Viaggio nella Liverpool del calcio: parte seconda, Liverpool

Liverpool Football Club
Anno di fondazione: 1892
Nickname: the Reds
Stadio: Anfield, Anfield Road, Liverpool L4
Capacità: 45.362

Un appassionato di calcio inglese che parla del Liverpool Football Club è un po’ come un amante dell’arte che disquisisce di Monna Lisa; insomma, il meglio che ci sia in giro, il top-3 del calcio d’oltremanica. La bacheca più colma di trofei d’Albione (ma il Manchester United insidia il primato in un avvincente testa a testa), la storia di un movimento scritta da gente come Bill Shankly, Bob Paisley, Kenny Dalglish, Kevin Keegan, Ian Rush, fino ad arrivare a Michael Owen Pallone d’Oro e Steven Gerrard che ha alzato l’ultima Champions vinta dai Reds. E poi ancora il mito della Kop, quel muro umano che nel vecchio Anfield soprattutto intimoriva chiunque vi si avvicinasse, il “you’ll never walk alone” prima del fischio d’inizio, con i brividi che scorrono lungo la schiena, la tragedia di Hillsborough con cui ancora oggi il calcio inglese deve fare i conti (ed emergono sempre novità in quell’inchiesta) e che cambiò la concezione stessa di andare allo stadio, e dall’altro lato la tristissima notte dell’Heysel, con gli hooligans del Liverpool protagonisti e la conseguente esclusione per anni delle squadre inglesi dalle competizioni europee. Tutto ciò, e molto altro, è il Liverpool Football Club; per cui, con una certa dose di pelle d’oca, superiamo i Shankly Gates e entriamo nel mondo Reds.

La fondazione del Liverpool, l’abbiamo visto, si intreccia irrimediabilmente con l’Everton, a quel tempo già ai vertici (un titolo in bacheca). Ricapitoliamo. John Houlding, businessman e politico, era diventato proprietario di Anfield Road, lo stadio utilizzato proprio dall’Everton, che pagava l’affitto a Houlding; quando questi aumentò la tariffa annua, le proteste che ne seguirono all’interno del club (Houlding venne accusato di voler far soldi a danno dell’Everton) portarono l’Everton lontano dall’impianto, verso quel Goodison Park che ancora oggi è lo stadio dei Toffees. Era il 1892. Houlding si trovò così con uno stadio di sua proprietà, ma senza una squadra che vi giocasse, un po’ come capitato a Gus Mears con Stamford Bridge; e come Mears, che fondò il Chelsea, Houlding con il socio d’affari John Orrell decise di creare il proprio club. Inizialmente il nome della società fu Everton FC and Athletic Grounds, o Everton Athletic, ma per fortuna diciamo noi oggi, abituati alla bella rivalità e al dualismo tra le due società, il Football Council rifiutò la denominazione, e Houlding ripiegò per un forse più banale, ma sicuramente vedendola col senno di poi azzeccatissimo Liverpool Football Club. Era il 15 Marzo 1892, l’Everton stava finendo la sua ultima stagione ad Anfield prima del trasferimento che avvenne effettivamente nell’estate successiva, estate che vide la società di Houlding riconosciuta ufficialmente dall’establishment del calcio inglese. Iniziava in quel momento la storia del Liverpool.

Siccome in ‘sta benedetta squadra qualcuno poi avrebbe dovuto giocarci, cosa non semplice visto che fino al giorno prima non esisteva nemmeno, la squadra, venne in fretta e furia organizzata una spedizione oltre il confine con la Scozia, una sorta di ratto delle Sabine calcistico da cui John McKenna, precedentemente nominato director of football, tornò con tredici calciatori professionisti reclutati, quasi tutti sinistramente inclini al cognome che iniziava col “Mc” da buoni scozzesi: quella squadra passerà alla storia come “the team of the Macs“. Esordio contro il Rotherham Town, e involontariamente si scrisse giù un piccolo pezzo di storia: il Liverpool fu la prima squadra inglese a schierare un undici che non comprendesse nemmeno un inglese, ovviamente ciò dovuto all’operazione del buon McKenna vista sopra. 7-1 il risultato. Houlding provò subito ad entrare in Football League, ma la richiesta fu respinta e il Liverpool iniziò giocoforza la sua scalata al tetto d’Europa dalla Lancashire League, dove all’esordio i “Macs” distrussero per 8-0 l’Higher Walton. La maglia era a quel tempo bianca e azzurra: solo nel 1896 sarebbe stato introdotto il leggendario rosso. A fine stagione, nella Liverpool Senior Cup, il Liverpool sconfisse per 1-0 l’Everton in quello che resta il primo Merseyside derby della storia, e fu inoltre ammesso alla Football League, di cui entrò a far parte partendo dalla Second Division. Una stagione di transizione in seconda serie, terminata al primo posto e da imbattuti, e fu subito First Division.

La vita in First non fu facile, e dopo appena una stagione il Liverpool retrocesse, trovandosi nuovamente in Second. Il problema principale stava nella difficoltà di far breccia nel cuore della gente di Liverpool, con da un lato l’Everton che, con quattordici anni di vita in più alle spalle, aveva ormai conquistato l’egemonia cittadina, dall’altro la riluttanza degli abitanti della città di tifare per una squadra piena zeppa di scots, che poco avevano a che fare con la città stessa. Urgeva una svolta, e l’immediata promozione aiutò notevolmente in tal senso; e nel successivo campionato, il quinto posto finale poneva il Liverpool davanti all’Everton per la prima volta nella storia. A questo punto la svolta si fece davvero concreta; arrivò dal Sunderland il manager Tom Watson, che nel Tyne & Wear aveva portato la bellezza di tre titoli di First Division, e nello stesso anno (1896) i colori del club vennero cambiati dal bianco-azzurro al rosso, colore della città di Liverpool: il legame con la comunità, che a parte il nome mancava a una squadra creata dal nulla da un businessman e riempita di scozzesi, si fece così forte, ancor di più quando nel 1901 il Liver bird, l’uccello simbolo della città (sulla specie si dibatte da decenni, prendiamo buona la versione che si tratti di un cormorano), venne adottato dal club come crest (mentre l’Everton lo adotterà fino agli anni ’30 nell’oggettistica del club, come ad esempio le medaglie, per poi passare alla Prince Rupert’s Tower come visto). Con queste premesse, magari poco importanti sul piano del calcio strettamente connesso al campo di gioco ma fondamentali per l’immagine e il successo del club, nel 1900/01 i Reds vinsero il loro primo titolo di una lunga serie, e a questo punto poco importava se il capitano di quella squadra fosse ancora uno scozzese (Alex Raisbeck). E la retrocessione di due stagioni dopo fu solo un piccolo incidente di percorso, visto che, tornati prontamente in massima serie, gli uomini di Watson vinsero nuovamente il campionato 1905/06. In quello stesso anno venne costruita una nuova stand, che forse avrebbe potuto chiamarsi Walton Breck Road End se ad Ernest Edwards, redattore dello sport per il Liverpool Daily News e il Liverpool Echo, non fosse venuta l’idea di dedicarla alla memoria dei caduti nella guerra boera, e in special modo sulla collina denominata Spion Kop. Molti di quei 300 cadutii appartenevano al reggimento Lancashire ed erano originari di Liverpool. Nasceva così la Kop, uno dei settori di stadio più famosi al Mondo.

Watson rimarrà manager del Liverpool fino al 1915, in tempo per disputare la prima finale di FA Cup nella storia dei Reds, giocata nel 1914 al Crystal Palace di Londra e persa contro il Burnley (0-1) sotto gli occhi di re Giorgio V. Il 1915 segna anche una pagina triste, con il primo scandalo riguardante una partita combinata, Manchester United-Liverpool (che ironia della sorte diventeranno rivali acerrime) e che portò alla squalifica di quattro giocatori Reds (Jackie Sheldon, Tom Miller, Bob Pursell e Thomas Fairfoul), squalifica a vita che fu poi annullata nel 1919 per essersi distinti al servizio della Patria durante la guerra (durante la quale morì uno dei giocatori coinvolti sponda United). Il primo dopoguerra fu nuovamente un periodo di successi, con il nuovo manager David Ashworth in panchina che portò i Reds ai back-to-back titles del 1921/22 e 1922/23 (anche se nel secondo caso non terminò la stagione). Nella prima occasione il Liverpool vinse comodamente, staccando di sei punti il Tottenham con la coppia goal Harry Chambers e Dick Forshaw in gran spolvero (21 e 20 goal rispettivamente); nella stagione seguente Ashworth a Febbraio fece un clamoroso passo indietro per tornare al suo club originario, l’Oldham Athletic: clamoroso perchè, mentre il Liverpool era in lotta per il titolo, i Latics lottavano…sul fondo della classifica, retrocedendo poi. Per fortuna dei Reds la squadra non risentì più di tanto della partenza del manager e concluse nuovamente con sei punti sulla seconda, in questo caso il Sunderland. In campo in entrambe le stagioni Elisha Scott, il portiere e il giocatore più fedele di sempre alla causa del Liverpool: vi giocò dal 1912 al 1915 (durante la Guerra giocò in Irlanda del Nord) e poi dal 1916 al 1934, e leggendari sono i suoi incontri con Dixie Dean nei derby, alcuni dei quali sfiorano il mito.

Fino alla Seconda Guerra Mondiale, però, non successe nient’altro di significativo. Stagioni di metà classifica, il punto più alto un quarto posto, il più basso il diciannovesimo, i goal dell’implacabile Gordon Hodgson, e l’arrivo nel 1936 come manager di George Kay, che nel 1939 porterà ad Anfield un giovane difensore del Bishop Auckland, Robert “Bob” Paisley. La guerra interruppe questo periodo piuttosto avaro di successi per i Reds. Alla ripresa delle competizioni il Liverpool di Kay però si aggiudicò il primo titolo del dopoguerra, quello del 1946/47 che vide tra l’altro una serrata lotta al vertice, con Liverpool, Manchester United, Wolverhampton e Stoke City in gioco per la vittoria finale: la vittoria all’ultima giornata del Liverpool al Molineux contro i Wolves, parallelamente alla sconfitta per 2-1 dello Stoke City in quel di Sheffield (United), mise nuovamente i Reds della coppia goal Jack Balmer e Albert Stubbins sul trono del calcio inglese. Ma fu un episodio, e quasi un canto del cigno che effettivamente arrivò nel 1950 con la sconfitta in finale di FA Cup contro l’Arsenal: anni bui erano alle porte, ricordati in positivo solo per il record di goal in campionato di Roger Hunt. Kay si ritirò nel 1951 e venne sostituito da Don Welsh, una FA Cup col Charlton e un triste destino: diventerà il primo allenatore licenziato nella storia del Liverpool. Come arrivò a questo punto? Beh, innanzittutto ebbe la sfortuna di ereditare una squadra agli sgoccioli, che necessitava di un rinnovamento mai fatto, e che tristemente retrocesse nel 1953/54; ma soprattutto, non riuscì mai a riportare il Liverpool in First Division, cosa che pagò a caro prezzo nel 1956 con il licenziamento. Il suo sostituto, Phil Taylor, seguì le orme di Welsh, passando direttamente dalla panchina al libro nero del Liverpool quando la squadra da lui allenata venne estromessa dall’FA Cup 1959 per mano del Worcester City, forse la sconfitta più umiliante nella storia dei Reds se si tiene conto che il Worcester City era club di non-league. Con la squadra stazionaria in Division Two, nel novembre del 1959 Taylor si dimise; per sostituirlo, dall’Huddersfield Town arrivò ad Anfield, con la faccia di chi sapeva che avrebbe scritto la storia, William Shankly. Per tutti, Bill.

He made the people happy

Con Bill Shankly il Liverpool, da squadra con una buona storia alle spalle, un bello stadio e poco più, divenne leggenda; perchè se è vero che gli allori europei più importanti li vincerà Paisley, le basi perchè tutto ciò fosse possibile le gettò Shankly. Siccome detestiamo le ripetizioni, di Shankly abbiamo già parlato, uno dei primi post in assoluto di questo blog, nato ad inizio 2012, post che trovate QUI. E’ però giusto ricapitolare cosa Shankly fece per il Liverpool e gli allori che portò ad Anfield Road. Innazitutto la preparazione delle partite, dagli allenamenti al celebre Boot Room, la stanza in cui Shankly e i suoi collaboratori (tra cui Bob Paisley) si riunivano per discutere di tattica, di avversari etc. E poi il rapporto con i tifosi, la totale empatia che si creò tra manager e stadio, tant’è che il celebre “this is Anfield” che ancora oggi accoglie i giocatori che entrano in campo fu voluto da Bill, perchè quello sarebbe diventato il campo di battaglia dei suoi Reds e nessuno avrebbe potuto più pensare di venirvi a fare una salutare passeggiata. Se Houlding fondò il Liverpool, Shankly lo creò, senza paura di esagerare nell’affermare ciò, anche perchè, dovremmo aver paura di esagerare quando si parla di uno dei cinque? dieci? allenatori più grandi di sempre nella storia del calcio inglese (e non solo)? No. Un articolo del Guerino su Shankly di qualche anno fa titolava “la Kop sei tu”, titolo che non ci è piaciuto molto ma che forse rappresenta sinteticamente al meglio il concetto che Anfield=Shankly, e viceversa; lo stesso Shankly dichiarerà “Liverpool was made for me and I was made for Liverpool”. Una presenza, quella di Shankly, talmente ingombrante che quando si ritirò gli venne vietato l’ingresso ad Anfield e a Melwood, il centro d’allenamento, perchè per tutti il capo era ancora lui e non Paisley, “Bob”, nel frattempo divenuto manager.

