Viaggio nella Nottingham del calcio: parte seconda, Nottingham Forest

Nottingham Forest Football Club
Anno di fondazione: 1865
Nickname: the Reds
Stadio: City Ground, Nottingham NG2
Capacità: 30.576

“The river Trent is lovely, I know because I have walked on it for 18 years“. La storia del Nottingham Forest è irrimediabilmente intrecciata a quella di Brian Clough, il quale in 18 anni ha trasformato una squadra di secondo piano in una potenza del calcio inglese ed europeo. E Cloughie è personaggio unico, per l’ironia pungente, per la mai nascosta immodestia, per la grandezza effettiva come allenatore: una leggenda, che rischia di monopolizzare un post che è invece dedicato alla storia del Nottingham Forest; però se le due storie si incrociano e si alimentano l’una con l’altra, non è forse inevitabile tutto ciò? Proviamo però a concentrarci sul Forest e sulla sua storia, partendo dagli albori. Il Nottingham Forest viene fondato nel 1865 da un gruppo di giocatori (quindici, per gli amanti della precisione) di shinty, che è una sorta di hockey, o di lacrosse, insomma una sport con delle mazze che abbiamo scoperto letteralmente l’altroieri, al Clinton Arms in Shakespeare Street. Probabile che parte della spinta a fondare un club, oltre al solito discorso legato ai mesi invernali (infatti nacque come “Football and bandy club”, e il bandy non è altro che shinty sul ghiaccio) sia derivata dal successo che stava avendo il Notts County, contro il quale il Forest giocò la prima partita ufficiale: 22 Marzo 1866. Come colore venne scelto il “Garibaldi Red” (da cui il nickname “Garibaldins”), dal colore delle camicie garibaldine, che come potete immaginare in quel periodo erano abbastanza in auge; maglie rosse dunque, che in futuro verranno donate ad Arsenal e Liverpool, che devono i propri colori proprio al Forest.

La statua di Clough, posizionata nel centro di Nottingham e non davanti al City Ground, caso più unico che raro

Il Forest si vide negato l’accesso alla Football League quando questa venne fondata nel 1888, dovendo ripiegare sulla Football Alliance che già abbiamo visto parlando dello Sheffield Wednesday, e vincendo la competizione nel 1892. In quella stessa stagione il club venne accettato in Football League. Fermiamoci un attimo e parliamo di stadi però. Il primo impianto utilizzato dalla squadra fu il Forest Recreation Ground, nel quale tra l’altro, in una partita contro lo Shieffield Norfolk, venne per la prima volta utilizzato un fischietto dall’arbitro, andando così a sostituire la bandiera bianca. Nel 1879 il club si trasferì al Meadows Cricket Ground, ma la vita fu breve nell’impianto, costringendo il Forest a trasferirsi nel sobborgo di Lenton, un “esilio” a cui fu costretto fino al 1890, quando le operazioni vennero portate al più centrale Town Ground, primo impianto che vide la comparsa delle traverse e delle reti nelle porte. Infine, nel 1898, il definitivo trasferimento al City Ground, sulle sponde del fiume Trent e a pochi passi dal futuro (1910) Meadow Lane. Questo discorso ci introduce alla stagione 1897/98, la prima di un certo peso per il club che arrivava da quattro semifinali consecuitive di FA Cup. In quell’anno infatti, l’anno del City Ground, il Forest vinse la FA Cup, battendo al Crystal Palace i rivali del Derby County per 3-1 (e dopo averci perso 0-5 in campionato pochi giorni prima) e mettendo in bacheca il primo trofeo importante, che per anni fu anche l’ultimo.

