All’ombra della Cattedrale

393px-York_City_FC.svgBootham Crescent non è certamente la Cattedrale di York. Qui, nell’aria, non si percepisce quell’alone di nobiltà che da sempre accompagna le vicende della città, non per forza quelle ecclesiastiche. L’Eboracum romana, capitale della Britannia Inferiore prima e del regno di Jorvik poi, sede della seconda carica della Chiesa d’Inghilterra. E questo solo per sintetizzare. Una storia notevole con cui i locali hanno a che fare dal momento in cui mettono piede al mondo e che certamente contribuisce a creare in loro una sorta di sentimento elitario, nobile, aristocratico. Una storia che cozza enormemente con quella della squadra cittadina, però. Due mondi decisamente lontani, uniti solo dal nickname della squadra, the Minstermen, gli uomini della cattedrale. Ecco, Bootham Crescent non è la cattedrale di York, dicevamo. Ma è bello. Tremendamente bello. Le tribune piccole, in mezzo alle case, gli alberi, l’accesso principale tra edifici in mattoni che ti accolgono come se dicessero “welcome in England”. E’ bello, ed è piccolo. 7.872 posti, non tutti a sedere, ne fanno uno degli impianti più piccoli dell’intera Football League. Bootham Crescent però ha il destino segnato, e questo è un altro elemento che lo differenzia dalla Cattedrale che è invece in piedi da secoli.

Bootham_Crescent_6565433.800 spettatori di media. Rispetto alle potenzialità, poco, pochino. Anche negli anni ruggenti del tifo le medie spettatori non superarono mai i 10.000, che rispetto all’attualità sono un’enormità ma visto che parliamo di un distretto di 197mila abitanti, mica quattro gatti, non sono poi tanti. Uno dei motivi, forse, è la mancanza di tradizione, il che suona assurdo in una contea che il calcio ha contribuito a farlo nascere. Eh, certo, ma lì eravamo a Sheffield. Qui siamo a York e l’attuale squadra venne fondata solo nel 1922, quando lo Yorkshire era già affollato da altre squadre e per i Minster Men lo spazio da ritagliarsi era decisamente pochino. Ripresero il nome di una squadra la cui parabola 1908-1917 non è rimasta nella storia. Northern League, Yorkshire League e poi Midland League. Finchè i creditori che prestarono i soldi al club per la costruzione delle tribune di Holgate Road non bussarono alla porta. Il club chiuse i battenti quel giorno.

Quando cinque anni più tardi si decise che a York il calcio non poteva mancare, il nome fu ripreso. York City. La consueta riunione per decidere il tutto si tenne alla Guildhall, meraviglioso centro degli affari cittadini del XV secolo affacciato sul fiume Ouse, che verrà poi distrutto dalle bombe tedesche e ricostruito nel 1960. Il battesimo del club avvenne quindi in luogo storico per la città, il che non dev’essere del tutto casuale viste le premesse. Rappresentare una delle città storiche del Regno non ti garantisce automaticamente diritti sportivi, per cui la Football League rifiutò la richiesta di adesione presentata dai Minstermen. Arcivescovo o no, si dovette ripiegare sulla Midland League, in cui peraltro il risultato migliore fu un sesto posto. Quando però nel 1929 bisognava sostituire l’Ashington, la scelta a quel punto cadde sul City. In questo caso i fattori esterni influirono. Il club di una grande città andava a sostituire quello di una cittadina sperduta nel Northumberland, che ironicamente però darà i natali alle seguenti leggende: Bobby and Jackie Charlton, Jackie Milburn, Jimmy Adamson. Nobiltà calcistica, quella che mancava e mancherà sempre allo York City.