Paisley e Shankly

Ricapitoliamo brevemente. Shankly riportò il Liverpool in First Division nel 1961/62, e da lì in avanti non solo i Reds non retrocederanno mai più, ma non scenderanno oltre l’ottavo posto in classifica (record negativo eguagliato la stagione scorsa). Shankly non si limitò ovviamente a ciò, abilissimo peraltro a costruire due squadre: quando la squadra dei successi degli anni ’60 intraprese il viale del tramonto, il manager intuì che necessitava di un rinnovamente e costruì con altrettanta sagacia il team degli anni ’70 e dei successi europei. Portò ad Anfield tre titoli (1963/64, 1965/66, 1972/73), due FA Cup (1965 e 1974), una Coppa UEFA (1973), tre Charity Shield (1964, 1966, 1974), qualcosa di eccezionale per un club che fino a quel momento aveva in bacheca cinque titoli d’Inghilterra e stop. Vale la pena nominare qualche giocatore dell’era Shankly, da Ian St John a Kevin Keegan, da Ron Yeats a John Toshack, da Ian Callaghan a Emlyn Hughes. Quando nel 1974 annunciò il ritiro il mondo Reds fu talmente scioccato che i dipendenti di una fabbrica arrivarono persino a minacciare lo sciopero (!). Se non è leggenda questa…per sostituire Shankly si decise, con grande lungimiranza, di affidarsi a un suo collaboratore, nonchè ex giocatore del club: Paisley, come detto, fidatissimo uomo di Shankly (“Bob and I never had any rows. We didn’t have any time for that. We had to plan where we were going to keep all the cups we won”). Paisley non vinse nemmeno un trofeo nel 1974/75, la sua prima stagione alla guida della squadra: il più classico degli incidenti di percorso, perchè per i successivi nove anni mise in bacheca almeno un alloro a stagione.

Keegan

La stagione 1975/76, di cui abbiamo appena parlato dal punto di vista del QPR secondo classificato, vide i Reds trionfare per la prima volta sotto la guida di Paisley, e fu il preludio al magnifico back-to-back in Coppa dei Campioni, il 3-1 al Borussia Moenchengladbach del 1977 e l’1-0 al Brugge del 1978, che segnarono anche il passaggio di testimone tra Kevin Keegan (che giocò l’ultima partita con i Reds proprio nella finale del ’77) e il suo sostituto, Kenny Dalglish, autore della rete contro i belgi e futuro manager del club. Arrivò un ulteriore trionfo europeo, nel 1983 contro il Real Madrid, oltre alla Coppa UEFA del 1976 che non avevamo ancora citato, vinta sempre contro il Club Brugge. Entro i confini del regno, il Liverpool di Paisley vinse sei titoli in nove stagioni (Mind you, I’ve been here during the bad times too – one year we came second”, forse la più famosa citazione di Paisley), tre Coppe di Lega (1981, 1982 e 1983), cinque Charity Shield (1976, 1977, 1979, 1980, 1982) ma nessuna FA Cup (finalisti nel 1977, sconfitta contro il Manchester United), se proprio vogliamo cercare il pelo nell’uovo l’unico neo nel palmares di Paisley; comunque, sottigliezze. Le nostre storie sono belle da narrare (e speriamo anche da leggere), ma la necessità di comprimere gli avvenimenti ci porta inevitabilmente a rasentare la superficialità, e nel caso del Liverpool è un peccato non poter narrarne le gesta in modo esaustivo: come fatto con Shankly, in futuro torneremo a parlare in modo specifico di alcune annate o epoche dei Reds. Citiamo solo alcuni giocatori dell’era Paisley, lanciati dal manager o ereditati da Shankly, ma che segnarono comunque il suo periodo da manager: Kenny Dalglish, Graeme Souness, Alan Hansen, Ronnie Whelan, Alan Kennedy, Ian Rush, Ray Clemence, Phil Neal, Phil Thompson, Terry McDermott. E così via. Paisley si ritirò nel 1983. Ancora una volta venne nominato manager un membro del “boot room” di Shankly, così come lo era stato Paisley: Joe Fagan.

Se nella sua prima stagione Paisley non vinse nulla, Fagan rischiò di entrare dritto nel mito: vinse Coppa di Lega, campionato e Coppa dei Campioni, nella finale dell’Olimpico contro la Roma, una sorta di treble, che non viene considerato tale perchè la coppa Nazionale è e resterà solo la FA, ma che comunque è un inizio discreto. La stagione 1984/85 non fu tuttavia altrettanto fortunata: semifinale di FA Cup, secondo posto in campionato dietro l’Everton e soprattutto il dramma dell’Heysel, la morte di 39 tifosi della Juventus a causa degli hooligans e una partita, che perse molto significato dopo quella tragedia, comunque persa per 1-0. Fagan si ritirò poco dopo l’Heysel. Al suo posto, Kenny Dalglish, che passò direttamente dal campo alla panchina (inizialmente ricoprendo entrambi i ruoli) e nella sua prima stagione conquistò il double campionato-FA Cup, che nell’epoca dell’esclusione dalle competizioni europee era quanto di meglio si potesse ottenere. Come accaduto a Fagan, anche la seconda stagione di Dalglish si rivelò avara di trofei, e il campionato andò all’Everton, con i Reds al secondo posto. Ian Rush fece anche la sua breve apparizione alla Juventus, prima di tornare di corsa ai pub di Liverpool e proferire l’immortale ‘I couldn’t settle in Italy – it was like living in a foreign country‘. E a vincere. Il Liverpool di Dalglish vinse infatti ancora il titolo 1987/88 (senza Rush), la Charity Shield del 1988, l’FA Cup e Charity Shield 1989, il titolo 1989/1990, la Charity Shield 1990. Nel mezzo, due famosissime sconfitte: quella in FA Cup contro il Wimbledon nel 1988 e quella in campionato, nella stagione 1988/89, superati sul filo di lana dall’Arsenal, con l’ultima decisiva partita persa per 0-2 ad Anfield con i salti di gioia di Michael Thomas all’ultimo minuto. 1988/89, anno che vide la vittoria in FA Cup, competizione la cui semifinale tra Liverpool e Nottingham Forest era in programma all’Hillsborough di Sheffield.

Meteora a Torino, leggenda a Liverpool: Ian Rush

Hillsborough, 14 Aprile 1989. 94 vittime, poi 95, infine dopo quattro anni 96, quando un uomo rimasto in coma morì. 96 tifosi del Liverpool schiacciati nella Leppings Lane di Hillsborough, la fine del calcio inglese delle folle oceaniche, il rapporto Taylor, le menzogne della polizia dello Yorkshire che finalmente, negli ultimi tempi, stanno venendo a galla, per rendere almeno giustizia a quelle 96 persone morte seguendo la loro squadra del cuore, così come successo anni prima ai tifosi della Juventus. L’Hillsborough Memorial di Anfield è luogo in cui andare a rendere omaggio a quei tifosi, magari lasciando un mazzo di fiori, o la sciarpa della propria squadra del cuore, non importano i colori, ne vale la pena. La finale di FA Cup. giocata poche settimane dopo, vide la vittoria per 3-2 sull’Everton ai supplementari, un’emozionante minuto di silenzio e un You’ll Never Walk Alone da far tremare tutte le ossa del corpo. Il titolo conquistato la stagione successiva, nel 1989/90, è incredibilmente l’ultimo per i Reds, che da allora resteranno all’asciutto, bloccati a quota diciotto e recentemente superati dal Manchester United. Dalglish si dimise, tra lo stupore di tutti, a stagione 1990/91 in corso, adducendo come ragione la troppa e ormai insostenibile pressione. Andò ad allenare il Blackburn Rovers, con cui vincerà un titolo incredibile grazie alle prodezze di Alan Shearer. Vale la pena ricordare qualche giocatore di quel Liverpool targato Dalglish, oltre ai già citati Rush e Hansen: Peter Bearsley, Steve Nicol, Ray Houghton, Bruce Grobbelaar, John Barnes. Il testimone ad Anfield venne raccolto da Graeme Souness, durante il cui periodo alla guida del club il Liverpool vinse una FA Cup, nel 1992, con il giovane Steve McManaman nominato man of the match. Souness tuttavia in campionato non riuscì ad andare oltre due sesti posti e si dimise nel 1994, rimpiazzato da Roy Evans, veterano del boot room che come ormai avrete capito influenzò tantissimo la storia del Liverpool.

Hillsborough Memorial

Evans vinse una misera League Cup nel 1995, pochissimo per un club, per QUEL club. In campionato ottenne buoni piazzamenti, e per un certo periodo della stagione 1996/97 il Liverpool si trovò in testa alla classifica, salvo poi finire quarto. Quella squadra diventò però famosa tra i media e i tifosi come la squadra degli Spice Boys, in un’epoca dominata dalle Spice Girls: gli Spice Boys, termine coniato dal Mirror, del Liverpool (Fowler, Redknapp, McManaman, James su tutti) divennero famosi per la vita fuori dal campo, fatta di donne e divertimenti vari, e furono i pionieri di un’era intera di spice boys, termine che venne infatti usato di lì in avanti per tutti quei casi di calciatori-star tipici del nuovo secolo. Evans lasciò nel Novembre del 1998, dopo che gli fu affiancato il francese Gerard Houllier in una sorta di duomvirato; facendo sua e adattando la massima di Churchill secondo cui la democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato, Evans fece un passo indietro ritenendo che la situazione fosse solo portatrice di confusione; Houllier diventò quindi manager in solitaria, restandolo fino al 2004. Raccolse i frutti del vivaio che stavano sbocciando, oltre agli ormai affermati Robbie Fowler, McManaman (che tuttavia lasciò presto, direzione Real Madrid), e i giovani Michael Owen, Jamie Carragher, Steven Gerrard, a cui aggiunse pian piano i vari Babbel, Hyypia che diventerà capitano dei Reds.

Michael Owen

Houllier ci mise tre anni, ma riportò il Liverpool in alto, più di quanto i suoi due predecessori fecero. Terzo posto nel 2000/01, la stagione delle tre coppe: Coppa di Lega, FA Cup (2-1 all’Arsenal con doppietta nel finale di Owen, che quell’anno si aggiudicherà il Pallone d’Oro) e Coppa UEFA (vinta con un memorabile 5-4 contro i baschi del Deportivo Alaves). Quel 2001 si concluse in modo fantastico con la vittorie delle due supercoppe, diretta conseguenza della stagione precedente: il Charity Shield e la Supercoppa Europea. Un secondo posto nel 2001/02 e la vittoria della Coppa di Lega 2003 furono gli ultimi due sussulti di Gerard Houllier, che nonostante i migliori risultati dall’era Dalglish fu licenziato a fine 2004. Quel titolo mancava troppo ai tifosi, e la crescente insoddisfazione portò il francese lontano da Anfield Road; venne sostituito da Rafael Benitez, che col Valencia aveva stupito la Spagna prima e l’Europa poi. In campionato le cose non migliorarono, anzi peggiorarono perchè il quarto posto ottenuto nell’ultima stagione di Houllier divenne un quinto posto finale, ma in Coppa Campioni, divenuta nel frattempo Champions League, il Liverpool sorprese tutti, eliminando in semifinale il super-Chelsea dei rubli e di Mourinho e in finale ribaltando uno 0-3 per il Milan, strafavorito e pieno di stelle, e vincendo la coppa ai rigori. Se si osserva attentamente quella squadra, si capirà che Benitez fece un mezzo miracolo; Gerrard e Xabi Alonso unici campioni veri (Owen aveva salutato la compagnia e passato al Real Madrid) e il contorno di tanti ottimi giocatori ma non al livello di quelli che potevano schierare le avversarie. L’anno successivo, Supercoppa Europea, FA Cup e Community Shield completarono il palmares dello spagnolo, che perderà anche una finale di Champions, sempre contro il Milan.

Il resto è storia recente. Benitez, poi Roy Hodgson, poi ancora il ritorno di Kenny Dalglish e la nuova proprietà made in USA, i soldi spesi un po’ inopinatamente per i Carroll, Downing, Henderson etc., dopo averne incassati 50 milioni (di pounds) per la superstar spagnola Fernando Torres. Preferiamo dunque terminare parlando del simbolo del club. Come detto, in origine era solo il Liver bird, simbolo della città; nel 1992, per il centenario del club, venne però commissionato un nuovo stemma, che avrebbe dovuto contenere un riferimento alle Shankly Gates, con la scritta “You’ll never walk alone”. L’anno successivo vennero aggiunte le due fiamme, simbolo dell’Hillsborough Memorial in cui una fiamma rimane accesa constantemente in memoria delle 96 vittime. Questo simbolo così descritto rimane ancora oggi, anche se per questa stagione sulle maglie è tornato a campeggiare il solo Liver, in puro stile anni ’70. You’ll never walk alone, la canzone da stadio per eccellenza, dal musical Carousel agli spalti di Anfield Road, passando per un’interpretazione del 1963 di Gerry & the Pacemakers (il cui leader intonò il pezzo il giorno della finale di coppa del 1989), gruppo di Liverpool che aveva lo stesso manager e lo stesso produttore dei Beatles (Epstein e Martin). Fu proprio negli anni ’60 che la canzone cominciò a risuonare ad Anfield Road, e creare quell’atmosfera da brividi che ancora oggi colpisce chi visita lo stadio dei Reds. Stadio che, dopo ipotesi di trasferimento, verrà rinnovato, con un aumento della capienza ma senza il ventilato trasferimento che avrebbe privato il calcio mondiale di uno dei suoi templi.

