The Hairdryer treatment and the mind games

A brevissima distanza dal primo pezzo, vi proponiamo un altro articolo del nostro Giovanni Genero, che entrerà a far parte ufficialmente della squadra del blog con il semplice compito di emozionarci raccontandoci storie, curiosità e pillole di football inglese viste con gli occhi di un innamorato. Al centro dell’articolo odierno non poteva che esserci Sir Alex Ferguson, il personaggio del momento per tutto quanto ha saputo regalare al calcio inglese e mondiale. Ve lo presentiamo, volutamente, con pochissime foto per farvelo leggere tutto d’un fiato, come merita. Buona lettura.

Sir Alex Ferguson e i suoi ragazzi…da qui nacque la leggenda

Facciamo un po’ d’ordine, anche se c’è così tanta carne al fuoco che qualcosa di sbagliato la si scrive comunque.

Sir Alex Ferguson ha sempre avuto bisogno di un manager rivale o di una squadra rivale. Ha sempre usato la rivalità come leva per caricare i suoi. Negli anni una squadra che i giocatori dello United sono stati sempre spinti ad odiare, letteralmente, è stato il Liverpool. Anche quando il Liverpool era come classifica e come talento lontano dallo United, Ferguson usava la rivalità per tenere in tiro i suoi. Disse subito, nel 1986, il nostro obiettivo è “Knock Liverpool off their fucking perch” ed eseguì.

Poi nel tempo ci sono state altre squadre che hanno occupato il posto di rivale di turno, come Leeds, Arsenal, Newcastle, Chelsea, Manchester City. Ed i manager ad esse collegati, Wenger, Keegan, Mourinho, Mancini. Con alcuni la rivalità è stata molto virulenta, con altri più estemporanea. Benitez e Wenger sono certamente tra i più detestati. Con Mourinho, visto che ha anche molto spesso perso, si è rassegnato a condividere bottiglie di vino.

La cosa, il creare stimoli tramite una rivalità, non è necessariamente negativa, né un segno di debolezza o una carenza. Anzi per un giocatore avere un obiettivo è importante, avere un nemico da abbattere ha un senso psicologico. Segna la direzione da seguire. Esalta, crea una missione, crea quel senso di noi contro il mondo che ispira molto. Che poi i suoi famosi ‘mind games’ con gli altri manager funzionino oppure no è magari solo una leggenda. Lo scorso anno fu lo United a bruciare il vantaggio ed il City a vincere il titolo. La famosa sfuriata di Kevin Keegan è portata ad esempio di come Ferguson sia entrato nella mente di Keegan e la cosa sia costata il titolo al Newcastle.

Alex Ferguson, scozzese, laburista, figlio di un operaio dei cantieri navali, è certamente un cultore del sacrificio, della fatica e del trarre anche il minimo vantaggio da tutte le circostanze. Ha un senso della squadra che trascende l’importanza del singolo giocatore. Nei 26 anni allo United ha acquistato 104 giocatori, in media quattro a stagione, rinnovando continuamente la squadra. Anche questo è un segreto del successo. Il rinnovamento porta sangue fresco, porta giocatori con voglia di vincere e tiene sulla corda quelli che sono già presenti. Nessuno ha garanzia del posto in squadra. E si danno solo contratti annuali agli ultratrentenni.

Il suo rapporto con i giocatori è, secondo me, triplice.

Uno. Li difende a spada tratta in pubblico (episodio Eric Cantona su tutti), è loro padre e mentore. Cristiano Ronaldo lo nomina ancora come colui che gli ha insegnato davvero a giocare a calcio. Come colui che lo ha fatto diventare il grandissimo giocatore che è adesso. Dalla sua partenza da Manchester oserei dire che CR7 non è migliorato tanto quanto è migliorato negli anni ad Old Trafford.

Due. Li castiga, punisce, zittisce, asciuga loro i capelli con le sue sfuriate a due dita dalla faccia, durante gli intervalli delle partite (quante volte uno spento United nel primo tempo, ha poi rimontato e vinto partite che sembravano perse con dei secondi tempi indiavolati!). E’ il famoso trattamento asciugacapelli. Intervallo partita Brasile-Inghilterra, quarto di finale dei mondiali Corea-Giappone 2002, Shizuoka. Paul Scholes: “Siamo rientrati in spogliatoio e ci aspettavamo da Sven-Goran Eriksson un po’ di Winston Churchill ed invece tutto quello che ci diede fu Iain Duncan Smith.” Scholes era abituato ad altri discorsi. Non basta essere Al Pacino in Any Given Sunday e soprattutto non serve esserlo ogni sabato, ma lo stimolo è talvolta necessario, l’atmosfera di tensione ci deve essere.