boothamcrescentOra, il post non deve sembrare un deridere il club. Gli sfigati di turno capitati quasi per caso in una città che profuma di storia e nobiltà. No. Semplicemente, le potenzialità sarebbero potute sfociare in qualcosa di più, anche se altrove avere una squadra stabilmente in Football League per quasi ottant’anni sarebbe salutato come un miracolo. Come detto, veder la luce nel 1922 non è semplice, specie se finisci in un’area geografica in cui come ti giri ti giri trovi una squadra di Football League. Non siamo a Hereford qua, dove i Bulls nacquero nel nulla calcistico più assoluto e potevano quindi costruire e plasmare una comunità di tifosi. Qui bastava prendere il treno per andare a Leeds, a Bradford, a Sheffield, a Barnsley, a Huddersfield…ovunque, insomma. Più problematico era prendere il treno per venire a York: Fulfordgate era infatti troppo lontano dalla stazione ferroviaria, e dal centro città. Questo il motivo del trasferimento del 1932 a Bootham Crescent, che era il campo da gioco della locale squadra di cricket. Qui si farà registrare l’affluenza più alta nella storia dei Minstermen: 28.123 spettatori per il quarto di finale di FA Cup contro l’Huddersfield nel 1938. I Terriers vinceranno il replay e le folle record rimarranno un ricordo. Quasi 30mila Yorkers si accorsero tutto ad un tratto del loro club, ma se ne accorse il Paese intero perchè prima dell’Huddersfield lo York fece fuori Derby County e Middlesbrough, due club di First Division (i secondi anche cugini del North Yorkshire).

Era appena passato al rosso vivo il club, dopo l’esperimento 1933-37 fatto di maglie color cioccolato e crema (!) per attirare i lavoratori della locale industria alimentare del cioccolato (!!). Furono cambiate perchè i giocatori si lamentarono del fatto che le divise fossero facilmente confondibili con quelle degli avversari, il che rimane il vero e incredibile punto di domanda della vicenda-maglie: contro chi diavolo giocavano per confondere tali maglie?!? Tra l’altro il rosso contribuì a far diventare di moda tra i tifosi il nickname the Robins (destino comune a molte squadre di rosso vestite) molto prima di quello Minstermen. Ed erano rosse le maglie in quella cavalcata di coppa 1954/55, che culminò addirittura nelle semifinali. Una squadra di Third Division contro una di First: York City-Newcastle United. Si giocò a Hillsborough, Yorkshire: pareggio. Siccome i supplementari nelle semifinali di FA Cup erano a lustri da venir introdotti, replay. Tutti a Roker Park, Sunderland, in quel che sarà il Tyne & Wear. Stavolta vinsero i “padroni di casa” e addio sogni di gloria per lo York City. Sarebbe stato suggestivo. Gli uomini della cattedrale, nella cattedrale del calcio, per la finale della coppa più nobile del Mondo.

La prima squadra. 1922

Quelle semifinali rimangono uno dei tre acuti nella storia del club. Gli altri due sono la promozione e i conseguenti due anni in Second Division a metà anni ’70 e l’FA Trophy del 2012, che magari sembra poco ma è l’unica argenteria di una certa rilevanza in una bacheca altrimenti fatta di coppe di contea. La stagione 1975, la prima in seconda serie, rimane soprattutto negli annali per la doppia sfida contro il Manchester United, caduto in disgrazia proprio in concomitanza con l’ascesa dei Minstermen di granata vestiti. Essì, perchè nel frattempo il rosso era stato mandato in aspettativa e si era tornati a un colore simil-Torino che era poi anche quello delle origini del club. Idea di Tom Johnston, manager dell’epoca. Chissà poi perchè in Inghilterra i manager hanno sempre avuto il vizio di interferire nei colori delle loro squadre. Mah! Comunque, una grossa Y bianca sul petto conferiva alle divise un tocco di unicità, anche quando i colori furono invertiti e la Y divenne granata. La maglia era notevole ma non portò tutta sta fortuna, visto che fu la veste che vide gli uomini della cattedrale rimpiombare sul fondo della Football League. E che fondo: sia nel 1978/80 che nel 1980/81 il club, tornato nel frattempo al rosso con l’aggiunta del blu, fu costretto a chiedere la ri-elezione alla lega, che gliela concesse nonostante un pubblico medio di 2.100 spettatori, che però indubbiamente possiamo dire fossero, loro sì, tifosi nel senso stretto della parola senza bisogno di bombe carta, tamburi o altro.