A questo punto però si apre un vuoto di sceneggiatura immenso. Fino al post-Seconda Guerra Mondiale, il Forest rimarrà niente più che un club di Seconda Divisione, immerso in problemi finanziari e sportivi (nel 1914 dovette riguardagnarsi l’elezione in Football League essendo arrivato ultimo), e a Nottingham la squadra principale era senza dubbio il Notts County, che pure non dominava il Mondo del calcio inglese. Addirittura nel 1949 il Forest retrocedette in Third Division, salvo riguardagnare la Second due stagioni dopo (la prima stagione furono beffati dal Notts County come visto nel post dedicato ai Magpies). Le cose migliorarono drasticamente sul finire degli anni ’50, quando nel 1957 i Reds guadagnarono la promozione in First Division, da cui mancavano da 18 lunghi anni, e nel 1959 vinsero nuovamente la FA Cup (2-1 al Luton Town), secondo silverware della loro storia e ultimo vinto senza l’uomo di Middlesbrough in panchina. Il decennio che si stava aprendo (Beatles, rivoluzioni giovanili…un periodo interessante) sembrava essere promettente, tanto più visto che a metà di esso il Forest giunse secondo in campionato (1966/67) e in semifinale di coppa. La squadra però sul più bello cedette e il manager Johnny Carey non riuscì nell’impresa, tuttavia folle enormi affollavano il City Ground per vedere quella che ormai era diventata la prima squadra cittadina, anche sulla spinta del successo inglese in Coppa del Mondo che aveva acceso entusiasmi sopiti. A spegnerli però, tali entusiasmi, fu la retrocessione del 1972. Il Forest tornava così in Second Division, ma stava per succedere qualcosa…

Poco distante da Nottingham sorge la città di Derby. A Derby, calcisticamente, le cose andavano benone, e il club aveva conquistato in modo del tutto inaspettato, nel 1971/72, il titolo di campione d’Inghilterra. In sella c’era un allenatore che proveniva dal nord, Brian Howard Clough, con il fidato vice Peter Taylor. Clough però litigò con la dirigenza dei Rams e, nel 1973, rassegnò le dimissioni; allenò Brighton e Leeds (ci torneremo sulla carriera di Clough, non preoccupatevi) con non altrettanta fortuna, la fama che aveva accumulato a Derby era scricchiolante, sebbene la lingua continuasse a essere pungente. Fattostà che nel 1975 Clough era senza squadra, e quando la panchina del Forest si liberò a causa l’impantanamento in Second Division (Gennaio 1975), il comitato che guidava il club (il Forest possedeva questo particolare sistema dirigenziale) scelse Cloughie, il quale si rimise in gioco a poche miglia di distanza da dove aveva conquistato l’Inghilterra e – quasi – l’Europa (il Derby County perse la semifinale di Coppa Campioni contro la Juventus). Fu la svolta, e l’inizio di un periodo magico per i Reds. La prima mezza stagione di Clough al Forest finì con un nono posto, prima che Peter Taylor si ricongiungesse con il maestro la stagione successiva (non va mai sottovalutata l’influenza che Taylor ebbe sulla carriera e i successi di Clough).

Al triennio magico del Nottingham Forest di Clough abbiamo già dedicato un post, per cui ci sembra inutile riscrivere le stesse cose qui, e vi rimandiamo al link per la lettura. Riassumendo, Clough in rapida successione ottenne: promozione in First Division, titolo di campione d’Inghilterra, vittoria di Coppa dei Campioni, vittoria in Coppa dei Campioni, ancora. Back-to-back-to-back-to back Un capolavoro irripetibile, a cui vanno aggiunte le Coppe di Lega del 1978 e del 1979, la Charity Shield del 1978, la Supercoppa Europea del 1979. Da club di secondo livello – e di seconda divisione – il Nottingham Forest era stato trasformato da Clough in uno di primo livello: una bacheca semivuota ora faceva invidia a molte squadre non solo inglesi, ma europee. La Nazionale continuava a snobbarlo (le lingue taglienti e i caratteri forti non piacciono mai a certi livelli), lui continuava a insegnare calcio a Nottingham, anche dopo la separazione da Taylor (1980). Una semifinale di UEFA nel 1983/84, persa discutibilmente contro l’Anderlecht (su quella doppia sfida sono emersi poi particolari inquietanti) con un goal annullato al Forest. Nel 1989 e nel 1990 gli ultimi due trionfi, entrambe le volte in League Cup, sia del Forest che di Clough, il quale non riuscì mai (unico suo cruccio) a vincere l’FA Cup, andandoci solo vicino nel 1991, perdendo la finale contro il Tottenham. Fu l’epilogo. Nel 1993, con il Forest tristemente destinato alla retrocessione e con alcuni azionisti sull’orlo di guerra, Clough annunciò il suo ritiro, dovuto anche all’alcolismo alla cui lotta si sarebbe dedicato negli anni successivi.

