Viaggio nella Manchester del calcio / non-league football: FC United of Manchester

FC_UnitedFootball Club United of Manchester
Anno di fondazione: 2005
Nickname: United, Red Rebels
Stadio: Gigg Lane, Bury, Greater Manchester
Capacità: 11.840

Prima di parlare del Manchester United e concludere così il nostro viaggio, ci sembra giusto dedicare uno spazio a quella che potremmo definire una costola dello United stesso, ovvero il Football Club United of Manchester. Un club dalla breve vita, nato nel 2005 per iniziativa di un gruppo di tifosi dei Red Devils in aperta protesta contro l’acquisto del club da parte del magnate americano Malcolm Glazer. L’idea di fondare un club era già sorta nel 1998, quando si parlò di un interessamento di Rupert Murdoch per lo United, ma poi non se ne fece nulla, l’idea perse il suo significato e sfumò, fino a rinascere, appunto, nel 2005. Una serie di meeting nel Maggio del 2005, subito dopo l’avvenuto takeover da parte dei Glazer, si concluse con la formazione della squadra, sotto i consigli dei membri dell’AFC Wimbledon: il nuovo club, infatti, fu fondato per essere di proprietà dei tifosi, esattamente come i Dons londinesi. Più di 4000 persone, entro la scadenza del Luglio dello stesso anno, versarono la loro quota (si arrivò a 100.000 sterline). Nel frattempo c’era da scegliere un nome: si optò per FC United, ma la Football Association lo rifiutò in quanto considerato troppo generico; venne così indetto un sondaggio che vide prevalere la denominazione “FC United of Manchester” (tra le opzioni un curioso “Manchester Central”, come visto nel pezzo dedicato al City squadra esistita per un breve periodo negli anni ’30).

Il primo tassello venne messo con la nomina a manager di Karl Marginson, mancuniano con una vita da giocatore passata nelle squadre minori della Greater Manchester; fu poi la volta dei giocatori, per i quali vennero organizzati una serie di provini a cui si presentarono in 900, con 200 che superarono la pre-selezione e 17 che vennero scelti infine per giocare nel club. L’FC United of Manchester venne ammesso nella North West Counties Football League second division, decimo livello della piramide del football; come stadio venne scelto Gigg Lane, casa del Bury (club di Football League), anche se nel corso degli anni vennero disputate partite in altri impianti della Greater Manchester (Moss Lane di Altrincham, Bower Fold di Stalybridge etc). Colori, superfluo da dire, rosso-bianco-nero, gli stessi dei Red Devils, anche se è giusto precisarlo per non far confusione con le sciarpe giallo-verdi, indossate dai tifosi del Manchester United contrari a Glazer che seguono la squadra all’Old Trafford (un richiamo ai colori originari). La prima partita fu un’amichevole con il Leigh Railway Mechanics Institute, club che in precedenza aveva chiesto l’aiuto all’FC United in quanto in difficoltà economiche, e terminò 0-0.

La NWCFL (abbreviamo per comodità) fece in modo che la prima partita del club, in trasferta, avvenisse nello stadio più capiente della lega, quello del Leek County, in modo da misurare le presenze sugli spalti e organizzare le partite successive. 2.590 spettatori segnarono un record per il campionato, record destinato a essere battuto nei mesi successivi. Il 22 Aprile 2006, davanti a 6.023 spettatori, l’FC United si aggiudicò il campionato di second division, ottenendo così la promozione in division one. La stagione successiva, al titolo di division one che apriva le porte della Northern League, si aggiunse la coppa, la NWCFL Challenge Cup, mentre nell’FA Vase vennero eliminati al terzo turno (nella prima stagione non poterono partecipare in quanto il club venne fondato quando i termini per l’iscrizione erano scaduti). La terza promozione di fila arrivò nella prima stagione in Northern Premier League Division One, anche se in questo caso tramite playoff (in campionato terminarono secondi dietro al Bradford Park Avenue), nella stessa stagione dell’esordio in FA Cup, che terminò al primo round qualificatorio dopo la vittoria in quello preliminare. Dal 2008/09, sebbene si sia piazzato in tre stagioni su quattro in zona playoff, il club si trova in Northern Premier League Premier Division, e non è quindi riuscito a guadagnare la promozione in Conference North, che secondo gli obbiettivi programmatici sarebbe dovuta arrivare entro il 2009. Comunque, nel 2010, il secondo round di FA Cup, con il Brighton & Hove Albion di scena a Gigg Lane, è già un successo degno di nota (6.700 spettatori quel giorno).

La parte dedicata ai risultati sul campo l’abbiamo compressa perchè qui quello che ci interessa capire è il perchè che sta dietro a questo club, e analizzarne meglio il suo statuto “democratico”. Prima però, giusto dire che è in progetto la costruzione dello stadio della squadra, a Moston, un piano approvato dal consiglio cittadino dopo che un’altra soluzione, molto significativa (avrebbe portato il club a Newton Heath, luogo d’origine del Manchester United) venne bocciata. Ora, la prima cosa da sottolineare è questa: che il club forse più globalizzato d’Inghilterra, il Manchester United, conservi in se un nucleo forte e solido di tifosi legati più alla tradizione che agli affari del calcio moderno, un nucleo che si è opposto all’acquisto del club da parte di un magnate americano sia con le famose sciarpe giallo-verdi, sia con la fondazione dell’FC United of Manchester, che risulta quindi essere alla fine una sorta di preziosa testimonianza di legame con la propria squadra, una squadra la cui anima è stata in parte sacrificata sull’altare del football moderno. Come dire: questo club, per quanto piccolo, non ce lo porterete mai via. I tifosi dell’FC United sono per la stragrande maggioranza ancora tifosi dei Red Devils, per l’appunto: han solo voluto mettere insieme la loro passione in modo da preservarla da futuri sconvolgimenti; questo è il motivo dello statuto altamente democratico del club, nel senso del coinvolgimento di tutti nelle decisioni.

I membri, infatti, hanno diritto di voto sia nell’elezione dei componenti dirigenziali, sia nello stabilire i prezzi dei biglietti, sia nel design delle maglie da gioco, esempi di come sia sottoposta al voto la totalità degli argomenti. Un’organizzazione che sembra avere successo: la media attuale di 2.000 spettatori è buona, contando che si gioca a Bury, ma nella stagione inaugurale del club si fece addirittura meglio, piazzandosi al secondo posto nella classifica delle medie spettatori di non-league; in tal senso comunque il nuovo stadio dovrebbe aiutare. Il club accetta sponsorizzazioni, ma rifiuta che uno sponsor possa comparire sulla divisa da gara, altro segno di quel “ritorno alle origini” che caratterizza la vicenda dell’FC United; d’altronde, tra i principi, compare espressamente quello di essere un’organizzazione no-profit.

  1. The Board will be democratically elected by its members
  2. Decisions taken by the membership will be decided on a one member, one vote basis
  3. The club will develop strong links with the local community and strive to be accessible to all, discriminating against none
  4. The club will endeavour to make admission prices as affordable as possible, to as wide a constituency as possible
  5. The club will encourage young, local participation—playing and supporting—whenever possible
  6. The Board will strive wherever possible to avoid outright commercialism
  7. The club will remain a non-profit organisation

Rimane in ballo un problema: come è stata recepita dal Manchester United tale operazione? Beh, non benissimo a dire la verità. Sir Alex Ferguson ha liquidato la questione affermando che i fondatori dell’FC United non hanno dimostrato di essere veri tifosi dei Red Devils, ma solamente di essere affetti da un protagonismo che supera decisamente il loro tifo. Alcuni tifosi del Manchester United condividono questa visione, altri invece plaudono all’iniziativa. In realtà non vediamo che motivi ci possano essere per non apprezzarla: non creano, ovviamente, concorrenza al più importante club inglese; non sputano nel piatto in cui hanno mangiato, perchè come detto alcuni di essi ancora ci mangiano: le due squadre possono coesistere in parallelo. Hanno semplicemente dato forma a un disagio, dietro un impulso forse nostalgico, un disagio per la mercificazione del tifo e del mondo del calcio che si sta estendendo a livelli sempre maggiori (basterà ricordare il caso del Cardiff City, non esattamente il Liverpool). L’FC United of Manchester è un rifugio in cui possono riparare i nauseati dal mondo del calcio odierno: al posto della Champions c’è la Challenge Cup della North West Counties, ma volete mettere l’atmosfera genuina e “vera”? Senza contare il modello di club autogestito, un modello che l’AFC Wimbledon ha mostrato poter essere vincente e la cui strada altri club saranno, quasi obbligatoriamente, destinati a percorrere. Certo, senza ombra di dubbio un club che può pescare nel largo bacino di tifosi del Manchester United può avere più successo del Buxton o del Nantwich, e lo stesso AFC WImbledon ha avuto dalla sua tutti i tifosi abbandonati dal Wimbledon, sarebbe sintomo di perdita di contatto con la realtà non sottolineare ciò: un tifoso giapponese dei Red Devils è più facile sostenga con una donazione lo United of Manchester che un’altra squadra dello stesso livello, e il Fisher FC, che abbiamo già visto, ne è in parte una testimonianza. Riteniamo comunque che sia un modello, in certi casi, applicabile, se non una situazione con cui prima o poi quasi tutti i club dovranno fare i conti, perchè in fondo lo stesso Fisher FC (ci sono altri esempi), sebbene più in piccolo, grazie ai suoi tifosi è tornato e rimane in vita.