Liverpool are magic“, disse Emlyn Hughes; e nonostante che non siamo tifosi del Liverpool, non ce la sentiamo proprio di dissentire.

Trofei

  • First Division: 1900–01, 1905–06, 1921–22, 1922–23, 1946–47, 1963–64, 1965–66, 1972–73, 1975–76, 1976–77, 1978–79, 1979–80, 1981–82, 1982–83, 1983–84, 1985–86, 1987–88, 1989–90
  • F.A. Cup: 1965, 1974, 1986, 1989, 1992, 2001, 2006
  • League Cup: 1981, 1982, 1983, 1984, 1995, 2001, 2003, 2012
  • Charity/Community Shield: 1964*, 1965*, 1966, 1974, 1976, 1977*, 1979, 1980, 1982, 1986*, 1988, 1989, 1990*, 2001, 2006 (* shared)
  • Coppa dei Campioni/Champions League: 1977, 1978, 1981, 1984, 2005
  • Coppa UEFA: 1973, 1976, 2001
  • Supercoppa Europea: 1977, 2001, 2005

Records

  • Maggior numero di spettatori: 61.905 v Wolverhampton Wanderers (FA Cup, 2 Febbraio 1952)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ian Callaghan, 640
  • Maggior numero di goal in campionato: Roger Hunt, 245

http://www.lfchistory.net/

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Campioni per dieci giorni. L’irripetibile stagione 1975/76 del QPR

La storia incompiuta forse per eccellenza del calcio inglese. Una squadra se vogliamo piccola, con un solo trofeo in una bacheca poverissima; una squadra che gioca un calcio piacevole, attraente, seducente, che forse è la parola migliore per descriverlo; una squadra che, sul traguardo, giunge un secondo in ritardo rispetto al vincitore, o meglio un punto, un vincitore forte che si appresta da quel momento in avanti a diventare potente. Gli ingredienti ci sono tutti per la classica favola che si interrompe sul più bello, lasciando quel retrogusto amaro e romantico allo stesso tempo nella bocca dei protagonisti,  ben consci dell’irripetibilità di quell’insieme di fattori. La Londra Ovest, con le sue tipiche villette e la sua quiete residenziale ne è la scenografia, gli anni ’70 con le loro mode e le loro icone il contenitore, il Queens Park Rangers il protagonista della storia che raccontiamo oggi. Quella della stagione 1975/76.

La squadra al completo

Quel QPR era una squadra che più o meno tutti in Inghilterra avevano nel cuore. I motivi sono semplici da spiegare: bel gioco, un talento favoloso e ribelle in campo (Stan Bowles), una squadra costruita a poco a poco (ottenne la promozione solamente due stagioni prima), quel fascino irrazionale che esercitavano le divise da gioco bianche e blu. Una squadra molto anni ’70. “Everyone says QPR were their second-favourite team at that time, a nice, family club” dirà in seguito Gerry Francis, che di quei Rangers era il capitano e l’anima (nato a Chiswick, borough di Hounslow, Londra ovest), riassumendo così un pensiero piuttosto diffuso. Se Francis era il capitano, la stella indiscussa e indiscutibile di quella squadra era appunto Stanley Bowles, di cui abbiamo parlato qui su EFS. Stan the Man, un mito dentro e fuori dal campo, icona fashion del calciatore ribelle anni ’70, i cui eccessi dovevano andare obbligatoriamente di pari passo al talento, che quando si trovò a dover ereditare la maglia numero 10 di Rodney Marsh, l’altro mito “Hoops”, a chi gli chiedeva se sentisse la pressione di tale eredità rispose con un indelebile “Marsh chi?”. Poi il vizietto del gioco, ma questa è altra storia. In panchina Dave Sexton, un ottimo passato al Chelsea.

Qualsiasi racconto che leggerete o che avete letto di quella stagione magica e maledetta allo stesso tempo comincia dalla fine. 17 Aprile 1976, la data che nessun tifoso Hoops ricorderà mai con piacere. Si giocava a Carrow Road, Norwich, nella tranquilla e bucolica East Anglia, terzultima giornata di campionato, e il QPR non poteva fallire la vittoria. Era reduce da una marcia irresistibile, fatta di 11 vittorie e un pareggio (contro lo Sheffield United fanalino di coda), in un testa-a-testa con il Liverpool che teneva con il fiato sospeso tutti gli appassionati, schierati più o meno palesemente con i ragazzi di Sexton. Quel Sabato, però, la speranza di una zona intera di Londra, la stessa zona, west London, di cui era figlio Francis, la stessa zona e quartiere che per mesi aveva applaudito i suoi eroi in bianco e blu credendo di essersi finalmente fatta calcisticamente grande, fu spazzata via dalle maglie gialle dei Canaries. 3-2 finale, ma sull’1-1 il Norwich andò a segno due volte, e solo l’autorete di Powell accorciò le distanze, inutilmente. Una partita nervosa e giocata a ritmi forsennati, con quache incidente sugli spalti in puro stile seventies. I tifosi che da White City e dintorni fecero la trasferta fino a Carrow Road, tornarono con un pugno di lacrime. Perchè nel frattempo il Liverpool, un punto sotto al QPR, vinse, e nell’era dei due punti a partita scavalcò di un nulla i Rangers in testa alla classifica, ma quanto bastava per strappargli di mano un titolo che sembrava alla portata. Liverpool 56, Queens Park Rangers 55, con due partite da giocare.

Gerry Francis, capitano e centrocampista di grande qualità

Riavvolgiamo a questo punto il nastro. La stagione era cominciata, ironia della sorte, con il Liverpool di scena a Loftus Road. Non ci fu storia, ma differentemente da quanto si potesse anche solo immaginare non ci fu storia per gli uomini di Paisley. Gerry Francis, autore di una prestazione sontuosa quel giorno, e Michael “Mick” Leach firmarono il 2-0 per la gioia dei 27.113 che quel giorno affollavano l’impianto di South Africa Road e che videro per la prima volta trionfare i loro beniamini sui Reds, i Reds di cui Shankly aveva cominciato a plasmarne il mito prima di tramandare il verbo al prediletto Paisley, che completò magistralmente l’opera (come vedremo a breve nella puntata del nostro viaggio dedicata al Liverpool).  Dopo un pareggio casalingo contro l’Aston Villa, i Rangers nella terza giornata erano di scena al (bellissimo) Baseball Ground di Derby, che oltre alla bellezza in quella stagione aveva anche l’onore di ospitare le partite casalinghe dei campioni d’Inghilterra in carica. Il Queens Park Rangers, dopo la vittoria sul Liverpool che aveva iniziato a far mormorare di loro, balzò alle cronache sportive quel giorno, quando una tripletta di Bowles e le reti di Thomas e Clement diedero ai ragazzi di Sexton un 5-1 che aveva del clamoroso. Anche se fu tutto sommato regolare durante l’arco della stagione, con un unico brutto periodo di forma tra Dicembre e Gennaio, quella squadra esprimerà però il meglio di se stessa nel già citato rush finale, 11 vittorie e 1 pareggio prima di quella trasferta, maledetta, a Norwich. Aston Villa (A) 2-0, Wolves (H) 4-2, Tottenham (A) 3-0, Ipswich Town (H) 3-1, Leicester City (A) 1-0, il già menzionato pareggio contro lo Sheffield United, Coventry City (H) 4-1, Everton (A) 2-0, Stoke City (A) 1-0, Manchester City (H) 1-0, Newcastle United (A) 2-1, Middlesbrough (H) 4-2. Le magnifiche 11 (+1).

Due giorni dopo Carrow Road, il QPR ospitava a Loftus Road una versione piuttosto mediocre dell’Arsenal, con però addosso ancora le scorie della sconfitta nel Norfolk. Davanti a 30.362 west londoners, un rigore di Francis e una rete del veterano (ed ex Gunner) McLintock scacciarono i brutti pensieri, tenendo ancora accesa la fiammella della speranza, flebile dato che il Liverpool spazzò via il Manchester City per 3-0 mantenendo la vetta. Era tutto rimandato all’ultima giornata, in cui il QPR avrebbe ospitato il Leeds a Loftus Road, mentre il Liverpool sarebbe andato a Wolverhampton, con i Wolves ancora in gioco per una salvezza che tuttavia dipendeva anche dal Birmingham City: una vittoria/pareggio dei Brummies avrebbe condannato i Wolves indipendentemente dal loro risultato. Il 24 Aprile 1976, davanti a 31.002 spettatori (record stagionale), il Leeds scese in campo a Loftus; dopo un primo tempo teso e difficile Thomas e Bowles segnarono le due reti che proiettarono virtualmente in testa il QPR. Virtualmente, perchè a causa degli impegni europei i Reds sarebbero andati in scena al Molineux solo il 4 Maggio, ben dieci giorni dopo l’ultima partita del QPR; lo stesso giorno, il Birmingham City sarebbe sceso in campo a Bramall Lane, contro i Blades già retrocessi.

Genio ribelle. Stan Bowles

A questo punto la storia si fa ancor più crudele, triste, romantica, degna della penna di uno scrittore ottocentesco e di un posto d’onore nella letteratura di the Beautiful Game, rigorosamente maiuscolo perchè onestamente qualcosa di più bello dell’english football dobbiamo ancora trovarlo, e ci perdoneranno gli amanti di altri sport. Il QPR rimase infatti per dieci giorni campione virtuale d’Inghilterra, i dieci giorni più lunghi nella storia di questa tranquilla zona di Londra, la cui squadra è motivo di un orgoglio mai celato e l’attaccamento verso essa fantastico come solo a Londra può essere. Dieci giorni e 77 minuti, per l’esattezza. Finalmente quel 4 Maggio arrivò; i giocatori del QPR furono invitati dalla BBC a seguire la partita del Liverpool nei loro studi (chi è stato a Loftus Road saprà bene che la BBC ha sede in zona) e nel primo tempo, tra lo stupore di tutti, i Wolves passarono in vantaggio: il sogno si stava, incredibilmente, materializzando. Ma prima ancora che Shepsherd’s Bush potesse essere trasformata in una grande esplosione di gioia del popolo Hoops, una gioia attesa da anni e destinata a rimanere tale, arrivò la notizia, anche all’orecchio giocatori dei Wolves, che per il Birmingham City era mission accomplished, erano matematicamente salvi: il Molineux si ammutolì, il morale dei giocatori in black&gold scese sotto il livello del terreno di gioco e il Liverpool, negli ultimi 20 minuti, segnò tre volte: King Keegan e Toshack ribaltarono il risultato, ma un eventuale 2-2 avrebbe sancito la vittoria del titolo da parte del QPR; a spegnere del tutto le speranze ci pensò Kennedy. 3-1 Reds, e un mare di lacrime nel west London.

La storia cambiò quel giorno, e chissà cosa sarebbe successo se il titolo fosse finito a Loftus Road. Perchè il Liverpool, dopo quel titolo vinto di un soffio si avviò verso la massima gloria Europea, che sarebbe giunta l’anno dopo a Roma contro il Borussia Moenchengladbach, mentre il QPR verso l’etichetta di bella incompiuta che da lì in avanti segnerà per sempre quella stagione maledettamente irripetibile. Phil Parkes, Dave Clement, Ian Gillard, Frank McLintock, Dave Webb, John Hollins, Gerry Francis, Dave Thomas, Don Masson, Mick Leach, Stan Bowles, Don Givens, i nomi di quegli eroi, che in qualche modo, però, vinsero. Nessun albo d’oro li celebrerà mai, ma l’appassionato di calcio non potrà mai dimenticare quella squadra, dannatamente affascinante come solo le cose che profumano di Londra anni ’70 sanno essere. E pazienza se un destino avverso volle che il Norwich City si intromise tra il QPR e il titolo, quella squadra, imbattuta in casa, che sconfisse tutte le squadre di First Division (a parte il West Ham), che giocava con la spensieratezza che solo chi sa di volare troppo in alto e se ne frega può permettersi, è indelebile nella memoria del calcio inglese. E nei cuori dei tifosi del Queens Park Rangers, perchè per un anno grazie a quella squadra hanno potuto guardare dall’alto tutte gli altri club, perchè il sempre vivo orgoglio di tifare QPR in quel 1975/76 raggiunse il massimo storico. Se andate in South Africa Road, o a Loftus Road, e incrociate lo sguardo di chi quella stagione l’ha vissuta sugli spalti, noterete dai suoi occhi che per lui, per loro, quell’irripetibile squadra ha vinto. E se vi rimanessero dei dubbi, provate a chiederglielo direttamente. La risposta sarà una e una sola soltanto.

Un contributo decisivo, soprattutto per i particolari, è stato fornito dall’ottimo “Queen’s Park Rangers: the complete record”, di Gordon Macey

Around the football grounds – A trip to Sunderland

Quinta puntata del nostro tour alla scoperta degli stadi inglesi, della loro storia in particolare, e quest’oggi approdiamo in quel di Sunderland, cittadina nel nord-est inglese, nella regione del Tyne and Wear. 280 mila circa gli abitanti della città, tra le preferite del signor Lewis Carroll, che tutti voi conoscete per Alice nel Paese delle Meraviglie; tuttavia quello che a noi interessa è il football e qui ha sede l’omonima squadra dal 1879, che attualmente milita in Premier League.