Tre. Li spedisce verso altri lidi quando vede cali di prestazioni, comportamenti dannosi per la squadra (dentro e fuori dal campo), quando legge o ascolta dichiarazioni che mettono in dubbio l’unità del club, la direzione in cui si sta andando o la reputazione dei compagni e soprattutto quando non lo ubbidiscono. In questi casi il taglio è netto. Gli esempi sono numerosi: David Beckham (che si prese pure uno scarpino in faccia) su tutti. Ma le rotture con Roy Keane (suo generale in campo per tanti anni), Ruud van Nistelroy, Norman Whiteside, Jaap Stam, Gordon Strachan, Paul McGrath, Paul Ince, Dwight Yorke e Gabriel Heinze sono lì a testimoniare un modus operandi inequivocabile. Non che li cacci alla leggera, perché poi deve sostituirli, ma forse accade che li cacci quando hanno dato tutto, quando sono spremuti. Ci sono poi quelli che a Manchester non hanno proprio funzionato come Diego Forlan e Juan Sebastian Veron. Ma si possono contare sulle dita di una mano.

Sono metodi che non tutti condividono, ma che indubbiamente hanno avuto successo, molto successo. Ovviamente combinati a questi metodi ci sono altri due elementi: la scelta dei giocatori e l’abilità di inserirli in un sistema di gioco che prevede l’attacco come componente principale, sia in casa che fuori. Attacco è un eufemismo, in quanto spesso si tratta di veri e propri assedi fatti di passaggi veloci e precisi, di verticalizzazioni, di pochi cross, di molto movimento degli uomini liberi, di recuperi difensivi continui e di attaccanti che lavorano moltissimo, di centrocampisti che pressano. La battaglia di centrocampo è cruciale, anche se Ferguson non è mai stato un grande tattico. A lui basta semplicemente attaccare sempre.

Non ci sono solo le urla. Scovare talenti e farli rendere è stata una delle caratteristiche chiave di questi 26 anni di Ferguson allo United.

Aberdeen Pubs

Ma ci fu un Ferguson prima di Manchester. Dopo una discreta carriera come giocatore (317 partite, 170 gol) in giro per varie squadre scozzesi tra cui il Glasgow Rangers, Ferguson divenne manager del St. Mirren a soli 32 anni. Fu l’unica squadra che lo licenziò, dopo quattro anni. La disoccupazione durò poco, in quanto Ferguson aveva già il posto pronto sulla panchina dell’Aberdeen. Qui si fece davvero le ossa come manager. In otto anni portò l’Aberdeen al titolo per ben tre volte ed alla clamorosa vittoria nella Coppa delle Coppe contro il Real Madrid, l’undici maggio di trent’anni fa. Nel curriculum anche quattro coppe di Scozia ed una coppa di lega scozzese.
I metodi – terrore, intimidazione, inseguimento dei giocatori beoni per i locali di Aberdeen, le ronde notturne, le urla in spogliatoio – lo fecero subito diventare noto con il soprannome di Furious Fergie.

Ad Aberdeen crea la mentalità dell’assedio. I giornali elogiano solo le due squadre di Glasgow? Bene, noi ad Aberdeen li accoglieremo con le forche. Pittodrie diventa una fortezza inespugnabile. Le trasferte, invece, spedizioni punitive: un manipolo di soldati in territorio nemico che vendono cara la pelle.

Le notizie dei trionfi non faticano a passare i Borders. A metà degli anni Ottanta Arsenal e Tottenaham lo vogliono come allenatore. Lui rifiuta. Aveva già rifiutato Glasgow Rangers e Wolves. Sembra che anche il Liverpool fosse ad un certo punto interessato a Ferguson. Ma poi la scelta cadde su Kenny Dalglish. David Pleat finì agli Spurs e George Graham ad Higbury. Immagino che Ferguson volesse comunque una squadra del nord dell’Inghilterra. Quando nel novembre 1986 il Manchester United licenziò Ron Atkinson, Ferguson fu scelto per prenderne il posto.