Fu la fine della carriera di Clough (che morirà, dopo una lunga battaglia contro un cancro alla stomaco, nel 2004), ma fu anche la fine delle fortune del Nottingham Forest, che vedrà per l’ultima volta la massima serie nel 1999 (e dopo un solo acuto, il terzo posto nel 1994/95). Da allora, una vita tra seconda e terza serie, ora fortunatamente seconda (Championship), con ambizioni di rilancio affidate all’ormai solito investitore mediorientale. Chiudiamo con il solito riferimento a maglie e stemmi. Le maglie, come detto, sono sempre state rosse, fin dalla fondazione, con l’unica variante dei pantaloncini blu dal 1892 al 1899; un rosso che negli anni è diventato più brillante rispetto all’originale. Lo stemma invece è quello attuale dal 1979, quando venne disegnato dal grafico David Lewis: rappresenta un albero della foresta di Sherwood con alla base le onde, simbolo del fiume Trent. In precedenza era invece utilizzato il simbolo della città di Nottingham, con le iniziali “N.F.F.C.” in cima allo scudo al posto del castello. Il City Ground è invece raggiungibile a piedi dalla stazione di Nottingham, anche se rispetto a Meadow Lane il percorso è leggermente più lungo (una ventina di minuti).

“I want no epitaphs of profound history and all that type of thing. I contributed. I would hope they would say that, and I would hope somebody liked me.”
Brian Clough

Al City Ground non ti dimenticheranno mai, Brian.

Link: Nottingham Forest Italia

Viaggio nella Nottingham del calcio: introduzione

Abbiamo lasciato Sheffield accorgendoci di un errore: non abbiamo dedicato un post di introduzione alla città, ma ne abbiamo compresso le info nel post dedicato allo Sheffield Wednesday. Errore nostro, che da adesso non si ripeterà più. Fatta questa doverosa precisazione, avventuriamoci alla scoperta della città di Nottingham, meta del nostro prossimo viaggio.

Il centro città

Nottingham è una city e un’unitary authority delle East Midlands, attraversata dal piccolo fiume Leen e bagnata anche, nella sua parte meridionale, dal Trent, e capoluogo della contea del Nottinghamshire. Ha una popolazione nella media, 305.000 abitanti, che arrivano però a 640.000 se si tiene conto dell’area urbana, l’ottava in quanto a grandezza del Regno Unito. La città ha origini anglo-sassoni e non romane; tra i nomi originari Snottingaham (dal capo anglosassone Snot, e da cui è derivato il nome attuale) e il curiosissimo Tigguo Cobauc, città delle grotte, dal fatto che fin dall’origine vennero scavate grotte artificiali nell’arenaria. Da Nottingham prese inoltre il via la prima parte delle guerre civili inglesi del ‘600, quando Re Carlo I issò il suo vessillo sul castello cittadino (le forze parlamentari controllavano invece il sud del Paese). Non essendo mai stati a Nottingham, ci asteniamo da qualsiasi giudizio estetico sulla città, che comunque visiteremo presto, anche se per motivi calcistici. La città è servita dall’aeroporto delle East Midlands di Castle Donington (attaccato al circuito, ma siamo nel Leicestershire), oltre che dall’autostrada M1 e dalla stazione ferroviaria che la collega con i principali centri del Regno Unito; inoltre è dotata di un servizio di metropolitana leggera, inaugurato nel 2004 e davvero molto moderno, quelle cose che fan pensare “ma perchè in Italia no?”, il tutto integrato da una rete di piste ciclabili che fanno di Nottingham la città del Regno Unito in cui si usa meno l’automobile. Altro mondo. Quando si parla della città, esiste uno e solo un argomento principale: Robin Hood, il leggendario eroe le cui gesta sono proprio ambientate in quel di Nottingham, il cui sceriffo ricorderete tutti; inutile dire che, a livello mondiale, Robin Hood è Nottingham e viceversa, anche perchè è più immediato associare la città alla bellissima leggenda dell’uomo che rubava ai ricchi per dare ai poveri piuttosto che ai fattori socio-economici che segnarono la rivoluzione industriale, come la produzione di biciclette o il fiorire dell’industria del tabacco e di quella tessile (merletti).

