La sconfitta dei maestri

Riceviamo e pubblichiamo con molta gioia ed orgoglio questo splendido racconto di uno degli episodi più celebri ed allo stesso tempo tristi della storia sportiva della nazionale dei 3 leoni. L’autore è Sir Simon, utente attivo sul forum di Rule Britannia ed esperto di tutto quanto riguarda la Gran Bretagna (tanto da aver scritto un libro con innumerevoli storie calcistiche britanniche, “British corner”, che potete trovare nelle migliori librerie sportive). Vi invitiamo ad andare a leggere altri suoi lavori sul forum in questione, con la speranza di ritrovarlo presto anche su queste pagine. Buona lettura.                                                         PS: abbiamo scelto volutamente di non inserire immagini, per lasciare libero sfogo alla vostra fantasia ed all’immersione nelle parole di Sir Simon

Una giornata grigia, quella. Fosca. Dopo la pioggia finissima dei giorni precedenti, l’aria era diventata più pesante e umida. I lampioni accesi della prima mattina riflettevano la propria luce sulla superficie delle pozzanghere. La nebbia londinese non avrebbe concesso tregua alzandosi prima del previsto, galleggiando sulle strade e sul fiume, avvolgendo e riempiendo ogni cosa, dal Big Ben, fino al fornello della pipa che il capitano di una nave ancorata sul Tamigi stava per accendersi rintanato nella sua cabina. Era il 25 novembre 1953, da cinque mesi Elisabetta II era seduta sul trono del paese.  Un avvenimento storico, si dice, è sempre preceduto da inaspettati portenti naturali che ne alimentano
la leggenda. Fu così, che improvvisamente il sole si fece largo, squarciando la bruma che avviluppava la città, e i suoi raggi scesero lentamente insieme ai tifosi alla fermata della metropolitana di Wembley Park, camminando con loro, e fermandosi a illuminare come per dovere morale, le due torri biancheggianti dell’Empire Stadium. Tra qualche minuto si sarebbe giocata la partita del secolo: Inghilterra- Ungheria.

L’Inghilterra, umiliata da Spagna e Stati Uniti al Mondiale brasiliano, voleva riaffermare la sua dichiarata supremazia continentale e per farlo sfidò i campioni olimpici di Helsinki. “Una vittoria per il mio regno..” mutuando sportivamente, il “Riccardo III” di William Shakespeare. I maestri non erano mai stati sconfitti in casa, almeno dalle formazioni che venivano al dì fuori delle isole britanniche. E Wembley era qualcosa più di una semplice casa. Era il tempio che accoglieva i seguaci del culto, i devoti al Dio unico del calcio
inglese, imbattibile e ineguagliabile, tanto da rifiutarsi per decenni di partecipare all’inutile competizione per squadre nazionali chiamata Coppa del Mondo. Eppure le ataviche convinzioni stavano scricchiolando. Qualcosa stava cambiando, come Londra stessa. La capitale inglese uscita dalla guerra si stava rivelando un mondo in subbuglio, anticonformista, in un continuo slalom tra governi conservatori e laburisti. Ma il calcio inglese non doveva temere. Non doveva temere, di non essere più il tenutario della verità. Almeno così speravano i suoi tifosi. In oltre centomila si accalcarono sulle tribune, per sostenere i tre leoni, e per esorcizzare la paura, tra frasi di circostanza, pronostici, e battute scherzose. Il tutto, per allentare la tensione. Un’angoscia mai così fondata da quando il 30 novembre 1872 la selezione in maglia bianca fece il suo esordio, nello 0-0 contro la Scozia all’Hamilton Crescent di Glasgow. A dire il vero, un sonoro campanello d’allarme era suonato tre settimane prima dell’arrivo degli ungheresi. La Fifa, per festeggiare il novantesimo anniversario della Federazione, aveva mandato a Wembley una
formazione di campioni internazionali che aveva veramente impressionato pubblico e addetti ai lavori, chiudendo la gara sul 4-4. Ci furono grandi elogi per lo juventino Giampiero Boniperti e per l’esule ungherese Ladislav Kubala, ma con il pareggio l’onore della patria era stato salvato. Qualcosa però era nell’aria. Arrivava nelle folate spinte da un vento corredato non solo da reti e dribbling ma anche da violenti fermenti sociali che avevano il loro epicentro nell’Europa continentale.

