Goodbye, Sir Tom

Finney_statueUna foto. Basterebbe questo per riassumere Sir Tom Finney. Una semplice foto, che poi semplice non è. Stamford Bridge, lontano 1956. C’erano ancora le curve e soprattutto un campo da gioco più somigliante ad una palude che ad un prato. Ovviamente si giocò, perchè allora il fango non faceva paura e che il pallone rimbalzasse o meno era un dettaglio trascurabile, quasi futile. Ad un tratto, Tom Finney si lancia in un gesto non consono ad un attaccante, ma al personaggio sì: una scivolata, per contestare l’ennesimo pallone ai difensori avversari. Gocce d’acqua ovunque, un tuffo più che una scivolata. The splash. Fortuna volle che un fotografo immortalasse la scena e la consegnasse ai posteri, e oggi grazie a quella fotografia abbiamo una meravigliosa statua fuori Deepdale e tutto quel che ne consegue. Ma soprattutto, per tutti, quella fotografia è Sir Tom Finney.

Sabato quella statua era coperta di sciarpe, maglie, biglietti, fiori. Una città intera piangeva il suo ultimo grande eroe, scomparso la sera prima senza clamore, nel silenzio, all’improvviso, perchè questo era il personaggio. Mai sopra le righe, ma disposto a dare tutto in campo, come si conviene ad un eroe di Preston, cuore del Lancashire operaio, mattoni rossi e cielo grigio, di cui lui stesso era figlio. Se ne è andato in punta di piedi esattamente come era arrivato, ma per una città che vive di calcio e che al calcio ha dato molto, non sempre ricambiata a dire il vero, il lutto è stato forte. Sentito. Partecipato. Tom Finney non solo era un grande calciatore con la casacca lilywhite, era uno di loro. Ogni tanto lo prestavano alla Nazionale, ma con la consapevolezza sul volto e nel cuore che da Preston non se ne sarebbe mai andato. Ci provò una volta il Palermo a portarlo in Italia, disse no. O almeno, così dicono. Qualche vuoto di sceneggiatura c’è in questa vicenda, fattostà che alla fine rimase a Preston, per la gioia di tutti.

“The Tom Finney Era” chiamano qui quel periodo, tanto per farci capire quanto Sir Tom abbia segnato la storia del Preston North End. Trofei vinti? Zero. Ci andarono vicini, ma niente. Una perfida battuta che circolava all’epoca recita più o meno così: “Tom Finney dovrebbe chiedere uno sconto sulle tasse per i suoi dieci dipendenti!”. Erano i compagni di squadra, che non ebbero mai il coraggio di replicare. Perchè era un grande Tom, c’è poco da fare. Chi lo ha visto giocare non lo dimentica. “He had the opposition so frightened that they’d have a man marking him when warming up!” disse una volta Bill Shankly, e c’è da credergli. Due volte giocatore dell’anno, tre Mondiali disputati, 30 goal in 76 caps con la maglia dei Tre Leoni. 210 goal in 473 partite con la casacca bianca del PNE. Scusate se è poco. E dire che tutto cominciò con una frase: “Don’t worry, son, we’re not expecting too much from you”. Gliela disse il suo allenatore il giorno del debutto. Tom giocava a calcio, ma siccome quelle 14 sterline a settimana era meglio arrotondarle (siamo pur sempre nel primo dopoguerra) faceva anche l’idraulico a tempo perso. Quel soprannome, the Preston Plumber appunto, gli rimarrà per tutta la carriera, e crediamo ne andasse anche piuttosto fiero.

Detto quanto fosse un gran giocatore, era soprattutto un signore. Non amava essere celebrato, si scherniva quando lo si elogiava pubblicamente. “Finney will forever be associated with fair play, for showing respect to an opponent, for dignity (…) Modesty should be Tom Finney’s middle name”. D’altronde è stato nominato Officer (e poi Commander) of the Order of the British Empire per il suo dedicarsi alla causa della carità e della beneficienza, e non è un caso. Poche parole, molti fatti. Come si conviene alla gente di Preston. Fateci caso, siamo a cavallo tra due epoche. Quando Finney si ritirò nel 1960, George Best muoveva i primi passi nell’academy dei Red Devils. Il nordirlandese fu il primo di tanti calciatori-superstar, un concetto che si sposò benissimo con il periodo degli anni ’60, ma che distava da Tom Finney 4-5 giri del pianeta, schivo e riservato fuori, dedito al 100% alla causa in campo. “I shall never forget the majestic performance of Tom Finney in overcoming conditions which would have sent many superstars I have known scuttling home to their mummies”, lo ricorda commosso Jimmy Hill. Quella foto che ritorna, quell’istante che racconta bene chi fosse Finney anche a noi, che per motivi anagrafici non lo abbiamo conosciuto. Tom Finney e George Best. Due personaggi distanti. Eppure, qualcuno dice ancora che i due fossero nella stessa categoria.

Non sapremo mai la verità. Fare paragoni, d’altronde, è impossibile e inutile. Il calcio cambia, spesso velocemente, cambiano i ritmi, gli schemi, i palloni. Cambia la percezione che ne si ha. Ogni epoca ha i suoi grandi giocatori e Finney è uno di questi. Se ne è andato ed è stato pianto e ricordato da tanti, un sintomo di quanto abbia lasciato il segno, profondo, nel calcio inglese. E se ne è andato da presidente del Kendal Town, club di una piccola cittadina del Cumbria, un calcio romantico come quello che giocava lui e che, oggi, lo si può trovare solo scavando nel sottobosco di non-league, lontano dal clamore, dagli eccessi, dallo sfarzo della Premier.

“Non ti preoccupare, ragazzo, non ci aspettiamo molto da te”. A parte diventare una leggenda del calcio inglese, senza farlo pesare mai.
Goodbye, Sir Tom.

article-2125240-03D1754A000005DC-968_468x286Sir Thomas Finney CBE (5 April 1922 – 14 February 2014)

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