Una città, un eroe

Sebbene parleremmo ore della leggenda di Robin Hood e del prode Little John di disneyana memoria, cartone che più di altri ha segnato la nostra infanzia, la meta del viaggio è la Nottingham calcistica. La città è la sede di due club professionistici di calcio (oltre che del Nottinghamshire County Cricket Club, che gioca al Trent Bridge, vicino al City Ground), entrambi nati agli albori del calcio, anzi uno dei due è effettivamente il club professionistico più antico del Mondo: stiamo parlando del Notts County, e ovviamente dell’altra squadra cittadina, il Nottingham Forest. Fantastica è la posizione dei due stadi (City Ground del Forest e Meadow Lane del County): sono vicinissimi, separati solamente dal fiume Trent. La cosa l’ha notata benissimo chi vi scrive perchè, durante la fase di atterraggio a Manchester, abbiamo sorvolato con l’aereo Nottingham e i due impianti sono apparsi lì sotto in tutta la loro…vicinanza. Se il Notts County è il club pro più antico e la sua storia è intrecciata con quella della squadra più tifata in Italia, la Juventus, il Forest ha dalla sua il Mito per eccellenza del calcio inglese, quelle due Coppe dei Campioni messe in bacheca in quella che è la favola più bella, o tra le più belle, che il calcio abbia scritto. Autore di quella favola, Brian Clough, che definire leggenda è il minimo che si possa fare, e pazienza se non fosse esattamente Robin Hood o Little John, a Nottingham le favole e le leggende devono essere di casa.

La vicinanza tra Meadow Lane (sx) e City Ground

Prima tappa: Notts County. Stay tuned.

Nottingham Forest 1978-1980, tre anni nella Leggenda

Ci sono storie, nel calcio, che sono e rimarranno inimitabili. E aggiungerei giustamente. Perchè quell’aurea di irripetibilità le fa sconfinare non solo in ambito leggenda, termine ultra-abusato, ma in alcuni casi specifici anche in quello della favola, magari altrettanto abusato ma sicuramente più magico, romantico. Tra queste favole, la mia preferita è sempre stata quella del Nottingham Forest guidato da Brian Clough, due volte sul tetto d’Europa. Certo, bisognerebbe argomentare meglio: fu davvero una favola? Sicuramente era una squadra di secondo piano (con tutto il possibile rispetto) che partendo dalla Second Division arrivò a dominare l’Europa, la classica Cenerentola che si scopre bella nonostante le perfide sorelle, quindi sì, le caratteristiche della favola ci sono tutte. Ma era anche una squadra costruita con intelligenza e gestita da uno dei grandi maestri di calcio d’oltremanica, Brian Clough, segno che se arrivò a quel livello altissimo non fu certamente un caso o un colpo di fortuna.

Per arrivare a parlare di quella straordinaria doppietta europea è però necessario, se non indispensabile partire da quando il Forest giocava in Second Division. Stagione 1974/1975. Dopo una sconfitta in casa contro i rivali cittadini del Notts County, la società decise di sollevare dall’incarico il manager Allan Brown, ultimo di una serie di allenatori succedutesi in poco tempo sulla panchina del Forest. Al posto di Brown si puntò su un allenatore reduce da una pessima avventura al Leeds United, durata solamente 44 giorni e destinata a diventare un film: Brian Clough. Clough, nonostante quella disavventura immortalata da “That damn United”, godeva di una certa fama, assolutamente giustificata: un titolo e una semifinale di Coppa dei Campioni alla guida del Derby County (per un curioso caso la rivale per eccellenza del Forest) non sono cose da tutti i giorni, o per restare in ambito calcistico da tutte le stagioni. Era il 6 Gennaio 1975. Clough esordì con una vittoria contro il Tottenham in FA Cup.

