Una semplice finale di coppa (forse)

Domenica, lo sapete, il Bradford City sfiderà a Wembley lo Swansea nella finale della Coppa di Lega. Ne parlano tutti e la vicenda è assurta fin troppo agli onori della cronaca, e come sempre i media mainstream tendono a banalizzare qualsiasi cosa, perfino vicende romantiche come questa, rendendola quasi ridicola. Proviamo però ad affrontare lo stesso l’argomento, perchè ad occhio e croce non ricapiterà più per anni e anni. Ricapitoliamo per i distratti: dopo 41 anni (Rochdale 1962) una squadra di quarta serie scende in campo nella finale della Coppa di Lega, che sarà pure la coppa “minore” ma pur sempre di un major trophy si tratta, e vincerla schifo non fa. Questa squadra è il Bradford City, che nel percorso ha eliminato tra le altre il Wigan, l’Arsenal e l’Aston Villa (prima squadra a eliminare tre squadre di massima serie). Peraltro chi come il sottoscritto si è avvicinato al calcio inglese negli anni ’90, i Bantams se li ricorderà anche in Premier League, con le loro maglie “claret & amber” uniche nel loro genere e tra gli altri il “nostro” Benny Carbone. Poi il lento ma inesorabile declino, di pari passo a quello economico della città, fino alla League Two: da Anfield a Bootham Crescent, il passo è stato fin troppo breve. Sopra il simbolo, un galletto rampante e fiero e una stella, simbolo della FA Cup vinta nel 1911 e venerata tuttoggi in questo angolo di Yorkshire, dove i mattoni un tempo anneriti dal fumo del lavoro ora si ingrigiscono nella polvere, dove il lavoro è svanito con la nebbia di Febbraio.

Un post, questo, che rischia di far precipitare anche noi nel vortice del banale, del romanticismo da tastiera e della bella storiella pre-confezionata. Ma è un rischio che corriamo volentieri, perchè la lezione del Bradford City 2012/13 va conservata nel cuore. Anche se, come dice il titolo, è una semplice finale di coppa. Forse. Queste cose succedono anche altrove, sia chiaro, gli inglesi non hanno inventato nulla, anche se per amore della precisione senza la loro magnifica idea non saremmo nemmeno qui a parlare: comunque, ricordiamo qualche stagione fa il Calais giungere alla finale di coppa nazionale, per esempio. Ma, permettetecelo (e nel farlo ricordate che siamo di parte, essendo il nostro un blog dedicato al calcio inglese), il cammino del Bradford City ha tutt’altro sapore, per una pura questione storica, in un Paese dove il calcio è lo Sport, in fondo come appena detto l’hanno inventato loro (ed è curiosa la tendenza anglosassone a giocare solo sport inventati da loro: rugby, calcio, cricket gli inglesi, baseball, football, basket gli americani), ed ha una storia immensa alle spalle che maestosa tuttora accompagna le squadre (fateci caso, quando nelle coppe una squadra italiana viene sorteggiata contro un’inglese questa ha sempre un “fascino” diverso, c’è poco da fare). Insomma, non si scherza qui. A Bradford, contro l’Arsenal o contro l’Aston Villa, c’erano tutti: gli anziani, i giovani, i papà con i figli. Tutti. E si giocava contro squadre dal valore economico X volte maggiore a quello dei Bantams, valore economico che va di pari passo al tasso tecnico. Ma a volte questo non basta, ed è questa la prima lezione che ci insegna questa vicenda. Che il cuore, la grinta, la voglia, le motivazioni, un po’ di culo, riescono nel calcio come nella vita ad ovviare alla differenza di talento, che proprio come nella vita alla lunga emerge, ma nella singola partita può arrendersi a tali fattori. La grinta del capitano dei Bantams, Gary Jones, una vita nel Rochdale (toh, il destino…) è l’esempio di tutto ciò.

La seconda lezione è invece molto british. E’ quella del “support your local team”. Direte: capaci tutti ad andare allo stadio quando si è nei quarti di Coppa di Lega. Vero. Ribadiamo però che l’attaccamento alla squadra locale, lassù, è diverso. Non è “oh, bene, giochiamo contro l’Inter, andiamo allo stadio”; la squadra è parte della comunità, parte integrante, parte attiva, e l’elenco delle squadre che svolgono iniziative a favore della comunità è infinito. E’ un rapporto attivo tra individuo-squadra-comunità, un rapporto che si alimenta giornalmente, tra gli alti e bassi degli umori propri del tifo calcistico ma duraturo nel tempo. L’orgoglio di portare al collo la sciarpa claret & amber, come quella di qualsiasi altra squadra “minore”, aggettivo riferito esclusivamente alla categoria di appartenenza e non all’importanza, è inimitabile, è un sentimento radicato sottopelle. Ecco, quell’orgoglio lì l’abbiamo visto nei volti di quei tifosi increduli, nel riscatto di quella comunità grazie alla loro squadra, un riscatto parziale e forse effimero ma dannatamente sentito e vissuto. Che poi oh, ricordiamo che la media spettatori in campionato sfiora le 10mila unità, non proprio numeri da nulla per una quarta serie. Pensare a quei tifosi che, passando da Priestfield o Recreation Ground si troveranno a Wembley, è un motivo in più per apprezzare la magia di quel rapporto tutto speciale che intercorre tra tifoso e squadra. Dall’inferno dell’incendio di Valley Parade del 1985 al paradiso di Wembley, qualcuno ricorderà così i suoi cari; o la storia di Jake Turton (vedere fondo post), che Domenica accompagnerà la squadra in campo. Chi dice che il calcio, a volte, non è vita non ha capito nulla nè dell’una nè dell’altra cosa.