Contatti
Sito Ufficiale: http://www.fc-utd.co.uk
Twitter: @FCUnitedMcr

Trofei

  • Northern Premier League Division One North Play-off winners: 2007–08
  • Northern Premier League President’s Cup: 2007–08
  • North West Counties League Division One: 2006–07
  • North West Counties League Challenge Cup: 2006–07
  • North West Counties League Division Two: 2005–06
  • Supporters Direct Cup: 2006
  • Jimmy Davis Memorial Cup: 2007

Viaggio nella Manchester del calcio: parte prima, Manchester City

Manchester_City.svgManchester City Football Club
Anno di fondazione: 1880
Nickname: the Citizens
Stadio: City of Manchester Stadium, Manchester M11
Capacità: 48.000

Oh, il Manchester City. Nelle declinazioni prevalenti in Italia, il “ManchesterCitydiMancinieBalotelli” (che fa da contraltare al “Manchester” e basta – ovvero lo United – come ripete sempre l’amico Roberto Gotta) o il “ManchesterCitydegliSceicchi”. Già, gli sceicchi, il cui denaro ha riempito le casse del club e inondato il mercato calcistico mondiale: il Manchester City attuale è frettolosamente bollato come una creazione dei petroldollari. Indubbiamente c’è del vero in tutto ciò, perchè gli Aguero, i Tevez, e compagnia senza soldi non sarebbero mai venuti a sostenere la causa Citizens. Ma il Manchester City va anche capito, compreso e studiato oltre l’attuale situazione di benessere economico; e va capito partendo da una data a parer nostro, il 30 Maggio 1999. Il City era sprofondato in League One, che allora era Second Division, ma la sostanza è quella: terza serie. Si giocava a Wembley, lo stadio che l’aveva visto protagonista di passati trionfi, la finale dei playoff promozione contro il Gillingham, che è sì l’unica squadra professionistica del Kent ma non esattamente il Barcelona, e nemmeno l’Atletico Madrid se per quello. Il Gillingham segna all’81’ e all’86’, e sembra finita. Kevin Horlock (altro che Yaya Tourè..) riapre partita e speranze al minuto ottantanove. Poi…poi, all’ultimo istante, il tiro preciso tra primo palo e traversa di Paul Dickov, che manda la partita ai supplementari e poi ai rigori, con il Man City che ne uscì trionfatore.

800px-Mcfc_stad_panoQuest’introduzione diversa dal solito, un po’ romantica e nostalgica serve a introdurre meglio la squadra staccandola dallo stereotipo attuale. Poi, sia chiaro, il Manchester City è squadra di tradizione e trofei, anche prima di Mansour, non una banda di sconosciuti catapultata all’improvviso sulla scena del calcio inglese; ma quel momento, peraltro accaduto pochi giorni dopo il trionfo leggendario dello United sul Bayern in Champions (‘sto vizio dei goal allo scadere…), è la base da cui partire. Il Manchester City nasce, con il nome di St Mark’s, nel 1880, quando l’omonima chiesa di West Gorton (sud-est di Manchester) decise che il calcio avrebbe potuto essere un’efficace strumento per la lotta contro alcolismo e violenza, due piaghe che affliggevano l’est di Manchester in particolare a causa dell’alto tasso di disoccupazione. Scopi umanitari in sostanza, secondo i due sostenitori dell’idea, William Beastow e Thomas Goodbehere, custodi della chiesa, e Anna Connell, che dell’idea fu la promotrice . Maglia nera e pantaloncini bianchi, il team sembrava essere molto “umanitario” anche in campo, nei confronti degli avversari soprattutto tanto che in quella stagione inaugurale il neonato club vinse una sola partita. Nel 1884 il St Marks si unì al Gorton Athletic, un’unione che durò pochi mesi prima che i due club si riseparassero, cambiando però entrambi nome: il St Mark’s divenne Gorton AFC, mentre l’Athletic divenne West Gorton Athletic.

St Mark’s

Nel 1887 il Gorton AFC fece il grande passo: il passaggio al  pofessionismo, che sottintende come facilmente intuibile il progressivo abbandono degli originari scopi e dell’originario spirito religioso. Si trasferì nel nuovo impianto di Hyde Road e cambiò nome in Ardwick AFC, praticamente sostituendo il nome di Gorton con quello del nuovo quartiere, situato sempre nella zona east della città. Proprio in prossimità di Hyde Road era situata una miniera, che nel 1889 fu teatro di un’esplosione che causò la morte di 23 minatori: Ardwick e Newton Heath (futuro Manchester United) giocarono per beneficienza una partita amichevole, in uno dei primi derby di Manchester. La sfida si ripropose, due anni dopo, nella finale della Manchester Cup: la vittoria dell’Ardwick fu alla base dell’accettazione del club in Football Alliance e, l’anno seguente quando la lega venne inglobata in Football League, della partecipazione alla Second Division, di cui divenne membro fondatore. Durante la stagione 1893/94 problemi finanziari portarono alla completa riorganizzazione del club che, anche nel tentativo di attrarre a se un maggior numero di spettatori, cambiò in tutto questo il proprio nome in Manchester City Football Club. Tra le prime mosse, l’acquisto di Billy Meredith, the Welsh Wizard, una delle prime stelle del calcio e, durante la settimana…minatore! (solo nel 1896 il City lo convinse che forse era meglio dedicarsi solamente al football).

Billy Meredith

L’arrivo di Meredith coincise con l’inizio della crescita del City, sia a livello di prestazioni, che culminarono con la promozione del 1899 in First Division, sia a livello di pubblico, con attendances che toccavano regolarmente le 20.000 unità. Il successo del club contribuì in qualche modo anche a rivitalizzare l’area est della città, realizzando in parte l’obbiettivo primario dei fondatori del St Mark’s; 20.000/30.000 persone arrivavano al Sabato ad Hyde Road a colorare e ravvivare il grigio e decadente distretto industriale. Come detto, nel 1899 venne centrata la promozione; e cinque anni più tardi, nel 1904, il Manchester City divenne il primo team della città a vincere un major trophy, la FA Cup, sconfiggendo per 1-0 (goal di Meredith) al Crystal Palace il Bolton Wanderers. Nella stessa stagione, il secondo posto in campionato portò il club a un passo dal double: il City avrebbe dovuto vincere l’ultima partita della stagione, al Villa Park, e invece ne uscì sconfitto, regalando di fatto il titolo al Newcastle United. Ma alla delusione si aggiunse lo sgomento, quando il capitano del Villa, Alec Leake, accusò dopo la partita Meredith di avergli promesso denaro in cambio del lasciapassare per la vittoria. Meredith venne ritenuto colpevole dalla FA (squalificato per un anno), e poichè il Manchester City si rifiutò di sostenerlo, il gallese accusò il club di pagamenti illeciti (nel 1901 la FA aveva stabilito un tetto di 4 sterline a settimana di stipendio): la FA a quel punto investigò anche sul City, anch’esso giudicato colpevole di aver violato la regolare sugli stipendi. Il manager Tom Maley venne sospeso a vita, il club multato di 250 sterline, diciassette giocatori ritenuti colpevoli il che portò il City a vedersi costretto a metterli, sostanzialmente, all’asta. Ne approfittò il Manchester United: il manager Mangnall acquistò così Meredith, Burgess, Turnbull e Bannister e, nel 1907/08, vincerà con loro in campo il titolo. Beffa delle beffe…

Fino alla scoppio della prima Guerra Mondiale, e in verità anche in seguito, il Manchester City vivacchiò in First, fatta eccezione per una stagione trascorsa in Second (1909/10) da cui tuttavia ottenne subito la promozione vincendo il campionato. Oscillava tra il terzo e il diciannovesimo posto (che causò appunto la retrocessione), senza particolari acuti nemmeno in coppa, fino al secondo posto della stagione 1920/21 che segnò il punto più alto del decennio 1910/11-1920/21. Va menzionata, però, almeno la coppia goal del tempo, formata da Tommy Bracewell e Horace Barnes, 242 goals segnati con la maglia azzurra del City (su cui torneremo come sempre alla fine del post). Il 1920 è un anno importante anche per un altro motivo: un incendio scoppiato ad Hyde Road e che distrusse la Main Stand portò infatti il club a considerare una nuova casa, casa che venne trovata nel Moss Side, zona sud della città. In realtà venne considerata sia la possibilità di dividere Old Trafford con i cugini dello United, sia di rimanere nell’east Manchester, a Belle Vue, ma in entrambi i casi problemi contrattuali (affitto nel primo caso, durata del contratto nel secondo) fecero optare il club per la costruzione del proprio stadio. La decisione di lasciare la casa naturale, l’est cittadino, portò il dirigente John Ayrton ad abbandonare il City e fondare il Manchester Central FC, club dalla breve vita che, nell’idea di Ayrton, avrebbe dovuto attrarre a se i tifosi dell’Eastlands che avevano “perso” il Man City. Il Central, che giocava proprio a Belle Vue, tentò anche l’accesso alla Football League, ma l’ostilità di City e United costrinse il club, dopo solo quattro stagione, alla scomparsa. Rimane tuttavia un interessante esperimento legato al rapporto club-comunità.