Non sono mai stato a Nottingham e non so da che parte si schieri la maggioranza della popolazione nell’eterno dualismo pessimismo-ottimismo, ma sono certo che nemmeno il tifoso più ottimista potesse immaginarsi che, da lì a tre stagioni, non solo il Forest sarebbe risalito in First Division, ma addirittura avrebbe vinto il titolo, primo e unico della sua storia, arrivando a vincere la Coppa Campioni, una possibilità alla quale suddetto tifoso mi avrebbe riso in faccia se gliel’avessi prospettata. In breve. Nell’estate del 1976 si unisce allo staff di Clough un suo collaboratore ai tempi di Brighton e Derby, Peter Taylor, che andò a riformare con il suo mentore un binomio già vincente ai tempi del County; Taylor, quando Clough venne assunto come manager del Leeds, preferì restare a Brighton diventando a sua volta manager dei Seagulls piuttosto che seguire il suo maestro nello Yorkshire. Per quanto riguarda la squadra, nella stesse estate sette nuovi giocatori arrivarono sulle sponde del Trent, da i quali gli esperti Peter White e Larry Lloyd che con il Liverpool di Shankly vinsero la Coppa UEFA, Tony Woodcock, che si unirono ai già presenti in squadra Martin O’Neill, John Robertson, John O’Hare, John McGovern (questi ultimi due acquistati da Clough durante la sua prima stagione in carica al City Ground e suoi uomini di fiducia dai tempi di Derby). A fine stagione arrivò la promozione con il terzo posto in classifica alle spalle di Wolverhampton Wanderers e Chelsea.

Trevor Francis bacia la coppa

La campagna estiva in vista della stagione 1977/1978 vide, tra gli altri, l’arrivo dallo Stoke City del portiere Peter Shilton, del centrocampista scozzese Archie Gemmill (dal Derby County, anch’egli uomo di fiducia di Clough) e da Kenny Burns, difensore prelevato dal Birmingham City. Si stava costruendo pezzo per pezzo la squadra che avrebbe dominato nei successivi due anni l’Europa. In campionato arrivarono solo tre sconfitte, tutte e tre nelle prime sedici partite (ad Highbury, a Stamford Bridge e a Elland Road): nelle rimanenti ventisei la squadra rimase imbattuta, andando come è nella logica delle cose a vincere il titolo e a scalzare dal trono il Liverpool (che terminò secondo a meno sette dal Forest). La sfida col Liverpool si ripropose anche in League Cup, e anche in questo caso prevalse il Nottingham: gli uomini di Clough si imposero all’Old Trafford (1-0, goal di Robertson) dopo il pareggio di Wembley. Fu l’apoteosi: Brian Clough non solo aveva resuscitato una squadra sull’orlo della disperazione, ma l’aveva portata a vincere il titolo da neopromossa (prima squadra inglese a farlo dopo l’Ipswich di Sir Alf Ramsey) e a mettere in bacheca la Coppa di Lega. Il tutto affidandosi a uomini di fiducia (O’Hare, McGovern, Gemmill), giocatori “resuscitati” (Lloyd), suoi pallini (Shilton, per cui fece spendere al club 270.000 sterline, not nuts mi vien da dire sorridendo), praticando un calcio aggressivo, fatto di pressing, di gioco sulle ali, di ruoli chiave in fase di impostazione, non a caso affidati ai suoi fidi scudieri, di passaggi (“se Dio avesse voluto farci giocare sulle nuvole avrebbe messo l’erba lassù”). Stava esattamente riproponendo a Nottingham quanto fatto poco distante, a Derby, dove creò dal nulla un ambiente vincente (titolo, semifinale di Coppa Campioni, secondo titolo vinto dopo di lui a dimostrazione della solidità delle basi gettate da Clough). “Dal nulla” è la chiave: realtà non abituate a vincere, alle pressioni che ciò comporta, il tutto rappresentato magnificamente dall’intervista alla BBC dopo l’aritmetica vittoria (Coventry-Forest 0-0) del sempre brillante Brian: “sono talmente stanco che faccio fatica a sollevare questa coppa di champagne”.

