Blogger on the road: Giovanni Genero a Sunderland

Non vi posso nascondere la soddisfazione nel poter ospitare su queste pagine il racconto della prima esperienza in uno stadio di Premier League di un amico e di un grandissimo sportivo quale è Giovanni Genero, appassionato di tutto, ma in particolare appassionato di sport americani e di calcio inglese, del quale è innamorato sin da bambino. Tifosissimo del Liverpool, è dotato di una capacità di racconto e di coinvolgimento unica e mi auguro che il racconto della sua esperienza, la prima in Premier League nonostante lavori da anni in UK, vi possa piacere così come a me, che starei ore ed ore ad ascoltarlo raccontare storie, aneddoti ed esperienze. Se posso lanciarmi in paragoni con altri sport, Joe per me rappresenta il Federico Buffa del baseball e del calcio Inglese ed è quindi con tanto orgoglio che vi presento il suo racconto. Buona lettura.

THE TYNE-WEAR DERBY

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Il nostro amico Joe, il primo da sinistra, con i suoi compagni di avventura

Pete è di Newcastle, un vero geordie. L’ho conosciuto almeno quindici anni fa. Abbiamo lavorato insieme per dieci giorni ed abbiamo parlato, tra le altre cose, ovviamente, di calcio. Io ero già, da parecchi anni, malato di Liverpool. Poi non ci siamo più visti.
Una delle prime domande: per quale squadra tifi? Udinese. Così tutti pensano che la città si chiami Udinese. Ehi, tu vieni da Udinese? No, vengo da Udine. Udine? Huh?

Pete tifa Sunderland. Non esiste nel calcio inglese la Sunderlandese. O la Sunderlandina. E neppure la Pro Sunderland. Ci sono invece appellativi come City, Town, United, Wednesday, Rovers. Il Sunderland è SAFC. Sunderland Athletic Football Club. Più semplicemente Sunderland. Siamo nel 1973. “Papà, portami a vedere il Sunderland!” Ed il padre, tifoso, come tutta la famiglia delle magpies (le gazze ladre) bianconere, dopo essersi chiesto che figlio mai avesse allevato, una serpe in grembo, portò Pete a Roker Park.

La destinazione dei nostri amici

La destinazione dei nostri amici

ROKER PARK

Roker Park era uno stadio inglese situato nell’omonimo quartiere di Sunderland. Fu lo stadio dei Black Cats per un secolo esatto, dal 1897 al 1997. Alla fine dei suoi giorni poteva contenere poco più di ventiduemila spettatori, la maggior parte in piedi. Negli anni d’oro e delle folle incontrollate raggiunse un giorno una folla (e folle) record di 75,118 persone (partita di FA Cup contro il Derby County). Dopo il disastro dell’Heysel e l’incendio di Valley Parade, ma soprattutto dopo la tragedia di Hillsborough, le leggi inglesi (sulla spinta legislativa decisiva del Taylor Report) sugli stadi e la loro architettura e sulla sicurezza dei tifosi di calcio cambiarono drasticamente ed anche Roker Park
divenne obsoleto. E la recentemente scomparsa Margaret Thatcher ebbe una grande influenza sulle scelte future che il calcio avrebbe dovuto fare.

Ma riavvolgendo il rotolo del tempo scopriamo che il Sunderland campione inglese per tre volte in quattro anni (1891-92, 1892-1893 e 1894-95) trionfava su un terreno di gioco piazzato in Newcastle Road. Che orrore! Ora sappiamo benissimo che Newcastle e Sunderland sono due città confinanti e quindi per forza geografica logicamente rivali, ma giocare proprio in Newcastle Road? E così i proprietari della squadra acquistarono un terreno nuovo e costruirono, in meno di un anno, Roker Park. Portarono il terreno di gioco dall’Irlanda. L’erba irlandese resistette per ben 38 anni. Lo stadio fu inaugurato dal sesto marchese di Londonderry ed il Sunderland battè in amichevole il Liverpool per 1-0. E nel 1901-02 il Sunderland fu campione d’Inghilterra per la quarta volta. Nel 1913 la capienza raggiunse 50,000 ed il Sunderland vinse il suo quinto titolo. Nel 1929 Roker Park
poteva contenere 60,000 tifosi. Nel 1936 fu ricostruita la Clock Stand che era lunga 114 metri. Le folle ormai raggiungevano spesso 70,000 persone. E nel 1935-36 i biancorossi furono campioni per la sesta e, per il momento, ultima volta. Mentre nel 1937 vinsero la loro prima FA Cup.

Una bomba cadde a centrocampo durante la Seconda Guerra Mondiale. Davvero!