Maine Road

Il nuovo impianto nel Moss Side, che a questo punto tutti avranno capito essere Maine Road, venne inaugurato nel 1923. Nel 1926 il City raggiunse una nuova finale di FA Cup, sempre contro il Bolton Wanderers che, in questo caso, si impose sugli sky blues; delusione per la sconfitta che si fece più acuta con la retrocessione in seconda serie all’ultima giornata. In Second Division i Citizens rimasero due stagione, la prima conclusasi con la beffa subita dal Portsmouth (promosso per una miglior differenza reti nonostante una vittoria per 8-0 del City all’ultima giornata), la seconda con il trionfo e il primo posto finale. Si apriva un decennio di successi per il club, anche se, nel secondo di essi (il campionato 1936/37) alcuni protagonisti erano nel frattempo cambiati; comunque, tanto per ricordarne qualcuno: Matt Busby, sì, Sir Matt Busby, che giocò per City e Liverpool e allenò lo United, i casi del destino; Frank Swift, considerato uno dei grandi portieri inglesi e deceduto nel disastro di Monaco, nelle vesti di giornalista per il News of the World;  Sam Cowan, il capitano, che dalle mani del Re ricevette l’FA Cup 1934 (2-1 al Portsmouth) e che al Re disse, a proposito di Fred Tilson, altro protagonista di quegli anni e autore dei due goal della finale “This is Tilson, your Majesty. He’s playing today with two broken legs“, sottolineando così l’inclinazione all’infortunio del nostro. Dunque, il titolo 1936/37, l’FA Cup 1934, una finale l’anno precedente persa per 0-3 contro l’Everton. E poi…

E poi, nel 1937/38, da campione in carica, il Manchester City retrocesse (nonostante il miglior attacco del campionato, altra prova a sostegno della tesi che si vince con la difesa), la prima e finora unica squadra a completare questa dolce-amara doppietta. Lo scoppio della guerra sginificava che, alla ripresa delle competizioni, il City sarebbe dovuto ripartire dal secondo livello. La pratica fu sbrigata nella stagione 1946/47, la prima post-guerra, con la promozione raggiunta sotto la guida di Cowan, l’ex capitano divenuto manager (già da capitano, nell’epoca in cui i manager erano più amministrativi che tecnici, aveva dimostrato grandi doti di motivazione e di tattica). A questo punto apriamo una parentesi storico-calcistica-politica: Bert Trautmann (QUI un bel pezzo in italiano). Nel 1949 il City mise sotto contratto il portiere tedesco, fatto di per se non eccezionale, ma che lo era quattro anni dopo la guerra contro la Germania, anche per il fatto che Trautmann la Gran Bretagna l’aveva visitata da…prigioniero, avendo egli aderito al nazismo. Senza problemi, Trautmann ammise sia la giovanile simpatia per le (terribili) idee nazionalsocialiste, sia l’esperienza formativa di prigioniero in UK, che gli consentì di rovesciare i pregiudizi e le idee della propaganda tedesca su britannici ed ebrei. Nonostante questo, la firma di Trautmann suscitò proteste e dimostrazioni (e non di poco conto, visto che al grido “Off the Germans!” si unirono in 20/40 mila). Poi, come sempre, le prestazioni sul campo – eccezionali – del tedesco fecero dimenticare tutto, e ad oggi Trautmann (OBE, onoreficenza consessagli nel 2004) è ricordato come uno dei grandi portieri del suo tempo (calciatore dell’anno nel 1956, tra le altre cose) piuttosto che come un ex nazista pentito.

Trautmann

Oltre che Trautmann, dall’Europa continentale il City importò anche il “Revie plan”, sistema di gioco mutuato da quello degli ungheresi vincitori per 6-3 a Wembley e che prende il nome da Don Revie, la chiave di quel sistema. Manager Les McDowell. I frutti? Due finali di FA Cup, nel 1955 contro il Newcastle (sconfitta) e nel 1956 contro il Birmingham City, vittoria per 3-1. In campionato invece i risultati non furono ecclatanti (nel 1960/61 tra le altre fece la sua prima breve parentesi nel club Denis Law), anzi terribilmente decrescenti fino alla nuova retrocessione datata 1963, che aprì un periodo di tre stagioni in seconda divisione ma che fu il preludio al periodo di maggiori successi per la squadra, che iniziò con la nomina a manager di Joe Mercer, a cui fece seguito quella di Malcom Allison come suo assistente. Mercer ottenne subito la promozione, ma non solo: acquistò due giocatori su tutti, Mike Summerbee dallo Swindon Town e Colin Bell dal Bury (due passi da Manchester), a cui in seguito si aggiunse Francis Lee e che formeranno il cuore della squadra, oltre a diventare autentiche leggende dalle parti di Maine Road. Stando allo stesso Summerbee, andrebbe aggiunto anche Neil Young, come leggo su un programma del City che ho sottomano: “everybody refers to those days at the ‘Bell, Lee and Summerbee era, but it really should be the ‘Lee, Bell, Young and Summerbee’ era. He was like a ballet dancer, he was so graceful on a football pitch“.

Dopo la promozione, arrivò il titolo nel 1967/68: fu all’inizio – tribolato – di questa stagione che venne firmato Francis Lee. Il City mise del tempo per ingranare, e nonostante tutto arrivò all’ultima partita della stagione a pari merito con i cugini, e campioni in carica, dello United: il City giocava a Newcastle, e necessitava di una vittoria, i Red Devils in casa contro il Sunderland. La storia che si ripete, se pensiamo allo scorso Maggio (stessa situazione, stesso avversario per il Man Utd), e se pensiamo che il City vinse 4-3, di un soffio insomma. Il titolo fu seguito da una deludente campagna europea, ma tra i confini d’Albione dalla vittoria in FA Cup, in finale contro il Leicester City (1-0, Young), che quindi apriva nuovamente le porte dell’Europa nonostante il tredicesimo posto finale in campionato. E questa volta l’avventura europea fu un trionfo, visto che nella finale del Prater di Vienna di Coppa delle Coppe il City sconfisse 2-1 (Young, Lee) i polacchi del Gornik, mettendo in bacheca l’alloro europeo mancante. Mancava anche la League Cup, che nella stessa stagione venne vinta contro il West Bromwich Albion. Una semifinale di Coppa delle Coppe l’anno successivo e il quarto posto del 1971/72 calarono il sipario sull’era Mercer/Allison. Soprattutto il quarto posto del ’72 fu controverso: le operazioni, condotte fin lì perfettamente anche da Allison (Mercer era divenuto General Manager, nonostante mantenesse lui il controllo della squadra il suo vice guadagnò spazio e visibilità), portarono il City ad accumulare quattro punti di vantaggio a Marzo, che nell’era dei due punti era un discreto tesoretto. Cosa successe? A detta di tutti, l’acquisto di Marsh, sì Rodney Marsh, fu la causa della disfatta; pur talentuosissimo, la presenza di Marsh, tatticamente indisciplinabile, ruppe la perfezione degli schemi di Allison. Lo stesso Marsh è tuttoggi rammaricato: “I have to hold my hands up – I cost Manchester City the 1972 league championship”.

Il City 1970, Coppa delle Coppe e Coppa di Lega

A questo punto, la dirigenza ritenne che si dovesse scegliere tra Mercer e Allison, e scelse il secondo, come affermerà il presidente di allora, Peter Swales. A Mercer, in modo quantomeno discutibile, venne rimosso il nome dalla porta dell’ufficio nonchè il posto auto, modo subdolo per invitarlo a lasciare il club, cosa che Mercer fece direzione Coventry City. Allison durò poco però sulla panchina del City, dimettendosi a metà della stagione 1972/73, sostituito dal capitano Johnny Hart, che riuscì a salvare la squadra. La stagione successiva vide Tony Book, anch’egli ex capitano del club, prendere in mano le redini; durante il suo regno il City, oltre al famoso “Denis Law game” di cui abbiamo parlato nella presentazione del viaggio e che costò allo United la retrocessione, conseguì un secondo posto (un solo punto dietro al Liverpool, 1976/77) e una Coppa di Lega, nel 1976 contro il Newcastle United. Lasciarono il club Summerbee e Lee, mentre Denis Law, tornato nel 1973, si ritirò dopo appena una stagione e quella famosa partita. A Book seguì il ritorno di Allison, che coincise con l’inizio del declino; dopo una stagione venne licenziato.