Su Brian Clough parleremo quasi sicuramente in futuro. Ex attaccante di talento che partoriva goal a raffica (“è peggio della pioggia a Manchester. Quella ogni tanto Dio la fa smettere” ebbe a dire di lui Bill Shankly), antipatico, polemico al limite dell’insulto (dopo Juventus-Derby County definì i bianconeri “cheating bastards”, bastardi imbroglioni, concetto da lui esteso all’italico popolo), vincente come pochi altri. Sembrò vicino alla panchina della Nazionale inglese (su questa preferiremmo invece non proferir parola, a parte il 1966), ma la F.A. non lo amava e dopo le deludenti qualificazioni ad Argentina 1978 confermò il CT Greenwood piuttosto che dare credito all’opinione pubblica, che spingeva per affidare i Leoni a Clough. Per i tifosi del Nottingham Forest fu una notizia magnifica: nella stagione successiva si doveva andare infatti a caccia della gloria europea, cosa impensabile fino a due anni prima.

Brian Clough con una delle due Coppe Campioni

Abbiamo visto come Clough fosse incline a formare le sue squadre con giocatori fidati, giocatori non famosissimi, giovani. Sapeva però che per portare a Nottingham qualcosa di importante, e rifarsi della semifinale persa ai tempi del Derby County serviva qualcosa in più. Accanto al giovane Garry Birtles lanciato in squadra nella stagione 1978/1979 chiese e ottenne l’acquisto della stella del Birmingham City, Trevor Francis, per il cui cartellino vennero spesi, per la prima volta nella storia del calcio britannico, 1.000.000 di pounds. Clough doveva ritenere Francis fondamentale, visto che accettò vari compromessi, come fargli disputare d’estate il campionato USA. L’acquisto di Francis venne perfezionato a stagione iniziata, il che non permise a Clough di schierarlo in Coppa Campioni: avrebbe potuto giocare solo l’eventuale finale. Archiviata la Charity Shield (5-0 al malcapitato Ipswich Town), l’urna mise subito di fronte al Forest sul suo cammino europeo l’avversario più temibile: il Liverpool campione in carica. Andata al City Ground, Birtles porta in vantaggio un coraggioso e aggressivo Forest. Phil Thompson del Liverpool si avvicina al giovane attaccante: “un goal non vi basterà ad Anfield”. Nel finale però il difensore Barrett fa 2-0. Birtles si avvicina a Thompson: “che dici, due basteranno?”. Basteranno: al ritorno il Liverpool attacca, attacca, attacca ma non passa: 0-0 e Nottingham Forest in paradiso. Il Liverpool si rifarà in campionato, che i Reds vinceranno con otto punti di vantaggio sul Forest, giustificato perchè impegnato a scrivere la storia. Dopo il Liverpool toccò all’AEK Atene (vittoria Forest per 2-1 in Grecia e 5-1 al City Ground), poi al Grasshoppers (4-1 in Inghilterra e 1-1 in Svizzera): il Forest era in semifinale. L’urna oppose tra il Nottingham Forest e la finale i tedeschi dell’ovest del Colonia, mentre l’altra semifinale si disputò tra gli svedesi del Malmo e l’Austria Vienna. L’andata, disputata in un City Ground zuppo d’acqua per la pioggia dei giorni precedenti, fu memorabile per gli appassionati di calcio: 2-0 tedesco dopo venti minuti, 3-2 Forest al 63′ con Robertson, pareggio di Okudera all’85’ quando la vittoria sembrava tinta del rosso degli arcieri. Lo sconforto fu notevole, e nella mente di Clough forse riemersero i fantasmi di Juventus-Derby, sempre una semifinale, sempre Coppa dei Campioni, nonostante il tecnico si ritenesse fiducioso per il ritorno. E aveva ragione. Una gara perfetta del Forest, 1-0 firmato da Bowyer e fu finale.