Jones bacia Turton, giovane e sfortunato tifoso Bantams. Il calcio è anche questo

Il terzo motivo è il più banale, il più stupido forse: ci siamo ricordati che i sogni, anche i più assurdi, possono realizzarsi ancora oggi. Questa è una stupidata, ripetiamo, ma forse al tempo stesso una grande e metaforica lezione di vita. Pensiamo ad alcune vicende personali, da Matt Duke, il portiere e un tumore sconfitto alle spalle, a James Hanson, local boy che lavorava al supermercato dietro l’angolo segnando a raffica nelle serie inferiori e che ora si ritroverà a Wembley da protagonista; ma più in generale pensiamo che il calcio sa regalarci queste storie, vere, sentite. Sa regalarcele ancora, e nonostante sceicchi, sponsor, TV, cambi di colori e simboli imposti da motivi economici, nel 2013 una squadra di quarta serie scenderà in campo all’Empire Stadium per mettere in bacheca un trofeo. E’ bellissima nella sua semplicità questa cosa, è bellissima così senza bisogno di tanti ragionamenti intorno ad essa, senza analisi socio-economiche, senza i riscatti sociali accennati prima. Ed allora che sì, in questo caso il Bradford City rappresenterà tante altre vicende simili nel mondo del calcio, ma con meno blasone mediatico. Sarà il portatore del romanticismo che da sempre appartiene al calcio ma che stan provando a distruggere, a portarci via: a comprarlo, in una parola. La vicenda del Bradford ci insegna che non ce l’hanno ancora fatta, e che forse non ce la faranno mai.

Il ricordo delle vittime dell’incendio

Domenica il Bradford City ha molte possibilità di perdere, non perchè il dio del calcio sia particolarmente cattivo, ma perchè è nella logica delle cose. Davanti avrà lo Swansea, altra bella storia di una squadra che ha da poco festeggiato il centenario e che 10 anni fa era a rischio retrocessione…in Conference, ma che pian piano si è rialzata; orgoglio di dell’omonima comunità nel Galles del sud, che rischia di partecipare alla Europa League sotto la bandiera inglese, perchè la UEFA applica il regolamento alla lettera e, facendo 1+1, dice “se siete iscritti alla FA siete inglesi, fine”, mostrando poca flessibilità e poco buonsenso (e chissà perchè la cosa non ci stupisce più di tanto). Ma non importa sinceramente la vittoria finale dei Bantams, anche se vedere in Europa League una squadra di League Two, magari affrontare quello schifo che sono i Red Bull Salisburgo, una squadra che si è venduta l’anima per soldi, sarebbe meraviglioso; quel che conta e aver vissuto questa favola, e credeteci avremmo volentieri usato un altro termine per non cadere, nuovamente, nel banale, ma ci sembrava il più adatto. Una vittoria sarebbe solo il coronamento di un’avventura già di per se degna di essere ricordata a lungo, perchè anche così, a Bradford, questa stagione non se la dimenticheranno mai.

Bene, e adesso come concludiamo? Fate un piccolo esercizio: dimenticate i toni esagerati di questo post, scritto da chi ama il calcio inglese e i Davide che sconfiggono i Golia di turno, dimenticate le parole “favola”, “sogno”, “miracolo”, dimenticate tutto, fate finta di non aver letto nulla. Come dice il titolo, è una semplice finale di Coppa di Lega. Ora chiudete gli occhi, concentratevi solo su questo particolare e provate a immaginare: migliaia di tifosi di una squadra di League Two, bambini, anziani, immigrati che cercano di integrarsi col calcio, tutti, saranno a Wembley, Domenica, con la loro sciarpa, a cantare per il loro club, che vinca o perda non importa, in una finale di coppa. Tutto ciò, senza volersi lanciare in analisi cervellotiche e spiegazioni assurde, non è, semplicemente, fantastico?

Buona finale a tutti

(la storia di Jake, piccolo e sfortunato tifoso Bantams)

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