La storia dei club: Bradford City

bradford292-242512_478x359Bradford City Association Football Club
Anno di fondazione: 1903
Nickname: the Bantams
Stadio: Valley Parade, Bradford, West Yorkshire
Capacità: 25.136

Bradford, West Yorkshire. Bradford è una di quelle città in cui nessuno va. 300.000 anime, un tempo operai dell’industria, oggi perlopiù riconvertiti, spesso con il fantasma della disoccupazione che aleggia minaccioso, come troppe volte accade in questa parte dell’Inghilterra un tempo ricchissima, moltissimi immigrati in cerca di fortuna e di pioggia, che qui, come altrove in Albione, non manca mai.
Bradford è, dunque, per pochi eletti. Ma chi ama il calcio, conoscerà certamente la squadra locale. Una squadra che di recente è balzata agli onori delle cronache per due cavalcate entusiasmanti, in League Cup e in FA Cup, con una finale disputata e tanti riflettori accesi su una realtà finita nel dimenticatoio della League Two.
Una squadra unica nel panorama calcistico inglese, poichè a vestire il claret & amber, diciamo un giallo-ambra e granata, c’è solo lei.
E i più attenti (o, verosimilmente, coloro che stanno invecchiando, come il sottoscritto) si ricorderanno di un Bradford City per due stagioni in Premier League, con un italiano in campo (Benny Carbone) e una salvezza, nella stagione 1999/2000, raggiunta all’ultima giornata e battendo il Liverpool, con un goal di David Wetherall entrato in quel momento nella ristretta cerchia degli eroi claret & amber.

BIGteam-photo-1910-11-postcard.jpgIl primo eroe, quello originale, era uno scozzese (ma dai?!), tale James Whyte, editore del giornale locale, il Bradford Observer. Sull’importanza degli scozzesi per lo sviluppo del football ci sarebbe da aprire una parentesi gigante. Restiamo alla nostra storia. Le idee semplici sono, spesso, le più geniali e riuscite. Mr. Whyte ebbe l’illuminazione in una notte, e pose alla cittadinanza, ma soprattutto ai dirigenti della lega, una domanda banale, ma quantomai consona al periodo: perchè non creare una squadra di Football League a Bradford? D’altronde era il 1903, tardi per gli standard calcistici britannici, e Bradford era una città vivace e produttiva.

Naturalmente a Bradford operavano già alcuni club, ma nessuno di questi partecipava alla Football League. Mr Whyte incontrò i dirigenti della lega nello stadio del Manningham FC (una squadra, a discapito del nome, di rugby): Valley Parade. Vi dice qualcosa il nome? Lo sospettavamo. Lo scozzese convinse anche il club a cambiare sport: basta rugby, benvenuto calcio. La lega approvò e accettò la squadra, che nel frattempo cambiò nome in Bradford City AFC, tra le sue fila. Piccola parentesi. Bradford ha avuto una squadra così tardi rispetto al resto dello Yorkshire (la patria del calcio, così, giusto per ricordarlo) perchè questa particolare area, nell’ovest, era dedita perlopiù al rugby; ed è il motivo per cui la Football League accettò immediatamente il club, pensando che ciò avrebbe promosso il movimento della pedata in un territorio prima ostile. Dal Manningham FC la neonata squadra ereditò anche i colori, il già citato e unico claret & amber. L’origine di questi colori è sconosciuta, e il Manningham li usava già dal 1884. La leggenda più divertente vuole che essi siano un richiamo alla birra e al vino, una goliardata dei dirigenti del club insomma: ma QUI potete trovare tutte le altre ipotesi

Valley Parade prima....

Valley Parade prima….