John Bond fu il sostituto designato di Allison, e riuscì quasi nell’impresa di regalare al club un successo in FA Cup, se non fosse stato per il Tottenham e Ricky Villa, che nel replay della finale si inventò una doppietta risolutiva (1981). Al termine della stagione 1982/83 il City tornò a conoscere il sapore della Second Division, dove rimase due anni, ma in cui tornò nuovamente al termine della stagione 1986/87. Fu Mel Machin a condurre nuovamente i Citizens in First Division, anche se durante la prima stagione in massima serie venne licenziato, con la squadra in piena lotta per salvarsi, e sostituito da Howard Kendall, il direttore dell’orchestra Everton che tanto successo riscosse negli anni ’80. Kendall archiviò la salvezza, ma ripartì presto in direzione Merseyside, lasciando vacante la panchina del Maine Road su cui si sedette il giovane Peter Reid. Reid, centrocampista di 34 anni e futuro manager di lungo corso del Sunderland, portò il City a due rispettabilissimi e sorprendenti quinti posti finali, nonchè a un nono posto nella prima stagione di Premier League. Tuttavia, all’inizio della stagione 1993/94 perse il posto in favore di Brian Horton, con la squadra però che scivolava pericolosamente verso le parti basse della classifica. Un sedicesimo e un diciassettesimo posto costarono il lavoro a Horton, ma il sostituto, Alan Ball, fece peggio e, al termine della stagione 1995/96 il City retrocesse.

Paul Dickov segna contro il Gillingham (1999)

La seconda metà degli anni ’90 rappresenta il punto più basso nella storia della parte blu di Manchester, che nel 1998/99 conobbe per la prima volta (e ultima) il baratro della terza serie del calcio inglese. La memorabile finale dei playoff con cui abbiamo aperto il post è il coronamento di una stagione più difficile di quanto ci si aspettasse (il City era largamente favorito per la promozione diretta); i nuovi eroi non si chiamavano più Lee, Bell o Summerbee, ma Goater, Dickov, Horlock, Weaver. In panchina Joe Royle, che condusse la squadra alla promozione in back-to-back: dopo quella in Division One, quella in Premier League, in cui tuttavia i Citizens rimasero una sola stagione e Royle fu così licenziato e sostituito da Kevin Keegan. The King stravinse il campionato di seconda serie, l’ultimo ad oggi del Manchester City che da allora rimane stabilmente in Premier. Nel frattempo, la costruzione del City of Manchester Stadium per i giochi del Commonwealth del 2002 significò l’abbandono di Maine Road, che chiuse i battenti nel 2003; il nuovo stadio vedeva così il ritorno del City nell’est cittadino dopo 80 anni nel Moss Side.

Gli anni di Keegan, a cui fecero seguito quelli di Pearce, videro il Manchester City stabilizzarsi in Premier, senza grandi acuti ma senza nemmeno i clamorosi tonfi a cui aveva abituato i propri tifosi. Qualche sussulto si ebbe nel 2007/08, quando l’ex primo ministro della Thailandia Thaksin Shinawatra divenne proprietario del club (in panchina Sven-Goran Eriksson), un’esperienza conclusa sull’orlo del fallimento personale, che lo portò a cedere in fretta e furia il club al gruppo di Abu Dhabi Abu Dhabi United Group, presieduto dallo sceicco Mansour, nome ormai noto tra gli appassionati di calcio, che mise alla guida del club Khadoon Al-Mubarak, il distinto signore che, occhiali sul naso, vedete spesso alle partite del City. Storia recente, con Mark Hughes, gli investimenti dapprima infruttuosi, l’arrivo di Roberto Mancini e la vittoria in FA Cup e Premier League, e su cui non ci soffermeremo, se non per ri-sottolineare come dopo questa operazione il City sia divenuto l’emblema del “calcio degli sceicchi”, precursore di una serie di altri club europei (Malaga, Paris St Germain su tutti) che hanno invaso di petroldollari il mercato europeo. Ma come detto, questa storia serve anche a scindere quest’immagine più o meno stereotipata del City e ricollegarla con l’essenza stessa dell’essere Citizens, di Bell Lee e Summerbee, delle maglie azzurre, del goal di Dickov nel 1999.

Il logo utilizzato dagli anni ’70 al 1997

Le maglie, appunto. La prima, usata dal St Mark’s/Gorton, era completamente nera, con la croce di malta bianca sul petto. Con la nascita dell’Ardwick i colori divennero bianco-blu, un blu acceso, che a righe verticali fecero la loro comparsa nel 1887, sostituiti poi da una maglia metà bianca/metà azzurra e da una bianca con pantaloncini blu scuro. Con il cambio di nome in Manchester City (1894), i colori divennero l’azzurro per la maglia e il bianco per i pantaloncini, colori che accompagneranno sempre il club da quel momento in poi. Calzettoni blu, ma che nel tempo videro anche la comparsa di risvolti marrone/amaranto, colore che in questa stagione compare sulla maglia da trasferta. Maglia da trasferta i cui colori classici, il rosso/nero a righe, furono ispirati a Malcolm Allison dal Milan, il Milan del paron Rocco e di Gianni Rivera. Una curosità che ci sembrava giusto sottolineare. Per quanto riguarda lo stemma invece, il primo di cui abbiamo notizie è quello dell’Ardwick, che dal 1887 al 1894 mise in mostra uno scudo con le iniziali AAFC (Ardwick Association Football Club). Dal 1894 al 1964 lo stemma cittadino, con la nave dello Ship Canal e le strisce diagonali rosso/oro simbolo della famiglia Grelley; questi due emblemi vennero mantenuti nel successivo stemma, circondati però dalla scritta “Manchester City Football Club”. Dagli anni ’70 il logo venne modificato sostituendo le strisce dei Grelley con la rosa rossa del Lancashire, contea d’appartenenza di Manchester prima della creazione della “Greater Manchester”, e rimase tale fino al 1997 quando venne introdotto quello attuale. Un’aquila, tra i simboli di Manchester, ha al suo centro lo scudo rappresentante la solita nave e le righe, questa volta simbolo dei tre fiumi cittadini (Irwell, Irk, Medlock), il tutto corredato dal motto “superbia in proelio” (orgoglio in battaglia) e da tre stelle che non significano nulla, ma che secondo gli ideatori del logo gli avrebbero dato un profumo più europeo. Sarà…se non altro dal maggio scorso le tre stelle possono essere lette come i tre titoli vinti dal City (le stelle in Inghilterra vengono usate senza una regola precisa, c’è chi le ha per la Coppa dei Campioni – Aston Villa, Nottingham Forest – chi per la FA Cup – Bradford City, chi per altri trofei).

Come detto nella presentazione del viaggio a Manchester, lo stereotipo del tifoso City e il vero Mancunian, e i fatti in parte danno ragione a questo ideale diffuso. Con la crescita recente del club è però legittimo (purtroppo, ma questa è opinione soggettiva di chi non tollera i “glory hunters”) aspettarsi una rapida ascesa del numero dei tifosi, sia nel Regno Unito sia soprattutto all’estero (e qui è già più comprensibile, visto che per noi che viviamo lontano dall’UK non esiste un “local team”). Tifosi famosi per “Blue Moon”, canzone di Richard Rodgers e Lorenzo Hart del 1934 che è diventata l’inno del club e che viene cantata prima di ogni partita, e da due anni per il “Poznan”, un’esultanza con la schiena rivolta al terreno di gioco che i supporters del City hanno copiato da quelli del Lech Poznan, incontrati in nell’edizione di Europa League di quella stagione. Arrivare al City of Manchester (che ora per ragioni di sponsor si chiama Etihad Stadium), con la metropolitana leggera in fase di costruzione, è consigliato farlo in taxi, ma il tragitto a piedi dal centro di Manchester è raccomandato, avrete una maggiore percezione della realtà urbanistica cittadina oltre che l’esperienza di camminare con i tifosi Citizens.

Aguero regala il titolo 2012 al City

Trofei

  • First Division/Premier League: 1936/37, 1967/68, 2011/12
  • F.A. Cup: 1904, 1934, 1956, 1969, 2011
  • League Cup: 1970, 1976
  • F.A. Charity/Community Shield: 1937, 1968, 1972, 2012
  • Coppa delle Coppe: 1970

Records

  • Maggior numero di spettatori: 84.569 v Stoke City (3 Marzo 1934, l’affluenza più alta nella storia per un club inglese)
  • Maggior numero di presenze in campionato: 564, Alan Oakes
  • Maggior numero di reti in campionato: 158, Eric Brook e Tommy Johnson

 

Viaggio nella Manchester del calcio: introduzione

Coat_of_arms_of_ManchesterUltima tappa del nostro viaggio a spasso per le città inglesi che ospitano due squadre professionistiche, che concludiamo nella città sede della squadra campione in carica e della seconda più vincente di sempre, ma in quanto a titoli inglesi la più vincente. Quella Manchester che, nella nostra visita di Febbraio, ci ha accolto con la neve, la nebbia e un freddo che difficilmente scorderemo. Ora, quando si pensa a Manchester si pensa irrimediabilmente alla rivoluzione industriale, visto che la città fu una delle, se non La capitale di quel processo che trasformò radicalmente l’Europa e il Mondo; e in effetti i segni della rivoluzione industriale si vedono ovunque, visto che l’archeologia industriale è intervenuta incisivamente nelle decisioni e molti nuovi edifici sono stati ricavati da vecchie fabbriche o capannoni che sono stati così mantenuti in vita. Il cuore pulsante della città, che abbiamo capito ruotare, specie in inverno, attorno al centro commerciale di Arndale e a una vicina galleria, conserva questi elementi industrialeggianti, sette-ottocenteschi, accanto a strutture decisamente più moderne. Nel complesso, la città non sembra essere malvagia, non almeno come ce l’aspettavamo essere.