Finale di Coppa dei Campioni. Mi vengono i brividi a me, da qui, Italia, a più di 30 anni di distanza, a pensare al Nottingham Forest in finale della massima competizione europea, non immagino come dovesse sentirsi la città in quel periodo. L’avversario del grande evento, disputato a Monaco di Baviera, era il Malmo dell’inglese Bob Houghton, squadra non eccezionale nel talento ma dall’ottima organizzazione. La possibilità di schierare finalmente Francis fece optare Clough per una formazione offensiva, con tre attaccanti, visto che non voleva rinunciare all’ottimo fino a quel momento Birtles; ne fece le spese Gemmill, che non si riprese mai dalla delusione (“I was devastated at the time. I was led to believe I’d be playing in the match… I was far from happy. I hated every minute of the 90 and I hated afterwards as well” dichiarò in seguito). Nonostante il risultato reciti solo 1-0 Nottingham, non ci fu storia, e il goal di Trevor Francis sancì il meritato e incredibile trionfo. In tre anni dalla Seconda Divisione alla Coppa dei Campioni: immaginatevi per un momento un Brescia campione d’Europa e avrete l’idea dell’impresa. Come fu possibile? Se lo chiedeva tutta Europa. Il calcio praticato dagli uomini di Clough era moderno, palla a terra, lontano dallo stereotipo inglese di palla lunga, tanto che lo stesso Clough disse che “il Nottingham gioca un football al passo con i tempi, la Nazionale inglese no. Il calcio inglese è meglio rappresentato dal Nottingham che dalla Nazionale”. Rimane tuttavia difficile da spiegare il tutto solo con il tipo di calcio e il modulo, un 4-3-3 che analizzeremo a fine post, anche perchè sempre Clough odiava sentir parlare di tattica: “sono i calciatori che perdono le partite, e che ogni tanto le vincono. Chi parla di tattica scambia il calcio con il domino”. Bravura di Brian e dei collaboratori, su tutti quel Peter Taylor che nella stessa stagione ricevette da Clough l’onore di guidare la squadra nella finale di Coppa di Lega, vinta sul Southampton.

Monaco di Baviera, 30 Maggio 1979. La prima Coppa Campioni

Potremmo fermarci qui che già sarebbe ampiamente giustificato il termine favola, quello leggenda e qualsiasi sinonimo voleste usare. La regola vuole però che il vincitore della competizione ne difenda di diritto il titolo nell’edeizione successiva. La squadra, stremata nelle forze psicofisiche e rinforzata poco, non può lottare su più fronti e Clough questo lo sa, e preferì dunque tentare l’impresa in Coppa e lasciando sostanzialmente il campionato nelle mani del Liverpool. Eliminati gli svedesi dell’Oster, i rumeni dell’Arges Pitesti, il Forest si trovò di fronte nei quarti i campioni della DDR, la Dinamo Berlino, che vinse clamorosamente 1-0 al City Ground inferendo agli uomini di Clough la prima sconfitta casalinga europea della loro storia. Ma anche in questo caso il ritorno fu un capolavoro. Un inarrestabile Trevor Francis e John Robertson fissarono il risultato sul 3-0 all’intervallo, e inutile fu il goal di Terletzki su rigore: era semifinale, era Ajax. Lancieri contro arcieri. Nel mentre in bacheca era finita anche la Supercoppa Europea, 1-0 (goal di Charlie George, chi ha letto “Febbre a 90°” non può non sapere chi sia) e 1-1 contro il Barcellona vincitore della Coppa delle Coppe, mentre il rifiuto di disputare la Coppa Intercontinentale lasciò l’onore ai vicecampioni europei del Malmo, sconfitti tuttavia dall’Olimpia Asuncion. Contro l’Ajax il 2-0 dell’andata (goal dei soliti Francis e Robertson) bastò, visto che al ritorno gli olandesi si imposero solo per 1-0: era di nuovo finale, da disputare al Bernabeu di Madrid contro l’Amburgo, che aveva eliminato il Real. Una finale da disputare senza Trevor Francis, che si fece male prima della partita e stette lontano dai campi di gioco per sei mesi per un problema al tendine d’Achille. Come al solito però, la sbruffoneria di Clough lo portò a dichiararsi sicuro della vittoria. Anche stavolta i fatti gli diedero ragione. Un goal di John Robertson al 20′ del primo tempo portò in vantaggio il Forest, le parate di Shilton fecero il resto, la difesa resistette strenuamente agli attacchi tedeschi e un giovane Gary Mills, sostituto di Francis, divenne il più giovane giocatore a disputare una finale europea con i suoi 18 anni. Fu trionfo, il secondo, consecutivo.