Nel 1952 fu il secondo stadio inglese (dopo Highbury) ad avere l’illuminazione artificiale. I piloni, provvisori all’inizio – questa è terra di minatori e le cose bisogna guadagnarsele e meritarsele – furono sostituiti da quelli definitivi solo a fine stagione quando avere l’illuminazione artificiale si rivelò un successo. Nel 1966 lo stadio fu rinnovato per la Coppa del Mondo. Altre migliorie negli Anni Settanta. Poi con la retrocessione del Sunderland fino alla Terza Divisione e con il Taylor Report del 1990 la capacità e le fortune dello stadio subirono drastiche riduzioni. E quindi prima di puntare a ritornare e a rimanere nella neonata Premier League al Sunderland serviva ovviamente uno stadio nuovo. Il proprietario Bob Murray andò alla ricerca di un terreno. Per la sua costruzione fu scelta un’area che – ed in Northumberland non è certo una sorpresa – era il sito di una ex-miniera di carbone. Nel frattempo l’ultima stagione al Roker Park segna – nello stesso tempo – la prima in Premier League per il Sunderland e la retrocessione. Ultima partita: una vittoria per 3-0 contro l’Everton.

E poi, quasi improvvisamente, Pete è seduto al mio fianco in ufficio. Siamo oggi colleghi di lavoro. La conversazione riprende naturale, come se non fosse mai stata interrotta da oltre quindici anni di pausa. E la promessa-sogno di andare insieme a vedere il Sunderland arriva quasi ovvia.

STADIUM OF LIGHT

Panoramica dall'interno dello Stadium of Light

Panoramica dall’interno dello Stadium of Light

Lo Stadium of Light si trova lungo la linea della metropolitana che serve sia Newcastle che
Sunderland. È l’unico stadio della Premier League che si può vedere ad occhio nudo dalle tribune di un altro stadio, il St James’ Park di Newcastle. I due stadi non sono vicini quanto Craven Cottage e Stamford Bridge, ma la rivalità tra le due squadre è molto più intensa di quella tra Chelsea e Fulham.
Due le stazioni della metropolitana che fanno meta allo stadio, Stadium of Light e St. Peter’s. Utilizziamo quest’ultima e risaliamo una strada ingombra di bancarelle e caravan che cucinano hamburger.

Lo Stadium of Light è, come la legge prescrive, uno stadio con solo posti a sedere, quasi 49,000, che lo piazza al quinto posto per capacità di tutti gli stadi inglesi. Il suo nome non viene dal famoso Estádio da Luz di Lisbona, ma dalla lampada del minatore, tributo all’industria che ha segnato il passato, la prosperità e la crisi di questa regione dell’Inghilterra nord-orientale. Una Davy Lamp si trova davanti all’ufficio biglietti fuori dallo stadio. Le miniere di carbone. La file di case di mattoni rossi che ci conducono allo stadio “profumano” di carbone, sono state costruite con i fondi dei sindacati dei lavoratori del carbone. Poi arrivò la Thatcher, ma quella è un’altra storia…

La bellezza dello stadio, un catino bianco e rosso, è che è stato predisposto per essere ingrandito e per raggiungere la capacità di ben 63,000 spettatori. È stato costruito dalla stessa impresa edile che ha costruito l’Amsterdam Arena e per tale ragione è stato inaugurato il 6 agosto 1997 con un’amichevole tra Sunderland ed Ajax. Costo finale della struttura: £23,000,000.

L'accoglienza allo Stadium of Light

L’accoglienza allo Stadium of Light

Fuori dallo stadio ci accoglie la statua bronzea del manager Bob Stokoe mentre corre ad abbracciare il portiere Jimmy Montgomery che ha appena salvato con le sue parate la vittoria per 1-0 nella finale della FA Cup del 1973, in quello che rimane il più recente successo del club. La vittoria fu storica perché il Sunderland, allora in seconda divisione, battè il grande Leeds United di Don Revie. Stokoe, da giocatore, aveva vinto la FA Cup nel 1955 giocando per i rivali del Newcastle e battendo per 1-0 il Manchester City in cui militava lo stesso Revie.