Residui di industrializzazione

Residui di industrializzazione

Manchester è una city e un metropolitan borough facente parte della contea della Greater Manchester, un’area ad altissima densità di popolazione. Conta intorno ai 500.000 mila abitanti, che raggiungono però i 2 milioni e 200 mila se si tiene conto di tutta l’area urbana, un’area che conobbe il suo sviluppo grazie all’industria, come detto, mentre prima altro non era che un insieme di piccoli borghi rurali. I canali che attraversano in vari punti la città non ne fanno propriamente una Venezia del nord, visto che si percepisce immediatamente con che scopo vennero creati. La città, che nel 1996 ha conosciuto un momento di quasi-tragedia con l’attentato rivendicato dall’IRA (non ci furono vittime, ma ingentissimi danni economici), è ora la classica città post-industriale come detto, che mantiene lineamenti antichi sposandoli con elementi di modernità assoluta; è ottimamente servita dai mezzi pubblici, specialmente dal Metrolink, un servizio di metropolitana leggera in continua espansione (è prossima l’apertura di un tratto che toccherà, tra le altre mete, l’Etihad Stadium) molto comodo. Elegge cinque MPs (parlamentari), con una netta prevalenza laburista come ovvio viste le radici operaie degli abitanti.

L'altro Old Trafford

L’altro Old Trafford

Per il resto, la città offre poche attrazioni, i musei principali, sebbene vi sia una Art Gallery (nonchè una biblioteca davvero grande), sono dedicati all’industria o ai suoi derivati (museo della scienza e della tecnica, museo dei trasporti etc.). Dal punto di vista letterario offre poco, anche se il soggiorno di Engels a Manchester fu decisivo in tutta l’opera del teorico tedesco; un po’ meglio va con la musica, visto che la città è rappresentata dai famosissimi Oasis, oltre che da altri gruppi tra cui i Buzzcocks che i più attenti si ricorderanno essere citati in Febbre a 90′ (con i leggendari topi di zucchero) o gli Smiths. Nella vicina Salford viene inoltre trasmesso, dagli studi locali della BBC, Match of the Day, il Programma calcistico con la P maiuscola, con Gary Lineker, Alan Shearer, Alan Hansen in studio, mentre in altre nazioni le trasmissioni sportive sono in mano a personaggi di discutibile competenza (ogni riferimento all’Italia NON è casuale). Anche il Guardian, famoso giornale nazionale, venne fondato a Manchester, anche se dal 1964 la sede principale è a Londra.

I fratelli Gallagher con la maglia del loro amato Man City

Oltre ad essere sede del Lancashire Cricket Club (il Lancashire è contea prossima alla città), che curiosamente gioca ad Old Trafford (un miglio circa di distanza dallo stadio del calcio), la città ospita quelle che sono attualmente le due squadre inglesi più forti, il Manchester City e il Manchester United. Il derby tra le due squadre è stato giocato, ad oggi, 164 volte: 68 vittorie dello United, 50 pareggi e 46 vittorie del City. Tra le tantissime partite disputate, menzioniamo il “Denis Law game”: Law, leggenda dei Red Devils ma che ha indossato anche la maglia azzurra dell’altra parte della città, proprio giocando per il City segnò un goal all’Old Trafford che diede ai Citiziens la vittoria per 1-0 nell’ultima partita stagionale; poichè pensava che il suo goal avesse condannato la sua ex squadra alla retrocessione, uscì immediatamente dal campo a testa bassa, sostituito dal manager, mentre in realtà anche una vittoria dello United avrebbe significato comunque la retrocessione dei Red Devils. Era il 1974, e Law non giocò più una partita di campionato. Il Manchester United ritornò invece in First immediatamente e si preparerà a scrivere, un decennio dopo, nuove pagine di leggenda.

Manchester-Derby1Le due squadre hanno un largo seguito, oltre che una fiera rivalità, anche se, fino agli anni ’60, era usanza per i tifosi di Manchester seguire entrambe le squadre quando queste giocavano in casa, anche se se ne tifava una sola: non era raro pertanto trovare tifosi dello United a Maine Road o del City a Old Trafford. Ora, è opinione comune e diffusa che il cittadino di Manchester città tifi per il City, mentre quello delle aree circostanti o fuori contea sia più incline a tifare Red Devils. E questo è confermato dai fatti: secondo uno studio della Manchester Metropolitan University condotto sugli abbonati di entrambe le squadre, i season-ticket holders (come è ovvio), il 40% degli abbonati del Manchester City proviene dall’area dal post-code mancuniano, mentre per quanto riguarda i Red Devils il 29% degli abbonati proviene dalla stessa zona. Questa sociologia spicciola del tifo mancuniano è comunque interessante a capire la localizzazione dei tifosi delle due squadre, squadre che andiamo a conoscere partendo dalla Manchester azzurra: andiamo a conoscere il Manchester City Football Club.

Non-league football: Weston-Super-Mare F.C.

Weston-super-Mare_AFC_logoWeston Super Mare Association Football Club
Anno di fondazione: 1887
Nickname: the Seagulls
Stadio: Woodspring Stadium, Weston-super-Mare, Somerset
Capacità: 3.500

Nuovo appuntamento con la storia dei club di non-league, una rubrica che amiamo particolarmente perchè ci consente non solo di scoprire squadre sconosciute ai più, ma anche cittadine e paesi dell’Inghilterra. Oggi siamo a Weston-super-Mare, nome curioso e latineggiante di una città di 71.000 abitanti nella contea del Somerset. Se il nome non inganna, e non inganna, la città si affaccia sul mare, e precisamente sul Bristol Channel che altro non è che l’insenatura tra sud-ovest inglese e Galles. Secondo l’amata amministrazione inglese (pian piano ce ne stiamo affezionando) Weston è town e civil parish all’interno dell’unitary authority of North Somerset, oltre ad essere uno dei seaside resort più famosi del Paese (il più famoso è certamente Blackpool), che fanno del turismo la principale attività economica della città. Famoso è il molo (“Grand Pier”), che se ve lo immaginate come il classico molo notevolmente rialzato con tanto di costruzione su di esso avete azzeccato in pieno, perchè proprio così è costruito. Quest’introduzione ci serve, visto che alla resa di conti di calcio parliamo, a presentare la squadra locale, che attualmente milita in Conference South, il sesto livello della piramide. Andiamo dunque a conoscere i Seagulls, soprannome quasi obbligatorio per una squadra di una città di mare.

Il Weston-super-Mare FC (la cui classica divisa è bianca con pantaloncini neri) venne fondato nel 1887, quando i giocatori del Weston Aircraft suggerirono ai superiori che a parer loro una squadra che portasse il nome della città sarebbe stata una buona idea. Ted Recardo, che guidava la squadra, informò dell’iniziativa George Cooper, membro del locale council, che entusiasticamente approvò l’idea dandò il via alla storia del nuovo club. Il primo impianto il Locking Road Ground: i giocatori si dovevano però cambiare in un vicino garage, dando alla vicenda un tocco di “che tempi!” che non guasta mai. La prima partita venne invece disputata, su iniziativa della Somerset Football Association, contro i vicini del Clevedon Town, e venne persa 1-2. La vendetta arrivò solo anni dopo, ma in grande stile: nel 1911 il Weston sconfisse 3-0 il Clevedon e si aggiudicò la Weston Charity Cup; due anni dopo giunse terzo nella Bristol Charity League, alle spalle di Bath City e Bristol Rovers riserve. Bristol divenne, come è inevitabile se avete ben chiara la cartina di tale zona d’Inghilterra, il punto di riferimento, e il club partecipava dunque alle leghe che della città portavano il nome. La Bristol & District League ad esempio, dove nel 1922/23 giunsero secondi alle spalle del Bristol Leather Trades; vinsero però nello stesso anno la Bristol Charity Cup, sconfiggendo naturalmente il Clevedon in finale.