LA STORIA

Il Sunderland, nella sua storia, ha avuto 7 stadi a far da cornice alle sue gesta calcistiche con numerosi cambi soprattutto all’inizio della sua esistenza. Il primo impianto sfruttato era quello più adiacente alla sede storica della società, fondata nel 1879 alla Hendon Board School, nell’East End cittadino. Del Blue House Field purtroppo non c’è alcuna immagine dell’epoca e si sa ben poco, se non che l’affitto annuale dell’impianto era di 10 sterline dell’epoca, che il campo era all’incirca di 110 x 60 yards e che negli archivi non esiste più traccia della prima vera partita del Sunderland nello stadio; esiste documentazione solamente dal 1880, dalla seconda partita giocata contro il Ferryhill e persa 1-0. Ovviamente l’area dell’epoca non esiste più, totalmente riqualificata, scuola compresa; il famoso Blue House pub, celebre all’epoca, attualmente esiste a circa 200 metri dal sito originario in prossimità dell’impianto, che fu abbandonato dal team nel 1881: dall’anno successivo la squadra si trasferì al Grooves Field, nel quartiere di Ashbrooke, Nord-Est cittadino.

L’allora location del Blue House Field

Groves Field durò davvero poco: il Sunderland, non ancora affiliato alla Football League, vi rimase per soli 2 anni ed anche di questo impianto non abbiamo sostanzialmente tracce. Si sa che nell’idea originaria avrebbe dovuto far parte di un ampio Sports Ground multidisciplinare, che effettivamente aprì qualche anno dopo (1887), quando la squadra ormai si era trasferita. Attualmente lo Sports Ground esiste ancora ed è uno dei fiori all’occhiello della città; incontaminato dal calcio professionistico, è sede importante per il cricket ed ospita al suo interno strutture per numerosi altri sport. La curiosità è che in 2 anni solamente 4 partite furono giocate qui.

L’apertura dello Sports ground…ma il Sunderland già se ne era andato

Lo spostamento da Groves Field, nel 1883, fu importante perchè portò la squadra nell’area cittadina che tutt’oggi la ospita, a nord del fiume Wear. In questa zona il primo stadio ad ospitare i Black cats fu l’Horatio Street, un impianto aperto con un’unica tribuna sul lato Sud e la caratteristica di avere dietro al lato nord numerosi pozzi e costruzioni (da cui il soprannome di Clay Dolly Field). Non c’erano assolutamente gli spogliatoi, con le squadre che sfruttavano il Wolseley Hotel, in spiaggia, per cambiarsi. Anche qui il club rimase poco, traslocò infatti già l’anno successivo dopo sole 7 partite giocate, andando all’Abbs Field.

La squadra che giocava ad Horatio Street

L’Abbs Field, nella zona di Fullwell, rappresentò una grande svolta nella storia del club, il primo passo verso la modernità: questo impianto consentì per la prima volta di guadagnare soldi dal pubblico, che sfiorava ed a volte sforava le mille unità. Anche qui nessuna immagine, purtroppo; resta negli annali in questo stadio la più ampia vittoria del Sunderland nella sua storia, il 23-0 contro Casteltown con ben 11 gol del fondatore del club, James Allen. Le partite giocate furono 32 prima del successivo spostamento, che portò i Black Cats a quella che può essere finalmente considerata la prima vera casa del club, Newcastle Road.

Anche qui nessuna immagine, solo la location

Qui il club vi rimase dal 1886 al 1898 e fu lo stadio dell’ingresso in Football League, avvenuto nel 1890 dopo la roboante vittoria 7-2 contro l’Aston Villa. L’impianto si sviluppava tra Crozier Street ed Eglinton Street North; il campo di gioco era circondato da una sorta di muro di cinta ed era decisamente grande: 120 x 75 yards (circa 110 x 68 metri) e vi era la presenza di una tribuna coperta. Particolarità di un calcio che non c’è più era il fatto che alcuni dei giocatori erano pagati per la manutenzione dell’impianto; in più il quartier generale del club inizialmente era a quasi mezzo miglio dal campo e quindi i giocatori, dopo essersi cambiati, giungevano in campo nei modi più disparati. Vi fu addirittura una fase dove gli spogliatoi erano delle tende prima che fu presa una decisione definitiva con l’acquisto di un’edificio dall’altra parte della strada con cui si iniziò a creare un piccolo complesso per i giocatori non solo per cambiarsi, ma anche dove rilassarsi e tenere i team meetings. Al giorno d’oggi è impensabile vedere i calciatori cambiarsi ed entrare in campo attraversando semplicemente la strada principale dello stadio. Piccole migliorie furono fatte nel tempo, con la costruzione della clubhouse ad esempio, ma l’esiguità degli spazi non poteva permettere ulteriori espansioni, motivo per cui il Sunderland emigrò nuovamente a Roker Park, uno tra gli impianti storici più celebri d’Oltremanica. Newcastle Road comunque sarà sempre ricordato per due motivi: il primo è per essere stato immortalato in un dipinto di Hemy (l’immagine di calcio giocato più vecchia al mondo, Sunderland vs Aston Villa del 2 gennaio 1895), la seconda è per aver tenuto per qualche tempo il record di affluenza allo stadio in Inghilterra: 21mila persone affollarono Newcastle Road nel gennaio 1891 contro l’Everton in FA Cup e si narra di molti spettatori seduti persino sul tetto della tribuna! Oggi non esiste più nulla ed al posto degli spogliatoi ora sorge una concessionaria.

Il famoso dipinto di Hemy, la prima immagine di calcio giocato al mondo

Il 1898 segnò quindi il passaggio da Newcastle Road a Roker Park, di nuovo nella zona a nord del fiume Wear. Come anticipato, fu la volontà di avere un impianto più grande a motivare lo spostamento, che cominciò a prendere forma già nei primi anni 90 con la caccia al terreno ideale per costruire lo stadio. Una volta identificato ed acquistato il terreno, i fratelli Henderson, allora proprietari del club, impiegarono un anno per creare il campo da gioco e 3 mesi per preparare le tribune, tutte in legno.

Il primo match vero e proprio fu contro il Liverpool, in amichevole, con la vittoria 1-0 grazie ad un gol di Jim Leslie. L’impianto fu presto ammodernato, con la capacità portata a 50 mila persone nel giro di una decina d’anni. La prima miglioria vera e propria venne portata nel 1912, con la realizzazione in cemento del Roker End (la north stand) su un disegno di Archibald Leitch, che già avete conosciuto nel nostro viaggio. E lo stesso grande architetto nel 1929 fu chiamato a rifare da capo la vecchia main stand: la nuova main stand, la cui struttura rimase sempre intatta, inizialmente poteva ospitare quasi 6 mila posti a sedere e 14.400 in piedi su due anelli, coperti da una caratteristica copertura a spiovente e i classici pali a sostenere il tutto e dando ad alcuni spettatori la visibilità ridotta. Nonostante la quasi bancarotta del club dovuta a questi lavori, negli anni 30 continuarono i lavori allo stadio; prima però è doveroso citare il clamoroso record di affluenza del 1933 in Fa Cup contro il Derby County, quando 75 mila persone affollarono il Roker Park nonostante una capienza dichiarata di 60 mila persone. Altri tempi, semplicemente. Dicevamo dei lavori e tra il 1935 ed il 1936 fu prima sostituito il campo da gioco, durato ben 37 anni; poi nel 1936 fu inaugurata la famosa “Clock stand”, la tribuna opposta alla Main Stand, completamente ristrutturata seguendo la struttura della tribuna di fronte ma con un solo anello ed inizialmente tutti posti in piedi, circa 15.500. L’apertura fu fatta dalla moglie dell’allora presidente Sir Walter Reine. La guerra, purtroppo, non lasciò intatto l’impianto: nei numerosi bombardamenti una bomba cadde proprio in mezzo al campo, uccidendo tra l’altro un poliziotto che si trovava al di fuori dello stadio; fu danneggiata anche la vecchia Clubhouse, ma il tutto comunque resistette e negli anni 50 arrivarono anche i riflettori, permettendo quindi le prime partite in notturna. Altro momento importante nella gloriosa storia del Roker Park furono i mondiali del 1966: già la scelta di Roker Park al posto di St. James Park fu un qualcosa che a Sunderland creò grande gioia, in più grazie a questa scelta furono ammodernati la Clock Stand, con l’aggiunta dei posti a sedere, e la Fullwell End, che ottenne una copertura totale ai suoi posti (rispettando l’architettura delle altre due stand), rigorosamente in piedi e molto old style. Nacque anche la prima suite da dove seguire le partite, la Roker Park Suite. Diverse le partite mondiali giocate nell’impianto, la più importante delle quali fu il quarto di finale tra Unione Sovietica ed Ungheria, vinto 2-1 dai sovietici con circa 27 mila persone sugli spalti. Anche la nazionale italiana vi giocò 2 partite, con Cile ed Unione Sovietica (1 vinta ed 1 persa) mentre la nazionale inglese campione del mondo non vi giocò mai nel corso dei campionati.

Roker Park, primi anni 70

Negli anni 70 la struttura venne lasciata inalterata e ci si concentrò soprattutto sui piccoli miglioramenti: dal rifacimento del sistema di illuminazione all’installazione degli altoparlanti fino ad arrivare all’elettronica nei tabelloni. Questa sorta di stallo rappresentò l’inizio del declino di Roker Park: gli anni 80 e 90 infatti portarono, come tutti ben sapete, grandi innovazioni nel sistema di stadi inglese in termini di leggi e rigidità nei controlli e nelle sanzioni: la capacità dell’impianto fu inizialmente ridotta e, successivamente, quando col Taylor report divenne necessario avere tutti i posti completamente a sedere, l’allora chairman Bob Murray iniziò a considerare l’ipotesi di ristrutturare tutto.

La Main Stand disegnata da Archibald Leitch

Questo, dati i limitati spazi in cui era inserita la struttura, non fu possibile e iniziarono i progetti per costruire uno stadio completamente da zero. Diversi progetti, ma fino all 1997 si rimase qui e lo storico Roker Park fece in tempo ad ospitare, meritatamente, la squadra nella sua prima stagione di Premier League della storia. L’ultima gara di campionato a Roker Park fu contro l’Everton il 3 maggio 1997, seguita dalla finale della Northern Intermediate League Cup pochi giorni dopo contro il Middlesbrough. Arrivarono 2 vittorie, ma l’ultimo vero capitolo dello stadio fu scritto il giorno 13 maggio 1997, con la partita finale contro il Liverpool, avversario anche nella prima partita dell’impianto. E a distanza di 99 anni, il risultato fu ancora di 1-0 per il Sunderland.

La Clock Stand dietro al tifoso del Sunderland

La famosa Fullwell End

L’ultimo omaggio alla propria casa il Sunderland lo fece dopo l’ultima partita, quando Charlie Hurley (il giocatore del secolo dei Black Cats) asportò il dischetto di centrocampo per poi successivamente “trapiantarlo” al centro del nuovo stadio, lo Stadium of Light.
Inevitabilmente la gloriosa storia del Roker Park ebbe termine con il trasferimento: l’impianto fu demolito ed attualmente nell’ex sito vi è un centro residenziale nel quale però le vie prendono tutte il nome dalle zone dello stadio che occupavano originariamente il loro percorso. Tocco di classe.

Ultima immagine aerea di Roker Park

Quello che c’è al posto di Roker Park

L’IMPIANTO ATTUALE

Lo stadio attuale vede la sua storia iniziare nel 1995, quando Bob Murray diede l’annuncio della sua imminente costruzione a poche centinaia di metri dalla vecchia casa del club, su un terreno storico della città: la zona su cui sorge l’impianto infatti era, fino al 1993, la sede di una delle miniere di carbone che nei decenni precedenti aveva dato lavoro a gran parte della città, la Wearmouth Colliery. L’appalto fu dato alla Ballast Wiltshier plc, compagnia che già aveva costruito l’Amsterdam Arena: tra il giugno 1996 e il luglio 1997 lo stadio fu costruito con la capacità originaria di circa 42 mila posti, 2 mila in più del previsto. L’inaugurazione ufficiale fu il 30 luglio dello stesso anno, con un’amichevole contro l’Ajax ed il taglio del nastro effettuato dal principe Andrew, duca di York e secondo genito della regina Elisabetta II. Ovviamente l’apertura fu un evento corollato anche da esibizioni canore, tra cui gli U2. Nel 2000 vi furono i primi lavori che portarono la capienza a 49 mila e vi sono già i progetti futuri per un ulteriore ampliamento ad un totale di 64 mila posti. Attualmente l’impianto è costituito da 4 stand continue, senza spazi nè separazioni: 2 sono a 3 anelli, 2 a due dando un aspetto “sbilanciato” alla visione dall’interno, un aspetto però che potrebbe venir corretto con le future espansioni. Tutti i posti, ovviamente, sono a sedere e coperti. Prima di addentrarci nelle varie stand, ci stiamo dimenticando una delle cose più importanti, il nome dello stadio. Inizialmente senza nome, fu poi scelto “Stadium of Light” a ricordo del precedente utilizzo del terreno su cui sorge l’impianto. La luce è la luce di sicurezza che i minatori hanno sempre con se, la cosiddetta Davy Lamp alla quale è stato dedicato un monumento nei pressi del ticket office. Un bel modo per ricordare le origini su cui è sorta la città che il club rappresenta. Altra particolarità è il campo di gioco, che è situato diversi metri al di sotto del terreno adiacente lo stadio ed è stato costruito con un sistema di illuminazione tale da poter permettere all’erba di crescere durante tutto l’anno. La struttura esterna, infine, è stata costruita in maniera tale da ricordare le principali attività lavorative cittadine: vetro, navi e carbone.