Torniamo alla trama della nostra storia. La decisione della Football League creò un uniquum nel panorama calcistico inglese (il Chelsea, due anni dopo, fu solo un postumo imitatore): il Bradford City, prima ancora di giocare una sola partita o persino di avere una rosa di giocatori, era già nella lega. Nel 1907/08, pochi anni dopo la fondazione, vinse la Division Two, preparandosi così a disputare il primo campionato di massima serie. E gli anni immediatamente successivi rappresentano tuttora l’apice della storia del club. A dire il vero il primo anno finì con una salvezza all’ultima giornata, grazie a una vittoria contro il Manchester United con goal di Frank O’Rourke (toh, uno scozzese, e due), un momento che culminò due anni più tardi con un altro goal solitario, di Jimmy Speirs (morirà durante la prima guerra mondiale, al fronte), ad Old Trafford: Bradford City 1-0 Newcastle United, ed FA Cup in bacheca. Un trionfo (l’unico, ad oggi) che avvenne solo al replay, perchè al Crystal Palace di Londra finì 0-0, con buona pace dei tifosi dello Yorkshire che viaggiarono verso la capitale con 11 treni speciali, ma che poterono festeggiare solo quattro giorni dopo (vi immaginate oggi i replay delle finali? Già vogliono eliminare i replay in generale….). Peraltro, il City detiene ancora oggi il record di clean sheets consecutivi in coppa, undici, ma questa è altra storia.

Nel frattempo, a rendere vivaci gli uggiosi sabati di Bradford giunse…il derby! La promozione del Bradford Park Avenue (così chiamato dal nome dello stadio, e per differenziarsi dai restanti club) nella massima serie (1914) diede il via ad una serie di derby, peraltro già iniziata due anni prima in coppa, che a sorpresa vedono negli annali in vantaggio il Park Avenue (23 a 22). Sperando di rivedere presto il derby a livello competitivo (ovviamente in coppa, a meno di clamorosi miracoli – o tonfi che non ci auguriamo), vale la pena citare qualche episodio. Nel 1937, con entrambe le squadre in Division Two, il Park Avenue si salvò, davanti proprio al City; prima ancora, nel 1927 (Third Division North), sempre il Park Avenue stese 5-0 il City sulla strada verso la promozione e la vittoria del campionato, con il titolo che rimase a Bradford la stagione successiva, quando furono i cugini a trionfare. L’ultimo incontro venne disputato nel 1969, con il City promosso e il Park Avenue desolatamente in fondo alla FL, dalla quale venne escluso l’anno seguente prima di fallire, definitivamente, nel 1974. Significativo il fatto che nel giro di pochi anni da zero club in Football League la città arrivò ad averne due (il Park Avenue venne fondato nel 1907): oltre al rugby, c’era spazio anche per il calcio.

...e oggi

…e oggi

Tornando alla storia del club, il primo dopoguerra segnò il ritorno del City in Division Two, non prima però del meraviglioso quarto turno di FA Cup del 1920, a Bristol contro il City. Meraviglioso non tanto per il risultato (una sconfitta), quanto perchè tale sconfitta venne dai più attribuita alla visita che la squadra fece alla “Fry’s chocolate works”, la cui fabbrica distava poche miglia dalla città: si, esatto avete capito bene, la storia vuole che la debacle sia stata figlia di una leggendaria scorpacciata di cioccolato. Cioccolato o no, anni molto bui attendevano il City. Innanzitutto, i risultati: retrocessione nel 1922 (a braccetto con i cugini cittadini, e fino al 1999 la massima serie rimarrà un lontano ricordo), retrocessione in Third Division nel 1927. Poi le grane economiche, risolte solo grazie all’intervento dei tifosi e le loro donazioni. Già, i tifosi. Gli scarsi risultati, uniti anche all’emergere di un’altra squadra nella zona (l’Huddersfield Town), svuotarono poco a poco gli spalti del Valley Parade. In questa grigia situazione, l’alternarsi di manager (tra cui l’ex giocatore O’Rourke, che guidò i Bantams – il soprannome Bantams, galletti, deriva dai colori del club, associati appunto ai mattutini animali da cortile – in due occasioni diverse, salvo poi sbattere definitivamente la porta nel 1930) non servì a riportare il club nella massima serie, solo sfiorata: la luce in fondo al tunnel era lontanissima dall’esser veduta.