Nel 1927 arrivò la vittoria in Somerset Senior Cup, giocando la partita contro il Paulton Rovers in 9 perchè, e qui la cosa si fa meravigliosa, due giocatori del club ricevettero un telegramma finto che li avvisava che la partita era stata sospesa!!! Fantastico, soprattutto perchè il Weston vinse per 3-2 e si aggiudicò il trofeo. Sempre nel 1927 persero la Clevedon Charity Cup, contro chi nemmeno ve lo diciamo ormai perchè è chiaro a tutti. 12 pence era la paga dei giocatori in questo periodo, e questo è altro particolare sfizioso. Purtroppo la Seconda Guerra Mondiale, con i suoi sconvolgimenti, colpì durante il club, che semplicemente…sparì. Bisognerà aspettare il 1948, quando le autorità cittadine diedero una spinta decisiva alla ri-fondazione del club, che ritornava così a giocare le sue partite interne a Locking Road, “the Great Ground”. Venne eletto nella Western League Division Two, da cui ripartì per una scalata che oggi l’ha portato a due passi dalla Football League. Sostanzialmente però nei primi anni rimase, tra alti e bassi, in division two, e l’unica cosa di interesse da sottolineare è il trasferimento, nel 1955, a Langford Road Ground. Con la creazione della Western League Premier Division, il club ottenne la promozione, pur non avendola mai conquistata sul campo…

Da metà anni ’70 in poi si aprì un periodo di successi per il club: cinque Western Senior Cup, una coppa di lega, un secondo posto in campionato, successi ottenuti sotto la guida del manager Kim Book e del suo successore, Dave Stone. Nel 1983/84 il club si trasfer’ a Woodspring Park (da non confondere con l’impianto attuale), stadio la cui costruzione fu supportata dai tifosi stessi. Proprio nel 1984 Harry Thomas divenne manager del “suo” club, visto che da giocatore indossò la casacca del Weston più di 700 volte. Thomas precedette in ordine temporale sulla panchina dei Seagulls John Ellener, il quale nel 1991/92 vinse la Western League ottenendo così la promozione in Southern League Midland, la prima promozione ottenuta dalla squadra sul campo. Per un decennio la squadra giocò nella division (che cambiò nome diverse volte in base alle riorganizzazione della lega) fino al 2002/03 quando il secondo posto finale aprì le porte della Southern League Premier (la promozione venne conquistata con una vittoria 1-0 sul campo del? Esatto, Clevedon). La prima stagione in Premier vide il club terminare al decimo posto, che con la creazione della Conference South significava l’accesso dei Seagulls al nuovo campionato: un’altra promozione ottenuta per vicende extracampo. Nel 2003/04 inoltre i Seagulls arrivarono al secondo turno di FA Cup, perdendo 1-4 in quel di Northampton.

Ad oggi il club gioca ancora in Conference South, nonostante per ben tre volte (2007, 2008 e 2010) il piazzamento finale avrebbe dovuto significare retrocessione in tali occasioni il Weston venne ripescato: nel 2007 a causa del fallimento del Farnborough Town e dell’unione di Hayes FC e Yeading FC, nel 2008 a causa dell’esclusione del Cambridge City, che non superò il controllo degli standard dello stadio. Ora, questo ci fornisce finalmente l’assist per dire qual è il vero motivo di vanto del Weston Super Mare AFC:  nella sua storia, il club non è mai retrocesso. Con un po’ di fortuna, certo, viste le occasioni appena citate, ma è indubbio che un tale evento non può che essere orgoglio del club e dei suoi tifosi, che dal 2004 hanno un nuovo stadio, il Woodspring Stadium: il nome simile a quello del precedente impianto è dovuto alla collocazione prossima tra i due, oltre che a un motivo di continuità. Lasciamo dunque Weston-super-Mare, augurando al club di poter ancora vantare per anni tale record. Alla prossima puntata!

Trofei

  • Western League Champions: 1991/92
  • Western Challenge Cup: 1976/77
  • Western Merit Cup: 1976/77, 1977/78
  • Western Senior Cup: 1971/72, 1972/73, 1973/74, 1974/75, 1975/76, 1977/78

Contatti

Sito Ufficiale: www.weston-s-mareafc.co.uk
Twitter: @WestonSMareFC

 

Viaggio nella Birmingham del calcio: parte terza, West Bromwich Albion

West Bromwich Albion Football Club
Anno di fondazione: 1878
Nickname: the Baggies
Stadio: the Hawthorns
Capacità: 26.500

Abbiamo spiegato perchè trattatiamo anche il West Bromwich Albion nel nostro viaggio a Birmingham: vicinanza geografica soprattutto, e West Bromwich (metropolitan borough di Sandwell) è ormai un tutt’uno con Birmingham. Ribadito ciò, conosciamo più da vicino il W.B.A.. Le origini del WBA sono da ricercare nella fabbrica della George Salter Spring Works: furono proprio gli operai della fabbrica, con sede a West Bromwich, a fondare la squadra di calcio, e nemmeno a dirlo molti di loro erano cricketers annoiati durante l’inverno. Fondarono così il West Bromwich…Strollers; il nickname scelto, Strollers appunto (girovaghi, vagabondi) è legato a una curiosità, ovvero che i giocatori della squadra dovettero recarsi nella vicina Wednesbury per comprare…il pallone! perchè in quel di West Bromwich non se ne trovavano. Il suffisso Albion venne aggiunto nel 1879 o nel 1880, dal nome del distretto cittadino in cui alcuni dei giocatori vivevano o lavoravano. Come tutte le squadre dell’epoca, i primi match furono semplici amichevoli, e fu solo nel 1881/82 che il team si affiliò alla Birmingham & District Football Association, partecipando alla Senior Cup da essa organizzata e giungendo fino ai quarti di finale. Fu la prima occasione in cui il WBA si fece conoscere ad una platea più ampia.

hawthornsSui colori sociali e relative maglie torneremo alla fine, perchè la storia da questo punto di vista è piuttosto complicata. Invece per quanto riguarda gli stadi, o meglio i campi da gioco è presto detto, per quanto Cristian approfondirà come di consueto la vicenda: il primo fu Coopers Hill (1878/79), poi Dartmouth Park (1879/80) e Bunns Field (1880/81) fino al trasferimento nel 1882 a Four Acres (in cui rimasero per tre anni) lo stesso anno nel quale il club si iscrisse anche alla Staffordshire FA (a quel tempo, West Bromwich era nella contea dello Staffordshire) vincendo la coppa al primo tentativo in finale contro lo Stoke. A Four Acres, secondo il contratto d’affitto, il club poteva giocare solo di Sabato e di Lunedì, estate esclusa perchè in quella stagione ad occuparlo ci avrebbe pensato il Dartmouth Cricket Club. Giocavano invece a calcio – e bene – quelli del West Bromwich Albion, tanto che, dopo il passaggio al professionismo nel 1885 e l’esordio in FA Cup nella stagione precedente, il club inanellò tre-finali-tre di seguito: 1886 vs Blackburn Rovers (0-2 al replay), 1887 vs Aston Villa (0-2) e 1888 vs Preston North End, con finalmente la vittoria per 2-1 e il trofeo posto con orgoglio in bacheca. Nello stesso anno, come abbiamo visto, William McGregor scrisse a quelli che considerava i team principali, e tra essi l’Albion, per creare un campionato che rendesse competitivi gli altrimenti noiosi match extra-coppe: nasceva in quel modo la Football League e il WBA era tra i dodici membri fondatori. Intanto il club aveva abbandonato Four Acres per stabilirsi a Stoney Lane.

Ma il trofeo con cui il West Brom continuava ad avere più confidenza era l’FA Cup, che rivinse nel 1892 in finale contro l’Aston Villa (un secco 3-0) e che perse, sempre contro il Villa, nel 1895. Stoney Lane nel frattempo cominciava a diventare stretto al club, sia per l’affitto sia per le possibilità di sviluppo: discussioni interne al club tra favorevoli a rimanere a Stoney Lane e contrari videro prevalere questi ultimi, e venne così preso in affitto parte del terreno appartenente al Sandwell Park, periferia sud della città, che diventerà The Hawthorns. Il nome deriva dal semplice fatto che quell’area era ricoperta da biancospini (hawthorn, che compare ancora oggi nel simbolo del club), mentre le modalità di acquisto erano le solite incontrate anche per altri stadi: affitto con opzione d’acquisto a favore del club nell’arco di quattordici anni dal momento della firma. Il West Bromwich Albion ebbe la non entusiasmante idea di inaugurare la sua storia al the Hawthorns retrocedendo in Second Division, da cui tuttavia uscì subito, vincendola.

La squadra del 1888

La squadra del 1888

A questo punto entra sulla scena un diciannovenne nativo di West Bromwich, che giovanissimo era entrato nello staff del club e che nel 1902 entrò in carica come segretario-manager (la posizione già vista per quanto riguarda l’Aston Villa): il suo nome è Fred Everiss, occuperà quella posizione fino al 1948 ed è il manager nella storia del calcio inglese ad essere rimasto in carica più a lungo. In realtà i quarantasei (!) anni alla guida del WBA suscitano qualche discussione nel merito, perchè il suo ruolo era più amministrativo che tecnico visto che la squadra veniva scelta insieme ad altri dirigenti (ed è comunque interessante notare che questa ambivalenza del ruolo del manager rimane tuttora nel calcio inglese, l’ormai mitologica figura del “manager all’inglese” stando alle banalotte TV italiane) e per alcuni è dunque esagerato parlare di manager come lo concepiamo al giorno d’oggi. Fattostà che Everiss è una delle figure chiave nella storia del club, anche se all’inizio una nuova retrocessione e alcune stagioni in Second non sembravano promettere troppo bene. Il ritorno nella massima serie (1911/12) coincise con un’altra finale di FA Cup, persa sorprendentemente al replay contro il Barnsley che all’epoca (e a dir la verità, anche mentre scriviamo) giocava in seconda serie. Un nucleo giovane aveva quella squadra, che nonostante la guerra riuscì a mantenersì in forma, diciamo così, disputando tornei amatoriali e di beneficienza e che venne ripagato, nel 1919/20 (prima stagione post-guerra) con il titolo di campioni di First Division, l’unico titolo nella storia del WBA. In quella stagione Fred Morris vinse la classifica cannonieri con 37 reti, e la squadra ne segnò complessivamente 104. Un secondo posto nel 1924/25 dietro all’Huddersfield di Chapman fu il preludio però alla retrocessione del 1927.