Il pubblico divenne un po’ più numeroso quando il club tornò in terza serie, per l’ultima volta, ad oggi, nella sua storia. Un periodo tra il 1993 e il 1999 che però, più che per i risultati in campionato, viene ricordato per la vittoria a Old Trafford in Coppa di Lega (3-0), con successivo passaggio del turno dopo la dura e faticosa resistenza a Bootham Crescent, che non somiglierà mai a una cattedrale ma quel giorno somiglierà a un fortino sull’orlo di cadere (finì 3-1 per i Red Devils). Siccome ci presero gusto al giant-killing, i Minstermen la stagione seguente elimineranno dall’FA Cup l’Everton, trasformando Bootham da fortino a campo prediletto di battaglia (vinsero 3-2 al replay dopo l’1-1 di Goodison Park). E fu tutto. The end of the line. Nessuna benedizione arcivescovile impedì infatti il declino totale del club che nel 2004, per la prima volta dal lontano 1929 tornò ad essere un team di non-league. 75 anni di Football League consecutivi non bastarono per ricevere uno status onorifico nella Conference, campionato che, a differenza del vescovo, non sempre assolve. L’espiazione del peccato-retrocessione durò otto lunghe stagioni non sempre eccezionali, in cui lo York City imparerà a conoscere bene le reti di Wembley (del nuovo Wembley, con tutto quel che ne consegue) per usare un termine caro al nostro amico Roberto Gotta, visto che giocò nella cattedrale del calcio inglese ben quattro volte. Le prime due rientrarono nel lungo processo di purificazione post-retrocessione: sconfitti in finale di FA Trophy (Stevenage) e playoff (Oxford). Poi in un colpo solo arrivarono entrambe le gioie. Stagione di grazia 2011/12.

The Minster

La finale del 2012 di FA Trophy contro il Newport County è stata, manco a dirlo, quella con meno spettatori nel nuovo Wembley. 19mila. Oddio, che poi pochi non lo saranno mai: immaginatevi una partita tra due squadre di Serie D italiana con 19.000 spettatori e poi ne riparliamo, e se pensiamo che Kidderminster-Stevenage, non Luton Town-Oxford per citare due squadre dal passato glorioso e dal presente più o meno recente di non-league, ne ha portati quasi 60mila allo stadio forse è il caso di parlarne davvero. Niente da fare. I Minstermen non scaldano tanti cuori a York. Poca tradizione, una città forse distratta, una città che forse per la sua grandeur non accetta di essere, nel calcio, una città di quarta divisione. Però il tutto è decisamente romantico nella sua contraddizione. A due passi dalla cattedrale, a due passi dalla seconda carica della Chiesa d’Inghilterra e in quella che fu capitale della Britannia Inferiore quando altrove si allevavano al massimo pecore gioca una squadra con un impianto da meno di diecimila spettatori. 3-4mila spettatori di media su 197.000 abitanti potrebbe essere il rapporto spettatori/abitanti minore d’Inghilterra. Quello maggiore spetta a Burnley (20.000/74.000), ma le due tradizioni sono leggermente, ma proprio leggermente diverse. Quando il club quà nasceva, là esisteva da quasi mezzo secolo. Là giocava Jimmy Adamson, qui la leggenda è Barry Jackson da Askrigg, una vita con i Minstermen. Alternative? Keith Walwyn, da St Kittis & Nevis, secondo marcatore di sempre nella storia del club. Il primo è Norman Wilkinson, e siamo sicuri non vi dica nulla neppure lui. Eppure siamo convinti che quei 3-4 mila nutrano un amore sincero per la loro squadra, e fa niente se Bootham Crescent non è la Cattedrale. E’ bello. Let the banner of York fly high, dice il motto cittadino, e loro. E’ compito loro e dei giocatori farlo volare alto. E aldilà di qualsiasi discorso sociologico-storico-calcistico, questo è quello che conta.

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