48 anni. 48 lunghissimi anni. Tanto passò da quando il Bradford City giocò l’ultima volta in seconda divisione fino alla successiva. Mezzo secolo speso tra Division Three e, quando venne istituita, Division Four, tra pochissimi alti (rare promozioni tra quarta e terza serie) e moltissimi bassi (per tre volte, nel 1949, 1963 e 1966 il City dovette chiedere la ri-elezione in Football League). Insomma, anni bui, molto bui. La rotta cambiò, finalmente, nella stagione 1981/82, quando alla guida del club venne chiamato l’ex difensore della Nazionale Roy McFarland. Grazie anche ai goal di un nordirlandese di nome Bobby Campbell, casualmente diventato leader all-time di goal segnati per il club, il City giunse secondo nel campionato di quarta divisione, guadagnandosi così la promozione. McFarland abbandonò poco dopo in direzione Baseball Ground, Derby, e venne rimpiazzato da Trevor Cherry, un uomo particolarmente legato al West Yorkshire: nato ad Huddersfield, giocò per i Terriers, il Leeds United e, appunto, il Bradford City, di cui fu player-manager fino al 1985 e manager fino al 1987. Sotto la sua guida, nel 1985, i claret & amber ritrovarono la Division Two dopo, come visto, tantissimo tempo. Ma ad un prezzo carissimo.

Bradford City Football Club Fire Disaster 11 May 1985 Fifty six people die

Bradford City Football Club
Fire Disaster 11 May 1985
Fifty six people die

A Valley Parade si giocava l’ultimo incontro della stagione che incoronò il City come campione di Division Three. Di fronte un altro City, il Lincoln. Era l’11 Maggio 1985, 11.076 spettatori si recarono all’impianto per assistere alla partita, ma soprattutto alla premiazione della squadra avvenuta nel pre-gara, alla quale venne consegnato il trofeo di campioni. Al 40′ circa del primo tempo si nota del fumo provenire dal settore G. L’arbitro sospende la partita, e la polizia inizia l’evacuazione dello stadio. Valley Parade, come molti altri stadi inglesi, aveva ancora impalcature in legno, e un tetto in cui al legno si aggiungevano sostanze incendiabili come catrame e bitume. Da una sigaretta gettata, il passo verso il disastro fu breve. In quattro minuti la stand era bruciata, con il tetto crollato sugli spettatori e il fumo nero a rendere difficoltosa la fuga dei fortunati sopravvissuti. Niente estintori, che erano stati rimossi per paura di atti vandalici. Il risultato furono 56 morti, triste anticipazione di un altro disastro, che quattro anni dopo, per motivi completamente diversi, avrebbe però contribuito a cambiare la concezione di stadio in Inghilterra. Ovviamente, il City si vide costretto a emigrare per un anno e mezzo (Leeds Road, Elland Road, l’Odsal Stadium di Bradford, impianto di rugby) e a modernizzare forzatamente Valley Parade. Cosa che, parentesi, fece anche il Lincoln City, sfortunato co-partecipe di quella tragedia (due tifosi degli Imps persero la vita): nell’anno immediatamente successivo, Sincil Bank venne sviluppato in modo da annullare il rischio incendi.

E dire che quella gloriosa campagna avrebbe davvero meritato un finale diverso. Il ritorno dopo tantissimi anni in una Division ritenuta più consona alla città, il coronamento degli sforzi che due anni prima, nel 1983, portarono l’ex presidente Heginbotham di nuovo alla guida di un economicamente disastrato club (fu necessaria la cessione di Campbell, poi rientrato, al Derby County). E invece il disastro che oscurò il tutto e segnò per sempre la storia del club, della città e, perchè no, del calcio inglese.