La bacheca dei trofei del City Ground, Nottingham

Mentre il Forest diventava in quel momento l’unica squadra europea a vincere più Coppe dei Campioni che titoli nazionali, Clough divenne per tutti il miglior manager d’Inghilterra, ma la FA continuò a osteggiarne la candidatura a CT della Nazionale; troppi atteggiamenti controversi, un carattere troppo poco adatto alla solennità della Nazionale. Nel mentre la squadra iniziò la parabola discendente, perse Supercoppa Europea e Coppa Intercontinentale l’anno successivo e pian piano iniziò anche a perdere i pezzi (Peter Taylor lasciò il suo mentore nel 1982). Il Forest non tornò mai a quei livelli d’eccellenza, e nonostante altre due Coppe di Lega messe in bacheca Clough non riuscì mai ad alzare l’agognata FA Cup, nemmeno nel 1991, quando perse la finale contro il Tottenham con un autorete di Des Walker. Rimase alla guida del Forest fino al 1995, tra mille polemiche e risultati non più degni di quel triennio magico, ma di questo parleremo in futuro, Brian Clough merita un post a lui dedicato. Torniamo a quella squadra. 4-3-3, Shilton in porta, difesa con Viv Anderson a destra, Burns (“il miglior giocatore che abbia mai allenato. Capace di far segnare, segnare lui stesso e difendere come un gigante”) e Lloyd centrali, l’attempato ma ancora integro Clark a sinistra; McGovern (il capitano), Gemmill/O’Neill e Bowyer a centrocampo, con Woodcock spesso presente però; Birtles centravanti affiancato da Francis e Robertson, quest’ultimo più ala che attaccante. Qualche cambio, come nella finale del 1979, ma sostanzialmente giocavano questi. E giocavano in modo “moderno” come Clough amava sottolineare con orgoglio, e quel pizzico di sbruffoneria che ai più risultava antipatica, ma che ha determinato a creare il mito dell’allenatore di Middlesborough.

Abbiamo usato leggenda e favola come termini da associare a questa storia, ma credo che alla fine il più adatto sia irripetibile. Non solo il calcio moderno tende a concentrare il potere nella mani di poche realtà calcistiche, ma anche provando a immaginare il Burnley pieno di soldi risulta difficile pensare possa ripetere qualcosa del genere, e il Manchester City arabo insegna. Irripetibile dicevamo, e forse è giusto così. E’ giusto che la gente di Nottingham, che visse quei trionfi con lo spettro della crisi economica sulle spalle, si senta gelosa custode di un’avventura unica nella storia del calcio europeo. È giusto che i bambini che visitano con il papà la sala trofei del City Ground possano sentirsi orgogliosi di quanto fatto dalla loro squadra, da loro e solo da loro. E tutto sommato è giusto che questa favola irripetibile abbia la firma di antipatico, odiato, rispettato, unico mito: Brian Clough.

Chiudo con il servizio che “Sfide” ha dedicato 4 anni fa alla vicenda