Panoramica dello Stadium of Light

WEST STAND

Si tratta della main stand dell’impianto, con al suo interno i luxury boxes situati in alto, nell’ultima tier che viene chiamata Premier Concourse. A differenza delle altre stand non vi è nessuna scritta composta sui seggiolini e nella pancia della tribuna vi sono gli spogliatoi e tutti gli uffici stampa del club. Vi è addirittura la presenza di una sala eventi che può ospitare tra le 400 e le 600 persone (sì, può essere usata anche per i banchetti di nozze). All’esterno una grande ruota rossa è impossibile da non notare: un altro monumento a memoria dell’uso minerario del sito nel secolo scorso mentre all’ingresso della reception campeggia il famoso dipinto di Hemy già citato in precedenza.

L’esterno della West Stand

NORTH STAND

La North Stand è l’altra tribuna con 3 anelli dello stadio, chiamata anche North End dato che si trova dietro una delle due porte, in pura tradizione inglese. Così come la West Stand, l’ultimo anello ha una denominazione tutta sua ed è chiamato Strongbow Upper, contenente, al suo interno, il Black Cats Bar. Sui seggiolini a stadio vuoto si può leggere la scritta a caratteri cubitali “Ha’way The Lads”, un incitamento ai giocatori in linguaggio Tyne and Wear ed utilizzato soprattutto nella Sunderland Area. Sulla copertura inoltre campeggia il tabellone elettronico utilizzato per le classiche comunicazioni ed aggiornamenti e da quest’anno una parte dell’Upper Tier è destinata ai tifosi ospiti.

Bellissima immagine della North Stand

EAST STAND

Opposta alla main stand c’è la East Stand, struttura a 2 anelli che nei pochi anni di storia dell’impianto ha cambiato numerosi nomi, tutti legati a sponsor commerciali. Per la gioia di chi vi scrive attualmente viene denominata nella maniera più semplice possibile, sperando che poi possa venir legata ad una personalità storica del club, come da tradizione. Dalla West Stand a seggiolini vuoti la visione è spettacolare perchè campeggia, al centro della stand, lo stemma della squadra con i due leoni attorno a sostenerlo e sotto, a occupare le prime file, la scritta “Sunderland AFC”. All’angolo inoltre tra questa stand e la South Stand si trova la statua dedicata a Bob Stokoe, storico manager che portò la squadra alla clamorosa vittoria della FA Cup nel 1973.

L’East Stand

SOUTH STAND

L’altra end dello stadio ha solamente 2 anelli ed è anche conosciuta come Metro FM stand, dal nome della più importante radio locale. Come la North Stand vi è la presenza del tabellone elettronico, che in questo caso però non sormonta la struttura, ma ne è parte integrante trovandosi appeso all’interno, proprio sopra gli spettatori. Inoltre è già stato approvato un progetto di espansione di circa 7200 posti, ma i lavori sono ancora in stand by e non si sa quando e se verranno iniziati. Ultima curiosità è che nelle mura dell’intero stadio vi è la possibilità, dietro pagamento, di incidere il proprio nome (un’idea ripresa recentemente anche in Italia dalla Juventus).

La South Stand

La statua di Bob Stokoe

L’ATMOSFERA

A Roker Park l’atmosfera era semplicemente elettrizzante, con i tifosi del Sunderland rumorosissimi e vicinissimi alla squadra. Allo Stadium of Light si è parzialmente mantenuta questa caratteristica e la trasferta a Sunderland è una delle più belle per i tifosi di calcio in quanto trovano un pubblico passionale, rumoroso ma amichevole. Ci sono due eccezioni però, Newcastle e Middlesbrough. Quella con il Boro è la rivalità meno sentita delle due, la partita viene definita il Tees-Wear derby e l’atmosfera durante il match è comunque davvero elettrizzante, con la polizia sempre sul chi va là. La rivalità, come quella col Newcastle d’altra parte, prende il nome dai fiumi che attraversano la città e nonostante la differenza di categoria, l’ultimo derby si è giocato la scorsa stagione durante la FA Cup. Ma la partita regina per eccellenza per i tifosi dei Black Cats è quella col Newcastle, in una rivalità calcistica ed extracalcistica data l’estrema vicinanza delle due città e gli scontri nella loro storia. Basti pensare che i due stadi distano solamente 24 km e sono collegati tra loro da un treno; universalmente la partita è conosciuta come il Tyne-Wear derby ed è una delle rivalità più belle d’Inghilterra.

L’atmosfera durante la partita è un qualcosa di unico e le sensazioni che vengono trasmesse anche solo tramite la tv sono particolari: la tensione è altissima, i fans sono rumorosissimi e spesso negli anni passati si sono avuti anche parecchi incidenti, soprattutto quando si era ancora al Roker Park. In generale comunque l’impatto con il pubblico è ottimo ed è bellissimo il pump up della partita: si inizia con la Dance of Knights dal balletto di Romeo e Giulietta, molto suggestiva; si continua poi con l’ingresso in campo delle squadre e un estratto di Elevation degli U2, il tutto accompagnato dal ruggito del pubblico. Ad aiutare il tutto anche il fatto che l’affluenza allo Stadium of Light è sempre parecchio alta, lo scorso anno quasi 40 mila spettatori in media, settimo risultato totale in Premier League.

CURIOSITA’

Allo Stadium of Light è andata in scena per 2 volte la nazionale inglese, la prima volta nel 1999 in amichevole col Belgio, la seconda nel 2003 contro la Turchia nelle qualificazioni ad Euro 2004. Andando extracalcio, qui si sono tenuti numerosi eventi partendo innanzitutto dalla musica: si sono esibiti qui gli Oasis, Pink, i Red Hot Chili Peppers, i Coldplay, ma soprattutto i Take That della Reunion e il Boss. Non può mancare il rugby, dato che nel 2015 qui si terranno alcuni match della World Cup che si disputerà in Inghilterra; in ultimo abbiamo un utilizzo davvero particolare dato che annualmente si tiene qui la cerimonia di laurea dell’Università di Sunderland e questo è valso nel 2007 il riconoscimento per l’utilizzo più creativo di uno stadio.
Capacità: 49.000

Misure del campo: 105 x 68 metri

Record attendance: 75.118 (1993 – FA Cup vs Derby County)

Record attendance attuale: 48.353 (2002 – Premier League vs Liverpool)

FONTI

Football ground guide

Wikipedia

Sunderland Official Site

Roker Roar Site

Groundhopping.se

Viaggio nella Liverpool del calcio: parte prima, Everton

Everton Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Toffees (the People’s club, the School of Science)
Stadio: Goodison Park, Liverpool L4
Capacità: 40.569

109 campionati di massima serie (questo è il 110), sia essa First Division o, come è diventata in seguito, Premier League, un record del calcio inglese (nessun’altra squadra raggiunge i 100). No, non lo detiene il Manchester United, l’Arsenal (che invece detiene il record di campionati consecutivi nell’elite del calcio inglese) e nemmeno il Liverpool. La città è quella, ma siamo sulla sponda blu, siamo dalle parti di Goodison Park, casa dell’Everton Football Club. L’Everton è, secondo noi, la classica squadra sottovalutata: la percezione che ne ha il semplice appassionato di calcio è quella di una squadra mediocre, che negli ultimi anni è risorta, passando dalla parte destra a quella sinistra della classifica (abbiamo a supporto di ciò fatto una sorta di test con amici non assudui frequentatori della Premier, è il risultato è sempre quello). In realtà l’Everton è una squadra tra le più nobili del calcio inglese, per il fatto di essere una delle dodici fondatrici della Football League, per il record già citato, per il fatto comunque di essere la settima squadra in Inghilterra come numero di trofei vinti, per la squadra fantastica che ha spadroneggiato negli anni ’80, etc. etc. Con queste premesse ci accingiamo dunque a partire per Goodison Park, the Grand Old Lady di cui vi parlerà Cristian, dove ci accoglie la scritta enorme “Welcome to Everton FC” e la chiesa di St Luke, posta nell’angolo tra la Goodison Road Stand e la Gwladys Street Stand, particolare unico nel panorama del calcio pro inglese.

Il distretto di Everton divenne parte della città di Liverpool nel 1835; fu proprio in quel distretto che, nel 1871, venne inaugurata la St. Domingo Methodist Church (che prendeva il nome dalla St. Domingo Road in cui era ubicata), precedentemente situata in un’altra zona della città. Nel 1878 il reverendo Ben Swift Chambers venne nominato ministro delle chiesa, e tra le sue prime idee vi fu quella di creare una squadra di cricket che potesse servire da svago per i giovani fedeli, metodisti ma non necessariamente pigri. Il cricket era uno sport estivo, per cui per i mesi invernali bisognava pensare a qualcos’altro: quel qualcosa era il football, che stava dilagando per il Paese come una benevola influenza che avrebbe cambiato la cultura inglese, europea e mondiale. Le richieste per unirsi alla squadra di calcio furono subito ben oltre le aspettative, e il nostro rev.Chambers, tra un vangelo e un Padre Nostro non avrebbe mai potuto immaginare a cosa stava per dare il là la sua idea: infatti appena un anno dopo, nel 1879, fu convocato un meeting al Queen’s Head Hotel che sancì il cambio di nome da St Domingo F.C. a Everton Football Club, con la benedizione del nostro reverendo. Il nome scelto fu un evidente tentativo di legare la squadra, fondata da una comunità ristretta (quella metodista), a una più allargata (il quartiere), e dunque di allargare ma non disperdere questo sentimento di legame. La prima partita (20 Dicembre 1879) fu giocata sullo stesso suolo dove giocava il St Domingo, Stanley Park: maglie a strisce verticali bianco-blu, eredità del team voluto dal nostro ormai famoso reverendo, e vittoria per 5-0 contro il St Peter’s

A Stanley Park l’Everton rimase fino al 1882, quando le regole sul professionismo imposero al club un impianto cintato, chiuso, qualità che non apparteneva certo a Stanley Park, suolo pubblico. E qui entra in gioco John Houlding, nella prima delle sue triplici vesti di personaggio chiave nella storia dell’Everton, del Liverpool (ne è il fondatore) e di Liverpool in quanto città (ne sarà Lord Mayor dal 1897). Con calma, vediamo di trattare il tutto. Houlding entra in gioco come proprietario dell’Anfield Hotel, in cui venne discusso il trasferimento da Stanley Park a Priory Road, terreno messo a disposizione da Mr Cruit. Qui l’Everton giocherà per due stagioni, fino al 1884 quando Cruit rescisse il contratto d’affitto a causa delle folle sempre più numerose e rumorose. Probabilmente se ne sarà pentito amaramente, comunque a noi interessa che l’Everton rimase senza casa. E qui rientra in gioco Houlding, a cui quelle folle numerose facevano gola eccome, il quale mise la cosiddetta “buona parola” con un suo amico, tal John Orrell, proprietario di un terreno che venne affittato al club per farne la sua nuova casa. Quel terreno era situato in Anfield Road e diventerà la sede di uno dei più famosi stadi del Mondo. Siccome Houlding da buon businessman fiutò immediatamente le potenzialità di quel club così in rapida ascesa dal punto di vista del seguito di tifosi, l’anno successivo comprò Anfield Road (che venne subito trasformato in stadio moderno per l’epoca, con stand coperte e capienza di 20.000 spettatori), divenendo così egli stesso l’affittuario dell’Everton, circostanza che risulterà decisiva nel trasferimento a Goodison Park e nella fondazione del Liverpool FC.

Goodison Park nel 1892

Sul campo, dopo l’esperienza del 1887 in FA Cup con un’avvincente sfida legale contro il Bolton (vittoria del Bolton 1-0, ricorso dell’Everton per uso di un giocatore non schierabile, vittoria del ricorso, tre replay e infine vittoria sul campo dell’Everton, ricorso del Bolton perchè l’Everton avrebbe pagato alcuni giocatori amatoriali e definitivo successo dei Trotters, con conseguente squalifica di un mese del club di Liverpool), nel 1888 l’Everton scrisse parte della storia del football inglese divenendo una delle magnifiche dodici, le dodici squadre fondatrici della Football League. Il primo campionato lo concluse all’ottavo posto, il secondo al secondo posto (scusate il gioco di parole). Era il 1889/1890, e stava per accadere qualcosa di importante, sul campo e fuori. La stagione 1891/92 vide infatti l’Everton trionfare per la prima volta in campionato, seconda squadra di sempre ad aggiudicarsi il titolo (i primi due erano stati vinti dal Preston North End), con Fred Geary in campo, prima vera stella ad indossare la maglia del club (sul cui colore torneremo in chiusura di post, perchè ad esempio in quella stagione era di un colore sul rosa salmone). Fu anche l’ultima stagione ad Anfield Road, che ironia della sorte fu scenario del primo trofeo…dell’Everton. Houlding come detto divenne proprietario di Anfield Road, affittandolo egli stesso al club di cui faceva parte; l’affitto però venne costantemente aumentato, fino a diventare motivo di discussione tra i membri del club, che accusavano Houlding di voler solamente lucrare sulle fortune dell’Everton. A ciò va aggiunta un’altra disputa: il già citato Orrell rimase proprietario dei terreni adiacenti, e quando questi volle costruire una strada che avrebbe tagliato in due una stand, l’Everton si trovò di fronte al ricatto di dover affittare anche i terreni di Orrell per garantire la sopravvivenza del proprio impianto. E non ultimo, Houlding era un tory, mentre l’orientamento prevalente all’interno del club, specialmente in George Mahon, fautore del trasferimento, era whig: l’antico contrasto tra conservatori e liberali (i due furono anche rivali alle elezioni), una questione di natura politica, giocò un ruolo decisivo. Ad un certo punto l’accordo fu però vicino; ma una nuova rottura avvenne riguardo alle azioni della nuova LCC (limited liability company) in cui sarebbe dovuto essere trasformato il club per acquistare i due terreni, quello di Orrell e quello di Houlding, azioni che Mahon voleva più distribuite, anche tra tifosi, mentre Houlding voleva concentrare nella board of directors per dirla con termine attuale. Mahon a quel punto opzionò l’affitto di una porzione di terreno nella parte opposta di Stanley Park, Walton all’epoca nel Lancashire, e premette perchè il club si trasferisse lì; Houlding rispose creando la Everton (poi Liverpool) FC and Athletic Grounds, tentando di scalzare l’Everton dalla sua posizione in Football League, tuttavia non riuscendoci. La linea di Mahon prevalse, e l’Everton salutò Anfield Road: vi sarebbe tornato, ma da avversario.