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

Ces Podd da St Kitts & Nevis, recordman di presenze per i Bantams (qui contrasta Osgood)

E il City tornò in Division Three nel giro di poche annate. Non prima però di aver fatto anche i playoff promozione, nel 1988, sconfitti dal Middlesbrough a un passo dalla massima serie. Ma poi le star di quella squadra se ne andarono (Stuart McCall e John Hendrie, manco a dirlo due scozzesi), il presidente Heginbotham lasciò per motivi di salute e l’oblio era nuovamente lì ad accogliere le bellissime e uniche divise del club. Il vento del cambiamento sopraggiunse solo con l’avvento del neopresidente Geoffrey Richmond, nel 1994, e si concretizzò nel 1996 con la promozione in Division one, che causa nascita della Premier League era nel frattempo divenuta la seconda serie del calcio inglese. Artefice di quella promozione il manager Chris Kamara, un ex marinaio della Royal Navy originario della Sierra Leone e con una discreta carriera da giocatore alle spalle. Oddio, Richmond si sbarazzò ben presto di Kamara, come già aveva fatto con Frank Stapleton e Lennie Lawrence, e mise la squadra nelle mani del suo attaccante principale fino alla stagione precedente: Paul Jewell. Jewell aveva appeso gli scarpini al mitologico chiodo da pochi mesi, ma già dall’estate successiva (fu nominato manager a Gennaio 1998) venne investito di una grossa responsabilità: portare i Bantams in Premier League. Solo tale obbiettivo giustificava infatti i soldi messi a disposizione da Richmond, e che finirono al Port Vale per Lee Mills (£ 1.000.000, verrà poi prestato al Manchester City – erano anni in cui il Bradford prestava giocatori ai Citizens…vaglielo a spiegare ai giovanotti di oggi!), all’Arsenal per Isaiah Rankin (£ 1.300.000, ma si rivelò un flop) e all’Oxford United per Dean Windass (£ 950.000). A parametro zero rientrò, proveniente dai Rangers, McCall, il capitano.

Con i goal di Mills, Peter Beagrie e Robbie Blake il 9 Maggio 1999 al Molineux di Wolverhampton il City, dopo 78 anni di attesa, tornò nella massima serie del calcio inglese. Jewell aggiunse alla rosa il già citato David Wetherall (Yorkshire born and bread, da Sheffield a Bradford passando per Leeds) e due giocatori over-30, Neil Redfearn e Dean Saunders. Specificare l’età non è superfluo, poichè quel Bradford City divenne noto come…the Dad’s Army, l’esercito dei papà (Dad’s Army era il nome di una nota sitcom inglese anni ’70). Saunders, che regalò la vittoria 1-0 all’esordio contro il Middlesbrough, festeggiò il goal simulando di essere un vecchietto con il bastone. Una stagione che si aprì con un vittoria per 1-0 e si concluse con una vittoria per 1-0, la famosissima partita (almeno a Bradford) contro il Liverpool, che sancì un’insperata e inattesa salvezza. Tanto inattesa che Rodney Marsh, dagli studi di sky sport, dichiarò che era talmente sicuro della retrocessione dei Bantams che, in caso di salvezza, si sarebbe tagliato i suoi leggendari capelli. Cosa che in effetti gli toccò fare, davanti a un divertito Valley Parade.

Jewell accettò la corte dello Sheffield Wednesday appena retrocesso e lasciò i Bantams nelle mani di Chris Hutchings, già suo assistente. Il quale godette di un budget ancora più sostanzioso del predecessore per completare la rosa, alla quale aggiunse David Hopkin, Ashley Ward e l’italiano Benito Carbone, l’uomo che con le sue finte disorientava sia gli avversari che i compagni, almeno a detta di quella leggenda di nome Vujadin Boskov da Novi Sad. I soldi vennero destinati anche a Valley Parade, che venne ulteriolmente migliorato. “My six weeks of madness“, così descriverà il presidente Richmond l’estate 2000. Anche perchè i soldi non portarono risultati: Hutchings verrà sollevato dall’incarico, ma la squadra, sotto la guida di Jim Jefferies, terminò lo stesso il campionato con la miseria di 26 punti. La retrocessione venne accompagnata dai guai finanziari, in parte dovuti alla “follia” di Richmond, in parte al fallimento di ITV Digital, che possedeva i diritte per la Football League: il City venne nuovamente posto in amministrazione, fino a che non venne rilevato da Julian Rhodes e Gordon Gibb (quest’ultimo lasciò poi il club, mentre Rhodes è tutt’ora il proprietario insieme a Mark Lawn).