L’Ungheria come detto, aveva vinto le Olimpiadi del 1952, e i posteri diranno che avrebbe perso malamente, e con tanti, troppi rimpianti, la finale mondiale dell’anno seguente contro la Germania Ovest a Berna, chiudendo una striscia d’imbattibilità, lunga ben trentadue gare. La storia racconta che il tecnico ungherese Sebes, mesi prima della partita, si sia fatto regalare alcuni palloni da Rous, presidente della FA. Il pallone usato in terra d’Albione era, infatti, differente da quello a disposizione a Budapest, e Sebes lo capì una mattina osservando l’allenamento della squadra inglese. I preliminari di una partita internazionale sono una cerimonia solenne. Lo furono anche quella volta. Forse in misura ancora maggiore.  Gli inni nazionali, i saluti, gli scambi degli enormi gagliardetti, come enormi
erano i calzettoni dei due capitani, Billy Wright dei Wolverhampton Wanderers, e Ferenc Puskas della Honved di Budapest, per i magiari. In mezzo, lo sguardo attento dell’arbitro olandese Leo Horn. William “Billy” Ambrose Wright, faceva il calciatore, ma a tutti gli effetti poteva fare anche il santo, se è vero com’è vero, che in 541 partite non è mai stato ammonito, né, tanto meno, espulso. Un gentiluomo. Nato a Ironbridge, poco fuori da Telford, il 6 febbraio del 1924. Eppure, pare che anche un uomo gentile e riflessivo come lui quel giorno commise un’imprudenza, una sovversione del suo codice deontologico, additando Puskas come un nanetto grassoccio dal quale non ci sarebbe stato granché da temere. Non si saprà mai se quelle parole uscirono dalla sua bocca. Si sa perfettamente invece, chi con lui il commissario tecnico Walter Winterbotton fece scendere in campo.
Gil Merrick il portiere del Birmingham City, Alf Ramsey del Tottenham Hotspur, Bill Eckersley del Blackburn Rovers, Jimmy Dickinson del Portsmouth, il fantastico blocco del Blackpool composto da Harry Johnston, Stanley Matthews , Ernie Taylor e Stan Mortensen, Jackie Sewell  dello Sheffield Wednesday, e George Robb anche lui come Ramsey degli Spurs. Mancava solo il geniale Tom Finney, il simbolo del Preston North
End. Winterbottom era nativo di Oldham. Divenne allenatore ufficialmente nel 1947. Prima era un mite professore dallo sguardo disincantato e dal ciuffo ribelle che dirigeva la squadra dell’Università di Chester e, contemporaneamente, giocava a calcio a livello amatoriale. Nel 1936 la svolta. E ‘ingaggiato dal Manchester United, diventando così professionista del pallone a tempo pieno.  Nello stesso anno, giocò la sua prima
partita, per poi diventare uno dei membri che raggiunse la promozione in First Division dello United. Con i Red Devils accumulò ventisei presenze, prima di interrompere la sua carriera da calciatore ed essere nominato prima dirigente, e poi responsabile tecnico della nazionale l’anno successivo. Mai prima di lui l’Inghilterra ne aveva avuto uno. E gira e rigira, lo stesso Walter, vista la sua scarsa carriera agonistica, era visto dal gruppo più come espressione burocratica, che come un allenatore vero e proprio. La squadra era sempre stata gestita da una commissione federale che diramava le convocazioni, e anche durante il suo mandato sulla panchina, l’ombra lunga di Sir Stanley Rous e dei suoi collaboratori, si fece sentire in maniera a dir poco evidente.