George Mahon

Abbiamo dedicato qualche parola in più alla questione perchè gioca un ruolo chiave nel calcio nella città di Liverpool. Le versioni comunque sono ancora oggi differenti, a seconda che si chieda a uno storico dell’Everton o del Liverpool, ma è giusto sia così (la parte Red afferma che Houlding fosse disponibile a un contratto a breve termine, mentre l’Everton si ostinasse a chiedere accordi di lunga portata). Dunque, per motivi politici, di costi, di accuse più o meno velate di voler far profitti a spese del club, l’Everton si trovò con una nuova casa, non distante in linea d’aria da Anfield Road ma dalla parte opposta di quello Stanley Park che segnerà sempre il confine tra parte Blue e Red della città. Una casa da costruire dal nulla, proprio come era stato fatto per Anfield; tuttavia ci mise poco il club a trasformare quella porzione di terreno in uno del primi stadi specificamente costruito per il calcio al Mondo. Gli venne dato il nome di Goodison Park per via della strada adiacente, Goodison Road, e lo stadio aprì ufficialmente i battenti il 2 Settembre 1892, per un’amichevole contro il Bolton Wanderers, anche se il sito ufficiale riporta come data di apertura il 24 Agosto. Spettatori? 12.000. Goodison Park fu teatro delle gesta del già citato Geary, implacabile bomber di quella squadra che raggiunse la prima finale di FA Cup nella sua storia: il 26 Marzo 1893, con Geary assente, il Wolverhampton Wanderers alzò il trofeo, sconfiggendo per 1-0 i Toffees. E qui apriamo la parentesi sul nickname. Toffee è una caramella, e un dolciume era l’Everton Mints lanciato nel 1878 dalla Barker & Dobson, un’azienda che decise di onorare in quel modo la fondazione del club. Gli Everton Mints e i toffees erano venduti da un locale negozio di dolciumi (“Mother Noblett’s toffee shop“) ai tifosi che si incamminavano verso lo stadio; secondo altre versioni, il negozio in questione era Ye Anciente Everton Toffee House. Comunque da lì nacque la tradizione dei “toffees”, con la Toffee Lady che faceva il giro di campo nel prepartita lanciando le Everton Mints ai tifosi.

La Toffee Lady che distribuisce caramelle prima della partita, un’usanza particolare e molto carina

Tornando al campo, l’Everton perse nuovamente la finale di coppa nel 1897, 2-3 contro l’Aston Villa al Crystal Palace. E bisognerà aspettare il nuovo secolo perchè si ricominciassero a mettere trofei in quella bacheca che fino a quel punto ospitava, tra i titoli importanti, solamente un titolo di campionato. Fu proprio l’FA Cup a rappresentare l’occasione di rivincita, in tutti i sensi, quando nel 1906, sempre al Crystal Palace, l’Everton alzò il trofeo sconfiggendo per 1-0 il Newcastle United; l’anno dopo la possibilità di fare il bis venne però ostacolata dallo Sheffield Wednesday, che vinse la finale per 2-1, infliggendo così ai Toffees la terza sconfitta in quattro finali disputate. Il periodo che precedette lo scoppio della guerra si concluse, tuttavia, in modo trionfale: nel 1914/15, l’ultima stagione prima della sospensione delle competizioni ufficiali, l’Everton vinse il secondo campionato della sua storia, un punto davanti all’Oldham Athletic e con 36 goal (in 35 partite) di Bobby Parker, sicura stella del club se non fosse per la Grande Guerra, che gli lasciò come ricordo un proiettile conficcato in una gamba, con effetti sulla carriera che potete ben immaginare. Ma la stella stava per apparire nel cielo blu dell’Everton. Giocava per il suo local team, il Tranmere Rovers, lui, nativo di Birkenhead (sostanzialmente di fronte a Liverpool), quando nel 1925 segnò 27 reti in 27 partite: l’Everton si rese conto di avere un asso dietro casa (e per di più fin da bambino tifoso dei Toffees) e strappò l’assegno di 3.000 sterline in direzione Prenton Park. Lui altri non è che William Ralph “Dixie” Dean, 349 goal in 399 partite con la maglia dell’Everton, una statua fuori da Goodison Park e un posto nel cuore di tutti i tifosi Toffees.

Dixie Dean nella sua prima stagione

Dean terminò la stagione 1924/25 all’Everton, segnando 2 goal in 7 presenze, dopo i già citati 27 in 27 partite con la maglia del Tranmere; seguirono due stagioni da 32 reti in 38 partite e 21 in 27. E si arrivò così alla stagione 1927/28, leggendaria e non si tratta di un abuso di terminologia in verità spesso abusata: Dean segnò in quell’anno 60 goals in 39 partite, un record ineguagliato e ineguagliabile che regalò all’Everton il titolo. Dean continuava a segnare a raffica, ed è un delitto non poter narrarne qui le gesta in modo esaustivo, eppure al termine della stagione 1929/30 l’Everton si trovò sul fondo della classifica, per una retrocessione che aveva del clamoroso, in quanto fu la prima del club. Nemmeno da dirlo, il buon “Dixie” fece fuoco e fiamme nella seconda serie, e con 39 realizzazioni riportò immediatamente i Toffees in First Division; e non fu tutto, visto che l’Everton l’anno successivo vinse nuovamente il titolo, con il nostro che bucò i portieri avversari 45 volte. Mancava al palmares di Dean l’FA Cup (il Charity Shield era stato vinto nel 1928 e nel 1932), che prontamente vinse nella finale del 1933 contro il Manchester City, la prima partita in cui i giocatori indossarono maglie con i numeri sulla schiena, il che fece di Dixie Dean il primo numero 9 nella storia dei Toffees (la curiosità sta nel fatto che l’Everton indossò i numeri dall’1 all’11, il Manchester City dal 12 al 22). Le stagioni seguenti furono stagioni di metà classifica, Dean continuò però a segnare (12-9, 38-26, 29-17, 36-24, dove il primo numero son le presenze e il secondo i goal) fino al 1937, quando lasciò i Toffees per trasferirsi al Notts County, dove non ebbe altrettanta fortuna (giocò solo 9 partite in due stagioni per i Magpies) prima di ritirarsi definitivamente. La leggenda di Dixie Dean rimarrà però per sempre parte dell’essenza dell’essere Evertonian, leggenda che acquisì quel tocco di romantica tristezza quando Dean morì, il 1 Marzo 1980, d’infarto a Goodison Park, mentre assisteva alla partita contro il Liverpool. “People ask me if that 60-goal record will ever be beaten. I think it will. But there’s only one man who’ll do it. That’s the fellow that walks on the water. I think he’s about the only one“. Unico, imbattibile, Dean.

FA Cup del 1933, quando il tour lo si faceva in carrozza

Dixie Dean è uno di quei personaggi che nello sport portano ad applicare la regola che nella cristianità vale per the fellow that walks on the water di cui sopra: c’è un before-Dean e un after-Dean nella storia dell’Everton, almeno nel periodo appena successivo al trasferimento al Notts County. E il dopo Dean fu, per l’Everton, nuovamente vittorioso, almeno nell’immediato: ancora una volta, appena prima dello scoppio di una Guerra Mondiale, l’Everton vinse il titolo (1938/39) con una squadra che tra gli altri vedeva in campo Joe Mercer, poi star nell’Arsenal, e il diciannovenne Tommy Lawton, a cui la guerra tolse i sei anni potenzialmente migliori della carriera (riprese nel dopoguerra a far faville nel Chelsea e poi nel Notts County, alle volte il destino…) altrimenti parleremmo di lui ancor più di quanto si possa fare oggi. Dicevamo che il dopo-Dean fu vittorioso nell’immediato, perchè le cose nel primo dopoguerra non andarono esattamente bene: la cessione di Mercer e Lawton, il budget sempre più risicato trascinarono l’Everton nell’inferno della seconda serie per la seconda volta nella sua storia (1950/51), e questa volta prima della promozione in First Division passarono tre lunghe stagioni. Gli anni ’50 non furono il decennio migliore nella storia dei Toffees, con la retrocessione che li segna irrimediabilmente in negativo, mentre tra le note positive non possono bastare due semifinali di FA Cup per pareggiare il conto. Ma la svolta era dietro l’angolo, e prese forma quando nel 1961 l’ex giocatore Harry Catterick venne nominato allenatore.

Se gli anni ’50 furono un periodo sostanzialmente da dimenticare, gli anni ’60 sono la golden era dell’Everton per eccellenza, insieme agli anni ’80 che vedremo tra breve. Catterick riorganizzò la squadra, specie in difesa, tanto che l’Everton nella sua prima stagione risultò la squadra meno battuta della First Division e giunse quarto, per poi la stagione successiva (1962/63) vincere nuovamente il titolo, a cui aggiunse, nel 1966, l’FA Cup, vinta in una memorabile finale contro lo Sheffield Wednesday ribaltando uno 0-2 iniziale (finì 3-2). Ma incancellabile nella memoria dei tifosi e degli appassionati fu soprattutto l’ultimo titolo vinto da Catterick, quello del 1969/70, indimenticabile perchè quella squadra (Joe Royle e la Santa Trinità versione blue, Howard Kendall – segnatevi questo nome – Alan Ball e Colin Harvey) giocava in modo spettacolare e immaginiamo senza paura di esagerare che avrebbe ricevuto applausi anche dai maestri olandesi del calcio totale, che peraltro proprio in quegli anni stava investendo senza possibilità di ritorno il mondo del football mondiale. Quel titolo esaurì però il periodo d’oro degli anni ’60, e gli anni ’70, con un altro ex giocatore in panchina, Billy Bingham, seguito poi da Gordon Lee, non furono altrettanto ricchi di successi, anche se l’Everton sfiorò in diverse occasioni il titolo, perse una finale di Coppa di Lega e perse la famosa semifinale di FA Cup del 1977 contro il Liverpool al replay, famosa perchè per il pareggio nella prima partita per 2-2 con il goal di Bryan Hamilton annullato ingiustamente e in modo clamoroso; il replay venne vinto agevolmente dai Reds per 3-0. Gordon Lee subentrò a Bingham, ma un diciannovesimo posto nel 1979/80 e un quindicesimo nel 1980/81 portarono la dirigenza a sostituirlo, con in più il Liverpool che stava offuscando in quanto a successi i Toffees. Al suo posto venne scelto Howard Kendall, ex giocatore del club e all’epoca allenatore-giocatore al Blackburn Rovers, che aveva condotto dalla Third alla Second Division; mai scelta fu più azzeccata, come si suol dire.

Colin Harvey affonda lo United

Kendall firmò i seguenti giocatori, tutti nella sua prima stagione in carica: Neville Southall, Gary Stevens, Derek Mountfield, Peter Reid, Kevin Sheedy, Trevor Steven. Più di mezza squadra, che andava ad unirsi a Kevin Ratcliffe e Graeme Sharp che già facevano parte del club. Arrivò, nel 1983, anche Andy Gray, giusto in tempo per segnare nella finale di FA Cup del 1984 (2-0 al Watford, l’altra rete fu di Sharp) e mettere fine a un’astinenza da trofei lunga quattordici anni; i Toffees disputarono anche la finale di Coppa di Lega, che però persero contro i cugini del Liverpool. In campionato l’Everton finì settimo, ma durante la stagione la scarsa forma della squadra portò qualche tifoso a chiedere la testa del manager, anche se dubitiamo che quegli stessi tifosi oggi dicano “sì, ero io”. Perchè? Perchè la stagione, 1984/85, l’Everton non solo tornò a sedersi sul trono d’Inghilterra, ma vinse la sua prima e ultima coppa europea, la Coppa delle Coppe, sconfiggendo per 3-1 in finale il Rapid Vienna, ma soprattutto dopo aver eliminato in semifinale il Bayern di Monaco con una vittoria (sempre per 3-1) a Goodison Park che è considerata una delle migliori performance di sempre da parte dei Toffees. L’Everton quella sera a Rotterdam, sede della finale, scese in campo con i seguenti undici: Southall; Stevens, Van den Hauwe, Ratcliffe, Mountfield; Steven, Reid, Bracewell, Sheedy; Sharp, Gray. Quest’ultimo, tuttavia, partì a fine stagione, per tornare all’Aston Villa: al suo posto era stato infatti acquistato un attaccante 24enne dal Leicester City, Gary Lineker.