Ma sul campo, il club sprofondò, dopo 25 anni, nella serie più bassa del calcio professionistico. I cambi di manager, da Bryan Robson a Colin Todd agli ex Wetherall e McCall, non servirono sostanzialmente a nulla. Almeno fino all’arrivo, nel 2011, di Phil Parkinson, proveniente dal Charlton ma che aveva raccolto i frutti migliori al Colchester United, nel 2006. Parky non solo è riuscito a uscire dalle sabbie mobili della League Two, ma ha portato il Bradford City all’attenzione del mondo calcistico con due eccezionali cavalcate in coppa: la finale della League Cup 2012, persa sì contro lo Swansea ma con gli scalpi di Aston Villa e soprattutto Arsenal in mano, e i quarti di FA Cup del 2015, quando è stato il Reading a mettere fine al sogno. Due imprese che han fatto parlare del e di Bradford persino i giornali italiani, con la solita retorica qualunquista e un po’ approssimativa di chi approccia realtà sconosciute nel tentativo di cavalcare un’onda. Ben più significativo il fatto che il Bradford City abbia un supporter club italiano, portato avanti dall’entusiasmo di Simone e Giuseppe, a cui auguriamo di vedere presto il Bradford City in palcoscenici migliori della League 1.

Parky

Parky

Trofei

  • FA Cup: 1910

Records

  • Maggior numero di spettatori: 39.146 v Aston Villa (FA Cup Fourth Round, 11 Marzo 1911)
  • Maggior numero di presenze in campionato: Ces Podd, 502
  • Maggior numero di goal in campionato: Bobby Campbell, 121
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Una semplice finale di coppa (forse)

Domenica, lo sapete, il Bradford City sfiderà a Wembley lo Swansea nella finale della Coppa di Lega. Ne parlano tutti e la vicenda è assurta fin troppo agli onori della cronaca, e come sempre i media mainstream tendono a banalizzare qualsiasi cosa, perfino vicende romantiche come questa, rendendola quasi ridicola. Proviamo però ad affrontare lo stesso l’argomento, perchè ad occhio e croce non ricapiterà più per anni e anni. Ricapitoliamo per i distratti: dopo 41 anni (Rochdale 1962) una squadra di quarta serie scende in campo nella finale della Coppa di Lega, che sarà pure la coppa “minore” ma pur sempre di un major trophy si tratta, e vincerla schifo non fa. Questa squadra è il Bradford City, che nel percorso ha eliminato tra le altre il Wigan, l’Arsenal e l’Aston Villa (prima squadra a eliminare tre squadre di massima serie). Peraltro chi come il sottoscritto si è avvicinato al calcio inglese negli anni ’90, i Bantams se li ricorderà anche in Premier League, con le loro maglie “claret & amber” uniche nel loro genere e tra gli altri il “nostro” Benny Carbone. Poi il lento ma inesorabile declino, di pari passo a quello economico della città, fino alla League Two: da Anfield a Bootham Crescent, il passo è stato fin troppo breve. Sopra il simbolo, un galletto rampante e fiero e una stella, simbolo della FA Cup vinta nel 1911 e venerata tuttoggi in questo angolo di Yorkshire, dove i mattoni un tempo anneriti dal fumo del lavoro ora si ingrigiscono nella polvere, dove il lavoro è svanito con la nebbia di Febbraio.