Una delle prime mosse di Ferguson, era in carica da poco più di un anno, fu quella di acquistare il portiere Jim Leighton proprio dall’Aberdeen, dove, anche con Ferguson, aveva collezionato ben 300 presenze. Ma quando Leighton non lo convinse nella finale della FA Cup del 1990 (3-3 con il Crystal Palace) non esitò a relegarlo in panchina per il replay, che lo United poi vinse grazie alle parate del sostituto, tale Les Sealey. Per Leighton è la fine del rapporto con Ferguson. Non credo che i due scozzesi si siano parlati per almeno vent’anni. Forse non si parlano ancora. A Ferguson sarà anche dispiaciuto sbatterlo in panchina, ma non credo che riesca a comprendere il fatto che il giocatore, dopo la giusta incavolatura, non reagisca impegnandosi di più per riprendersi il posto in squadra. Leighton giocherà ancora una sola volta per il Manchester United! È solo un esempio, ma Ferguson è questo. La prestazione, la scelta degli undici da mandare in campo, la pressione sugli uomini viene prima di tutto. È la mentalità dell’assedio. Sono tutti sotto assedio, inclusi gli arbitri.

Negli anni credo che Ferguson abbia saputo anche adattarsi allo star system, gestire Cristiano Ronaldo o Juan Sebastian Veron non è la stessa cosa che gestire Steve Bruce o Denis Irwin. Ma la scarpa in faccia a Beckham potrebbe anche suggerire il contrario.

Il “panchinamento” di Wayne Rooney nella sfida di ritorno con il Real Madrid nella Champions League di quest’anno la dice lunga su chi comanda in quello spogliatoio. Per altri motivi comportamentali mi segnalano alcuni colleghi che Rooney ha già pronto il biglietto di sola andata per Parigi fin da agosto. Coleen ne sarà felice. Ora vedremo se resterà vista la partenza di Ferguson. Ma è quello che è successo a Roma ed Juventus dove Totti e Del Piero hanno fatto per anni il bello ed il cattivo tempo a scapito della squadra non succede a Manchester. Gli allenatori perdono credibilità e la squadra vive nell’incertezza. Ora se a Manchester tratterranno Rooney controvoglia o per fargli fare la prima donna cominceranno già a fare il contrario di quella che è stata la filosofia di Ferguson.

Ora non è che Ferguson ha vinto così tanto perché urlava in spogliatoio all’intervallo. Sarebbe riduttivo ed ingiusto. Alla fine i risultati arrivano per il lavoro a tavolino, per la scelta dei giocatori, per il sistema di gioco, per la prestanza atletica, per la preparazione tecnica e tattica, per il talento.

E parlando di talento non è possibile non citare quello che in tutti questi anni è stato un po’ il simbolo del gioco e del cuore dello United, il gallese Ryan Giggs. Giggs ha incarnato quello che Ferguson voleva, un’ala che vola, crossa, che salta l’uomo, che sa segnare, che recupera in difesa, che è capace di controllare avversari pericolosi a centrocampo, sacrificandosi a fare addirittura il terzino se le circostanze lo richiedono. Memorabile un suo gol nel replay della semifinale 1999 di FA Cup contro l’Arsenal. Ho esultato anch’io. In piedi. Era il 90esimo, lo United in dieci e correvano tutti come dei matti.
E poi tutti gli altri, impossibile citarli tutti.

Patience and the Fergie Fledglings

Inizio Anni Novanta. Mark Robins, attuale manager dell’Huddersfield Town, si scaldò alla meglio, faceva freddo cane a Nottingham quella domenica pomeriggio, era il 7 gennaio 1990. Mark Hughes fece una fuga sulla destra (o forse era sulla sinistra, le immagini sono un po’ sfuocate, forse addirittura capovolte), crossò, Robins era lì ad aspettare la palla e ad infilare il gol vincente dell’1-0. United che passa il turno di FA Cup e Ferguson salva la panchina. Lo United veniva da tre anni mediocri, un undicesimo posto, un secondo posto ed un altro undicesimo posto in campionato e da tre eliminazioni in FA Cup e da quattro in Coppa di Lega. Nel momento in cui Robins segna lo United è quindicesimo (finirà la stagione al tredicesimo posto a cinque punti dalla retrocessione) e con Ferguson non ha mai giocato in Europa. Veniva inoltre, nel breve periodo, da una striscia di otto partite (quattro pareggi e quattro sconfitte) in cui aveva segnato la bellezza di tre gol. Aveva chiuso la decade davvero male. Non vinceva il titolo da 23 anni. Dopo la vittoria sul Forest, lo United ne perse altre due, vinse in FA Cup sull’Hereford (che non è più in Football League, ma allora lo era ed era pure una delle squadre delle confezioni del Subbuteo, maglia bianca, pantaloncini neri, infilato nella scatola con Hibernian e Rangers, chissà perchè) poi vinse e perse in campionato ma continuò a vincere in coppa, arrivando alla semifinale contro l’Oldham (3-3). Nel replay un altro gol di Robins salvò nuovamente la panchina di Ferguson. Poi le due finali con il Crystal Palace dove successe un po’ di tutto, ma alla fine lo United uscì vincitore. E Ferguson si salvò nuovamente.