La stagione 1985/86 sarebbe ricordata con maggior piacere dai tifosi dell’Everton se non fosse che sia il secondo posto in campionato sia la sconfitta in finale di FA Cup furono ad opera del Liverpool, lo stesso Liverpool che indirettamente (o meglio, per responsabilità dei propri hooligans) aveva causato l’esclusione di tutte le squadre inglesi dalle competizioni europee, Everton compreso. I Toffees però si rifecero nel 1987, vincendo il titolo (l’ultimo, ad oggi, della loro storia) dopo una lunga battaglia contro i rivali cittadini, ma perdendo tuttavia a fine stagione Kendall, che accettò l’offerta dei baschi dell’Athletic Club e lasciò il Merseyside direzione Bilbao. Venne sostituito dall’assistente, ed ex compagno di centrocampo, Colin Harvey, che tuttavia non replicò i successi del mentore, giungendo a una finale di FA Cup nel 1989 persa nuovamente contro il Liverpool, un Liverpool reduce peraltro dal disastro di Hillsborough in semifinale. Harvey venne licenziato nel 1990, rimpiazzato da…Kendall, che tornò così all’Everton (Harvey rimase in qualità di assistente), senza però riuscire a far rivivere quella decade magnifica che furono gli anni ’80, e lasciando mestamente nel Dicembre del 1993 con la squadra a metà classifica. Ecco, quel 1993/94: una stagione tribolata, che verrà ricordata per “the Great Escape“. Kendall venne sostituito da Mike Walker, autore del miracolo Norwich (terzo in campionato, brillante in Coppa UEFA), il cui ingaggio costò al club del Merseyside una multa di 75.000 sterline per trattative non esattamente correttissime nei confronti dei Canaries. Walker si trovò una squadra che pian piano sprofondò sull’orlo della retrocessione, fatto che sembrava inevitabile quando, nell’ultima partita della stagione, partita che l’Everton doveva vincere, il Wimbledon passò in vantaggio per 2-0 a Goodison; con i tifosi già in lacrime, i Toffees buttarono il cuore in campo e l’errore di Hans Segers, che ogni tifoso dell’Everton ringrazierà a vita, diede il 3-2 definitivo (goal di Stuart) e la matematica salvezza. Walker fu, però, licenziato, e sostituito dall’ex giocatore Joe Royle, che aveva precedentemente allenato l’Oldham Athletic.

La notte di Rotterdam: Coppa delle Coppe 1985

Joe Royle, il cui regno a Goodison durò dal 1994 al 1997, è l’ultimo manager ad aver portato un trofeo nella bacheca dei Toffees, l’FA Cup del 1995 (1-0 al Manchester United) a cui va aggiunta la Charity Shield dello stesso anno. Royle portò all’Everton anche un attaccante scozzese, Duncan Ferguson, che diventerà un vero idolo dei tifosi, sebbene non segnasse quanto Dean, non avesse la classe di Harvey o l’eleganza di Lineker, ma la cui tempra, la cui dedizione alla causa e l’amore per la maglia furono elementi sufficienti a far sì che sia ricordato con affetto dai fans, anche perchè la sua immagine è legata a un periodo non esattamente vincente, e in questi periodi avere uno come Duncan in squadra non poteva che essere manna dal cielo. Royle si dimise nel Marzo del 1997, e la stagione venne portata a termine dal capitano Dave Watson, che tuttavia rifiutò il lavoro quando gli venne offerto permanentemente; si optò allora per il redivivo Kendall, al suo terzo spell a Goodison Park. Un disastro. L’Everton si salvò all’ultima giornata e solo in virtù della differenza reti (a farne le spese, il Bolton), e Kendall venne licenziato. Venne nominato manager Walter Smith, ex allenatore dei Glasgow Rangers, ma le cose non migliorarono, sebbene il periodo di Smith alla guida del club durò quattro anni, fino al 2002 quando, con l’Everton in piena zona retrocessione il club, in difficoltà finanziarie, si rivolse a un giovane manager scozzese, in carica al Preston North End: David Moyes. Moyes, che come presentazione ebbe il colpo di genio di definire il club “the people’s club”, definizione che fu ben presto adottata come nickname non ufficiale dell’Everton, è a tutt’oggi il manager dei Toffees, che ha riportato a una posizione stabile in Premier League (tra cui il quarto posto nel 2005), ad una finale di FA Cup nel 2009 e nell’Europa che conta, tra cui la Champions League 2005/06 (sebbene la corsa si arrestò subito, ai preliminari contro il Villarreal). Non solo: nel 2002/03 Moyes lanciò anche in prima squadra uno dei talenti più cristallini del calcio inglese, quel Wayne Rooney, da sempre tifoso Toffees (e non sono solo parole di circostanza, basta vedere cos’ha regalato al figlio nel 2011), che nel 2002/03 incantò l’Inghilterra con un magnifico goal all’Arsenal, che peraltro inflisse ai Gunners la prima sconfitta in un anno prima di essere ceduto al Manchester United. Moyes ha recentemente dichiarato, a tal proposito, che a suo parere Rooney concluderà la carriera all’Everton. Vedremo se avrà ragione, nel frattempo i Toffees sono sicuramente in mani più che sicure, ed a parere nostro Moyes raccoglie meno consensi nel mondo del calcio di quanto dovrebbe.

L’ultimo di tanti talenti dell’Everton: il local boy Wayne Rooney

Cosa rimane in sospeso? Colori sociali e stemma, visto che del nickname abbiamo detto. La storia dei colori sociali, e quindi delle maglie, dell’Everton è piuttosto confusa. La prima divisa fu a righe verticali bianco-blu, a cui fece seguito una maglia nera con banda diagonale rossa che fu causa del nickname “black watch”, primo nick della squadra. Fu poi la volta di divisa rosa e bianca, a quadrati bianco-blu stile Bristol Rovers, nuovamente rosa, azzurra e bianca, salmone, rossa e, dal 1895 al 1901, totalmente azzurra. Finalmente, nel 1901, venne introdotto il blu che distinguerà da quel punto in poi l’Everton, associato a pantaloncini bianchi. La storia dello stemma della squadra, che raffigura la Prince Rupert’s Tower (situata nel cuore del distretto di Everton) parte invece dalla stagione 1937/38, quando il segretario Theo Kelly la riprodusse con l’intenzione di farne appunto il club crest. L’idea di Kelly vide incredibilmente la luce…40 anni dopo, quando nel 1978 venne introdotto sulla maglia lo stemma raffigurante la torre, le corone di alloro segno di vittoria e il motto latino “nil satis nis optimum” (lo stemma Kelly lo usava sulla cravatta, la sua e quella del proprietario). In precedenza, infatti, erano comparse, sporadicamente, solo le lettere “EFC”. Lo stemma ideato da Kelly, con poche modifiche, è ancora oggi utilizzato dalla squadra.

Salutiamo l’Everton con le parole di un suo giocatore, Alan Ball: “Once Everton has touched you, nothing will be the same”.

Trofei

  • First Division: 1890–91, 1914–15, 1927–28, 1931–32, 1938–39, 1962–63, 1969–70, 1984–85, 1986–87
  • F.A. Cup: 1906, 1933, 1966, 1984, 1995
  • Charity Shield: 1928, 1932, 1963, 1970, 1984, 1985, 1986 (shared), 1987, 1995
  • Coppa delle Coppe: 1984/85

Records

  • Maggior numero di spettatori: 78.299 v Liverpool (First Division, 18 September 1948)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Neville Southall, 578
  • Maggior numero di goal in campionato: Dixie Dean, 349

Non-league football: Wembley FC

Marco torna e ci regala questa volta un pezzo sul Wembley F.C., in collaborazione con il suo Londra Calcistica e con il forum di Rule Britannia. Enjoy!

Wembley Football Club
Anno di fondazione: 1946
Nickname: the Lions
Stadio: Vale Farm, Wembley
Capacità: 2.000

Oggi andiamo a Wembley, non allo stadio, ma a conoscere la squadra locale il Wembley Football Club. Siamo nel quartiere di Wembley, nel London Borough of Brent.

Sullo sfondo, il tempio (foto Londra Calcistica)

Fondato nel 1946, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, nell’area dove sorgeva l’Empire Stadium paradossalmente non c’era un club, e molte persone richiedevano una squadra senior. I due club locali junior del Sudbury Rangers e Sudbury Ratepayers decisero quindi di unirsi. Dal risultato dei loro sforzi nacque il motto “”A Posse Ad Esse” (“dalla possibilità alla realtà”). Giocano le gare interne al Vale Farm, Watford Road, Wembley, stadio che può contenere 2.000 spettatori, hanno la maglia bianco/rossa e sono chiamati “Lions” (il leone era presente nel vecchio logo del Borough di Wembley).
Il club iniziò la sua avventura dalla Middlesex Senior League, e nel secondo anno di vita 1947/48 vinsero il campionato. Spesero due stagioni nella Spartan League Western Division, vinsero il campionato nel 1950/51, prima di trasferirsi e diventare membri fondatori della Delphin League nel 1951. Il record di spettatori al Vale Farm e’ nel 1952, nel derby con i locali del Wealdstone davanti a ben 2,654 persone. Nel 1956 arrivarono secondi in campionato, ma andarono due volte in finale, in London Senior Cup (persa 1-3 contro il Brigg Sports a Ilford) e Middlesex Senior Cup (persa 1-2 contro Hendon a Wealdstone). Per un club nato da appena una decade i risultati erano impressionanti e nella stagione 1956/57 si unirono alla Corinthian League; sempre nella stagione 1956/57 vinsero la NW Middlesex Invitation Cup, battendo i rivali locali del Harrow Town.
Nel 1963 entrarono nella Athenian League, in Division One, dove rimasero fino al 1968, quando vennero promossi in Premier Division. Malcom Allison accettò la sua prima panchina con il Wembley nel 1962, ma il grande freddo che si abbattè sull’Inghilterra nella stagione 1962/63 ridusse al minimo il suo lavoro. Nel 1966, durante i Mondiali disputati in Inghiterra, la nazionale inglese usava il Vale Farm come campo d’allenamento. Nella stagione 1967/68, il Wembley raggiunse il miglior risultato in FA Amateur Cup, 2 Turno.
Nella stagione 1974/75 entrarono nell’Isthmian League, dove rimasero per ben 31 anni. La maggior parte del loro tempo lo passarono in Division One. Solo negli anni ’80 sfiorarono la promozione in Premier Division, in due occasioni finirono al terzo posto. Nella stagione 1980/81 per la prima volta nella loro storia il 1 Turno di FA Cup, perse 3-0 contro l’Enfield. Nella stagione 1983/84 il club arrivò alla semifinale dell’Isthmian League Cup persa 4-1 contro il Sutton United, che vincera’ anche la coppa. Negli anni ’80 il Wembley conquistò molte coppe regionali della Middlesex, raggiunse otto finali, vincendone cinque, incluso il County Cup ‘Double’ nel 1986/87 conquistando la Middlesex Senior Cup e Middlesex Senior Charity Cup. La successiva stagione raggiunse ancora due finali di coppa, ma le perse entrambe. La Charity Cup, la cui finale fu giocata a Wembley davanti a 5,000 spettatori, i Lions la persero 3-0 contro il solito Hendon. In semifinale, superarono (l’unica volta nella storia) un club di Football League, il Brentford 2-1 al Griffin Park

(Foto Londra Calcistica)

Negli anni ’90 fecero due fantastici cammini in FA Cup, nel 1992/93 arrivò al 4 Turno di Qualificazione, ma venne elimato dopo tre replay dal Nuneaton Borough (incluso un match davanti a 2,000 persone) ed il 3 Turno Qualificazione 1994/95 giocarono contro il Welling United, team di Conference, e persero 4-1 in trasferta. Sempre nella stagione 1994/95, i Lions vinsero per la quinta volta la Middlesex Senior Charity, battendo 2-1 l’Hampton a Northwood. Nella stagione dei cinquant’anni, la società sperava nella promozione, ma persero due giocatori chiave, Giuliano Grazioli – che andò al Peterborough – e Charlie Flaherty: la squadra ne risenti’ e per la prima volta nella sua storia retrocesse. Ma strana coincidenza, fecero il miglior cammino in FA Trophy, arrivando al 2 Turno e perdendo 0-2 con il Northwich Victoria al Vale Farm. Nella stagione successiva, i Lions arrivarono terzi e ritornarono subito in Division One. Persero anche la Middlesex Charity Cup, in finale furono battuti 0-1 dall’Edgware Town. Sotto la guida di Errol Dye, il Wembley arrivò alla finale della Middlesex Senior Cup, nella stagione 1998/99, ma furono sconfitti ai rigori dal….Hendon, dopo che il tempo regolamentare era finito 2-2.
Nella stagione 2005/06 il Wembley giocava nella Division Two dell’Isthmian League, ma ci fu una riforma della Non League ed il Wembley fu “retrocesso” in Combined Counties League Premier Division. Dopo la prima stagione in cui il club lottò per il titolo, che sfuggì, il resto delle stagioni si piazzarono nel lato sbagliato della classifica. Nella stagione 2010/11, dopo dodici anni il club torno a disputare una finale, quella della Combined Counties League Premier Challenge Cup, perdendola 0-1 contro il Sandhurst Town. I rivali tradizionali del Wembley sono l’Harrow Borough ed il defunto Edgware Town, ma a diversi tifosi non va molto a genio anche il Wealdstone. Per il terzo anno il club divide il Vale Farm con l’ormai famigerato Hendon.
Nella stagione 2011/12, disputarono Extra Turno Preliminare di FA Cup contro l’Ascot United, la partita per la prima volta fu mandata in streaming su facebook in accordo tra FA e il nuovo sponsor della coppa la Budweiser. Il Wembley vinse 2-1 grazie alle reti nella ripresa di Chris Korten e Roy Byron davanti a 1,149 spettatori, record per l’Ascot’s Racecourse Ground. Il 15 Marzo 2012 la Budweiser annunciò d’essere diventata sponsor del club immediatamente. Iniziò a lavorare fianco a fianco alla societa’, sistemando la Club House e procurando dei minibus per le trasferte della squadra. Altre iniziative sono quelli di coinvolgere anche i residenti di Wembley. Jason Warner, Global VP Budweiser ha dichiarato “Noi crediamo la via migliore per celebrare FA Cup è partire dal basso, il Wembley FC ha un patrimonio incredibile ed una storia da raccontare. Ci auguriamo di realizzare i loro sogni”. Brain Gumm Presidente del Wembley ha dichiarato “Non siamo un grande club, ma abbiamo grande ambizioni e con la Budweiser possiamo realizzare i nostri sogni”.
Il 28 Marzo 2012, venne annunciato come Direttore Tecnico Terry Venables, mentre per l’edizione 2012 della FA Cup sono stati tesserati per ragioni di pubblicità alcuni ex giocatori famosi: Ray Parlour, Martin Keown, Graeme Le Saux, Claudio Caniggia e Brian McBride, con David Seaman ad allenare i portieri. Per la cronaca, il cammino di questa squadra di vecchie glorie è finito al preliminary round, 2-2 e 0-5 contro l’Uxbridge.