Un post, questo, che rischia di far precipitare anche noi nel vortice del banale, del romanticismo da tastiera e della bella storiella pre-confezionata. Ma è un rischio che corriamo volentieri, perchè la lezione del Bradford City 2012/13 va conservata nel cuore. Anche se, come dice il titolo, è una semplice finale di coppa. Forse. Queste cose succedono anche altrove, sia chiaro, gli inglesi non hanno inventato nulla, anche se per amore della precisione senza la loro magnifica idea non saremmo nemmeno qui a parlare: comunque, ricordiamo qualche stagione fa il Calais giungere alla finale di coppa nazionale, per esempio. Ma, permettetecelo (e nel farlo ricordate che siamo di parte, essendo il nostro un blog dedicato al calcio inglese), il cammino del Bradford City ha tutt’altro sapore, per una pura questione storica, in un Paese dove il calcio è lo Sport, in fondo come appena detto l’hanno inventato loro (ed è curiosa la tendenza anglosassone a giocare solo sport inventati da loro: rugby, calcio, cricket gli inglesi, baseball, football, basket gli americani), ed ha una storia immensa alle spalle che maestosa tuttora accompagna le squadre (fateci caso, quando nelle coppe una squadra italiana viene sorteggiata contro un’inglese questa ha sempre un “fascino” diverso, c’è poco da fare). Insomma, non si scherza qui. A Bradford, contro l’Arsenal o contro l’Aston Villa, c’erano tutti: gli anziani, i giovani, i papà con i figli. Tutti. E si giocava contro squadre dal valore economico X volte maggiore a quello dei Bantams, valore economico che va di pari passo al tasso tecnico. Ma a volte questo non basta, ed è questa la prima lezione che ci insegna questa vicenda. Che il cuore, la grinta, la voglia, le motivazioni, un po’ di culo, riescono nel calcio come nella vita ad ovviare alla differenza di talento, che proprio come nella vita alla lunga emerge, ma nella singola partita può arrendersi a tali fattori. La grinta del capitano dei Bantams, Gary Jones, una vita nel Rochdale (toh, il destino…) è l’esempio di tutto ciò.

La seconda lezione è invece molto british. E’ quella del “support your local team”. Direte: capaci tutti ad andare allo stadio quando si è nei quarti di Coppa di Lega. Vero. Ribadiamo però che l’attaccamento alla squadra locale, lassù, è diverso. Non è “oh, bene, giochiamo contro l’Inter, andiamo allo stadio”; la squadra è parte della comunità, parte integrante, parte attiva, e l’elenco delle squadre che svolgono iniziative a favore della comunità è infinito. E’ un rapporto attivo tra individuo-squadra-comunità, un rapporto che si alimenta giornalmente, tra gli alti e bassi degli umori propri del tifo calcistico ma duraturo nel tempo. L’orgoglio di portare al collo la sciarpa claret & amber, come quella di qualsiasi altra squadra “minore”, aggettivo riferito esclusivamente alla categoria di appartenenza e non all’importanza, è inimitabile, è un sentimento radicato sottopelle. Ecco, quell’orgoglio lì l’abbiamo visto nei volti di quei tifosi increduli, nel riscatto di quella comunità grazie alla loro squadra, un riscatto parziale e forse effimero ma dannatamente sentito e vissuto. Che poi oh, ricordiamo che la media spettatori in campionato sfiora le 10mila unità, non proprio numeri da nulla per una quarta serie. Pensare a quei tifosi che, passando da Priestfield o Recreation Ground si troveranno a Wembley, è un motivo in più per apprezzare la magia di quel rapporto tutto speciale che intercorre tra tifoso e squadra. Dall’inferno dell’incendio di Valley Parade del 1985 al paradiso di Wembley, qualcuno ricorderà così i suoi cari; o la storia di Jake Turton (vedere fondo post), che Domenica accompagnerà la squadra in campo. Chi dice che il calcio, a volte, non è vita non ha capito nulla nè dell’una nè dell’altra cosa.