Questa la leggenda. Almeno tre volte sull’orlo del licenziamento.

L’allora proprietario Martin Edwards (anche lui era sull’orlo di qualcosa, di vendere il club, ma non lo fece) ha sempre veementemente negato che avesse intenzione di licenziare Ferguson. D’altra parte il board of directors aveva rinnovato il contratto di Ferguson fino alla stagione 1992-93 dimostrandogli grandissima fiducia e mostrando grandissima pazienza.
La pazienza iniziale fu ampiamente ripagata.

Lo aiutano, oltre alla rocambolesca vittoria nelle FA Cup 1990, la comparsa dei Fergie Fledglings. Chi sono? Sono una classica alliteration! In realtà sono quel gruppo di giovani giocatori che, in due diverse ondate, rimpolparono e ringiovanirono la squadra dall’interno. Se i primi (fine Anni Ottanta) non furono effettivamente molto utili e sono rimasti praticamente sconosciuti (Lee Martin, Tony Gill, David Wilson, Russell Beardsmore, Mark Robins e Deiniol Graham) ed ebbero bisogno di aggiunte esterne quali l’ottimo Lee Sharpe ed l’italiano Giuliano Maiorana, i secondi (inizio Anni Novanta) contribuirono profondamente ai successi della squadra e formarono quell’ossatura che ancora oggi si intravede. I loro nomi sono invece noti a tutti: Beckham, Giggs, Scholes, Nicky Butt ed i fratelli Gary e Phil Neville. Le parole di Alan Hansen: “You’ll never win anything with kids” risuonano ancora. Quello United infatti vinse “soltanto” il Double.

Un paio di osservazioni. La scelta del board fu giusta, la pazienza pagò. Avevano creduto in lui quando lo avevano scelto ed hanno continuato a farlo. Troppi club oggi non hanno pazienza. E, nonostante la fortuna di vincere quella FA Cup (andando a guardare partita per partita accaddero davvero alcuni miracoli) è indubbio che i risultati sarebbero venuti. Non si vince il campionato inglese per tredici volte perché si è avuto un colpo di fortuna all’inizio. Attualizzando alla NFL. Non si vincono tre Super Bowl, cinque AFC, dieci titoli divisionali e 151 partite in 13 anni perché un giorno nevica ed il tuo QB mette la palla in pancia.

Ferguson era destinato al successo. La vittoria sostenuta e continuata ha un fondamento solido. Anche se il primo titolo o la prima coppa ha un elemento di casualità o di fortuna.

Se c’è una critica che alcuni gli fanno è quella di non aver dominato in Europa. Ora pensiamo alla regular season della NFL come al campionato inglese ed invece pensiamo alla Champions League come ai playoffs della NFL. Quante volte la squadra con il miglior record della regular season vince il Super Bowl? Poche.

Ebbene, vincere la Champions League è la stessa cosa. Lo United ne ha vinte due, anche in modo fortunoso se vogliamo, ma vincere la Champions League è dannatamente difficile perché come nei playoff della NFL basta perdere uno scontro diretto (su 180 minuti, ma sempre diretto) e si è fuori. Neppure il Barcellona strepitoso di questi anni ha vinto sempre la Champions League, sebbene abbia dominato in Spagna quasi ogni anno.

Lo stesso accade pure per la FA Cup vinta dallo United di Ferguson “solo” cinque volte a fronte dei tredici campionati. Nonostante il minor numero di partite e la qualità degli avversari, certamente peggiore di quelli della Champions League, vincere la FA Cup è difficile, ha aspetti degni di una lotteria.

Ha comunque vinto anche una Coppa delle Coppe (due con quella con l’Aberdeen), una Coppa Intercontinentale, una FIFA Club World Cup ed una Supercoppa Europea. Critica quindi che io respingo al mittente.

Retirement

Nessuno lo avrebbe mai licenziato. Recentemente Tom Osborne (mitico coach e poi AD di Nebraska) ha annunciato che si sarebbe dimesso a fine stagione. “Non voglio diventare uno di quei personaggi decrepiti che vanno in giro per l’università e che nessuno ha il coraggio di mandare via!”

