Shankly che durante il minuto di silenzio (la partita era Liverpool-Swansea, Toshack allenava i gallesi) indossò la maglia red in ricordo del suo vecchio allenatore. La morte lo portò via solo fisicamente, perchè lo spirito di Shankly vive tutt’oggi ad Anfield. Il rapporto con i tifosi fu uno dei suoi grandi punti di forza, forse per una vicinanza di estrazione culturale (la working class), forse perchè, nella sua mente che definiremmo moderna, Shankly aveva intuito il potenziale di quello stadio e l’importanza dell’empatia tra manager, squadra e tifosi, e fece di tutto per creare quell’atmosfera che ancora oggi fa tremare le gambe a chi entra ad Anfield Road. Il rapporto con i tifosi, dicevamo: la foto di Shankly sotto il Kop, il celeberimmo settore dei tifosi di casa, con la sciarpa al collo, una sciarpa lanciatagli dai tifosi e che un poliziotto aveva incautamente spostato da una parte beccandosi il rimprovero dello stesso Shankly (“Don’t do that. This might be someone’s life“), rappresenta al meglio quel rapporto che si era venuto a creare tra manager e tifoseria. Grande motivatore, grande oratore (“Certa gente crede che il calcio sia una questione di vita o di morte. Questa mentalità mi delude. Vi posso assicurare che è molto più importante”, tra le tante massime), grande allenatore, le cui squadre giocavano un calcio fatto di fitti passaggi in velocità, grande innovatore, Shankly fu molto di più, e rimango convinto che solo un tifoso del Liverpool può apprezzare al meglio quello che fu realmente. E nonostante il Liverpool targato Paisley vinse di più, senza l’apporto di Shankly la dinastia Reds non sarebbe forse mai nata.

Un giorno disse: “I was only in the game for the love of football – and I wanted to bring back happiness to the people of Liverpool“. Nel 1998 gli dedicarono una statua, posta fuori Anfield, riportante l’epigrafe “he made the people happy“. Beh, direi che ci sei riuscito, Bill.

La statua posta fuori Anfield. He made the people happy