Jones bacia Turton, giovane e sfortunato tifoso Bantams. Il calcio è anche questo

Il terzo motivo è il più banale, il più stupido forse: ci siamo ricordati che i sogni, anche i più assurdi, possono realizzarsi ancora oggi. Questa è una stupidata, ripetiamo, ma forse al tempo stesso una grande e metaforica lezione di vita. Pensiamo ad alcune vicende personali, da Matt Duke, il portiere e un tumore sconfitto alle spalle, a James Hanson, local boy che lavorava al supermercato dietro l’angolo segnando a raffica nelle serie inferiori e che ora si ritroverà a Wembley da protagonista; ma più in generale pensiamo che il calcio sa regalarci queste storie, vere, sentite. Sa regalarcele ancora, e nonostante sceicchi, sponsor, TV, cambi di colori e simboli imposti da motivi economici, nel 2013 una squadra di quarta serie scenderà in campo all’Empire Stadium per mettere in bacheca un trofeo. E’ bellissima nella sua semplicità questa cosa, è bellissima così senza bisogno di tanti ragionamenti intorno ad essa, senza analisi socio-economiche, senza i riscatti sociali accennati prima. Ed allora che sì, in questo caso il Bradford City rappresenterà tante altre vicende simili nel mondo del calcio, ma con meno blasone mediatico. Sarà il portatore del romanticismo che da sempre appartiene al calcio ma che stan provando a distruggere, a portarci via: a comprarlo, in una parola. La vicenda del Bradford ci insegna che non ce l’hanno ancora fatta, e che forse non ce la faranno mai.

Il ricordo delle vittime dell’incendio

Domenica il Bradford City ha molte possibilità di perdere, non perchè il dio del calcio sia particolarmente cattivo, ma perchè è nella logica delle cose. Davanti avrà lo Swansea, altra bella storia di una squadra che ha da poco festeggiato il centenario e che 10 anni fa era a rischio retrocessione…in Conference, ma che pian piano si è rialzata; orgoglio di dell’omonima comunità nel Galles del sud, che rischia di partecipare alla Europa League sotto la bandiera inglese, perchè la UEFA applica il regolamento alla lettera e, facendo 1+1, dice “se siete iscritti alla FA siete inglesi, fine”, mostrando poca flessibilità e poco buonsenso (e chissà perchè la cosa non ci stupisce più di tanto). Ma non importa sinceramente la vittoria finale dei Bantams, anche se vedere in Europa League una squadra di League Two, magari affrontare quello schifo che sono i Red Bull Salisburgo, una squadra che si è venduta l’anima per soldi, sarebbe meraviglioso; quel che conta e aver vissuto questa favola, e credeteci avremmo volentieri usato un altro termine per non cadere, nuovamente, nel banale, ma ci sembrava il più adatto. Una vittoria sarebbe solo il coronamento di un’avventura già di per se degna di essere ricordata a lungo, perchè anche così, a Bradford, questa stagione non se la dimenticheranno mai.

Bene, e adesso come concludiamo? Fate un piccolo esercizio: dimenticate i toni esagerati di questo post, scritto da chi ama il calcio inglese e i Davide che sconfiggono i Golia di turno, dimenticate le parole “favola”, “sogno”, “miracolo”, dimenticate tutto, fate finta di non aver letto nulla. Come dice il titolo, è una semplice finale di Coppa di Lega. Ora chiudete gli occhi, concentratevi solo su questo particolare e provate a immaginare: migliaia di tifosi di una squadra di League Two, bambini, anziani, immigrati che cercano di integrarsi col calcio, tutti, saranno a Wembley, Domenica, con la loro sciarpa, a cantare per il loro club, che vinca o perda non importa, in una finale di coppa. Tutto ciò, senza volersi lanciare in analisi cervellotiche e spiegazioni assurde, non è, semplicemente, fantastico?

Buona finale a tutti

(la storia di Jake, piccolo e sfortunato tifoso Bantams)