Fino al 1930/31 l’Albion rimase impaludato nella seconda serie, nonostante valanghe di goal (Jimmy Cookson ne segnò 38 in una stagione): in quella campagna dall’esito positivo arrivò tuttavia secondo, alle spalle dell’Everton, ma ottenendo così la sospirata promozione; promozione che fu accompagnata dalla vittoria in FA Cup contro il Birmingham, che fece e fa del WBA l’unica squadra ad aver centrato il “double” promozione-coppa. Quella finale venne decisa (2-1) dalla doppietta di William “Ginger” Richardson (W.G. Richardson, da non confondersi con il compagno di squadra Bill Richardson), il terzo grande bomber di questi anni del WBA, che nel 1935/36 metterà a segno 39 goals, record ogni epoca per il club in quanto a goal segnati in una stagione. Una finale persa di coppa contro lo Sheffield Wednesday (1935) e fu di nuovo retrocessione in Second, divisione nella quale l’Albion si trovava quando scoppiò nuovamente la guerra. Everiss rimase in carica fino al 1948, quando il club optò, in ritardo rispetto alle altre squadre inglesi, di nominare un manager “vero” se così possiamo dire, che si occupasse di tutti gli aspetti tecnici, degli allenamenti (fino a quella data il WBA si allenava solo dal punto di vista fisico, senza usare il pallone) e del mercato: tale manager fu Jack Smith, ed Everiss assunse un ruolo prettamente dirigenziale. Smith conquistò immediatamente la promozione: cominciava in quel momento un periodo lungo 24 anni di permanenza in First Division. E comincavano gli anni ’50, che saranno ricordati a lungo dalle parti del The Hawthorns. Smith venne licenziato nel 1952, sostituito dall’allenatore della Juventus Jesse Carver, che passerà otto mesi sulla panchina dei Baggies prima di far ritorno in Italia, alla Lazio e che nel breve periodo alla guida del club introdusse nuovi metodi di allenamento tra cui, finalmente, esercizi con il pallone. Al posto di Carver arrivò, dal Bradford Park Avenue, Vic Buckingham. E fu la svolta.

Len Millard riceve la FA Cup 1954 dalle mani della Regina Madre

Len Millard riceve la FA Cup 1954 dalle mani della Regina Madre

Gli anni ’50 produssero infatti quello che fu chiamato con toni esageramente (ma forse solo per noi che non vivemmo quell’epoca) “the team of the century“, nello specifico durante la stagione 1953/54 nella quale la squadra sfiorò il double, vincendo la FA Cup e perdendo di poco il campionato dietro ai rivali di sempre del Wolverhampton Wanderers. Un gioco offensivo e fluido, esaltato dalla stampa e amato dai tifosi, tanto che in quel cammino di FA Cup per la partita contro il Newcastle si presentarono al the Hawthorns in 61.000, ma con 20.000 tifosi che rimasero fuori dallo stadio non potendo entrare perchè semplicemente non c’era più posto. Ronnie Allen, Don Howe, Bobby Robson in campo, tutti futuri manager (Allen una Copa del Rey vinta alla guida dell’Athletic Club, Howe visto con Arsenal e QPR oltre che WBA, Sir Bobby Robson e abbiamo detto tutto) e componenti di quella squadra che fu invitata tra le altre cose per una tournèè nell’est Europa, oltre la Cortina di Ferro per affrontare la temibile Honved (“Le soir festival de football” venne definito l’incontro), Zenit, Dynamo Tbilisi, CSKA. La cosa magnifica è che quella squadra vinse, alla resa dei conti, solo una FA Cup (gli anni ’50 sono gli anni dei Wolves di Stan Cullis, soprattutto): ma quando nonostante questo si riesce a scolpire il proprio nome nella storia vuol dire che qualcosa di importante si è fatto, che esula dai trofei. Buckingham nel 1959 prese l’aereo direzione Ajax, da sempre scuola di grandi allenatori e innovatori del calcio. Gordon Clark e Archie Macaulay non lasciarono il segno, e per risollevare le sorti del club venne chiamato Jimmy Hagan, autore di un piccolo miracolo a Peterborough portando dapprima la squadra in Football League per la prima volta, e in seguito vincendo la Division Four. Una delle prime mosse di Hagan fu firmare dal Notts County un giovane attaccante di nome Jeff Astle, da Eastwood, Nottinghamshire, direttamente nella leggenda Baggies.

Di quella squadra facevano già parte tra gli altri Anthony “Tony” Brown, record di goal nella storia del club e per questo detto “Bomber”, Clive Clark, Bobby Hope. Il primo successo fu la coppa di Lega del 1966, 5-3 tra andata e ritorno della finale contro il West Ham United. Hagan fu però sostituito nel 1967, tra l’altro dopo aver perso una nuova finale di League Cup contro il QPR all’epoca in Third Division, e rimpiazzato da Alan Ashman. Con Ashman alla guida il WBA centrò il quinto successo in FA Cup della sua storia (nonchè l’ultimo trofeo messo in bacheca ad oggi), un cammino segnato in tutti i sensi da Astle, “The King”, primo giocatore a segnare in tutti i round della competizione compreso l’unico goal della finale, che vide l’Albion opposto all’Everton. Astle divenne anche il primo giocatore a segnare nella finale di entrambe le coppe nel 1970, quando il West Brom perse 1-2 contro il Manchester City la finale di Coppa di Lega; Ashman venne sostituito da Don Howe, che abbiamo prima nominato come giocatore e che tornava ora nelle vesti di manager. La carriera da manager di Howe al WBA cominciò e finì malissimo, con la retrocessione del 1973 e la mancata promozione successiva, tanto che nel 1975 al posto di Howe venne chiamato alla guida del club Jimmy Giles, che non tardò a riconquistare la massima serie. Tuttavia Giles, che voleva concentrarsi sul ruolo di CT dell’Irlanda e che rimase quasi controvoglia, convinto dalla dirigenza, nel ruolo di manager anche per la stagione successiva, venne lasciato libero alla fine della stessa dal club. Ronnie Allen, compagno di Howe in campo, fu chiamato nuovamente dall’Albion ma, quando i petroldollari arabi bussarono alla sua porta (una storia che cominciava già allora), lasciò anch’egli libera la panchina di the Hawthorns. Per occuparla, venne chiamato Ron Atkinson dal Cambridge United, e “Big Ron” non tardò a lasciare il segno.

Jeff Astle e Bobby Hope con l'FA Cup 1968

Jeff Astle e Bobby Hope con l’FA Cup 1968

L’Albion di Atkinson è ricordato soprattutto per Laurie Cunningham, Cyrille Regis e Brandon Batson, “the Three Degrees” come li chiamava il manager e come passeranno alla storia (il riferimento è a un trio vocale in voga all’epoca), prima volta che una squadra inglese schierava contemporaneamente tre giocatori di colore, cosa oggi normale ma che purtroppo è da sottolineare visto che il calcio era fino a quell’epoca uno sport sostanzialmente per bianchi in terra d’Albione. Con loro, Bryan Robson, Derek Statham, Ally Robertson, una squadra che non vinse nulla ma che regalò emozioni ai tifosi, per il suo calcio divertente e attraente, oltre che comunque per eccellenti prestazioni in campionato, coppe nazionali (l’Albion all’epoca deteneva il record di maggior numero di semifinali disputate, record ora superato da Manchester United, Arsenal, Liverpool e Everton) e in Europa. Fu anche la prima squadra inglese a giocare in Cina (“Albion in the Orient” fu il documentario della BBC a riguardo). Poi i giocatori iniziarono ad essere ceduti (a partire da Cunningham, ceduto al Real Madrid e che proprio a Madrid, anche se in quel periodo giocando per il Rayo Vallecano, tragicamente scomparirà all’età di 33 anni), e sebbene all’inizio i rimpiazzi si dimostrarono all’altezza pian piano iniziò il declino. Tornò anche Allen, al posto di Atkinson nel frattempo partito direzione Red Devils. Poi fu la volta di Ron Wylie, e quando questi per dissidi con staff e giocatori si dimise, dell’A-Team, ovvero il trio fornato da Giles (che tornava così al West Brom), Nobby Stiles e Norman Hunter. Ma la squadra continuava a perdere le pedine migliori e così, alla fine della stagione 1985/85, conobbe nuovamente l’amaro gusto della retrocessione; a nulla servì l’arrivo in panchina di Ron Saunders.