Lo stadio è molto raccolto, nonostante i quasi 50,000 posti, con il campo vicinissimo alle tribune, come in tutti gli stadi inglesi. I tifosi caldi del Sunderland, quelli che cantano, siedono (anche se spesso restano in piedi per lunghi periodi) nella South Stand. I tifosi ospiti sono appollaiati in cima alla North Stand, la tribuna più alta. La polizia, non numerosissima, e gli steward, girati sempre verso il pubblico, li controllano con discrezione. La North Stand inoltre incorpora sulle poltroncine lo slogan “Ha’way The Lads”. La East Stand ha invece lo stemma del Sunderland. La tribuna principale è la West Stand. Sotto la tribuna, l’accogliente bar dei VIP serve, tra l’altro, la
friulana Birra Moretti ed a fianco del bancone campeggia una foto che ricorda il divertente episodio di Pepe Reina incerto su cosa parare tra il pallone o il palloncino rosso che è volato fino nell’area piccola. La palla (quella vera) finirà in rete ed il Sunderland batterà il Liverpool per 1-0. Contro lo stesso Liverpool, lo Stadium of Light ha anche segnato il record di pubblico, 48,353 spettatori, il 13 aprile 2002.

Istanti pre-partita

Istanti pre-partita

La partita a cui assistiamo, scelta con cura, ma con le costrizioni di mille impegni lavorativi e familiari, durante le vacanze di Natale, è Sunderland-Everton. Al tempo della scelta pareva quasi una sfida insipida. Il Sunderland sarà a metà classifica, l’Everton poco sopra, invece… non solo l’Everton è in lotta per un posto in Champions League ed il Sunderland è in piena bagarre per non retrocedere, ma qualcosa di clamoroso è successo nelle ultime due settimane. Il Sunderland ha licenziato il manager Martin O’Neill ed ha nominato come sostituto l’italiano Paolo Di Canio. E Di Canio nella sua seconda partita in carica ha espugnato (con un netto 3-0) nientemeno che St. James’ Park, la casa dei rivali del Newcastle. Non serve dire che è diventato un instant hero. E la partita che abbiamo scelto è semplicemente il suo debutto casalingo. Lo stadio è praticamente esaurito. L’atmosfera è elettrica.

Con noi c’è anche un nostro caro amico e collega nigeriano, Fure. D’altra parte lo sponsor sulle maglie del Sunderland dice INVEST IN AFRICA. Siamo seduti ad una decina di metri dalle panchine. Il Sunderland entra in campo nella classica maglia a strisce verticali bianche e rosse, pantaloncini neri e l’Everton nell’altrettanto classica casacca blu e pantaloncini bianchi. Sessegnon segna il decisivo gol dell’1-0 davanti ai nostri occhi proprio allo scadere di un combattuto e ben giocato primo tempo. Festeggiamo travolti dalla passione dei tifosi che ci circondano. I ragazzini dietro a me parlano in continuazione di calcio, conoscono centinaia di giocatori, ne discutono le caratteristiche tecniche, sono delle piccole enciclopedie. Magari a scuola non andranno troppo bene, ma se la materia fosse “football” avrebbero una bella A+. I due signori anziani che li affiancano seguono la squadra con il cuore in mano. Ogni giocatore è loro “son”. ‘Come on! Jimmy son. Come on! Danny son’. ‘Linesman, you’ve got to keep up with the play!’ è l’offesa più grave
che sento in novanta minuti, quando il segnalinee fatica un pochino su un fuorigioco dubbio. Nel secondo tempo il Sunderland retrocede pericolosamente, pur senza scadere nel catenaccio. Il capellone Fellaini domina il gioco aereo, ma i blues non creano davvero nessuna grande occasione per pareggiare. Il canto ripetuto PaoloDiCanio-PaoloDiCanio-PaoloDiCanio sull’aria della Donna è mobile del Rigoletto risuona in continuazione. Non c’è un direttore, ma il coro non perde una nota. Danny Rose è l’idolo della curva. Ha il suo canto personale. Si respira calcio inglese, nulla da fare. La Premier League ha qualcosa di speciale. Il momento più drammatico a pochi minuti dalla fine quando su un lungo passaggio all’indietro un po’ sbilenco, Mignolet, il portiere belga del Sunderland, deve tuffarsi all’indietro per salvare una possibile clamorosa autorete. È però un’infrazione, e quindi punizione a due nel rettangolo. Ventuno uomini affollano l’area di rigore. La furiosa baraonda che segue non porta a nulla. Il Sunderland sopravvive e porta a casa tre punti preziosissimi nella corsa alla salvezza.

Sullo sfondo, Paolo di Canio

Sullo sfondo, Paolo di Canio

E’ grande festa con Pete e Fure. Riusciamo anche a scendere sul terreno di gioco. Tocchiamo l’erba che – sofferente – sopravvive grazie ad uno sofisticato sistema di illuminazione. Nel tardo pomeriggio risaliamo verso Newcastle, e ci perdiamo in una serie di ottimi pub e locali che costeggiano il fiume Tyne.

Go Black Cats!

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