Li riconoscete?

Trofei

  • Middlesex Senior League: 1947–48
  • Spartan League (Western Division):1950–51
  • Middlesex Senior Cup: 1983–84, 1986–87
  • Middlesex Senior Charity Cup: 1967–68 (joint), 1980–81 (joint), 1982–83, 1986–87, 1994–95

Contatti
Sito Ufficiale:
http://www.clubwebsite.co.uk
Twitter: @WembleyFC

 

 

 

Viaggio nella Liverpool del calcio: introduzione

E così siamo arrivati a Liverpool, che calcisticamente è la città più vincente dell’Inghilterra con 27 titoli d’Inghilterra, 12 F.A. Cup, 10 League Cup, 9 trofei Europei e 24 Charity/Community Shield (Londra non viene solitamente considerata a causa dell’abbondante numero di squadre). Facile dunque pensare che questo viaggio sarà più lungo dei precedenti, sia nelle sue due tappe a Goodison Park e ad Anfield Road, sia in questa introduzione, che si soffermerà, oltre che sulle caratteristiche generali della città (sì, lo sappiamo, la domanda è “entro quante righe parleranno dei Beatles?”) anche specificatamente sul Merseyside derby, senza che questo comporti però troppa dispersione di tempo e spazio che preferiamo dedicare alle singole squadre.

Liverpool è una città e metropolitan borough nella contea del Merseyside (Mersey è il fiume che la attraversa, più precisamente l’estuario del fiume), ovest dell’Inghilterra, appena sopra al Galles. Conta una popolazione di 466.400 abitanti, ma la Liverpool City Region, ovvero l’unione tra la città e la moltitudine di città e cittadine intorno ad essa, arriva ai 2 milioni di persone. Il motivo è presto detto: Liverpool, con la sua posizione che ne fa un porto perfetto, è stata uno dei cuori pulsanti di quella che fu la rivoluzione industriale, e in precedenza anche del commercio via mare verso le colonie, compresa la triste pratica del commercio degli schiavi. E proprio durante l’industrializzazione (Liverpool e Manchester sono state le prime due città nella storia collegate da una ferrovia, 1830, poi Manchester decise di farsi il porto sui canali e i rapporti tra le due città divennero un tantino tesi, ma questa è altra storia) la popolazione della città crebbe a dismisura, il tutto favorito anche dall’immigrazione dalla vicina Irlanda durante la Grande Carestia (1845-1852), tanto che nel 1851 gli irlandesi costituivano il 25% della popolazione. Una popolazione mista, dato che non furono solo gli irlandesi a trovar casa a Liverpool, ma da tutta Europa gente arrivava in città in cerca di occupazione, tant’è che ancora oggi molte chiese sono lì a testimoniare la multietnicità della città (Deutsche Kirche Liverpool, Greek Orthodox Church of St Nicholas, Gustav Adolfus Kyrka, Princes Road Synagogue, St. Peter’s Roman Catholic Church), che tra l’altro proprio in questo senso vanta il primato di prima comunità africana del Regno Unito e di prima Chinatown d’Europa. Popolazione, quella di Liverpool, che ha un nome: Scousers, termine con cui qualsiasi inglese si riferirà all’abitante di Liverpool (e del Merseyside più in generale) al posto dell’ufficiale “Liverpludians”.

I Fab Four, orgoglio scouse

Lo scouse è un piatto tipico, uno stufato di carne (agnello o mucca) che ancora oggi scoprirete essere molto popolare in quel di Liverpool. Da lì, scousers, appunto. E per estensione è diventato “scouse” tutto ciò che riguarda la città, compreso il dialetto e l’accento (ma non solo la città, tutto il Merseyside); accento molto marcato, influenzato anche dall’immigrazione irlandese, una forte connotazione maggiore nella parte nord della città, mentre la parte sud ha una parlata più morbida all’udito. Accento con cui crediamo avesse abbastanza famigliarità John Winston Lennon (origini irlandesi, got it?), nato sotto le bombe tedesche nel 1940 in Oxford Street e il cui incontro con James Paul McCartney è da annoverare tra quelli che han cambiato il corso della storia. Cosa nacque da quell’incontro di due menti geniale lo sapete tutti, ed è dunque lecito dire che, per quanto a noi interessi l’aspetto football, Liverpool tramite quattro suoi figli abbia cambiato la storia della musica. Collegare i Beatles (grande passione del sottoscritto) al calcio non è cosa immediata e forse nemmeno interessante, e nessuno saprà mai per che squadra tifasse il barbiere in Penny Lane sotto quel suburban sky. Due parole, specie su McCartney, che ci introdurranno all’argomento derby, spendiamole però, l’unico dei quattro Beatles che sappiamo avere una passione per il calcio. McCartney dichiara: “Here’s the deal: my father was born in Everton, my family are officially Evertonians, so if it comes down to a derby match or an FA Cup final between the two, I would have to support Everton. But after a concert at Wembley Arena I got a bit of a friendship with Kenny Dalglish, who had been to the gig and I thought ‘You know what? I am just going to support them both because it’s all Liverpool.””. The friendly derby lo chiamano, per l’appunto, forse non per le motivazioni di Paul, ma comunque sempre amichevole. Vediamo perchè.

La vicinanza tra Anfield e Goodison

Friendly derby (ora è più comune la connotazione geografica di Merseyside derby) perchè non è raro a Liverpool trovare famiglie “miste”, con un fratello Red e l’altro Toffee. Friendly perchè, durante la finale di Coppa di Lega del 1984 i tifosi di entrambe, mischiati in tribuna, intonarono all’unisono i cori “Merseyside!” e “are you watching Manchester?” (rivalità mai assopita). Friendly perchè i due stadi sono separati solo dallo Stanley Park. Friendly perchè nei primi 30 anni del ‘900 le due squadre avevano un solo programme, in comune, cosa impensabile ora. Friendly perchè ancora di recente vedi l’immagine commovente di due bambini nelle rispettive maglie commemorare Hillsborough, friendly perchè ad Anfield viene trasmesso il tema di Z-Cars su cui l’Everton entra in campo per commemorare un piccolo Evertonian scomparso, Rhys Jones. E così via. Sfatiamo anche un mito, quello sulla connotazione religiosa delle due tifoserie: non è assolutamente dimostrabile che l’Everton sia squadra cattolicheggiante e il Liverpool protestante (addirittura c’è chi sostiene l’opposto, a dimostrazione di quanto questa sia una semplice credenza o comunque un fattore non radicato e connotativo). Ora, detto ciò, abbiamo esaltato lo spirito friendly del derby del Merseyside, bene anche dire che negli ultimi anni è la partita che produce il maggior numero di sanzioni disciplinari, testimonianza di quanto i giocatori sentano il match, influenzati come ovvio dai propri sostenitori (i giocatori non sono tifosi, e anche se lo fossero bene ricordare che i Steven Gerrard, i Michael Owen, i Jamie Carragher etc. sono tutti nati e cresciuti tifosi…dell’Everton); negli anni ’80 inoltre i danni degli hooligans del Liverpool all’Heysel causarono l’esclusione delle squadre inglesi dalle competizioni europee per tutto il resto degli anni ’80, anni che videro un super Everton rimanere così confinato in patria tra il malumore dei tifosi Toffees.

Un’immagine di una bellezza senza confini

Nel computo totale dei match il Liverpool è in vantaggio: su 218 partite, 88 sono state vinte dai Reds, 66 dai Toffees e 64 terminate in parità. Il record di reti segnate spetta a Ian Rush, leggenda del Liverpool, con 25, mentre a 18 c’è un’altra leggenda, questa volta dell’Everton, “Dixie” Dean. E a proposito di record, ci sono record che il derby del Merseyside può vantare rispetto a tutti gli altri derby d’Inghilterra, tra i quali la più lunga striscia di imbattibilità (14 partite, detenuto dall’Everton) e la più lunga striscia d’imbattibilità casalinga (sempre 14, ma questa volta del Liverpool). Qualche statistica un po’ confusa, ma giusto per introdurre l’argomento, visto che stiamo parlando forse del derby più “nobile” del calcio inglese, da una parte la leggenda Reds, Shankly, Paisley, Keegan, Dalglish, You’ll never walk alone e la Kop etc., dall’altra l’Everton, la squadra che ha disputato più campionati di massima serie nella storia (109) e che comunque uno o due trofei li ha vinti, checcè ne dica Caressa in FIFA12 (scusate l’excursus da videogiocatore, sassolino che volevo togliermi). Dunque, quello che abbiamo capito è che ci troviamo di fronte a due giganti del football: andiamone pertanto a parlare nel dettaglio, partendo dall’Everton.

P.S. il viaggio è a Liverpool, ma l’occasione è ghiotta per attraversare l’estuario del Mersey e andare anche a Birkenhead, sede del Tranmere Rovers, che tratteremo nella terza tappa del viaggio


Le maglie della Premier, puntata speciale: Lillywhites

Eccoci ritornati, dopo molto tempo, con la rubrica sulle maglie. Oggi però, rispetto alle puntate abituali, c’è un cambiamento. Non parleremo delle divise di qualche squadra di Premier, ma di uno dei posti più famosi in cui comprarle.

Al centro di Londra, a poche centinaia di metri da Oxford Street, ed in particolare alla fine di Regent Street, nella famosa Piccadilly Circus, si trova uno dei più antichi e grandi negozi di sport della capitale inglese.

Situato nell’enorme palazzo con davanti la famosissima statua, Lillywhites si sviluppa su un totale di 10 piani, all’interno dei quali è possibile trovare sia attrezzature sportive di tutti i tipi, sia scarpe, maglie, e vestiario per il tempo libero.

Il piano che interessa noi, però, è il 2nd floor. Arrivando dalle scale, un appassionato di calcio non potrà che rimanere a bocca aperta trovandosi di fronte una stanza, di dimensioni importanti, completamente rivestita di maglie da calcio, tute, pantaloncini e tutto ciò che una squadra professionistica ha da offrire per quanto riguarda l’abbigliamento. Come si può vedere dalla foto, sia sulle pareti, tanto al centro della sala, sono presenti tutte le maglie delle più importanti squadre della massima serie inglese, sia quelle delle più famose squadre estere.

La caratteristica più importante però, oltre la quantità, riguarda i prezzi. Lillywhites infatti, oltre ad avere prezzi di partenza molto bassi, nei periodi disaldi (luglio/agosto e ottobre/novembre solitamente) ribassa ulteriormente i prezzi, così che si possono trovare maglie della stagione in corso a poco più di 40 euro l’una, e maglie della stagione precedente ribassate alle volte anche a meno di 10 euro. In particolare su uno stand si trovano ogni tanto quelle maglie che loro definiscono fallate ma che spesso in realtà non sono altro che sporche, e che proprio per questo vengono vendute a prezzi da mercatino. Io stesso ho trovato una maglia della nazionale inglese, con nome e numero, a 5 sterline solo per la presenza di una macchia su una manica, macchia sparita dopo il primo lavaggio.
   Molto interessante la parte dedicata alla nazionale. Infatti, oltre alle maglie contemporanee della rappresentativa di Roy Hodgson, si possono trovare molte riproduzioni delle maglie che hanno fatto la storia del calcio inglese, come ad esempio quella indossata nella sfortunata semifinale degli Europei del 1996 persa contro la Germania.

Allo stesso modo si possono trovare alcune riproduzioni delle maglie passate delle squadre di club più famose in Inghilterra, quali Chelsea, Aston Villa, Manchester City, solo per citare alcuni esempi.

Insomma, se vi trovate a Londra, e volete portarvi via un ricordo “calcistico” del Paese con il più bel campionato del mondo, salite su un double-decker, arrivate a Piccadilly Circus, fatevi una foto ricordo davanti alla statua, e poi entrate nel sogno di qualsiasi appassionato. Non ne resterete delusi, ve lo assicuriamo.