Cunningham Batson e Regis, the Three Degrees

Cunningham Batson e Regis, the Three Degrees

A quel punto il club conobbe anche gusti più amari. Saunders rimase in carica, ma non riuscì a ottenere la promozione, anzi terminò il campionato nella parte bassa della classifica e venne sostituito da…Ron Atkinson, che tornava così all’Albion. I risultati non tardarono ad arrivare, e a metà stagione i Baggies guardavano tutti dall’alto della classifica: quando tutto faceva presagire il ritorno in First, Big Ron venne contattato dall’Atletico de Madrid, il manager si dichiarò disponibile a trasferirsi e si ritrovò così in Spagna, lasciando il WBA nelle mani di Brian Talbot nel ruolo di manager-giocatore. Inutile dire che non solo perdette la testa della classifica, ma pure un posto playoff; Talbot rimase in carica tuttavia, in tempo per condurre il club al ventesimo posto in campionato, il punto più basso a quel tempo raggiunto dal club. Ora, il perchè Talbot rimase comunque in carica è un mistero, fattostà che finalmente, nel Febbraio 1991, venne licenziato dopo una disastrosa sconfitta 2-4 in casa contro il Woking (non-league); arrivò Bobby Gould che suo malgrado entrò nella storia per essere stato il primo manager dell’Albion a retrocedere in Third Division. Gould non riuscì a centrare i playoff la stagione seguente, venne chiamato alla guida del Coventry City lasciando vacante il posto al the Hawthorns che venne preso dalla leggenda Spurs e dell’Argentina Osvaldo “Ossie” Ardiles. la cui unica stagione in quel di West Bromwich è ricordata con estremo piacere dai fans visto che si concluse con la fuoriuscita dalla palude della terza serie (3-0 nella finale playoff contro il Port Vale).

Un altro ex-Spurs, Burkinshaw, non riuscì al contrario di Ardiles a lasciare un’impronta nella storia recente dell’Albion, e venne licenziato. Si aprivano in quel momento lunghi anni nella mediocrità, sempre in Division One (il nuovo nome dell’ex Second Division dopo la nascita della Premier) ma sempre lontano dalle posizioni che contano. Una delle poche note positive di quegli anni fu l’esplosione di Lee Hughes, local boy e tifoso Albion arrivato dal Kidderminster Harriers nel 1997. Vi rimarrà fino al 2001, per poi tornare dal 2002 al 2004. La svolta in quanto a risultati si ebbe con l’arrivo in panchina di Gary Megson, dapprima con un piazzamento playoff (sconfitta contro il Bolton in semifinale) e poi con la promozione al termine della stagione 2001/02, di cui chi vi scrive conserva ancora alcuni articoli (all’epoca mi facevo comprare da un collega di mio padre i giornali inglesi alla stazione di Savona per leggere le notizie calcistiche) che celebrano la rimonta del WBA ai danni dei rivali del Wolverhampton Wanderers, 11 punti a 8 giornate dalla fine di distacco annullati dai Baggies in una cavalcata che terminò con le lacrime black & gold e la gioia a the Hawthorns. Cominciavano gli “yo-yo years“, con la squadra a fare la spola tra Premier e First Division/Championship: l’immediata retrocessione nel 2002/03 ne è testimonianza efficace.

Lee Hughes

Lee Hughes

Gli anni recenti come sempre li scorriamo velocemente, giusto per rimarcare l’ottima annata di Roberto di Matteo alla guida del club con il quale ha ottenuto la promozione in Premier e che lo ha lanciato verso una carriera che vede già in bacheca una FA Cup e una Champions League. E per sottolineare che, dopo anni altalenanti, l’Albion sembra aver trovato la sua collocazione fissa in Premier League . Ci preme maggiormente trattare la storia dei colori sociali e del smbolo del club. La prima maglia usata dal West Bromwich (all’epoca, come visto, Strollers) fu un completo bianco con banda diagonale blu, sostituito in seguito da una divisa a quattro quadrati stile Bristol Rovers, con due di essi blu e due rosso carminio; alternativamente a questa divisa ne veniva usata una completamente amaranto. I quadrati tornarono nel 1881/82, questa volta di colore bianco e giallo ma rimasero una sola stagione addosso ai giocatori del club, che già dal 1882 vestivano di “chocolate & blue” (anche se tecnicamente la divisa era azzurra) per poi adottare una maglia a righe sottili e orizzontali bianco-rosse. Il “chocolate” tornò nel 1883/84, questa volta abbinato al bianco, ma sparì nuovamente: venne conservata la divisa a due metà, diciamo così (Blackburn Rovers per farci capire), ma con colori rosso e azzurro. Finalmente, nel 1885, apparve la classica maglia a strisce verticali bianco-blu, ancora oggi divisa del club. Una maglia rosso-blu apparve brevemente nel 1889, così come una maglia completamente blu venne utilizzata durante i tornei di guerra nel periodo 1942/47.

E lo stemma del club? Uno dei più belli nel panorama calcistico inglese a nostro parere, il tordo (throstle, vocabolo del Black Country per indicare il thrush appunto) posato sul ramo di biancospino (hawthorn), entrambi ricordo del luogo d’origine dello stadio, come abbiamo visto sorto in un parco. Il tordo in realtà comparve molto prima del biancospino, quando negli anni ’80 del XIX secolo Tom Smith, club secretary, ebbe l’idea di rappresentare l’uccello posato sopra…una traversa. La traversa fu poi rimpiazzata dal biancospino, ma il tordo rimase visto che traeva origine, oltre ad essere uccello molto comune nella zona, dal fatto che un esemplare era tenuto in una gabbia in una delle prime public house dove la squadra si cambiava e che darà al club il primo nickname, “the Throstles” appunto. Uno dei primi simboli utilizzati dal club fu invece il nodo staffordshire, sulla maglia bianco-gialla citata precedentemente, e solo ad inizio anni ’70 comparve sulle divise il throstle con il biancospino. Nel 1972 fu la volta di una “A” stilizzata, contenente comunque il nostro amato tordo, mentre dal 1975 e per i dieci anni successivi fu la volta della sigla “W.B.A.”; ricomparve il throstle, che fu però nuovamente rimpiazzato, questa volta dal simbolo cittadino, fino al 2000. Nel 2006 il simbolo è stato leggermente modificato per questioni principalmente di diritti legali, includendovi il nome del club.

il vecchio the Hawthorns (wbapics.com)

il vecchio the Hawthorns (wbapics.com)

Rimane in sospeso una sola questione: il nickname “Baggies”. Qui non esiste una versione definitiva, ma solo leggende. Tony Matthews, storico del club, lo fa derivare dal bagmen, figura incaricata di trasportare i soldi dai mitici tornelli (turnstiles) fino alla cassa societaria, e che nel fare ciò doveva entrare in campo. “Here come the bagmen!” fu il preludio a “here come the Baggies!” riferimento ai giocatori. Un’altra versione vuole che furono i tifosi dell’Aston Villa a coniare i termine “baggies”, in riferimento ai baggy trousers indossati dai lavoratori delle fonderie locali. Le altre versioni le lasciamo alle parole del sempre interessante “the Beautiful History“, cogliendo così l’occasione di citare lo splendido sito:
“Another version claims that in early days of the club’s history, many of the supporters worked in the local ironworks and because of the intense heat, tended to wear very loose, baggy clothing. Since most of them would go straight to the match after work, it resulted in a very oddly attired bunch standing on the terraces at the Hawthorns, and led to the nickname of ‘Baggies’” (…) Finally, all labourers in the Black Country wore trousers from a thick material called `duck’. When new, it was snow white, but with frequent washing went a dark hue. When repairs were necessary, at knees and back, the dark trousers were repaired with snowy white `duck’. This gave a bulky appearance to the patch, so labourers with these patches were generally called Baggies, as they looked like flour bags“.

Raggiungere the Hawthorns è facile e comodo, visto che l’impianto è fornito della sua fermata di treno/metropolitana leggera. Da Birmingham New Street, via Smetwick Galton, e si arriva. Un viaggio da fare nella realtà dopo averlo fatto oggi virtualmente, alla scoperta di una realtà fortemente connotata sia in senso storico (tra le fondatrici della Football League, di successo nei primi anni) sia locale, stretta nella morsa tra Wolverhampton e Birmingham ma che non ha mai perso la sua identità, di cui il team è orgogliosa espressione.

Jeff Astle Gates

Jeff Astle Gates

Trofei

  • First Division: 1919/20
  • F.A. Cup: 1888, 1892, 1931, 1954, 1968
  • League Cup: 1966
  • Charity Shield: 1920, 1954

Records

  • Maggior numero di spettatori: 64.815 v Arsenal (FA Cup, 6 Marzo 1937)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Tony Brown, 574
  • Maggior numero di reti in campionato: Tony Brown, 218

http://www.westbromwichalbionhistory.co.uk/