Nel silenzio composto si avvertiva l’insofferenza del pubblico, ansioso di vedere come quell’avversario così declamato avrebbe trattato il pallone. Un impatto nuovo per Wembley. Quasi un’occhiata feticista, mirata a ricavare un giudizio immediato sulle forze in campo, traendone auspici, come un vecchio druido celtico. E non erano passati sessanta secondi sul cronometro, che il pallone già s’insaccava nella porta inglese, imparabile. I nervi della folla già tesa si spezzarono.  Un nome, un incubo. Nándor Hidegkuti: L’Ungheria era in vantaggio. Il suo marcatore Harry Johnston lo guardava stralunato come un ragazzino cui un adulto aveva per scherzo rubato dalla tasca una caramella. L’eco di disappunto in cui piombò lo stadio fu cupo e lungo: il primo pezzo dell’ormai secolare mito del calcio inglese stava crollando. Ma i bianchi, non vollero arrendersi agli eventi.  Il ruggito di Wembley allora riprese vigore, ardimento, l’antico orgoglio: “l’Inghilterra non ha mai perso in casa..”,- dicevano-, “e non perderà nemmeno questa volta”. Quando Jackie Sewell, il giocatore che le Owls di Sheffield pagarono 34500 sterline per farlo arrivare dal Notts County, pareggiò la partita, la fiducia riapparve sui volti di pubblico e giocatori, e con essa il sorriso. n sorriso però vacuo, instabile, provvisorio. Si capiva che non sarebbe durato troppo a lungo. Il pendolo umorale dei tifosi inglesi ondulò rapidamente dalla gioia allo sconforto. Gli ungheresi correvano di più e si aggiravano per il rettangolo di gioco con la palla incollata nei piedi. Una danza magiara. Illusioni e magie da zingari del pallone che abbagliarono l’Inghilterra, e quest’ultima, inevitabilmente si arrese. Ancora Hidegkuti, poi due volte Puskas. Stan Mortensen, con un suo assolo accorciò le distanze prima dell’intervallo, ma nei primi dieci minuti del secondo tempo, Josef Bozsik , e il terzo centro di Hidegkuti
avevano portato a sei le reti ungheresi. Nel finale un rigore di Alf Ramsey causato da un fallo su George Robb, chiuse la gara sul tennistico 6-3. E Wimbledon era molto più a sud. Il pubblico dapprima incredulo e poi affascinato dall’undici in maglia rossa che si era permesso di violare il santuario, accettò la loro bravura e non ringhiò. Anzi, partirono applausi verso entrambe le formazioni, in una dimostrazione di grande sportività.
Il dado era tratto. La battaglia aveva un vincitore indiscutibile. E tuttavia, il migliore fra i ragazzi di Winterbotton, prodigo nell’evitare un passivo ancora più pesante con diversi interventi degni di nota, fu il portiere Gil Merrick. Non fu colpa sua se quei ragazzi venuti dall’Est sbucavano da tutte le parti. Trentacinque tiri in porta contro soli cinque furono statistica chiarissima e solenne. Intendiamoci i leoni non giocarono male. Nessuno lo disse nemmeno la stampa più spinosa. Si capì distintamente che ebbero di fronte un avversario più forte e dotato. Nemmeno Stanley Matthews, il celebre “baronetto” riuscì a portare troppi pericoli alla porta di Grosics. A parte una bella serpentina nel primo tempo, e qualche cross e punizione teoricamente pericolosi, l’uomo di Hanley lasciò poche tracce
sul match. L’Ungheria è troppo superiore anche per il povero Sir Stan. Lo “splendido isolamento” aveva in pratica portato a un’involuzione di quello che era stato il movimento più forte sino a qualche anno prima, e impedito ai giocatori britannici di sviluppare i possibili anticorpi derivanti dall’osservazione di quanto avveniva presso altre nazioni.

Fuori, il sole era scomparso per lasciare nuovamente spazio all’inclemente autunno. Intorno allo stadio, taxi neri e migliaia di automobili, s’imperlavano di goccioline d’umidità o forse d’ansia. L’occhio ellittico dei televisori di quei pochi che lo possedevano sbatteva immagini inconsuete in faccia a perplessi telespettatori, mentre i microfoni tremavano nelle mani degli speaker, indecisi se esprimere la loro angoscia o la loro ammirazione. Qualcuno di loro disse al termine dell’incontro: “Abbiamo esitato troppo ad ammetterlo durante la cronaca: L’Ungheria è davvero la squadra più forte del mondo in questo momento”. Anche Bobby Robson un giorno dirà: “Abbiamo visto uno stile di gioco, un sistema, che non avevamo mai visto prima. Pensavamo di essere i maestri e invece eravamo gli alunni..” A rendere ancora più amara la sconfitta contribuirono le dichiarazioni post gara, con po’ di veleno nella coda, del presidente della federazione ungherese che rivelò: “Molto di ciò che sappiamo a proposito del calcio, c’è l’ha spiegato un inglese.. Jimmy Hogan..” Hogan aveva girato per anni l’Europa danubiana insegnando football, e quel giorno si trovava in tribuna con i ragazzi dell’AstonVilla.  Aveva settantuno anni e proprio la sua età divenne, formalmente, la causa ostacolante al suo passaggio sulla panchina dell’Inghilterra come fu prontamente proposta da chi possedeva quel briciolo di umiltà sufficiente per comprendere le grandi lezioni impartite della storia. In realtà, da quel giorno Jimmy Hogan fu spesso osteggiato da una certa parte dell’opinione pubblica, che non gli avrebbe mai perdonato l’indiretta umiliazione ricevuta.
L’Inghilterra pianse, ma purtroppo il peggio doveva ancora arrivare nella rivincita di Budapest. E comunque per gli acclamatissimi ungheresi, come spesso succede, la nemesi era in agguato. Il massimo della gloria già conteneva il germe della fine…

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