Ferguson se ne è andato quando ha deciso lui. E lo ha fatto con un annuncio a sorpresa. Anni fa aveva annunciato un primo ritiro, con un paio di anni di anticipo, e ne aveva pagato le conseguenze. Aveva perso di credibilità, i giocatori sapevano che se ne sarebbe andato ed avevano un po’ mollato. Questa volta ha fatto diversamente, ha detto fino alla scorsa settimana che sarebbe rimasto.
Ci sono stati, in effetti, due segni che mi avevano fatto sospettare qualcosa, anche se dirlo adesso è facile e non del tutto credibile. Un po’ come quando Benedetto XVI visitò la tomba di Celestino V e vi lasciò sopra la stola. Perché mai lo avrà fatto?
A fine partita contro il Villa, appena vinto il campionato, più che festeggiare la vittoria andando in giro ad abbracciare i suoi giocatori come era solito fare, sembrava quasi che salutasse, che ringraziasse. Poi l’altro giorno ha detto che il club è sano ed avrà altri dieci anni di successi. Parlava come se non fosse lui al centro della cosa, senza quel senso di urgenza suo tipico, senza quell’arroganza. Parlava in modo tranquillo. Ma del senno di poi…

Ritiro a sorpresa, ma ampiamente ragionato. Ferguson conosce bene la linea rossa.

Partiamo da Herbert Chapman (Huddersfield Town/Arsenal), poi Sir Matt Busby (Manchester United), poi Bill Shankly (Huddersfield Town/Liverpool), Bob Paisley, Joe Fagan, Kenny Dalglish e il mito della Boot Room (Liverpool), Brian Clough (Nottingham Forest), George Graham ed Arsene Wenger (Arsenal), Jose Mourinho (Chelsea). Alcuni nomi stonano, lo si nota immediatamente. Mancano poi Tommy Docherty e Jock Stein, due altri scozzesi di ferro. In effetti di scozzesi, incluso Sir Alex, ce ne sono ben sette. Li ha superati tutti. Non ha nessuno davanti a sé. Ha completato la sua opera.

Le tre Coppe dei campioni di Paisley sono forse l’unico traguardo che Ferguson avrebbe voluto raggiungere prima del ritiro. Paisley resta l’unico ad essere salito tre volte sul trono europeo. Ieri con il Barcellona ed il Real Madrid, oggi con la rapida ascesa delle tedesche, credo che Ferguson abbia capito che vincere la terza Champions League avrebbe potuto essere un’impresa impossibile. Ed ha deciso di conseguenza.

Scherzando diceva: “Sono troppo vecchio per ritirarmi”. Faceva parte della strategia. Dopo l’errato annuncio che aveva minato la sua credibilità. Poi aveva detto che se ne sarebbe andato solo per motivi di salute. In effetti deve operarsi all’anca in estate, ma non credo che l’operazione gli avrebbe impedito di continuare. Spero sinceramente non ci sia dell’altro da un punto di vista medico.

Quindi è una sorpresa calcolata, ma potrebbe esserci qualche altro motivo.
O più semplicemente anche lui sente il peso degli anni, come tutti.

Alla fine Ferguson ha indicato al board il suo successore e questi hanno dato l’ok. Il boss è ancora lui. Gli aveva raccomandato di aspettare l’opportunità giusta e David Moyes così ha fatto, rifiutando un paio di panchine importanti. Quando è arrivata l’offerta dell’Everton, Ferguson lo ha consigliato: “Questa volta accetta”. Moyes è scozzese e laburista. Per il momento le similitudini finiscono qui.
Ma è Moyes davvero pronto? L’Everton di questi dieci anni è stata una buona scuola. Il Manchester United trova conforto nella stabilità che Moyes ha avuto nel suo rapporto con i blues, ma la qualità? Moyes sa valutare i talenti?

Gli hanno dato un contratto di sei anni. Ovviamente credono in lui. È altrettanto ovvio che rimpiazzare Sir Alex Ferguson sulla panchina del Manchester United è virtualmente e pure praticamente impossibile.

Io tifo per il Liverpool dai tempi di Paisley. Ho cercato di essere il più obiettivo possibile.

D’altra parte come scrive Philip Roth “Writing turns you into somebody who’s always wrong. The illusion that you may get it right someday is the perversity that draws you on.”

L’ultima immagine sul campo di Sir Alex. Chapeau, Sir

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